LA GIOVINEZZA, di Francesco De Sanctis - pagina 2
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Io aprii gli occhi, e non ne capii nulla, e andavo avanti tronfio con la testa alta, e parlavamo con Giovannino ancora di Cesare e di Annibale.
Non è possibile poi che io dica quale effetto avesse su me la parte fantastica della storia.
Avevo una inclinazione naturale al rêve.
Stavo spesso a testa china e taciturno, e zia Marianna ch'era come la governante di casa, talora mi dava un gran grido nell'orecchio, strillando: "Ciccillo!".
Io mi riscuoteva in soprassalto come da un sonno, e zio diceva: "Lascialo stare, quello pensa".
Io mi facevo rosso, perché al dir che io pensavo mi pareva una bugia.
Io stavo cosí concentrato sotto il peso delle mie letture, che mi riempivano il cervello di fantasmi, e non mi lasciavano quieto.
Nel mio cervello si formava come un mondo luminoso, nel quale vedevo quei fantasmi come persone vive, e sentivo le loro parole distintamente.
E dimorando tutto dentro, non sentivo e non vedevo niente intorno a me.
Quei fantasmi generavano altri fantasmi, ed io mi facevo il protagonista della storia, ed era sempre re, imperatore o generale, e davo di gran battaglie, con sapienza di apparecchi e di movimenti, e spesso questi sogni ad occhi aperti duravano piú giorni.
Un giorno ch'era l'ascensione, e l'uso era di mangiare i maccheroni con il latte, mi levai di tavola subito e assai prima degli altri, come soleva fare, perché divorava, non mangiava, e non sapeva cosa mi metteva in bocca.
E andai difilato nell'ultima stanza con la testa piena.
C'era nella testa la battaglia fra Tancredi e Argante, e Tancredi ero io, e presa in mano una squadra da compasso, assaliva vigorosamente Argante, e lo gittavo rovescio per terra, e mi pareva di montare sulle mura di Gerusalemme, e mi trovai sul davanzale della finestra col braccio teso in fuori agitando la squadra.
Sul balcone dirimpetto stava una signorina che al vedermi cosí levò un gran grido, ed io come risvegliato scesi.
A quel grido corsero mio cugino e la zia e mi videro scendere, e riferirono tutto allo zio, il quale comandò fossi condotto innanzi a lui.
Ma non ci fu verso.
Io per vergogna m'ero chiuso nel licet, e non volevo uscire.
Allora venne lo zio dentro, e mi tirò per il braccio, e disse afferrandomi per l'orecchio: "Ciccillo, oggi tu sei rinato; ricordati questo giorno".
E in verità, questo giorno dell'Ascensione non mi è uscito piú di mente.
Un'altra volta innanzi a un uditorio scolastico rappresentammo una cosí detta tragedia, che non era altro se non scene staccate del Tasso da noi impasticciate e declamate, e l'autore di questo bel pasticcio ero io, e molti erano i complimenti e le strette di mano, e io mi pigliavo tutto con l'aria di chi crede di meritare ancora di piú.
A farla breve, in quei cinque anni di corso sapevo a mente una gran parte di Virgilio, di Livio, di Orazio, della Gerusalemme Liberata e dei drammi di Metastasio, oltre un'infinità di frasi e di pezzi staccati dai molti libri che si erano studiati.
Dalle letture particolari mi veniva un'enorme quantità di notizie, di aneddoti, di sentenze, tutto rimescolato cosí a casaccio nel mio cervello.
Non c'era ancora un giusto criterio per distinguere l'utile, il bello, il vero, l'importante.
In quella farraggine entravano con pari dritto anche le cose piú goffe e piú volgari.
Le Notti di Young, le tragedie di Voltaire, la Sofonisba del Trissino mi parevano cose grandi.
Soprattutto ero molto innamorato delle Notti di Young, e recitavo con grande enfasi i pezzi piú romorosi.
Avevo in capo un materiale enorme indigesto, che mi faceva l'effetto d'una grande ricchezza, e mi credevo da senno il piú dotto uomo d'Italia, e avevo appena quindici anni.
Certo, nessuno dei miei compagni aveva letto tanti libri, sapeva tante cose.
C'era di che averne il capogiro.
Parlavo con gli occhi che mi scintillavano, con gesti pronti e risoluti, e mi perdonavano tutto, mi accarezzavano il mento, come a un caro fanciullo viziato.
Ma, a trarre il sugo, di greco sapevo poco, il latino non mi entrava se non dopo laboriosi costruzione, e non era in grado di leggerlo e tanto meno di scriverlo, scrivevo l'italiano in uno stile pomposo e rettorico, un italiano corrente, mezzo francese, a modo del Beccaria e dei Cesarotti, ch'erano i miei favoriti.
Cosí con molta presunzione, con grossa e confusa suppellettile, ma con giudizio poco, usciva da quei cinque anni di studio.
Capitolo terzo
ZIA MARIANNA
Governava la casa zia Marianna.
Era ed è rimasta per me anche oggi la zia.
Non ne sapevo piú avanti.
Giovannino ch'era piú curioso di me ed aveva una certa malizia, mi narrò piú tardi non so che, ma non mi rimase nulla in mente.
La mia natura non mi tira a indagare i fatti altrui; e quando sentiva a dire questo o quello, me ne rimaneva appena un ronzio nell'orecchio, e passava subito.
Fatto sta ch'io volevo un bene a questa zia poco meno che a mamma, e tenevo a mostrarglielo.
Per via studiavo sempre il passo per starle accanto, e mi attaccavo alla sua gonnella.
Giovannino, per non parere da meno, la teneva dall'altro lato, ed ella rideva e ci accarezzava, e poi a tavola raccontava tutto con una specie di caricatura che faceva ridere lo zio; perché ella parlava e gestiva il piú bel napoletano.
Aveva la pelle bianchissima e rosea; florida era di salute, e di umore allegro.
La sera si ritirava in casa sua, poco lontano nella stessa strada.
Verso il tardi andavamo noi e zio a visitarla, e si passava la serata allegramente.
La mattina, Rachele ch'era la serva di casa, andava a svegliarla, e tutte e due andavano in piazza a far la spesa.
Ella stava d'ordinario in cucina, una stanza bene arieggiata e provvedeva a tutto.
Mio zio volle che andass'io a svegliarlo, la mattina alle sei e mezzo; e quest'ora mi si era ficcata nel cerebro, e, come se avessi l'orologio nell'orecchio, mi gettavo giú di letto, e correvo allo zio e dicevo: "Zio, sono le sei e mezzo".
Svegliatosi, stendeva un po' le membra, ma poi tornava tutto rannicchiato sotto a quel dolce tepore; ed io, fatte le mie cose in cucina, tornavo e facevo la seconda chiamata: "Zio, sono le sei e mezzo"; e lui si levava senz'altro.
Quando sentivo il campanello, correvo, ch'era la zia, e le baciavo la mano.
Veniva appresso a lei la serva, china gli omeri sotto la spesa.
Non si mangiava male, perché c'era sempre qualche pensionista.
Erano cibi sani e casarecci, che a me piacevano piú che le vivande delicate.
Ma ciò che non potevo patire era quel piccolo pezzo di pane assegnatomi, e dovevo fare la faccia dura per avere un rinforzo.
Un giorno stavo collocato vicino al padre di un pensionista, un bravo vecchio, tagliato cosí alla grossa, che ci vedeva poco.
Io aveva finito il mio pane, e piano piano mi tirai il suo, e lo divisi con Giovannino, ch'era quasi sempre l'istigatore.
Il vecchio, quando gli bisognò, non trovò piú il suo pane, e andava cercando a tentoni.
Io m'ero rimpiccinito, e avrei voluto sparire dal mondo.
Zia Marianna se ne accorse, e diede un'altra fetta di pane al vecchio, e diede a me un'occhiata obliqua, che mi parve una spada.
La sera ci fu gran chiasso; la mi fece una lavata di capo.
Come ragazzi viziati, ci raccogliemmo nell'ultima stanza indispettiti, e cominciammo a mormorare contro la zia, che era un'avara, e ci faceva desiderare anche un po' di pane.
E d'uno in altro proposito, Giovannino fece questa bella trovata.
"Domani, - disse, - si fa il pane nuovo, che fetta e fetta! Andiamo e prendiamoci addirittura una panella, e sfamiamoci, e diamo una lezione alla zia".
Vollero assolutamente che fossi io a fare questo bel tratto.
Io non voleva; ma pur ci andai.
Il giorno appresso nelle ore vespertine tutto dormiva, zio si soleva mettere nella grande stanza della scuola sopra una seggiola, con un fazzoletto che gli copriva la faccia.
Nella stanza appresso stava un maestro di disegno, certo Ippolito Certain, che a quell'ora stava disteso sul letto sonnecchiando.
Zia Marianna era a sua casa; ma nell'avanti-cucina come un Argo, stava Rachele cosí tra veglia e sonno sulle tavole del letto acquattata.
Appunto in quella camera stava il pane nuovo in una cesta che penzolava a una fune presso il balcone.
Giunse l'ora.
Io ero pallido come un ladro; mi batteva il cuore.
Mi levai le scarpe e zitto zitto aprii l'uscio della stanza, dove stava lo zio.
Ma quel maledetto uscio sonò un poco, e zio disse: "Chi è?" Fatto ardito dalla paura, inventai una bugiella, e infilai l'altro uscio piano piano che non si sentiva un et.
Il maestro, uso a pazienza, sentito o no, mi fece andar via, e non fiatò.
Quando mi vidi nella stanza da letto, mi venne un riso sul labbro, e mi fregai le mani e le scarpe mi caddero a terra, e fecero uno strepito, che mi cacciò il riso nella strozza.
Eccomi in cucina, e lí mi fermai in punta di piedi, orecchiando, e mi feci un segno di croce, come per implorare l'assistenza di Dio.
Mi affaccio nell'ultima stanza, e quelle panelle, fumigavano ancora, e me ne veniva l'odore alle narici.
Stesi la mano, e la ritirai subito pensando a Rachele che mi potesse vedere.
E mi volsi verso l'alcova, e vidi che stava tutta accoccolata, dormendo forte.
Mi venne un'idea, di vedere com'era fatta la donna, ma la cacciai subito, e mi feci un gran segno di croce, come per scongiurare il demonio.
Poi camminando in punta di piedi, pallido, sconvolto, stesi la mano alla cesta, ma la mano mi tremava e non voleva prendere la panelle.
Stavo sempre sotto agli occhi di Rachele, e la paura di Rachele mi fece sollecito, e afferrai la panelle e me la misi in seno, e corsi difilato rifacendo la via, e mi sentivi fischiare nell'orecchio: "Al ladro, al ladro!" Giunsi in mezzo ai compagni cosí brutto che pensarono non fossi riuscito; quand'io mi cacciai di sotto la panelle.
Saltarono, gridarono, batterono le mani, mi applaudirono, e in quel fragore io mi ripigliai e mi mangiai la mia parte.
Venne il dí appresso, e Rachele non trovò la panella, corse da zia Marianna.
La zia fece la faccia seria, e disse: "Ciccillo mi dirà la verità".
E mi chiamò che mi tremavano le gambe, e mi pose gli occhi negli occhi, e disse: "Ciccillo, chi ha rubato la panella?" Io scoppiai in pianto.
In quel tempo ero spesso malato; fin d'allora ero stitico, il mio male era sempre nel ventre.
Medico di casa era un certo Domenico Albanesi, che mi curava col metodo allora in fiore: purganti, salassi, clisteri, vomitivi e digiuni.
Un salasso mi rimase aperto parecchi mesi, e ne ho ancora oggi la cicatrice.
Per fin anno non bevvi piú caffè, perché ci sentivo dentro un odore d'ipecacuana.
Talora, vista inutile l'azione delle purghe, ricorrevano al sale inglese, a costo di, vedermi scoppiare.
Di sotto a quella cura usciva magro, e fragile e sottile come una canna, e pareva Nicola Villetta mezzo vivo e mezzo morto.
Capitolo quarto
GENOVIEFA
Anche oggi non posso pronunziare questo nome senza un battito di core.
Genoviefa aveva qualche anno piú di me, ed era mia sorella ed era l'anima mia.
Mi comandava con l'occhio dolce.
E cantava e saltellava sempre, ed era bianca e rossa, come dicono nel mio paese, Ci vogliono intendere ch'era bellissima.
Piccina la mandarono a Napoli a gran contentezza di zia Marianna, che la vestiva come una bambola.
Quando andava per le vie, con quelle braccia nude e bianche, era una gioia, e tutti la guardavano.
Mamma lo seppe, e si spaventò che con tanti vezzi e ninnoli non le guastassero il cuore, e rivolse la figliuola a casa.
Ci fu un gran dire.
Zia Marianna canzonava la mamma di quelle sue maniere semplici paesane, e strepitava che la era una rozza provinciale, e che non capiva la moda; e non voleva a nessun patto gliela togliessero via.
Mamma non aveva la zia in odore di santità, e trepidava a lasciarle in mano la piccina; era una buona donna, di costumi austeri, e non voleva orpelli né vanità.
Vinse l'autorità materna, e riebbe la figliuola.
Quella breve dimora in Napoli non le fu utile.
Venne tutta gentile, aggraziata di modi e di parlare, spigliata e maliziosetta.
Io la guardavo con gli occhi rotondi e fissi, e non sapevo staccarmi da lei; e lei mi prendeva in grembo e mi dava baci, e mi faceva girare come una pallottola.
Anche mamma faceva bocca da ridere a vederla ballare tanto carina.
Quando toccò a me di andare in Napoli, voleva menarla meco; mamma non volle, e io piansi assai.
Nelle mie lettere al babbo c'era sempre una riga per Genoviefa.
Quando narravo tra molti vanti le mie vittorie scolastiche, dicevo spesso: lo saprà Genoviefa e le farà piacere.
La sua immagine riempiva la fantasia, e si mescolava con la mia vita quotidiana.
Ero giunto verso la fine del quinto anno di studio.
Avevo sempre tra mano le Notti di Young, che mi facevano piangere, stupire, ammutire secondo la materia, mi percotevano e mi commovevano.
Quando Young lamentava la morte della figlia, che si chiamava Virginia, io lacrimava con lui.
Non so come, pensando a Virginia, mi veniva innanzi Genoviefa: cosí bella me la dipingevo e cosí cara cosa.
Un dí verso sera accompagnavo all'uscio un paesano che andava via, e mi fermai un poco a chiacchierare con lui.
"Sai, - dicevo; - tu m'hai da fare tanti cari saluti a Genoviefa".
"Ca quella è morta", disse lui sbalordito e facendo gli occhi grandi.
Io rimasi stupido.
Era proprio cosí.
Genoviefa era morta, ch'era quasi un anno, e non mi fu detto nulla.
Morta nel fiore della età, con tante allegre idee in testa! Facevo allora versi e prose, ma ero ancora piccino, e non avevo un cervello mio, e ricevevo le impressioni da libri.
Sazio di lacrime e di singulti, mi venne innanzi Virginia, e scrissi una lettera al babbo sulla morte di Genoviefa, ch'era una epistola tutta intarsiata di frasi e di parole a imprestito; Virginia c'entrava per tre quarti.
Il lavoro parve maraviglioso; il babbo andava leggendo l'epistola a tutto il paese; zio mi abbracciò e mi chiamò penna d'oro; i compagni mi facevano festa, e tra le lacrime mi usci il riso negli occhi.
Fu quello un gran trionfo per la mia vanità.
Queste prime apparizioni femminili, questi angeletti che, appena libata la vita, tornano in cielo ridenti e festanti, abbondano nelle immaginazioni umane.
Genoviefa fu la mia prima donna, veduta di lontano attraverso i libri, attraverso Virginia.
Questa piccola e cara morta mi veniva sempre in mente, quando mi si affacciava qualche nuova fanciulla poetica.
Vidi e capii Beatrice attraverso Genoviefa, e fino piú tardi la Graziella di Lamartine.
Capitolo quinto
L'ABATE FAZZINI
"E dopo, che farem noi?"
Questo motto di Cinea fu il tema d'una chiacchierata sul nostro destino, quando stavamo per terminare gli studi letterari.
Alla mia fervida immaginazione Cinea pareva un canonico, e Pirro era il grand'uomo.
Io sognava quasi ogni giorno d'essere un imperatore.
Quando mi vedevano a testa bassa e a bocca muta, mi davano un pizzicotto, e mi dicevano: "Che pensi?".
La famiglia s'era ingrandita.
Morto era Francesco primo, di cui non rammento nulla.
Ferdinando II, il nuovo re, richiamò gli esuli.
Tornarono i miei compaesani, e videro zio Carlo, e molte furono le tenerezze.
Poi, zitto zitto presero la via del paese, fatti savii da quel duro esilio di otto anni.
Solo rimase in casa zio Pietro, che ci menò anche gli altri due suoi figli, Aniello e Felicella, morta la madre.
Cosí tutto questo ramo di famiglia era in Napoli; rimaneva in paese il babbo con la sua famiglia, al quale si aggiunse zio Giuseppe venuto di Roma.
Aniello si teneva un po' piú alto di noi, perché era stato a Roma, e molto si vantava e diceva che lui piú piccino sarebbe stato a guadagnar quattrini prima di noi.
Giovanni era il diplomatico.
Un po' bassotto, aveva l'aspetto dolce e grave, parlava piano, sobrio nel gesto.
Io era furia francese, come mi chiamava zio.
Quando io ne sballava una grossa,"E viva la furia francese!" diceva lui.
Parlavo divorando le sillabe, con una furia che mi faceva balbutire.
Quando mi vedeva balbuziente, zio che voleva fare di me un avvocato, mi ricordava gli esercizio di Demostene, e mi diceva: "Sassolini in bocca!" E io fermava la corsa, ed ero cosí brutto con quelle labbra bavose.
Tutti mi canzonavano, tutti ridevano di me; ma io che mi tenevo un grand'uomo, faceva una scrollatina di spalle.
Quella mia indifferenza innanzi alle beffe pareva umiltà, ed era superbia.
La mia testa vagabonda, nella quale danzava l'avvenire nelle sue forme piú luccicanti, pregiava piú quella sconfinata ambizione di Pirro che quella savia temperanza di Cinea.
"Che farem noi?" "Compiremo gli studi, e poi eserciteremo la professione", diceva col tono piú naturale Giovannino.
"E faremo quattrini", mormorava Aniello.
"Bella conclusione! - rifletteva io, - e la gloria? Dove è la gloria?" Non sapevo cosí per l'appunto cos'era la gloria; ma quella parola rispondeva a tutti i miei sogni, a tutti i miei fantasmi.
Fu risoluto che il da fare per allora era fortificare gli studi letterarii e cominciare gli studi di filosofia.
Zio ci volle mandare presso i Gesuiti, a fine di dare l'ultima mano al nostro greco e al nostro latino.
Andammo, e quella scena non mi è uscita piú di memoria.
Entrammo in una stanzetta polverosa, con scansie a muro piene di vecchi libri, con una luce quasi fioca che ci veniva dall'andito.
A sinistra verso il balcone era un tavolino che chiamano scrivania, con certi ritieni di legno a dritta e a sinistra, e in mezzo era una grossa calamariera di bronzo.
Sul seggiolone sedeva uno di quei padri, con volto pallido, con cera malinconica, con occhio dolce, e aveva accanto in piedi un giovane padre, sottile e magro, che aveva qualche malizia nell'occhio, e ci guardava per di sotto.
Noi dalla parte opposta stavamo in piedi, e avevamo un tremore non so se di freddo o di paura, forse l'uno l'altro.
Avevo gli occhi sbarrati verso i padri, ma scalza malizia, anzi senza sguardo, con un'aria tra il presuntuoso e lo stupido.
Giovannino stava raccolto e placido.
Il giovane frate ci faceva le interrogazioni; il vecchio prendeva note come un cancelliere; talora si sogguardavano.
A me quel prendere nota dava sui nervi; e un certo risolino loro mi spiaceva.
Ci fecero leggere, tradurre; poi vollero una versione d'italiano in latino.
Lí ci cascò l'asino.
Non fu possibile uscirne a bene con quel metodo meccanico dello zio.
Dovemmo fare parecchi errori grossi, e quelli si fermavano leggendo, con quel tal piccolo riso, che voleva dire: "Come s'insegna male il latino!".
E ci fecero capire che non che essere ammessi nelle scuole superiori, potevamo appena entrare nelle elementari.
Uscimmo con gli occhi a terra.
La mia superbia era fiaccata.
Cosí non si parlò piú di Gesuiti, e me ne rimase questa impressione.
Zio ci menò presso l'abate Fazzini.
Bel palazzo e bella casa.
L'abate ci ricevette nella stanza da scuola, e ci fece molte carezze e ci dié de' confetti.
Era un bell'ometto, vestito di nero, con cravatta nera, tutto bene spolverato.
Parlava spedito, e accompagnava la parola col sorriso e col gesto elegante.
Non c'era ancora il laico, ma non c'era piú il prete.
La scuola dell'abate Lorenzo Fazzini era quello che oggi direbbesi un liceo.
Vi s'insegnava filosofia, fisica e matematica.
Il corso durava tre anni, e si poteva anche fare in due.
Quell'era l'età dell'oro del libero insegnamento.
Un uomo di qualche dottrina cominciava la sua carriera aprendo una scuola.
I seminarii erano scuole di latino e di filosofia.
Le scuole del governo erano affidate a frati.
La forma dell'insegnamento era ancora scolastica.
Rettorica e filosofia erano scritte in quel latino convenzionale ch'era proprio degli scolastici.
Le scienze vi erano trascurate, e anche la lingua nazionale.
Nondimeno un po' di secolo decimottavo era pur penetrato tra quelle tenebre teologiche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il sensismo e lo scolasticismo.
Nelle scuole di Napoli c'era maggior progresso negli studi.
Il latino passava di moda; si scriveva di cose scolastiche in un italiano scorretto, ma chiaro e facile.
Gli autori erano quasi tutti abati, come l'abate Genovesi, il padre Soave, l'abate Troisi.
Allora era in molta voga l'abate Fazzini.
Questo prete elegante che aveva smesso sottana e collare, e vestiva in abito e cravatta nera, era un sensista del secolo passato, ma pretendeva conciliare quelle dottrine coi principii religiosi.
Molto si dimenava contro le idee innate e le armonie prestabilite, e conchiudeva spesso: "Niente è nell'intelletto che non sia stato nei sensi".
Ma insieme si affaticava molto a dimostrare l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima e la rivelazione.
Come si conciliava tutto questo, non so; ma il suo parlare era brillante e persuasivo e ci bevevamo tutto.
Io assisteva a quelle lezioni con infinito gusto, e talora non dormiva contando le ore, impaziente di trovarmi in quella scuola.
La stanza era molto piú lunga che larga, e ci entravano circa quattrocento giovani.
Di prospetto era una tribuna bassa, dalla quale si vedeva a mezzo il vivace ometto.
Io stava in prima fila e non perdeva una sillaba.
Poi a casa prendeva il testo, ch'era la Logica e la Metafisica dell'abate Troisi; e non mi fermavo lí alla lezione; ma correvo correvo, divorato dalla curiosità di sapere quello che veniva appresso.
In breve, la mia testa fu piena di argomenti, di teoremi, di problemi, di scolii e di corollarii, di sillogismi, entimemi, e dilemmi; e divenni un formidabile e seccantissimo disputatore.
Non parlavo di altro che di Dio e di anima e di religione naturale e rivelata libri filosofici dello zio erano scolastici, come Storchenau, Corsini; c'era anche una metafisica latina di Genovesi, c'era un San Tommaso, un Sant'Agostino, libri tarlati e con la muffa.
Di latino non sapevo tanto ch'io potessi leggere senza fatica; perciò tutto quel latino mi seccava; e mi sentivo pur nelle ossa non so che smania di nuovo e di moderno.
Corsi alla biblioteca e mi ci seppellii.
Passavano dinanzi a me come una fantasmagoria Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, Lamettrie.
Prima leggevo a perdita di fiato; poi visto che ne cavavo poco, mi misi a copiare, a compendiare, a postillare.
Mi ricordo ancora quella statua di Bonnet, che a poco a poco per mezzo dei sensi acquistava tutte le conoscenze.
Quel Bonnet me lo trascrissi quasi per intero.
Se un uomo intelligente mi avesse guidato in quei lavori! Ma ero io solo con la mia foga e con la mia superbia, e facevo poco buon frutto e fatica molta.
A me però sembrava di venire un gigante in mezzo ai miei compagni, che aprivano gli occhi a sentirmi come un oracolo affastellare tante cose nuove.
Il professore diceva che il sensismo era una cosa buona sino a Condiliac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio.
Ragione per cui ci andavo io con l'amara voluttà della cosa proibita.
Queste letture non mi guastavano le idee, ch'erano sempre quelle del maestro, e guardavo d'alto in basso quegli autori, e dicevo con sicumera che Elvezio era un sofista e Lamettrie un chiacchierone.
Voltaire, Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di leggerli.
Il professore ci pose poi in mano il Burlamacchi, e piú tardi l'Ahrens per il diritto naturale, inculcandoci anche lo studio della Diceosina di Genovesi.
Qui c'era la famosa questione delle forme di governo.
Mi ricordo con che abilità se ne seppe cavare l'abate.
Conchiuse ottima essere la forma mista; ma modestamente diceva essere questa l'opinione di Montesquieu, non la sua.
Di conserva con la metafisica andava la fisica.
Era la Fisica sperimentale del Poli, un altro abate, credo, scritta nel solito italiano corrente.
A me pareva di entrare come in una nuova stella o in un nuovo mondo, quando cominciava uno di questi studi.
Come la metafisica, cosí la fisica mi facea girare il capo, mi tirava su come in un mondo superiore pieno di luce.
Il professore aveva a sue spese fatto un magnifico gabinetto, che poi fu acquistato dall'Università.
Aveva l'esposizione brillante.
Mi par di vederlo tra quelle macchine animarsi, gestire, colorire; aria, luce, elettricità; come si esaltava la mia immaginazione! Quella scintilla elettrica me la sentiva correre per le ossa.
Quell'uccellino che perdeva il fiato nella
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