LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 28
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f.f.
di Direttore di pulizia, che c'entrava come il Gloria nella messa di requie.
In quale altro modo doveva andare la faccenda? Le lacune di una stampata cedola intimatoria, buona tanto al sesso mascolino che al feminino, furono tosto riempiute a penna da uno scriba di genere neutro; e dopo un'ora appena, il Nunzio di conio lombardo stava già avanti al suo giudice per essere degradato.
- Dite un po', temerario, da quando in quà siete voi Nunzio? - Da trent'anni, otto mesi e sei giorni, Eccellenza.
- Chi vi ci ha fatto? - Il padre Curato del Duomo, Sig.
Direttore.
- Recitate voi l'imbecille? - Perdoni: avanti a V.E.
non mi sarebbe possibile.
- Volete dirmi un'ingiuria? - Non glie la voglio dire.
-Dunque voi vi spacciate all'estero per Nunzio Apostolico? - Veramente io mi spaccio per Nunzio Righetti, e quell'Apostolico sarà probabilmente un titolo disertore della corte Austriaca; poiché vorrei aver l'onore di morire qui addosso a S.E.
se ho mai avuto pel capo altri apostolati che quello di predicare indegnamente la gloria delle mie bevande calde e fredde, e di bandire la riputazione delle mie marmellate.
- Ma dunque quella Ecc.za Rev.ma come vi si è ella appiccata? - Senza merito mio, Eccellenza, e poco più poco meno come si appiccano de' cordoni rossi e delle sciarpe turchine a tanti petti indegni forse di chiudere un cuore anche da caffettiere e da tripparolo.
- Siete un impertinente.
- Sig.
Direttore, mi armonizzo per non far dissonanze.
Il Sig.
f.f., buon dilettante di chitarra francese, intese subito la malignità del frizzo; e mi duole dover ripetere tre parole lubriche nelle quali a quel punto proruppe.
Ma a storico fedele disconviene meno una oscenità che una negligenza.
-Cazzus! esclamò dunque il Sig.
faciente-funzioni, fottetemi in profosso questa carogna.
Con tutto ciò, intorno al vocabolo Carogna, non debbo dissimulare a discarico del Magistrato, che le opinioni dei filologi non vanno d'accordo: poiché se da un canto è vero che un dignitario di Roma vietò un giorno a me stesso che col ministero di quella voce io potessi indicare onestamente pure un asino morto, chi non ricorda dall'altro la purità, il candore, e la eleganza con che il piissimo Cesari di cruschevole memoria chiamò Divina Carogna, il Sacrosanto Corpo di Cristo? - Era la quistione a tai termini, quando il Circonciso, fatto avvisato dell'abbaglio del gazzettiere e del pericolo di Monsignore, comparve col copia-lettere sotto il braccio a difendere per acta et probata la innocenza del Nunzio.
L'onesto Giudeo, possessore in giro di Banca e in metallici per circa un milione, doveva chiarire ogni dubbio con somma facilità.
E così fu.
Solo si vuole, che il Caffettiere, al consueto fornimento dei dessert mosaici, si obbligasse per articolo segreto di aggiungere un'appendice in servigio de' politici e degli Epistolarii, al prezzo da liquidarsi colle differenze delle dignità e delle sportule hinc inde.
Avvisato quindi l'editor Milanese del grancio, il Caffettiere rimase e rimane in pace a costruire i pasticci.
- Buono per me intanto che il Sig.
f.f.
è andato a riunirsi a' suoi antenati!
Questi f.f.
sono lettere assai ficcanaso: ed altronde un abile poliziaco deve sapere anche quello che ignora, nella stessa guisa che un'onesta spia dice la verità fino allorquando mentisce.
Siamo al solito giuoco del corriere.
Se arriva in tempo, aggiungo: altrimenti abbraccio te, abbraccio Ciro, saluto gli amici, e spedisco.
Il tuo P.
Mi arriva la tua di giovedì 13.
La scorro con l'occhio, e vedo che tra questa mia e le precedenti ho esaurito quanto potrei qui solo ripeterti.
Solamente ti aggiungo che vidi giovedì il Corriere Belli che ti portava le carte da giuoco.
Da lui avrai avuto le mie notizie orali.
Ti abbraccio nuovamente con Ciro.
LETTERA 113.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI - MORROVALLE
[Da Pesaro, 8 giugno 1830]
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È vero, il tempo non è mai lungo, e la regolarità abbrevia tutto.
Oltre a ciò, le medesime occupazioni ogni giorno ripetute dietro la guida del dovere e sotto lo stimolo delle affezioni domestiche acquistano ben presto ne' cuori bennati un genere di dolcezza che vanamente si cercherebbe fuori delle virtuose abitudini.
La stessa monotonia de' luoghi diviene per noi allora una particolare sorgente di piacere.
In ogni oggetto crediamo di riconoscere un testimonio delle nostre azioni lodevoli, e un compagno fidato delle care emozioni che ci premiarono l'anima al compimento di quelle.
Chi troppo cambia di esercizi e di stanza, educa i suoi pensieri al desiderio, i desideri alla cupidità, la cupidità all'intemperanza; e così da sensazioni soverchiamente variate ed attive, esce finalmente il mal frutto della trista indifferenza e del tedio tormentoso.
Al contrario in un ritiro tranquillo, in un ritorno continuo d'idee sperimentate, l'uomo moderato raccoglie la propria imaginazione in se stesso, e la impiega ad esaminare meglio le risorse ed il fine della esistenza.
Famigliarizzato ogni dì più con que' suoni, con que' colori, con quelle forme, con quelle fisionomie del giorno precedente, si ritrova in costante accordo con loro, e fingendosi del resto un mondo a suo modo, lo accomoda facilmente alle modificazioni del suo spirito.
Quando le passioni dell'uomo ristretto dentro un circolo angusto di terra si celano alla onnipotenza dei casi, il di lui cuore trova nell'ozio di esse quella placida spensieratezza che ne deriva i benefici elementi della felicità.
E quando la mente di lui, affrancata dall'esterne distrazioni, conservi la libertà di se stessa, può allora conoscere l'intenzione della natura, seguirne le leggi, adoperarne i soccorsi, ad aspettare in pace dalla di lei fedeltà l'adempimento delle speranze della vita.
Per dirvi ora due parole di me vi assicuro che al punto della vita a cui sono, cominciano già assai a potere su di me i pensieri di riposo, di semplicità e di futura consolazione.
La vita umana, oltrepassato di poco il suo mezzo, non si compone più che di reminiscenze, le speranze e i progetti periscono in un fascio appena la mano fredda del tempo ne addita la tardità in ogni nuova intrapresa.
Senz'altro avviene che di un dolore esasperato ogni dì più dall'idea della distruzione che si avvicina, la virilità precipita nella vecchiezza, e guai, guai a que' vecchi che non si saranno preparati di buon'ora una riserva di conforto! Schivati nell'universo, espulsi dirò quasi dal posto che occupano nella società, costretti a cedere vigore, bellezza, salute, carezze a chi gl'incalza senza posa alcuna, essi rivolgonsi indietro aridi e afflitti spettatori degli altrui godimenti, a cui non è più loro lecito aspirare.
La gioventù, oltre all'allegrezza sua propria, può trovare de' piaceri dovunque, e fino negli stessi difetti degli uomini; laddove la vecchiezza sfortunata non può rifugiarsi che nelle loro scarse virtù; al giovane è sempre aperto il gran teatro delle illusioni a traverso alle quali i contemporanei si offrono a lui; pel vecchio non rimangono che le risorse della realtà, quasi tutte pur troppo dure e desolanti.
L'anima sua s'inasprisce, e i suoi difetti non più velati da alcun'apparenza di amabilità, lo abbandonano al solo conforto della pazienza e della compassione.
Per risparmiarmi pertanto al possibile la umiliazione di que' generosi sentimenti, io penso di fabbricarmi una felicità domestica, una felicità tutta indipendente dalle vicende del mondo; e ringrazio la Provvidenza che mi abbia concesso un piccolo amico, il quale, ricordevole forse un giorno dei diritti acquistati dalle mie cure alla sua riconoscenza, mi amerà, spero senza le viste interessate della personalità.
Ancor io, dunque, se potessi, sceglierei asilo in un angolo ignorato di terra, dove l'elezione congiunta con la necessità mi abituassero poi grado a grado a far di meno di agi di strepito, di varietà, di appetiti, di gloria, di tutto ciò insomma che aggirandosi nell'eterno vortice delle cose peribili, ci vieta di pensare a noi stessi.
L'amicizia di un mio figlio, e quella al più di un altro compagno che io avessi incontrato per la strada solitaria scelta per mio viaggio all'eternità, potrebbero bastarmi per dire: Ecco una vita che finirà senza rammarico...
LETTERA 114.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
D'in sull'Isauro, il giorno de'
SS.
Giovanni e Paolo M.M.
[26 giugno 1830]
Caro Checco
Sono molti giorni trascorsi dacché io doveva e voleva rispondere alla tua giunta, venutami nel riscontro del Sig.
Biagini, il quale si azzarda a scrivermi su carta intonsa! Questo lusso incivile non ancora dai libri si era esteso ai pistolarii.
Tanto ti dico e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(Chiari)
Tenerissimo l'epitaffio per la cara defunta! Parmi che già da lungo tempo meditandolo tra me ne facessi lettura.
Ti ringrazio ora di questo dolore, che mi è piaciuto di rinnovare.
Ma guarda che orecchiaccio egli è il mio! E non mi si è ficcato mo in capo che il volle fare del titolo avrebbe giovato meglio alla malinconia posto prima di Della sorella sua?
È una mia incaponatura (badiamo alla p.); ma questo vuol dire avere una testa.
Bell'essere acefalo.
Ho mandato incartati a Torricelli i saluti tuoi e quelli del Sig.
Domenico Cianca, pel quale ho pure riverito il conte Cassi.
Torricelli poi vi rifà salutati (come Coluccio) entrambi.
E già che siamo sulle spalle del Cianca, calchiamole un'altra volta, e poi basta.
Digli così: il gran Padre Destino ha dato un'accettata sulla corda che doveva legare Gazzani e la Ducrò.
Quella si è spezzata e questi se ne sono portati un pezzo per uno.
Silenzio tanto sulla corda che si fabbricava quanto sul taglio che l'ha troncata.
Se ne parlerà a suo tempo.
E voi che diavolo v'impasticciate di nuove, di passione e di gazzette? Faccio quello che mi pare, disse figurino.
- De' nostri progetti parleremo meglio a voce: spero presto.
Auguro davvero di cuore un ristabilimento a quella povera Erminiuccia! Abbracciami Peppe, e il buono...
no, ottimo Giorgieri.
Ma eh? Povero Giorgio IV! ad uso di ricetta.
-
Ed ora avremo forse un recipe Guilhelm pro usu.
Pillola dura! E il Lord Wellintone, che farà? -
Oh pure i grandi romori nel gabinetto di Queluz!
La Porta si sganghera.
Santa-Fé gronda: Gallia arde.
A Buenos Ayres tira aria cattiva.
Megico dà in ciampanelle: Don Fernando cogliona i figli maschi di S.
Luigi: Dante Algeri prepara una tragicommedia cum notis variorum.
S.
Nicholaosko piglia Armeni in Salviano, se non li compera a sconto di pigione.
Intanto le nuove elezioni oltre-monte si affrettano; i Dipartimenti bestemmiano per carità; e il Ministero cerca di lavorarli alla Polignacca.
Lauda finem.
Tanto ti aggiungo e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(aut.
cit.)
Ecco, c........!, come si sviscera il Mondo!
Spero di partire di qui tra pochissimi giorni.
-
Mettiti sulla porta, e quando passano amici, fa loro un baciamano per me.
Ma quel P.L., p.e.
o ex gr? Scrive, canta e stampa, che l'andrà bene? Veramente questa la indovinerebbe anche Giona che non dava sempre nel segno.
Oh buon Cavalierino! In Africa avrebbe ragione Maometto; e la profezia prudente rivolterebbe la testa.
Tutto il vaticinio è infiammato dallo spiro di Domus-aurea.
Ma se poi si apre la foederis-arca che qualche altro profeta minaccia? Allora...
ma perché si ha da aprire? Lasciamola chiusa; e abbracciamoci che è tempo.
Il tuo 996.
LETTERA 115.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Pesaro 13 luglio 1830 alle 10 antimeridiane
Checco mio
Bene fecisti, Caterinella.
A Ferretti voglio sempre bene; e diglielo.
Dunque sta meglio? Gaudeo.
- Sai? Da queste parti tutti mi dimandano che sia certo Avv.
Andrea Bàrberi che scrive circolari onde spacciare una traduzione sua del prezzo di 4 paoli.
Io rispondo: è un giudice.
- Che razza di giudizii va dunque facendo degli uomini? essi rispondono: - ed io: Uhm! - Sarà due ore un tal Piatelletti Ministro di Casa Antaldi mi ha domandato se io conosceva Piccardi.
Il Piatelletti non sa che fare del segreto lasciatogli da Piccardi in corpo.
Ed eccoti la tua lettera che mi parla di Piccardi.
Lo troverò in istrada perché io parto a mezzogiorno in diligenza.
Ecco perché scrivo male; ché del resto...
eh! eh! - Abbraccia te e lo Sdiquilito
Il tuo Belli
LETTERA 116.
A LUIGI VIVIANI
[6 agosto 183]
Ho finalmente avuto gli elementi del metodo Jacobot, concernenti i principii d'insegnamento universale secondo il principio della emancipazione intellettuale, da cui la Francia e più il Belgio vanno attualmente ottenendo conquiste di dottrina assai vicine al prodigio.
Non più i processi barbari dall'incognito al cognito, ma dal manifesto all'occulto: non il falso spirito di sintesi, fra non intesi elementi; ma la benefica ragione d'analisi stabilita sopra idee già possedute: ecco quel che prepara nell'età nostra alle menti puerili uno sviluppo maraviglioso di quelle facoltà che non negate dalla Natura quasi ad alcuno, la educazione conserva in così pochi alla società defraudata.
Ma io la prego di credermi: l'opposizione completa e dirò diametrale che questa moderna scoperta presenta incontro ad ogni vecchia pratica d'istruzione, dovrà in Roma richiamare gl'istruttori alla qualità de' discepoli, prima che possa dare alla patria un allievo: danno, da durare ai figli e ai padri che gli amano, finché la prepotenza del pregiudizio e dell'interesse non sarà vinta negli educatori dalla verità e dalla filantropia.
Per me, voglio io stesso fare una prova sopra me stesso onde il mio Ciro colga il frutto di un sistema di associazione ideologica, stato sempre consono co' miei principii, tanto che vado quasi orgoglioso d'averla presentito in certi miei lavori di storia, delineati presso a poco sul disegno che oggi nel Nord si colorisce con sì bel premio di successi.
Del resto mi piacerà di sapere se la enciclopediola che ho avuto l'onore di procurarle Le sembri almeno capace d'insinuare ne' Suoi cari bambini le elementari nozioni delle quali il Mondo Nuovo non permette più la ignoranza...
LETTERA 117.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, martedì 28 settembre 1830
Mia cara Mariuccia
Mentre sto aspettando la tua lettera di oggi, che il corriere di dimani mi dovrebbe certamente recare, ti andrò dicendo due parole e sulla tua del 25 e sulle altre nostre cosette di affari.
In primo luogo ti confesso che la mancanza di tuoi caratteri nell'ordinario di domenica scorsa mi aveva un poco sorpreso, stante la talquale importanza delle tue risposte: ma lungi dall'attribuire il tuo silenzio a tua omissione, io lo riferiva ad impicci di posta.
E quasi fu così.
Appena pranzato ieri vidi arrivarmi Gnoli correndo, il quale avendo rifrescato a Narni era solamente di passaggio, ed aveva lasciato in piazza il legno e i suoi tre compagni di viaggio.
Da lui seppi la dimenticanza dell'impostamento, ed ebbi la tua lettera.
Uscii per riaccompagnarlo alla carrozza, e trovai la sua compagnia essere tre curiali: Caramelli e Polidori diretti a Venezia, e Federici (quello che sposò la figlia vedova dell'Ambrosi) incaminato a Milano.
Tredici miglia lontano da Roma aveva ribaltato per un ruotino uscito dall'asse: essi però fortunatissimi non si fecero neppure un livido, né il legno soffrì nemmeno una graffiatura.
A Civita il vetturino ebbe la nuova della morte di un suo fratello, e qui poi ha dovuto prendere un rinforzo di cavalli.
Malgrado tutto ciò i 4 viaggiatori hanno in due giorni allegramente potuto percorrere la via da Roma a Spoleto.
- Mentre io rimetteva in legno l'avv.
Gnoli fra le corna di due o trecento bovi perugini che passavano per Roma, eccoti un'altra vettura di passo! Chi è? È Puccinelli con tutta la sua famiglia che va a visitare il figlio maggiore nel Collegio di Spello.
E qui toccate di mano, addii, etc.
etc.
Gnoli ha ritratto dal viaggio molto giovamento, e questo puoi farlo credere con sicurezza alla moglie che mi saluterai.
- Nulla ti dissi di Spoleto, non avendo ciò merito di occuparmi.
In quattro giorni ho veduto, letto, e disposto.
Credo che potrà andar bene.
- Va bene dell'inscri.e Trivisani.
E Deminicis non risponde! Uhm! - Circa a Frosconi avrai comunicato la risposta a Zuccardi.
Insomma, cos'è? È poi svanita la fortuna dello zio della moglie? o che sia morto? Ma se fosse morto lasciandole bene, esse non avrebbero abbandonato la loro benedetta Parigi.
Mi confondo.
- Se rivedi il Marchese Antici salutamelo; anzi per suo mezzo vorrei (se fosse possibile) far chiedere scusa al Sig.
Honory se nell'unico momento in cui lo vidi, il bisogno del dire e del dimandare altre cose mi fece mancare al dovere di offerirgli la società ristretta della nostra casa.
Potresti per mezzo del Marchese Antici, a tuo e mio nome, far supplire? - Le notizie di Ciro nostro mi consolano assai.
Io penso di occuparmi molto della sua vita, se Iddio prolunga la mia.
Dagli tanti baci per me; e ringrazia Stanislao.
- Venendo ora all'affare con Peppino, non credere che mentre io procuro di persuaderti pro bono pacis, io non traveda il punto vero della ragione; ma che vuoi fare con questi cervelli duri e storti come corni? Se Fratocchi non ti farà per la tua porz.e qualche agevolezza avremo evitato con 25 paoli un'altra tiritera che finirebbe il giorno del giudizio.
Tu sai che con altre persone e in altri affari ho voluto e saputo sostenere il tuo diritto, ma qui mangio ad una tavola e tratto con gente diversa, e mi parrebbe aver l'aria di un cursore sotto le cibarie, malgrado tutto lo splendore del dritto che esercitassi.
Quindi accetto con riconoscenza l'arbitrio che mi dai.
Se peraltro fosse in tempo (come credo bene) di togliere dalla procura l'espressione delle spese del rogito di essa, potrei procurare di fare un altro tentativo per fartele risparmiare: altrimenti lasciamo correre.
- Saluta e ringrazia Pippo.
Qui piove sempre, e vi son feste d'ogni genere per la fiera di Campitello.
Io non esco mai di casa, e passeggio assai pel salone.
- Ricevo la tua del giorno corrente: qui non c'è più carta: dunque ti aggiungerò un altro mezzo foglio.
Ti abbraccio di cuore.
LETTERA 118.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 1° ottobre 1830
Mia cara Mariuccia
Avrai avuto la mia di mercoledì 29 settembre.
In quest'ordinario non ho avuto tue lettere: spero che ciò sia per aver tu mancato ieri di tempo in cui rispondere alla sudd.a mia.
Nella notte da mercoledì a giovedì alle 11 meno 10 secondi pomeridiane, si è sentito un terremoto molto forte e ondulatorio a quanto mi parve.
Io aveva cenato da mezz'ora e stava scrivendo appunto la parola terremoto per servirmene in certo mio lavoro.
Appena chiamato rispose.
Scrivo in una bottega: che penna! Ti abbraccio, e mi riporto all'ultima mia.
Sono il tuo P.
Mille baci a Ciro.
LETTERA 119.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, giovedì 26 maggio 1831
Mia cara Mariuccia
Parve un destino! Non dirti neppure addio prima di partire benché fra noi ne fosse poco prima stato parlato! Ma Publio stava alla finestra del camerino fumando; Menicuccio andava su e giù seguitando i facchini: io in sala a far la guardia alla casa e al bagaglio che restava tuttavia su.
Quindi dovetti scendere io stesso per invigilare alla collocazione e alla salvezza degli oggetti: allora chiamato discese anche Publio, e Menicuccio salì.
In questo io avrei dovuto ritornare su a salutarti, ma il vetturino m'intontì colla fretta e partì.
A Fontana di Trevi mi accorsi del mio mancamento, e ne mostrai gran rammarico.
Publio voleva tornare indietro, ma a me parve tardi, ed oltre a ciò cosa irregolare il ribussare alla porta, e far rialzare Menicuccio che forse già rientrava nel letto.
Tu mi avrai peraltro aspettato, e ti sarai maravigliata del mio procedere; e se forse il moto del legno non ti avesse avvertita della mia partenza, non avresti saputo che pensare non vedendo più alcuno.
Publio però e questi della famiglia possono essermi testimonii del rammarico che fin qui ho sempre dimostrato del fatto.
- Alle 4 uscimmo dalla porta Maggiore, cioè circa alla levata del sole; ed all'avemaria eravamo già sotto le mura di Veroli: viaggio felicissimo, eseguito con rapidità, interrotto da sole tre ore di rinfresco cioè due a Valmontone, 25 miglia da Roma ed una all'osteria di Alatri, 5 miglia distante da Veroli: viaggio, ripeto, felicissimo, in ottimo legno, con eccellente vetturino, pieno di libertà e comodo, sotto begninissimo cielo, e sopra una lieta strada fra amene campagne.
Qui ho trovato affettuosa ospitalità, casa superba, e clima eccellente, benché ancora alquanto freschetto.
Io arrivai così leggiero come quanto partii: 60 miglia mi parvero una delle trottate fatte da noi insieme per Roma.
Sto bene, ho appetito, e odo dirmi che di ora in ora mostro un viso più chiaro e più vivo.
Miracoli, so bene, l'aria non ne fa; ma pure il buon'animo che accompagna queste assicurazioni de' miei ospiti mi riempie di gratitudine e di fiducia nell'avvenire.
Della festa qui celebrata martedì a sera e ieri per la...
LETTERA 120.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 7 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Sono al solito dispiacere, di udirti così oppressa di fatiche, delle quali quando sono lontano non posso darti un sollievo, e quando son vicino neppure, mentre tu sempre mi ripeti esser la nostra una barca da condursi da una sola mano: la qual cosa per dir la verità nella massima parte la credo.
Ma almeno allorché la perversità de' tempi vorrà permettertelo, procura di prendere qualche poco di svario.
Anche qui la stagione va strana.
Allorché arrivai, trovai freddo; poi il tempo parve rivolgersi al buono: da qualche giorno però sono tornate acque, venti e stravaganze.
Intanto io sto coperto della mia lana, e non soffro di simili variazioni.
L'appetito regge e le guance pare che si rigonfino alquanto.
- Io stesso ho secondato i tuoi sproni su Publio onde fissi con la madre la mia dozzina.
Egli però soffre di una porzioncella di quella indolenza che rimprovera nel fratello Icilio; questo non nuocendo nulladimeno alle di lui buone qualità.
Ma spero che lo farà quanto prima e te ne darà ragguaglio.
Egli già non è affatto capace di dolo; perciò solamente per tuo avviso ti faccio sapere che la vettura sin qui con tutte le spesette straordinarie di viaggio fu da noi due pagato a metà.
Col vetturino verolano avrebbe pagato lui avendoci affari particolari.
Ma questo motivo non sussisteva più con un altro conduttore.
- Vedremo cosa saprà fare quel capo-d'opera di Vulpiani.
Io credo che se egli si approfitterà della ospitalità che noi già gli offrimmo per un mese, non ci sarà lecito di tirarci più indietro.
Dio volesse che ciò potesse contribuire a far risorgere i di lui affari onde migliorino anche i nostri con esso.
Ma particolarmente in queste circostanze di tempi, chi sa! - Dimmi un poco: trovasti un tomo del Giraud che Publio lesse la sera antecedente alla nostra partenza? Mariuccia mia da' mille baci a Ciro nostro, e benedicilo.
Amami poi e credimi il tuo P.
che ti abbraccia di cuore.
LETTERA 121.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 14 giugno 1831
Di molta soddisfazione mi sarebbe riuscito e mi riuscirà quandunque sia il vedere il carattere del nostro caro Ciro ed in esso una prova del di lui ben essere.
Ma poiché, siccome benissimo tu dici, una lettera, per quanto breve la si voglia, egli da per sé non potrebbe né concepirla né farla, così sono contentissimo che ciò accada allorquando la necessaria assistenza ti resterà meno incomoda a prestargliela.
Intanto abbraccialo di tutto cuore per me.
- Publio mi risponde che egli ti ha scritto nell'ordinario scorso, cioè sabato 11.
Sul proposito però della mia dozzina non ha fatto fin qui nulla, e questa mattina alle mie istanze assai premurose opponeva l'essere a me facilissimo l'offrire quello che mi paresse secondo la proporzione del trattamento che io vedo farmisi.
Il trattamento è quale in una famiglia si può desiderare; ma che io mi avanzi a fare offerte o contrattare su ciò che deve non solo risguardare un interesse mio personale ma la stessa mia propria delicatezza, lo vedo oltre le forze del mio carattere.
Quindi alle nuove preghiere da me avanzategli affinché accomodi egli questo affare secondo il già convenuto concerto, mi ha promesso che certamente lo farà, e che tu poi senza complimenti conchiuderai a piacer tuo.
Circa al Sig.
Bochet, qualora dietro buona giustificazione tu avrai sborsato del denaro al di lui raccomandato, per altrettanto di meno accetterai e pagherai l'ordine, se mai te lo spedisse per l'intero senza prima essersi con te chiarito sui pagamenti anteriori.
Io mi ricordo assai bene che quando Vulpiani disse di voler venire a Roma, aggiunse che avrebbe seco condotto il figlio Domenico.
Per lo che la nostra offerta non avrebbe oggi cambiato termini.
- Non saresti per avventura stata un po' troppo generosa col Dottore in proporzione del numero delle visite? Nulladimeno non trovo a ridire su quel che hai creduto di fare, tanto più in riguardo alla buona ed amorevole cura da lui usatami.
- In casa Falconieri è difficile che la conversazione si regga.
Co' begli anni fuggirono loro anche tutte le belle e piacevoli cose.
Pure è gente che merita molto pel loro buon cuore e la loro costante amicizia.
- Mi dispiace assai il funesto caso di Angelina, e neppure ho udito con indifferenza la disgrazia dell'amica di Margherita, quantunque non la conoscessi.
- È certo che la pendenza Trivisani può contarsi a veglia!
Ringrazio senza fine il buono amico Stanislao del gentile paragrafo da lui aggiunto sotto la tua lettera degli 11.
Piacevoli mi riescono le cose che egli mi dice circa alla mia salute, ed altrettanto grate le notizie del Torricelli, al quale ha sul mio conto risposto benissimo, ed il vero.
Mi sorprende però di vedere la tardanza del di lui raggiungere il suo.
M.r Delegato di Ascoli.
A quest'ora lo avrei creduto partito.
- Vedendo Biagini salutalo tanto tanto, e dimandagli se è finita la faccenda pecuniaria con Scifoni e Marini.
Saluto tutti gli amici, e ti abbraccio con vera affezione.
Il tuo P.
LETTERA 122.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, sabato 8 giugno 1831
Non mi fa maraviglia che nel passato giovedì non avessi tu ancora alle 2 pomeridiane ricevuto la mia del 14, n° 4, mentre sai bene che talvolta il portalettere tarda.
Quel che mi fa specie si è come giovedì tu non avessi avuto ancora la lettera che Publio mi torna ad accertare di averti spedita la sera di sabato 11.
In quella egli dice che ti dava discarico a quel che ti doveva dire.
Dentro questa stessa settimana però egli ti ha scritto un'altra volta per mezzo del vetturale Geralico che fa ricapito a Grotta-Pinta; e in questa lettera deve averti parlato della mia dozzina.
Spero che a quest'ora ti sarà arrivato tutto.
- Diverse cose mi vanno passando per la mente riguardo agli ostacoli che tu mi dici insorti nell'affare Corsini.
Non te ne tengo ciononostante proposito, onde non pormi a fare l'indovino.
Mi duole però assai che anche questo sia venuto ad aggiungersi alle altre tue non poche brighe.
- Ciro, ripeto, lo farai scrivere quando potrai: intanto mi basta di sapere che egli, unitamente a te, stia bene.
- A Stanislao replicai nell'antecedente.
- Il Sig.
Dolcibene a te cognito mi fece molte cortesi esibizioni prima della mia partenza: profitterei della sua bontà se mi facesse venire alla prima occasione di un Conduttore di Diligenza (diligente) tre scatolette di terra-cattù di Mondini e Marchi speziali a S.
Paolo in Bologna, delle quali una con aroma, e due senza aroma.
In tutto saranno tre paoli, costando un paolo l'una.
Colla prima occasione poi che si presenterà, dopo venute da Bologna, mi farai il piacere di mandarmele.
- Mi dirai poi qualche cosa in proposito alla mia dozzina di cui non so nulla.
Spero che sarà una cosa discreta.
Alla presente (se non hai cose di somma importanza) non rispondere subito, onde rimetterci in corrente senza incrociature.
Amami, Mariuccia mia, e sta bene.
Il tuo P.
LETTERA 123.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 21 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Nella carissima tua di sabato 18 cominci colla mia salute, di un nulla io ti aveva detto nella mia antecedente.
Ma tu hai riflettuto benissimo: niuna nuova, buona nuova.
- Publio, oltre alla lettera ch'egli sostiene averti inviata coll'ordinario degli 11, ed oltre ancora all'altra rimessati per via del vetturale che va a Grotta-Pinta, te ne ha scritta una terza nella quale riepilogò tutto.
Questa poi mi pare sicurissima perché andai ad impostarla io stesso il giorno 18 insieme con la mia n° 5, la quale avrai certamente ricevuta.
Ieri Publio andò a Frosinone e torna questa sera.
Là ci è stata la festa di S.
Silverio Protettore della Città.
Tanto egli quanto l'amico che ve lo ha condotto colla sua carrettella volevano condurvi anche me, ma tu sai se un paio di migliaia di corna di buoi e quattro migliaia di zoccoli di cavallo sieno oggetti di chiamarmi a correre.
E quando vi avrai aggiunto un fuochetto artificiale di 20 o 30 scudi ecco tutto ciò che deve far superare l'antipatia di trovarsi in luoghi strettissimi in mezzo a una confusione di villani.
Vi andrò anch'io a Frosinone, ma a cose quiete: tanto più che amerò di vedere Renazzi e la moglie.
- Vedi che circa ai pagamenti Bochet non accadranno incrociature, e forse questo modo di pagamento a rate potrà, credo, riuscirti più comodo; quantunque tu mi risponderai che se il francese non ti avvisa prima, la dilazione delle rate equivale a zero.
Sempre mi confermo che non giudicai male della certa specie di eccessività nel pagamento del medico: e vedi che tu pure ti eri tenuta agli Sc.
44, che andavano benissimo.
E poiché non mi avevi fatto la storia della discrezione dottorale, io dovetti crederla generosità tua.
Or guarda che lappa che è quel sig.
Medico! Bisogna che creda che durante questa mia ultima malattia abbiamo vinto un terno.
Nella malattia antecedente per 40 visite si contentò di Sc.
10, che tornano a bai: 25 per visita; ed ora ha portato il suo merito sino quasi alli paoli 5 per ogni salita di scale.
Bel guadagnare circa uno scudo al giorno, in venti minuti, con una sola clientela! Per Bacco nuoce quasi più il medico che la malattia!
Se tu vuoi vedere lo specchio delle nostre ipoteche attive, va' al credenzino del mio lavamani, e nei vani che passano tra protocollo e protocollo troverai inserito un mezzo foglio di carta che le comprende tutte, meno quella circa Peppino rimasta in bianco per la indolenza invincibile di Garavita.
Detto foglio, appena tu ti accosterai, ti salterà agli occhi.
Intanto però ti dico che la ipoteca a Fioravanti non esiste tanto perché l'epoca (come apparisce dalla posizioncella che ti ho lasciato) fu privata, quanto perché non si è potuto inscrivere neppure giudizialmente pel non essersi mai presa sentenza circa il debitore.
Di Trivisani però esiste il borderò in posiz.e, mandatomi a mia richiesta l'altr'anno da Giacopetti che ne lo incaricai.
- Ti raccomando a questo proposito la rinnovazione imminente contro Costanzi.
- Questa notte è partito di qui il tenente Onofri venuto quasi inutilmente a far reclute in questa provincia.
Dice che verrà a vederti.
- In Veroli è maritata una figlia della Valdambrini, credo quella che doveva prendere Orlandini.
L'ho veduta una volta qui in casa.
Ora è in convalescenza della rosolia.
Abbraccio di nuovo te e Ciro nostro.
Il tuo P.
LETTERA 124.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, 25 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Rispondo alla tua de' 23 in cui mi chiedi conto del trattamento che io qui ricevo onde su quello e sulla soddisfazione che me ne risulta stabilire una norma circa la moderazione o eccessività della dozzina proposta in Sc.
12 mensili.
Già in altra mia io ti dissi che quello che in una famiglia casareccia si può sperare io qui l'ottengo.
Per darti però una migliore idea delle cose entrerò un po' meglio nel dettaglio di esse.
La bontà e la premura con cui qui sono trattato sono grandi, e anche somme, e anche diremo eccedenti, trasformandosi assai di sovente in un assedio da far capitolare la resa senza neppur l'onore delle bandiere spiegate.
Ma che vuoi fare? L'unica che potesse qui avere una giusta idea del mondo civile e di quanto può fare la vita riposata e paga, sarebbe la Sig.ra Nanna; ma premettiamo anche in lei un certo tal quale guasto procedente dalla operosità insistente ed efficace dell'esempio che la circonda; e se poi ci aggiungeremo in diffalco tutta la parte d'animo che deve ella concedere ai Sagramenti, alle Chiese, alle preghiere, ai digiuni e a qualche altra praticuccia di religione, le cure che le restano disponibili nel cervello e nel cuore possono certo bastare e bastano a farne una eccellente madre di famiglia ed un'ottima economa di una casa, ma non mai una donna, dai cui consigli, e previdenze e providenze abbia a nascerne quel bell'ordine di proprietà e di comodo il quale con gli elementi qui in casa esistenti si potrebbe sperare e ottenere.
Quindi, per dire più specialmente di me, una superba stanza piena di tele di ragno: elegantissime persiane che la furia continua dei venti qui dominanti vuol sempre in agitazione, e in istrepito, e chiuse, per mancanza de' necessari fermagli: dodici ampii cristalli sporchi in modo che non la vista degli oggetti esterni, ma né anche la luce solare può quasi più avervi passaggio: un moderno camminetto di bel marmo bianco affumicato dalle esalazioni interne del bucato del pianterreno: un larghissimo letto dal quale escono i piedi di fuori per la sproporzione delle misure, soffice in modo che o i detti piedi, o la testa, od i fianchi vi s'ingolfano fino agli abissi: una nobile coperta che scopa la terra da tutte le parti: una scrivania alla moda colla zella incozzata in più d'un luogo; due ben modellati comò, con tiratori che vogliono chiudersi da quella parte che loro più piace: una lucerna ricolma d'olio e ridondante come una fontana: un'altra senza boccaglie e i di cui stoppini all'improvviso ti si nascondono e ti lasciano al buio: una tovaglia finissima sparsa di frittelle, una camera da pranzo tutta addobbata di bel parato e di oggetti da cucina: tre gatti che si fanno pagare il loro ufficio contro i topi a furia di saltarvi fin ne' piatti che vi stanno davanti mille mezzi per difendersi dalle mosche, e nulladimeno un milione di mosche per ogni palmo quadrato di spazio: una sostanziosa cioccolata da tagliarsi a fette, una studiata minestra senza brodo e colma di pepe o garofani, un pollo ricercato sparso da un capo all'altro di schiuma: carbone sparso qua e là, caduto dal canestro a chi stira: un'insalata cotta, ma cotta in tanta estensione del termine che non vi rimangono più che le fibre: un solo cucchiarino da caffè per tutta la carovana: neppure uno sgommarello per dar la zuppa, un'acqua calda per la barba e pei denti piena di fuliggine, o di fondi di caffè, o di grasso di pila, o di rimasugli d'ovo sbattuto, o finalmente odorosa di fumo.
Un collo di camicia col baffetto, un gilè colla ciancicatura, un fazzoletto col bughetto rispettato.
Etc.
etc.
etc.
Il trattamento poi di cibarie è quale la estrema scarsezza di questo paese può farlo ottenere migliore e non burlo.
La mattina cioccolata: a pranzo minestra tre cose e talora più: quindi caffè: e la sera si ripeterebbe altrettanto ma io vado assai piano (*).
Onde procurarsi però il vitto da fornire la tavola, dice la Sig.ra Nanna (e la credo) che deve quasi metter gl'impegni.
Le carni scarse e non troppo buone; rarissimi polli, erbe quasi nessuna: insomma un paese senza industria e senza coltura.
Quindi carissime le vettovaglie che conviene disputarsi in piazza un coll'altro e incettarle anche prima che arrivino.
E la Natura pure produce qui come altrove! Or figurati se è ora così che il governatore attuale vi ha in qualche modo provveduto, cosa sarà stato prima, che il forno spesso mancava di pane; non vi era mai mercato, si vendevano con fraude quasi tutte le carni morticine del territorio, e il pizzicarolo non teneva fuorché cacio pecorino, merluzzo salato, e salacche tarlate.
Pure qui tutti contenti in questo paese.
Venendo ora alla dozzina, sul serio, computata colazione, pranzo, cena, e se volessi merenda: computato l'alloggio, il lume, il consumo di biancheria, la lavatura e stiratura, e la servitù, qui dove tutto si ha caro e con difficoltà, non mi pare eccedente.
Già non vi starò neppur molti mesi per mille ragioni municipali, ed atmosferiche, e civili.
Mi basterebbe ricuperarvi perfettamente la salute, e poi ambulo.
Col dimorarvi ho scoperto un clima di un'incostanza infernale: certe strade che sembrano scale dell'ultimo piano del Palazzo Poli; e poi certi abitanti...
e poi certi speziali...
Basti dire che il primo fra questi è un doratore, che di cento medicine ne tiene in bottega una dozzina al più; e spesso manca di cassia; e quando l'ha, se non gli tenete sempre gli occhi addosso e vi divagate un tantino, traffete vi ci ficca la mela cotta, o l'acqua, o il diamine che se lo porti: e ciò per aumentare il peso senza diminuzione del fondo di farmacia.
- Un medico quindi!...
ma che medico! fa' dei pessimi sonettacci satirici, ma pure lo credo assai più abile in quelli che nel conoscer la febbre.
- A proposito, da varii giorni mi ripizzicano de' doloretti al petto, alle braccia, e alle mani: un buon medico di Frosinone progetterebbe una ben saturata decozione di...
di...
(non so se lo scrivo bene) di legno guaivo presa per 40 mattine, sostenendo egli che dopo un male reumatico lungo senza un decotto non si guarisce mai bene.
Che ne direbbe Mazzucchelli? - È finita la carta.
Addio: addio.
Abbraccio di tutto cuore te e Ciro nostro.
Il tuo P.
(*) E se fra giorni volessi mangiare magari, ché anzi questo è un soggetto di angustia il salvarmi dalle continue offerte e dagli stimoli di questa natura.
Publio è andato oggi a Ferentino a seccarsi e perdere il sonno.
Io ho preferito di fare il mio comodo: e questa sera quando tornerà gli darò la tua lettera che ho ritirata per lui alla posta.
LETTERA 125.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, 30 giugno 1831
Partirò certamente, Mariuccia mia, e con questi di casa non è necessario alcun pretesto, avendogli io già manifestato chiaramente che la stemperatezza di questo clima mi caccia.
Circa all'interesse sono contentissimi che tu lo accomodi con Publio: si potrà ratizzare sulla mia dimora fatta fino al punto della partenza.
- Tu mi dimandi perché non ti ho dato prima un cenno delle cose che ti dissi nella mia precedente.
- Te ne ho parlato quando era tempo di aprir bocca.
Il tempo anteriore fu consumato in esperienza.
Appena qui giunto, e per qualche giorno di poi, ti dava buone nuove di mia salute, e diceva la verità.
Lo stomaco era stato il primo ad accorgersi del mutamento di clima e se n'era mostrato contento.
Dopo sono succeduti ad avvedersene i muscoli, ed hanno collo stomaco fatto causa a parte.
Allora ho aperto gli occhi io, e ho cominciato meglio ad osservare la bisogna.
Questo paese è situato sopra una montagna tutta scogli, e tutta scoperta.
Ieri cambiò temperatura cinque o sei volte, e sempre da un eccesso all'altro.
Me lo avevano dipinto per un paradiso: potrei anche crederlo per l'elevatezza sua, ma pel resto somiglia meglio all'inferno.
Non ti dico che l'aria non sia buona: non può anzi essere che ottima; ma per reggere alle stravaganze delle montagne è necessaria una costituzione meno scompaginata della mia.
Ciò riguarda al fisico.
Circa poi al civile non ti dissi nella mia ultima che la metà.
Figurati tre giorni addietro la Sig.ra Nanna non trovò un uovo per tutta Veroli, onde darmelo la sera.
Ieri mattina fece girare e battere ad ogni porta onde trovare un paio di piccioni.
Li ebbe finalmente a gran ventura, ma grossi come due quaglie le costarono due paoli.
Ieri sera io aveva necessità di un poco di cassia: il povero Publio dové tornare a casa senza averla potuto portare.
Per farmi un poco d'insalata cotta, bisogna ordinare la cicoria un giorno avanti.
Purtuttavia questa tavola è molto a sufficienza provvista, ma tutto gronda sudore di chi lo ha procacciato.
La carne di macello si deve comperare quando c'è, e poi metterla in grotta.
- In quanto poi all'interno della casa essa è bella e sarebbe anche assai comoda, ma la poca cura manda tutto in deperimento.
La cortesia de' padroni di casa può dirsi senza uguale, ma è una cortesia campagnola che ti porrebbe la casa in collo senza comprendere che il peso eccederà le tue forze.
Prenda un poco di questo: sono tenerissimi: e saranno cavoli.
- Senta com'è delicato e leggiero questo umido: e saranno funghi, la di cui leggerezza la misurano a peso di stadera, e non a capacità di stomaco.
E mangi qui, e riprenda lì, e assaggi di questo, ma lei non mangia niente, ma lei muore di fame, ma lei fa penitenza: e beva un altro bicchiere: e si sforzi; e faccia un poco di merenda ma i suoi dolori provengono da debolezza, etc.
etc.
Intanto io vado scoprendo certe codiche di porco cotte col lesso, vado sentendo pepe e garofani, bevo un'acqua che sa di terra, benché a questi signori sembri acqua celeste, e debbo tutto giorno lottare contro le cordiali insistenze di chi è incapace di essere illuminato quando certe cose non le capisce da sé.
- Mi dicono: Lei sta sempre solo, e si annoierà.
Come vuoi fare altrimenti? Io ho bisogno di riguardi.
Se scendo all'appartamento della signora, trovo tutto aperto, e spesso per le stanze fischia la tramontana come in piazza.
È vero che qualche volta al mio apparire si chiude qualche finestra in qui e in là, ma io mi accorgo assai bene che quello che giova a me nuoce agli altri, e riesce loro un gran sacrificio.
Figurati, la conversazione è composta di tre o quattro persone che giuocano a calabresella in mezzo proprio di una stanzetta con quattro finestre, due porte e un camminetto, che vale a dire sette buchi tutti spalancati.
La Sig.ra Nanna sta in camera sua a dir le orazioni con le figlie; ed io in camera mia a sbadigliare, ma almeno a finestre chiuse.
A due ore e mezzo ceno.
Publio e il Governatore che fan parte della calabresella, cenano verso le due e vanno spesso a letto coll'alba.
Potrei io far questa vita? - Venghiamo adesso alla mia partenza.
Ho fatto consiglio colla Sig.ra Nanna e con Publio.
Due mezzi vi sono: o la diligenza di Frosinone, o la vettura.
Col primo mezzo eviterei la pessima nottata a Valmontone, ma c'è l'incomodo di andare di qui a Frosinone con tutto il bagaglio; e questo è poi soverchio per la condotta della diligenza.
In vettura porterei tutto con me, ma si fa la tremenda nottata fra le cimici di Valmontone.
Or senti bene.
Dimani torna da Roma quel vetturino che io cacciai via allorché venni qui.
Con esso combinerò il giorno ed il modo del partire, e se egli (come qualche volta lo fa) accudisce a fare tutta una tirata, te ne avviserò, e tu mi favorirai di farmi trovare alla porta la facoltà del Conte Moroni firmata e bollata col suggello di uficio a scanso di dispute.
E se potrai unirci anche un lasciapassare te ne sarò grato.
Ci sentiremo però meglio quando avrò parlato col vetturino.
Intanto ho scritto alla Roberti, ma solamente per prevenirla.
La decisione definitiva la prenderò a Roma, perché vorrei almeno arrivare da quella povera gente senza dolori.
Se mi ripigliano là, pazienza; ma scendere dal legno per così dire onde mettermi a letto, non mi parrebbe coscienza; e neppure mi azzarderei a un viaggio lunghetto se non mi sentissi in forze e in sanità sufficiente.
Oltrediché arrivato a Roma dovrò riformare e mutare faccia al bagaglio per passarlo dal baulle alla valigia, e lasciare tante cose che per la diligenza peserebbero troppo.
Dunque il posto non me lo fissare.
Questo si fa presto; ed altronde non mi parrebbe prudente l'obligarmi così in anticipazione a un proseguimento di viaggio che per qualunque motivo mi potesse riuscire ineseguibile pel già fissato momento.
Non mi dilungo di più, avendo scritto abbastanza, e dovendo presto correre ad impostare perché è tardi.
Abbraccia Ciro nostro, e benedicilo.
Intanto godo anticipatamente del piacere di rivederlo unitamente a te, che stringo al cuore dicendomi
Il tuo Peppetella.
LETTERA 126.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Morrovalle, 31 luglio 1831
Mio caro Neroni
Dove siete? Io son qui, dopo aver passeggiato per molti giorni la provincia di Campagna, troppo bello e sfortunato asilo di ladri.
Mi tratterrò in questa terra alcun poco di tempo, alieno pel corrente anno da' miei giri nel Nord d'Italia: ché tre mesi di mori-e-non-mori; 14 libbre di sangue accordato generosamente alla punta di una lancetta e alle trombe di 65 mignatte; dodici vescicatoi; un paio di dozzine di purghe, un battaglione di lavemens, Monsieur; un codicillo di senapismi; 50 giorni di sole bevande insustanziose; una penitenza, una eucarestia, e un preludietto di crisma; le son coserelle da non menar tanto per l'allegra due gambe di un povero galantuomo.
E così è che mi convenne non ha guari scontare sette anni di perfetta e robusta salute, co' quali era io stato dal 24 al 31 premiato di un altro settenario di patimenti sofferti già dal 17 al 24.
Laude sempre ne sia alla Provvidenza che si degna assaggiarci nel crogiuolo de' malanni.
Basta di me.
E voi, mio stracarissimo amico, come state? come ve la passate? Fra le delizie certo di una consolante famiglia, giunta da età e stato di coronare le paterne sollecitudini.
So de' vostri due figli che han dato soggetto ad encomii pubblici per la loro eccellenza nella bell'arte che vi ha sempre sedotto.
Bravi! Me ne rallegro e con essi e con voi.
I Voltattorni? Li saluto tutti e singoli; e qui sta bene un etc.
Abbraccia Neroni suo
G.
G.
Belli
LETTERA 127.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, giovedì 18 agosto 1831
Mia carissima Mariuccia
Riscontro due tue lettere dell'11 cioè e del 13.
- Circa alla prima ti dico che ho fatto a queste Signore l'ambasciata della coperta: se vorranno ordinarla te ne riparlerò a suo tempo.
- Mi dispiacque di darti disturbo intorno al Cholera Morbus, ma ne fui spinto a parlare dallo stretto interesse civico, familiare e personale, che in casi simili non può certamente tacere.
La storiella delle Monache de SS.
Domenico e Sisto già io la sapeva dalla stessa bocca di Mazzucchelli che la ripete ogni momento: ma malgrado della sicurezza di lui e di tutta Roma in un flagello di questa natura, non è meno vero che ci facciamo illusione miserissima, dapoiché questo morbo desolatore si avvanza sempre a passi di gigante, ed ha già di molto trapassato il Danubio che si sperava potesse esserne una barriera.
E lasciamo stare la strage che mena ne' luoghi da noi più remoti: l'11 luglio a Pietroburgo di circa 500 malati non se ne salvarono 15.
Basta, nella universal cecità che pare sempre destinata ad accompagnare agli occhi umani questa specie di flagelli, l'unico conforto è certo quello di sperare nell'aiuto celeste, benché sarebbe sempre assai meglio sperare nel Cielo e d'aiutarci alacremente, onde i nostri sforzi fossero benedetti di felice successo.
Ma è purtroppo sicuro che dopo aversela presa in canzona allorché il male sarà a porta del popolo, si ordinerà in fretta in fretta una processione.
Non voglio più estendermi sopra un argomento così desolante, il quale non può non affligerti, Mariuccia mia, senza nessun compenso.
Lasciamo fare alla provvidenza: seguiremo la sorte degli altri.
- Intorno però alle perniciose e al vaiuolo che mi dici affliggere attualmente Roma, conosco anch'io la difficoltà di garantirsene; ma pure son persuaso che fra cento affetti, ottanta o novanta apparterranno alla classe di chi si è avuto meno cura: almeno usando delle precauzioni, e poi cadendo pure nel male, questo riuscirà meno maligno.
Dunque, per carità, gran cura a te ed a Ciro, il quale da un momento all'altro aspetto di udirlo vaccinato.
Vengo ora, alla tua de' 13.
Secondo quanto mi avvisi sul ritorno indietro delle lettere a Bondì, quella da me scrittagli il 7 dovrà retrocedere a Macerata, dov'è la Direzione che la spinge a Sinigallia.
Quando potrò avere occasione di farne fare ricerca, ne avrò pensiere; benché non so se a me la renderanno.
Intanto ho oggi stesso riscritto alla M.sa Antaldi ne' termini da te indicatimi; e speriamo vederne un successo.
Forse forse Fioravanti pagherà i frutti in agosto, come promette; ma ecco che anche in quest'anno abbiamo perduto l'occasione del pagamento della sorte la quale è per noi di grande importanza, stante la difficoltà della qualità del contratto.
Più si tarda, peggio è; e però io aveva pensato di assalire il debitore per sorte e frutti senza più parlargliene.
Se ora paga i frutti è certo che chiederà altra dilazione per la sorte.
Tu però che stai al regime della casa, queste cose le vedi meglio di me; dunque fa' tu, che è ben fatto.
Godo della stipulazione con Corsini.
Qui piove sempre, fa umido e freddo: e quando queste tre cose non accadono, vi è invece una quantità di vapori secchi, che tingono il Sole in verde, in bleu, in giallo, e in bianco.
Passa da un colore all'altro come una lanterna magica: e si guarda ad occhio nudo.
Che stagione! Che anno! Tanti saluti di questi signori: io abbraccio Ciro e te di tutto cuore.
Il tuo P.
P.S.
Devi avere avuta la mia degli 11, segnata per equivoco col n.
8: doveva portare il n.
7.
Essa ti faceva mille augurii per la tua festa.
LETTERA 128.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, martedì 23 agosto 1831
Mi approfitto, mia cara Mariuccia del ritorno che fa a Roma Meconi, per inviarti la presente risposta alla tua del 18.
Tanto meglio l'aver lasciato Veroli a tempo! In quest'anno per verità l'atmosfera è minacciata dappertutto; ma sotto il Cielo di Veroli si deve soffrirne assai più che altrove, per la incostanza naturale a cui va quel clima soggetto.
Arrivato io qui, dopo alcuni giorni ebbi una lettera di Publio, in cui, come io già me l'aspettava, si faceva un bello elogio di quel soggiorno, diventato un paradiso terrestre appena dopo la mia partenza! Aria dolce, tranquilla, cielo sereno, sole temperatissimo, e gioia universale! Non so cosa direbbe adesso il buon Publio, seppure l'amor del nido de' suoi morti antichi non lo accecasse sulle bare de' morti moderni.
Qui almeno, se il tempo è strano e veramente imperversa, le morti son rare e colpiscono quasi solamente dei vecchi, o de' giovani di vita strapazzata e per lo più ritornati dai lavori delle campagne romane.
In questo territorio di Morrovalle si vede sì qualche perniciosa, ma poche: nell'altro di Montesanto, dove andai ieri a visitare la famiglia Marefoschi, ne sono scoppiate di più, benché l'aria vi sia tenuta per forse più salubre ancora che questa.
Ed io penso, appunto nella maggiore elasticità di quel clima consistere la principal ragione del maggior numero di malori.
Più elevata, più scoperta, e in conseguenza più incostante nella temperatura.
Ho riso assai e ho fatto ridere la famiglia Roberti sulle 3 avemarie a te e 10 a Ciro.
Bisogna senza dubbio convenire nel tuo pensiero che il nostro nuovo penitente ne avesse un carro a quattro cavalli! Se va avanti con questa proporzione, a 20 anni non avrà più che il tempo di far penitenze.
Spero che queste riflessioni lo persuaderanno di più della necessità di esser buono e far sempre il suo dovere.
Così Iddio lo benedirà, e gli uomini gli daranno lode e riverenza.
Come si conosce bene che in Roma si trascurano affatto tutte le salutari osservanze! Non trovarsi ancora un buon pus! fa meraviglia! Il giorno 20 ebbi riscontro di Macerata non esser là ritornata la lettera che io scrissi il 7 a Bondì in Sinigallia sotto l'indirizzo dei Sigg.
Cave e Bondì: il 21 dunque scrissi direttamente al Direttore della posta di Sinigallia, pregandolo, benché non mi conosca personalmente, di respingere quella lettera o direttamente a me o vero in Roma alla Ditta Sigg.
Cave e Bondì, a cui è diretta.
Vedremo che ne nascerà.
Ti dissi già che avevo ripetuto alla M.sa Antaldi, dalla quale non ho ancora riscontro.
Due Elene avrai avuto tu da complimentare: la Barbèri di cui mi parlasti, e la Lovery che è più secondo il tuo cuore.
Di' a Stanislao che in seguito delle di lui notizie ho scritto a Torricelli, benché da Veroli già gli dassi discarico della procura della cresima di Ciro.
Lo ringrazio intanto senza fine il nostro buon Stanislao, che saluto, e che spero stia in ottima salute.
A proposito, di' a Biscontini, che al mio passaggio da Spoleto, non vidi Plinj ma un di lui giovane che egli mi fece trovare per dirmi che Riochi aveva pagato qualche cosa e si disponeva a pagare il di più.
Do a Meconi un libro che ti passerà: mettilo nel mio studio: è una buona edizione di una ottima storia da me comprata a Macerata per pochi baiocchi.
Saluto tutti, ed Ossoli: e ti abbraccio con Ciro.
Il tuo P.
LETTERA 129.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, domenica 4 settembre 1831
Bramoso, mia cara Mariuccia, di compiacerti, mi accingo all'opera di cercare informazioni sul Collegio di Osimo.
Non mi reco espressamente sul luogo distante di qui circa 30 miglia, perché per convincermi col fatto delle cose che caverò da buone fonti mi bisognerebbe passare del tempo onde assistere alle lezioni, conversare co' Maestri ed acquistare l'esperienza necessaria a conoscere l'abilità di questi e la efficacia de' loro metodi.
Però ti prevengo del molto mio dubbio circa alla preferenza che questo vecchio Collegio Vescovile possa meritare sul rinnovato di Perugia che ha una celebre università, un gabinetto, una specola e un museo, a contatto ed aiuto.
Certo egli è bene che in una Casa di educazione regolata da Vescovi l'influenza de' mirabili sistemi della moderna istruzione arriverà appena dopo un altro mezzo secolo, quando cioè già sarà tarda.
Tutti i lumi che io già posseggo in mente intorno al collegio in quistione si riducono all'aver esso dato ne' passati tempi de' bravi preti, abilità che forse non ha oggi perduta.
I professori saranno eccellenti, ma di oscuro nome son certo.
Le risorse poi di Osimo in fatto di scienza e di ornamenti fanno aggricciare le carni a pensarle.
Non ti aggiungo altro su ciò: queste sono mie idee che probabilmente i fatti potranno smentire.
Rispetto per ciò sempre le ragioni che tu abbia per inclinare alla contraria opinione e quando me le avrai manifestate le valuteremo insieme e le confronteremo colle mie per decidere in un punto di tanta importanza.
D'altra parte io stimo Meconi per un buono e bravo giovanotto: ma non lo ritengo assai competente per dar giudizii di cose che poco riguardano la sua sfera e la sua esperienza in somiglianti materie.
Il nome che può aversi acquistato il Collegio ne' vecchi tempi, tra il vecchio modo di vedere, e tra i passati bisogni del secolo, possono illuderlo come possono illudere molti altri: e se aggiungi a queste considerazioni l'altra dello stare ivi in educazione un individuo della famiglia Marefoschi a lui tanto attaccata, potrai tirare una conseguenza de' suoi elogi con poco pericolo d'ingannarti.
Ma vedremo, e saprai.
Intanto ti prego caldamente di passare urgenti istanze al nostro Biscontini affinché ricerchi presto fra' suoi libri, e ti dia la copia del programma del Collegio perugino ch'egli più volte mi promise in reintegrazione di quella che per di lui consenso mandai a Torricelli.
Se ne avrà bisogno per fare con quella ciò che a suo tempo ti dirò.
- Ho piacere che tu sii andata a visitare i miei parenti.
Povera Costanza! Senza legato! - Va bene de' danari da te dati al francese di Bochet.
La carta bollata per le quietanze non serve a nulla: dovremo forse litigare con Bochet? Spero di no.
Come sono contento all'udire che si speri di aver trovato un buon pus! Così almeno avremo preservato quel caro figlio da un malanno.
E circa a mali, mi rattrista che tu vada ricadendo nella riscaldazione.
Badaci, e non trascurarla.
Le migliori notizie del Principe di Piombino mi hanno fatto piacere.
Da tre giorni è qui ripartito il poco di sereno e di caldo che da poco aveva ricominciato.
Tira un vento da gettare per terra, fa freddo e umido: piove e vien grandine in qua e in là.
Quale anno! Con tutto ciò io me la vado passando competentemente.
Oggi è finito il solenne triduo celebrato in questo paese a preservazione del Cholera.
Che dice ora Mazzucchelli? Ci crede che venga? Spero che i medici romani leggano le molte opere, e i moltissimi articoli de' giornali scientifici e letterarj che ne parlano in tutti i sensi.
Ne ristringessero almeno un qualche metodo preservativo e curativo per la povera Roma! Benedici Ciro e abbraccialo come di cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
P.S.
Ti rendo i saluti di Casa Roberti.
LETTERA 130.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni, mercoldì 5 ottobre 1831
Checco mio
Fra non molto ci riabbracceremo.
Intanto ti fo precorrere la notizia che vengo carico di nuovi versi da plebe.
Ne ho sino ad oggi in 153 sonetti, sessantasei de' quali scritti da dopo la metà di settembre (crescono).
A guardarli tutti insieme, e unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto di qualchecosa, da poter forse davvero restare per un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma.
In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene, al mio giudizio, una impronta che la distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo.
Né Roma è tale che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una Città di sempre solenne ricordanza.
Di più mi sembra non iscomporsi da novità la mia idea.
Un disegno così colorito non troverà lavoro da confronto che lo precedesse.
I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica, come nessun popolaccio n'ebbe mai.
Tutto esce spontaneo dalla natura sua, viva sempre e fresca, perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non mercate.
Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlar loro ciò che può vedersi delle fisionomie.
Perché tanto queste diverse nella plebe di una Città da quelle de' cittadini della Città stessa? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità che la educazione civile richiede, si abituano alle contrazioni della passione che domina e dell'affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo corrispondente quasi sempre alla natura dello spirito che que' corpi anima e dirige.
Che se ne' cittadini non accade una totale uniformità di fisionomie, ciò si deve alla fondamentale differenza de' tratti specialmente proveniente dalla ineguaglianza degli ossi che le carni rivestono e dal non aver mai la Natura creato nulla di simile, ma di consimile.
Vero però sempre mi par rimanere che la educaz.e che accompagna l'incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: che se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse uno de' beneficii della creazione.
- Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia.
Se mai una ne cerca, lo fa sforzandosi d'imitare la illustre.
Allora il plebeo non è più lui; ma un fantoccio male e goffam.e rivestito di vesti non attagliate al suo dosso.
Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti mai sin qui vollero rappresentare il dir romanesco in versi che tutto mostrano lo sforzo dell'arte sulla natura e della natura sull'arte.
Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza se non quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo.
Il numero poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di correnti e libere parole e frasi; non iscomposte giammai, né corrette, né modellate, né accomodate, con modo diverso da quello che ci può mandare il testimonio delle orecchie.
Che se con simigliante corredo di colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio.
Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già esistente, e, più lasciata senza miglioramento.
A te e a Biagini, ed in voi agli amici di maggior mia confidenza io darò a vedere gli ultimi lavori delle mie ore d'ozio, persuaso che la delicatezza e l'amicizia d'entrambi non ne trarrà fuori che la sola lettura.
Ne rideremo poi insieme; e queste risa ci varranno a prepararci l'animo alle possibili sciagure che ci minaccino.
Abbraccia tutti quelli che mi son cari: addio.
Il tuo Belli
La mia salute è mediocre.
La tua?
LETTERA 131.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[31 dicembre 1831]
Mio caro Torricelli
La tua lettera del 27 mi ha tutto pieno di dolore.
Vi leggo quanto tu hai dovuto e devi sentire in questo luttuosissimo avvenimento: nel bacio e nel sorriso paterno, di', non hai trovato oggi un premio, un gran premio, della filiale carità? Il tuo padre morendo si è ricordato che tu non gli hai afflitto gli ultimi giorni di vita malgrado qualche piccola durezza che potesse averti usata.
La di lui benedizione discese sul tuo capo e passerà certo ai figli de' tuoi figli.
Ora sii uomo, un uomo filosofo; sollevati e pensa quante vite sono attaccate alla tua.
- Ho delineato oggi un rozzo pensiero da servire per una idea allo scultore in metallo.
Vedilo intanto tu, e rimandamelo, perché non ne ho un doppio.
Io stimerei che la grandezza fosse conveniente così.
Sto pensando che se le lettere ti sembrano grandi al giusto difficilmente si potranno incidere nette nel marmo e più difficilmente riempire il graffito con l'oro in modo che risalti.
Per l'incisione in marmo vorrebbero le lettere essere di taglio più ampio e profondo che non comporta la proporzione del mio modello: e fatte più grandi, ne risulterebbe un tutto di soverchia mole e di soverchio prezzo (benché questo non sarà mai piccolo): l'anello soprattutto vi si smarrirebbe alla vista.
Non si potrebbe dunque tirare la tavola di bronzo oliva-cupo, incidervi le lettere e dorarle? L'annettervele in rilievo costerebbe troppo caro.
Ma son curioso io che ti vo' facendo l'economo.
Ho preso l'ardire di cambiare qualche parola alla inscriz.e: non però con l'animo di preferire la mia alla tua lezione.
Due o tre volte ho posposto la 6a colla 7a linea, ma poi ho lasciato così suonandomi meglio all'orecchio e alla mente.
Circa alla punteggiatura io sarei contento a questo.
Il carattere corsivo, che ne ammetterebbe di più, parmi che sconvenga.
Le parole di tuo padre in diverso colore mi spiacerebbero: la diversa mole le distinguerà assai.
Dopo la linea 12 non è necessario alcun segno di divisione.
Vedo le migliori epigrafi che non ne hanno.
Il ritorno al carattere piccolo, e il senso staccato non lasciano luogo a questa necessità.
Venendo all'affare Consolidato, vedo, sì, un capitale di Lire italiane 4761,27; pel quale il Tassini avrebbe dato Sc.
300.
Questa specie però di offerta egli la fece in quella stessa lettera in cui avvisava tuo padre che il frutto di quel Capitale era stato fissato dal Monte di Milano a Sc.
25 annui.
Nelle lettere posteriori peraltro il medesimo frutto si vede calare invece a 25 lire ital.e, e poi a L.
24,50, aggiungendovi che soltanto per equivoco si era da lui, Tassini, parlato in addietro di scudi là dove s'intendevano lire.
Mi fa gran meraviglia come un Capitale che ridotto a unità romana al cambio del 535 forma una somma di Sc.
889:95, abbia a rendere un frutto di L.
24,50 equivalenti a Sc.
4:57 1/2.
Il Consolidato essendo al godimento del 5, non rappresenterebbe questa somma annua neppure un valore di cento scudi.
Ci deve dunque essere qualche motivo occulto.
Un'altra cosa ho rilevato dal carteggio Tassini, cioè che prima dell'arrivo a lui della procura del q.m tuo padre, pareva che i denari stassero in tasca: dopo l'arrivo della procura (con la facoltà di alienare) si direbbe quasi che neppure il Monte Napoleone o la Commissione mista avessero pensato ancora a liquidare il credito.
Il Tassini assume d'improvviso un certo discorso d'irre orre che non garbeggia molto.
Ho già fatti varii quesiti in proposito alla Direz.e del debito pubblico; e se posso averne le risposte, come mi sono state promesse, prima della partenza del corriere d'oggi, te le aggiungerò qui sotto.
Altrimenti ad aliam.
- Circa poi alla alienabilità della vendita, oggi il Governo é poco in credito, e perciò appena si potrebbe ricavare un 75 per 100 capitalizzato il frutto al 5.
Mi spiego? Ogni Sc.
5 di rendita sono riguardati rappresentare un capitale di scudi 100.
Orbene questi scudi 100 oggi diventano 75, ed anche meno per chi vuole evitarli: eppure in commercio era già arrivato il consolidato romano al 105 per 100, e il Milanese al 100, cioè alla pari.
Ma ora...
Aspetterò dunque che tu abbi fatto alla tua elegia, i cambiamenti che stimi convenienti, e, avuti questi, metterò tutto nella sua lezione e busserò alle porte degli Odescalchi.
Va bene così?
Davvero la Circolare mi sa di muffa.
Credi l'A.A.
miglior dicitore?
Mi congratulo teco pel ristabilimento del tuo bel Torquatello che mi abbraccerai, come abbraccerai anche il futuro mio santoletto Amantino dal viso dell'Armi.
È più così serio? Sant'Anna aiuti la tua Clorinda.
Mariuccia ti fa le sue sincere condoglianze e ti esorta con me alla rassegnazione.
Addio, addio.
Ti abbraccia il tuo Belli.
Di Roma, l'ultimo dell'anno 1831
LETTERA 132.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
[4 gennaio 1832]
Mio caro Ferretti
Eccoti la introduzione.
Leggila, e dimmi il tuo parere; perché il criterio tuo mi sta per cosa non comune.
Ti accludo anche due altri sonetti che l'ha fatti chi jje pare e ppiasce.
Riprenderò tutto lunedì 9 verso le 3 1/2 pomeridiane, alla qual'ora sarò da te, purché il tempo non vada all'estremo del cattivo, e neppure a quello del buono, lo che in inverno è peggio forse che il tristo per un cerotto mio e tuo pari.
Il tuo Sig.
Avelloni sarà per avventura scandalizzato da alcuni soprattutto de' miei quadretti poetici: ma tu ripetigli il motto da me tolto ad Ausonio "lasciva est nobis pagina, vita proba," cioè "scastagnamo ar parlà, ma aramo dritto." Eppoi queste cose restano (almeno per ora) nelle menti de' soli amici, i quali, e tu il primo gentilissimo fra essi, mi usano certo la delicatezza di non conservarne altra nota che quella che resti loro nella memoria, lo che solo Iddio potrebbe togliere.
Ti abbraccia il tuo
Belli
4 del 1832.
LETTERA 133.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, sabato 14 gennaio 1832
Mio caro Torricelli
La tua ultima è del 3: ti sei tu forse maravigliato del mio silenzio? Ma
Del vecchio (ladro) guardavam la traccia.
Il vecchio però non si è lasciato trovare.
Potrebbero ben trovarlo gli occhi della giustizia, o criminale, o civile.
Ma che! In certi paesi, la prima, guarda più in cagnesco i buoni che i malvagi, ed altronde il legale probo di cui ti parlai è di avviso che il tuo caso contro il vecchio ladro non presenta tutti i caratteri da aprir l'adito ad una azione contro il corpo, dapoiché sino a tutto il fatto della vendita le cose procedettero regolari: nel resto tuo padre (di troppa buona fede sugli antecedenti) non ti ha lasciato che un credito contro uno inonesto anzi fraudolento procuratore.
Per aver titolo a procedere di crimine, dice il legale, bisognerebbe poter provare una frode sugli antecedenti.
Basta, io legislatore, in certi casi, manderei in galera gli antecedenti e i susseguenti.
Circa poi all'azione civile, ecco come stanno le tue cose.
Il Tassini non più impiegato al Cracas: senza scarpe in piedi, disperato, stoccatore per vivere.
Vivente Leone XII, imprese un giornale ecclesiastico, con sua rappresentanza, ma con occulta opera del P.
Ventura teatino.
Dopo alcuni numeri l'Imprenditore si mangiò le quote anticipate de' Soci, e il giornale arrenò.
Gli ecclesiastici e i filoecclesiastici, a' quali il giornale piaceva, ricorsero al Papa.
Il Papa chiamò il Tassini.
Questi, come puoi credere, era preparato alle ciarle.
Conclusione dell'abboccamento si fu che Leone fece dare al Tassini Sc.
600 per ristorare l'impresa.
Dopo due altri numeri, o meno, la impresa naufragò, e gli Sc.
600 andarono ove poi caddero le somme e i tartufi di Torricelli.
Fu coglionato un Papa, e meno i ferri che non volle imporgli, non seppe che fargli! [....] Non terminarono qui le mie ricerche.
La tua cartella fu venduta il 4 agosto 1829 a un Michele Ajani.
Io, giusta la probabilità, lo stimai l'Ajani Michele del Cracas, nel cui uficio era impiegato il Tassini.
Ma che! Il Michele Ajani del Cracas è già morto da otto anni, e l'uficio Cracas nel 1829 era (salvo i particolari contratti di famiglia) tra le mani di...
Cavalletti e dei cognati suoi Angelo e Pietro Ajani, l'ultimo de' quali è anche egli morto da alcuni mesi a questa parte.
- Ma il Consolidato di Gio.
B.
Torricelli venduto al Michele Ajani (come è scritto in Amm.e del debito pubblico) si possiede almeno da alcuno de' discendenti di lui? Nessuno della famiglia Ajani ha mai comperato rendite pubbliche.
Dunque chi può essere questo Ajani compratore? Il Michele no, perché morto ab antiquo: i due figli di lui no, perché non possessori di vendite pubbliche.
Piano: vi è un quarto Ajani, un Michelino Ajani attuale alunno dell'ospizio degli orfani, procedente da altra linea Ajani.
Ma questo è un fanciullo, è un orfanello; e questa gente non compera.
Però il Michelino ha un tutore.
Chi è questo tutore? Monsignor Ginnasi: peraltro nella intestaz.e di vendita, dovrebbe essere in questo caso stato scritto Mons.
Ginnasi come tutore etc., e non rudamente Michele Ajani dacché un fanciullo degli Orfani non fa certo quello che gli agenti ufficiali di Cambio dovettero presentare al Censore del Debito pubblico insieme col procuratore Tassini quali persone illis notae.
Mi resta dunque di parlare con Mons.
Ginnasi; e poi se il di lui pupillo non fu il compratore, come io credo, dimanderò all'Amm.re del Debito pubblico come sia che si vendano rendite pubbliche a nomi mentiti, ad incogniti.
Ci riudiremo.
Intanto tu vedi se tu avessi costì più fortuna con l'altro baron fottuto amico del baron fottuto Tassini.
Non ho avuto il tuo anello: per ciò non mi sono ancora mosso per la cornice etc.
Conosci tu la seguente sciarada del fu Giulio da Pesaro? La riportava un numero del giornale delle dame sul finire del 1831.
Così mi fu detto da chi me la recitò.
Città Greca è il mio primo illustre al Mondo.
Si fa bianco per gli anni il mio secondo
Penetra il tutto mio dentro il cervello
Od in un buco che il tacere è bello.
Quando avrai tempo e cuore mi manderai la tua variante alla elegia di Properzio, ed io farò fare il rinaccio: pregherò l'Odescalchi perché lo si faccia.
Sei ancor padre in 4°? Come è finita la faccenda Ugolinesca? Sei Deputato? Lo Zurla che disse?
Epigramma di autore a me cognito, per la occasione in cui fu da Bologna mandato oratore alla S.
Sede il poliglotto Mezzofanti, (ora prelato).
Sagacemente invia Bologna a Roma
Un orator che intende ogni idïoma:
Ché a Roma, a farsi onore,
È d'uopo un oratore
Che sappia delle lingue almeno quelle
Parlate nella Torre di Babele.
Il tuo Califfi
alias 996
LETTERA 134.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 2 febbraio Candelora del 1832
Mio caro Torricelli
È vero il tuo precedente annunzio, in fieri, della consegna di un anello a un corriere; ma poiché di tutti i caricamenti de' corrieri si manda dall'Ufficio postale un avviso ai domicilii, la mancanza di questo avviso mi fece supporre che la consegna non fosse accaduta de facto, e tu avessi mutato mezzo di spedizione.
Ad ogni modo ieri ritirai lo astuccetto con entro l'anello, la cui immagine bellissima è appena distinguibile attraverso di un cristalletto di superficie sfregiata.
Dove tu non fossi affezionato anche a detto cristallo (il cui logoramento ti si può forse affacciare alla mente quasi testimonio del lungo uso che ne fu fatto dal tuo padre), io ti proporrei di farcelo cambiare, nel che la miniatura guadagnerebbe moltissimo.
Dimmene il tuo parere.
Dàgli e ridàgli, ho finalmente parlato con Mons.
Ginnasi.
Mi ha fatto ripetere il discorso quattro volte, e poi non ha capito niente.
In ultimo un po' bene un po' male, con qualche aiuto di fianco sono giunto a mettergli in capo la metà di quel che io voleva: ma, lo vorrai credere? si è perduto tutte le cartelle de' consolidati da lui acquistati pel di lui pupillo Michele Ajani.
Cercò per tutto, a più volte, e non giunse a ritrovare queste benedette cartelle.
Era curioso il vederlo mettersi le mani fra i capelli, e di tempo in tempo domandarmi se fosse danno l'averle perdute! Da un libriccino di ricordi ricavò pure l'acquisto acefalo di un consolidato che comincerebbe col tuo nella data della compera, non però nella cifra della vendita, dapoiché il tuo era di Sc.
4:50 annui ed il suo è di Sc.
6.
Il prelato poi non conobbe né il venditore né il procuratore.
Il tutto passò per le mani di un agente di Cambio.
Ma appena io gli ripetei per la 5a volta il portentoso nome del Tassini, ammutolì, inarcò gli occhi, e mi disse: oh! il Tassini! è mio debitore: quando lo avrà trovato me lo mandi.
Ci dividemmo allora colla intesa che io tornerei nel futuro sabato 4 per leggere la fatale cartella, qualora sia ritrovata.
Gli lasciai memoria scritta e partii.
Intanto il portentoso nome del Tassini segue a farmi scoprire nuovi tratti del suo valore quante volte lo pronuncio nelle ricerche che ne vado facendo.
Ho scoperto mangerie, furti, stocchi, piccoli, grandi, pubblici, privati, e tutti corredati di bellissimi amminicoli.
Te ne risparmio le storie.
Dove sarà egli mai? nessuno lo sa.
L'unico luogo dove non è di certo, benché lì solamente dovrebbe trovarsi, è la galera.
Il Piva non è più impiegato alla Dogana di terra: dicono che ho capito male: è a Ripagrande.
Andrò là ma [....] Avesse ad essere un altro furbo! [....] Anche per questa lettera, mio caro Torricelli, nulla, o quasi nulla.
Ma il male viene dagli spini del fiore che mi hai messo tra mani.
L'appartamentino Belli pe' mesi di aprile e di maggio! Se verrò non istarò tanto quanto tu dici.
Dio ti dia pazienza nel tuo nuovo genere di vita.
Saluto tua moglie, abbraccio i tuoi figli e te affettuosamente.
Addio.
Il tuo Belli
LETTERA 135.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 4 febbraio 1832
Mio caro Torricelli
Per dimenticanza di un mio domestico la qui acclusa non andò alla posta nel suo debito corso.
La riapro pertanto e qui la inserisco in modo che formisi il volume di una sola lettera.
Questa mattina ho riveduto Mons.
Ginnasi.
La vendita ch'egli comprò pel suo pupillo Michele Ajani si fu appuntino la tua di Sc.
4:50 1/2 annui formanti un Capitale di Sc.
90:10, pel quale al Cambio allora corrente sborsò al Tassini Sc.
85:59 1/2.
Il Tassini dunque ha rubato per capitale Sc.
85:59 1/2 e per frutti arretrati a tutto il giorno 30 giugno 1829 Sc.
41:29.
In tutto Sc.
126:88 1/2.
Questo Signore è irreperibile.
Il Piva, che non pare cattiva persona, dice che dal mese di Dicembre, anzi dalla vigilia di Natale in cui cenò il Tassini con lui non lo ha più veduto senza più sapere dove siasi ficcato, perché ha per certo lui aver cambiato casa.
La dimora vecchia era nella via de' Coronari, ma la nuova nessuno la conosce.
Forse si è voluto così questo birbante sottrarre alle ricerche dei molti da lui derubati, che sono assai assai, ed ogni giorno ne discopro di più.
Ti assicuro, Torricelli mio, che io non perderò di mira lo scoprimento di lui, ma intanto non posso dirti di più.
Ma scopertolo poi che ne trarremo? Fa una cosa: scrivigli una lettera dicendogli tutta la cosa netta e tonda quale da me si è scoperta, e finisci per minacciargli una querela criminale.
Vediamo un poco di spaventarlo, se ne potesse cavare un costrutto.
E ti abbraccio di tutto cuore
Il tuo 996
LETTERA 136.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 10 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Due righe per annunciarti il ricevimento del pacco da te inviatomi.
Esso contiene appunto ciò che io desiderava: e mi pare bene che io errai nel chiedere due paia di stivaletti bianchi, giacché trovo che le due paia più nuove, fatte l'anno scorso, sono le cenerine di tela russa e quelle di nankin naturale.
Sono sempre in attenzione della risoluzione che prenderà Pippo Ricci sull'invio degli Sc.
40 che tengo per lui, siccome gli scrissi il giorno 3 corrente, nel qual giorno ne scrissi contemporaneamente anche a te col mio n.
3.
Domani o dopo domani vado a Pesaro con Torricelli, e ne ritorneremo dopo due giorni conducendo la di lui suocera ad un casino di campagna che Torricelli ha in questi contorni, ed ove passeremo tutti insieme un mese.
Avrai udito che in Ancona accadono de' sussurri, ed i Carabinieri sono rinchiusi e guardati dai francesi.
Pare che tutto provenga dalla imprudenza di un ufficiale di quel corpo, il quale all'istanza un po' viva di certi cittadini che chiedevano la restituzione di un ottonaio carcerato per fabbricazione d'armi vietate, si vuole che corrispondesse con un colpo di pistola il quale uccidesse un uomo che usciva di chiesa pe' fatti suoi.
Il popolo parve molto indignato.
La frequenza di simili sconcerti pei diversi luoghi dello Stato non può essere favorevole al ristabilimento della buona intelligenza reciproca, tanto necessaria pel ritorno di un ordine desideratissimo, al quale ciascuno dei partiti dovrebbe cospirare, cooperando col sagrifizio d'una parte del proprio orgoglio e del sommo diritto che affaccia.
Il Mondo pare oggimai una caldaia di mosto.
Per ora grand'acido si sviluppa: quando ci consoleremo col vino di tanto fermento? Iddio ci tragga da tanti imbarazzi, ci faccia buoni, ci consoli, amen.
Tanti baci a Ciro nostro che benedico di cuore, come di cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
LETTERA 137.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 19 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Apprendo dalla tua del 17 la spedizione della scattola del Sig.
Camilletti, e ne ho parlato a Torricelli, il quale contentissimo di tutto ti ringrazia senza fine delle tue sollecite premure per lui.
Allorché l'invio sarà giunto, ne avrai avviso e ti si spedirà il resto dell'importo.
Gli scudi Trenta che ti spedii martedì 15 gli avrai forse a quest'ora ricevuti, seppure non ti arrivino colla diligenza di martedì 22.
Scrissi giovedì a Pippo dandogli ragguaglio del viaggio Marcolini, e pregandolo di saluti per te e per Ciro.
Torricelli ed io avevamo finalmente risoluto di andare dimani a Pesaro per tornare dopo due giorni, ma chissà se lo stato della Contessa ce lo permetterà.
Di giorno in giorno essa si è ridotta nel modo quasi simile a quello in cui mi ridussi io l'altr'anno.
I tempi qui infuriano invernilmente dopo sentitosi per qualche giorno un caldo veramente da luglio.
- Ti ringrazio rapporto alla Mancini, e riferirò a' di lei parenti le tue parole.
La gita alla Vigna Lelmi mi è un garante che la tua salute del 17 fosse migliore di quella del 16, lo che mi dà molta consolazione.
Venendo a Ciro, godo assai di vedere in lui un certo amor proprio, mentre da questo, allorché è moderato, procedono tutte le virtuose e lodevoli azioni degli uomini.
Benedicilo e abbraccialo per me.
Il sufficiente stato di salute del buon Cav.
Galiano mi dà piacere, e i suoi saluti altrettanto.
Intendi già che io li contraccambio sempre che tu possa farglieli ricevere.
La mia salute è buona, ma gli stessi riguardi che osservo per conservarla tale mi tengono moscetto moscetto, dappoiché sappi che dal mio arrivo a questa parte due sole volte ho potuto azzardare di uscire di Casa, oltre la visita a Marcolini: ed altronde qui dentro non vi sono attualmente motivi di sollievo, stante la malattia della Contessa e la insociabilità del paese.
Che vuoi fare? Vedo bene che da qualche tempo un destino avverso perseguita i miei viaggetti: ma
Purché non venga
Madonna Morte
L'iniqua sorte
Si stancherà.
Saluto tutti, e abbraccio affettuosamente la mia Mariuccia.
P.
LETTERA 138.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 22 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Di pienissimo gusto di Torricelli e di tutti è riuscito il monumento mandato dal Sig.
Caminetti, per dare al quale io ti spedisco oggi franchi i residuati scudi quindici che gli consegnerai dietro la quietanza di saldo in Sc.
45.
Detta quietanza inseriscila in una tua lettera e mandamela.
S'intende già che il Sig.
Camilletti faccia il suo ricevuto a favore dirett.e di Torricelli per le tue mani.
Torricelli torna nuovamente a renderti le maggiori grazie che sa pel bel modo con cui l'hai in questa circostanza favorito.
Della Sig.ra Mancini va benissimo tutto ciò che tu dici, e ne feci parte a' di lei parenti.
Intanto ti ringrazio anche di ciò nuovamente.
Io non volli farti nessuna specie di rimprovero circa la regolarità delle cose che possa io dirigere a favor tuo: soltanto intesi di metterti su ciò l'animo in quiete per questa e per tutte le altre possibili circostanze future.
Va bene di Lazzarini e di Paniani.
- Le stesse parole che Piccolomini ha risposte a te le rispose a me prima della mia partenza: ciò vuol dire che non ha più pensato da quel tempo a far nulla.
Se vedi il Sig.
Perozzi, salutamelo.
Domenica scorsa, vedendo una ottima giornata, detti una corsa a Pesaro, viaggio di tre sole poste, e ne tornai ieri, lunedì, conducendo meco la Madre della Torricelli che sta molto aggravata.
Antaldi mi pagò Sc.
20, frutti a tutto marzo pp.to.
i quali sono in mie mani.
Il buon tempo dura ancora: oggi è il terzo giorno: Dio ce lo conservi.
Delli Sc.
10 che mi facesti ritenere sui denari di Ricci ti risposi in globo nella lettera a Ciro.
Andò benone così, e torno a manifestare la mia soddisfazione.
Povero Ciro! Non poteva ancora vedere i Cavalli! Ma pure egli ricorderà che una volta ci si addormentava e straniva.
Ora però è più grande e giudizioso, e troverà più gusto in quel divertimento.
Io lo abbraccio e benedico col maggior affetto.
Così faccio con te, dalla benedizione in fuori.
Sono il tuo
P.
LETTERA 139.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, giovedì 24 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua carissima del 22 e la riscontro.
Non è già complimento che mi ha ritenuto in casa tanto tempo, ma come ti accennai, la malvagità dell'atmosfera.
Oggi è il 5° giorno che si respira, benché pare già che si vada un poco rannuvolando.
Io sto bene in genere, perchè mi sono avuto riguardo, ma vado sentendo de' doloretti agli articoli dei diti delle mani e de' piedi, ai polzi, ai gomiti, alle ginocchia etc.
Passeranno.
- La Contessa Torricelli sta molto male: le cavano gran sangue: insomma ricordati di me nel 1831: tale è ella ormai: di modo che qui v'è tutt'altro che allegria.
Ci vuol pazienza.
Godo della buona salute di Ciro, e della tua competente vado sperando meglio.
Dunque Borghese è stato trasportato da Firenze a Roma?
Non avrai trovato alla diligenza gli Sc.
15 che ti avvisai in predizione nella mia del 22.
Il motivo fu perché andato alla posta la mattina non ci trovai nessuno, e tornatoci dopo il pranzo trovai che allora passava il corriere, e non fu più tempo di depositare.
Depositai però ieri, e martedì 29 gli Sc.
15 per Camilletti saranno in Roma all'ufficio.
È un ritardo che a nulla nuoce.
La ricevuta del Camilletti per gli Sc.
45, come ti dissi la spedirai a me.
- Dimanda a Biscontini se ebbe poi la risposta di Plinj sul suo conto di stragiudiziali nella causa Marcotte a Ricchi.
Benedico e abbraccio Ciro nostro, e ti abbraccio affettuosamente
il tuo P.
LETTERA 140.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 29 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua 26 cadente.
Io sto meglio de' miei doloretti reumatici.
Per tre sere ho fatto de' pediluvii con acqua aceto e senape: per due mattine ho preso cremor di tartaro etc.
- Anche la Contessa sta meglio, benché da quattro giorni sieno qui riprincipiati i venti e le pioggie.
Godo del divertimento di Ciro nostro alla Commedia de' ragazzi; e mi spiace che i Cavalli ti abbiano annoiata.
- Dici benissimo: ho avulso Sc.
40.
Mariuccia mia, la posta sta per partire, ed io chiudo la presente per arrivare in tempo.
Do mille baci a Ciro e a te, saluto tutti e sono
il tuo P.
LETTERA 141.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 7 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua del 5 e mi sorprende che Pippo non ti abbia riferito le cose che io gli scrissi per te coll'ordinario del 2 corr., relative alla tua del 29 p.to Maggio.
Nello scorso ordinario del 5 ti aggiunsi qualche parola a piè di una lettera che volle scriverti il nostro Torricelli.
- Qui ancora il tempo segue ad essere alternato da fitto estate e fitto inverno: piove quasi sempre, e quando non piove tira un vento furioso; insomma è una diavoleria.
La Contessa segue al solito: io me la passo.
- Mi fa gran pena il sentirti così convulsa; ma spero che finalmente questo infame tempo si placherà.
- Di' a Spada che un po' più in là risponderò alla sua lettera.
Abbraccia e benedici il nostro caro Ciro, e credimi sempre affettuosam.e
il tuo P.
LETTERA 142.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 16 giugno 1832
Godo assai, mia cara Mariuccia che finalmente questa tua da sì lungo tempo sospirata gita di Monte Cavi sia pure accaduta.
Ma se io debbo dal tempo che qui fece giovedì 14 arguir quello che avrà fatto in que' paesi, dovrei temere assai del buon esito della tua allegriata, imperocché qui soffiò tutto il giorno un turbine furiosissimo.
Basta, voi altri non sarete stati sciocchi di avventurarvi.
Lo avrei voluto vedere quel caro Ciro sul somarello! Ci fu alcuno che prendesse possesso? - La Contessa cominciò ieri ad alzarsi per una oretta.
Essa ti saluta e così Torricelli.
Anche egli è stato alcun poco malato.
Un po' più di lui lo è stata una di lei figlietta, e più di questa la cameriera della Contessa: tutti contemporaneamente.
- Il mio dito si è sciolto e scrivo bene da me.
- Bravo Cardinali! me l'aspettavo! - Salutami tutti gli amici, dà mille baci a Ciro nostro, e ricevi da me il solito affettuoso amplesso.
Sono il tuo P.
LETTERA 143.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 19 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Il racconto della tua gita mi ha fatto passare una bella mezz'ora, benché avrei amato udire che ti avesse fatto lo stesso buonpro che al nostro amatissimo Ciro.
- M'indovini per aria e poiché lo comandi, ecco per ora in succinto la narrazione del fatto.
Il pretesto del dito e tutto il resto fu un puro artificio per non metterti in pena.
Ora pare tutto finito.
Il 4 mi posi in letto con febbre ed infiammazione di gola, presa collo star sempre in casa e in vetrina.
Dal 4 all'11 mi fecero 9 sanguigne dalle braccia e una dal piede.
Il giorno 17 mi attaccarono 17 mignatte alla gola e il giorno 11 altre 53 nel medesimo sito.
Jeri al giorno mi alzai un poco dopo di avere avuto per 15 giorni a' miei fianchi sempre il medico il chirurgo e lo speziale.
La mia Camera era trasformata in un arsenale di caraffe, di caraffine, di acque, di olii, di cassie, di cartine, di sciroppi, di spugne, di ghiaccio etc-etc.
e ti dico ghiaccio perchè nel giorno 12, vinta appena l'acutezza estrema del male, mi si posero a cacciare in gola ghiaccio e gelati; e così ho durato per 5 giorni dì e notte senza alcuna interruzione.
- Adesso mi si curano le ulcere natemi in gola.
- Ti assicuro che un assalto simile forse non l'ho avuto mai.
Ah! vedo che per questa mia gola è finalmente necessaria una risoluzione per liberarmi per sempre da un tanto flagello.
Ricadere ogni momento, ad ogni leggerissima causa: perdere tutto il sangue ogni tantino: conservare di ogni ricaduta il lievito per una nuova: patir tanto: correr rischio di ammalarmi in viaggio e dove Dio sa: spender tanto; e forse alla fine diventare un canchero!...
A tutto ciò avere un rimedio facile, non doloroso o pochissimo, breve, senza conseguenze, e non farlo? Già da molto tempo molti valenti professori mi ci hanno consigliato: in oggi poi me ne mostrano la precisa necessità.
Io ho due tonzille scirose: ebbene estirparle, e buon anno.
In due minuti tutto è fatto.
Fra due o tre mesi, tutto bene esaminato, voglio farlo: e tu se ami la mia vita ci acconsentirai.
- Ho scritto già troppo.
Tutti ti risalutano: ed io ti abbraccio di cuore con Ciro nostro.
Il tuo P.
P.S.
Il diligentissimo medico, bolognese, scuolaro di Tommasini, segue sempre a visitarmi con assiduità.
LETTERA 144.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, 21 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua 19 corrente che a cagione della solennità del Corpus domini ho ricevuto pochi momenti prima dell'impostare.
Dalla mia precedente avrai udito tutto quello che in ristretto concerne la sbiossa da me sofferta.
Ora la convalescenza progredisce lentamente ed allorché sarà compiuta io volerò a Roma nelle mie stanze in compagnia di te e di Ciro e degli altri amici veramente fatti pel mio cuore.
- Tu non vuoi conti, ma come farne a meno? - Degli Sc.
40 da me avuti in tre volte, me n'erano restati al principio della malattia 26, coi quali io aveva, più che a sufficienza per soddisfare tutti gl'impegni e le spese fino a pie' fermo in Roma.
Ma vedi, cuor mio, quale diluvio mi è venuto addosso.
Il solo medico mi ha fatte 60 visite, delle quali varie di notte.
Poi tante sanguigne, tante mignatte, tanti crestieri, tante medicine, neve, gelati, doveri di mance di più...
In questo frangente ero lì per chiederti qualche cosa nel mentre che questo Dr.
Baglioni corrispondente di Pippo Ricci è venuto a propormi di lasciare in mie mani Sc.
40 per Ricci stesso.
Io ne scrivo a Pippo in questo medesimo corso e lo prego di venire subito da te per concertare questo affare, parendomi utile che tu non spenda per affrancarmi danaro.
Nella lettera a Pippo sviluppo meglio simile interesse, sicuro che quanto a lui dico potrà forse anche a te convenire.
Perciò qui mi astengo dal dire di più, essendo l'ora tarda e le forze poche.
Spero nel giorno di lunedì 25 avere su ciò una risposta da te concertata con Pippo per mia quiete.
Mia cara Mariuccia, io sono afflittissimo di aver cagionato alla Casa quest'altro dispendio nelle attuali purtroppo luttuose circostanze: ma come si fa? Come cozzar col destino? - Ti rendo i saluti della famiglia Torricelli, e ti prego risalutare chi si è ricordato di me.
A Ciro mille benedizioni e baci.
A te poi un milione di abbracci.
- Smanio di ritrovarmi fra voi altri.
Sono il tuo P.
LETTERA 145.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone, martedì 26 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua di sabato 23.
Ecco il motivo del mio artificio per nasconderti il mio stato: temevo di darti troppa pena, ma tu mi forzasti a dir tutto, e tutto fu detto.
Intanto però, cara Mariuccia, non agitarti più affatto perché io son guarito, ed ogni giorno sto meglio.
L'unica cosa che conservo sono quelle dogliarelle nelle articolazioni delle mani e de' piedi: ma, come ti dissi nella mia precedente, qui ti ripeto che il Medico mi assicura un tale incomoduccio dovermi lasciar libero allorché farò dei bagni.
Non attribuire menomamente a mio desiderio di palliarti l'importanza della operazione delle tonsille.
Tutti i professori mi hanno sempre in ogni luogo assicurato, come questi attualmente mi confermano essere detta estirpazione una cosa ridicola e da non farne alcun caso.
Il dolore è piccolissimo e infinitamente minore che quello della estrazione d'un dente: il tempo per eseguirla può al più estendersi a due minuti: l'emorragia se un poco di emorragia accade, si arresta in momenti con l'uso della neve tenuta in bocca.
Insomma io ti ho detto la pura verità: ciononostante ad autunno c'è tempo, ed avremo agio ed opportunità di parlarne per fare il tutto col più scrupoloso giudizio.
Che se verificheremo insieme che in simile operazione c'è tutt'altro che da porsi in orgasmo, non ti pare un gran beneficio quello di liberarmi per sempre da tante maledette angine?
Torricelli è tutt'ora a Sinigaglia: al suo ritorno gli farò i tuoi ringraziamenti: gli ho intanto fatti alla moglie la quale non vuole ascoltarli.
Di ciò parleremo meglio a voce.
- Sii certa che io non mi metterei in viaggio quando non mi sentissi capace di sopportarlo, sarebbe di partire dentro la settimana futura, secondo che potrò e dove il medico non lo giudicasse opportuno.
La mia idea su ciò trovare qui una occasione per venire a piccole giornate sulla via del Furlo.
Tre motivi mi persuadono a scegliere questo partito: 1° il non voler passare presso Ancona con la diligenza, dove questo legno è spesso assalito dai ladri: 2° evitare tre giorni di continua scossa con tre nottate di cammino: 3° il vero incomodo del giungere a Roma di notte.
Su ciò ci risentiremo meglio.
Se intanto ti fosse possibile di ottenere il solitissimo lasciapassare, sarebbe cosa buona.
Io posso riportare piuttosto qualche cosa di meno che non qualche cosa di più di quello che portai via da Roma.
Circa all'affare di Ricci, benché non abbia potuto udire il di lui voto, esiggerò gli Sc.
40 per suo conto, e quello che non ne spenderò lo condurrò a Roma per darlo a lui o a te secondochè sarà stato composto fra noi tre questo affare.
Forse la disgraziata combinazione di D.
Pietro Lante può essere utile alla salute di Ricci padre, togliendolo a quella vita solitaria e cogitabonda che sempre conduce.
La notizia di Galiano mi ha veramente sorpreso! Povero G.
R.
colle sue speranze! Tutti i dolci e le visite delle tre damigelle, tutto gettato! - Anche io però ci perdo, diciamo la verità, imperocché già mi andavo introitando delle altre belle trottate in quel comodissimo legno nelle deliziose giornate estive! Ma senza burla od egoismo, mi dispiace sul serio di non vederlo più!
È un pezzo che Cencio Rosa doveva avere il grado, ma io credevo qualche cosa più che sotto-tenente.
- Eccoti ancora da mia parte una bella letterona.
Lo scriverti non mi ha punto incomodato, ed altronde c'erano a dire varie cosette.
Finisco qui dopo averti pregato di benedire Ciro nostro e di coprirlo di baci.
Mi vado consolando sempre colla speranza che egli si ricordi del suo papà, e che studii.
Quanto godrei se al mio ritorno lo udissi leggere velocemente e a senso due pagine! - Ti abbraccio di vero cuore, Mariuccia mia, e sono il tuo P.
LETTERA 146.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[fine giugno 1832]
Mio caro Checco
E da Mariuccia e da Ricci avrai udito le mie peripezie.
"Eppuro eccheme quà: gnente pavura".
(Io)
Senza dunque altra giustificazione tu vedi qual fu il mio ritardo di riscontro alla tua del 5 giugno spirante.
Se la faccenda andava un poco più avanti invece di giugno ero spirato io.
Allorchè Biagini scriverà al valoroso Malvica fa' che gli dica da mia parte che io ho letto il paragrafo per me e ne ho aggradito la compitezza dell'espressioni.
Esse stesse però, moderate ed oneste quali potevano uscire dalla penna di un gentiluomo quale Malvica è, mi hanno purtuttavia fatto dubitare che da me sino a Lui la natura delle mie opinioni e delle parole sul di lui libro bellissimo de' sepolcri etc.
abbia per avventura potuto alterarsi per successivi malintesi, mentre le doti dell'opera che il Malvica vuole modestamente segnalarmi sono appunto quelle che io trovo ed apprezzo in quel suo lavoro pieno di ardore, di dottrina e di virtù.
Le uniche mie pochissime osservazioni cadevano e cadono sul solo artificio di poche fra le molte inscrizioni onde il volume va ricco.
In questo mi parve che anche voi amici vi accordaste con me: e se così fu, o tutti dicemmo bene o c'ingannammo tutti.
Oltre la lettura da me fatta in Roma dell'esemplare che me ne die' Biagini, l'ho replicata in questa Città maturamente, al quale effetto portai meco il libro.
E già mi accingevo alla estensione dell'articolo per l'Oniologia, quando mi assalì la mia fiera malattia che fece colare dodici volte il mio sangue.
Pretermesso allora ogni pensiere che non fosse di cura, mi sopraggiunse la tua del 5 col paragrafo di Malvica, il quale mi fece mutare idea, onde evitare ogni credibilità di prevenzione sinistra che mi si potesse supporre dell'opera da esaminarsi, ed anzi da lodarsi quasi in tutto.
Malvica però non sarà frodato dall'articolo, seppure non mi manchi una promessa di chi non mi ha mancato giammai: e nell'articolo che rimpiazzerà il mio il nostro Malvica otterrà gli elogi e le osservazioni di ben più degna penna che la mia.
L'estensore ha egli per mia cura letto anch'egli due volte il libro e ne ha concepito il desiderio di conoscerne l'autore.
Chiudo questo lungo paragrafo co' miei affettuosi saluti per quel nobilissimo ingegno che tanto onora e più è per onorare la Sicilia e l'Italia.
Non mi resta più tempo per te.
L'ora della chiusura della posta già batte: e così tu, Biagini, Piccardi etc.
pigliatevi un sacco di abbracciamenti del vostro Belli.
"E se nel sacco qualcosella avanza,
Datene..."
P.S.
Non so se, rispondendomi tu, io potrei avere qui la tua risposta.
Dunque tu hai talento e capisci cos'hai da fare.
LETTERA 147.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[7 agosto 1832]
Amico carissimo
Ho udito che abbiate ricevuto dal re di Napoli una nuova decorazione, e ne ho giubilato come di uno de' pochi casi ne' quali vedo fra gli uomini posarsi il fregio sul merito, e perciò più ne ho giubilato che questo merito riconosciuto risieda in chi mi onora della sua cara amicizia.
Se la notizia è vera, come ho dei dati per credere, piacciavi di accrescere la mia sodisfazione con una vostra diretta conferma.
Da non molti giorni io sono tornato a Roma dopo un altro breve viaggetto di poco oltre a due mesi.
Qui seguo il mio solito genere di vita: ritiratissimo e solitario.
Mi aspetto di udire altrettanto di voi, meno il vostro sollievo serale de' quartetti in famiglia.
Vi faccio i saluti di mia moglie e vi prego di passare i miei rispetti a tutti i vostri.
Sono di cuore
Il vostro amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Palazzo Poli, 2° piano.
Di Roma, 7 agosto 1832.
LETTERA 148.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Sabato 20 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Manca un quarto alle 10 e già siamo a Baccano per rifrescare.
La vettura è eccellente, e i cavalli volano.
Ciro sta benone e saluta tanto tanto la sua mammà pregandola a stare allegra.
Un'ora e mezzo prima dell'Avemaria siamo giunti a Civitacastellana, e appena preso alloggio ho mandato il nostro Ciro con i due fidi angioli custodi a vedere il Duomo, il ponte, la fortezza (di fuori) e lo svizzero che batte le ore sul campanile.
- Tornato a casa, e udendo dire da me che la camera assegnataci doveva per certo essere frequentata da molti sorci, de' quali si vedevano gl'indizii e si udivano gli strilletti, egli il nostro Cirone ha subito esclamato: Questo è certo non vedete che anche sul pagliaccio de' letti ce n'è l'avviso? Queste due lettere S.A.
significano Sorcio Amato.
Infatti ogni paglione aveva un bollo marcato con dette iniziali.
- Ora è la 1/2 ora di notte.
Ciro giuoca a carte con Domenico, e osserva che la sua mammà starà con Don Ferdinando.
- Or'ora si cena e poi si va a letto.
Buona notte anche a te, cara Mariuccia da parte di noi tutti.
Narni 21 - ore 10 1/2 antimerid.e
Siamo giunti sani e salvi.
Ciro mangia d'assai buono appetito.
Abbiamo veduto Bucchi che ti saluta.
Sta grasso.
La moglie sta magra e torna a Roma sul fine del mese.
- Nel dubbio di fare in tempo a Terni, imposto qui la presente.
Se l'ora lo permetterà ti scriverò pure da Terni, e così avrai le notizie nuove di là.
Siamo in legno e scrivo qui dentro; perciò Ciro non può aggiungere di più.
Tanti rispetti d'Antonia e Domenico, co' saluti per Annamaria ed Antonio.
Ti abbraccio di cuore il tuo P.
LETTERA 149.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Mammà mia, io sto bene, e mi diverto vedendo Terni che mi piace, e ci ho trovato un anfiteatro come Corea.
Vi assicuro che non mi manca altro che di stare con voi.
Ma vado a farmi uomo, e questo pensiere deve dare a me coraggio, e a voi consolazione.
Tutti vi salutano; ed io vi bacio la mano chiedendovi la benedizione.
Ciro vostro.
Di Terni, lunedì 22 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Come ti dissi nella mia, data di Narni, non giunsi qui in tempo per impostarti un cenno del nostro ottimo arrivo.
Fummo accolti con somma cordialità da Teodora, Mariuccia e Peppino.
La moglie é restata a Torre Orsina con la figlietta, perché questa è raffreddata, e pel bisogno di attendere alla vendemmia, lo che obliga pure Peppino a tornarvi oggi dopo pranzo.
Ciro piace a tutti quelli che lo vedono, e mostra una franchezza per tutto, in tutto e con tutti, che fa piacere a guardarlo.
Ogni tanto mi va egli dimandando cosa farà adesso Mammà.
Io gli rispondo che starà afflitta per la sua mancanza ed egli dice povera Mammà!
Ho veduto Corazza: siamo restati d'accordo che al mio ritorno lo avviserò e andremo a Cesi sulla faccia del luogo con un muratore e combineremo il tutto secondo il giusto e l'onesto.
Stocchi credeva che a me potesse piacere di prendere lo stesso il semestre d'affitto.
Gli ho mandato a dire da Corazza che il danaro serve a te in Roma, e però, dovendo io subito ripartire per Perugia, o mi fornisce col denaro i mezzi di spedirtelo franco, o lo affranchi egli stesso alla tua direzione.
Già ti ricorderai che in questo semestre ci toccano non già Sc.
105 ma bensì Sc.
97:81, stanti gli Sc.
7:19 che si debbono a Corazza.
- Circa agli Sc.
50 che questi deve dare tuttora per residuo del prezzo del terreno vendutogli, o me li pagherà al mio ritorno da Perugia (e in questo caso gli si abbuoneranno per essi altri Sc.
1:25 di frutti a tutto marzo 1833; epoca in cui entrerà in possesso del fondo); ovvero li pagherà in quell'epoca come meglio a me piacerà.
- Alla riapertura del tribunale, intorno alla festa di S.
Martino, sarà finita la pendenza con i frati Agostiniani, pel sequestro circa Piacenti.
Allora io sarò in Roma o starò per entrarvi, e firmeremo insieme la procura ad esiggere, secondo i termini che in detta epoca sarò ad indicarti.
- Io vorrei ripartire per Perugia dimani mattina, ma il vetturino che ci ha condotti fin qui non può venire, e sinora altro legno non s'è trovato.
Prima che cada il giorno ciò può accadere.
- Il tempo è bello e Peppino voleva condurre Ciro in legno alla caduta e poi di là a cavallo alla Torre; ma cavalli in questi tempi di vendemmia non si sono trovati, ed altronde vetture non si possono prendere stante la privativa della Posta, la quale poi costa troppo.
Egli ha un legnetto, ma attualmente manca di cavallo.
- Oggi penso di mandar Ciro a vedere il così detto Sasso di S.
Paolo a mezzo miglio fuori le porte di Terni, dove il fiume imbattendo in un enorme macigno piantato a traverso il suo corso, forma un salto bellissimo.
Sarà questa vista una miniatura della cascata che vedrà un giorno.
-
Mariuccia mia, pensa a sollevarti quanto più puoi, e sii persuasa che Ciro sta bene e meglio starà sempre coll'aiuto del Cielo.
- Antonia e Domenico non cessano d'insistere perchè io ti porga i loro rispetti, e ti mandi i saluti per la Signora Annamaria la Decana e per Antonio il novizio.
Martedì 23.
Non siamo oggi partiti per mancanza di vettura; partiremo però dimani mattina: si rinfrescherà a Spoleto: la sera a Fuligno; e giovedì mattina saremo a Dio piacendo, in Perugia; ciò accadrà presso a poco allorché tu leggerai la presente.
- Ciro ha fatto una grande amicizia con un canòne di casa.
Bisogna vedere come questa bestia gli corre appresso per tutto.
La seconda amicizia poi l'ha stretta con un bell'albero di fichi che sta giù nell'orto.
Ogni tanto corre giù, e sta contemplandolo a testa alta e bocca aperta.
Questa mattina Domenico ed io siam saliti sull'albero, ed egli era fuori di sé raccogliendo da basso i fichi che gli facevamo cadere.
Non credere però che ne abbia mangiati: li ha tutti portati in casa per pranzo.
Già egli parla di Terni e delle sue strade, come di Roma; e mostra una prontezza tale che credo non avergli mai scoperta dapprima.
Le mangiate e le dormite son come quelle d'Albano, e sta rosso e duro come una mela rosa.
Ieri fu, come ti dissi, al sasso di S.
Paolo, e tornato a casa imitava con salti e suoni di bocca il rumore e il moto di quel fenomeno d'acqua.
Oggi è andato a S.
Martino, al Monumento, alla Madonna del Rio, e verso la strada di Piedelmonte.
Antonia e Domenico gli sono sempre al fianco: io per verità faccio il poltrone.
-
Finisco col pregarti nuovamente a star del migliore animo che puoi.
Tutti ti salutano, e Ciro ti bacia la mano chiedendoti di nuovo la benedizione.
Io ti abbraccio di tutto cuore; e sono al solito
il tuo P.
LETTERA 150.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Partiti ieri mattina da Terni arrivammo ieri a 22 ore e mezzo a Fuligno, dove girammo alquanto per far vedere alla mia gente la Città e i guasti del terremoto.
Dopo bene albergato si è ripartiti questa mattina a giorno e alle ore 11 antimeridiane eravamo già qui in Perugia distante da Fuligno 22 miglia.
Tutto è andato benone.
Smontati appena in locanda è venuto a vederci Biscontini il quale ha fatto tutti i patti col locandiere e ci ha assistiti a pranzo.
Dimani pranzerà con noi: noi poi andremo per un paio di giorni alla sua villeggiatura.
- Ho mandato alla posta, e infatti eravi la tua del 23 con l'inclusa carta bollata che ti rispingo firmata.
Circa alla assicurazione ci avrei sempre badato benché tu non me lo avessi detto.
- Ho già parlato col sarto e col calzuolaio.
Il primo farà a Ciro un abito nero, due pantaloni e gilè simili (tanti ne fanno gli altri) soprabito e pantaloni di borgonzò e feraiuolo simile: il calzuolaio poi gli farà due paia di scarpe.
- Domani andremo a visitare il Collegio, e allora ti saluterò il Presidente Colizzi: oggi sono tutti in campagna.
- Appena vedrò Micheletti gli farò il tuo saluto.
- Di Stocchi già ti dissi nella mia di Terni 24 corr.e; feci a Corazza molte premure, ma nulla vidi prima della mia partenza.
Spero che non vorrà prendersela così comoda.
- Va bene della De L'Arche: se si esigge, dimmelo, ed io le ne accuserò subito il ricevuto.
- Biscontini mi fornirà tutto il danaro che mi occorrerà.
- Ho parlato lungamente e continuamente con Ciro di te, ed oggi in particolare gli ho letto il paragrafo della tua lettera: egli dice che ti dia tanti e tanti baci sulle mani e sul viso da parte sua, e ti chieda a suo nome la benedizione.
- Noi stiamo tutti bene.
Antonia e Domenico ti riveriscono.
Biscontini ti saluta: io ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo P.
LETTERA 151.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 27 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Noi seguitiamo tutti a star bene: ieri conducemmo Ciro a vedere il Collegio: ci ricevé il Presidente Colizzi che ti saluta.
Lo stabilimento non può essere meglio esposto né più propriamente tenuto.
Tutto bene.
Bel refettorio, bella cucina, bel teatrino, bei bigliardi, bellissimo oratorio, insomma tutto bello, proprio e decente.
Si è stabilito che per quest'anno Ciro starà fra i piccoli, onde abbia più cura, non parendo ancor tempo che dorma in una camera solo, né essendo capace di quegli studii che occupano i mezzanelli.
Starà dunque in un grazioso dormitorio scompartito in vaghi lettini di ferro, tutti nuovi.
Accanto al suo lettino, che è coperto di un vidò bianco, avrà il suo tavolinetto da posar le sue cosette, e un attaccapanni coperto da tavoletta e tendina.
- Egli entrerà lunedì prossimo, onde andare subito alla scampagnata che in quel giorno tocca; ed è meglio, a sentimento di tutti, che partecipi di questi ultimi giorni di divertimenti onde al suo ingresso non metterlo subito al travaglio.
Ciro è il più bello di tutta la sua camerata.
Avvicinatosi ai suoi futuri compagni (fra i quali sono Grazioli, Sartori e Bartolucci) tutti gli si andavano mettendo accanto per vedere se era più alto o più basso di loro, e poi tutti pregavano il Presidente che lo facesse restare a pranzo con loro.
- Appena Ciro sarà in Collegio, noi andremo per due giorni al casino di Biscontini e poi tornati a Perugia vi passeremo altri due o tre giorni per visitarlo: quindi partiremo per Terni.
- Addio, Mariuccia mia: Domenico e Antonia ti riveriscono: Ciro ti bacia la mano e ti chiede la benedizione, ed io ti abbraccio di cuore
il tuo P.
LETTERA 152.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 30 ottobre 1832 - martedì
Cara Mammà mia, io sto bene e contento, e vi chiedo la benedizione, baciandovi la mano con rispetto ed affezione.
CIRO VOSTRO.
Mia cara Mariuccia
Hai ragione veramente di lagnarti che nella lettera che ti diressi il 25 non vi fu nulla di carattere di Ciro, come altresì nulla vi avrai trovato nell'altra del 27, ma sappi che dette due lettere per varie circostanze furono da me scritte e chiuse in somma fretta.
Eccoti nella presente due righe di questo caro figlio scritte da lui questa mattina nella camera del Presidente Colizzi.
Ieri, come nella mia precedente ti avvisai, seguì il suo ingresso in Collegio.
Alle 9 lo mandai con Antonia e Domenico per udire a quale ora si poteva tornare con lui e con la canestra del corredo, onde fare la consegna così di esso come della roba: egli corse sempre avanti sino alla porta del Collegio, ed arrivato dentro non volle più tornare indietro, di modo che Antonia e Domerico ve lo lasciarono e tornarono soli, maravigliati dell'allegria e franchezza da lui mostrata nel prendere subito possesso del suo nuovo domicili