MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 6
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...
Del canonico non ho paura...
- Ah!...
donna Chiara!...
La bella monaca che avete in casa!...
Una vera grazia di Dio!...
- Eh, marchese? eh? Chi ve l'avrebbe detto, ai vostri tempi?...
che sareste arrivato a vedere la processione del santo Patrono spalla a spalla con mastro-don Gesualdo, in casa Sganci! - riprese il barone Zacco, il quale pensava sempre a una cosa, e non poteva mandarla giù, guardando di qua e di là cogli occhiacci da spiritato, ammiccando alle donne per farle ridere.
Il marchese, impenetrabile, rispose solo:
- Eh, eh, caro barone! Eh, eh!
- Sapete quanto ha guadagnato nella fabbrica dei mulini mastro-don Gesualdo? - entrò a dire il notaro a mezza voce in aria di mistero.
- Una bella somma! Ve lo dico io!...
Si è tirato su dal nulla...
Me lo ricordo io manovale, coi sassi in spalla...
sissignore!...
Mastro Nunzio, suo padre, non aveva di che pagare le stoppie per far cuocere il gesso nella sua fornace...
Ora ha l'impresa del ponte a Fiumegrande!...
Suo figlio ha sborsato la cauzione, tutta in pezzi da dodici tarì, l'un sull'altro...
Ha le mani in pasta in tutti gli affari del comune...
Dicono che vuol mettersi anche a speculare sulle terre...
L'appetito viene mangiando...
Ha un bell'appetito...
e dei buoni denti, ve lo dico io!...
Se lo lasciano fare, di qui a un po' si dirà che mastro-don Gesualdo è il padrone del paese!
Il marchese allora levò un istante la sua testolina di scimmia; ma poi fece una spallucciata, e rispose, con quel medesimo risolino tagliente:
- Per me...
non me ne importa.
Io sono uno spiantato.
- Padrone?...
padrone?...
quando saran morti tutti quelli che son nati prima di lui!...
e meglio di lui! Venderò Fontanarossa; ma le terre del comune non me le toglie mastro-don Gesualdo! Né solo, né coll'aiuto della baronessa Rubiera!
- Che c'è? che c'è? - interruppe il notaro correndo al balcone, per sviare il discorso, poiché il barone non sapeva frenarsi e vociava troppo forte.
Giù in piazza, dinanzi al portone di casa Sganci, vedevasi un tafferuglio, dei vestiti chiari in mezzo alla ressa, berretti che volavano in aria, e un tale che distribuiva legnate a diritta e a manca per farsi largo.
Subito dopo comparve sull'uscio dell'anticamera don Giuseppe Barabba, colle mani in aria strangolato dal rispetto.
- Signora!...
signora!...
Era tutto il casato dei Margarone stavolta: donna Fifì, donna Giovannina, donna Mita, la mamma Margarone, donna Bellonia, dei Bracalanti di Pietraperzia, nientemeno, che soffocava in un busto di raso verde, pavonazza, sorridente; e dietro, il papà Margarone, dignitoso, gonfiando le gote, appoggiandosi alla canna d'India col pomo d'oro, senza voltar nemmeno il capo, tenendo per mano l'ultimo dei Margarone, Nicolino, il quale strillava e tirava calci perché non gli facevano vedere il santo dalla piazza.
Il papà, brandendo la canna d'India, voleva insegnargli l'educazione.
- Adesso? - sogghignò il marchese per calmarlo.
- Oggi ch'è festa? Lasciatelo stare quel povero ragazzo, don Filippo!
Don Filippo lasciò stare, limitandosi a lanciare di tanto in tanto qualche occhiataccia autorevole al ragazzo che non gli badava.
Intanto gli altri facevano festa alle signore Margarone: - Donna Bellonia!...
donna Fifì!...
che piacere, stasera!...
- Perfino don Giuseppe Barabba, a modo suo, sbracciandosi a portar delle altre seggiole e a smoccolare i lumi.
Poi dal balcone si mise a fare il telegrafo con qualcuno ch'era giù in piazza, gridando per farsi udire in mezzo al gran brusìo della folla: - Signor barone! signor barone! - Infine corse dalla padrona, trionfante:
- Signora! signora! Eccolo che viene! ecco don Ninì!.
Donna Giuseppina Alòsi abbozzò un sorrisetto alla gomitata che le piantò nei fianchi il barone Zacco.
La signora Capitana invece si rizzò sul busto - come se sbocciassero allora le sue belle spalle nude dalle maniche rigonfie.
- Sciocco! Non ne fai una bene! Cos'è questo fracasso? Non è questa la maniera!
Don Giuseppe se ne andò brontolando.
Ma in quella entrava don Ninì Rubiera, un giovanotto alto e massiccio che quasi non passava dall'uscio, bianco e rosso in viso, coi capelli ricciuti, e degli occhi un po' addormentati che facevano girare il capo alle ragazze.
Donna Giovannina Margarone, un bel pezzo di grazia di Dio anch'essa, cinghiata nel busto al pari della mamma, si fece rossa come un papavero, al vedere entrare il baronello.
Ma la mamma le metteva sempre innanzi la maggiore, donna Fifì, disseccata e gialla dal lungo celibato, tutta pelosa, con certi denti che sembrava volessero acchiappare un marito a volo, sopraccarica di nastri, di fronzoli e di gale, come un uccello raro.
- Fifì vi ha scoperto per la prima in mezzo alla folla!...
Che folla, eh? Mio marito ha dovuto adoperare il bastone per farci largo.
Proprio una bella festa! Fifì ci ha detto: Ecco lì il baronello Rubiera, vicino al palco della musica...
Don Ninì guardava intorno inquieto.
A un tratto scoprendo la cugina Bianca rincantucciata in fondo al balcone del vicoletto, smorta in viso, si turbò, smarrì un istante il suo bel colorito fiorente, e rispose balbettando:
- Sissignora...
infatti...
sono della commissione...
- Bravo! bravo! Bella festa davvero! Avete saputo far le cose bene!...
E vostra madre, don Ninì?...
- Presto! presto! - chiamò dal balcone la zia Sganci.
- Ecco qui il santo!
Il marchese Limòli, che temeva l'umidità della sera, aveva afferrato la mamma Margarone pel suo vestito di raso verde e faceva il libertino: - Non c'è furia, non c'è furia! Il santo torna ogni anno.
Venite qua, donna Bellonia.
Lasciamo il posto ai giovani, noi che ne abbiamo viste tante delle feste!
E continuava a biasciarle delle barzellette salate nell'orecchio che sembrava arrossire dalla vergogna; divertendosi alla faccia seria che faceva don Filippo sul cravattone di raso; mentre la signora Capitana, per far vedere che sapeva stare in conversazione, rideva come una matta, chinandosi in avanti ogni momento, riparandosi col ventaglio per nascondere i denti bianchi, il seno bianco, tutte quelle belle cose di cui studiava l'effetto colla coda dell'occhio, mentre fingeva d'andare in collera allorché il marchese si pigliava qualche libertà soverchia - adesso che erano soli - diceva lui col suo risolino sdentato di satiro.
- Mita! Mita! - chiamò infine la mamma Margarone.
- No! no! Non mi scappate, donna Bellonia!...
Non mi lasciate solo con la signora Capitana...
alla mia età!...
Donna Mita sa quel che deve fare.
E' grande e grossa quanto le sue sorelle messe insieme; ma sa che deve fare la bambina, per non far torto alle altre due.
Il notaro Neri, che per la sua professione sapeva i fatti di tutto il paese e non aveva peli sulla lingua, domandò alla signora Margarone:
- Dunque, ce li mangeremo presto questi confetti pel matrimonio di donna Fifì?
Don Filippo tossì forte.
Donna Bellonia rispose che sino a quel momento erano chiacchiere: la gente parlava perché sapeva don Ninì Rubiera un po' assiduo con la sua ragazza:
- Nulla di serio.
Nulla di positivo...
- Ma le si vedeva una gran voglia di non esser creduta.
Il marchese Limòli al solito trovò la parola giusta:
- Finché i parenti non si saranno accordati per la dote, non se ne deve parlare in pubblico.
Don Filippo affermò col capo, e donna Bellonia, vista l'approvazione del marito, s'arrischiò a dire:
- E' vero.
- Sarà una bella coppia! - soggiunse graziosamente la signora Capitana.
Il cavaliere Peperito, onde non stare a bocca chiusa come un allocco, in mezzo al crocchio dove l'aveva piantato donna Giuseppina per non dar troppo nell'occhio, scappò fuori a dire:
- Però la baronessa Rubiera non è venuta!...
Come va che la baronessa non è venuta dalla cugina Sganci?
Ci fu un istante di silenzio.
Solo il barone Zacco, da vero zotico, per sfogare la bile che aveva in corpo, si diede la briga di rispondere ad alta voce, quasi fossero tutti sordi:
- E' malata!...
Ha mal di testa!...
- E intanto faceva segno di no col capo.
Poscia, ficcandosi in mezzo alla gente, a voce più bassa, col viso acceso:
- Ha mandato mastro-don Gesualdo in vece sua!...
il futuro socio!...
sissignore!...
Non lo sapete? Piglieranno in affitto le terre del comune...
quelle che abbiamo noi da quarant'anni...
tutti i Zacco, di padre in figlio!...!...
Una bricconata! Una combriccola fra loro tre: Padre figliuolo e spirito santo! La baronessa non ha il coraggio di guardarmi in faccia dopo questo bel tiro che vogliono farmi...
Non voglio dire che sia rimasta a casa per non incontrarsi con me...
Che diavolo! Ciascuno fa il suo interesse...
Al giorno d'oggi l'interesse va prima della parentela...
Io poi non ci tengo molto alla nostra...
Si sa da chi è nata la baronessa Rubiera!...
E poi fa il suo interesse...
Sissignore!...
Lo so da gente che può saperlo!...
Il canonico le fa da suggeritore; mastro-don Gesualdo ci mette i capitali, e la baronessa poi...
un bel nulla...
l'appoggio del nome!...
Vedremo poi quale dei due conta di più, fra il suo e il mio!...
Oh, se la vedremo!...
Intanto per provare cacciano innanzi mastro-don Gesualdo...
vedete, lì, nel balcone dove sono i Trao?...
- Bianca! Bianca! - chiamò il marchese Limòli.
- Io, zio?
- Sì, vieni qua.
- Che bella figurina! - osservò la signora Capitana per adulare il marchese, mentre la giovinetta attraversava la sala, timida, col suo vestito di lanetta, l'aria umile e imbarazzata delle ragazze povere.
- Sì, - rispose il marchese.
- E' di buona razza.
- Ecco! ecco! - si udì in quel momento fra quelli ch'erano affacciati.
- Ecco il santo!
Peperito colse la palla al balzo e si cacciò a capo fitto nella folla dietro la signora Alòsi.
La Capitana si levò sulla punta dei piedi; il notaro, galante, proponeva di sollevarla fra le braccia.
Donna Bellonia corse a far la mamma, accanto alle sue creature; e suo marito si contentò di montare su di una sedia, per vedere.
- Cosa ci fai lì con mastro-don Gesualdo? - borbottò il marchese, rimasto solo colla nipote.
Bianca fissò un momento sullo zio i grandi occhi turchini e dolci, la sola cosa che avesse realmente bella sul viso dilavato e magro dei Trao, e rispose:
- Ma...
la zia l'ha condotto lì...
- Vieni qua, vieni qua.
Ti troverò un posto io.
Tutt'a un tratto la piazza sembrò avvampare in un vasto incendio, sul quale si stampavano le finestre delle case, i cornicioni dei tetti, la lunga balconata del Palazzo di Città, formicolante di gente.
Nel vano dei balconi le teste degli invitati che si pigiavano, nere in quel fondo infuocato; e in quello di centro la figura angolosa di donna Fifì Margarone, sorpresa da quella luce, più verde del solito, colla faccia arcigna che voleva sembrar commossa, il busto piatto che anelava come un mantice, gli occhi smarriti dietro le nuvole di fumo, i denti soli rimasti feroci; quasi abbandonandosi, spalla a spalla contro il baronello Rubiera, il quale sembrava pavonazzo a quella luce, incastrato fra lei e donna Giovannina; mentre Mita sgranava gli occhi di bambina, per non vedere, e Nicolino andava pizzicando le gambe della gente, per ficcarvi il capo framezzo e spingersi avanti.
- Cos'hai? ti senti male? - disse il marchese vedendo la nipote così pallida.
- Non è nulla...
E' il fumo che mi fa male...
Non dite nulla, zio! Non disturbate nessuno!...
Di tanto in tanto si premeva sulla bocca il fazzolettino di falsa batista ricamato da lei stessa, e tossiva, adagio adagio, chinando il capo; il vestito di lanetta le faceva delle pieghe sulle spalle magre.
Non diceva nulla, stava a guardare i fuochi, col viso affilato e pallido, come stirato verso l'angolo della bocca, dove erano due pieghe dolorose, gli occhi spalancati e lucenti, quasi umidi.
Soltanto la mano colla quale appoggiavasi alla spalliera della seggiola era un po' tremante e l'altra distesa lungo il fianco si apriva e chiudeva macchinalmente: delle mani scarne e bianche che spasimavano.
- Viva il santo Patrono! Viva san Gregorio Magno! - Nella folla, laggiù in piazza, il canonico Lupi, il quale urlava come un ossesso, in mezzo ai contadini, e gesticolava verso i balconi del palazzo Sganci, col viso in su, chiamando ad alta voce i conoscenti:
- Donna Marianna?...
Eh?...
eh?...
Dev'esserne contento il baronello Rubiera!...
Baronello? don Ninì? siete contento?...
Vi saluto, don Gesualdo! Bravo! bravo! Siete lì!...
- Poi corse di sopra a precipizio, scalmanato, rosso in viso, col fiato ai denti, la sottana rimboccata, il mantello e il nicchio sotto l'ascella, le mani sudice di polvere, in un mare di sudore: - Che festa, eh! signora Sganci! - Intanto chiamava don Giuseppe Barabba che gli portasse un bicchier d'acqua: - Muoio dalla sete, donna Marianna! Che bei fuochi, eh?...
Circa duemila razzi! Ne ho accesi più di duecento con le mie mani sole.
Guardate che mani, signor marchese!...
Ah, siete qui, don Gesualdo? Bene! bene! Don Giuseppe? Chissà dove si sarà cacciato quel vecchio stolido di don Giuseppe:
Don Giuseppe era salito in soffitta, per vedere i fuochi dall'abbaino, a rischio di precipitare in piazza.
Comparve finalmente, col bicchier d'acqua, tutto impolverato e coperto di ragnateli, dopo che la padrona e il canonico Lupi si furono sgolati a chiamarlo per ogni stanza.
Il canonico Lupi, ch'era di casa, gli diede anche una lavata di capo.
Poscia, voltandosi verso mastro-don Gesualdo, con una faccia tutta sorridente:
- Bravo, bravo, don Gesualdo! Son contentone di vedervi qui.
La signora Sganci mi diceva da un pezzo: l'anno venturo voglio che don Gesualdo venga in casa mia, a vedere la processione!
Il marchese Limòli, il quale aveva salutato gentilmente il santo Patrono al suo passaggio, inchinandosi sulla spalliera della seggiola, raddrizzò la schiena facendo un boccaccia.
- Ahi! ahi!...
Se Dio vuole è passata anche questa!...
Chi campa tutto l'anno vede tutte le feste.
- Ma di veder ciò che avete visto stavolta non ve l'aspettate più! - sogghignava il barone Zacco, accennando a mastro-don Gesualdo.
- No! no! Me lo rammento coi sassi in spalla...
e le spalle lacere!...
sul ponte delle fabbriche, quest'amicone mio con cui oggi ci troviamo qui, a tu per tu!...
Però la padrona di casa era tutta cortesie per mastro-don Gesualdo.
Ora che il santo aveva imboccato la via di casa sua sembrava che la festa fosse per lui: donna Marianna parlandogli di questo e di quello; il canonico Lupi battendogli sulla spalla; la Macrì che gli aveva ceduto persino il posto; don Filippo Margarone anche lui gli lasciava cadere dall'alto del cravattone complimenti simili a questi:
- Il nascer grandi è caso, e non virtù!...
Venire su dal nulla, qui sta il vero merito! Il primo mulino che avete costruito in appalto, eh? coi denari presi in prestito al venti per cento!...
- Sì signore, - rispose tranquillamente don Gesualdo.
- Non chiudevo occhio, la notte.
L'arciprete Bugno, ingelosito dei salamelecchi fatti a un altro, dopo tutti quegli spari, quelle grida, quel fracasso che gli parevano dedicati un po' anche a lui, come capo della chiesa, era riuscito a farsi un po' di crocchio attorno pur esso, discorrendo dei meriti del santo Patrono: un gran santo!...
e una gran bella statua...
I forestieri venivano apposta per vederla...
Degli inglesi, s'era risaputo poi, l'avrebbero pagata a peso d'oro, onde portarsela laggiù, fra i loro idoli...
Il marchese che stava per iscoppiare, l'interruppe alla fine:
- Ma che sciocchezze!...
Chi ve le dà a bere, don Calogero? La statua è di cartapesta...
una brutta cosa!...
I topi ci hanno fatto dentro il nido...
Le gioie?...
Eh! eh! non arricchirebbero neppur me, figuratevi! Vetro colorato...
come tante altre che se ne vedono!...
un fantoccio da carnevale!...
Eh? Cosa dite?...
Sì, un sacrilegio! Il mastro che fece quel santo dev'essere a casa del diavolo...
Non parlo del santo ch'è in paradiso...
Lo so, è un'altra cosa...
Basta la fede...
Son cristiano anch'io, che diavolo!...
e me ne vanto!...
La signora Capitana affettava di guardare con insistenza la collana di donna Giuseppina Alòsi, nel tempo stesso che rimproverava il marchese: - Libertino!...
libertino! - Peperito s'era tappate le orecchie.
L'arciprete Bugno ricominciò daccapo: - Una statua d'autore!...
Il Re, Dio guardi, voleva venderla al tempo della guerra coi giacobini!...
Un santo miracoloso!...
- Che c'è di nuovo, don Gesualdo? - gridò infine il marchese ristucco, con la vocetta fessa, voltando le spalle all'arciprete.
- Abbiamo qualche affare in aria?
Il barone Zacco si mise a ridere forte, cogli occhi che schizzavano fuori dell'orbita; ma l'altro, un po' stordito dalla ressa che gli si faceva attorno, non rispose.
- A me potete dirlo, caro mio, - riprese il vecchietto malizioso.
- Non avete a temere che vi faccia la concorrenza, io!
Al battibecco si divertivano anche coloro che non gliene importava nulla.
Il barone Zacco, poi, figuriamoci! - Eh! eh! marchese!...
Voi non la fate, la concorrenza?...
Eh! eh!
Mastro-don Gesualdo volse un'occhiata in giro su tutta quella gente che rideva, e rispose tranquillamente:
- Che volete, signor marchese?...
Ciascuno fa quel che può...
- Fate, fate, amico mio.
Quanto a me, non ho di che lagnarmene...
Don Giuseppe Barabba si avvicinò in punta di piedi alla padrona, e le disse in un orecchio, con gran mistero -
- Devo portare i sorbetti, ora ch'è passata la processione?
- Un momento! un momento! - interruppe il canonico Lupi, - lasciatemi lavar le mani.
- Se non li porto subito, - aggiunse il servitore, - se ne vanno tutti in broda.
E' un pezzo che li ha mandati Giacinto, ed eran già quasi strutti.
- Va bene, va bene...
Bianca?
- Zia...
- Fammi il piacere, aiutami un po' tu.
Dall'uscio spalancato a due battenti entrarono poco dopo don Giuseppe e mastro Titta, il barbiere di casa, carichi di due gran vassoi d'argento che sgocciolavano; e cominciarono a fare il giro degli invitati, passo passo, come la processione anch'essi.
Prima l'arciprete, donna Giuseppina Alòsi, la Capitana, gli invitati di maggior riguardo.
Il canonico Lupi diede una gomitata al barbiere, il quale passava dinanzi a mastro-don Gesualdo senza fermarsi.
- Che so io?...
Se ne vedono di nuove adesso!...
- brontolò mastro Titta.
Il ragazzo dei Margarone ficcava le dita dappertutto.
- Zio?...
- Grazie, cara Bianca...
Ci ho la tosse...
Sono invalido...
come tuo fratello...
- Donna Bellonia, lì, sul balcone! - suggerì la zia Sganci, la quale si sbracciava anche lei a servire gli invitati.
Dopo il primo movimento generale, un manovrar di seggiole per schivare la pioggia di sciroppo, erano seguiti alcuni istanti di raccoglimento, un acciottolìo discreto di piattelli, un lavorar guardingo e tacito di cucchiai, come fosse una cerimonia solenne.
Donna Mita Margarone, ghiotta, senza levare il naso dal piatto.
Barabba e mastro Titta in disparte, posati i vassoi, si asciugavano il sudore coi fazzoletti di cotone.
Il baronello Rubiera il quale stava discorrendo in un cantuccio del balcone grande naso a naso con donna Fifì, guardandosi negli occhi, degli occhi che si struggevano come i sorbetti, si scostò bruscamente al veder comparire la cugina, scolorandosi un po' in viso.
Donna Bellonia prese il piattino dalle mani di Bianca, inchinandosi goffamente:
- Quante gentilezze!...
è troppo! è troppo!
La figliuola finse di accorgersi soltanto allora della sua amica:
- Oh, Bianca...
sei qui?...
che piacere!...
M'avevano detto ch'eri ammalata...
- Sì...
un po',...
Adesso sto bene...
- Si vede...
Hai bella cera...
E un bel vestitino anche...
semplice!...
ma grazioso!...
Donna Fifì si chinò fingendo d'osservare la stoffa, onde far luccicare i topazii che aveva al collo.
Bianca rispose, facendosi rossa:
- E' di lanetta...
un regalo della zia...
- Ah!...
ah!...
Il baronello ch'era sulle spine propose di rientrare in sala: - Comincia ad esser umido...
Piglieremo qualche malanno...
- Sì!...
Fifì! Fifì! - disse la signora Margarone.
Donna Fifì dovette seguire la mamma, coll'andatura cascante che le sembrava molto sentimentale, la testolina alquanto piegata sull'omero, le palpebre che battevano, colpite dalla luce più viva, sugli occhi illanguiditi come avesse sonno.
Bianca posò la mano sul braccio del cugino, il quale stava per svignarsela anche lui dal balcone, dolcemente, come una carezza, come una preghiera; tremava tutta, colla voce soffocata nella gola:
- Ninì!...
Senti, Ninì!...
fammi la carità!...
Una parola sola!...
Son venuta apposta...
Se non ti parlo qui è finita per me...
è finita!...
- Bada!...
c'è tanta gente!...
- esclamò sottovoce il cugino, guardando di qua e di là cogli occhi che fuggivano.
Ella gli teneva fissi addosso i begli occhi supplichevoli, con un grande sconforto, un grande abbandono doloroso in tutta la persona, nel viso pallido e disfatto, nell'atteggiamento umile, nelle braccia inerti che si aprivano desolate.
- Cosa mi rispondi, Ninì?...
Cosa mi dici di fare?...
Vedi...
sono nelle tue braccia...
come l'Addolorata!...
Egli allora cominciò a darsi dei pugni nella testa, commosso, col cuore gonfio anch'esso, badando a non far strepito e che non sopraggiungesse nessuno nel balcone.
Bianca gli fermò la mano.
- Hai ragione!...
siamo due disgraziati!...
Mia madre non mi lascia padrone neanche di soffiarmi il naso!...
Capisci? capisci?...
Ti pare che non ci pensi a te?...
Ti pare che non ci pensi?...
La notte...
non chiudo occhio!...
Sono un povero disgraziato!...
La gente mi crede felice e contento...
Guardava giù nella piazza, ora spopolata, onde evitare gli occhi disperati della cugina che gli passavano il cuore, addolorato, cogli occhi quasi umidi anch'esso.
- Vedi? - soggiunse.
- Vorrei essere un povero diavolo...
come Santo Motta, laggiù!...
nell'osteria di Pecu-Pecu...
Povero e contento!...
- La zia non vuole?
- No, non vuole!...
Che posso farci?...
Essa è la padrona!
Si udiva nella sala la voce del barone Zacco, che disputava, alterato; e poi, nei momenti ch'esso taceva, il cicaleccio delle signore, come un passeraio, con la risatina squillante della signora Capitana, che faceva da ottavino.
- Bisogna confessarle tutto, alla zia!...
Don Ninì allungò il collo verso il vano del balcone, guardingo.
Poscia rispose, abbassando ancora la voce:
- Gliel'ha detto tuo fratello...
C'è stato un casa del diavolo!...
Non lo sapevi?
Don Giuseppe Barabba venne sul balcone portando un piattello su ciascuna mano.
- Donna Bianca, dice la zia...
prima che si finiscano...
- Grazie; mettetelo lì, su quel vaso di fiori...
- Bisogna far presto, donna Bianca.
Non ce n'è quasi più.
Don Ninì allora mise il naso nel piattello, fingendo di non badare ad altro: - Tu non ne vuoi?
Essa non rispose.
Dopo un po', quando il servitore non era più lì, si udì di nuovo la voce sorda di lei:
- E' vero che ti mariti?
- Io?...
- Tu...
con Fifì Margarone...
- Non è vero...
chi te l'ha detto?...
- Tutti lo dicono.
- Io non vorrei...
E' mia madre che si è messa in testa questa cosa...
Anche tu...
dicono che vogliono farti sposare don Gesualdo Motta...
- Io?...
- Sì, tutti lo dicono...
la zia...
mia madre stessa...
Si affacciò un istante donna Giuseppina Alòsi, come cercando qualcheduno; e vedendo i due giovani in fondo al balcone, rientrò subito nella sala.
- Vedi? vedi? - disse lui.
- Abbiamo tutti gli occhi addosso!...
Piglia il sorbetto...
per amor mio...
per la gente che ci osserva...
Abbiamo tutti gli occhi addosso!...
Essa prese dolcemente dalle mani di lui il piattino che aveva fatto posare sul vaso dei garofani; ma tremava così che due o tre volte si udì il tintinnìo del cucchiaino il quale urtava contro il bicchiere.
Barabba corse subito dicendo:
- Eccomi! eccomi!
- Un momento! Un momento ancora, don Giuseppe!
Il baronello avrebbe pagato qualcosa di tasca sua per trattenere Barabba sul balcone.
- Come vi tratta la festa, don Giuseppe?
- Che volete, signor barone?...
Tutto sulle mie spalle!...
la casa da mettere in ordine, le fodere da togliere, i lumi da preparare...
Donna Bianca, qui, può dirlo, che mi ha dato una mano.
Mastro Titta fu chiamato solo pel trattamento.
E domani poi devo tornare a scopare e rimettere le fodere...
Don Giuseppe seguitando a brontolare se ne andò coi bicchieri vuoti.
Dalla sala arrivò il suono di una sghignazzata generale, subito dopo qualcosa che aveva detto il notaro Neri, e che non si poté intender bene perché il notaro quando le diceva grosse abbassava la voce.
- Rientriamo anche noi, - disse il baronello.
- Per allontanare i sospetti...
Ma Bianca non si mosse.
Piangeva cheta, nell'ombra; e di tanto in tanto si vedeva il suo fazzoletto bianco salire verso gli occhi.
- Ecco!...
Sei tu che fai parlare la gente! - scappò detto al cugino ch'era sulle spine.
- Che te ne importa? - rispose lei.
- Che te ne importa?...
Oramai!...
- Sì! sì!...
Credi che non ti voglia più bene?...
Uno struggimento, un'amarezza sconfinata venivano dall'ampia distesa nera dell'Alìa, dirimpetto, al di là delle case dei Barresi, dalle vigne e gli oliveti di Giolio, che si indovinavano confusamente, oltre la via del Rosario ancora formicolante di lumi, dal lungo altipiano del Casalgilardo, rotto dall'alta cantonata del Collegio, dal cielo profondo, ricamato di stelle - una più lucente, lassù, che sembrava guardasse, fredda, triste, solitaria.
Il rumore della festa si dileguava e moriva lassù, verso San Vito.
Un silenzio desolato cadeva di tanto in tanto, un silenzio che stringeva il cuore.
Bianca era ritta contro il muro, immobile; le mani e il viso smorti di lei sembravano vacillare al chiarore incerto che saliva dal banco del venditore di torrone.
Il cugino stava appoggiato alla ringhiera, fingendo di osservare attentamente l'uomo che andava spegnendo la luminaria, nella piazza deserta, e il giovane del paratore, il quale correva su e giù per l'impalcato della musica, come un gattone nero, schiodando, martellando, buttando giù i festoni e le ghirlande di carta.
I razzi che scappavano ancora di tratto in tratto, lontano, dietro la massa nera del Palazzo di Città, i colpi di martello del paratore, le grida più rare, stanche e avvinazzate, sembravano spegnersi lontano, nella vasta campagna solitaria.
Insieme all'acre odore di polvere che dileguava, andava sorgendo un dolce odor di garofani; passava della gente cantando; udivasi un baccano di chiacchiere e di risate nella sala, vicino a loro, nello schianto di quell'ultimo addio senza parole.
Nel vano luminoso del balcone passò un'ombra magra, e si udì la tosserella del marchese Limòli:
- Eh, eh, ragazzi!...
benedetti voialtri!...
Sono venuto a veder la festa...
ora ch'è passata...
Bianca, nipote mia...
bada che l'aria della sera ti farà male...
- No, zio, - rispose lei con voce sorda.
- Si soffoca lì dentro.
- Pazienza!...
Bisogna sempre aver pazienza a questo mondo...
Meglio sudare che tossire...
Tu, Nino, bada che le signore Margarone stanno per andarsene.
- Vado, zio.
- Va, va, se no vedrai che denti! Non vorrei averli addosso neppur io!...
E sì che non posso fare lo schifiltoso!...
Che diavolo gli è saltato in corpo a tua madre, di farti sposare quei denti?...
- Ah...
zio!...
- Sei uno sciocco! Dovresti lasciarle fare il diavolo a quattro quanto le pare e piace, a tua madre!...
Sei figlio unico!...
A chi vuoi che lasci la roba dopo la sua morte?
- Eh...
da qui a trent'anni!...
Il tempo di crepare di fame intanto!...
Mia madre sta meglio di voi e di me, e può campare ancora trent'anni!...
- E' vero! - rispose il marchese.
- Tua madre non sarebbe molto contenta di sentirsi lesinare gli anni...
Ma è colpa sua.
- Ah! zio mio!...
Credetemi ch'è un brutto impiccio!...
- Càlmati! càlmati!...
Consòlati pensando a chi sta peggio di te.
S'affacciò la signora Capitana, svelta, irrequieta, guardando sorridente di qua e di là nella strada.
- Mio marito?...
Non viene ancora?...
- Il santo non è ancora rientrato - rispose don Ninì.
- Si ode subito il campanone di San Giovanni, appena giunge in chiesa, e attacca l'altra festa.
Però la gente cominciava ad andarsene di casa Sganci.
Prima si vide uscire dal portone il cavalier Peperito, che scomparve dietro la cantonata del farmacista Bomma.
Un momento dopo spuntò il lanternone che precedeva donna Giuseppina Alòsi, la quale attraversò la piazza, sporca di carta bruciata e di gusci di fave e nocciuole, in punta di piedi, colle sottane in mano, avviandosi in su pel Rosario; e subito dopo, dalla farmacia, scantonò di nuovo l'ombra di Peperito, che le si mise dietro quatto quatto, rasente al muro.
La signora Capitana fece udire una risatina secca, e il baronello Rubiera confermò:
- E' lui!...
Peperito!...
com'è vero Dio!
Il marchese prese il braccio di sua nipote e rientrò con lei nella sala.
In quel momento mastro-don Gesualdo, in piedi presso il balcone, discorreva col canonico Lupi.
Questi perorando con calore, sottovoce, in aria di mistero, stringendoglisi addosso, quasi volesse entrargli in tasca col muso di furetto; l'altro serio, col mento nella mano, senza dire una parola, accennando soltanto col capo di tratto in tratto.
- Tale e quale come un ministro! - sogghignava il barone Zacco.
Il canonico conchiuse con una stretta di mano enfatica, volgendo un'occhiata al barone, il quale finse di non accorgersene, rosso al par di un gallo.
La padrona di casa portava le mantiglie e i cappellini delle signore, mentre tutti i Margarone in piedi mettevano sossopra la casa per accomiatarsi.
- To'...
Bianca!...
Ti credevo già andata via!...
- esclamò donna Fifì col sorriso che mordeva.
Bianca rispose soltanto con un'occhiata che sembrava attonita, tanto era smarrita e dolente; in quel tempo suo cugino si dava gran moto fra le mantiglie e i cappellini, a capo basso.
- Un momento! un momento! - esclamò don Filippo levando il braccio rimastogli libero, mentre coll'altro reggeva Nicolino addormentato.
Si udiva un tafferuglio nella piazza; strilli da lontano; la gente correva verso San Giovanni, e il campanone che suonava a distesa, laggiù.
La signora Capitana rientrò dal balcone tappandosi le orecchie colle belle mani candide, strillando in falsetto:
- Mio marito!...
Si picchiano!...
E si abbandonò sul canapè, cogli occhi chiusi.
Le signore si misero a vociare tutte in una volta; la padrona di casa gridava a Barabba di scendere a dare il catenaccio giù al portone; mentre donna Bellonia spingeva le sue ragazze in branco nella camera di donna Mariannina, e il marchese Limòli picchiava sulle mani della Capitana dei colpettini secchi.
Il notaro Neri propose anche di slacciarla.
- Vi pare?...
- diss'ella allora balzando in piedi infuriata.
- Per chi m'avete presa, don asino?
Giunse in quel momento il Capitano, seguito da don Liccio Papa che sbraitava in anticamera, narrando l'accaduto, - non lo avrebbero trattenuto in cento.
- La solita storia di ogni anno! - disse finalmente il signor Capitano, dopo che si fu rimesso vuotando d'un fiato un bicchier d'acqua.
- I devoti di San Giovanni che danno mano al campanone un quarto d'ora prima!...
Soperchierie!...
Quelli di San Vito poi che non vogliono tollerare...
Legnate da orbi ci sono state!
- La solita storia di ogni anno! - ripeté il canonico Lupi.
- Una porcheria! La Giustizia non fa nulla per impedire...
Il Capitano in mezzo alla sala, coll'indice teso verso di lui, sbuffò infine:
- Sentitelo!...
Perché non ci andate voi? Un altro po' facevano la festa a me pure!...
Vostro marito ha corso pericolo della vita, donna Carolina!...
La signora Capitana, col bocchino stretto, giunse le mani:
- Gesummaria!...
Maria Santissima del pericolo!...
- Stai fresca! - borbottò il notaro voltandosi in là.
- Stai fresca davvero!...
se aspetti che tuo marito voglia arrischiare la pelle per lasciarti vedova!...
Don Ninì Rubiera cercando il cappello s'imbatté nella cugina, la quale gli andava dietro come una fantasima, stravolta, incespicando a ogni passo.
- Bada!...
- le disse lui.
- Bada!...
Ci guardano!...
C'è lì don Gesualdo!...
- Bianca! Bianca! Le mantiglie di queste signore! - gridò la zia Sganci dalla camera da letto dove s'era ficcato tutto lo stormo dei Margarone.
Essa frugava in mezzo al mucchio, colle mani tremanti.
Il cugino era così turbato anch'esso che seguitava a cercare il suo cappello lui pure.
- Guarda, ce l'ho in testa! Non so nemmeno quello che fo.
Si guardò attorno come un ladro, mentre ciascuno cercava la sua roba in anticamera, e la tirò in disparte verso l'uscio
- Senti...
per l'amor di Dio!...
sii cauta!...
Nessuno ne sa nulla...
Tuo fratello non sarà andato a raccontarlo...
Ed io neppure...
Sai che t'ho voluto bene più dell'anima mia!...
Essa non rispose verbo, gli occhi soli che parlavano, e dicevano tante cose.
- Non guardarmi con quella faccia, Bianca!...
no!...
non guardarmi così...
mi tradirei anch'io!...
Donna Fifì uscì col cappello e la mantiglia, stecchita, le labbra strette quasi fossero cucite; e siccome sua sorella, giovialona, si voltava a salutare Bianca, la richiamò con la voce stizzosa:
- Giovannina! andiamo! andiamo!
- Meno male questa qui! - borbottò il baronello.
- Ma sua sorella è un castigo di Dio.
La zia Sganci, accompagnando le Margarone sino all'uscio, disse a mastro-don Gesualdo che si sprofondava in inchini sul pianerottolo, a rischio di ruzzolare giù per la scala:
- Don Gesualdo, fate il favore...
Accompagnate i miei nipoti Trao...
Già siete vicini di casa...
Don Ferdinando non ci vede bene la sera...
- Sentite qua! sentite qua! - gli disse il canonico.
Zacco non si dava pace; fingeva di cercare il lampione nelle cassapanche dell'anticamera, per darlo da portare a mastro-don Gesualdo.
- Giacché deve accompagnare donna Bianca...
una dei Trao...
Non gli sarebbe passato neppure pel capo di ricevere tanto onore...
a mastro-don Gesualdo!...
- Però costui non poteva udire perché aspettava nella piazza, discorrendo col canonico.
Solo don Liccio Papa, il quale chiudeva la marcia colla sciaboletta a tracolla, si mise a ridere: - Ah! ah!
- Che c'è? - chiese il Capitano, che dava il braccio alla moglie infagottata.
- Che c'è, insubordinato?
- Nulla; - rispose il marchese.
- Il barone Zacco che abbaia alla luna.
Poi, mentre scendeva insieme a Bianca, appoggiandosi al bastoncino, passo passo, le disse in un orecchio:
- Senti...
il mondo adesso è di chi ha denari...
Tutti costoro sbraitano per invidia.
Se il barone avesse una figliuola da maritare, gliela darebbe a mastro-don Gesualdo!...
Te lo dico io che son vecchio, e so cos'è la povertà!...
- Eh? Che cosa? - volle sapere don Ferdinando, il quale veniva dietro adagio adagio, contando i sassi.
- Nulla...
Dicevamo che bella sera, cugino Trao!
L'altro guardò in aria, e ripeté come un pappagallo: - Bella sera! bella sera!
Don Gesualdo stava aspettando, lì davanti al portone, insieme al canonico Lupi che gli parlava sottovoce nella faccia: - Eh? eh? don Gesualdo?...
che ve ne pare? - L'altro accennava col capo, lisciandosi il mento duro di barba colla grossa mano.
- Una perla! una ragazza che non sa altro: casa e chiesa!...
Economa...
non vi costerà nulla...
In casa non è avvezza a spender di certo!...
Ma di buona famiglia!...
Vi porterebbe il lustro in casa!...
V'imparentate con tutta la nobiltà...
L'avete visto, eh, stasera?...
che festa v'hanno fatto?...
I vostri affari andrebbero a gonfie vele...
Anche per quell'affare delle terre comunali...
E' meglio aver l'appoggio di tutti i pezzi grossi!...
Don Gesualdo non rispose subito, sopra pensieri, a capo chino, seguendo passo passo donna Bianca che s'avviava a casa per la scalinata di Sant'Agata insieme allo zio marchese e al fratello don Ferdinando.
- Sì...
sì...
Non dico di no...
E' una cosa da pensarci...
una cosa seria...
Temo d'imbarcarmi in un affare troppo grosso, caro canonico...
Quella è sempre una signora...
Poi ho tante cose da sistemare prima di risolvere...
Ciascuno sa i propri impicci...
Bisogna dormirci sopra.
La notte porta consiglio, canonico mio.
Bianca che se ne andava col cuore stretto, ascoltando la parlantina indifferente dello zio, accanto al fratello taciturno e allampanato, udì quelle ultime parole.
La notte porta consiglio.
La notte scura e desolata nella cameretta misera.
La notte che si portava via gli ultimi rumori della festa, l'ultima luce, l'ultima speranza...
Come la visione di lui che se ne andava insieme a un'altra, senza voltarsi, senza dirle nulla, senza rispondere a lei che lo chiamava dal fondo del cuore, con un gemito, con un lamento d'ammalata, affondando il viso nel guanciale bagnato di lagrime calde e silenziose.
IV
Mentre i muratori si riparavano ancora dall'acquazzone dentro il frantoio di Giolio vasto quanto una chiesa facendo alle piastrelle, entrò il ragazzo che stava a guardia sull'uscio, addentando un pezzo di pane, colla bocca piena, vociando:
- Il padrone!...
ecco il padrone!...
Dietro di lui comparve mastro-don Gesualdo, bagnato fradicio, tirandosi dietro la mula che scuoteva le orecchie.
- Bravi!...
Mi piace!...
Divertitevi! Tanto, la paga vi corre lo stesso!...
Corpo di!...
Sangue di!...
Agostino, il soprastante, annaspando, bofonchiando, affacciandosi all'uscio per guardare il cielo ancora nuvolo coll'occhio orbo, trovò infine la risposta:
- Che s'aveva a fare? bagnarci tutti?...
La burrasca è cessata or ora...
Siamo cristiani o porci?...
Se mi coglie qualche malanno mia madre non lo fa più un altro Agostino, no!
- Sì, sì, hai ragione!...
la bestia sono io!...
Io ho la pelle dura!...
Ho fatto bene a mandare qui mio fratello per badare ai miei interessi!...
Si vede!...
Sta a passare il tempo anche lui giuocando, sia lodato Iddio!...
Santo, ch'era rimasto a bocca aperta, coccoloni dinanzi al pioletto coi quattrini, si rizzò in piedi tutto confuso, grattandosi il capo.
Gesualdo, intanto che gli altri si davano da fare, mogi mogi, misurava il muro nuovo colla canna; si arrampicava sulla scala a piuoli; pesava i sacchi di gesso, sollevandoli da terra: - Sangue di Giuda!...
Come se li rubassi i miei denari!...
Tutti quanti d'intesa per rovinarmi!...
Due giorni per tre canne di muro? Ci ho un bel guadagno in questo appalto!...
I sacchi del gesso mezzi vuoti! Neli? Neli? Dov'è quel figlio di mala femmina che ha portato il gesso?...
E quella calce che se ne va in polvere, eh?...
quella calce?...
Che non ne avete coscienza di cristiani? Dio di paradiso!...
Anche la pioggia a danno mio!...
Ci ho ancora i covoni sull'aia!...
Non si poteva metter su la macina intanto che pioveva?...
Su! animo! la macina! Vi do una mano mentre son qua io...
Santo piuttosto voleva fare una fiammata per asciugargli i panni addosso.
- Non importa, - rispose lui.
- Me ne sono asciugata tanta dell'acqua sulle spalle!...
Se fossi stato come te, sarei ancora a trasportare del gesso sulle spalle!...
Ti rammenti?...
E tu non saresti qua a giuocare alle piastrelle!...
Brontolando, dandosi da fare per preparare la leva, le biette, i puntelli, si voltava indietro per lanciargli delle occhiatacce.
- Malannaggia! - esclamò Santo.
- Sempre quella storia!...
- E se ne andò sull'uscio accigliato, colle mani sotto le ascelle, guardando di qua e di là.
I manovali esitavano, girando intorno al pietrone enorme; il più vecchio, mastro Cola, tenendo il mento sulla mano, scrollando il capo, aggrondato, guardando la macina come un nemico.
Infine sentenziò ch'erano in pochi per spingerla sulla piattaforma: - Se scappa la leva, Dio liberi!...
Chi si metterà sotto per dar lo scambio alle biette? Io no, com'è vero Dio!...
Se scappa la leva!...
mia madre non lo fa più un altro mastro Cola Ventura!...
Eh, eh!...
Ci vorrebbero dell'altre braccia...
un martinetto...
Legare poi una carrucola lassù alla travatura del tetto...
poi dei cunei sotto...
vedete, vossignoria, a far girare i cunei, si sta dai lati e non c'è pericolo...
- Bravo! ora mi fate il capomastro! Datemi la stanga!...
Io non ho paura!...
Intanto che stiamo a chiacchierare il tempo passa! La giornata corre lo stesso, eh?...
Come se li avessi rubati i miei denari!...
Su! da quella parte!...
Non badate a me che ho la pelle dura...
Via!...
su!...
Viva Gesù!...
Viva Maria!...
un altro po'!...
Badate! badate!...
Ah Mariano! santo diavolone, m'ammazzi!...
Su!...
Viva Maria!...
La vita! la vita!...
Su!...
Che fai, bestia, da quella parte?...
Su!...
ci siamo! E' nostra!...
ancora!...
da quella parte!...
Non abbiate paura che non muore il papa...
Su!...
su!...
se vi scappa la leva!...
ancora!...
se avessi tenuta cara la pelle...
ancora!...
come la tien cara mio fratello Santo...
santo diavolone! santo diavolone, badate!...
a quest'ora sarei a portar gesso sulle spalle!...
Il bisogno...
via! via!...
il bisogno fa uscire il lupo...
ancora!...
su!...
il lupo dal bosco!...
Vedete mio fratello Santo che sta a guardare?...
Se non ci fossi io egli sarebbe sotto...
sotto la macina...
al mio posto...
invece di grattarsi...
a spingere la macina...
e la casa...
Tutto sulle mie spalle!...
Ah! sia lodato Iddio!
Infine, assicurata la macina sulla piattaforma, si mise a sedere su di un sasso, trafelato, ancora tremante dal batticuore, asciugandosi il sudore col fazzoletto di cotone.
- Vedete come ci si asciuga dalla pioggia? Acqua di dentro e acqua di fuori! - Santo propose di passare il fiasco in giro.
- Ah?...
per la fatica che hai fatto?...
per asciugarti il sudore anche tu?...
Attaccati all'abbeveratoio...
qui fuori dell'uscio...
Il tempo s'era abbonacciato.
Entrava un raggio di sole dall'uscio spalancato sulla campagna che ora sembrava allargarsi ridente, col paese sull'altura, in fondo, di cui le finestre scintillavano.
- Lesti, lesti, ragazzi! sul ponte, andiamo! Guadagniamoci
tutti la giornata...
Mettetevi un po' nei panni del padrone che vi paga!...
L'osso del collo ci rimetto in quest'appalto!...
Ci perdo diggià, come è vero Iddio!...
Agostino! mi raccomando! l'occhio vivo!...
La parola dolce e l'occhio vivo!...
Mastro Cola, voi che siete capomastro!...
chi vi ha insegnato a tenere il regolo in mano?...
Maledetto voi! Mariano, dammi quassù il regolo, sul ponte...
Che non ne avete occhi, corpo del diavolo!...
L'intonaco che screpola e sbulletta!...
Mi toccherà poi sentire l'architetto, malannaggia a voialtri!...
Quando torna quello del gesso ditegli il fatto suo, a quel figlio di mala femmina!...
ditegli a Neli che sono del mestiere anch'io!...
Che ne riparleremo poi sabato, al far dei conti!...
Badava a ogni cosa, girando di qua e di lá, rovistando nei mucchi di tegole e di mattoni, saggiando i materiali, alzando il capo ad osservare il lavoro fatto, colla mano sugli occhi, nel gran sole che s'era messo allora.
- Santo! Santo! portami qua la mula...
Fagli almeno questo lavoro, a tuo fratello! - Agostino voleva trattenerlo a mangiare un boccone, poiché era quasi mezzogiorno, un sole che scottava, da prendere un malanno chi andava per la campagna a quell'ora.
- No, no, devo passare dal Camemi...
ci vogliono due ore...
Ho tant'altro da fare! Se il sole è caldo tanto meglio! Arriverò asciutto al Camemi...
Spicciamoci, ragazzi! Badate che vi sto sempre addosso come la presenza di Dio! Mi vedrete comparire quando meno ve lo aspettate! Sono del mestiere anch'io, e conosco poi se si è lavorato o no!...
Intanto che se ne andava, Santo gli corse dietro, lisciando il collo alla mula, tenendogli la staffa.
Finalmente, come vide che montava a cavallo senza darsene per inteso, si piantò in mezzo alla strada, grattandosi l'orecchio: - Così mi lasci? senza domandarmi neppure se ho bisogno di qualche cosa?
- Sì, sì, ho capito.
I denari che avesti lunedì te li sei giuocati.
Ho capito! ho capito! eccoti il resto.
E divèrtiti alle piastrelle, che a pagare poi ci son io...
il debitore di tutti quanti!...
Brontolava ancora allontanandosi all'ambio della mula sotto il sole cocente: un sole che spaccava le pietre adesso, e faceva scoppiettare le stoppie quasi s'accendessero.
Nel burrone, fra i due monti, sembrava d'entrare in una fornace; e il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato, senza un'ombra, con tutte le finestre spalancate nell'afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel cielo caliginoso.
La stessa mula anelava, tutta sudata, nel salire la via erta.
Un povero vecchio che s'incontrò, carico di manipoli, sfinito, si mise a borbottare:
- O dove andate vossignoria a quest'ora?...
Avete tanti denari, e vi date l'anima al diavolo!
Giunse al paese che suonava mezzogiorno, mentre tutti scappavano a casa come facesse temporale.
Dal Rosario veniva il canonico Lupi, accaldato, col nicchio sulla nuca, soffiando forte:
- Ah, ah, don Gesualdo!...
andate a mangiare un boccone?...
Io no, per mia disgrazia! Sono a bocca asciutta sino a quest'ora...
Vado a celebrare la santa messa...
la messa di mezzogiorno!...
un capriccio di Monsignore!
- Sono salito al paese apposta per voi!....
Ho fatto questa pettata!...
E' caldo, eh! - intanto si asciugava il sudore col fazzoletto.
- Ho paura che mi giuochino qualche tiro, riguardo a quell'appalto delle strade comunali, signor canonico.
Vossignoria che vi fate sentire in paese...
ci avete pensato? So poi l'obbligo mio!...
- Ma che dite?...
fra di noi!...
ci sto lavorando...
A proposito, che facciamo per quell'altro affare? ci avete pensato? che risposta mi date?
Don Gesualdo il quale aveva messo al passo la mula, camminandogli allato, curvo sulla sella, un po' sbalordito dal gran sole, rispose:
- Che affare? Ne ho tanti!...
Di quale affare parlate vossignoria?
- Ah! ah! la pigliate su quel verso?...
Scusate...
scusate tanto!...
Il canonico mutò subito discorso, quasi non gliene importasse neppure a lui: parlò dell'altro affare della gabella, che bisognava venire a una conclusione colla baronessa Rubiera: - C'è altre novità...
Il notaro Neri ha fatto lega con Zacco...
Ho paura che...
Don Gesualdo allora smontò dalla mula, premuroso, tirandola dietro per le redini, mentre andava passo passo insieme al prete, tutto orecchi, a capo chino e col mento in mano.
- Temo che mi cambino la baronessa!...
Ho visto il barone a confabulare con quello sciocco di don Ninì...
ieri sera, dietro il Collegio...
Finsi d'entrare nella farmacia per non farmi scorgere.
Capite? un affare grosso!...
Son circa cinquecento salme di terra...
C'è da guadagnare un bel pezzo di pane, su quell'asta.
Don Gesualdo ci si scaldava lui pure: gli occhi accesi dall'afa che gli brillavano in quel discorso.
Temeva però gli intrighi degli avversari, tutti pezzi grossi, di quelli che avevano voce in capitolo! E il canonico viceversa, andava raffreddandosi di mano in mano, aggrottandosi in viso, stringendosi nelle spalle, guardandolo fisso di tanto in tanto, e scrollando il capo di sotto in su, come a dargli dell'asino.
- Per questo dicevo!...
Ma voi la pigliate su quel verso!...
Scusate, scusatemi tanto!...
Volevo con quell'affare procurarvi l'appoggio di un parentado che conta in paese...
la prima nobiltà...
Ma voi fate l'indifferente...
Scusatemi tanto allora!...
Anche per dare una risposta alla signora Sganci che ci aveva messo tanto impegno!...
Scusatemi, è una porcheria...
- Ah, parlate dell'affare del matrimonio?...
Il canonico finse di non dar retta lui stavolta: - Ah! ecco vostro cognato! Vi saluto, massaro Fortunato!
Burgio aveva il viso lungo un palmo, aggrottato, con tanto di muso nel faccione pendente.
- V'ho visto venire di laggiù, cognato.
Sono stato ad aspettarvi lì, al belvedere.
Sapete la notizia? Appena quindici salme fecero le fave!...
Neanche le spese, com'è vero Iddio!...
Son venuto apposta a dirvelo...
- Vi ringrazio! grazie tante! Ora che volete da me? Io ve l'aveva detto, quando avete voluto prendere quella chiusa!...
buona soltanto per dar spine!...
Volete sempre fare di testa vostra, e non ne indovinate una, benedett'uomo! - rispose Gesualdo in collera.
- Bene, avete ragione.
Lascerò la chiusa.
Non la voglio più! Che pretendete altro da me?
- Non la volete?...
L'affitto vi dura altri due anni!...
Chi volete che la pigli?...
Non son tutti così gonzi!...
Il canonico, vedendo che il discorso si metteva per le lunghe, volse le spalle:
- Vi saluto...
Don Luca il sagrestano mi aspetta...
digiuno come me sino a quest'ora! - E infilò la scaletta pel quartiere alto.
Don Gesualdo allora infuriato prese a sfogarsi col cognato: - E venite apposta per darmi la bella notizia?...
mentre stavo a discorrere dei fatti miei...
sul più bello? mi guastate un affare che stavo combinando!...
I bei negozi che fate voi! Chi volete che la pigli quella chiusa?
Massaro Fortunato dietro al cognato tornava a ripetere:
- Cercando bene...
troveremo chi la pigli...
La terra è già preparata a maggese per quest'altr'anno...
mi costa un occhio...
Vostra sorella fa un casa del diavolo...
non mi dà pace!...
Sapete che castigo di Dio, vostra sorella!
- Vi costa, vi costa!...
Io lo so a chi costa! - brontolò Gesualdo senza voltarsi.
- Sulle mie spalle ricadono tutte queste belle imprese!...
Burgio s'offese a quelle parole:
- Che volete dire? Spiegatevi, cognato!...
Io già lavoro per conto mio! Non sto alle spalle di nessuno, io!
- Sì, sì, va bene; sta a vedere ora che devo anche pregarvi? Come se non l'avessi sulle spalle la vostra chiusa...
come se il garante non fossi io...
Così brontolando tutti e due andarono a cercare Pirtuso, che stava al Fosso, laggiù verso San Giovanni.
Mastro Lio stava mangiando quattro fave, coll'uscio socchiuso.
- Entrate, entrate, don Gesualdo.
Benedicite a vossignoria! Ne comandate? volete restar servito? - Poi come udì parlare della chiusa che Burgio avrebbe voluto appioppare a un altro, di allegro che era si fece scuro in viso, grattandosi il capo.
- Eh! eh!...
la chiusa del Purgatorio? E' un affar serio! Non la vogliono neanche per pascolo.
Burgio s'affannava a lodarla, terre di pianura, terre profonde, che gli avevano dato trenta salme di fave quell'anno soltanto, preparate a maggese per l'anno nuovo!...
Il cognato tagliò corto, come uno che ha molta altra carne al fuoco, e non ha tempo da perdere inutilmente.
- Insomma, mastro Lio, voglio disfarmene.
Fate voi una cosa giusta...
con prudenza!...
- Questo si chiama parlare! - rispose Pirtuso.
- Vossignoria sa fare e sa parlare...
- E adesso ammiccava coll'occhietto ammammolato, un sorrisetto malizioso che gli errava fra le rughe della bazza irta di peli sudici.
Sulla strada soleggiata e deserta a quell'ora stava aspettando un contadino, con un fazzoletto legato sotto il mento, le mani in tasca, giallo e tremante di febbre.
Ossequioso, abbozzando un sorriso triste, facendo l'atto di cacciarsi indietro il berretto che teneva sotto il fazzoletto: - Benedicite, signor don Gesualdo...
Ho conosciuto la mula...
Tanto che vi cerco, vossignoria! Cosa facciamo per quelle quattro olive di Giolio? Io non ho denari per farle cogliere...
Vedete come sono ridotto?...
cinque mesi di terzana, sissignore, Dio ne liberi vossignoria! Son ridotto all'osso...
il giorno senza pane e la sera senza lume...
pazienza! Ma la spesa per coglier le olive non posso farla...
proprio non posso!...
Se le volete, vossignoria...
farete un'opera di carità, vossignoria...
- Eh! eh!...
Il denaro è scarso per tutti, padre mio!...
Voi perché avete messo il carro innanzi ai buoi?...
Quando non potete...
Tutti così!...
Vi mettereste sulle spalle un feudo, a lasciarvi fare...
Vedremo...
Non dico di no...
Tutto sta ad intendersi...
E lasciò cadere un'offerta minima, seguitando ad andarsene per la sua strada senza voltarsi.
L'altro durò un pezzetto a lamentarsi, correndogli dietro, chiamando in testimonio Dio e i santi, piagnucolando, bestemmiando, e finì per accettare, racconsolato tutto a un tratto, cambiando tono e maniera.
- Compare Lio, avete udito? affare fatto! Un buon negozio per don Gesualdo...
pazienza!...
ma è detta! Quanto a me, è come se fossimo andati dal notaio! - E se ne tornò indietro, colle mani in tasca.
- Sentite qua, mastro Lio, - disse Gesualdo tirando in disparte Pirtuso.
Burgio s'allontanò colla mula discretamente, sapendo che l'anima dei negozi è il segreto, intanto che suo cognato diceva al sensale di comprargli dei sommacchi, quanti ce n'erano, al prezzo corrente.
Udì soltanto mastro Lio che rispondeva sghignazzando, colla bocca sino alle orecchie: - Ah! ah!...
siete un diavolo!...
Vuol dire che avete parlato col diavolo!...
Sapete quel che bisogna vendere e comprare otto giorni prima...
Va bene, restiamo intesi...
Me ne torno a casa ora.
Ho quelle quattro fave che m'aspettano.
Burgio non si reggeva in piedi dall'appetito, e si mise a brontolare come il cognato volle passare dalla posta.
- Sempre misteri...
maneggi sottomano!
Don Gesualdo tornò tutto contento, leggendo una lettera piena di sgorbi e suggellata colla midolla di pane:
- Lo vedete il diavolo che mi parla all'orecchio! eh? M'ha dato anche una buona notizia, e bisogna che torni da mastro Lio.
- Io non so nulla...
Mio padre non m'ha insegnato a fare queste cose!...
- rispose Burgio brontolando.
- Io fo come fece mio padre...
Piuttosto, se volete venire a prendere un boccone a casa...
Non mi reggo in piedi, com'è vero Dio!
- No, non posso; non ho tempo.
Devo passare dal Camemi, prima d'andare alla Canziria.
Ci ho venti uomini che lavorano alla strada...
i covoni sull'aia...
Non posso...
E se ne andò sotto il gran sole, tirandosi dietro la mula stanca.
Pareva di soffocare in quella gola del Petraio.
Le rupi brulle sembravano arroventate.
Non un filo di ombra, non un filo di verde, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi, la pianura sotto Budarturo come una landa bruciata dal sole, i monti foschi nella caligine, in fondo.
Dei corvi si levarono gracchiando da una carogna che appestava il fossato; delle ventate di scirocco bruciavano il viso e mozzavano il respiro; una sete da impazzire, il sole che gli picchiava sulla testa come fosse il martellare dei suoi uomini che lavoravano alla strada del Camemi.
Allorché vi giunse invece li trovò tutti quanti sdraiati bocconi nel fossato, di qua e di là, col viso coperto di mosche, e le braccia stese.
Un vecchio soltanto spezzava dei sassi, seduto per terra sotto un ombrellaccio, col petto nudo color di rame, sparso di peli bianchi, le braccia scarne, gli stinchi bianchi di polvere, come il viso che pareva una maschera, gli occhi soli che ardevano in quel polverìo.
- Bravi! bravi!...
Mi piace...
La fortuna viene dormendo...
Son venuto io a portarvela!...
Intanto la giornata se ne va!...
Quante canne ne avete fatto di massicciata oggi, vediamo?...
Neppure tre canne!...
Per questo che vi riposate adesso? Dovete essere stanchi, sangue di Giuda!...
Bel guadagno ci fo!...
Mi rovino per tenervi tutti quanti a dormire e riposare!...
Corpo di!...
sangue di!...
Vedendolo con quella faccia accesa e riarsa, bianca di polvere soltanto nel cavo degli occhi e sui capelli; degli occhi come quelli che dà la febbre, e le labbra sottili e pallide; nessuno ardiva rispondergli.
Il martellare riprese in coro nell'ampia vallata silenziosa, nel polverìo che si levava sulle carni abbronzate, sui cenci svolazzanti, insieme a un ansare secco che accompagnava ogni colpo.
I corvi ripassarono gracidando, nel cielo implacabile.
Il vecchio allora alzò il viso impolverato a guardarli, con gli occhi infuocati, quasi sapesse cosa volevano e li aspettasse.
Allorché finalmente Gesualdo arrivò alla Canziria, erano circa due ore di notte.
La porta della fattoria era aperta.
Diodata aspettava dormicchiando sulla soglia.
Massaro Carmine, il camparo, era steso bocconi sull'aia, collo schioppo fra le gambe; Brasi Camauro e Nanni l'Orbo erano spulezzati di qua e di là, come fanno i cani la notte, quando sentono la femmina nelle vicinanze; e i cani soltanto davano il benvenuto al padrone, abbaiando intorno alla fattoria.
- Ehi? non c'è nessuno? Roba senza padrone, quando manco io! - Diodata, svegliata all'improvviso, andava cercando il lume tastoni, ancora assonnata.
Lo zio Carmine, fregandosi gli occhi, colla bocca contratta dai sbadigli, cercava delle scuse.
- Ah!...
sia lodato Dio! Voi ve la dormite da un canto, Diodata dall'altro, al buio!...
Cosa facevi al buio?...
aspettavi qualcheduno?...
Brasi Camauro oppure Nanni l'Orbo?...
La ragazza ricevette la sfuriata a capo chino, e intanto accendeva lesta lesta il fuoco, mentre il suo padrone continuava a sfogarsi, lì fuori, all'oscuro, e passava in rivista i buoi legati ai pioli intorno all'aia.
Il camparo mogio mogio gli andava dietro per rispondere al caso: - Gnorsì, Pelorosso sta un po' meglio; gli ho dato la gramigna per rinfrescarlo.
La Bianchetta ora mi fa la svogliata anch'essa...
Bisognerebbe mutar di pascolo...
tutto il bestiame...
Il mal d'occhio, sissignore! Io dico ch'è passato di qui qualcheduno che portava il malocchio!...
Ho seminato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo...
Le pecore stanno bene, grazie a Dio...
e il raccolto pure...
Nanni l'Orbo? Laggiù a Passanitello, dietro le gonnelle di quella strega...
Un giorno o l'altro se ne torna a casa colle gambe rotte, com'è vero Dio!...
e Brasi Camauro anch'esso, per amor di quattro spighe...
- Diodata gridò dall'uscio ch'era pronto.
- Se non avete altro da comandarmi, vossignoria, vado a buttarmi giù un momento...
Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di ventiquattr'ore, don Gesualdo poté mettersi a tavola, seduto di faccia all'uscio, in maniche di camicia, le maniche rimboccate al disopra dei gomiti, coi piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch'erano anch'esse una grazia di Dio.
La ragazza gli aveva apparecchiata una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattr'ova fresche, e due pomidori ch'era andata a cogliere tastoni dietro la casa.
Le ova friggevano nel tegame, il fiasco pieno davanti; dall'uscio entrava un venticello fresco ch'era un piacere, insieme al trillare dei grilli, e all'odore dei covoni nell'aia: - il suo raccolto lì, sotto gli occhi, la mula che abboccava anch'essa avidamente nella bica dell'orzo, povera bestia - un manipolo ogni strappata! Giù per la china, di tanto in tanto, si udiva nel chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi accovacciati attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno, sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si vedeva correre nel buio il luccichìo dei loro occhi sonnolenti, come una processione di lucciole che dileguava.
Gesualdo posando il fiasco mise un sospirone, e appoggiò i gomiti sul deschetto:
- Tu non mangi?...
Cos'hai?
Diodata stava zitta in un cantuccio, seduta su di un barile, e le passò negli occhi, a quelle parole, un sorriso di cane accarezzato.
- Devi aver fame anche tu.
Mangia! mangia!
Essa mise la scodella sulle ginocchia, e si fece il segno della croce prima di cominciare, poi disse: - Benedicite a vossignoria!
Mangiava adagio adagio, colla persona curva e il capo chino.
Aveva una massa di capelli morbidi e fini, malgrado le brinate ed il vento aspro della montagna: dei capelli di gente ricca, e degli occhi castagni, al pari dei capelli, timidi e dolci: de' begli occhi di cane carezzevoli e pazienti, che si ostinavano a farsi voler bene, come tutto il viso supplichevole anch'esso.
Un viso su cui erano passati gli stenti, la fame, le percosse, le carezze brutali; limandolo, solcandolo, rodendolo; lasciandovi l'arsura del solleone, le rughe precoci dei giorni senza pane, il lividore delle notti stanche - gli occhi soli ancora giovani, in fondo a quelle occhiaie livide.
Così raggomitolata sembrava proprio una ragazzetta, al busto esile e svelto, alla nuca che mostrava la pelle bianca dove il sole non aveva bruciato.
Le mani, annerite, erano piccole e scarne: delle povere mani pel suo duro mestiere!...
- Mangia, mangia.
Devi essere stanca tu pure!...
Ella sorrise, tutta contenta, senza alzare gli occhi.
Il padrone le porse anche il fiasco: - Te', bevi! non aver suggezione!
Diodata, ancora un po' esitante, si pulì la bocca col dorso della mano, e s'attaccò al fiasco arrovesciando il capo all'indietro.
Il vino, generoso e caldo, le si vedeva scendere quasi a ogni sorso nella gola color d'ambra; il seno ancora giovane e fermo sembrava gonfiarsi.
Il padrone allora si mise a ridere.
- Brava, brava! Come suoni bene la trombetta!...
Sorrise anch'essa, pulendosi la bocca un'altra volta col dorso della mano, tutta rossa.
- Tanta salute a vossignoria!
Egli uscì fuori a prendere il fresco.
Si mise a sedere su di un covone, accanto all'uscio, colle spalle al muro, le mani penzoloni fra le gambe.
La luna doveva essere già alta, dietro il monte, verso Francofonte.
Tutta la pianura di Passanitello, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d'alba.
A poco a poco, al dilagar di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sassi posti in fila.
Degli altri punti neri si movevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente.
Di tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello più fresco dalla parte di ponente, e per tutta la lunghezza della valle udivasi lo stormire delle messi ancora in piedi.
Nell'aia la bica alta e ancora scura sembrava coronata d'argento, e nell'ombra si accennavano confusamente altri covoni in mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra striscia d'argento lunga si posava in cima al tetto del magazzino, che diventava immenso nel buio.
- Eh? Diodata? Dormi, marmotta?...
- Nossignore, no!...
Essa comparve tutta arruffata e spalancando a forza gli occhi assonnati.
Si mise a scopare colle mani dinanzi all'uscio, buttando via le frasche, carponi, fregandosi gli occhi di tanto in tanto per non lasciarsi vincere dal sonno, col mento rilassato, le gambe fiacche.
- Dormivi!...
Se te l'ho detto che dormivi!...
E le assestò uno scapaccione come carezza.
Egli invece non aveva sonno.
Si sentiva allargare il cuore.
Gli venivano tanti ricordi piacevoli.
Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto...
gli sembrava di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di suo padre, a Donferrante! Quante volte l'aveva fatta quella strada di Licodia, dietro gli asinelli che cascavano per via e morivano alle volte sotto il carico! Quanto piangere e chiamar santi e cristiani in aiuto! Mastro Nunzio allora suonava il deprofundis sulla schiena del figliuolo, con la funicella stessa della soma...
Erano dieci o dodici tarì che gli cascavano di tasca ogni asino morto al poveruomo! - Carico di famiglia! Santo che gli faceva mangiare i gomiti sin d'allora; Speranza che cominciava a voler marito; la mamma con le febbri, tredici mesi dell'anno!...
- Più colpi di funicella che pane! - Poi quando il Mascalise, suo zio, lo condusse seco manovale, a cercar fortuna...
Il padre non voleva, perché aveva la sua superbia anche lui, come uno che era stato sempre padrone, alla fornace, e gli cuoceva di vedere il sangue suo al comando altrui.
- Ci vollero sette anni prima che gli perdonasse, e fu quando finalmente Gesualdo arrivò a pigliare il primo appalto per conto suo...
la fabbrica del Molinazzo...
Circa duecento salme di gesso che andarono via dalla fornace al prezzo che volle mastro Nunzio...
e la dote di Speranza anche, perché la ragazza non poteva più stare in casa...
- E le dispute allorché cominciò a speculare sulla campagna!...
- Mastro Nunzio non voleva saperne...
Diceva che non era il mestiere in cui erano nati.
"Fa l'arte che sai!" - Ma poi, quando il figliuolo lo condusse a veder le terre che aveva comprato, lì proprio, alla Canziria, non finiva di misurarle in lungo e in largo, povero vecchio, a gran passi, come avesse nelle gambe la canna dell'agrimensore...
E ordinava "bisogna far questo e quest'altro" per usare del suo diritto, e non confessare che suo figlio potesse aver la testa più fine della sua.
- La madre non ci arrivò a provare quella consolazione, poveretta.
Morì raccomandando a tutti Santo, che era stato sempre il suo prediletto e Speranza carica di famiglia com'era stata lei...
- un figliuolo ogni anno...
- Tutti sulle spalle di Gesualdo, giacché lui guadagnava per tutti.
Ne aveva guadagnati dei denari! Ne aveva fatta della roba! Ne aveva passate delle giornate dure e delle notti senza chiuder occhio! Vent'anni che non andava a letto una sola volta senza prima guardare il cielo per vedere come si mettesse.
- Quante avemarie, e di quelle proprio che devono andar lassù, per la pioggia e pel bel tempo! - Tanta carne al fuoco! tanti pensieri, tante inquietudini, tante fatiche!...
La coltura dei fondi, il commercio delle derrate, il rischio delle terre prese in affitto, le speculazioni del cognato Burgio che non ne indovinava una e rovesciava tutto il danno sulle spalle di lui!...
- Mastro Nunzio che si ostinava ad arrischiare cogli appalti il denaro del figliuolo, per provare che era il padrone in casa sua!...
- Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di qua e di là, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa grave di pensieri, il cuore grosso d'inquietudini, le ossa rotte di stanchezza; dormendo due ore quando capitava, come capitava, in un cantuccio della stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula, all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in mezzo a un nugolo di zanzare.
- Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo denaro; mai un'ora come quelle che suo fratello Santo regalavasi in barba sua all'osteria! - trovando a casa poi ogni volta il viso arcigno di Speranza, o le querimonie del cognato, o il piagnucolìo dei ragazzi - le liti fra tutti loro quando gli affari non andavano bene.
- Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse.
- Nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto.
- Dover celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, l'impeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l'occhio vigilante, la bocca seria! Le astuzie di ogni giorno; le ambagi per dire soltanto "vi saluto"; le strette di mano inquiete, coll'orecchio teso; la lotta coi sorrisi falsi, o coi visi arrossati dall'ira, spumanti bava e minacce - la notte sempre inquieta, il domani sempre grave di speranza o di timore...
- Ci hai lavorato, anche tu, nella roba del tuo padrone!...
Hai le spalle grosse anche tu...
povera Diodata!...
Essa, vedendosi rivolta la parola, si accostò tutta contenta e gli si accovacciò ai piedi, su di un sasso, col viso bianco di luna, il mento sui ginocchi, in un gomitolo.
Passava il tintinnìo dei campanacci, il calpestìo greve e lento per la distesa del bestiame che scendeva al torrente, dei muggiti gravi e come sonnolenti, le voci dei guardiani che lo guidavano e si spandevano lontane, nell'aria sonora.
La luna ora discesa sino all'aia, stampava delle ombre nere in un albore freddo; disegnava l'ombra vagante dei cani di guardia che avevano fiutato il bestiame; la massa inerte del camparo, steso bocconi - Nanni l'Orbo, eh?...
o Brasi Camauro? Chi dei due ti sta dietro la gonnella? - riprese don Gesualdo che era in vena di scherzare.
Diodata sorrise: - Nossignore!...
nessuno!...
Ma il padrone ci si divertiva: - Sì, sì!...
l'uno o l'altro...
o tutti e due insieme!...
Lo saprò!...
Ti sorprenderò con loro nel vallone, qualche volta!...
Essa sorrideva sempre allo stesso modo, di quel sorriso dolce e contento, allo scherzo del padrone che sembrava le illuminasse il viso, affinato dal chiarore molle: gli occhi come due stelle; le belle trecce allentate sul collo; la bocca un po' larga e tumida, ma giovane e fresca.
Il padrone stette un momento a guardarla così, sorridendo anch'esso, e le diede un altro scapaccione affettuoso.
- Questa non è roba per quel briccone di Brasi, o per Nanni l'Orbo! no!...
- Oh, gesummaria!...
- esclamò essa facendosi la croce.
- Lo so, lo so.
Dico per ischerzo, bestia!...
Tacque un altro po' ancora, e poi soggiunse: - Sei una buona ragazza!...
buona e fedele! vigilante sugli interessi del padrone, sei stata sempre...
- Il padrone mi ha dato il pane, - rispose essa semplicemente.
- Sarei una birbona...
- Lo so! lo so!...
poveretta!...
per questo t'ho voluto bene!
A poco a poco, seduto al fresco, dopo cena, con quel bel chiaro di luna, si lasciava andare alla tenerezza dei ricordi.
- Povera Diodata! Ci hai lavorato anche tu!...
Ne abbiamo passati dei brutti giorni!...
Sempre all'erta, come il tuo padrone! Sempre colle mani attorno...
a far qualche cosa! Sempre l'occhio attento sulla mia roba!...
Fedele come un cane!...
Ce n'è voluto, sì, a far questa roba!...
Tacque un momento intenerito.
Poi riprese, dopo un pezzetto, cambiando tono:
- Sai? Vogliono che prenda moglie.
La ragazza non rispose; egli non badandoci, seguitò:
- Per avere un appoggio...
Per far lega coi pezzi grossi del paese...
Senza di loro non si fa nulla!...
Vogliono farmi imparentare con loro...
per l'appoggio del parentado, capisci?...
Per non averli tutti contro, all'occasione...
Eh? che te ne pare?
Ella tacque ancora un momento col viso nelle mani.
Poi rispose, con un tono di voce che andò a rimescolargli il sangue a lui pure:
- Vossignoria siete il padrone...
- Lo so, lo so...
Ne discorro adesso per chiacchierare...
perché mi sei affezionata...
Ancora non ci penso...
ma un giorno o l'altro bisogna pure andarci a cascare...
Per chi ho lavorato infine?...
Non ho figliuoli...
Allora le vide il viso, rivolto a terra, pallido pallido e tutto bagnato.
- Perché piangi, bestia?
- Niente, vossignoria!...
Così!...
Non ci badate...
- Cosa t'eri messa in capo, di'?
- Niente, niente, don Gesualdo...
- Santo e santissimo! Santo e santissimo! - prese a gridare lui sbuffando per l'aia.
Il camparo al rumore levò il capo sonnacchioso e domandò:
- Che c'è?...
S'è slegata la mula? Devo alzarmi?...
- No, no, dormite, zio Carmine.
Diodata gli andava dietro passo passo, con voce umile e sottomessa:
- Perché v'arrabbiate, vossignoria?...
Cosa vi ho detto?...
- M'arrabbio colla mia sorte!...
Guai e seccature da per tutto...
dove vado!...
Anche tu, adesso!...
col piagnisteo!...
Bestia!...
Credi che, se mai, ti lascerei in mezzo a una strada...
senza soccorsi?...
- Nossignore...
non è per me...
Pensavo a quei poveri innocenti...
- Anche quest'altra?...
Che ci vuoi fare! Così va il mondo!...
Poiché v'è il comune che ci pensa!...
Deve mantenerli il comune a spese sue...
coi denari di tutti!...
Pago anch'io!...
So io ogni volta che vo dall'esattore!...
Si grattò il capo un istante, e riprese:
- Vedi, ciascuno viene al mondo colla sua stella...
Tu stessa hai forse avuto il padre o la madre ad aiutarti? Sei venuta al mondo da te, come Dio manda l'erba e le piante che nessuno ha seminato.
Sei venuta al mondo come dice il tuo nome...
Diodata! Vuol dire di nessuno!...
E magari sei forse figlia di barone, e i tuoi fratelli adesso mangiano galline e piccioni! Il Signore c'è per tutti! Hai trovato da vivere anche tu!...
E la mia roba?...
me l'hanno data i genitori forse? Non mi son fatto da me quello che sono? Ciascuno porta il suo destino!...
Io ho il fatto mio, grazie a Dio, e mio fratello non ha nulla...
In tal modo seguitava a brontolare, passeggiando per l'aia, su e giù dinanzi la porta.
Poscia vedendo che la ragazza piangeva ancora, cheta cheta per non infastidirlo, le tornò a sedere allato di nuovo, rabbonito.
- Che vuoi? Non si può far sempre quel che si desidera.
Non sono più padrone...
come quando ero un povero diavolo senza nulla...
Ora ci ho tanta roba da lasciare...
Non posso andare a cercar gli eredi di qua e di là, per la strada...
o negli ospizi dei trovatelli.
Vuol dire che i figliuoli che avrò poi, se Dio m'aiuta, saranno nati sotto la buona stella!...
- Vossignoria siete il padrone...
Egli ci pensò un po' su, perché quel discorso lo punzecchiava ancora peggio di una vespa, e tornò a dire:
- Anche tu...
non hai avuto né padre né madre...
Eppure cosa t'è mancato, di'?
- Nulla, grazie a Dio!
- Il Signore c'è per tutti...
Non ti lascerei in mezzo a una strada, ti dico!...
La coscienza mi dice di no...
Ti cercherei un marito...
- Oh...
quanto a me...
don Gesualdo!...
- Sì, sì, bisogna marita
...
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