TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 77
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Mentre andavano per via, guardando la gente che usciva vestita in gala, scorsero in piazza don Tinu il merciaiuolo, colle sue scarabattole di già in mostra, sotto l'ombrellone rosso.
- Signore don Tinu, - gli disse Grazia tutta contenta.
- Benvenuto a vossignoria! -
Don Tinu si accigliò e rispose:
- O tu chi sei? Io non ti conosco -.
La fanciulletta si allontanò mogia mogia.
Ma don Tinu vide il ragazzetto, che guardava da lontano timoroso, e gli disse:
- Tu sei quello dell'osteria del Pantano, lo so.
- Sissignore, don Tinu, - rispose Nanni col sorriso d'accattone.
E tutto il giorno gli ronzò intorno, affannato, sul marciapiede.
Quando vide che don Tinu raccoglieva la sua mercanzia, e stava per andarsene, si fece animo, e gli disse:
- Se mi volete con voi, vossignoria, io vi porterò la roba.
- Va bene, - rispose don Tinu.
- Ma la tua compagna lasciala stare pei fatti suoi, ché non ho pane per tutti e due -.
Grazia scorata, si allontanò passo passo, colle mani sotto il grembiule, e poi si mise a guardare tristamente dall'altra cantonata, mentre Nanni se ne andava dietro al merciaiuolo, curvo sotto il carico.
Un buon diavolaccio, quel don Tinu.
Sempre allegro, anche quando gli lasciava andare una pedata o uno scapaccione.
In viaggio gli raccontava delle barzellette per smaliziarlo e ingannare la noia della strada a piedi.
Oppure gli insegnava a tirar di coltello, in qualche prato fuori mano.
- Così ti farai uomo, - gli diceva.
Giravano pei villaggi, da per tutto dov'era la fiera.
Schieravano in piazza la mercanzia, su di una panchetta, e vociavano nella folla.
C'erano trecconi, bestiame, gente vestita da festa; e il Zanno che faceva veder l'Ecceomo, e si sbracciava a vendere empiastri e medaglie benedette, a strappare denti, e a dire la buona ventura, ritto su un trespolo, in un mare di sudore.
I curiosi facevano ressa intorno, a bocca aperta, sotto il sole cocente.
Poi veniva il santo colla banda, e lo portavano in processione.
Dopo, tutta la giornata, le donne stavano sugli usci, cariche d'ori, sbadigliando.
La sera accendevano la luminaria e facevano il passaggio.
Don Tinu ripeteva:
- Se restavi alla chiatta, con tuo padre, le vedevi tutte queste cose, di'? -
Capitarono anche una volta al paese di Nanni, il quale non ci si raccapezzava più, dopo tanto tempo, e passando davanti alla sua casa vide un ballatoio che non ci era prima, e della gente che non conosceva, e vi stava pei fatti suoi.
Cercò anche dei parenti.
Il fratello, Pierantonio, era lontano, camparo alle Madonìe, laggiù verso la marina; e la sorella, Benedetta, s'era maritata, un buon partito che le aveva procurato comare Stefana, dotandola coi suoi denari, e facevano tutti una famiglia, in una bella casa nuova, col terrazzino e il letto col cortinaggio, che quasi non volevano lasciarvi entrare quel vagabondo.
Pure donna Stefana, per politica, come seppe chi era e donde veniva, gli fece dar da colazione, pane vino e companatico, in un angolo della tavola, che egli subito disse grazie, perché le due donne sembrava che gli contassero i bocconi, sua sorella ritta sull'uscio colle mani sul ventre e l'orecchio teso per sentire se capitava il marito, guardando di sottocchio donna Stefana come fosse sulle spine.
- No e sì - sì e no.
- Le parole cascavano di bocca, e il pane e il companatico pure.
Toccarono appena del babbo e del fratello che erano lontani, uno di qua e l'altro di là, e tacquero subito perché poco avevano da dire, dopo tanto che non si erano visti.
Benedetta anzi non aveva neppure conosciuto il babbo, come fosse figlia del peccato.
- Questa povera orfanella, - disse forte donna Stefana, - non ha avuto nessuno al mondo, né amici né parenti.
Dillo tu stessa, figliuola mia.
Se non ero io, come ti trovavi? -
Benedetta disse di sì, con un'occhiata riconoscente.
Poi guardò il fratello, e chinò gli occhi.
Infine gli chiese se contava di fermarsi molto, in paese, dandogli del voi, sempre cogli occhi bassi.
Donna Stefana invece gli ficcava addosso i suoi, quasi volesse frugarlo sotto i panni, con certe occhiate sospettose che covavano le posate.
Appena fuori dell'uscio si sentì dar tanto di catenaccio dietro le spalle.
- Queste son cose che succedono, - disse poi don Tinu, quando seppe com'era andata la visita alla sorella.
- Il mondo è grande, e ciascuno pei fatti suoi -.
Andavano pel mondo, di qua e di là, per fiere e per villaggi, sempre colla roba in collo, sicché infine una volta capitarono a Primosole, dopo tanto tempo.
- Ora ti faccio vedere tuo padre, s'è ancora al mondo, - disse don Tinu.
Nanni non voleva, fra la vergogna e la paura; ma il merciaio soggiunse:
- Lascia fare a me, che le cose le so fare -.
E andò avanti a prevenire compare Cosimo ch'era sempre lì, alla chiatta, su di un piede come le gru.
- Ecco vostro figlio Nanni, compar Cosimo, che è venuto apposta per baciarvi le mani -.
Lo zio Cosimo aveva la terzana, e stava lì, al sole, appoggiato alla fune, col fazzoletto in testa, aspettando la febbre.
- Che il Signore t'accompagni, figliuol mio, e ti aiuti sempre -.
Adesso ch'era stremo di forza, gli venivano i lucciconi agli occhi, vedendo che bel pezzo di ragazzo s'era fatto il suo Nanni.
Costui narrava pure di Benedetta e del fratello, ch'era stato a cercarli; e il padre, tutto contento, scrollava, tentennava il capo, colla faccia sciocca.
Una miseria, in quella chiatta: Ventura partito per cercar fortuna altrove; Mangialerba più che mai sotto i piedi della sua donnaccia, becco e bastonato, e l'Orbo sempre lo stesso, attaccato alla fune come un'ostrica e allegro come un uccello, che cantava nel silenzio della malaria, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
- Con me vostro figlio girerà il mondo, e si farà uomo.
- ripeteva don Tinu.
Anche lo zio Antonio, poveretto, non era più quello di prima, e stava lì, sull'uscio dell'osteria, inchiodato dalla paralisi sulla scranna, a salutar la gente che passava, colla faccia da minchione, per tirare gli avventori.
- Benedicite, vossignoria.
Che non mi riconoscete più, zio Antonio? - gli disse il merciaiuolo fermandosi a salutarlo.
Lo zio Antonio accennava di sì col capo, come pulcinella.
Allora don Tinu trasse fuori un bel sigaro e glielo mise nelle mani che tremavano continuamente, posate sulle ginocchia.
Ma l'altro scosse il capo, accennando di no, che non poteva.
Don Tinu, per cortesia, gli chiese infine di sua moglie, e di comare Filomena, che non si vedevano, nell'osteria deserta; e il vecchio, colle mani tremanti, accennò di qua e di là, lontano, verso il camposanto e verso la città.
Per bere un sorso, dovettero sgolarsi a chiamare un ragazzaccio che compare Antonio s'era tirato in casa, onde fare andare l'osteria, e arrivò dall'orticello abbandonato, tutto sonnacchioso, fregandosi gli occhi, insaccato in un giubbone vecchio dello zio Antonio che gli arrivava alle calcagna.
- Abbiamo fatto un'opera di carità, - osservò don Tinu nel pagare il vino bevuto.
- Statevi bene, compare Antonio -.
Così era fatto don Tinu, colle mani sempre aperte, quando ne aveva, e il cuore più aperto ancora.
Gli piaceva ridere e divertirsi, e aveva amici e conoscenti in ogni luogo.
Spesso lasciava Nanni al negozio, diceva lui, e correva a godersi la festa di qua e di là colle comari (aveva comari da per tutto).
Appena arrivava in un paese lo mandavano a chiamare di nascosto, e gli facevano trovare il desco apparecchiato dietro l'uscio, mentre il marito era alla processione colla testa nel sacco.
Finché une volta, per la festa del Cristo, a Spaccaforno, portarono don Tinu a casa su di una scala, come un Ecceomo davvero.
Era stata Grazia che era venuta a chiamarlo: - Signore don Tinu, vi aspettano dove sapete vossignoria -.
Don Tinu esitava, grattandosi la barba.
Non che avesse paura, no.
Ma quella ragazza allampanata gli portava la jettatura, c'era da scommettere.
Lei intanto rimaneva sull'uscio della bottega, sorridendo timidamente, col viso nella mantellina rattoppata.
Nanni che da un pezzo non la vedeva, le disse:
- O tu come sei qui?
- Son venuta a piedi, - rispose Grazia, tutta contenta che le avesse parlato.
- Son venuta a piedi da Scordia e Carlentini, perché laggiù morivo di fame.
Ora fo i servizi a chi mi chiama -.
S'era fatta grande, tanto che la vesticciuola sbrindellata non arrivava a coprirle del tutto le gambe magre; colla faccia seria e pallida di donna fatta che ha provato la fame: e due pèsche fonde e nere sotto gli occhi.
Nanni che stava leccando col pane il piatto di don Tinu le disse:
- Te'; ne vuoi? - Ma Grazia si vergognava a dir di sì.
- Io sto con don Tinu, e faccio il merciaiuolo, - aggiunse Nanni.
Ad un tratto egli si fece serio, guardandola fiso.
- Entra! -
La ragazza esitava, intimidita da quegli occhi.
Nanni ripeté:
- Entra, ti dico! sciocca! -
E la tirò pel braccio chiudendo l'uscio.
Ella obbediva tutta tremante.
Poi gli buttò le braccia al collo.
- Tanto tempo che ti volevo bene! -
E ricominciò a narrar la storia del suo misero vagabondaggio: la fame, il freddo, le notti senza ricovero, gli stenti e le brutalità che aveva sofferto; seduta sulla balla della mercanzia, colla schiena curva, le braccia abbandonate sulle ginocchia, ma gli occhi lucenti di contentezza adesso, e una gran gioia che le si spandeva infine sul viso sbattuto e scarno.
- Sai, tanto tempo che ti volevo bene! Ti rammenti? quando s'andava tu ed io per l'erbe della minestra a Primosole? e l'isolotto che lasciava il fiume quando era magra? e quella notte che abbiamo dormito insieme dietro un muro, sulla strada di Francofonte? Poi, quando tu te ne sei andato con don Tinu, e non sapevo che fare, né dove andare...
Quella donna che vendeva i fichidindia, vedendomi ogni giorno a frugare nel mondezzaio, fra le bucce e i torsi di lattuga, mi dava ora una crosta di pane ed ora qualche cucchiaiata di minestra.
Ma essa pure dovette andarsene, quando finì il tempo dei fichidindia, ed io partii con quello che faceva gente per la raccolta delle ulive, laggiù al Leone.
Presi le febbri e mi mandarono all'ospedale.
Dopo non mi vollero più perché dicevano che mi mangiavo il pane a tradimento.
Sono stata anche a dissodare, dov'hanno fatto quella gran piantagione di vigne, al Boschitello; e ho lavorato allo stradone, e ci sarei tuttora a mangiar pane, se non fosse stato pel soprastante...
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S'interruppe, facendosi rossa, e guardò Nanni timorosa.
Ma a costui non gliene importava nulla.
Le disse solo:
- Vattene ora, ché sta per tornare il mio padrone -.
La poveretta si lasciava spingere verso l'uscio, col capo chino sotto la mantellina rattoppata, balbettando:
- Non ci ho colpa, ti giuro, per la Madonna Addolorata! Cosa potevo fare? Egli era il soprastante...
Tu non c'eri più!...
Non sapevo dov'eri nemmeno...
- Sì, sì, va bene.
Adesso vattene, ché sta per venire don Tinu, - ripeteva lui allungando il collo fuori dell'uscio, di qua e di là della straduccia, come un ladro.
Infine la ragazza se ne andò adagio adagio, rasente al muro.
Poco dopo portarono a casa il merciaiuolo colle ossa rotte; ché lo zio Cheli, per combinazione, tornando prima del solito, aveva trovato don Tinu che gli faceva il pulcinella in casa.
Il Zanno nel medicare il merciaiuolo andava predicando:
- Coi villani ci vuole prudenza, don Tinu caro! ché son peggio delle bestie.
Vetturali poi, Dio liberi!...
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Ogni volta, quando gli capitava male, don Tinu si sfogava dopo col ragazzo, a calci e scapaccioni; tanto che agli strilli accorrevano l'oste e i viandanti, e il Zanno gli diceva:
- Non gli dar retta, figliuol mio, perché il tuo padrone dev'essere ubriaco -.
Il Zanno invece se voleva ubriacarsi si chiudeva nella sua stanzetta, faccia a faccia colla bottiglia.
Non gridava, non picchiava nessuno, sempre con quel risolino furbo sulla faccia magra; e le donne venivano a cercarlo a casa sua di soppiatto, verso sera, imbacuccate sino al naso, e chiudeva a catenaccio.
Tutto il giorno sempre allegro, a strappar denti senza dolore, vendere empiastri e intascar soldi.
Nanni, allorché lo incontrava per le piazze, nelle bettole, andando di qua e di là per fiere e per paesi, gli ripeteva:
- Vi rammentate, vossignoria, quando mi diceste se volevo venire con voi a fare il Zanno, quella volta che morì lo zio Carmine, allo stallatico del Biviere? -
Il Zanno fingeva di non capire, perché non voleva aver questioni con don Tinu; ma infine, messo alle strette, si lasciò scappare:
- Be', se il tuo padrone ti manda via, io non ci ho difficoltà a pigliarti con me -.
Nanni se la legò al dito, e la prima volta che il merciaio si sciolse la cinghia per menargli la solfa addosso, gli disse brusco:
- Don Tinu, lasciamo stare la cinghia, vossignoria, ché se no stavolta finisce male.
- Ah, carogna! e rispondi anche! Ti farò vedere io come finisce!...
- Lasciate stare la cinghia, don Tinu, o finisce male, vi ho detto -.
E mise la mano in tasca.
Don Tinu ch'era stato il suo maestro e gli vide la faccia pallida, mutò subito registro:
- Ah, così rispondi al tuo padrone? Ora ti lascio morir di fame.
Pigliati la tua roba, e via di qua -.
Nanni raccolse i quattro cenci nel fazzoletto e conchiuse:
- Benedicite a vossignoria -.
E se ne andò a trovare il Zanno.
- Bada che qui si guarda e non si vede: si ode e non si sente: si ha bocca e non si parla - gli disse il Zanno per prima cosa.
- Se hai giudizio starai bene; se hai la lingua lunga andrai a darla ai cani, come quel re che aveva le orecchie lunghe e non poteva tenere una cosa sullo stomaco.
Io non faccio chiacchiere né chiassi come don Tinu, bada! Marcia, torna e sparisci! E bravo chi ti trova! -
Menavano una vita allegra, ma sempre coll'orecchio teso e un piede in aria.
Di notte, se picchiavano all'uscio, era un lungo tramestìo, un ciangottare dietro l'uscio, un andare e venire prima di tirare il catenaccio.
Poi Nanni udiva il suo padrone che parlava con qualcuno sottovoce nell'altra stanza, e pestare nel mortaio; oppure erano strilli e pianti soffocati.
Una notte, che non poteva chiudere occhio, vide dal buco della serratura il Zanno che intascava dei soldi, e una che gli parve Grazia, bianca come la cera vergine, la quale se ne andava barcollando.
Ma il Zanno, appena gli chiese se era davvero Grazia, montò in furia come una bestia.
- Tu sei troppo curioso, figliuol mio, e un giorno o l'altro ti finisce male -.
E gli finì male davvero, per un altro motivo.
Un giorno, per la festa dell'Immacolata, appena rizzarono il trespolo sulla piazza di Spaccaforno, vennero gli sbirri e li acciuffarono tutti e due, cogli unguenti e gli elisiri, e li portarono al Criminale, accusati d'infanticidio.
Ma allorché il Zanno vide Grazia sullo scanno, accusata insieme a loro, si mise a giurare e spergiurare colle mani in croce che non l'aveva mai vista né conosciuta, com'è vero Iddio!
Ma c'erano testimoni che avevano visto quella ragazza con Nanni tempo fa, quando egli era passato un'altra volta da Spaccaforno con don Tinu il merciaio, nella settimana santa, anzi egli aveva chiuso l'uscio.
Grazia, più morta che viva, balbettava:
- Signor giudice, fatemi tagliare la testa, ché sono una scellerata! Prima feci il peccato e poi non seppi far la penitenza -.
Era stato per la disperazione, dacché tutti la scacciavano come un cane malato...
e per la vergogna anche...
Sì, perché no? dopo che Nanni l'aveva mandata via, e cominciava a capire il male che aveva fatto...
Fu una notte, nel casolare abbandonato dietro il ponticello, che prima serviva pei lavoranti della strada...
Una notte che pioveva...
e le pareva di morire, lì, sola e abbandonata...
E non sapeva come fare, con quella creaturina abbandonata al par di lei...
Poi, quando non l'udì più vagire, e la vide tutta bianca, si strascinò sino al burrone, là, nella cava delle pietre, e l'avvolse nel grembiule, prima, povere carni tenere d'innocente! Ma Nanni non sapeva nulla, com'è vero Dio.
Non s'erano più visti...
Potevano andare loro stessi, a vedere lì nella cava delle pietre, vicino al casolare, giù dal ponticello...
Così Grazia andò in galera, ma loro se la cavarono colla sola paura della forca, il Zanno e l'aiutante.
Però il Zanno fece voto a Dio e al Cristo di Spaccaforno che giovani non ne voleva più alla cintola, com'è vero Gesù Sacramentato!
Nanni girò ancora un po' di qua e di là, finché spinto dalla fame tornò a Primosole, dove almeno ci aveva qualcuno.
Trovò che suo padre era sotto terra, e l'Orbo guidava lui la chiatta, asciutto come un osso.
Giusto c'era Filomena, che cominciava a farsi vecchia, e nessuno la voleva per quella storia di don Tinu e gli altri sdruccioloni che si erano scoperti dopo; la Filomena adesso gli diceva ogni volta:
- Io ci ho la mia roba, grazie a Dio, e il marito che volessi prendere starebbe come un principe -.
L'Orbo, che faceva da mezzano per un bicchier di vino, aiutava:
- L'ho vista io con questi occhi.
- Per me, - rispose alfine Nanni, - se voi siete contenta, sono contento io pure -.
E si fece il nido come un gufo.
Di correre il mondo ne aveva abbastanza ora, e badava a mangiare e bere colla moglie e gli avventori, che tenevano allegra la casa e lasciavano dei soldi nel cassetto.
Ogni tanto gli portavano la notizia:
- Sapete, zio Giovanni? vostro fratello gli è successo un accidente -.
Oppure:
- Gnà Benedetta, vostra sorella, ha avuto un altro maschio -.
Tale e quale come suo padre, che aveva messo radici a Primosole, dopo che era rimasto zoppo, e venivano a dirgli sin lì quel che succedeva al mondo di qua e di là.
Un giorno, dopo anni e anni, in mezzo a una torma di mietitori, vide passare anche una vecchia che neppure il diavolo l'avrebbe più riconosciuta, mangiata com'era dalla fame e dagli strapazzi, la quale gli disse:
- Che non mi riconoscete più, compare Nanni? Sono Grazia, vi rammentate? -
Ma egli la mandò subito via per paura di Filomena che ascoltava dal letto, come aveva fatto l'altra volta per paura del padrone che stava per venire.
Ora voleva godersi tranquillamente la sua pace e la provvidenza che il Cielo mandava, insieme alla moglie che gli aveva dato Dio.
E se si trovavano a passare il Zanno oppure don Tinu, che ora gli portavano rispetto, e lasciavano anche loro bei soldi all'osteria, soleva dire con la moglie, o con chi c'era:
- Poveri diavoli! Costoro vanno ancora pel mondo a buscarsi il pane! -
IL MAESTRO DEI RAGAZZI
La mattina, prima delle sette, si vedeva passare il maestro dei ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa: con la mazzettina in una mano, un bimbo restìo appeso all'altra, e dietro una nidiata di marmocchi, che ad ogni fermata si buttava sul marciapiede, come pecore stracche.
Donna Mena, la merciaia, gli faceva trovare il suo Aloardo, già bell'e ripulito, a furia di scapaccioni, e il maestro, amorevole e paziente, si trascinava via il monello, che strillava e tirava calci.
Più tardi, prima del desinare, tornava rimorchiando Aloardino tutto inzaccherato, lo lasciava sull'uscio del negozio, e ripigliava per mano il bimbo con cui era venuto la mattina.
Così passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d'ogni ceto, d'ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto invariabilmente le scolare che stava più vicino di casa, sicché ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito.
Le mamme lo conoscevano tutte; dacché erano al mondo l'avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio stinto sull'orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffetti come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro di stanco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po' curve.
Sapevano pure che era un gran cacciatore di donne; da circa quarant'anni, dacché andava su e giù per le strade mattina e sera, al pari di una chioccia coi suoi pulcini, era sempre col naso in aria, agitando la mazzettina a guisa di uno zimbello, come un vero uccellatore, in cerca di un'innamorata - senza ombra di male - una che lo guardasse ogni volta che passava, e tirasse fuori il fazzoletto quando egli si soffiava il naso - niente di più; gli sarebbe bastato di sapere che in qualche luogo, vicina o lontana, aveva un'anima sorella.
Talché lungo la perenne via crucis di tutti i giorni, egli aveva delle immaginarie stazioni consolatrici, delle invetriate che soleva sbirciare dacché svoltava la cantonata, e che avevano senso e parole soltanto per lui, alle quali aveva visto invecchiare dei visi amati - o scomparirne per andare a maritarsi - egli solo sempre lo stesso, portando una instancabile giovinezza dentro di sé, dedicando alle figliuole il sentimento che aveva provato per le madri, mulinando avventure da Don Giovanni nella sua vita da anacoreta.
Era come la conseguenza della sua professione, l'incarnazione degli estri poetici che gli occupavano le ore d'ozio, la sera, dinanzi al lume a petrolio, coi piedi indolenziti nelle ciabatte di cimosa, ben coperto dal pastrano, mentre sua sorella Carolina rattoppava le calze, dall'altro lato del tavolinetto, anch'essa con un libro aperto dinanzi agli occhi.
Faceva il maestro di scuola per vivere, ma il suo vero stato erano le lettere, sonetti, odi, anacreontiche, acrostici soprattutto, con tutte le sante del calendario a capoverso.
Portava, sotto il paletò spelato, da un capo all'altro della città, strascinandosi dietro la scolaresca, la sacra fiamma dei versi, quella che fa cantare le giovinette al chiaro di luna sul veroncello - e doveva farle pensare a lui.
Sapeva già, come se gliela avessero confidata, tutta la curiosità che doveva suscitare la sua persona, i palpiti che destava una sua occhiata, le fantasie che si lasciava dietro il suo passaggio.
Troppo scrupoloso però per abusarne!
Un giorno, lo rammentava sempre con una dolce confusione interna, una giovinetta alla quale andava a dare lezioni di bello scrivere a domicilio, volle regalargli per la sua festa un bel fiore ch'era in un vasetto della scrivania - rosa o garofano, non si rammentava pel turbamento che gli aveva fatto velo alla vista - glielo presentava con un atto gentile, e gli diceva, al vederlo timido e imbarazzato:
- L'ho tenuto lì per lei, signor maestro.
- No...
la prego...
Mi risparmi...
- Come? non lo vuole?
- Seguitiamo la lezione, di grazia!...
Queste non son cose...
- Ma perché? Che c'è di male...
- Tradire la fiducia dei suoi parenti...
sotto la veste di istitutore...
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Allora la ragazza era scoppiata in una risata così matta, così impertinente, che gli squillava ancora nelle orecchie al ripensarci, e ancora, dopo tanto tempo, gli metteva in capo un dubbio, uno di quei lampi di luce che fanno cacciare il capo sotto il guanciale, per non vederli, la notte.
Ah, quelle benedette ragazze, chi arrivava a capirle, per quanto gli anni passassero! Esse gli ridevano dietro le spalle.
- Poi, dopo molto tempo, quand'egli passava a prendere i loro bimbi, tirando in su i baffetti ostinatamente neri, si sentivano intenerire da una certa commozione ripensando al passato, alle rosee fantasie della prima giovinezza, che evocava la figura melanconica di quell'eterno cercatore di amore.
- Entrate, don Peppino, il ragazzo sta vestendosi.
- No, grazie, non importa.
- Volete aspettare al sole?
- Ho qui i ragazzi.
Non posso lasciarli.
- Quanti ne avete, santa pazienza! Ce ne vorrà, da mattina a sera, tanto tempo che fate quel mestiere!
- Sì, un pezzo che ci conosciamo, di vista almeno.
Quando lei stava in via del Carmine, il terrazzino col basilico.
Si rammenta?
- Si diventa vecchi, don Peppino! Ora abbiamo i capelli bianchi.
Parlo per me, che ho già una figliuola da marito.
- Giusto, avevo portato qui una cosuccia per donna Lucietta.
Oggi è la sua festa, mi pare.
- Cos'è? l'immagine di santa Lucia? No, una poesia! Lucia, Lucia, vien qui, guarda cosa t'ha portato il signor maestro.
- Piccolezze, donna Lucietta, scuserà l'ardire.
- Bello, bello, grazie tante.
Guarda che bel foglio, mamma.
Sembra un merletto.
- Son cose leggiere.
Proprio un ricamino in versi, come ci vogliono per una bella ragazza qual è lei.
Piccolezze, sa!
- Grazie, grazie.
Ecco Bartolino.
È mezz'ora che il signor maestro t'aspetta, maleducato!
- Guarda mamma; ritagliando il bordo della carta tutto in giro se ne può cavare un bel portamazzi, se oggi mi vengono dei fiori -.
La scuola era un grande stanzone imbiancato a calce, chiuso in fondo da un tramezzo che arrivava a metà dell'altezza, e al di sopra lasciava un gran vano semicircolare e misterioso, il quale dava lume a un bugigattolo che vi era dietro.
Accanto all'uscio vedevasi il tavolinetto del maestro, coperto da un tappetino ricamato a mano, e sopra tanti altri lavori fatti di ritagli: nettapenne, sottolume, e un mandarino di lana arancione, colle sue brave foglioline verdi, causa d'infinite distrazioni agli scolari.
L'altro ornamento della scuola, sulla larga parete nuda dietro il tavolino, era una cornicetta di carta traforata, opera industre della stessa mano, che conteneva due piccole fotografie ingiallite, i ritratti del maestro e di sua sorella, somiglianti come due gocce d'acqua, malgrado i baffetti incerati dell'uno, e la pettinatura grottesca dell'altra: gli stessi pomelli scarni che sembravano sporgere fuori della cornice, la stessa linea sottile delle labbra smunte, gli stessi occhi appannati, quasi stanchi di guardare perennemente, dal fondo dell'orbita incavata, lo sbaraglio delle seggiole scompagnate per la scuola; e tutt'in giro la tristezza delle pareti bianche, macchiate in un canto dalla luce scialba della finestra polverosa che dava nel cortiletto.
Di buon mattino, appena il falegname accanto principiava a martellare, udivasi bispigliare due voci sonnolente nel bugigattolo oscuro, e poi s'illuminava il vano al di sopra del tramezzo.
Il maestro andava a prendere una manata di trucioli, strascicando le ciabatte, tutto raggomitolato in un pastrano spelato, e accendeva il fuoco per fare il caffè.
Allora, dietro la finestra appannata, vedevasi salire la fiamma del focolare annidato sotto quattro tegole sporgenti dal muro, e il fumo denso che stagnava nel cortiletto cieco.
In fondo allo stanzino la sorella del maestro intanto cominciava a tossire, dall'alba.
Egli andava a prendere le scarpe appoggiate allo stipite dell'uscio, l'una accanto all'altra, coi tacchi in alto, e si metteva a lustrarle amorosamente, mentre faceva bollire il caffè, ritto innanzi al fuoco, col bavero del pastrano sino alle orecchie.
In seguito toglieva dal fuoco la caffettiera, sempre colla mano sinistra, per pigliare colla destra la chicchera senza manico dall'asse inchiodata accanto al fornello, la risciacquava nel catino fesso incastrato fra due sassi accanto al pozzo, e portava finalmente il lume nel bugigattolo, diviso in due da una vecchia tenda da finestra appesa a una funicella.
La sorella si alzava a sedere sul letto in fondo, stentatamente, tossendo, soffiandosi il naso, gemendo sempre, colle trecce arruffate, il viso consunto, gli occhi già stanchi, salutando il fratello con un sorriso triste d'incurabile.
- Come ti senti oggi, Carolina? - le chiedeva il fratello.
- Meglio, - rispondeva lei invariabilmente.
Intanto il sole sormontava il tetto di faccia alla finestra, come una polvere d'oro, in mezzo a cui balenava il volo dei passeri schiamazzanti.
Dietro l'uscio passava lo scampanellare delle capre.
- Vado pel latte -, diceva don Peppino.
- Sì, - rispondeva lei collo stesso moto stracco del capo.
E cominciava a vestirsi lentamente, mentre il maestro, accoccolato col bicchiere in mano, leticava col capraio che gli misurava il latte come fosse oro colato.
Carolina andava a rifare il lettuccio piatto del fratello, dall'altra parte della cortina, rialzandola tutta sulla funicella per dare aria alla stanza, come era solita dire; e si dava a strascicare la scopa per la scuola, adagio adagio, movendo le seggiole una dopo l'altra, appoggiandosi al bastone della scopa per tossire, in mezzo al polverìo.
Il fratello tornava coi due soldi di latte in fondo al bicchiere, e due panetti nelle tasche del pastrano.
Ripiegavano un lembo del tappetino, per non insudiciarlo, e sedevano a far colazione in silenzio, l'uno di qua e l'altra di là del tavolino, tagliando ad una ad una delle fette di pane sottili, masticando adagio, e come soprapensieri.
Soltanto, ogni volta che lei tossiva, il fratello rizzava il capo a fissarla in aria inquieta, e tornava a chinare gli occhi sul piatto.
Alfine egli se ne andava colla mazzettina sotto l'ascella, il cappelluccio sull'orecchio, i baffetti incerati, tirando in su il colletto della camicia, infilandosi con precauzione i guanti neri che puzzavano d'inchiostro, seguito passo passo dalla sorella che si ostinava a passargli straccamente la spazzola addosso, covandolo con uno sguardo quasi materno, accompagnandolo dalla soglia con un sorriso rassegnato di zitellona, che credeva tutte le donne innamorate di suo fratello.
Anch'essa aveva avuto la sua primavera scolorita di ragazza senza dote e senza bellezza, quando rimodernava, ogni festa principale, lo stesso vestitino di lana e seta, e architettava pettinature fantastiche dinanzi allo specchietto incrinato.
Oh, le rosee visioni che passarono su quella vesticciuola, mentre essa agucchiava le intere notti! e gli sconforti amari che la tormentarono dinanzi a quello specchio, al quale si affacciavano ogni volta inesorabilmente i pomelli ossuti ed il naso troppo lungo! In mezzo al crocchio allegro e civettuolo delle altre ragazze ella portava sempre come la visione dolorosa della sua figura grottesca, e se ne stava in disparte - per vergogna, dicevano le une, - per orgoglio, dicevano le altre.
- Giacché passava anche lei per letterata.
Nello squallore della loro miseria decente le lettere avevano messo un conforto, una lusinga, come un lusso delicato che li compensava della commiserazione mal dissimulata dei vicini.
Essa teneva gelosamente custoditi, in belle copie tutte a svolazzi e maiuscole ornate, i versi del fratello; e quando egli si era lasciato vincere alfine dall'indifferenza generale, dalla stanchezza dell'umile e faticoso impiego che doveva fare delle lettere per guadagnarsi il pane, essa sola era rimasta una gran leggitrice di romanzi e di versi: avventure epiche di cappa e di spada, casi complicati e straordinari, amori eroici, delitti misteriosi, epistolari di quattrocento pagine tutte piene di una sola parola, nenie belate al chiaro di luna, dolori di anime in lutto prima di nascere, che piangevano delusioni future.
Tutta la sua giovinezza squallida s'era consunta in quelle fantasie ardenti, che le popolavano le notti insonni di cavalieri piumati, di poeti tisici e biondi, di avvenimenti bizzarri e romanzeschi, in mezzo ai quali sognava di vivere anche mentre scopava la scuola o faceva cuocere il magro desinare, nel cortiletto cieco che serviva da cucina.
E sotto l'influenza di tutto quel medio evo, la preoccupazione dolorosa della sua disavvenenza e della sua povertà manifestavasi in modo grottesco, con ricciolini artificiosi sulla fronte, trecce spioventi sulle spalle, sgonfi medioevali ai gomiti del vestito e gorgiere inamidate.
- Che è l'ultimo figurino quello? - avevale chiesto un giorno la più elegante e la più crudele delle sue compagne.
Lui solo - tanto tempo addietro! - adesso era impiegato alla Pretura Urbana - quanti palpiti! quanta dolcezza! quanti sogni! Ed ora più nulla, allorché lo incontrava per caso, carico di moglie e di figliuoli! Allora era un giovinetto smunto, con grandi occhi pensosi che stavano a guardare i "vortici delle danze" dal vano di un uscio, come dall'alto, da cento miglia lontano.
Le ragazze lo canzonavano anche un po' perché non ballava mai; lo chiamavano "il poeta".
Egli da lontano inchiodava uno sguardo fatale su quella ragazza, sola e dimenticata in un cantuccio al par di lui.
Una domenica infine le si fece presentare; le disse con una lunga frase ingarbugliata che aveva ambito l'onore di far la sua conoscenza perché "nella festa" era l'unica persona con cui si potesse scambiare due parole: lo sentiva, gliel'avevano detto: sapeva anche che era una distinta cultrice delle lettere...
"Le danze" giravano giravano "vorticose" in un gran polverìo, sotto la lumiera a petrolio, ed essi sembrano cento miglia lontani, proprio come nei romanzi, mezzo nascosti dietro la tenda all'uncinetto, lui col cappello sull'anca, e l'arco della mente teso per ogni parola che gli usciva di bocca; lei irradiata da quella prima lusinga che le veniva da un uomo, con una nuova dolcezza negli occhi, attraverso i ricciolini.
- È un poema?
- No, un romanzo.
- Storico?
- Oibò signorina! Per chi mi piglia? Sa il detto di quel tale: "Chi ci libererà dai Greci e dai Romani?..."
- Genere Manzoni allora?
- No, più moderno; stavo per dire più fine; certo più nervoso...
tutta la nervosità del secolo in cui viviamo...
- E il titolo? si può sapere almeno?
- Lei sì! - Amore e morte!
- Bello! bello! bello! Ci ha lavorato molto?
- Saran quattr'anni circa.
- Perché non lo fa stampare? -
Il giovanotto alzò le spalle con un sorriso sdegnoso.
- Peccato!
Egli ebbe un lampo negli occhi, per la risposta che gli balenava in mente pronta e azzeccata; un lampo che illuse la poveretta:
- Mi basta questa parola sua, guardi! -
La Carolina avvampò di gioia; e chinò il capo, col petto che le scoppiava.
- Che dice?...
Io!...
Che dice mai?...
-
L'altro gonfiandosi nel soprabito anche lui a quella prima lusinga che gli veniva da una donna, le lasciava cadere sul capo chino, dall'alto del suo colletto inamidato, la confidenza che il trionfo più ambito per uno scrittore è quello di una parola...
una parola sola...
d'encomio...
d'incoraggiamento...
che venga da una persona...
- Pardon! - s'interruppe a un tratto tirandosi bruscamente indietro.
- Gli è arrivata? - chiese scusandosi il padrone di casa che girava coll'annaffiatoio.
- Mi dispiace, sa...
Facevo perché si soffoca dalla polvere.
Non le pare? -
Il poeta continuava dicendo che era proprio una fortuna d'incontrarsi...
in mezzo a tanta volgarità invadente...
- Lei non balla? - domandò infine.
- Io...
- Stia tranquilla.
Non ballo neppur io.
Sa il detto di quel tale: "Non capisco perché cotesto lavoro non lo facciano fare dai domestici!" Ed è vero infatti.
Provi a tapparsi le orecchie, per vedere l'impressione grottesca...
- È vero, è vero.
- Sentisse poi che discorsi! - Il caldo, la folla, i lumi...
Quando si arriva a parlar delle acconciature è già un gran progresso.
A proposito, lei è messa divinamente...
No, no, mi lasci dire, è diversa dalle altre; un buon gusto, un'originalità...
-
Tese l'arco delle sopracciglia, e le scoccò l'ultima frecciata:
- Insomma l'abito non fa il monaco; ma il buon gusto dice la persona...
-
Com'era bello il valzer che sonavano in quel punto! come l'era rimasto in cuore tutta la notte! e come lo canticchiava poi a mezzavoce, cogli occhi gonfi di lagrime deliziose, cucendo nel cortiletto oscuro! Sul pilastrino del pozzo i garofani, che allungavano dal vaso slabbrato gli steli tisici, s'agitavano lieve lieve al sole, e parevano rinascere.
Che pace ora con se stessa, quando si guardava nello specchio! che dolcezza in certi toni della sua voce! che soavità nel raggio della luna che baciava, in alto, il muro dirimpetto! e nell'oro del tramonto che scappava dal comignolo del tetto, e scintillava sui vetri di quella finestra dove si vedeva alle volte un fanciulletto biondo in una scranna a bracciuoli, immobile per delle ore! Vivere, vivere, anche in quel cortiletto triste, fra quelle quattro mura che avevano una melanconia intima e quasi affettuosa, nelle umili occupazioni divenute care, con quell'altro mondo fantastico che le aprivano i libri, sotto la carezza di quella voce fraterna, amorevole e protettrice; e in fondo al cuore poi come un punto luminoso, come una fibra delicata che trasaliva al menomo tocco, come una gran gioia che aveva bisogno di nascondersi e le balzava alla gola ogni momento, come una fede, come una tenerezza nuova per ogni cosa e ogni persona nota - e l'attesa di quella domenica, di quel ballonzolo periodico in mezzo alla polvere e al puzzo di petrolio, dove sapeva di rivedere colui che da otto giorni aveva preso tanta parte nel suo cuore e nella sua vita!
Stavolta le venne incontro appena la vide, con una stretta di mano che riannodava a un tratto la loro intimità spirituale, e le si mise al fianco, dietro la tenda all'uncinetto, colla destra nello sparato della sottoveste, parlandole sempre di sé, delle sue inclinazioni, dei suoi gusti, delle sue ammirazioni, che erano poche e calde, della sua ambizione, che toccava il cielo.
Di tratto in tratto, quando gli pareva che la ragazza chinasse il capo stanco sotto tutto quell'io implacabile, le accoccava un complimento, come un cocchiere fa schioccare la frusta nelle salite.
La giovinetta però chinava il capo per la commozione, col cuore tutto aperto a quelle confidenze che cercavano avidamente la simpatia di lei.
Egli pure, trascinato dalla sua foga, eccitato dalle sue frasi medesime, si abbandonava, cominciava a sbottonarsi, a scendere fino ai suoi piccoli guai: suo padre che lo contrariava nelle sue inclinazioni, nelle tendenze più spiccate del suo ingegno...
Nei due anni d'Università non aveva imparato nulla.
Aveva scritto soltanto dei versi sulle panche della cattedra di Diritto Civile.
- Un vero parricidio! - osservò Carolina sorridendo.
Egli per la prima volta la baciò con un'occhiata d'ineffabile tenerezza.
- Carolina! Carolina! - chiamava il fratello.
E sottovoce le disse all'orecchio: - Bada che tutti ti guardano; sei sempre con colui.
Chi è? -
Qua e là, dietro i ventagli, e nei crocchi delle ragazze, balenavano infatti dei sorrisi mal dissimulati.
Ma Carolina, fiera, lo presentò al fratello:
- Il signor Angelo Monaco, distinto poeta, l'autore di Amore e morte!
- So che anche il signore è un chiaro cultore delle lettere! - disse il Monaco tendendogli la mano regalmente.
Il romanziere aveva "sollecitato l'onore" di leggere il manoscritto del suo romanzo in casa del maestro "per averne un giudizio illuminato e sincero".
Una sera, dopo la scuola, lo installarono dinanzi al tavolinetto dal tappetino ricamato, con due candele accese dinanzi, come un giocatore di bussolotti, don Peppino col capo fra le mani, tutto raccolto nel disegno di appioppargli alla sua volta la lettura dei propri versi, che si sentiva rifiorire in petto gelosi a quell'avvenimento; la sorella digià commossa dalla solennità dei preparativi, la porta chiusa, le seggiole dei ragazzi schierate in fila, come per una folla di ascoltatori invisibili.
Il manoscritto era voluminoso, circa mezza risma di carta a mano, raccolta in una custodia di marocchino col titolo in oro sul dorso, e legata con nastri tricolori.
L'autore leggeva con convinzione, sottolineando ogni parola col gesto, colla voce, con certe occhiate che andavano a ricercare l'ammirazione in volto alla Carolina, pallidissima, e al fratello di lei, impenetrabile dietro il palmo delle mani; si animava alle sue frasi istesse come un bàrbero allo scrosciare delle vesciche che porta attaccate alla coda; senza un minuto di stanchezza, quasi senza bisogno di voltar pagina.
Le pagine volavano, volavano, con un fruscìo quasi di foglie secche d'autunno, nel gran silenzio della notte.
Tutti i rumori della via erano cessati uno dopo l'altro.
La luna alta si affacciava al finestrino.
C'era un punto in cui il protagonista del romanzo, disperato, forzava la consegna di uno stuolo di domestici in gran livrea, schierati in anticamera, e andava a bere la morte nell'alcova della sua bella appena tornata dal ballo, ancora in una nuvola di merletti e di pizzi.
Egli la bollava con parole di fuoco, voleva offrirle, dea implacabile, l'olocausto del suo sangue, dei suoi sensi, del suo amore immensurabile, lì ai piedi dell'altare istesso, su quel tappeto di Persia, dinanzi a quel letto immacolato.
E all'occhiata trionfante che faceva punto, l'autore vide con gioia crudele la sua ascoltatrice che piangeva cheta cheta, colla mano dinanzi agli occhi.
Ei le prese quella mano, e se la tenne sulle labbra a lungo per godere del suo trionfo.
- Perdonatemi! - mormorò poscia.
Ella scosse il capo dolcemente, e rispose con un filo di voce:
- No.
Sono tanto felice! -
La luna dal finestrino baciava la parete dirimpetto, tacita.
Al silenzio improvviso il maestro si destò.
Angelo Monaco prese a frequentare la casa del maestro, attratto dalla simpatia che vi trovava, lusingato da quell'ammirazione fervida, da quell'amore timido e profondo di cui la sua vanità era riconoscente in modo da simulare alle volte un ricambio dello stesso sentimento.
Carolina aspettava, felice, tutta piena di una vita nuova in mezzo alle solite modeste occupazioni, sorpresa da batticuori improvvisi, da dolcezze inesplicabili, per un nulla, per taluni avvenimenti consueti che prima non le avevano detto cosa alcuna, beandosi di uno sguardo, di un sorriso, di una parola, di una stretta di mano di lui, trepidante all'ora in cui egli soleva venire, commossa da una tenerezza ineffabile quando vedeva il raggio della luna sul finestrino, ogni quintadecima, al sentire la campana dell'avemaria, l'organetto che passava, la voce del fratello che pronunziava il suo nome, turbata solo da un imbarazzo insolito e da una nuova tenerezza per lui.
Anch'egli le sembrava cambiato.
Da qualche tempo la trattava con una dolcezza affettuosa e quasi triste, con un riserbo discreto e pietoso.
Un giorno finalmente, al momento di uscire insieme ai ragazzi, col cappelluccio in testa e la mazzettina in mano, la chiamò in disparte, dietro la cortina rossa:
- ...
Sai, Carolina...
Sta per ammogliarsi...
No! senti! Coraggio, coraggio!...
Guarda che io ho lì i ragazzi...
Perdonami se ti ho fatto dispiacere!...
Toccava a me a dirtelo...
Sono tuo fratello, il tuo Peppino!...
-
Ella uscì nello stanzone, barcollante, come si sentisse soffocare, e balbettò dopo un momento:
- Come lo sai? Chi te l'ha detto?
- Masino, quel ragazzo, il figlio del caffettiere.
Oggi, come l'incontrammo per caso, e vide che lo salutavo, mi ha detto che sposa sua sorella.
- Vai, vai, - disse la poveretta respingendolo colle mani tremanti.
- I ragazzi aspettano -.
E fu tutto.
Ella non aggiunse una parola, non gli mosse un lamento.
L'ultima volta che la vide, Angelo la trovò così afflitta, così chiusa nel suo dolore, che ne indovinò il motivo.
Sull'uscio del cortiletto, cogli occhi rivolti a quello spicchio di cielo e una lagrima vera negli occhi, egli le disse addio, commosso dall'accento suo stesso.
Il giorno dopo le scrisse una lettera tutta fremente da un rigo all'altro d'amore e di disperazione, la prima in cui le parlasse d'amore, per dirle che il suo era fatale e doveva immolarlo sull'altare dell'obbedienza filiale.
"Siate felice! siate felice! lontana o vicina, in vita e in morte!..." Fu la sola "missiva" d'amore che ella ricevesse, e la custodì gelosamente fra i fiori secchi ch'ei le aveva donati, e i nastri scolorati che portava il giorno in cui si erano incontrati per la prima volta.
Poi, stanca, aveva riversato sul fratello le sue illusioni giovanili, rifacendo per lui i castelli in aria in cui s'erano passati i sogni ardenti della sua vita claustrale, subendo, sotto altra forma, le stesse calde allucinazioni che le erano rimaste di tante bizzarre letture, nelle quali si era consunta la sua giovinezza, dietro il tramezzo della scuola, com'era morto il geranio che aveva agonizzato dieci anni nel cortiletto senza sole.
Una volta era stata una rosa che essa aveva sorpreso nel portapenne della scrivania, e s'era sfogliata senza che lei osasse toccarla, lasciandole un grande sconforto a misura che le foglioline si sperdevano nella polvere.
Un'altra volta un bigliettino profumato, visto alla sfuggita sul tappetino della scrivania, scomparso subito misteriosamente, che l'aveva fatta almanaccare un mese, turbandola anche, mentre stava chiuso nel cassetto, col suo odore sottile, finché le era caduto un'altra volta sotto gli occhi, fra le cartacce inutili da buttare via nel cortiletto - la stessa corona dorata in cima al foglio profumato, lo stesso carattere elegante con cui un ragazzo si faceva scusare dalla mamma non so quale mancanza.
Un giorno infine il romanzo sembrò disegnarsi, al giungere di una superba bionda che era venuta a prendere un ragazzetto pallido in una carrozza signorile, riempiendo tutta la scuola del fruscìo della sua veste, del profumo del suo fazzoletto, del suono armonioso della sua voce fresca e ridente come un raggio di sole che avesse abbarbagliato maestro e discepoli.
La povera zitellona per molti giorni ancora, alla stessa ora, aveva aspettata la bella seduttrice, nascosta dietro la tenda del tramezzo, col cuore che le batteva forte, sconvolta sino alle viscere e come violentata da un delizioso segreto, da un turbamento strano, in cui si mescevano una tenerezza nuova pel fratello, un senso di vaga gelosia, e una contentezza, un orgoglio segreto.
Erano reticenze discrete, silenzi pudichi, imbarazzi scambievoli, per un cenno, per una parola, per un'allusione lontana che cadesse nel discorso, mentre sedevano a tavola, l'uno di qua e l'altra di là di un lembo del tappetino ripiegato, mentre rifacevano tutti i giorni la stessa conversazione vuota e insignificante del giorno innanzi, ripetendo le stesse frasi monotone che compendiavano la loro esistenza scolorita ed uniforme, a voce bassa, con una certa timidezza vergognosa.
Egli chinava il capo arrossendo, come sorpreso sul fatto; e giurava di no, facendo una scrollatina di spalle, gongolando dentro di sé, con un sorrisetto di vanagloria che gli tremolava sulle labbra.
Alle volte, in un'effusione improvvisa di tenerezza riconoscente, le posava la destra sul capo, con quello stesso sorrisetto discreto che pareva dicesse:
- Stai tranquilla, scioccherella! -
Però, nella rettitudine istintiva della sua coscienza, la zitellona sentiva nascere una ripugnanza, un'inquietudine dolorosa per tutto ciò che doveva esserci di losco e di pericoloso in quel romanzo clandestino.
Allora correva a buttarsi ai piedi del confessore, nel nuovo fervore religioso in cui si era rifugiata quando aveva provato il più gran dolore della sua giovinezza, lo sconforto e l'abbandono d'ogni lusinga terrena, e domandava perdono per la dolce colpa che lei non aveva commesso, faceva la penitenza del peccato immaginario che era nella sua casa.
E calda ancora di quel fervore vi attingeva il coraggio per esortare il fratello a rientrare nel retto sentiero con delle allusioni velate, delle insinuazioni discrete, un'effusione di tenerezza timida e quasi materna.
- Peppino! - gli disse infine, - dovresti darmi una gran consolazione.
Dovresti risolverti a prender moglie -.
Egli rizzò il capo, sorpreso prima, e poscia lusingato dalla proposta che gli toglieva vent'anni d'addosso, obbiettando col medesimo ingenuo entusiasmo della sua prima giovinezza che "il matrimonio è la tomba dell'amore" per farsi pregare ancora.
- Dammi retta, Peppino!...
Poi quando non sarai più in tempo te ne pentirai!...
-
Egli si ostinava a scrollare il capo, lusingato internamente di poter rifiutare per la prima volta; senza notare l'espressione dolorosa che c'era nell'accento della povera zitellona.
- No, non mi lascio pescare.
Stai tranquilla.
Amo troppo la mia libertà! -
Ella provava un senso strano di simpatia, di commiserazione, e di rancore per quel fanciulletto esile e pallido che la dama bionda era venuta a cercare, e che supponeva fosse il complice innocente della loro tresca.
Lo covava cogli occhi da lontano, nascosta dietro la tenda, quasi egli portasse alla scuola, nei sereni lineamenti infantili, un riflesso delle seduzioni tentatrici della mamma, inquieta se lo scolaretto mancava qualche volta, almanaccando tutto un romanzo domestico dai menomi atti del ragazzo inconsapevole.
Se lo chiamava vicino, quando poteva farlo da solo a solo, lo accarezzava, lo interrogava, gli faceva qualche regaluccio insignificante, attratta e ripugnante nello stesso tempo della sua grazia infantile.
Un giorno il fanciulletto, tutto contento, le disse:
- Dopo le vacanze non vengo più a scuola -.
Ella gli chiese il perché, balbettando.
- La mamma dice che ora son grande.
Andrò in collegio -.
Così terminò anche quel romanzo.
Ella ne sentì prima un gran sollievo; ma nello stesso tempo un dubbio, uno sconforto amaro, vedendo dileguarsi anche le ultime illusioni, che aveva collocate sul fratello.
Il male che la rodeva da anni e anni la inchiodò infine nel letto.
Il povero maestro non ebbe più un'ora di pace: sempre in faccende anche nei brevi istanti che la scuola gli lasciava liberi, scopando, accendendo il fuoco, rifacendo i letti, correndo dal medico e dallo speziale, coi baffi stinti, le scarpe infangate, il viso più incartapecorito ancora.
Le vicine, mosse a compassione, venivano a dare una mano: ora l'una ed ora l'altra: donna Mena, la vedova del merciaio, con tutti gli ori addosso, come se andasse a nozze; e l'Agatina del falegname, lesta di mano e sempre allegra, che riempiva della sua gaia giovinezza la povera casa triste; talché il vecchio scapolo era tutto scombussolato da quelle gonnelle che gli si aggiravano per casa, tentato, anche in mezzo alle sue angustie, quasi da un ritorno di giovinezza, da sottili punture nel sangue e al cuore, che gli cocevano come un rimorso, nelle ore nere.
- Meglio, meglio.
Ha riposato -.
Il poveraccio, al trovare quella buona notizia sulla soglia, le afferrò la mano tremante e la baciò.
- Oh, donna Mena.
Che consolazione! -
Essa gli fece segno di tacere e lo condusse in punta di piedi a veder l'inferma, che riposava con una gran dolcezza sul viso, già lambito da ombre funebri.
E come se la dolcezza di quell'istante di tregua gli si fosse comunicata, affranto dall'angoscia che aveva trascinato insieme ai suoi ragazzi da un capo all'altro della città, egli cadde a sedere sulla seggiola dietro la cortina, senza lasciare la mano di donna Mena, che la svincolò adagio adagio.
La stanza era già oscura, con un senso di intimità misterioso e triste.
Ad un tratto la sorella svegliandosi lo chiamò, indovinando ch'era lì, e per la prima volta egli accendendo il lume si trovò imbarazzato dinanzi a lei insieme a un'altra donna.
Era stata una crisi terribile: la prima lotta colla morte che già abbrancava la preda.
L'inferma, tornata in sé, guardava il lume, le pareti, il viso del fratello con certi occhi attoniti in cui durava ancora la visione di terrori arcani, e lo accarezzava col sorriso, col soffio della voce, colla mano tremante, in un ritorno di tenerezza ineffabile, che si attaccava a lui come alla vita.
E allorché furono soli, gli disse pure con quell'accento e quello sguardo singolari:
- No quella!...
Quella no, Peppino! -
Verso l'agosto sembrò che cominciasse a stare alquanto meglio.
Il sole giungeva fino al letto, dall'uscio del cortile, e la sera entravano a far compagnia tutti i rumori del vicinato, il chiacchierìo delle comari, lo stridere delle carrucole, nei pozzi tutto intorno, la canzone nuova che passava, l'accordo della chitarra con cui il barbiere dirimpetto ingannava l'attesa.
La ragazza del falegname entrava con un fiore nei capelli, con un sorriso allegro che portava la gioventù e la salute.
- No, no, non ve ne andate ancora! Vedete il bene che fa a quella poveretta soltanto a vedervi!
- Si fa tardi, signor maestro.
È un'ora che son qui.
- No, non è tardi.
A casa vostra lo sanno che siete qui.
Piuttosto dite che vi aspettano le compagne, lì sull'uscio.
- No, no.
- O l'innamorato, eh? Sarà l'ora in cui suole passare col sigaro in bocca...
- Oh...
che dite mai, vossignoria!...
- Sì, sì, una bella ragazza come siete...
è naturale.
Chi non si innamorerebbe, al vedere quegli occhi...
e quel sorriso...
e quel visetto furbo.
- Ma cosa gli salta in mente adesso?...
-
E un giorno s'arrischiò anche a dirle, nel vano dell'uscio tutto illuminato dalla luna:
- Ah! foss'io quel tale!
- Lei, signor maestro!...
Che dice mai! -
L'emozione lo prendeva alla gola, mentre la ragazza, per rispetto, non osava ritirare la mano che le aveva afferrata.
E traboccarono frasi sconnesse: L'amore che eguaglia: la poesia ch'è profumo dell'anima: i tesori d'affetto che si cristallizzano nelle anime timide: la divina voluttà di cercare il pensiero e il volto dell'amata nel raggio della luna, a un'ora data.
- La ragazza lo guardava quasi impaurita, con grand'occhi spalancati, e tutta bianca nel raggio della luna.
- Non dimenticherò mai quest'ora che mi avete concesso, Agata! Né questo nome! mai! Divisi, lontani...
ma ricorderemo...
entrambi...
- Mi lasci andare, mi lasci andare.
Buona sera -.
L'inferma, appoggiata a un mucchio di guanciali, chiacchierava sottovoce col fratello, seduto accanto al letto, ancora col cappello in testa e la mazzettina fra le gambe.
Pareva che avesse a dirgli una cosa importante, dai silenzi improvvisi che le soffocavano la parola in gola, dalle occhiate lunghe che posava su lui, dai rossori fugaci che passavano sul pallore del viso disfatto.
Infine, chinando il capo, gli disse:
- Perché non ci pensi ad accasarti?
- No, no! - rispose lui, scrollando il capo.
- Sì, ora che sei in tempo...
Devi pensarci finché sei giovane...
Poi, quando sarai vecchio...
e solo...
come farai? -
Il fratello, sentendosi vincere dalle lagrime, conchiuse, per tagliar corto:
- Non è tempo di parlarne adesso! -
Però essa ritornava spesso sullo stesso argomento.
- Se trovassi una bella giovinetta, ricca, istruita, di buona famiglia, che facesse per te...
-
E una sera che si sentiva peggio torno a parlargliene ancora, coll'inquieto cicaleccio proprio del suo stato.
- No, lasciami dire, ora che ho un po' di fiato.
Non posso permettere che ti sacrifichi per tenermi compagnia...
tutta la tua giovinezza...
Una buona dote non può mancarti.
E se lasci la scuola, tanto meglio.
Vivremo tutti insieme; faremo una casa sola.
Uno stanzino mi basterà, purché sia molto arioso.
Vorrei che fosse verso il giardino.
Della strada non so che farmene, oramai...
Ho sempre desiderato di vedere il cielo, stando in letto...
e del verde, degli alberi...
come, per esempio, averci una finestra là dove c'è ora la cortina, una finestra che guardasse nei campi...
-
Si udiva la pioggia che scrosciava nel cortiletto, una di quelle piogge che annunziano l'autunno, e la pentola di latta, lasciata fuori, che risonava sotto la grondaia.
Un gatto, nella bufera, chiamava ai quattro venti, con voce umana.
Il maestro, che aveva seguìto il vaneggiare della sorella verso il verde ed il sole, coll'allucinazione perenne che era in lui, le chiese affettuosamente:
- Ora che viene l'autunno saresti contenta d'andare in campagna?
- E la scuola? - ribatté lei con un sorriso malinconico.
- Se tu pigliassi una buona dote invece...
con dei poderi...
- Benedette donne! quando si ficcano un chiodo in testa!...
- rispose lui con un sorrisetto malizioso.
E pareva esitare a decidersi.
Ma dopo averci pensato su, finì col dire:
- Non mi vendo, no! -
E abbottonò il soprabito con dignità.
- Se ho da fare una scelta...
Se mai...
È inutile! - conchiuse finalmente.
- Amo troppo la mia libertà! -.
Ella insisteva a dire che queste cose si fanno finché uno è giovane, che se no si finisce in mano della serva o di qualche intrigante.
Poi, siccome il fratello non voleva arrendersi, la zitellona si lasciò scappare in un impeto di gelosia, alludendo alle vicine:
- Vedi che già ti si ficcano in casa, e cominciano a fare dei disegni su di te? -
E la poveretta morì col crepacuore di lasciare il fratello esposto alle insidie di quelle intriganti.
Com'ella aveva fatto un gran vuoto in quel bugigattolo, per quanto poco spazio vi avesse occupato in vita, e il fratello vi si sentiva come perduto in una gran solitudine, in una gran desolazione, nelle ore che i ragazzi gli lasciavano libere, prese ad andare dal falegname, tutte le sere, attratto da una gratitudine dolce e malinconica verso la ragazzona che aveva avuta tanta carità per la sua povera morta.
Ma il falegname, che certe cose non le intendeva, gli fece capire che in bottega del maestro di scuola non sapeva che farsene, e gli facesse invece il piacere di levarsi di quei trucioli.
Anche donna Mena, qualche tempo dopo, quando vide che le visite del maestro si facevano troppo frequenti, col pretesto dell'Aloardino, e non finiva mai di ringraziarla dell'assistenza che aveva fatta alla sua povera sorella, per stringerle la mano e farle gli occhi di triglia, gli disse sul mostaccio:
- Orsù, signor maestro, facciamo a parlarci chiaro, ché il vicinato comincia a mormorare dei fatti nostri -.
Il poveraccio, colto alla sprovvista, si confuse.
Ma infine prese il suo coraggio a due mani:
- Or bene, donna Mena! Anche quella poveretta l'aveva previsto.
Non ho voluto decidermi mai a fare questo passo, perché amavo troppo la mia libertà...
Ma ora che vi ho conosciuta meglio...
se volete...
- Eh, non li avevate fatti male i vostri conti, caro mio, poiché siete stanco d'andare attorno coi ragazzi! Ma il fatto mio ce lo siamo lavorato io e la buon'anima di mio marito...
E non per farcelo mangiare a tradimento -.
Ogni giorno, mattina e sera, tornava a passare il maestro dei ragazzi, con un fanciulletto restìo per mano, gli altri sbandati dietro, il cappelluccio stinto sull'orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffetti color caffè, la faccia rimminchionita di uno ch'è invecchiato insegnando il b-a-ba, e cercando sempre l'innamorata, col naso in aria.
Soltanto, tornando a casa serrava a chiave l'uscio, per scopare la scuola, rifare il letto, e tutte le altre piccole faccenduole per le quali non aveva più nessuno che l'aiutasse.
La mattina, prima di giorno, accendeva il fuoco, si lustrava le scarpe, spazzolava il vestito, sempre quello, e andava a bere il caffè nel cortiletto, seduto sulla sponda del pozzo, tutto solo e malinconico, col bavero del pastrano sino alle orecchie.
Ed ora che la povera morta non ne aveva più bisogno, risparmiava anche quei due soldi di latte.
UN PROCESSO
All'Assise discutevasi una causa capitale.
Si trattava di un facchino che per gelosia aveva ucciso il suo rivale, giovane dabbene e padre di famiglia.
La folla inferocita voleva far giustizia sommaria dell'assassino, pallido e lacero dalla lotta, che i carabinieri menavano in prigione.
La vedova dell'ucciso era venuta, come Maria Maddalena, per chiedere giustizia a Dio e agli uomini, in lutto, scarmigliata, coi suoi orfani attaccati alla gonnella, mentre l'usciere andava mostrando ai signori giurati l'arma con cui era stato commesso l'omicidio: un coltelluccio da tasca, poco più grande di un temperino, di quelli che servono a sbucciare i fichidindia, ancora nero di sangue sino al manico.
Il presidente domandò:
- Con questo avete ucciso Rosario Testa? -
Tutti gli occhi si volsero alla gabbia dov'era rinchiuso l'imputato, un vecchio alto e magro, dal viso color di cenere, coi capelli irti e bianchi sulla fronte rugosa.
Egli ascoltava l'accusa senza dir verbo, col dorso curvo; e seguiva cogli occhi l'usciere, il quale passava dinanzi al banco dei giurati col coltello in mano.
Soltanto batteva le palpebre, quasi la poca luce che lasciavano entrare le persiane chiuse fosse ancora troppo viva per lui.
Alla domanda del presidente si rizzò in piedi, diritto, col berretto ciondoloni fra le mani, e rispose:
- Sissignore, con quello -.
Corse un mormorio nell'uditorio.
Era una giornata calda di luglio, e i signori giurati si facevano vento col giornale, accasciati dall'afa e dal brontolio sonnolento delle formule criminali.
Nell'aula c'era poca gente, amici e parenti dell'ucciso, venuti per curiosità.
La vedova, stralunata, si teneva sul viso il fazzoletto orlato di nero, e faceva frequentemente un gesto macchinale, come per ravviare le folte trecce allentate, colle mani bianche, levando in aria le braccia rotonde, con un moto che sollevava il seno materno, orgoglio della sua bella giovinezza vedovata.
E fissava sitibonda sull'uccisore gli occhi arsi di lagrime.
Costui non sapeva risponder altro che: - sissignore - a tutte le domande del presidente che gli stringevano il capestro alla gola, guardando inquieto i movimenti d'indignazione dei giurati, non avvezzi alla severa impassibilità della toga, con un'aria di bestia sospettosa.
Incominciò la sfilata dei testimoni, tutti a carico.
- Gli amici del morto, un buon diavolaccio, incapace di far male ad una mosca, - la vedova piangeva.
- I vicini che l'avevano visto barcollare, come preso dal vino, e cadere balbettando: - Mamma mia! - Quelli che avevano gridato: - All'assassino! - Il coraggioso che aveva afferrato pel petto l'omicida, prima che giungessero le guardie, nella brusca e feroce lotta per lo scampo.
- Giustizia! giustizia! - gridava nella folla la vedova, colla voce del sangue che chiedeva sangue, accompagnata dal piagnisteo degli orfani, inteneriti dalla solennità.
Infine fu introdotto un testimonio sinistro, l'amante che quei due uomini si erano disputata a colpi di coltello: una creatura senza nome, senza età, quasi senza sesso, alta, nera, magra, mangiata dagli stenti e dal vizio, che solo le era rimasto vivo negli occhi arditi.
- Destò un senso di ripugnanza al solo vederla.
- Il pubblico accusatore l'aveva fatta venire appunto per ciò.
Ella si piantò tranquillamente in faccia al Cristo, alla legge, a tutti quei visi arcigni, colla sicurezza di chi ha visto in maniche di camicia gli sbirri e i doganieri, e giurò, levando la mano sudicia e nera verso il crocifisso d'avorio, come avrebbe fatto una vergine dinanzi all'altare, baciando lo scapolare bisunto che trasse dal seno cascante.
- Come vi chiamate?
- La Malerba -.
E siccome l'uditorio, nell'attesa tragica, s'era messo a ridere, quasi per ripigliar fiato, ella soggiunse:
- Anche lui, gli dicevano Malannata -.
E indicò l'imputato nel banco.
- Di chi siete figlia?
- Di nessuno.
- Quanti anni avete?
- Non lo so.
- Che professione fate? -
"Essa parve cercare la parola."
- Donna di mondo, - disse infine.
Scoppiò un'altra risata nell'uditorio.
Il presidente impose silenzio scampanellando.
- Sì, donna di mondo, - ribatté lei per spiegarsi meglio.
- Ora con questo, e ora con quell'altro.
- Basta, abbiamo capito, - interruppe il presidente.
- Conoscete da molto tempo l'imputato?
- Sissignore.
Questo qui me l'ha fatto lui, tre anni sono -.
E indicò fieramente uno sfregio che le segnava la guancia, dall'orecchio sinistro al labbro superiore.
- E non ve ne querelaste?
- No.
Era segno che mi voleva bene.
- Foste presente all'uccisione di Rosario Testa?
- Sissignore.
Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.
- E ne sapete il motivo?
- Il motivo fu che Malannata era geloso...
- Geloso di Testa?
- Sissignore.
- E a ragione?
- Sissignore -.
Allora la vedova si celò il viso fra le mani.
- Com'è possibile che Rosario Testa, giovane, marito di una bella donna, gli desse ragione d'essere geloso...
per voi?
- Com'è vero Dio, questa è la verità, - rispose la Malerba.
- Va bene, continuate.
- Avevo conosciuto quel poveretto...
il morto, prima di quest'altro cristiano, molto tempo prima, prima ancora che si maritasse.
Allora mi chiamavano la Mora dei Canali, Rosario Testa faceva il fruttaiuolo, lì alla Peschiera.
Era un libertino, buon'anima.
Le lavandaie dei Canali, le serve che venivano a far la spesa, con quella sua galanteria di far regali, se le pigliava tutte.
Ma per me specialmente ci aveva il debole, ché una volta alla festa dell'Ognina gli ruppero la testa per via di un marinaio ubriaco che mi voleva.
Poi seppi che si maritava e mutava vita.
Andò a stare a San Placido col suo banchetto.
Né visto né salutato.
Io mi misi con Malannata, sì, ch'erano i giorni del colèra.
Buon uomo anche lui, buono come il pane, e se lo levava di bocca, quel poco che guadagnava, per darlo a me.
Ma geloso come il Gran Turco: "Dove sei stata? Cosa hai fatto?" E poi si picchiava la testa con un sasso, pentito delle botte che mi dava.
Quell'annata del colèra, che tutti scappavano via e si moriva di fame davvero, egli voleva anche mettersi a beccamorto, per non farmi fare la mala vita, col castigo di Dio che si aveva addosso.
Si lasciava morire di fame piuttosto che mangiare del mio guadagno.
Sì, glielo dico in faccia, ora che l'avete a condannare, perché questa è la verità dinanzi a Dio.
Mi diceva, poveretto: "No, non me ne importa.
È che penso al come lo guadagni, questo pane, e non posso mandarlo giù".
Ma io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa io ero.
"Non importa", tornava a dire: "almeno non ci voglio pensare".
Ma aveva i suoi capricci anche lui, come una donna, e certuni non me li voleva attorno.
Allora diventava come un pazzo; si strappava i capelli e si rosicava le mani, perché non era più giovane.
Quando mi vedeva insieme al doganiere del molo, che era un bell'uomo, colla montura lucida, mi diceva: "Vedi questo quattrino arrotato, che io tengo in tasca apposta? con questo ti taglierò la faccia, e dopo m'ammazzo io".
E lo fece davvero.
Io gli dissi: "Che serve? Ora che m'avete sfregiata nessuno mi vorrà, e non sarete più geloso" -.
S'interruppe, con un orribile sorriso di trionfo, guardando sfrontatamente in giro il presidente, i giurati, i carabinieri, cinghiati di bianco, incrociando sul petto il vecchio scialle, con un gesto vago.
- Ma non fu così, signor presidente.
Mi volevano ancora, per sua bontà.
Già gli uomini, sono come i gatti...
- E anche Rosario Testa? -
Ella chinò il capo, assentendo, due o tre volte, con quel sorriso.
- Sissignore, anche lui! -
La vedova adesso la guardava cogli occhi ardenti e feroci, le labbra pallide come le guance.
- V'ho detto ch'era un discolo, buon'anima.
E anch'io, al rivederlo, mi sentivo tutta fiacca, come m'avesse fatto bere.
Dicevo di no, perché Malannata era lì vicino, a scaricar zolfo nel magazzino dietro la Villa, e tante volte mi aveva detto lui pure: "Bada che se torni con Rosario, vi faccio la festa a tutti e due".
Ma l'amore antico non si scorda più, vossignoria!
- Basta.
Dite come avvenne l'omicidio.
- Così, come ve lo dico adesso, signor presidente, col coltello dei fichidindia, quello lì.
- Testa era armato?
- Lui? povero ragazzo! Mi aveva invitato a' fichidindia, una galanteria delle sue, lì, al banco di Pocaroba, che ce li ha di quelli di Paternò, sino a Natale.
Pocaroba dice: "Badate che Malannata è in sospetto.
L'ho visto che si affaccia ogni momento alla porta del magazzino, e tien d'occhio compare Rosario".
E Testa: "Lasciatelo guardare, compare Pocaroba, che me ne rido di Malannata e del suo santo".
Allora lasciai stare i fichidindia, e cercavo di condurmi via l'altro; quand'ecco quel cristiano lì correre dall'arco della ferrovia, tutto bianco di zolfo, e cogli occhi come uno che ha bevuto, e in due salti ci fu addosso; afferrò il coltello, dal banco dei fichidindia, prima di dire Gesù e Maria...
- Accusato, avete qualche cosa da aggiungere?
- Nulla, signor presidente.
Questa è la verità sacrosanta -.
Allora sorse il pubblico accusatore, togato e solenne, a malgrado della nota mondana dell'alto colletto inamidato che gli usciva dal nero della toga; e fulminò il reo colla sua implacabile requisitoria, facendo inorridire i giurati col quadro del vizio abbietto che vive nel fango dei bassi strati sociali, per dar l'orrido fiore del delitto, senza neppure la febbre della giovinezza, della passione o dell'onore, senza nemmeno la scusa della tentazione o della gelosia.
- Il vizio che vive del disonore ed osa ribellarvisi col delitto -.
E stendeva verso quel grigio capo avvilito l'indice minaccioso, dall'unghia rosea e lucente.
Le signore, che dovevano alla sua galanteria i posti riservati dell'aula, rianimavano la loro indignazione col profumo della boccetta di sale inglese, soffocate dall'afa; e i larghi ventagli si agitavano vivamente a scacciare il lezzo immondo della colpa, come farfalle gigantesche.
Poscia il magistrato si assise tranquillamente, ringraziando, con un impercettibile sorriso, all'applauso discreto di quei ventagli che s'inchinavano, ponendosi sul viso il fazzoletto di battista.
Solo l'imputato non aveva caldo, seduto sulla sua panchetta, col dorso curvo, il viso color di terra rivolto verso tutte quelle infamie che gli rinfacciavano.
A sua volta prese a parlare l'avvocato.
Era un giovane di belle speranze, delegato d'ufficio dal presidente a quella difesa senza compenso.
Egli sfoderò gratuitamente tutte le sue brillanti qualità oratorie.
Esaminò lo stato psicologico e morale degli attori del lugubre dramma; sciorinò le teorie più nove sul grado di responsabilità umana; argomentò sottilmente intorno alle circostanze di fatto, per farne risultare tutto ciò che occorreva a dimostrare la provocazione grave e l'ingiuria.
Qui veniva a taglio una pittura commoventissima di quella morbosa gelosia senile, che doveva avere tutti gli strazi e le collere furibonde dell'umiliazione e dell'abbandono.
Sì, egli lo sapeva, non erano le coscienze di uomini onesti, vissuti nel culto della famiglia, resi più sensibili dagli agi, che avrebbero potuto scendere negli abissi di quei cuori tenebrosi e di quelle infime esistenze per scoprire il movente di certe delittuose follie.
Forse soltanto il sentimento più delicato e immaginoso di quelle dame eleganti, avrebbe potuto sorprendere il tenue filo per cui si legano i fatti più mostruosi al sentimento più nobile in quegli animi rozzi.
Egli seguì cotesta fatale concatenazione che c'è fra tutti i sentimenti e le azioni umane con una analisi così acuta, che più di un onesto padre di famiglia sentì turbata la sua digestione dallo smarrimento della colpa, mentre era lì, seduto a giudicare, pensando al ricolto del podere, o al fresco del terrazzino dove lo stava aspettando la famigliuola.
Per poco non si udirono degli applausi alla perorazione dell'avvocato.
Lo stesso presidente gli fece velatamente i mirallegro.
- Accusato, avete nulla da dire a vostra discolpa? - conchiuse il presidente.
L'accusato si alzò di nuovo, colle braccia penzoloni, lungo la sua stecchita persona, e un gesto vago dell'indice, come d'uomo persuaso di quel che dice.
- Signor presidente, ho ucciso Rosario Testa, devo andare a morte anch'io, com'è scritto nella legge, e va bene.
La Malerba, poveretta, è quella che è, e anche ciò va bene.
Ma quando me la lasciavano sulla panchina del molo come una scarpa vecchia, chi andava a dirle una buona parola ero io; e a chi ella diceva una buona parola quando aveva il cuore grosso, ero io pure.
Gli altri, pazienza, oggi questo, domani quell'altro; le buttavano dei soldi e delle male parole, ed essa non ci pensava più.
Ma Testa, nossignore! Essa quando era stata con lui, mi ritornava a casa tutta sossopra, cogli occhi che pareva ci avesse la luminaria dentro.
Io glielo aveva detto a Testa: "Guarda che a te non te ne importa.
Tu ci hai moglie e figliuoli; ma io non ho che questa qui, Testa!" -
Poi tornò a sedersi, accennando ancora del capo, mentre la Corte si ritirava per deliberare.
E rimase immobile, nell'ombra, aspettando il suo destino.
Era venuta la sera.
La folla s'era diradata, e nella sala accendevano il gas.
Infine squillò di nuovo un campanello, e comparvero di nuovo le stesse toghe nere, le stesse facce pallide e stanche che guardavano l'imputato.
Egli non capiva nulla delle frasi che borbottavano in mezzo a quella folla, nell'ombra.
Intese solo il presidente che pronunziava la condanna: - A vita! -
E si alzò un'ultima volta, barcollando sulle gambe, accennando sempre coll'indice quel gesto vago ch'era tutta la sua eloquenza, e balbettò:
- Io glielo avevo detto a colui, signor presidente -.
LA FESTA DEI MORTI
Nella collina solitaria, irta di croci sull'occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d'armenti, c'è un'ora di festa, quando l'autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta.
Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.
Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c'era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori.
Solo un istante i vetri della sua finestra s'accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell'azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare.
Ai suoi piedi, nell'abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.
Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti - nell'ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti - un prete sepolto da cent'anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò "la Camera del Prete".
Dal largo, verso Agnone, i naviganti s'additavano l'illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.
Tutto l'anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo spumeggiare della marea, quando s'internava muggendo nella "Camera del Prete", e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca; ma non osavano gettarvi l'amo.
Un palombaro che s'era arrischiato a penetrarvi, nuotando sott'acqua, uno che non badava né a Dio né al diavolo, pel bisogno che lo stringeva alla gola, e i figliuoli che aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch'era lì dentro, azzurro e ondeggiante al pari di quei fuochi che s'accendono da sé nei cimiteri, il pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt'intorno, rosi dall'acqua, e bianchi quali ossa al sole.
L'onda che s'ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell'ombra, e non tornava mai indietro; come non tornò più quel poveretto che s'era strascinato via.
L'estate, nell'ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l'onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia.
- Così quel prete, un sant'uomo, aveva perso l'anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei - la tentazione - era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente al sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure.
Da cent'anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata.
Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno, né il canto bramoso dei giovani, né le querele delle lavandaie, né il pianto dei fanciulli abbandonati.
La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l'altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane.
L'alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle sdentate.
Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all'immobilità di quei cadaveri.
Erano defunti d'ogni età e d'ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l'ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre.
Dallo spiraglio aperto nell'azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli.
I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d'angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude.
Poscia, nell'ore in cui il sole moriva sull'orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime.
Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all'altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide.
Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell'ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d'orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell'ora torbida dell'agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all'altra, come li porta il vento.
- Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero.
- Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d'aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch'esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito!
A quell'ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella "Camera del Prete", recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate.
Più nulla! più nulla! - Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo.
- Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più.
Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? - E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell'altro l'arma omicida.
- Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall'agonia.
- Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell'attesa già disperata.
- Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità.
- E neppure le lotte in cui l'uno si è logorato.
- Né le speranze che hanno accompagnato l'altro sin là.
- Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato.
- Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita.
- Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte.
- Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani.
- E non l'azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio.
- L'onda che s'ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla "Tavola del Prete" si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa.
Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura.
La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l'argano vi geme in mezzo al baccano degli operai.
Quando rimossero l'enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall'incantesimo.
Il mare spumeggiante sotto la catena dell'argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della "Camera del Prete".
Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi.
Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto.
Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.
ARTISTI DA STRAPAZZO
Su tutte le cantonate immensi cartelloni a tre colori annunziavano:
CAFFÈ-CONCERTO NAZIONALE
QUESTA SERA
DEBUTTO DI MADAMIGELLA EDVIGE
GRAN SUCCESSO DEL GIORNO
SENZA AUMENTO SUL PREZZO DELLE CONSUMAZIONI
I pochi avventori mattutini del "Caffè-Concerto Nazionale", già avvezzi ai grandi successi, non degnavano neppure di un'occhiata il lenzuolo bianco, verde e rosso, sciorinato dietro il banco, sul capo della padrona, la quale stava discutendo con una ragazza alta e magra, che la supplicava a voce bassa, in atteggiamento umile, infagottata nella cappa lisa.
In un canto il lavapiatti sbracciato scopava un tavolone che la sera faceva da palco, parato a drappelloni bianchi, verdi e rossi; ornato di corone d'alloro di carta, che pendevano malinconiche.
La padrona scrollava il capo ostinatamente, stringendosi nelle spalle.
L'altra insisteva sempre a mani giunte, facendosi rossa, quasi piangendo.
Infine, come entrò un forestiero stracco a bere un moka da venti centesimi, col naso sul giornale del giorno innanzi, la ragazza si rassegnò ad intascare i pochi soldi che la padrona le contava ad uno ad uno sul marmo, con un fare d'elemosina.
Alle otto in punto di sera, accesi i lumi del pianoforte, il maestro, un giovanotto allampanato sotto una gran barba e uno zazzerone che se lo mangiavano, dopo un grande inchino alla sala quasi vuota, incominciò timidamente una ouverture di propria fabbrica, mentre il "Caffè-Concerto Nazionale" andavasi popolando a poco a poco.
Dopo montò sul tavolone un pezzo d'uomo, vestito tutto di rosso come un gambero cotto, con due enormi sopracciglia alla chinese, per darsi un'aria satanica, e dei cornetti inargentati.
Egli si mise ad urlare "la canzone dell'oro" come un ossesso, allargando le gambe sul tavolato, stendendo gli artigli minacciosi verso l'uditorio, con certi occhi terribili e certe boccacce sardoniche che volevano incutere terrore.
Al "dio dell'oro" mescolavasi l'acciottolìo dei piattini, lo sbattere dell'usciale e la voce dei tavoleggianti, i quali gridavano: - Panna e cioccolata! - oppure: - Tazza Vienna! - Mefistofele salutò lo scarso pubblico, che non gli badava, e scese adagio adagio la scaletta col mantelletto ad ali di pipistrello che gli sventolava dietro.
- Stasera avremo il gran debutto, - osservò un avventore che centellava da tre quarti d'ora una chicchera di levante.
- Il successo del giorno! - grugnì il vicino, ch'era sempre lì a quell'ora, colla coppa di Vienna vuota dinanzi, un mucchio di giornali sotto la mano, e la moglie addormentata accanto.
Infatti, dopo il pezzo con variazioni per pianoforte sulla Stella confidente venne il duetto dell'Ernani, e comparve un'altra volta dalla cucina il baritono vestito alla spagnuola, con un medaglione d'ottone che gli ballava sul ventre, e un cappello piumato in testa, facendo largo a madamigella Edvige, tutta di bianco come un fantasma, sotto la polvere d'amido e la veste di raso del rigattiere.
- Che braccia magre! - osservò un dilettante, fiutandole quasi sotto i guanti lunghi e duri di benzina.
Carlo V offrì cavallerescamente la mano ad Elvira per montare sul palco malfermo, e lì, nella gran sala piena di fumo, il duetto incominciò.
Ahimé! una vera delusione pel pubblico e pel Caffettiere.
Madamigella Edvige aveva una voce stridente che faceva voltare arrabbiati anche i tranquilli lettori di giornali; e la poveretta, pallida come una morta, aveva un bell'annaspare colle mani, e dimenare i fianchi, rizzandosi sulla punta delle scarpette di raso troppo larghe, per acchiappare le note.
Una voce, dal fondo della sala gridò: - Presto! un bicchier d'acqua! - E tutto l'uditorio scoppiò a ridere.
Carlo V invece se la cavava magnificamente, avendo le signore dalla sua, pei suoi effetti di polpa, sotto le maglie di colore incerto, e le sue note alte che assordavano perfino i camerieri, e facevano tintinnare le gocciole delle lumiere.
La debuttante scese dal palco più morta che viva, incespicando, colle sottane in mano, fra gli spintoni dei tavoleggianti che correvano di qua e di là, portando i vassoi in aria.
Il dilettante di prima osservò pure:
- Che piedi! -
Seduta in un cantuccio della cucina, fra i lazzi degli sguatteri, e il fumo delle casseruole, la debuttante aspettava scorata la sua sentenza, ed anche la cena, ch'era compresa nell'onorario, alla tavola comune, insieme al cuoco, il baritono, i camerieri ed il maestro, ancora in cravatta bianca.
Quest'ultimo, un gran buon diavolo, malgrado la sua barbona, cercava di confortarla come poteva: - La sala era tanto sorda! Chissà, una seconda volta, quando fosse stata più sicura dei suoi mezzi...
- La poveretta rispondeva di tanto in tanto con un'occhiata umile e riconoscente a quelle buone parole.
Il baritono intanto, con un pastrano peloso gettato sul giustacuore di Carlo V, e un tovagliuolo al collo, divorava in silenzio.
- Artisti bisogna nascere! - osservò infine a bocca piena.
La padrona, chiuso il libro e spenti i lumi del Caffè, era scesa in cucina a dare un'occhiata.
Alla povera ragazza, che aspettava col viso ansioso, disse bruscamente:
- Cara mia, me ne dispiace, ma non ne facciamo nulla.
Avete visto che fiasco? -
L'altra rimaneva a capo chino, coi fiori di carta nei capelli, e le spalle infarinate.
- Mangiate, mangiate pure! - ripigliava la padrona, una buona donna.
- Che diamine! Non voglio che la gente vada via a pancia vuota da casa mia -.
Il maestro, che pensava al poi, le spingeva il piatto sotto il naso.
Ma la poveretta non aveva più fame; si sentiva la gola come stretta dai singhiozzi; andava riponendo adagio adagio nella borsetta i guanti lavati, i fiori di carta, e le scarpette di raso; senza però potersi risolvere ad andarsene.
Due ragazzacci, che parlavano forse di tutt'altro, si misero a sghignazzare.
Allora essa salutò umilmente tutti, e s'avviò.
Sulla porta un cameriere in giubba stava spengendo i lumi, e staccava il cartellone del Concerto, canticchiando: - Gran successo del giorno! -
Per la via buia e deserta da stringere il cuore, correvano le prime raffiche d'autunno.
Il maestro, mosso a compassione, le era corso dietro.
- Vuol essere accompagnata a casa?...
Senza complimenti.
- No, grazie, sto lontano assai.
- Diamine! diamine! Anch'io sono aspettato a casa...
Ma non posso lasciarla andare sola come un cane...
Vuol dire che affretteremo il passo.
- Davvero...
Non vorrei abusare.
- No, no, spicciamoci piuttosto! Anche per me è tardi...
Ci ha qualcuno che l'aspetti?
- Nossignore, nessuno.
- Almeno ci avrà qualche conoscente qui?
- Neppure, signore; sono arrivata la settimana scorsa, con una lettera pel Caffè Nazionale: una corista, mia compagna che vi era stata questa primavera, mi disse che ci avrei trovato qualche cosa, non molto, è vero, ma nella stagione morta, sa bene...
Laggiù, alla piazza, erano rimaste cinquanta persone sulla strada, dopo la fuga dell'impresario.
Dicono che anche lui, poveraccio, ci abbia perso tutto il suo...
-
Il maestro pensava intanto a quei giorni terribili in cui una notizia simile era arrivata come un fulmine al Caffè, sulla faccia stravolta di un artista, e s'erano trovati tutti, raccolti dallo stesso terrore, davanti alla porta chiusa del teatro.
Poi erano corsi in folla all'agenzia, come pazzi, in paese straniero, in mezzo a gente di cui non conoscevano la lingua, e che si fermava sorridendo al passaggio di quella turba affamata.
E le lunghe ore dei giorni interminabili, passate al Caffè, il solo rifugio, con una tazza di birra dinanzi, le notti terribili d'inverno, le camicie portate tre settimane, il mozzicone di sigaro raccattato di nascosto.
Sentiva perciò una grande simpatia per quell'altra derelitta, e le andava dicendo:
- Coraggio! coraggio! Bisogna farsi animo! L'aiuterò anch'io, come posso...
È vero che non posso far molto...
Son forestiero come lei...
E non sono stato sempre fortunato...
Ma vedrà che il buon tempo giungerà anche per lei...
Diavolo! diavolo! Dov'è andata a scovarlo quest'albergo, così lontano?
- Me lo indicarono laggiù...
perché spendessi meno...
Mi rincresce per lei!...
- No, no...
È che m'aspettano a casa...
Sanno l'ora, press'a poco...
Mi toccherà inventare qualche storiella...
Ma lei non pensi a questo...
Deve aver altro in testa, lei, poveretta! Ci dorma su, si faccia animo, che quanto potrò lo farò ben volentieri per lei.
- Oh, signore!...
Com'è buono!...
- Niente, niente, una mano lava l'altra.
Se non ci aiutiamo fra di noi! Il male è che non posso far molto!...
Infine ella disse:
- È qui -.
Picchiò all'uscio di un albergaccio d'infima classe, e gli strinse la mano colle lagrime agli occhi.
Aveva la faccia tanto buona, colla barba lunga, e il misero paletò che il vento gli incollava addosso come fosse di lustrino.
Dalla finestra una vociaccia assonnata rispose brontolando:
- Vengo! vengo! Bell'ora di tornare a casa! -
Anche lui, in quel momento, la guardò negli occhi, le strinse forte la mano due o tre volte, mosse le labbra, per dire qualche cosa, infine proruppe: - Me ne vado, sono aspettato.
Buona notte! Buona notte! - E partì correndo.
La stanzuccia, che pigliava lume da un finestruolo sulla scala, costava cinquantacinque centesimi al giorno, tre soldi di pane e latte la mattina, trentacinque centesimi il desinare.
La sera poi doveva spendere altri sei soldi per andare al Caffè Nazionale, dove era quasi certa di vedere il maestro, la sola persona che conoscesse nella città.
Negli intermezzi, quando poteva, egli andava a salutarla; da lontano, prima di parlare, gli si vedeva in viso la stessa notizia scoraggiante: - Nulla ancora! - Poi, al vederla così triste e rassegnata, colla chicchera di Caffè vuota sul tavolino, voleva pagar lui.
Ma essa non permetteva, arrossendo fino ai capelli.
- No, signore, un'altra volta! - Egli non osava insistere, ma avrebbe voluto che lei lo considerasse come un vero amico, come un fratello.
Le confidava i suoi piccoli guai, anche lui, per incoraggiarla.
Le narrò a poco a poco tutta la sua vita, proprio come a una sorella, oggi una cosa, domani l'altra: il fallimento dello zio che s'era preso cura di lui orfano, la vocazione strozzata dal bisogno, il pane trovato con mille stenti qua e là, tutta la sua giovinezza scolorita, scoraggiata, senza gioie, senza fede, senza amore.
Essa allora sorrideva, scotendo il capo con una grazia giovanile che la faceva tornar bella.
- No, no! Ve lo giuro! Mai! - Allora chinavano il viso, malinconici.
Una volta i loro occhi s'incontrarono, e si fecero rossi tutti e due.
Ma spesso egli giungeva accompagnato da un donnone coi baffi come un uomo d'arme, la quale aveva il colorito acceso, con un gran cappellone di felpa ornato di piume rosse, ed era serrata in una veste di seta grigia che pareva dovesse scoppiare a ogni momento.
Quelle volte il maestro non osava muoversi neppure; il donnone, dal suo posto, non lo perdeva di vista un momento, sotto le piume rosse del cappellone.
- È la mia padrona di casa, una buona donna, - le aveva detto lui.
- Ma quando ci vede insieme faccia finta di niente, per carità! -
Fu come una fitta al cuore.
Il baritono che l'incontrò per la strada, tutta sottosopra, le propose di accompagnarla.
- Permettereste voi, mia bella damigella, d'offrirvi il braccio mio, per far la strada insieme? - Ella ricusava.
Andava molto lontano...
Non voleva abusare...
- Ma che! ma che! Bagattelle! D'altronde son ben coperto.
Con questa pelliccia qui, potrei andare sino al Polo! Senta! senta! Un regalo dei miei amici di Odessa.
Tutta volpe di Siberia; una bestia che vende cara la sua pelle a quello che dicono!...
Eh! eh! Comincia presto l'inverno quest'anno! Non c'è male, n'è vero?...
Buona notte, maestro! -
Questi passava rattrappito nel suo paletò, dando il braccio alla sua compagna, di cui la veste grigia luccicava come un'armatura sotto il lampione.
- È la fiamma del maestro, - aggiunse il baritono.
- Una pira, come vede! Però un buon diavolaccio anche lui! Un po' timido, un po' bagnato, come diciam noi, ma il mestiere lo conosce, ve lo dico io! Quando vi siete mangiate quelle note della cabaletta, la sera del vostro debutto, vi rammentate? do, sol, do, nessuno se n'è accorto.
Peccato che non riempiano lo stomaco le note che si mangiano, eh! eh! eh! Capisco, capisco, l'emozione, la paura...
Ma bisogna aver la faccia tosta, mia cara; e sputar fuori le vostre note pensando che quanti stanno ad ascoltarvi sono tutti una manica di cretini, se no non si fa nulla! Però vorrei sapere chi è quel boia che vi ha messo in questo mestiere, senza voce come siete!
- La voce ce l'avevo.
Fui ammalata tanto tempo e d'allora in poi, in principio dell'inverno ci ho sempre come una spina qui...
- Ah! ah! Peccato! Alle volte, vedete, succedono di queste cose che si farebbe scendere gli dei del cielo!...
-
In fondo, del cuore ce ne aveva anche lui, sotto la pelliccia, e sapendo che era a spasso cercava di consolarla come poteva.
- Bisogna farsi animo, mia cara amica.
Cent'anni di malinconia non ci danno una sola giornata buona.
E poi son cose che abbiamo passate tutti quanti.
La va così, per noi altri artisti.
Oggi fame, domani fama! Non parlo per me, ché non posso lagnarmi, grazie a Dio! M'hanno sempre voluto bene da per tutto! Guardate questo anello di brillanti! E queste catenelle d'oro, oro di ventiquattro carati, garantito! Ma ogni santo ha la sua festa.
Vedrete che verrà la vostra festa, anche per voi! -
Chiacchierava, chiacchierava, con una certa bonomia che gli veniva in quel momento dallo stomaco pieno, dalla pelliccia calda, dal bicchierino di cognac, e anche dalla vicinanza di quella giovane simpatica, che sentiva tremare di freddo sotto il suo braccio, nella via deserta.
- Vedrete che verrà la vostra festa.
Bisogna tentare un'altra volta; in un'altra piazza, ben inteso! Peccato che non abbiate voce! Avete provato se vi vanno le canzonette allegre? Per quelle si fa anche a meno della voce.
Ma occorrono altri requisiti: del tupé, l'occhio ardito, i fianchi sciolti...
e un po' più di polpa, che diavolo! È vero che questa può venire...
siete giovane!...
-
Così dicendo l'esaminava dalla testa ai piedi, ogni volta che passavano sotto un lampione, col fare allegro e senza cerimonie di buon camerata.
- E non bisogna fare tante smorfie, cara mia.
Colle smorfie non si mangia.
E non aver neppure dei grilli in capo.
Io, come mi vedete, ho fatto i primi teatri del mondo; potete dimandare a chi volete di Arturo Gennaroni; eppure quando vennero ad offrirmi la scrittura pel Concerto del Caffè Nazionale non mi feci tirar le orecchi.
Si piglia quel che capita.
Oggi qui, domani là.
Come? ci siamo di già? Avrei fatto altri due passi, per avere il piacere di stare con voi ancora.
Il tempo passa presto.
Che bella serata, in così buona compagnia eh? Un freddo secco che fa bene allo stomaco.
È quello il vostro albergo? Hum! hum! Quasi quasi v'offrivo ospitalità in casa mia! -
E com'essa si stringeva all'uscio: - Eh, non abbiate paura! Che non voglio mica mangiarvi per forza.
Non volete? Buona notte! -
Il maestro le aveva procurato due o tre indirizzi d'agenti teatrali ai quali l'aveva raccomandata.
La presentò ad un impresario che montava un'operetta.
Tutti rispondevano: - Pel momento non c'è nulla -.
L'impresario soggiunge: - Bisogna vedere se vi è rimasta qualche altra cosa di bello, figliuola mia, perché la voce se n'è andata.
Be', be', se avete di questi scrupoli non ne parliamo più! -
Ella tornava indietro così avvilita che il maestro si fece animo per dirle: - Sentite...
È un pezzo che volevo dirvelo...
Se avete bisogno di denaro...
forestiera come siete...
senza amici...
senza aver altri conoscenti...
Non son ricco, è vero...
Ma quel poco che ho.
No! no! non vi offendete.
In imprestito, vedete! Come tra fratello e sorella!...
-
Ella scoppiò a piangere.
- Dio mio! Vi ho forse offesa? Non intendevo offendervi, vi giuro.
Se mi volete un po' di bene anche voi!...
Io ve ne voglio tanto!...
Basta, basta, perdonatemi! Sia per non detto! Ma promettetemi almeno che se mai...
il giorno in cui...
Pensate che vi voglio bene...
come un fratello...
E vorrei che anche voi...
-
Ella gli stringeva le mani, colle lagrime agli occhi, per dirgli di sì...
che anche lei...
che gli prometteva...
Ma piuttosto sarebbe morta.
Da tutti, da tutti, prima che da lui! Glien'era riconoscente, sì! Avrebbe voluto anzi dirgli tante cose, per provarglielo, che non ci aveva più nessun altro in cuore...
che quell'altro a poco a poco se n'era andato via, com'era andato lontano; e domandargli della donna che spesso veniva con lui al Caffè, e le dava una stretta al cuore...
Delle sciocchezze, via! ma non sapeva da che parte incominciare.
Egli sembrava sulle spine, ogni volta che erano insieme, guardava intorno, con aria inquieta; evitando d'incontrarla, nelle vie frequentate, scappando subito con un pretesto se c'era gente.
Uno dopo l'altro aveva prima impegnato i pochi oggetti che avessero qualche valore: gli orecchini, il braccialetto d'argento dorato, la poca roba d'estate, fino il baule dove la teneva.
Tanto non poteva più andarsene.
Poscia vendette le polizze dei pegni.
Alla posta, l'ultima speranza degli sventurati in paese straniero, le rispondevano invariabilmente, due volte al giorno:
- Nulla! -
Una sera che ne usciva barcollante, incontrò il baritono, Arturo Gennaroni, sempre impellicciato, che le fece un gran saluto cerimonioso, levando in alto il cappello come se volesse dire evviva! Giusto voleva presentarle l'amico che era con lui - Temistocle Marangoni, il primo basso del mondo! - un uomo di mezza età, tutto capelli e barba, con un cappellone a cono, drappeggiato in un mantello grigio, e che sembrava che parlasse di sottoterra.
- E dove corre, signora Edvige? Voleva sfuggirmi? Non è mica in collera con me, spero! -
Ella si scusava di non aver udito perché credeva che non dicesse a lei: - Io mi chiamo Assunta.
Ma sul cartellone la padrona del Caffè pretendeva che quel nome non facesse...
- È vero, è vero.
Anche il mio è un nome di guerra, per riguardi di famiglia, sa bene.
Mio padre è il primo negoziante di Napoli.
Laggiù hanno ancora dei pregiudizi...
Sa bene...
Veniamo con lei, se non le dispiace -.
Strada facendo aggiunse che era libero quella sera, perché la padrona del Caffè Nazionale l'aveva licenziato - una cabala che gli avevano inventato contro per gelosia di donne.
Temistocle, lì, poteva dirlo.
- Il basso agitava il barbone per attestarlo.
Anche a lui avevano rubato la scrittura, quell'animale di Gigi Lotti, una scrittura di seimila franchi, viaggio intero pagato, col pretesto che la conferma al telegramma non era venuta.
Ma gli voleva rompere il muso, la prima volta che l'incontrava alla birreria! Gennaroni, intanto che il suo amico si sfogava, chiedeva ad Assunta cosa avrebbe fatto della sua serata.
- Si voleva andare al Concerto del Caffè Nazionale? Sentirebbero che porcherie! Lui se le sarebbe godute mezzo mondo, e si sarebbe fregate le mani magari se quella carogna della padrona fosse venuta ginocchioni a supplicarlo e ad offrirgli doppia paga.
- Andiamo, andiamo.
Pago io, Temistocle! Dei soldi, grazie a Dio, ce n'è sempre qui.
Veniteci anche voi, bella Assuntina.
Chissà che non troverete il fatto vostro? -
Sul tavolato, in mezzo al gran fumo della sala, una donna cogli occhi neri come avesse il colèra, e i pomelli color cinabro, nuda fino allo stomaco, strillava con voce rauca delle canzonette che facevano andare in visibilio l'uditorio, schioccando le dita, e con una mossa dei fianchi che faceva svolazzare la sua gonnella corta sino ai legaccioli.
Un vecchiotto, seduto in prima fila, col mento sul pomo dell'ombrello, si crogiolava dal piacere, ammiccando ai vicini, ridendo nella bazza, applaudendo anche col cranio calvo sino alle orecchie.
Una modesta famigliuola, padre, madre e figliuoli in abbondanza, era venuta a solennizzare la festa al Caffè, ridendo saporitamente; solo la maggiore, una ragazzina magra e nera come un tizzone, dimenticava persino il sorbetto per ascoltare la cantatrice, sgranando degli occhi enormi, seria seria.
Altri, nella sala, vociavano, picchiavano colle mazze ed i pugni sui tavolini, facevano un chiasso indiavolato, accompagnando il ritornello, interrompendolo con esclamazioni da trivio.
Gennaroni ripeteva: - Ditemi poi se questa è arte! Ditemi se non è vera porcheria! - Tutt'a un tratto si vide la gente affollarsi davanti al palco, intorno a un omettino in tuba il quale gesticolava colle mani in aria.
La donna invece si ostinava, col viso sfacciato, cercando cogli occhi nella folla i suoi protettori.
Un tale, vestito da operaio, coi baffi grossi e la faccia dura, si arrampicò sul tavolato in mezzo ai fischi che assordavano, e prese la cantante per le spalle, spingendola verso due questurini in uniforme che s'erano fatti largo a furia di spintoni, e agitavano le braccia.
Il gruppo scomparve nella folla, verso la cucina, fra un uragano di fischi, d'urli e di risate.
Il baritono si dimenava come un ossesso, smanacciando, gridando: - Bravo! bis! - poi corse a stringere la mano al maestro, ancora sbalordito dinanzi al pianoforte.
- Che cagnara, eh! Ma la colpa non è tua, poveretto! Ci ho gusto per quella carogna della padrona, la quale pretendeva di averne le tasche piene di musica seria, lei e il suo pubblico.
Come se non glielo avessimo fatto noi questo pubblico.
E non le avessi fatto guadagnare più quattrini che non abbia capelli nella parrucca, quella strega! -
Intanto si sbracciava per farsi scorgere, gesticolando, gridando forte, calcandosi ogni momento la tuba sull'orecchio, posando di tre quarti, col bavero della pelliccia rialzato sino alle orecchie, malgrado il gran caldo, e un fazzoletto di seta al collo, come avesse avuto un tesoro da custodirvi.
- Dovresti farle intendere ragione, a quella stupida.
Dovresti metterti in mezzo.
S'è quistione di soldi, si può aggiustarsi.
Non ho mai fatto questione di quattrini per l'arte.
Ma bisogna concludere subito.
Sì o no! Ho delle offerte magnifiche per l'estero.
Domattina devo dare una risposta -.
Poi tornò al suo posto trionfante, facendosi largo nella folla.
- Ah! ah! ve lo dicevo io! Ora tornano a pregarmi! Mi hanno offerto carta bianca.
Hanno bisogno di me per fare andare la baracca! -
Il basso gongolava, come se si fosse trattato di lui, picchiava sul tavolino per ordinare altra birra.
- Ogni conoscente che entrava nel Caffè lo invitava a prendere qualche cosa, facendo segno coll'ombrello, chiamando ad alta voce.
- Tienti sulla tua, sai, Gennaroni! Fatti tirar le orecchie, prima di dir di sì! - L'altro scrollava il capo, minaccioso, come a dire: - Vedrete! vedrete! - Poi si alzava in piedi e faceva le presentazioni in regola: - Romolo Silvani, primo ballerino.
- Augusto Baracconi, primo tenore assoluto, e suo fratello.
- Ernesto Lupi, distinto pittore.
- Fiasco completo, amici miei! Peccato che siate venuti tardi! - Essi, per cortesia, tornavano a pregarlo che narrasse.
Ma Baracconi fratello stava col naso nel bicchiere, tutto intento a godersi il trattamento; Lupi disegnava delle caricature sul marmo del tavolino; il tenore diceva roba da chiodi di un collega sottovoce con Marangoni, e Silvani, dall'altro lato, domandava se quella bella giovane appartenesse all'amico Gennaroni, lisciandosi i baffettini neri come la pece, accarezzando la chioma inanellata, componendo la faccetta incartapecorita a un risolino seduttore.
Tutti quanti però, a ogni pezzo nuovo, quando Gennaroni atteggiava il viso a una boccaccia di disgusto, facevano coro per sdebitarsi coll'amico, battendo in terra coi tacchi e coi bastoni, vociando - basta! basta! - mettendosi a sghignazzare.
Il baritono infine, vedendo che il maestro non osava prendere le sue parti, quasi fosse inchiodato al pianoforte, andò a salutare la padrona del caffè, colla scappellata alta, tutto gentilezze, mentre essa cambiava i gettoni e teneva d'occhio i garzoni che uscivano dalla cucina.
In quella entrò il donnone del maestro, più accesa in viso che mai.
Aveva udito il baccano dalla strada, mentre veniva a prendere Bebè.
- No, no, lui non ci ha colpa, - le dicevano gli amici.
Gennaroni, che tornava dal banco fuori di sé, aggiunse ch'era proprio un bebè, un pulcino bagnato, uno che non era capace di dir due parole per un amico.
Le domandava ridendo se le capitava di dargli le sculacciate, qualche volta.
L'altra continuava a ridere, scrollando le piume del cappello.
- No, no, era così buono il poveretto! proprio come un fanciullo! A lasciarlo fare se lo sarebbero mangiato vivo, certe sgualdrinelle che sapeva lei! - Infine se lo prese sotto il braccio, e se lo portò via.
Gli altri se n'erano andati pure ad uno ad uno.
Il basso protestò che correva a vedere se era giunto il telegramma, e piantò lì il bicchierone vuoto su di una pila di piattelli.
Assunta rimaneva sbalordita, colla tazza a metà piena, il cappellino di paglia e la eterna cappa grigia che la facevano sembrare più misera.
Nell'uscire barcollava perché non aveva preso altro tutto il giorno, quasi il chiasso le avesse dato alla testa.
- Che avete? - chiese Gennaroni.
- Eh, la birra! Non ci sarete avvezza! - Essa invece pensava a quella disgraziata che l'avevano mandata via coi questurini.
- Non temete, no; che il pane non gli manca a quella lì...
e il letto neppure! - conchiuse il baritono.
Tirava vento, e cominciavano a cadere i primi goccioloni della pioggia.
- Sentite, cara Assunta.
Adesso dovreste fare una bella cosa: venirvene a casa mia a scacciare insieme la malinconia! Avete visto come fanno gli altri? Ciascuno colla sua ciascuna! Ci avete il vostro ciascuno voi? -
Ella non rispondeva, colla testa sconvolta, il cuore stretto da un'angoscia vaga, un senso di sconcerto nello stomaco, davanti agli occhi una visione confusa dell'albergatrice arcigna che voleva esser pagata, dell'impiegato postale che le rispondeva - nulla! -, dei visi sconosciuti in mezzo ai quali andava e veniva tutto il giorno, della donna enorme che si era portato il maestro sotto il braccio - intirizzita dalla tramontana, coi ginocchi che le si piegavano sotto.
L'altro seguitava a stordirla chiacchierando, soffiandole sul viso le sue parole calde e il fumo del sigaro, stringendole forte il braccio sotto la pelliccia.
Allo svoltare di un'altra via essa alzava gli occhi, e si guardava intorno, balbettando: - Dove andiamo? Dove andiamo? - come fuori di sé.
Gennaroni le diceva adesso delle parole dolci e sonore che la stordivano: - vieni meco! Sol di rose, intrecciar ti vo' la vita...
- colla chiave che s'era levata di tasca aveva aperto un usciolino sgangherato.
Nell'androne buio, prima d'accendere un fiammifero, se la strinse sul costato come nel melodramma, di tre quarti, un braccio sulla spalla e l'altro sotto l'ascella.
Là nel lettuccio magro e cencioso della cameraccia nuda che prendeva lume da un cortiletto puzzolente, ella gli narrò il povero romanzo della sua vita, per quel bisogno d'abbandono con cui gli si era data, mentre egli sbadigliava, cogli occhi gonfi, e l'alba insudiciava le pareti untuose, da cui pendevano appesi ai chiodi i costumi stinti da teatro.
- Aveva amato un giovane che usciva dal Conservatorio, con due o tre spartiti pronti, e intanto s'era messo a dozzina in casa loro, per sessanta lire al mese, tutto compreso.
Gli altri pigionali erano un professore, un impiegato al dazio, e due studenti.
Sua sorella lavorava in un magazzino di guanti; il babbo era guardia municipale; lei gli avevano consigliato d'imparare il canto, che sarebbe stata una fortuna per tutti, e le avevano fatto lasciare anche il mestiere d'orlatrice, col quale si sciupava le mani, per novanta centesimi al giorno.
Finché giungevano le vacanze, nove mesi dell'anno, si stava piuttosto bene.
Poi quando gli studenti se ne partivano, il professore andava a fare i bagni, e l'impiegato desinava in un'osteria fuori porta per risparmiare i soldi dell'omnibus, si restringevano un po' nelle spese, e il giovane del Conservatorio s'adattava con loro, proprio come uno della famiglia.
Le domeniche andavano a spasso insieme; qualche volta egli portava un bel cocomero, e si faceva festa, nel terrazzino.
Soleva dire scherzando: - Ce ne ricorderemo poi, quando saremo ricchi, sora Assunta! - Era così buono! aveva negli occhi un non so che, come vedesse lontano tante cose, e diceva che l'arte gli spingeva delle nuvole d'oro sconfinate nel pezzettino di cielo che si vedeva al di sopra del vicoletto, allungando il collo.
La sera si metteva a sonare al buio, pratico com'era della tastiera, ed essa stava ad ascoltare più che poteva, dietro l'uscio, quella bella musica che le penetrava al cuore come una dolcezza.
Egli che se n'era accorto infine, le diceva di tanto in tanto: - Le piace? dice davvero? - Voleva pure che Assunta gli cantasse la sua musica.
Un giorno che la sua voce gli era piaciuta tanto, tanto che a lei stessa le sembrava fosse un'altra che cantasse, egli si alzò all'improvviso dal pianoforte, e la strinse fra le braccia, tutta tremante anche lei, senza sapere quel che si facessero.
La mamma, povera e santa donna, non ne seppe nulla.
Allorché fu impossibile nascondere quello che era avvenuto, il giovane scappò al suo paese, per paura del babbo municipale.
Ella ne fece una malattia mortale, durante la quale la mamma sola veniva a trovarla di nascosto.
Un giorno le disse piangendo che lui se n'era andato via lontano, in Grecia, in Turchia, molto lontano insomma! Era svanita l'ultima speranza.
All'ospedale, appena fu guarita, non vollero lasciarla.
Il babbo aveva giurato che non l'avrebbe più ricevuta in casa sua.
Un avventore della guantaia dove lavorava sua sorella le aveva procurato una scrittura di corista al Politeama.
D'allora aveva girato il mondo, da un teatro all'altro, viaggiando in terza classe, dormendo in alberghi dove la notte venivano a bussarle all'uscio e a minacciarla, digiunando spesso per manten