UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 5
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Si sentiva perfino un lieve odore di cibo.
Un grande numero di fotografie era disposto in forma di ventaglio aperto sulla parete al di sopra del pianino; i quadri, quattro o cinque, erano appesi troppo in alto, e ciò per lasciar posto agli alti schienali dei mobili.
Non s'intendeva affatto di pittura Alfonso, ma aveva letto qualche volume di critica artistica e sapeva cosa significasse, nell'idea, scuola moderna.
Rimase colpito dinanzi a un quadro che non rappresentava altro che una lunga via appena segnata attraverso un terreno sassoso.
Non v'era alcuna figura; sassi, sassi e sassi.
Il colore era freddo e la via sembrava perdersi all'orizzonte.
Una mancanza di vita sconsolante.
Perduto nella contemplazione, più meravigliato che ammirando, non sentì ch'era stata aperta la porta; poi, per imbarazzo, esitò alquanto a voltarsi quando s'accorse che qualcuno era entrato.
- Signor Nitti! - disse una voce dolce e dolcemente.
Rosso come se fosse stato fino allora con la testa ove aveva i piedi, Alfonso si voltò.
Era la Signorina, come la chiamavano, l'amica di sua madre, non la signorina Maller; quella doveva essere più giovine.
La signorina Francesca avrebbe dovuto avere circa trent'anni, quantunque Alfonso non avrebbe saputo dire perché gli sembrasse di dovergliene dare tanti.
Aveva una carnagione pallida, e se non da persona sana, da persona giovane, occhi chiari, azzurri; il colore biondo oro dei suoi capelli dava una grande dolcezza a quella fisonomia non regolare.
Di statura era piccola, troppo se la figurina non fosse stata perfettamente proporzionata e non avesse tolto così il desiderio di modificarla in qualunque modo si fosse.
Gli porse la mano bianca paffutella:
- Il figliuolo della signora Carolina? Dunque mio buon amico? Nevvero?
Alfonso s'inchinò.
- E al villaggio tutti bene?
Chiese di dieci persone, suoi buoni amici, dei quali da anni non sentiva parlare; li nominava indicandone alcuno col nomignolo, tutti caratterizzando con la citazione di qualche loro qualità speciale.
Poi chiese dei luoghi; li nominava con parole di rimpianto citando le belle ore che ci aveva passate.
Chiese di una collina posta ad un'estremità del villaggio e stette a udire ansiosamente la risposta come se avesse temuto di dover apprendere che nel frattempo fosse crollata.
Ad Alfonso la signorina Francesca parve subito adorabile.
Nessuno gli aveva fino ad allora ravvivato in quel modo il ricordo della patria; i ricordi lontani e poco vivaci della signora Lanucci non ravvivavano niente.
Egli viveva solo, sognando dolorosamente il suo paese, e, a forza di pensarci, trasformandolo.
La signorina parlandone rettificava il suo ricordo e gli sembrava gliene desse una novella impressione.
Era commossa anch'essa da quei ricordi.
Come Alfonso poscia apprese, era stato quello l'anno più felice della sua vita.
Era stata ammalata e, in seguito a prescrizione medica, la povera famigliuola cui apparteneva con grandi sacrifizi l'aveva mandata in campagna.
Lì aveva goduto un anno di assoluta libertà.
Gli prese di mano il cappello e lo fece sedere.
- La signorina Annetta verrà subito.
Ella attende da molto tempo?
- Da mezz'ora! - disse Alfonso con sincerità.
- Chi l'ha introdotta? - chiese la signorina corrugando le sopracciglia.
- Il signor Santo.
Dava a Santo del signore in omaggio alla persona cui parlava.
Entrò la signorina Annetta e Alfonso si levò in piedi confuso; l'aveva molto agitato la lunga preparazione.
Era una bella ragazza, quantunque, come egli disse a Miceni, il suo volto largo e roseo non gli piacesse.
Di statura alta, con un vestito chiaro che dava maggior rilievo alle sue forme pronunciate, non poteva piacere ad un sentimentale.
In tanta perfezione di forme Alfonso trovava che l'occhio non era nero abbastanza e che i capelli non erano ricci.
Non sapeva dire il perché, ma avrebbe voluto che lo fossero.
Francesca presentò Alfonso.
Annetta s'inchinò leggermente mentre stava per sedersi.
Era palese che non aveva neppure l'intenzione di dirigergli la parola.
Si mise a leggere un giornale che aveva portato seco.
Ad Alfonso sembrò ch'ella non leggesse e che i suoi occhi fissassero sempre il medesimo punto sul foglio.
Si lusingò ancora ch'ella fosse imbarazzata quanto lui e che volesse cavarsela facendo mostra di leggere.
Ella però aveva il volto tranquillamente sorridente.
Meno disinvolta, Francesca volle riprendere il discorso interrotto.
- E abitano sempre ancora quella casa lontana tanto dal villaggio?
Alfonso ebbe appena il tempo di affermarlo.
Lasciandosi andare a un risolino di compiacenza che fino ad allora con fatica aveva rattenuto, Annetta disse a Francesca:
- Ero da papà.
Si parte doman l'altro; ha acconsentito e promesso.
Francesca parve sorpresa aggradevolmente.
La voce di Annetta meravigliò Alfonso; se l'era aspettata meno dolce in un organismo tanto forte.
Le due donne parlavano a bassa voce.
Alfonso comprese che Annetta doveva aver strappato con qualche astuzia un consenso al signor Maller.
Ignorato del tutto, egli si trovò imbarazzato.
Guardò un quadro alla sua destra: il ritratto di un vecchio dai tratti grossolani, gli occhi piccini, la testa calva.
Parve che Francesca indovinasse il suo malessere e volesse riparare alla scortesia di Annetta ch'era stata la prima a parlare a mezza voce.
Gli raccontò che avevano progettato un viaggio per Parigi e che, dopo aver resistito per lungo tempo, il signor Maller finalmente acconsentiva di accompagnarle e di lasciare per otto o dieci giorni le sue occupazioni, in piena stagione di lavoro.
Si volse di nuovo ad Annetta.
- Ha detto espressamente che io vi accompagnerò?
Anche da lei quel viaggio doveva essere stato molto desiderato.
- Ma certo, - rispose Annetta con un sorriso che Alfonso fu costretto a trovare buono.
Per un intervallo di tempo che a lui parve di un'ora almeno, dovette assistere passivamente al chiacchierio delle due donne, ora fingendo di prestarvi attenzione ed ora volgendo modestamente gli occhi altrove, cioè quando Annetta abbassava la voce e avvicinava la bocca all'orecchio di Francesca.
Si sentì sollevato allorché Santo entrò e annunziò l'avvocato Macario.
- Che entri, che entri! - gridò Annetta con gioia, - ci farà ridere.
L'avvocato Macario, un bell'uomo di quarant'anni forse, vestito con grande accuratezza, alto e forte, una fisonomia bruna piena di vita, salutò Annetta imitando Ferravilla: - Oggi più bella del solito...
ahi! - Strinse la mano a Francesca la quale subito gli presentò Alfonso; poi, invece di nominare l'avvocato: - I più bei mustacchi della città.
- Se sapesse la fatica che mi costa di conservarli in tale stato; glielo racconto io, altrimenti anche questo le racconterebbe la signorina.
Alfonso atteggiò il volto ad un sorriso; stava peggio di prima.
La disinvoltura di Macario non gli toglieva l'imbarazzo e glielo faceva sentire meglio.
Annetta aveva deposto il giornale.
Si appoggiava indolentemente con ambedue le braccia al tavolo:
- C'è una novità, caro cugino! ti sorprenderà!
Aveva l'aspetto di deriderlo.
Macario finse dispiacere:
- La so già.
Infatti non l'avrei mai creduto.
Lo zio abbandona la città in piena stagione di affari! Queste mura sono poi solide che dalla sorpresa non cadano? L'ho incontrato sulle scale e mi ha raccontato la novità, però con tutt'altra faccia di quella che hai tu adesso!
Gestiva parlando; aveva degl'indugi durante i quali metteva le mani all'altezza delle orecchie, quasi accennando con le dita tese a dei sottintesi che Alfonso non comprendeva.
- Capisco che non ne sia lieto, - disse Annetta.
- Quando però qui si vuole, - e si toccò coll'indice la fronte, - basta.
Macario asserì che d'inverno Parigi era più noioso che d'estate.
Pareva prendesse una piccola rivincita per una disfatta toccatagli; si capiva ch'egli aveva cercato d'impedire questo viaggio.
- D'inverno hanno sempre qualche cosa per il capo che ne fa gente intrattabile.
Ogni giorno Parigi si occupa di un solo argomento che preoccupa tutti, ma tutti.
Un giorno della caduta di un ministero, l'altro del discorso di un deputato, il terzo di un omicidio.
Sempre noiosi! - concluse.
Annetta, che in questa descrizione riconosceva il Parigi dei romanzi, esclamò:
- Sempre simpatici!
Aveva cercato invano quel Parigi in un suo viaggio precedente.
- Affari di gusti.
Si va da un amico, non ti parla che della revolverata toccata a Gambetta; si tratta con qualcuno d'affari ed il vostro cliente è preoccupato dalle revolverate e da Gambetta; si va dal calzolaio e anche lui non vi parla che di Gambetta e qui meno male.
Alfonso rise forte dello scherzo perché non trovava di mettere una parola nel discorso e credette doveroso di dar prova che vi partecipava.
- A teatro si sta bene, d'inverno, a Parigi; una bella première vale il viaggio.
Non traspariva più l'intenzione di sminuire il trionfo di Annetta e parlava più serio, rivolto ad Alfonso, forse per ringraziarlo della risata.
- Assisteremo alla première dell'Odette - gridò con gioia Francesca.
La dimane avrebbero telegrafato per farsi prenotare ai posti.
Macario si rivolse ad Alfonso chiedendogli se era impiegato da suo zio e da quanto tempo lo fosse.
Avutone risposta, gli raccontò che sulle scale lo zio l'aveva prevenuto che troverebbe presso Annetta un suo impiegato, corrispondente in parecchie lingue.
Alfonso rispose a monosillabi.
Alla comunicazione delle lodi di Maller s'inchinò sorpreso e le attribuì a un malinteso.
Eppure Maller doveva aver parlato proprio di lui.
Macario sapeva ch'egli veniva dal villaggio e gli chiese se soffrisse di nostalgia.
- Alquanto, - rispose Alfonso.
Volle completare la parola secca con l'espressione del volto e vi riuscì.
- Passerà, vedrà! - gli disse Macario; - ci si abitua a tutto a questo mondo; di abitare in una città poi, venendo da un villaggio, molto facilmente, credo.
Annetta si divertiva poco a quel discorso e senza riguardo lo interruppe.
Al suono della sua voce, Alfonso alzò il capo credendo che anch'essa volesse fargli qualche domanda e subito disilluso cercò di mascherare il motivo del suo movimento con l'aspetto di un'attenzione intensa.
- Sai che ho imparato delle canzoni che sono popolari a Parigi per fare da Gavroche per le strade, con Federico!
Federico era il fratello di Annetta.
Miceni che lo conosceva lo aveva descritto ad Alfonso quale una persona molto altera.
Faceva la carriera consolare ed era viceconsole in un porto francese.
- Si potrebbe udire una di queste canzonette? - chiese Macario.
- Perché no? - e si alzò.
- Vuoi accompagnarmi? Via, su! Macario è tanto noioso questa sera ch'è il miglior mezzo di passare il tempo, credo.
- Questo toccherà di giudicare a noi - rispose impertinente Macario.
- Non le pare?
Alfonso sorrise con sforzo.
La tensione continua per apparire disinvolto lo stancava.
Se avesse trovato il modo acconcio se ne sarebbe andato subito.
Francesca, seduta al piano, aveva preso sulle ginocchia un fascio di musica e diceva ad Annetta dei titoli di pezzi.
Annetta rifiutava con un gesto del capo.
Si teneva sulla guancia una mano in atto di riflessione.
Finalmente con uno scoppio di risa gridò:
- Quello! Quello!
Dopo alcuni accordi d'introduzione, la signorina passò ad un accompagnamento rudimentale ma vivace.
Con la sua voce dolce, soda, Annetta si mise a cantare e a grande sorpresa di Alfonso principiò a saltellare sul posto, in tempo, fingendo di correre.
Francesca rideva sgangheratamente, rideva Macario e non seppe trattenersi neppure la cantatrice stessa con grave danno della canzone che ne risultava qua e là mozza.
Riacquistò ben presto la serietà e anche Macario divenne molto serio; in quanto ad Alfonso non aveva riso che per fare come gli altri.
Cantando, Annetta fingeva di essere stanca, incrociava le braccia sul petto per correre meglio, evitava un ostacolo che abilmente faceva supporre, chiedeva scusa ad una persona che correndo aveva urtata.
Alfonso sapeva il francese ma non avendoci abituato l'orecchio difficilmente comprendeva.
Macario, guardando sempre Annetta con lo sguardo fiso e parlando a frasi staccate per disturbare meno il canto, gli disse:
- È canzone cantata da un uomo...
un uomo che corre dietro ad un omnibus.
- S'interruppe e con ammirazione mormorò: - Fatta divinamente!
Annetta era ora realmente stanca: correva sempre, ma saltando meno.
Si teneva una mano al petto e la voce veniva rotta dall'affanno.
- Non ne posso più, - disse, e si fermò.
Francesca, ridendo, innestò all'accompagnamento il canto, ma dopo pochi istanti, rimanendo ferma, Annetta ricominciò a cantare.
La sua voce risuonava fresca e dolce.
Cantava meno vivacemente e si soffermava su qualche nota prolungandola con sentimento così che ad Alfonso che non aveva capito il testo, la canzone terminò col sembrare triste.
Quelle note dolci gli rivelarono la ragione del suo malessere.
Il desiderio ch'esse gli diedero di udire una parola amichevole da quella magnifica creatura che aveva una voce così bella, lo fecero accorto che ancora non ne aveva ricevuto alcuna.
Era stato accolto bruscamente, quando aveva principiato a parlare era stato interrotto senz'alcun riguardo, non gli era mai stata rivolta la parola.
Perché? Ella non lo aveva mai veduto prima di allora.
Doveva essere semplicemente il disprezzo per l'inferiore, per la persona vestita male, perché ora egli sapeva quanto male egli fosse vestito; il confronto con Macario ne l'aveva reso avvertito.
Quando Annetta terminò, Macario batté con entusiasmo le mani e Alfonso si unì all'applauso nel modo medesimo.
Eccedeva e poco dopo, ripensandoci, se ne accorse, ma non voleva lasciar capire ch'era offeso.
Soffriva molto di dover simulare e capiva di aver perduto definitivamente tutto quel poco di disinvoltura che aveva portato seco.
Macario nell'entusiasmo tenne lungamente nelle sue la mano che Annetta gli lasciava.
- La signorina parla magnificamente il francese! - fece quasi in tono di domanda Alfonso.
Nessuno si curò di rispondergli ed egli tacque riconoscendosi sciocco e noioso.
Aiutata dalla cameriera, Annetta servì il tè.
Con Macario ella insistette che prendesse anche qualche cosa d'altro; incaricò la cameriera di porgere una tazza ad Alfonso gli occhi del quale brillarono dall'ira.
Cominciava a sentire il dovere di reagire; quello che più di tutto lo preoccupava era il timore che Macario lo disprezzasse vedendolo subire tanto umilmente tali impertinenze.
Avrebbe dato del suo sangue per trovare una parola acconcia, pungente.
- Non prendo mai tè - disse con accento cortese, quasi domandando scusa, irritato di non trovare altra frase e di non saperle dare altra intonazione.
- Vuole del cognac? - domandò Annetta senza guardarlo.
- No! - e non volle dire di più, ma un inchino involontario rese cortese anche questo monosillabo.
Macario gli diresse più di spesso la parola e Alfonso pensò ch'era stato colpito dallo strano contegno d'Annetta e che volesse indennizzarlo con le sue attenzioni.
A Macario Alfonso rispose con maggiore tranquillità ma anche a monosillabi.
- Suona qualche strumento?
- No!
Macario gliene fece i complimenti; nulla di più terribile di uno strimpellatore dilettante.
- Cantare, meno male, come mia cugina.
Non capisce tutto quello che canta, ma ha la voce aggradevole e piace.
Piace persino a me; il mio entusiasmo di poco fa era sincero.
Annetta ringraziò con ironia, si capiva però ch'era offesa del rimprovero più di quanto volesse lasciare trasparire e lo capì anche Alfonso che ne ebbe un senso di profonda soddisfazione; anch'essa andava ora cercando senza trovarla una risposta per ferire o per difendersi.
Per qualche tempo ella aveva parlato scherzosamente, ma poiché Macario continuava a farle dei complimenti sulla sua bellezza e sulla sua grazia ma non recedeva da quanto aveva detto, ella aveva finito col dimostrare più apertamente la sua stizza.
Col volto serio e persino alquanto più pallido gridò:
- Dimmi qualche cosa di più preciso; dove ho sbagliato? Per criticare - e voleva essere pungente, - non basta mica deridere.
Macario si mise a ridere così di gusto che Alfonso lo invidiò.
- Ci tieni tanto alla tua fama di artista? Perdonami l'osservazione, la ritiro!
Alfonso si alzò per primo.
Francesca si levò in piedi anch'essa e lo incaricò di salutare la signora Carolina.
Annetta rimase seduta a discutere col cugino.
Costui però si alzò deciso anche lui di andarsene e gridò ad Alfonso:
- Se mi attende vengo con lei.
Lusingato, Alfonso attese.
Macario, sempre molto allegro, stringendole la mano, disse ad Annetta:
- Un'altra volta, mia cara cugina, non dubitarne, preciserò le mie critiche!
In tono scherzoso ma superbamente, Annetta rispose:
- Non me ne importa; se c'è da correggersi, troverò il modo di correggermi da sola.
Ella porse la mano anche ad Alfonso; le due mani si toccarono ambedue inerti e ricaddero.
Vedendola impallidire, Alfonso fu spaventato, ma dopo si sentì soddisfatto di aver trovato il modo di dimostrare anche lui la sua indifferenza.
Sulla via i due uomini si fermarono.
- Ella va per di là? - chiese Macario accennando verso il mare.
- No, - rispose Alfonso, - veramente verso il Corso.
- Mi faccia il piacere di accompagnarmi per un pezzetto.
Si abbottonava lentamente la pelliccia mentre Alfonso con un brivido cacciava le mani nelle tasche del suo cappottuccio.
Senz'attendere risposta al suo invito, Macario si diresse lentamente verso la riva.
- Ella vede mia cugina per la prima volta? - e udita la risposta affermativa di Alfonso: - e per l'ultima, eh? - chiese con un risolino che nell'oscurità suppliva perfettamente al suo gesto abituale.
Alfonso credette di dar prova di grande coraggio rispondendo con franchezza:
- Sì! Lo spero!
- Ma non vale la pena di adirarsi per capricci di donne; mia cugina è una sciocca.
- Non mi pare! - rispose Alfonso con voce commossa.
Era chiaro che a Macario importava di diminuire in Alfonso la cattiva impressione prodotta in lui dal contegno di Annetta.
Pare che si sia anche vantato di venire corrisposto, così che mio zio lo riseppe e si divertì per qualche tempo a deridere la figliuola.
Non era uno sciocco quell'impiegato, un moretto dai capelli corti e crespi.
Annetta non ne volle più sapere d'impiegati, perché ella procede sempre per massime generali.
Erano giunti alla riva.
Dal mare agitato giungeva il romore delle onde che si frangevano sulla diga.
Nell'oscurità della notte senza luna, al di là dei bastimenti schierati alla riva, il mare sembrava un vuoto enorme, nero.
Soltanto il raggio mobile del faro si rifletteva sull'acqua e ne svelava la superficie.
Macario trascinò seco Alfonso a destra, verso la stazione.
- Avrei preferito di non venir invitato.
Del resto sia certo che non mi lagnerò con nessuno.
Gli era venuto il sospetto che Macario volesse questa promessa.
Macario si mise a ridere:
- Oh! in quanto a me, può raccontarlo a tutti.
Crede davvero ch'io ami tanto i miei cari parenti? Non ha visto con quanto piacere feci adirare la cuginetta? Che vanerella, eh!
Poi evidentemente non pensava più al contegno di Annetta con Alfonso.
Parlava per proprio conto e alquanto agitato.
- Come poteva io lodarla dopo averla udita poco prima filare le note di quella canzone da Gavroche come se fossero state di una romanza di Tosti! Di qui a qualche tempo, potrò mentire perché allora non rammenterò più quelle note e soltanto la magnifica figura agitata dalla stanchezza.
Non trova che di solito la faccia di mia cugina non è abbastanza vivace? Ecco! Come Napoleone aveva il pieno possesso delle sue facoltà mentali soltanto sul campo di battaglia, così mia cugina non è bella perfettamente che quand'è agitata! Ma è difficile agitarla.
Alla luce di un fanale Alfonso vide che mancava il gesto abituale.
Con la sua semplicità da contadino gli chiese se realmente non volesse bene a sua cugina.
- In quanto ad amarla...
- si fermò volendo far mostra d'essere pentito dello scherzo e con voce profonda e seria continuò: - Amo le ragazze che sono fatte altrimenti.
Mia cugina non è una ragazza, è una donna e anzi di più...
- e fece un breve risolino; - una cara donna però, bella, dotta troppo, tanto che spesso appare di non essere educata.
Conosce matematica, conosce filosofia, legge con predilezione libri seri, e di questo non sarebbe troppo da meravigliarsi, ma li comprende, parola di onore, li comprende! Con la sua solita scrupolosa esattezza saprebbe ridirne il contenuto.
Però artista non sarà giammai...
forse in qualche istante di forte ebollizione del sangue...
- e con le mani fece dei gesti vivaci tanto che avrebbero fatto supporre ch'egli volesse parlare di rivoluzione.
- È figliuola di suo padre, non di sua madre ch'era un'ignorante, dal cervello debole, ma graziosa, sempre simpatica anche quando diceva sciocchezze.
Annetta ha la memoria ferrea, le qualità matematiche pronunziatissime, lo spirito pronto per cose concrete, solide, come suo padre.
Non capiscono caratteri, non sentono musica, non distinguono il quadro originale dalla mala copia.
Ora Annetta si dedica alle chineserie, fu la prima ad introdurle in città, ma ne sa quanto i suoi autori gliene dissero e non ne capisce nulla affatto perché non le sente.
L'unico quadro buono che abbiano in casa l'ho comperato io, una via attraverso i sassi.
- L'ho visto, magnifico! - esclamò Alfonso e per darsi aria d'importanza chiese: - Di chi è?
- Il nome dell'autore non rammento, rammento il quadro - rispose Macario - io sono figliuolo di mia zia.
Alfonso rise, ma Macario non rideva.
Anche quando le sue osservazioni apparivano scherzose, erano dette con l'espressione di un profondo rancore e Alfonso non sapeva convincersi che fosse naturale di parlare così a lui, a uno straniero.
Andava ricercando quando Macario avesse potuto ubbriacarsi dopo di essersi contenuto tanto abilmente in casa Maller.
Venne di peggio:
- Certo che un uomo che avesse del sale in zucca non sposerebbe Annetta.
Conosce le novelle di Franco Sacchetti? Merita di leggerle, se non tutte, una, indimenticabile: Un frate viene ospitato in una casa ove vede il suo ospite troppo debole, maltrattato dalla moglie.
Il frate, nell'ira fa il voto, per poterla castigare, di sposare quella donna se le circostanze glielo permetteranno.
Infatti capita il malore, muore il marito e muoiono tutti gli altri frati del convento che viene sciolto.
Il frate compie il suo voto, sposa la donna e come propostosi la bastona di santa ragione.
Per Annetta verrebbe voglia di fare dei voti simili, solo allo scopo di annientare quella superbia che secca, che offende.
Si avrebbe torto, perché all'esecuzione si finirebbe coll'essere il bastonato.
Era possibile che Macario si fosse proposto di dire delle verità in tono che le facesse apparire dette per ischerzo e che senza proposito avesse abbandonato tale tono.
Così pensò Alfonso vedendo che Macario, forse pentito, cominciava a spiegare le ragioni che lo avevano reso tanto loquace.
- Non creda che io usi fare di queste confidenze al primo venuto.
Ella mi è simpatico; mi creda o non mi creda, è così.
Alfonso, confuso, mormorò un ringraziamento.
- Mi piacque ch'ella abbia avuto tanto forte il desiderio di vendicarsi di Annetta e mi piacque anche che non l'abbia saputo soddisfare.
Oh! io osservo, è inutile negare con me! Non sono mica le persone più sciocche quelle che non hanno prontissima la parola più o meno offensiva per reagire.
Anzi! - Credendosi giustificato aggiunse un'altra osservazione cruda, ridendo però:
- Quando m'imbatto in queste donne tanto attive e tanto aggressive, tanto inquietanti insomma, mi vien fatto di pensare a quell'inglese che ad una troppo focosa rammentava che pagava per baciare e non per venir baciato!
Sulla piazza della Stazione strinse la mano ad Alfonso e, con un saluto a mezza voce, lo lasciò e si diresse verso il caffè.
Alfonso che aveva freddo, si avviò verso casa correndo.
37
V
In maggio, quell'anno, si ebbero già delle forti caldure; per alcune settimane, dal cielo senza nubi, il sole inviò dei raggi cocenti certo non primaverili.
- È un'ingiustizia - diceva Ballina - che con queste paghe miserabili si debba sudare tanto già in maggio.
Il lavoro non era ancora diminuito.
Uscivano dalla stanza del signor Cellani, passavano per quella di Sanneo e terminavano in corrispondenza, pacchi enormi di lettere arrivate.
Sbuffava persino Giacomo che da essi non aveva che il disturbo di trasportarli da un luogo all'altro.
In giugno principiava a pena la diminuzione del lavoro, e Miceni, col suo metodismo abituale, aveva spiegato ad Alfonso la legge che regolava questa diminuzione:
- In giugno si ritirano alla campagna i più ricchi banchieri, gli scienziati del mondo bancario, gl'iniziatori della speculazione.
Il nostro lavoro giornaliero rimane il medesimo perché quello non è creato da costoro, ma mancano le foghe inaspettate di lavoro, tanto dolorose ai subalterni, le emissioni e le conversioni.
Già in luglio diminuisce il lavoro bancario, non perché sia avvenuto nulla di nuovo alle banche, ma perché a loro volta si mettono in libertà i più ricchi commercianti.
In agosto, il più bel mese dell'anno, si trovano al verde, presidenti di banca, direttori e peggio, unitamente ai commercianti.
Non rimane a casa che il numero necessario d'impiegati.
Da Maller il processo non corrispondeva a questa regola.
In maggio e giugno prendevano il permesso alcuni impiegati e i capi, in luglio il signor Cellani, il procuratore, ed in agosto a pena il signor Maller.
Il primo a partire fu Sanneo il quale si prese quindici giorni di permesso mentre ne avrebbe avuto diritto a trenta.
Fra gl'impiegati si asseriva che il signor Sanneo non sapesse restare per troppo lungo tempo privo del suo pane quotidiano, la posta e la polemica.
Alfonso, per caso, presente, Sanneo diede le istruzioni a Miceni, il quale nella sua assenza doveva fungere da capo.
La stanza di Sanneo era posta accanto a quella del signor Cellani, più buia di questa perché un palazzo di faccia le toglieva la luce.
Anche questa stanza, d'inverno aveva i tappeti, ma, salvo il tavolo di legno nero, largo e comodo, cedutogli dal procuratore che ne aveva preso un altro, i mobili erano identici a quelli degli altri impiegati: due armadi di legno dipinti rozzamente in giallo, una sedia di paglia e, di fianco all'unica finestra, un altro tavolo da cui era stato levato il palchetto.
Sanneo, seduto, andava consegnando a Miceni che stava alla sua destra in piedi, lettera per lettera, un grosso pacco, indicandogli esattamente quanto avesse da fare a un dato giorno o dopo ricevuto altro scritto.
Riponeva qualche lettera anche dopo data tutta la spiegazione osservando con una smorfia che c'era tempo per rispondere e che voleva farlo lui a suo tempo.
Si capiva che gli seccava di abbandonare a Miceni tutta la sua gestione.
Miceni ritornò nella sua stanza col capo ritto, la figurina tesa, il passo rigido.
Si sedette e con un sorriso sprezzante mormorò:
- Tante spiegazioni come se fossi da ieri alla banca.
Ripensandoci rammentò dei particolari del suo colloquio con Sanneo e ne rise:
- Vuoi scommettere che all'ultimo momento Sanneo si pente e rimane?
Il più vivo desiderio di Alfonso era di andarsene; non sapeva perciò ammettere che altri volesse rimanere.
Poco dopo venne Sanneo ad avvisare che differiva la partenza al giorno appresso.
Miceni guardò Alfonso, e quando uscì Sanneo esclamò con ira:
- Valeva la pena di tenermi di là per un'ora a darmi delle istruzioni di cui non avevo bisogno!
- Saranno buone per domani! - rispose Alfonso che per affari d'ufficio non comprendeva l'ira.
- Domani partirà come è partito oggi.
Invece Sanneo partì.
Alla sera andò in giro nei diversi uffici a salutare gl'impiegati.
Porse la mano ad Alfonso che, balbettando, gli augurava il buon divertimento, e lo ringraziò con un sorriso veramente benevolo.
Ad onta di quanto gli era stato detto, Alfonso credette di veder brillare in quegli occhi irrequieti la gioia per i quindici giorni di libertà.
Miceni occupò la stanza di Sanneo per essere alla mano dei direttori.
Riceveva gli ordini direttamente dal signor Maller o dal signor Cellani e Alfonso gl'invidiava la disinvoltura con la quale trattava con tali alti personaggi.
Per Alfonso fu questo un intervallo di riposo a quel lavorio di copiatura a cui veniva costretto da Sanneo ed ebbe poscia spesso a rimpiangere questi quindici giorni.
Non importava gran fatto a Miceni che venissero spedite molte offerte; per corrispondere all'impegno preso gli bastava che il lavoro d'obbligo venisse fatto intero e senza errori.
Ebbe l'intelligenza di abbandonare subito il sistema seguito da Sanneo.
Costui non dava da fare la posta corrente che a Miceni e a due altri impiegati; gli altri tutti facevano un lavoro basso di copiatura e di revisione di conteggi: "È preferibile un impiegato che comprenda a dieci imbecilli" soleva dire Sanneo.
Miceni chiamò tutti ad aiutarlo e ad Alfonso toccò scrivere piccole lettere italiane di scritturazione, lavoro più variato e più piccolo di quello avuto sino ad allora.
Solo nella sua stanza, trovò il tempo di leggere dei libri che si portava di casa.
Romanzi non leggeva avendo ancora sempre il disprezzo da ragazzo per la letteratura detta leggera.
Amava i suoi libri scolastici che gli ricordavano l'epoca più felice della sua vita.
Uno di questi leggeva e rileggeva instancabile, un trattatello di retorica contenente una piccola antologia ragionata di autori classici.
Vi si parlava per lungo e per largo di stile fiorito o meno, lingua pura o impura, e Alfonso, avuta l'idea teorica che faceva sua, sognava di divenire il divino autore che avrebbe riunito in sé tutti quei pregi essendo immune da quei difetti.
Alla sera nella stanza di Alfonso, la quale era la più appartata, si riunivano parecchi corrispondenti a chiacchierare.
Quando c'era il signor Sanneo vi si stava sempre all'erta perché capitava inatteso come una bomba, col suo passo sempre affrettato e a pena entrato, qualunque ora fosse, gridava: "Non perdano tempo, non perdano tempo!" Nessuno si arrischiava di rispondere e il gruppo si scioglieva come una mandra dispersa da un cane imbizzito.
Miceni invece, anche adesso, veniva qualche sera a passare la mezz'ora quieto in quella stanza.
Stava zitto, sdraiato sul vecchio sofà, stanco ma lieto della giornata, agitato dall'importanza del suo lavoro.
Ballina lo trattava per derisione con rispetto affettato.
Un giorno, nella foga del lavoro, Miceni gli aveva rimproverato lentezza ed egli non gliela perdonava.[CM1] Miceni cercò di giustificare quella sgridata, ma Ballina gli rise in faccia:
- Come se gli affari della banca fossero i tuoi.
Capisco, quantunque molto difficilmente, che il signor Maller, che il signor Sanneo ci tratti con alterigia, ma non un capo corrispondente per quindici giorni.
Certamente Ballina doveva essere una persona felice; aveva la beatitudine del suo molto lavoro meccanico tanto evidente, che persino Alfonso che volentieri non l'avrebbe ammesso, la comprese.
Si diceva per vanteria capo dell'ufficio informazioni ma ne era l'unico componente.
Lui domandava le informazioni e lui le copiava e le disponeva per ordine alfabetico in un grande armadio.
Non teneva sospesi perché il suo lavoro non lo richiedeva e aveva l'abitudine di rimanere all'ufficio molte più ore di quanto fosse obbligato.
Puliva bocchini d'osso di cui era provvisto in quantità, raddrizzava serrature, aguzzava rasoi, si faceva la barba in ufficio, quando se la faceva.
Grande fumatore, aveva sempre nel cassetto un enorme quantità di tabacco in mucchio su un foglio di carta oleata; era una mescolanza di diverse specie e profumata da una radice che dava alla sua stanza un odore intenso di resina.
Era la sua vera abitazione quella stanza; ci aveva introdotto delle comodità, tra altre inchiodato sulla sedia di paglia un pezzo di corame per sedere più comodo.
Un cassetto del suo tavolo era destinato esclusivamente alle munizioni; del pane, talvolta del burro, spesso una bottiglia di birra, sempre una bottiglietta di zozza di cui usava offrire agli amici che venivano a fargli visita.
Nell'altra sua abitazione non doveva stare troppo comodo.
Raccontava che la stanza ove dormiva era tanto piccola che essendoci il letto e l'armadio, la sedia era di troppo e impediva l'ingresso.
Non potendo farne a meno trovò un meccanismo ingegnoso:
- Legai la sedia ad una corda che attaccai alla parte superiore della porta dopo di averla fatta passare per un gancio sporgente dal muro.
Aprendosi la porta, la sedia sale e lascia l'ingresso libero; chiusa la porta ci si trova la sedia accanto e si può sedervisi senza muover passo.
C'era forse dell'esagerazione in tale descrizione, ma di certo qualche cosa di vero.
Un giorno dinanzi ad Alfonso consegnò ad un servo di piazza le chiavi della sua stanza incaricandolo di trovargli un nuovo alloggio e di trasportarvi i suoi pochi mobili.
La sua abitazione, quella che aveva il suo affetto da femmina, era l'ufficio.
Ballina con quel suo aspetto posato aveva dissipato una piccola sostanza che gli era stata affidata, come egli diceva, quando ancora non comprendeva il valore del denaro.
Per un annetto di piaceri, ne aveva passati molti nella miseria e doveva passarne molti altri, "fino alla morte probabilmente" diceva, mentre se avesse avuto a disposizione qualche poco di denaro, ingegnoso come era avrebbe saputo aiutarsi.
Così invece lavorò sempre per altri, in una fabbrica di bocchini, in altra di aceto, rivenditore ad un'esposizione, da un negoziante di bastoni e così via, sempre malissimo retribuito.
Finalmente capitò da Maller ove si affezionò a quel lavoro tanto da rassegnarsi ad un emolumento misero assai.
Il corrispondente francese, White, faceva di solito le spese della conversazione.
Di famiglia inglese trapiantata in Francia, era stato allontanato da Parigi dai suoi parenti che temevano mangiasse tutta la sua sostanza al giuoco e nella vita comoda e signorile che amava di condurre.
Era entrato alla banca quale corrispondente francese, da prima sottoposto a Sanneo, poi indipendente dopo una violenta baruffa con il suo capo.
Maller riconobbe che quei due non potevano andare d'accordo e li divise non volendo costringere White a sottomettersi.
White era protetto da un banchiere suo vecchio amico.
Il lavoro di White verteva quasi del tutto su affari di borsa di cui pareva avesse una perfetta conoscenza.
Era del resto un buon impiegato, rapido lavoratore quantunque disordinato.
Sempre vestito elegantemente, aveva però una figura tozza, il passo incerto, la schiena teneva curva e gli dava un aspetto molto originale il vestito da lion con quella figura da vecchio.
Il suo volto invece era regolarissimo; gli occhiali lo abbellivano accrescendo serietà alla sua faccia bruna.
Nel luogo che per lui era di provincia, s'era appassionato per la caccia e la sua pelle portava le traccie delle molte ore passate al sole.
Lavorava con grande rapidità e quando nulla aveva da fare, prendendosi una libertà che gli altri impiegati non avrebbero osato, non veniva affatto all'ufficio.
Intelligentemente blagueur, la sua conversazione riusciva interessante; leggeva tutti i nuovi romanzi francesi e ne parlava da un certo punto di vista che dava originalità alle sue osservazioni.
Non amava i romanzi più moderni; ne comprendeva, a quanto Alfonso poteva giudicare, tutti i meriti, ma non li amava sempre.
Vi trovava una cosa di troppo o altra di troppo poco e finiva col dirne male.
Offendeva il feticismo di Alfonso parlando con famigliarità sprezzante degli scrittori più celebri.
"Quegli dava il titolo al suo romanzo per attirare gli acquirenti, l'altro scriveva porcherie al medesimo scopo, il terzo che si diceva buono, scrittore che veniva letto dalle signorine, era un birbante che legnava sua madre."
Offerse ad Alfonso dei libri in prestito, e, dimenticandosi sempre di portarglieli, una sera lo condusse seco a prenderli.
Abitava nel centro della città in un primo piano spazioso.
Attraversata una piccola anticamera, entrarono in uno stanzone non ammobigliato che da un tavolo e alcune sedie; le finestre erano senza coltrinaggi.
In tanta luce e per tanto spazio la stanza rimaneva troppo nuda.
Vestita di un accappatoio color rosa, bionda, dai tratti troppo regolari, una donna era seduta accanto ad una finestra lavorando al telaio.
- Ma femme - disse White presentando, e poi: - Mon ami Monsieur Nitti.
La signora s'era alzata a stento, impedita dal panno che pendeva dal telaio.
I due presentati si guardarono, lui mormorando una parola di complimento, ella proprio attendendo ch'egli se ne andasse per rimettersi al lavoro.
White s'era precipitato in una stanza vicina e Alfonso, seccato di trovarsi muto con una muta, dopo un inchino leggermente corrisposto lo seguì.
La stanza da letto aveva i due letti uno accanto all'altro, un armadio e alcune sedie.
I libri di White, una ventina, giacevano in disordine sul pavimento, sotto all'unica finestra, anche questa mancante di coltrinaggi.
Non un quadro alle pareti; nulla di più del necessario; sembravano due stanze ammobigliate per albergarci per qualche tempo, non un'abitazione.
Uscì con White, e con la donna di costui si ripeté la medesima scena.
Ella si rialzò colla medesima premura, la faccia tranquilla per indifferenza, e il panno una seconda volta minacciò di farla cadere.
Alfonso chiese con sorpresa a White:
- Da quando è ammogliato?
White fu preso da una grande ilarità:
- Ammogliato? Da molto tempo, ma con questa mano! - e alzò la sinistra.
Una donna con un bambino in braccio entrò nella casa.
- Mio figlio! - gridò White toccando il bambino con il bastone; - mi rassomiglia un poco; tiene la schiena come me.
Il bambino s'appoggiava coi braccini sulla spalla della donna che lo teneva troppo in alto e lo costringeva quindi a curvarsi.
- Noi siamo più sinceri di voi; io faccio pubblicamente tutte le mie cose e i parenti che ho qui me ne vogliono perciò, ma io me ne infischio formidabilmente.
Parlava l'italiano con disinvoltura, però si capiva che traduceva dal francese.
Un giorno nella stanza d'Alfonso, mentre c'era White entrò Annetta con un'amica alla quale faceva vedere la banca.
Salutò con grande dimestichezza White, lo presentò all'amica e principiò con lui un vivace chiacchierio in francese.
Congedandosi, disse ad Alfonso con un sorriso cortese:
- Anche lei...
mi farà piacere!
Alfonso s'inchinò ma non aveva compreso.
Annetta era vestita in lutto per la morte di un lontano parente ch'essa non aveva neppur conosciuto.
Il bruno la vestiva meglio che non il chiaro perché la faceva più magra; i suoi occhi parevano persino più espressivi.
- Che cosa mi ha detto? - chiese Alfonso a White.
- Ha invitato me a casa sua e così ha invitato anche lei - rispose White con noncuranza, - io non ci andrò!
- Ed io neppure! - affermò Alfonso risolutamente.
Al suo ritorno, Sanneo salutò gl'impiegati più freddamente che alla partenza.
Rientrato alla banca ridiveniva immediatamente il capo, mentre partendo aveva avuto il tempo di salutarli da collega.
Il primo giorno Miceni lo passò nella stanza di Sanneo per consegnargli i sospesi.
Poi tutto riprese le vie usate e solo Miceni non seppe trovare la sua.
Camminava per la banca più stecchito del solito, in ozio perché essendo assuefatto al lavoro di Sanneo non era occupato abbastanza dal suo.
Rimpiangeva quei quindici giorni di quasi sovranità, lodava il contegno che avevano avuto con lui i direttori ma più di tutto esaltava il genere di lavoro di Sanneo.
- Questo è tutt'altra cosa! - esclamava con disprezzo accennando alle sue carte, - niente varietà e niente d'iniziativa!
Nella stanza era ora l'unico a lagnarsi della vita da travetto.
Alfonso era ozioso perché Sanneo non gli aveva dato ancora da fare delle offerte e si godeva le poesie del de Musset.
Ben presto tutti alla banca seppero che i rapporti fra Miceni e Sanneo erano divenuti difficili e da tutti ne veniva attribuita la colpa a Miceni.
Sanneo aveva l'abitudine di segnare con degli N.B.
(Notabene) le lettere per la cui risposta egli voleva dare degli ordini, imponendo così al corrispondente di andare da lui a chiederglieli prima di rispondere.
Ballina, che aveva la specialità di formare i neologismi necessari agli usi speciali della banca, stabilì che andare a notabenarsi significava recarsi dal capo corrispondente a chiedergli la spiegazione dei suoi segni.
Ora Miceni, perché riteneva di non abbisognare di tante spiegazioni o per poltroneria, spesso ometteva di fare la cosa così designata da Ballina; più spesso ancora, dopo ricevute le istruzioni, le modificava preferendo la propria all'idea di Sanneo.
Questi attribuiva tutte queste irregolarità a sbadataggine e non le puniva che rimandando le lettere con l'ordine di mutarle, e Miceni dal canto suo non trovava altro modo di vendicarsi che scrivendo le lettere con calligrafia trascurata e mormorando:
- Finirò col fargliele rifare a lui!
Quest'inimicizia avrebbe potuto restare latente per molto tempo se Miceni in un momento d'ira non avesse chiaramente spiegato a Sanneo tutto il suo malvolere.
Erano le ore di maggior furia di lavoro, alla sera, e Sanneo trovò una lettera di Miceni fatta del tutto diversamente dal modo ch'egli avrebbe voluto; si rammentò anche che per quella lettera Miceni non s'era notabenato.
Venne da Miceni a passo di corsa, agitatissimo perché sospettava che l'errore fosse stato fatto scientemente.
- Questa lettera non può partire - e la scuoteva con la mano nervosa; - io voleva che si scrivesse altrimenti, non ha visto il notabene? Mi faccia vedere la lettera originale!
Visto che Miceni, che voleva guadagnare tempo, si moveva con troppa lentezza, prese lui il pacco di lettere, le sparse sul tavolo e ne trasse il corpo del delitto.
- Non vide questo notabene? - gridò furibondo.
Infatti era difficile non vederlo.
Era fatto con una matita rossa; la prima gamba della N correva larga diagonalmente attraverso la facciata, la seconda era più breve ma soltanto perché dopo essersene staccata rimaneva parallela alla prima e lo spazio più non bastava; il B si spingeva più piccolo sin fuori della facciata e gli mancava una gobba.
- L'ho visto - gridò Miceni stizzitosi perché la predica gli era fatta dinanzi ad Alfonso e a White, - avevo però già domandato le istruzioni per le altre lettere, e quando mi capitò questa trovai troppo faticoso di correre fino da lei per chiederle delle spiegazioni che supponevo avessero ad essere, come al solito, superflue.
La sua voce aveva dei suoni acuti; una volta scoppiata, l'ira lungamente covata gli faceva dire tutto quanto pensava.
- Ah! così! - urlò Sanneo dopo un istante di sorpresa a tanta petulanza, e stracciò la lettera, - crede che io faccia i notabene per mio piacere? Rifaccia subito questa lettera!
Con voce tremante, interrotta dalla commozione, gli diede le istruzioni.
- Ma poiché non posso più fidarmi di lei, - aggiunse di nuovo gridando, - mi darà sempre, con la sua lettera, la lettera arrivata e si rammenti che se ne fa ancora di queste, mi rivolgerò al signor Maller per farle dire per suo mezzo le mie ragioni.
Miceni s'era già messo a scrivere, ma qui alzò le spalle con movimento quasi impercettibile ma completato da un sorriso ad aperta provocazione.
Asserivasi di Sanneo che gridava finché non trovava opposizioni e certo era che non amava le questioni e che per quanto stava in lui le evitava.
Finse di non aver visto il gesto di Miceni e se ne andò.
Miceni era rosso in modo che sotto ai baffetti neri brillava la pelle colorata; si sentiva stridere più fortemente del solito la sua penna sulla carta.
Terminata la lettera, gettò con violenza la penna sul tavolo e gridò:
- Vuole che faccia anch'io come ha fatto White!
Dopo di aver consegnata la lettera a Sanneo spiegò ad Alfonso che anche a lui era possibile di emanciparsi da Sanneo, perché a costui bastava la corrispondenza con Vienna e l'Italia, e poteva lasciare a lui esclusivamente la corrispondenza con la Germania!
- Il signor Maller sa quanto io valga!
Si capiva che Sanneo nei giorni susseguenti agiva con premeditata moderazione perché non rifiutò alcuna lettera di Miceni il quale del resto andava a chiedergli tutte le istruzioni a cui i pochi notabene di Sanneo lo costringevano.
Ballina gridava:
- È dunque così che bisogna trattarlo per farlo buono?
White si congratulava con Miceni e gli domandava che riconoscesse di non aver fatto altro che imitarlo debolmente.
- Il resto non si farà attendere di troppo! - rispose Miceni trionfante e indicò loro la meta a cui tendeva.
Ballina protestò in nome della giustizia:
- Adesso che la tratta bene sarebbe suo il torto se ancora volesse far baruffe.
Nel timore di perdere il suo impiego non aveva mai avuto il coraggio di reagire contro alcun superiore; fra gl'impiegati della corrispondenza era il peggio trattato e invidiava coloro che potevano dire le proprie ragioni.
Anche White cercava di calmare Miceni: non gli era troppo simpatica la propria azione vista in altrui.
Ma Miceni non volle udire ragione.
Nell'impazienza di fare la sua brava ribellione, non fu capace di attendere l'occasione propizia, pur sapendo che non poteva tardare di molto a presentarsi, perché Sanneo aveva periodicamente delle giornate di forte irritabilità nelle quali facilmente si lasciava andare a parole che anche in direzione sarebbero stati costretti a biasimare.
Fu sua la colpa se Sanneo con tanta facilità ottenne la vittoria.
Una domenica, un impiegato della stessa corrispondenza gli diede l'incarico, in iscritto come al solito, di scrivere subito a un cliente per invitarlo con energia di rimettere la copertura per differenze risultate in affari di borsa.
Quantunque sapesse che l'ordine era stato dato da Sanneo, avendo il desiderio di andarsene, Miceni non lo eseguì e dichiarò che domenica non lavorava.
L'impiegato riferì la risposta a Sanneo il quale andò su tutte le furie.
Corse da Miceni e senza chiedere spiegazioni, con la schiuma alla bocca, gridò:
- Scriva immediatamente questa lettera! - e gettò l'avviso sul tavolo.
- Oggi è domenica, - rispose Miceni livido e tremante; il suo coraggio era voluto e la sua natura era da vile.
- Di domenica io non lavoro.
Era stato Sanneo che aveva imposto alla corrispondenza di lavorare anche alla domenica mattina, ma cose di premura si eran fatte anche prima che egli divenisse capo; certi lavori non ammettevano dilazioni.
- Ah! così! - chiese Sanneo con voce pacata.
Da un momento all'altro era ridivenuto calmo e se ne andò col suo passo rapido quasi non avesse voluto lasciar tempo a Miceni di modificare la sua risposta.
Poco dopo fece chiamare Alfonso.
- La prego, signor Nitti, faccia lei questa lettera.
Gli parlò con una dolcezza insolita e con voce commossa.
Per una lettera di pochi versi trattenne Alfonso per un quarto d'ora abbondante; dapprima gli espose lo scopo della lettera, poscia letteralmente la dettò.
- Così tocca farla a me! - disse Alfonso a Miceni.
Miceni si adirò:
- Se trova con tanta facilità chi gli lavora di domenica, colui che vi si rifiuta finirà sempre coll'aver torto.
Se ne andò allo scopo di poter poscia asserire che non aveva potuto lavorare avendo avuto eccezionalmente un impegno altrove; dopo fatto quanto da tanto tempo s'era proposto di fare, si trovava evidentemente inquieto e preoccupato.
Sanneo rilesse la lettera fatta da Alfonso, fece qualche virgola ch'egli non aveva indicata e che Alfonso con la sua esattezza da copista non aveva osato di aggiungere, e con un sorriso di approvazione gli disse:
- Ma benone! Mi faccia il favore di porla sul tavolo del signor Cellani.
Non era stato mai tanto cortese.
Alle nove della mattina del lunedì, Miceni venne chiamato dal signor Maller.
In parte White, in parte Miceni stesso riferirono ad Alfonso la scena che ebbe luogo in direzione.
Miceni era entrato con un saluto fragoroso e un inchino diretto anche a Cellani ch'era presente.
White che stava per uscire si fermò ad ascoltare.
- Il signor Sanneo si lagnò di lei, signor Miceni, - disse Maller molto serio; - perché si è rifiutato ieri di scrivere quella letterina?
- Ritenevo fossero cose che si potessero fare anche al lunedì, - rispose Miceni; all'ultimo momento s'era deciso di dare una forma dubitativa alla sua risposta.
- Ma se il signor Sanneo ordina che si devono fare alla domenica, - e Maller alzò la voce - son cose che si devono fare alla domenica.
La parziale ripetizione della frase di Miceni rendeva più dura la sua risposta.
- Ad ogni modo - obbiettò Miceni con un tono che chiedeva alla bontà del suo avversario di accettare per buono il suo argomento - è mal fatto da parte del signor Sanneo di obbligarmi a lavorare in giorno festivo.
- Avevo dato ordine io di fare e di spedire ieri stesso quella lettera, - rispose severamente il signor Maller.
Miceni ebbe dei suoni inarticolati; non c'era più nulla da rispondere.
A White fece compassione e uscì.
L'altra parte della scena fu riportata da Miceni che uscì dalla stanza di Maller lieto come se fosse stato sicuro del fatto suo.
Si faceva ammirare.
Gli era stato dato torto per la questione in giudicato e un altro avrebbe abbandonato la partita per perduta, mentre lui aveva saputo spostarla.
Aveva parlato di vecchie storie, in direzione già sapute e per le quali si sapeva che Sanneo era stato biasimato; poi, con disprezzo, - un'altra mancanza di rispetto al suo capo non poteva più nuocergli, - di quei notabene che non avevano altro scopo che d'insudiciare le lettere e di far correre l'impiegato.
- Il contegno del signor Sanneo con gl'impiegati non è quale dovrebb'essere ed io assolutamente non mi vi adatto!
Aveva riconquistato tutta la sua sicurezza.
Venne però chiamato di nuovo in stanza del signor Maller e ne uscì con cera affatto mutata, tanto che Alfonso nulla gli chiese avendo già compreso.
Miceni ebbe un risolino che voleva essere sarcastico; con movimenti più decisi pose sul suo tavolo il cappello e la giacchetta da lavoro e disse:
- Questa è del tutto inaspettata.
White entrato allora guardò Miceni con fredda curiosità.
- Lei viene trasferito alla contabilità?
La vista di chi era stato più fortunato di lui, fece perdere a Miceni quel poco di padronanza di sé che ancora gli era rimasta.
Non c'era nulla da ridere, disse, quantunque White non avesse riso; se egli avesse goduto di tante protezioni come White, l'affare avrebbe preso tutt'altra piega.
White non si difese e freddo, freddo, sorridente, rispose che sapeva di essere protetto e che non gli dispiaceva che anche gli altri lo sapessero; fece inviperire vieppiù Miceni.
Pareva volesse vendicarsi dell'attacco che l'aveva lasciato tanto indifferente.
- Chi troppo abbraccia nulla stringe.
Allora Miceni nella grande ira si commosse.
- Che cosa ho voluto che fosse di troppo? Giustizia! è [CM2]troppo? Venir trattato pulitamente! è [CM3]troppo?
Non piangeva, ma la sua voce era piena di lagrime e White divenne più mite; non seppe risparmiargli l'ultima freccia per mettere a posto i fatti:
- Lei diceva però di voler essere indipendente.
Miceni risolutamente negò; egli voleva, esplicò, essere indipendente solamente nel caso che Sanneo non avesse saputo contenersi meglio.
Adesso, appena, s'accorgeva della difficoltà del compito che s'era assegnato e si vergognava d'essere stato battuto in quel modo.
White spiegò poscia ad Alfonso la gravità del caso toccato a Miceni.
Veniva relegato alla contabilità e ad un posto inferiore perché la pratica del corrispondente non bastava a fare il buon contabile.
- Poi la noia per chi è abituato ad un lavoro più variato! Lì non avrà da fare tutto il giorno che cifre, cifre e cifre.
Ballina entrò e ironicamente fece i suoi mirallegro ad Alfonso; veniva dalla stanza di Sanneo ove aveva udito che Alfonso veniva designato a successore di Miceni.
Alfonso lo guardò incredulo ma già spaventato; gli faceva paura il lavoro di Miceni supponendolo difficile e troppo grande, tale che gli avrebbe tolto quel poco di tempo che gli rimaneva per le sue letture.
White cercò di tranquillarlo; quello che non sapeva fare gli si sarebbe insegnato e se non arrivava a fare tutto, il mondo nondimeno avrebbe continuato a girare e lui a vivere.
Era certamente un avviamento alla sua carriera e se aveva senno doveva rallegrarsene.
- È stato solo nell'ultimo tempo che Miceni si diede quell'aria d'importanza, - gli raccontò Ballina; - non prima, perché il signor Sanneo ha dovuto spiegargli tutto dall'a fino allo zeta.
Citò anche un caso in cui aveva veduto Miceni con gli occhi fuori della testa dalle difficoltà che offriva a lui un affare per altri semplice e chiaro.
- Con gli occhi fuori della testa? - chiese Alfonso che godeva meno della disgrazia toccata al suo rivale di quanto soffrisse per quella che poteva toccare a lui.
Soltanto alle tre del pomeriggio gli venne confermato ufficialmente l'annunzio di Ballina.
Sanneo lo fece chiamare quando ebbe sbrigato i notabene degli altri impiegati.
Gli disse con noncuranza che il signor Miceni aveva lasciato la corrispondenza e ch'egli si era deciso di dare a lui una parte della corrispondenza italiana, il lavoro puramente bancario, anzi, aggiunse con disprezzo, di scritturazione.
Alfonso si era proposto di esporre lo stato delle sue cognizioni, ma non ne ebbe il coraggio; sarebbe stato vergognoso di mostrarsi esitante ad accettare un lavoro tanto facile.
In pochi minuti Sanneo gli mise in mano una quindicina di lettere con poche parole di spiegazione per ciascuna.
Parlò di stornare, di mettere in deposito, di tenere in sospeso, tutti termini di cui il senso era ancor poco chiaro ad Alfonso.
Compilò con facilità la risposta a due o tre lettere, quelle consegnategli ultime da Sanneo, delle quali rammentava ancora le spiegazioni avute; non gli sarebbe riuscito di rispondere alle altre senza l'aiuto di White.
- A chi darà poi il resto del lavoro di Miceni? - chiese White con sorpresa dopo di aver dato ad Alfonso con grande gentilezza una vera lezione di scritturazioni bancarie: - qui mancano ancora gli affari di borsa e poi quelle cinque o sei lettere di polemica; in questa corrispondenza ce ne sono ogni giorno anche più.
È capacissimo di fare tutto lui.
Infatti uscendo dalla banca alla sera tardi, Alfonso vide la stanza di Sanneo ancora illuminata e proiettarsi sulle lastre la figura del capo corrispondente, sottile, china al tavolo.
White accompagnò Alfonso alla cassa per dare l'avviso di una tratta.
Era una stanzetta dimezzata da una leggera parete di legno dietro alla quale sedeva al suo tavolo, leggendo un giornale, il signor Jassy, un vecchio dal volto coperto da numerose pustolette che non ci avevano lasciato che radi i peli bianchicci.
Su un foglio rigato che White gli porse, Alfonso notò gli estremi della tratta; lo consegnò poi a Jassy che lo pose accanto al giornale senza dir parola.
Giusto allora si presentò un giovinetto allo sportello e presentò una cambiale.
Jassy prese il foglio degli avvisi, lo guardò, guardò la cambiale, poi, sempre immobile, con voce di lamento gridò:
- È proprio questa, avvisata in quest'istante, ma perché non la fate segnare in tempo dal signor Cellani? Qui non c'è adesso nessuno che possa muoversi dalla cassa e intanto la gente aspetta.
Gettò il foglio con violenza dinanzi a White.
Questi rispose subito irritato
- Non ho mica avvisata io questa tratta, è cosa che non mi concerne; del resto le tratte non si possono avvisare prima di aver ricevuto le lettere di avviso.
Le pare?
Il vecchio si rivolse ad Alfonso e, più dolcemente, gli disse:
- La prego di far vedere questa tratta al signor Cellani, sa dov'è la sua stanza?
- Venga con me - disse White e s'avviò.
Alfonso lo seguì dopo essersi fermato a guardare Jassy il quale, parlando con la persona ch'era venuta ad incassare la cambiale, andava con passo vacillante verso lo sportello.
Aveva le gambe molli come se fossero state fatte di panno e teneva le mani per innanzi quasi avesse avuto paura di cadere.
- Questi è il cassiere? - chiese Alfonso a White.
- Sì, un povero vecchio che sarebbe più adatto alla contabilità...
o alla pensione.
Il signor Cellani era un uomo che aveva conquistato il suo posto a forza di fatiche, passo passo; lo si diceva cinquantenne, ma, con la sua figura magra e slanciata, la pelle asciutta e senza rughe, non mostrava di avere più di trent'anni.
- Buona fortuna! - augurò con grande cortesia ad Alfonso che per affari d'ufficio veniva per la prima volta da lui.
- Le raccomando di badare molto alla forma delle lettere; non ero molto contento neppur di quella del signor Miceni.
Lei è intelligente e comprenderà quanta importanza abbia la forma nella lettera bancaria.
Appose l'iniziale del suo nome accanto all'importo della tratta.
Nel frattempo erano venute altre persone alla cassa e Giuseppe, il servo del signor Cellani, aiutava Jassy che si moveva lentamente fra la cassa e lo sportello, sempre indeciso, incapace anche di farsi aiutare, forse per diffidenza.
Alfonso, nel grande zelo suscitatogli dalle buone parole di Cellani, volle consegnare l'avviso a Jassy stesso.
Costui stava movendosi verso lo sportello con banconote in ambedue le mani; diede ad Alfonso un'occhiata torva e, senza fermarsi, gridò a Giuseppe:
- Gli tolga dunque di mano quel foglio!
Sanneo sul tardi gli diede da fare ancora due o tre lettere, e per ultimo lavoro dovette spedire delle cambiali.
White lo aiutò anche qui perché Alfonso aveva riguardo di maneggiare quei bollettini di carta tanto preziosi.
Sbollito il primo zelo, copiando nella lettera quegl'importi vistosi, Alfonso calcolava quale minima frazione di ogni singolo gli sarebbe bastata per vivere tranquillo al suo villaggio.
52
VI
Già il giorno appresso il lavoro di Alfonso aumentò.
Sanneo, che nulla sapeva dell'aiuto prestatogli da White, trovava che le lettere di Alfonso non lasciavano nulla a desiderare e si credette autorizzato a dargli da fare di più ed un lavoro più serio.
Quel giorno ancora White aiutò; il terzo giorno arrivò la liquidazione di Parigi che White doveva rivedere e Alfonso rimase abbandonato a se stesso.
A mezzodì ricevette una prima sgridata da Sanneo, alla sera Sanneo andava raccontando per la banca che due giorni di lavoro erano bastati per far incretinire Alfonso.
Lo chiamò ordinandogli di rifare metà delle lettere ch'egli aveva corrette e Alfonso dovette confessargli che nei giorni precedenti era stato aiutato da White.
Sanneo si calmò, ma da allora lo trattò più bruscamente.
Il suo lavoro divenne così più disaggradevole.
Gli era stato proibito di farsi aiutare da White per il quale Sanneo serbava un po' di rancore e, in luogo di dargli le istruzioni, spesso Sanneo gl'indicava il giorno in cui era stata scritta una lettera identica, gli ordinava di cercarsi il copialettere e di copiarla.
Non era cosa facile trovare i copialettere alla banca Maller! Fra tanti impiegati che li usavano, bisognava correre dalla contabilità fino alla cassa, e più volte, perché nessuno aiutava; ognuno badava alle cose sue e bisognava frugare con le proprie mani ogni ripostiglio per accertarsi che non v'era la cosa cercata.
Dapprima Alfonso usava gridare in ogni stanza: - Signori, prego il copialettere del tale e tale giorno.
- Smise quest'uso perché perdeva anche il fiato.
Nessuno rispondeva e qualcuno sorrideva.
Correndo di stanza in stanza, Alfonso finiva col trovare il copialettere accanto a un impiegato cui sarebbe costato poco di avvertirnelo, e di risparmiargli delle corse inutili.
Trovati i copialettere, c'era ancora la fatica di trovarci la lettera voluta.
Se Sanneo gli avesse saputo anche indicare da chi era stata scritta sarebbe stata una grande facilitazione perché non sarebbe occorso sempre di leggerla per riconoscerla.
La grossa scrittura di Sanneo anneriva tutto il foglio su cui era stata copiata, quella di Miceni si riproduceva intiera, nitida come nell'originale, i grossi tratti e larghi di White si sviluppavano nella copia a macchie indistinte.
In contabilità Alfonso salutava Miceni e si fermava talvolta a scambiare qualche parola con lui.
Vi si costringeva contro voglia perché sentiva che Miceni non gli voleva bene.
Il tavolo nuovo di Miceni aveva già assunto l'aspetto del vecchio: calamaio, penna, matita disposte nel medesimo ord
...
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