COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 4
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Ma da queste osservazioni generali distraggono ad ogni passo mille cose nuove: in una via il convento dei dervis, in un'altra la caserma di stile moresco, il caffè turco, il bazar, la fontana, l'acquedotto.
In un quarto d'ora bisogna cangiar dieci volte d'andatura: scendere, arrampicarsi, saltellar giù per una china, salire per una scalinata di macigni, affondar nella mota e scansar mille ostacoli, aprendosi la via ora tra la folla, ora tra gli arbusti, ora tra i cenci appesi, ora turandosi il naso, ora aspirando ondate d'aria odorosa.
Dalla gran luce d'un sito aperto, donde si vede il Bosforo, l'Asia e un cielo infinito, si cala con pochi passi nell'oscurità triste d'una rete di vicoli fiancheggiati da case cadenti ed irti di sassi come letti di ruscelli; da un verde fresco e ombroso, in un polverio soffocante, saettato dal sole; da crocicchi pieni di rumore e di colori, in recessi sepolcrali, dove non è mai sonata una voce umana; dal divino Oriente dei nostri sogni, in un altro Oriente lugubre, immondo, decrepito che supera ogni più nera immaginazione.
Dopo un giro di poche ore non si sa più dove s'abbia la testa.
A chi ci domandasse improvvisamente che cos'è Costantinopoli, non si saprebbe rispondere che mettendosi una mano sulla fronte per quetare la tempesta dei pensieri.
Costantinopoli è una Babilonia, un mondo, un caos.
È bella? Prodigiosa.
È brutta? Orrenda.
Vi piace? Ubbriaca.
Ci stareste? Chi lo sa! Chi può dire che starebbe in un altro astro? Si ritorna a casa pieni d'entusiasmo e di disinganni, rapiti, stomacati, abbarbagliati, storditi, con un disordine nella mente che somiglia al principio d'una congestione cerebrale, e che si queta poi a poco a poco in una prostrazione profonda e in un tedio mortale.
Si son vissuti parecchi anni in fretta, e ci si sente invecchiati.
E la popolazione di questa città mostruosa?
IL PONTE
Per vedere la popolazione di Costantinopoli bisogna andare sul ponte galleggiante, lungo circa un quarto di miglio, che si stende dalla punta più avanzata di Galata fino alla riva opposta del Corno d'oro, in faccia alla grande moschea della sultana Validè.
L'una e l'altra riva sono terra europea; ma si può dire che il ponte unisce l'Europa all'Asia, perchè in Stambul non v'è d'europeo che la terra, ed hanno colore e carattere asiatico anche i pochi sobborghi cristiani che le fanno corona.
Il Corno d'Oro, che ha l'aspetto d'un fiume, separa, come un oceano, due mondi.
Le notizie degli avvenimenti d'Europa, che circolano per Galata e per Pera, vive, chiare, minute, commentate, non giungono all'altra riva che monche e confuse come un eco lontano; la fama degli uomini e delle cose più grandi dell'Occidente, s'arresta dinanzi a quella poc'acqua, come dinanzi a un baluardo insuperabile; e su quel ponte dove passano centomila persone al giorno, non passa ogni dieci anni un'idea.
Stando là, si vede sfilare in un'ora tutta Costantinopoli.
Sono due correnti umane inesauribili, che s'incontrano e si confondono senza posa dal levar del sole al tramonto, presentando uno spettacolo del quale non sono certamente che una pallida immagine i mercati delle Indie, le fiere di Niinj-Norgorod e le feste di Pekino.
Per veder qualche cosa bisogna fissarsi un piccolo tratto del ponte e non guardare che lì; se si vaga cogli occhi, la vista s'abbarbaglia e la testa si confonde.
La folla passa a grandi ondate, ognuna delle quali offre mille colori, ed ogni gruppo di persone rappresenta un gruppo di popoli.
S'immagini pure qualunque più stravagante accozzo di tipi, di costumi e di classi sociali; non si giungerà mai ad avere un'idea della favolosa confusione che si vede là nello spazio di venti passi e nel giro di dieci minuti.
Dietro una frotta di facchini turchi, che passano correndo, curvi sotto pesi enormi, s'avanza una portantina intarsiata di madreperla e d'avorio, a cui fa capolino una signora armena; e ai due lati un beduino ravvolto in un mantello bianco e un vecchio turco col turbante di mussolina e il caffettano color celeste, accanto al quale cavalca un giovane greco seguito dal suo dracomanno colla zuavina ricamata, e un dervis col gran cappello conico e la tonaca di pelo di cammello, che si scansa per lasciar passare la carrozza d'un ambasciatore europeo, preceduta da un battistrada gallonato.
Tutto questo non si vede, s'intravvede.
Prima che vi siate voltati indietro, vi trovate in mezzo a una brigata di Persiani col berrettone piramidale d'astrakan, passati i quali vi vedete dinanzi un ebreo insaccato in un lungo vestito giallo aperto sui fianchi; una zingara scapigliata, che porta un bambino in un sacco appeso alla schiena; un prete cattolico, con bastone e breviario; mentre in mezzo a una folla confusa di greci, di turchi e d'armeni, s'avanza gridando: - Largo! - un grosso eunuco a cavallo che precede una carrozza turca, dipinta a fiori e ad uccelli, con dentro le donne d'un arem, vestite di violetto e di verde, e ravvolte in grandi veli bianchi; e dietro, una suora di carità d'uno spedale di Pera, seguita da uno schiavo africano che porta una scimmia, e da un raccontatore di storie in abito di negromante.
E, cosa naturale, ma che par strana al nuovo venuto, tutta questa gente così diversa s'incontra e passa oltre senza guardarsi, come la folla di Londra; nessuno si ferma; tutti vanno a passo affrettato, e su cento visi, non se ne vede uno che sorrida.
L'albanese colle sottanine bianche e i pistoloni alla cintura, passa accanto al tartaro vestito di pelle di montone; il turco a cavallo a un asino bardato con gran pompa, guizza fra due file di cammelli; dietro all'aiutante di campo dodicenne d'un principino imperiale, piantato sopra un corsiero arabo, barcolla un carro carico delle masserizie bizzarre d'una casa turca; la mussulmana a piedi, la schiava velata, la greca colla berrettina rossa e le treccie giù per le spalle, la maltese incapucciata nella faldetta nera, l'ebrea vestita dell'antichissimo costume della Giudea, la negra ravvolta in uno scialle variopinto del Cairo, l'armena di Trebisonda tutta nera e velata come un'apparizione funebre, si trovano qualche volta in una sola fila, come se vi si fossero messe apposta, per prender risalto l'una dall'altra.
È un musaico cangiante di razze e di religioni che si compone e si scompone continuamente con una rapidità che si può appena seguire collo sguardo.
È bello tener gli occhi fissi sul tavolato del ponte, non guardando altro che i piedi: passano tutte le calzature della terra, da quella d'Adamo agli stivaletti all'ultima moda di Parigi: babbuccie gialle di turchi, rosse di armeni, turchine di greci, nere d'israeliti; sandali, stivaloni del Turkestan, ghette albanesi, scarpette scollate, gambass di mille colori dei cavallari dell'Asia minore, pantofole ricamate d'oro, alpargatas alla spagnuola, calzature di raso, di corda, di cenci, di legno, fitte in maniera che mentre se ne guarda una, se ne intravvedono cento.
A non badarci bene, c'è da essere rovesciati a ogni passo.
Ora è un portatore d'acqua con un otre colossale sul dorso, ora una signora russa a cavallo, ora un drappello di soldati imperiali, vestiti alla zuava, che par che vadano all'assalto, ora una squadra di facchini armeni che passano reggendo sulle spalle, a due a due, delle lunghissime sbarre, a cui sono sospese delle balle smisurate di mercanzia; ora delle frotte di turchi che si lanciano a destra e a sinistra del ponte per imbarcarsi sui piroscafi.
È uno scalpiccio, un fruscio, un sonare di voci esotiche, di note gutturali, d'aspirazioni, d'interjezioni incomprensibili, in mezzo a cui le poche parole francesi o italiane che arrivano agli orecchi di tratto in tratto, fanno l'effetto di punti luminosi in una tenebra fitta.
Le figure che dan più nell'occhio in quella folla, sono i Circassi, che vanno per lo più a tre, a cinque insieme, a passo lento; pezzi d'uomini barbuti, dalla faccia terribile, che portano un grosso berrettone di pelo alla foggia dell'antica guardia napoleonica, un lungo caffettano nero, un pugnale alla cintura e un cartucciere d'argento sul petto; vere figure di briganti, ognuno dei quali pare che sia venuto a Costantinopoli per vendere una figliuola o una sorella, e debba avere le mani intrise di sangue russo.
Poi i siriani col loro vestito in forma di dalmatica bizantina e il capo ravvolto in un fazzoletto rigato d'oro; i bulgari, vestiti d'un saio grossolano, con un berretto incoronato di pelliccia; i giorgiani con un caschetto di cuoio verniciato e la tunica stretta alla vita da un cerchio metallico; i greci dell'arcipelago coperti da capo a piedi di ricami, di nappine e di bottoncini luccicanti.
La folla di tanto in tanto radeggia un poco; ma subito s'avanzano altre frotte serrate, ondate di papaline rosse e di turbanti bianchi, in mezzo ai quali spuntano cappelli cilindrici, ombrelle e pettinature piramidali di signore europee, che par che galleggino portate via da quel torrente musulmano.
C'è da stupire soltanto a notare la varietà della gente di religione.
Qui luccica il cucuzzolo d'un padre cappuccino, là torreggia il turbante alla giannizzera d'un ulema, più in là ondeggia il velo nero d'un prete armeno.
Passano degli iman colla tunica bianca, delle monache stimmatine, dei cappellani dell'esercito turco, vestiti di verde, colla sciabola al fianco, dei frati domenicani, dei pellegrini reduci dalla Mecca con un talismano appeso al collo, dei gesuiti, dei dervis, - e questo è strano davvero - dei dervis che nelle moschee si straziano le carni in espiazione dei peccati, e passando il ponte si riparano dal sole coll'ombrellino.
A starci bene attenti, seguono in quella confusione mille piccoli accidenti amenissimi.
È un eunuco che mostra il bianco dell'occhio a un zerbinotto cristiano, il quale ha guardato troppo curiosamente dentro alla carrozza della sua padrona; è una cocotte francese, vestita coll'ultimo figurino, che pedina il figliuolo d'un pascià ingioiellato e inguantato; è una signora di Stambul che finge di aggiustarsi il velo per sbirciar lo strascico d'una signora di Pera; è un sergente di cavalleria in uniforme di gala, che si ferma nel bel mezzo del ponte, si stringe il naso con due dita e slancia nello spazio un guai a chi tocca, da mettere i brividi; è un ciurmadore che, preso un soldo da un povero diavolo, gli fa sul viso un gesto cabalistico, che lo deve guarire del mal d'occhi; è una famiglia di viaggiatori grandi e piccini, arrivata quel giorno stesso, che s'è smarrita in mezzo a una turba di canaglia asiatica, e la madre cerca i bimbi che strillano, e gli uomini si fanno largo a spintoni.
I cammelli, i cavalli, le portantine, le carrozze, i buoi, le carrette, le botti rotolate, gli asini sanguinolenti, i cani spelacchiati, formano delle lunghe file, che dividono per mezzo la folla.
Qualche volta passa un grosso pascià di tre code, sdraiato in una carrozza splendida, seguito a piedi dal suo portapipa, dalla sua guardia e da un nero, e allora tutti i turchi salutano toccandosi la fronte e il petto, e le mendicanti musulmane, orribili megere, col volto imbaccucato e il seno nudo, si slanciano agli sportelli chiedendo l'elemosina.
Gli eunuchi fuor di servizio, passano a due, a tre, a cinque insieme, colla sigaretta in bocca; e si riconoscono alla molle corpulenza, alle lunghe braccia, ai grandi abiti neri.
Le belle bambine turche, vestite da maschietti, con calzoncini verdi e panciottini rosati o gialli, corrono e saltellano con un'agilità felina, facendosi largo colle piccole mani tinte di color di porpora.
I lustrascarpe colla cassetta dorata, i barbieri ambulanti colla seggiola e la catinella in mano, i venditori d'acqua e di dolci, fendono la calca in tutte le direzioni, urlando in greco ed in turco.
A ogni passo si vede luccicare una divisa militare: uffiziali in fez e calzoni scarlatti, col petto costellato di decorazioni; palafrenieri del serraglio, che paiono generali d'armata; gendarmi con un arsenale alla cintura; zeibek, o soldati liberi, con quegli enormi calzoni a borsa deretana, che danno loro il profilo della venere ottentotta; guardie imperiali, con un lungo pennacchio bianco sul casco e il petto coperto di galloni; guardie di città che girano colle manette fra le mani; guardie di città a Costantinopoli! È come chi dicesse: gente incaricata di tener a segno l'oceano Atlantico.
È bizzarro il contrasto di tutto quell'oro e di tutti quei cenci, della gente sovraccarica di roba, che paion bazar ambulanti, e della gente quasi nuda.
Il solo spettacolo della nudità è una meraviglia.
Si vedono tutte le sfumature della pelle umana, dal bianco latteo dell'Albania al nero corvino dell'Africa centrale e al nero azzurrognolo del Darfur; dei petti che, a picchiarli, par che debbano risonare come vasi di bronzo, o sgretolarsi come forme di terra secca; schiene oleose, petrose, lignee, irsute come dorsi di cinghiale; braccia rabescate di rosso e di blù, con disegni di rami e di fiori, e iscrizioni del Corano e immagini grossolane di battelli, e di cuori attraversati da freccie.
Ma in una prima passeggiata, per il ponte, non c'è nè tempo nè modo d'osservare tutti questi particolari.
Mentre guardate i rabeschi d'un braccio, il vostro cicerone vi avverte che è passato un serbo, un montenegrino, un valacco, un cosacco dell'Ukrania, un cosacco del Don, un egiziano, un tunisino, un principe d'Imerezia.
C'è appena tempo a tener d'occhio le nazioni.
Pare che Costantinopoli sia sempre quella che fu: la capitale di tre continenti e la regina di venti vicereami.
Ma nemmeno quest'idea risponde alla grandezza di quello spettacolo, e si fantastica un incrociamento d'emigrazioni, prodotto da qualche enorme cataclisma che abbia sconvolto l'antico continente.
Un occhio esperto discerne ancora in quel mare magno i volti e i costumi della Caramania e dell'Anatolia, quei di Cipro e di Candia, quei di Damasco e di Gerusalemme, il druso, il curdo, il maronita, il talemano, il pumacco, il croato, ed altre innumerevoli varietà dell'innumerevole confederazione d'anarchie che si stende dal Nilo al Danubio e dall'Eufrate all'Adriatico.
Chi cerca il bello e chi cerca l'orrido, trovano qui egualmente superati i loro più audaci desiderii: Raffaello rimarrebbe estatico e il Rembrandt si caccierebbe le mani nei capelli.
La più pura bellezza della Grecia e delle razze caucasee, è mescolata coi nasi camusi e colle teste schiacciate; vi passano accanto figure di regine e faccie di furie; visi imbellettati e visi sformati dai morbi e dalle ferite, piedoni colossali e piedini circassi lunghi come la mano, facchini giganteschi, enormi pinguedini di turchi, e neri stecchiti come scheletri, larve d'uomini che mettono pietà e raccapriccio; tutti gli aspetti più strani in cui si possano presentare al mondo la vita ascetica, l'abuso della voluttà, le fatiche estreme, l'opulenza che impera e la miseria che muore.
E nondimeno la varietà di vestimenti è senza confronto più meravigliosa della varietà delle persone.
Chi sente i colori, ci ha da ammattire.
Non ci son due persone vestite eguali.
Sono scialli attorcigliati intorno al capo, bendature di selvaggi, corone di cenci, camicie e sottovesti rigate e quadrettate come il vestito d'arlecchino, cinture irte di coltellacci che salgono dai fianchi alle ascelle, calzoni alla mammalucca, mezze mutande, gonnellini, toghe, lenzuoli che strascicano, abiti ornati d'ermellino, panciotti che sembrano corazze d'oro, maniche a gozzo e a sgonfietti, vestiti monacali e spudorati, uomini abbigliati da donna, donne che sembran uomini, pezzenti che sembran principi, un'eleganza di stracci, una follìa di colori, una profusione di frangie, di gale, di frappe, di svolazzi, d'ornamenti teatrali e bambineschi, che dà l'immagine d'un veglione dentro a un immenso manicomio, in cui abbiano vuotate le loro casse tutti i rigattieri dell'universo.
Sopra il mormorìo sordo, che esce da questa moltitudine, si sentono gli strilli acuti dei ragazzi greci, carichi di giornali d'ogni lingua; le grida stentoree dei facchini, le risa sgangherate delle donne turche, le voci infantili degli eunuchi, i trilli in falsetto dei ciechi che cantano versetti del Corano, il rumor cupo del ponte che ondeggia, i fischi e le campanelle di cento piroscafi, di cui il vento abbatte tratto tratto il fumo denso sopra la folla, in modo che per qualche minuto non si vede più nulla.
Questa mascherata di popoli scende nei vaporini che partono ogni momento per Scutari, per il villaggio del Bosforo e per i sobborghi del Corno d'oro; si spande per Stambul, nei bazar, nelle moschee, nei borghi di Fanar e di Balata, fino ai quartieri più lontani del mar di Marmara; irrompe sulla riva franca, a destra verso i palazzi del Sultano, a sinistra verso gli alti quartieri di Pera, di dove poi ricasca sul ponte per le innumerevoli stradicciuole che serpeggiano lungo i fianchi delle colline; e allaccia così l'Asia e l'Europa, dieci città e cento sobborghi, in una rete di faccende, d'intrighi e di misteri, dinanzi a cui l'immaginazione si sgomenta.
Pare che questo spettacolo debba mettere allegrezza.
E non è vero.
Passata la prima meraviglia, i colori festosi si sbiadiscono: non è più una grande processione carnevalesca che ci passa dinanzi; è l'umanità intera che sfila con tutte le sue miserie, con tutte le sue follìe, coll'infinita discordia delle sue credenze e delle sue leggi; è un pellegrinaggio di popoli decaduti e di razze avvilite; una immensità di sventure da soccorrere, di vergogne da lavare, di catene da rompere; un cumulo di tremendi problemi scritti a caratteri di sangue, e che non si scioglieranno che con torrenti di sangue; e questo immenso disordine rattrista.
E poi il senso della curiosità è prima rintuzzato che soddisfatto da questa sterminata varietà di cose strane.
Che misteriosi rivolgimenti accadono nell'anima umana! Non era passato un quarto d'ora dal mio arrivo sul ponte, che stavo appoggiato alle spallette, rabescando sbadatamente un pezzo di trave colla matita, e dicendo a me stesso, tra uno sbadiglio e l'altro, che c'è qualchecosa di vero in quella famosa sentenza della Stael, che il viaggiare è il più triste dei piaceri.
STAMBUL
Per riaversi da questo sbalordimento, non c'è che infilare una delle mille stradicciuole che serpeggiano su per i fianchi delle colline di Stambul.
Qui regna una pace profonda, e si può contemplare tranquillamente in tutti i suoi aspetti quell'Oriente misterioso e geloso, che sull'altra riva del Corno d'oro non si vede che a tratti fuggitivi in mezzo alla confusione rumorosa della vita europea.
Qui tutto è schiettamente orientale.
Dopo un quarto d'ora di cammino non si vede più nessuno e non si sente più alcun rumore.
Di qua e di là son tutte casette di legno, dipinte di mille colori, nelle quali il primo piano sporge sopra il piano terreno, e il secondo sul primo; e le finestre hanno dinanzi una specie di tribune, invetriate da ogni parte, e chiuse da grate di legno a piccolissimi fori, che paiono altrettante casette appese alle case principali, e danno alle strade un aspetto singolarissimo di tristezza e di mistero.
In alcuni luoghi le strade sono così strette, che le parti sporgenti delle case opposte quasi si toccano, e così si cammina per lunghi tratti all'ombra di quelle gabbie umane, proprio sotto i piedi delle donne turche che vi passano una gran parte della giornata, non vedendo che una striscia sottilissima di cielo.
Le porte son tutte chiuse; le finestre del pian terreno, ingraticolate; tutto spira diffidenza e gelosia; par di attraversare una città di monasteri.
Tratto tratto sentite uno scoppio di risa, e alzando il capo, vedete per qualche spiraglio un nodo di treccie o un occhietto scintillante che subito sparisce.
In alcuni punti sorprendete una conversazione vivace e sommessa da una parte all'altra della strada; ma cessa improvvisamente al rumore del vostro passo.
Passando, scompigliate per un momento chi sa che rete di pettegolezzi e d'intrighi.
Non vedete nessuno e mille occhi vi vedono; siete soli, e vi sentite come in mezzo a una folla; vorreste passare inosservati, aleggerite il passo, camminate composti, misurate lo sguardo.
Una porta che s'apra o una finestra che si chiuda, vi riscuote bruscamente come un grande rumore.
Pare che queste strade debbano riuscire uggiose.
Ma è tutt'altro.
Una macchia verde in fondo da cui esce un minareto bianco; un turco vestito di rosso che scende verso di voi; una serva nera ferma dinanzi a una porta, un tappeto persiano appeso a una finestra, bastano a formare un quadretto così pieno di vita e d'armonia, che stareste un'ora a contemplarlo.
Della poca gente che vi passa accanto, nessuno vi guarda.
Soltanto qualche volta sentite gridare alle vostre spalle: - Giaur! (Infedele); - e voltandovi, vedete sparire dietro un'imposta la testa d'un ragazzo.
Altre volte s'apre la porticina d'una di quelle casette: vi soffermate aspettando l'apparizione della bella d'un arem, e n'esce invece una signora europea, con cappellotto e strascico, che mormora un adieu o un au revoir, e s'allontana rapidamente, lasciandovi colla bocca aperta.
In un'altra strada, tutta turca e tutta silenziosa, sentite a un tratto uno squillo di corno e uno scalpitio di cavalli: vi voltate, che cos'è? Appena credete ai vostri occhi.
È un grande omnibus, che viene innanzi su due rotaie che non avevate vedute, pieno di turchi e di franchi, col suo usciere in uniforme e coi suoi cartelli delle tariffe, come un tramway di Vienna o di Parigi.
La stonatura che fa quest'apparizione in una di queste strade, non si può esprimere con parole: vi pare una burla o uno sbaglio, e vi vien da ridere, e guardate quel veicolo stupiti come se non ne aveste mai visti.
Passato l'omnibus, par che sia passata l'immagine viva dell'Europa, e vi ritrovate in Asia come al cangiar di scena in un teatro.
Da queste strade solitarie riuscite in piazzette aperte, quasi interamente ombreggiate da un platano gigantesco.
Da una parte c'è una fontana, dove bevono dei cammelli; dall'altra un caffè, con una fila di materasse distese dinanzi alla porta, e qualche turco sdraiato, che fuma; e accanto alla porta un gran fico, abbracciato da una vite, i cui pampini spenzolano fino a terra, lasciando vedere tra foglia e foglia l'azzurro lontano del mar di Marmara, e qualche veletta bianca.
Una luce bianchissima e un silenzio mortale danno a tutti questi luoghi un carattere così tra solenne e melanconico, che li rende indimenticabili, anche a vederli una volta sola.
Si va innanzi, innanzi, quasi attirati da quella quiete arcana, che entra a poco a poco nell'anima come una leggera sonnolenza, e dopo breve tempo si perde ogni sentimento della distanza e dell'ora.
Si trovano dei vasti spazi colle traccie d'un grande incendio recente; chine dove non sono che poche case sparpagliate, fra le quali cresce l'erba, e serpeggiano dei sentieri da capre; punti elevati, da cui si abbracciano collo sguardo strade, vicoletti, giardini, centinaia di case, e non si vede da nessuna parte nè una creatura umana, nè un nuvolo di fumo, nè una porta aperta, nè il menomo indizio d'abitazione e di vita; tanto che si potrebbe credere d'essere soli in quell'immensa città, e a pensarci un momento, s'è quasi presi dalla paura.
Ma scendete la china, arrivate in fondo a una di quelle stradette: tutto è cangiato.
Siete in una delle grandi vie di Stambul, fiancheggiata da monumenti, dove non bastano più gli occhi all'ammirazione.
Camminate in mezzo alle moschee, ai chioschi, ai minareti, alle gallerie arcate, alle fontane di marmo e di lapislazzuli, ai mausolei dei sultani splendenti di rabeschi e d'iscrizioni d'oro, ai muri coperti di musaici, sotto le tettoie di cedro intarsiato, all'ombra d'una vegetazione pomposa che supera i muri di cinta e i cancelli dorati dei giardini, e riempie la via di profumi.
Per queste vie s'incontrano a ogni passo carrozze di pascià, ufficiali, impiegati, aiutanti di campo, eunuchi di grandi case, una processione di servitori e di parassiti, che vanno e vengono fra i ministeri.
Qui si riconosce la metropoli del grande impero, e s'ammira in tutta la sua magnificenza.
È per tutto una bianchezza, una grazia d'architetture, un gorgoglio d'acque, una freschezza d'ombre, che accarezza i sensi come una musica sommessa, e riempie la mente d'immagini ridenti.
Per queste vie s'arriva alle grandi piazze dove s'innalzano le moschee imperiali, e dinanzi a queste moli si rimane sgomenti.
Ognuna di esse forma come il nodo d'una piccola città di collegi, di spedali, di scuole, di biblioteche, di magazzini, di bagni, che quasi non si avvertono, schiacciati come sono dalla cupola enorme a cui fanno corona.
L'architettura, che s'immaginava semplicissima, presenta invece una varietà di particolari, che tira gli sguardi da mille parti.
Sono cupolette rivestite di piombo, tetti di forme bizzarre che s'alzano l'uno sull'altro, gallerie aeree, grandi portici, finestre a colonnine, archi a festoni, minareti accannellati, cinti di terrazzini lavorati a giorno, con capitelli a stalattiti; porte e fontane monumentali, che sembrano rivestite di trina; muri picchiettati d'oro e di mille colori; tutto ricamato, cesellato, leggero, ardito, ombreggiato da quercie, da cipressi e da salici, da cui escono nuvoli d'uccelli che vagano a lenti giri intorno alle cupole e riempiono d'armonia tutti i recessi dell'immenso edifizio.
Qui si comincia a provar qualchecosa che è più profondo e più forte del sentimento della bellezza.
Quei monumenti che sono come una colossale affermazione marmorea d'un ordine d'idee e di sentimenti diverso da quello in cui siamo nati e cresciuti, che sono quasi l'ossatura d'una razza e d'una fede ostile, che ci raccontano con un linguaggio muto di linee superbe e di altezze temerarie le glorie d'un Dio che non è nostro e d'un popolo che ha fatto tremare i nostri padri, incutono un rispetto misto di diffidenza e di timore, che sulle prime vince la curiosità, e ce ne trattiene lontani.
Si vedono, dentro ai cortili ombrosi, turchi che fanno le abluzioni alle fontane, pezzenti accovacciati ai piedi dei pilastri, donne velate che passeggiano lentamente sotto le arcate; tutto quieto, e come adombrato d'una tinta di mestizia e di voluttà, che non si capisce bene d'onde derivi, e su cui la mente si ferma e lavora come sopra un enimma.
Galata, Pera, quanto sono lontane! Voi vi sentite soli in un altro mondo e in un altro tempo, nella Stambul di Solimano il Grande e di Baiazet secondo, e provate un vivo sentimento di stupore quando, usciti da quella piazza, e perduto d'occhio quel monumento smisurato della potenza degli Osmanli, vi ritrovate in mezzo alla Costantinopoli di legno, meschina, cadente, piena di sudiciume e di miseria.
Via via che andate innanzi le case si scoloriscono, i pergolati si sfasciano, le vasche delle fontane si coprono di muschio; trovate delle moschee nane, coi muri screpolati e i minareti di legno, circondate di rovi e d'ortiche; dei mausolei in rovina, delle scale infrante, dei passaggi coperti ingombri di macerie, dei quartieri decrepiti d'una tristezza infinita, dove non si sente altro rumore che il frullo dell'ali degli sparvieri e delle cicogne, o la voce gutturale d'un muezzin solitario, che grida la parola di Dio dall'alto d'un minareto nascosto.
Nessuna città rappresenta meglio di Stambul la natura e la filosofia del suo popolo.
Tutto ciò che v'è di grande e di bello è di Dio o del sultano, immagine di Dio sulla terra; tutto il rimanente è passeggiero e porta l'impronta d'una profonda trascuranza delle cose mondane.
La tribù dei pastori è diventata nazione; ma il suo amore istintivo della natura campestre, della contemplazione e dell'ozio, ha conservato alla metropoli l'aspetto dell'accampamento.
Stambul non è una città, non lavora, non pensa, non crea; la civiltà sfonda le sue porte e assalta le sue vie; essa sonnecchia e fantastica all'ombra delle moschee, e lascia fare.
È una città slegata, dispersa, deforme, che rappresenta piuttosto, la sosta d'una razza pellegrinante, che la potenza d'uno Stato immobile; un immenso abbozzo di metropoli; un grande spettacolo piuttosto che una grande città.
E non se ne può avere una giusta immagine, se non si percorre intera.
Bisogna partire dalla prima collina, quella che forma la punta del triangolo, ed è bagnata dal mar di Marmora.
Qui è per così dire la testa di Stambul; un quartiere monumentale, pieno di memorie, di maestà e di luce.
Qui l'antico serraglio, dove sorgeva prima Bisanzio colla sua acropoli e il tempio di Giove, e poi il palazzo dell'imperatrice Placidia e le terme d'Arcadio; qui la moschea di Santa Sofia e la moschea d'Ahmed, e l'At-meidan che occupa lo spazio dell'Ippodromo antico, dove in mezzo a un Olimpo di bronzo e di marmo, tra le grida d'una folla vestita di seta e di porpora, volavano le quadrighe d'oro al cospetto degl'imperatori sfolgoranti di perle.
Da questa collina si scende in una valle poco profonda, dove si stendono le mura occidentali del serraglio, che segnano il confine della Bisanzio antica, e s'alza la Sublime Porta, per la quale s'entra nel palazzo del gran vizir e nel Ministero degli esteri: quartiere austero e silenzioso, in cui sembra raccolta tutta la tristezza delle sorti dell'impero.
Da questa valle si sale sulla seconda collina, dove sorge la moschea marmorea di Nuri-Osmanié, luce d'Osmano, e la colonna bruciata di Costantino, che sosteneva un Apollo di bronzo colla testa del grande Imperatore, ed era nel bel mezzo dell'antico foro, circondato di portici, d'archi di trionfo e di statue.
Al di là di questa collina si apre la valle dei bazar, che dalla moschea di Bajazet va fino a quella della sultana Validè, ed abbraccia un labirinto immenso di strade coperte, piene di gente e di rumore, da cui s'esce colla vista annebbiata e colle orecchie stordite.
Sulla terza collina, che domina ad un tempo il mar di Marmara e il Corno d'oro, giganteggia la moschea di Solimano, rivale di Santa Sofia, gioia e splendore di Stambul, come dicono i poeti turchi, e la torre meravigliosa del Ministero della guerra, il quale s'alza sulle rovine degli antichi palazzi dei Costantini, abitati un tempo da Maometto il conquistatore, poi convertiti in serraglio delle vecchie sultane.
Fra la terza e la quarta altura si stende come un ponte aereo l'enorme acquedotto dell'imperatore Valente, formato da due ordini d'archi leggerissimi, vestiti di verzura, che spenzola a ghirlande sopra la valle popolata di case.
Si passa sotto l'acquedotto, si sale sulla quarta collina.
Qui, sulle rovine della chiesa famosa dei Santi Apostoli, fondata dall'imperatrice Elena e rifabbricata da Teodora, s'eleva la moschea di Maometto II, circondata di scuole, d'ospedali e d'alberghi da carovane; accanto alla moschea, il bazar degli schiavi, i bagni di Maometto e la colonna granitica di Marciano, che porta ancora il suo cippo di marmo ornato delle aquile imperiali; e vicino alla colonna il luogo dove era la piazza dell'Et-Meidan, in cui fu consumata la strage famosa dei Giannizzeri.
S'attraversa un'altra valle, coperta da un'altra città, e si sale alla quinta collina, sulla quale è posta la moschea di Selim, presso all'antica cisterna di San Pietro, convertita in giardino.
Sotto, lungo il Corno d'oro, si stende il Fanar, quartiere greco, sede del patriarca, in cui s'è rifugiata l'antica Bisanzio, coi discendenti dei Paleologhi e dei Comneni, e dove seguirono le orrende carnificine del 1821.
Si scende in una quinta valle, si sale sopra la sesta collina.
Qui s'è già sul terreno che occupavano le otto coorti dei quarantamila Goti di Costantino, fuori della cerchia delle prime mura, le quali non abbracciavano che la quarta collina; e appunto nello spazio occupato dalla coorte settima, che ha lasciato al luogo il nome di Hebdomon.
Sulla sesta collina, rimangono le mura del palazzo di Costantino Porfirogenete, dove si coronavano gl'imperatori, chiamato ora dai turchi Tekir-Serai, palazzo dei principi.
Ai piedi della collina, Balata, il ghetto di Costantinopoli, quartiere immondo, che s'allunga sulla riva del Corno fino alle mura della città, e al di qua di Balata, il sobborgo antico delle Blacherne, una volta ornato di palazzi dai tetti dorati, soggiorno prediletto degl'imperatori, famoso per la gran chiesa dell'imperatrice Pulcheria e per il santuario delle reliquie; ora pieno di rovine e tristezza.
Alle Blacherne cominciano le mura merlate che dal Corno d'oro corrono fino al mar di Marmara, abbracciando la settima collina, dov'era il foro boario, e c'è ancora il piedestallo della colonna d'Arcadio: la collina più orientale e più grande di Stambul, fra la quale e le altre sei scorre il piccolo fiume Lykus, che entra nella città presso la porta di Carisio e si va a gettar nel mare vicino all'antico porto di Teodosio.
Dalle mura delle Blacherne, si vede ancora il sobborgo d'Ortaksiler, che scende dolcemente verso la rada, incoronato di giardini; al di là d'Ortaksiler il sobborgo d'Eyub, terra santa degli Osmanli, colla sua moschea gentile, e il suo vasto cimitero ombreggiato da un bosco di cipressi e biancheggiante di mausolei e di tombe; dietro Eyub, l'altopiano dell'antico campo militare, dove le legioni levavan sugli scudi i nuovi imperatori; e di là dall'altopiano, altri villaggi i cui vivi colori ridono vagamente in mezzo al verde dei boschetti bagnati dalle ultime acque del Corno d'oro.
Ecco Stambul.
È divina.
Ma il cuore si sgomenta a pensare che questo sterminato villaggio asiatico si stende sulle rovine di quella seconda Roma, di quell'immenso museo di tesori rapiti all'Italia, alla Grecia, all'Egitto, all'Asia minore, di cui il solo ricordo abbaglia la mente come un sogno divino.
Dove sono i grandi portici che attraversavano la città dal mare alle mura, le cupole dorate, i colossi equestri che s'innalzavano sui pilastri titanici dinanzi agli anfiteatri e alle terme, le sfingi di bronzo sedute sui piedestalli di porfido, i templi e i palazzi che innalzavano i frontoni di granito in mezzo a un popolo aereo di numi di marmo e d'imperatori d'argento? Tutto è sparito o trasformato.
Le statue equestri di bronzo son state fuse in cannoni; le rivestiture di rame degli obelischi, ridotte in monete; i sarcofagi delle imperatrici, cangiati in fontane; la chiesa di Santa Irene è un arsenale, la cisterna di Costantino un'officina, il piedestallo della colonna d'Arcadio una bottega di maniscalco, l'Ippodromo un mercato di cavalli; l'edera e le macerie coprono le fondamenta delle reggie, sul suolo degli anfiteatri cresce l'erba dei cimiteri, e poche iscrizioni calcinate dagli incendi o mutilate dalle scimitarre degl'invasori rammentano che su quei colli vi fu la metropoli meravigliosa dell'impero d'Oriente.
Su questa immane rovina siede Stambul, come un'odalisca sopra un sepolcro, aspettando la sua ora.
ALL'ALBERGO
Ed ora i lettori vengano con me all'albergo a prendere un po' di respiro.
Una gran parte di quello che ho descritto fin qui, il mio amico ed io lo vedemmo il giorno stesso dell'arrivo: immagini chi legge come dovessimo aver la testa ritornando all'albergo sul far della notte.
Per strada non si disse una parola, e appena entrati nella camera, ci lasciammo cadere sul sofà guardandoci in viso e domandandoci tutt'e due insieme:
- Che te ne pare?
- Che cosa ne dici?
- E pensare ch'io son venuto qui per dipingere!
- Ed io per scrivere!
E ci ridemmo sul viso in atto di fraterno compatimento.
Quella sera, in fatti, ed anche per varii giorni dopo, sua maestà Abdul-Aziz m'avrebbe potuto offrire in premio una provincia dell'Asia Minore, che non sarei riuscito a metter insieme dieci righe intorno alla capitale dei suoi Stati, tanto è vero che per descrivere le grandi cose bisogna farsi di lontano, e per ricordarsene bene, averle un po' dimenticate.
E poi come avrei potuto scrivere in una camera da cui si vedeva il Bosforo, Scutari e la cima dell'Olimpo? L'albergo stesso era uno spettacolo.
A tutte le ore del giorno, per le scale e pei corridoi, andava e veniva gente d'ogni paese.
Alla tavola rotonda sedevano ogni giorno venti nazioni.
Desinando, non mi potevo levar dalla testa d'essere un delegato del governo italiano, e di dover prendere la parola alle frutta su qualche grande questione internazionale.
C'erano visi rosei di lady, teste scapigliate d'artisti, grinte d'avventurieri da batterci moneta sopra, testine di vergini bizantine a cui non mancava che il nimbo d'oro, faccie bizzarre e sinistre; e ogni giorno cangiavano.
Alle frutta, quando tutti parlavano, pareva d'essere nella torre di Babele.
Vi conobbi fin dal primo giorno parecchi russi infatuati di Costantinopoli.
Ogni sera ci ritrovavamo là, di ritorno dai punti estremi della città, e ognuno aveva un viaggio da raccontare.
Chi era salito in cima alla torre del Seraschiere, chi aveva visitato i cimiteri di Eyub, chi veniva da Scutari, chi aveva fatto una corsa sul Bosforo; la conversazione era tutta ordita di descrizioni piene di colori e di luce; e quando mancava la parola, i vini dolci e profumati dell'Arcipelago facevano da suggeritori.
C'erano pure alcuni miei concittadini, bellimbusti danarosi, che mi fecero divorar molta stizza, perchè dalla minestra alle frutta non facevano che dire ira d'Iddio di Costantinopoli: e che non c'eran marciapiedi, e che i teatri erano oscuri, e che non si sapeva come passar la sera.
Erano venuti a Costantinopoli per passar la sera.
Uno di costoro aveva fatto il viaggio sul Danubio.
Gli domandai se gli era piaciuto il gran fiume.
Mi rispose che in nessuna parte del mondo si cucinava lo storione come sui piroscafi della reale e imperiale Compagnia austriaca.
Un altro era un tipo amenissimo di viaggiatore amoroso; uno di coloro che viaggiano per sedurre, col taccuino delle conquiste.
Era un contino lungo e biondo, largamente dotato dell'ottavo dono dello Spirito Santo, che quando il discorso cadeva sulle donne turche, chinava la testa con un sorriso misterioso, e non pigliava parte alla conversazione se non con mezze parole troncate sempre artificialmente da una sorsata di vino.
Arrivava tutti i giorni a desinare un po' più tardi degli altri, tutto ansante, coll'aria d'averla fatta al Sultano un quarto d'ora prima, e tra un piatto e l'altro faceva passare di tasca in tasca, con molta cautela, dei bigliettini piegati, che dovevano parere lettere d'odalische, ed erano sicurissimamente note d'albergo.
Ma i soggetti che s'inciampano in questi alberghi di città cosmopolite! Bisogna esserci stati per crederci.
V'era un giovane ungherese, sulla trentina, alto, nervoso, con due occhi diabolici e una parlantina febbrile, il quale, dopo aver fatto il segretario d'un ricco signore a Parigi, era andato ad arruolarsi fra gli zuavi francesi in Algeria, era stato ferito e preso prigioniero dagli Arabi, poi scappato nel Marocco, poi ritornato in Europa e corso all'Aja a chiedere il grado d'ufficiale per andare a combattere contro gli Accinesi; respinto all'Aja, aveva deciso d'arrolarsi nell'esercito turco; ma passando a Vienna per venire a Costantinopoli, s'era preso una palla di pistola nel collo, in un duello per una donna, e faceva vedere la cicatrice; respinto anche a Costantinopoli, - cos'ho da fare? - diceva - je suis enfant de l'aventure; bisogna bene ch'io mi batta; ho già trovato chi mi conduce alle Indie, - e mostrava il biglietto d'imbarco -; mi farò soldato inglese; nell'interno c'è sempre qualcosa da fare; io non cerco che di battermi; che cosa m'importa di morire? Tanto ho un polmone rovinato.
- Un altro bell'originale era un francese, la cui vita pareva non fosse altro che una perpetua guerra colla posta: aveva una quistione pendente con la posta austriaca, colla francese, coll'inglese; mandava articoli di protesta alla Neue Freie Presse; lanciava impertinenze telegrafiche a tutte le stazioni postali del continente, aveva ogni giorno un diverbio a qualche finestrino di posta, non riceveva una lettera a tempo, non ne scriveva una che arrivasse dov'era mandata, e raccontava a tavola tutte le sue disgrazie e tutte le sue baruffe, concludendo sempre coll'assicurarci che la Posta gli avrebbe accorciata la vita.
Mi ricordo pure d'una signora greca, un viso di spiritata, vestita bizzarramente, e sempre sola, che ogni sera si alzava da tavola a metà del desinare, e se n'andava dopo aver fatto sul piatto un segno cabalistico di cui nessuno riuscì mai a capire il significato.
Non ho più dimenticata nemmeno una coppia valacca, un bel giovane sui venticinque anni e una giovanetta sul primo sboccio, comparsi una sera sola, che erano indubitatamente due fuggiaschi; lui rapitore, lei complice; perchè bastava fissarli un momento per farli arrossire, e ogni volta che s'apriva la porta, scattavano come due molle.
Di chi altri mi ricordo? di cento altri, se ci pensassi.
Era una lanterna magica.
Ci divertivamo, il mio amico ed io, i giorni dell'arrivo d'un piroscafo, a veder entrare la gente per la porta di strada: tutti stanchi, sbalorditi, qualcuno ancora commosso dallo spettacolo della prima entrata; faccie che dicevano: - Che mondo è questo? Dove siamo venuti a cascare? - Un giorno entrò un giovinetto, arrivato allora, che pareva matto dalla contentezza di essere finalmente a Costantinopoli, sogno della sua infanzia, e stringeva con tutt'e due le mani la mano di suo padre; e suo padre gli diceva con voce commossa: - Je suis heureux de te voir heureux, mon cher enfant.
- Poi passavamo le ore calde alla finestra a guardare la Torre della fanciulla, che s'alza, bianca come la neve, sopra uno scoglio solitario del Bosforo, in faccia a Scutari; e mentre fantasticavamo sulla leggenda del principe di Persia che va a succhiare il veleno dal braccio della bella sultana, morsicata dall'aspide, da una finestra della casa in faccia, ogni giorno alla stess'ora, un ragazzo di cinque anni ci faceva le corna.
Tutto era curioso in quell'albergo.
Fra le altre cose, dinanzi alla porta, trovavamo ogni sera uno o due soggetti di faccia equivoca, che dovevano essere provveditori di modelle per i pittori, e che pigliando tutti per pittori, a tutti domandavano a bassa voce: - Una turca? una greca? un'armena? un'ebrea? una nera?
COSTANTINOPOLI
Ma torniamo a Costantinopoli, e spaziamovi come gli uccelli nel cielo.
Qui ci si può levare tutti i capricci.
Si può accendere il sigaro in Europa e andare a buttar la cenere in Asia.
La mattina, levandoci, possiamo domandarci: - Che parte del mondo vedrò quest'oggi? - Si può scegliere fra due continenti e due mari.
S'ha a nostra disposizione dei cavalli sellati in ogni piazzetta, delle barchette a vela in ogni seno, dei piroscafi a cento scali; il caicco che guizza, la talika che vola, e un esercito di ciceroni che parlano tutte le lingue d'Europa.
Volete sentir la commedia italiana? veder ballare i dervis? sentir le buffonate di Caragheuz, il pulcinella turco? udire le canzonette licenziose dei teatrini di Parigi? assistere alle rappresentazioni ginnastiche degli zingari? farvi raccontare una leggenda araba da un rapsodo? andare al teatro greco? sentir predicare un iman? veder passare il Sultano? Chiedete e domandate.
Tutte le nazioni sono al vostro servizio: l'armeno per farvi la barba, l'ebreo per lustrarvi le scarpe, il turco per condurvi in barca, il nero per strofinarvi nel bagno, il greco per porgervi il caffè, e tutti quanti per truffarvi.
Per dissetarvi, passeggiando, trovate dei gelati fatti colla neve dell'Olimpo; se siete golosi, potete bere dell'acqua del Nilo, come il Sultano; se siete deboli di stomaco, acqua dell'Eufrate; se siete nervosi, acqua del Danubio.
Potete desinare come l'arabo nel deserto o come l'epulone alla Maison dorée.
Per far la siesta, avete i cimiteri; per stordirvi, il ponte della Sultana Validè; per sognare, il Bosforo; per passar la domenica, l'Arcipelago dei Principi; per veder l'Asia Minore, il monte di Bulgurlù; per vedere il Corno d'Oro, la torre di Galata; per veder ogni cosa, la torre del Seraschiere.
Ma è una città ancora più strana che bella.
Le cose che non si presentarono mai insieme alla nostra mente, là si presentano insieme al nostro sguardo.
Da Scutari parte la carovana per la Mecca e parte il treno diretto per Brussa, l'antica metropoli; fra le mura misteriose del vecchio serraglio, passa la strada ferrata che va a Sofia; i soldati turchi scortano il prete cattolico che porta il Santo Sacramento; il popolo fa festa nei cimiteri; la vita, la morte, i piaceri, tutto s'allaccia e si confonde.
V'è il movimento di Londra e la letargia dell'ozio orientale, un'immensa vita pubblica e un impenetrabile mistero nella vita privata; un governo assoluto e una libertà senza confini.
Per i primi giorni non si raccapezza nulla; pare che d'ora in ora o debba cessare quel disordine o seguire una rivoluzione; ogni sera, tornando a casa, ci sembra di tornare da un viaggio; ogni mattina uno si domanda: - Ma è proprio qui vicina Stambul? - Non si sa dove andare a battere il capo, un'impressione cancella l'altra, i desiderii s'affollano, il tempo fugge; si vorrebbe restar là tutta la vita, si vorrebbe partire il giorno dopo.
E quando poi s'ha da descriverlo questo caos? A momenti vi vien la tentazione di fare un fascio di tutti i libri e di tutti i fogli che ho sul tavolino, e di buttare ogni cosa dalla finestra.
GALATA
Il mio amico ed io non mettemmo testa a partito che il quarto giorno dopo l'arrivo.
Eravamo sul ponte, di buon mattino, ancora incerti di quello che avremmo fatto nella giornata, quando Yunk mi propose di fare una prima grande passeggiata, con una meta determinata, coll'animo tranquillo, per osservare e studiare.
- Percorriamo, - mi disse, - tutta la riva settentrionale del Corno d'Oro, anche a costo di camminare fino a notte.
Faremo colezione in una taverna turca, faremo la siesta all'ombra d'un platano e ritorneremo in caicco.
- Accettai la proposta; ci provvedemmo di sigari e di spiccioli, e data un'occhiata alla carta della città, ci avviammo verso Galata.
Il lettore che vuol conoscer bene Costantinopoli faccia il sacrifizio d'accompagnarci.
Arriviamo a Galata.
Di qui deve cominciare la nostra escursione.
Galata è posta sopra una collina che forma promontorio tra il Corno d'Oro ed il Bosforo, dov'era il grande cimitero dei Bizantini antichi.
È la city di Costantinopoli.
Son quasi tutte vie strette e tortuose, fiancheggiate da taverne, da botteghe di pasticcieri, di barbieri e di macellai, da caffè greci ed armeni, da ufficii di negozianti, da officine, da baracche; tutto fosco, umido, fangoso, viscoso, come nei bassi quartieri di Londra.
Una folla fitta e affaccendata va e viene per le vie, aprendosi continuamente per dar passo ai facchini, alle carrozze, agli asini, agli omnibus.
Quasi tutto il commercio di Costantinopoli passa per questo borgo.
Qui la Borsa, la Dogana, gli uffici del Lloyd austriaco, quelli delle Messaggerie francesi; chiese, conventi, ospedali, magazzeni.
Una strada ferrata sotterranea unisce Galata a Pera.
Se non si vedessero per le strade dei turbanti e dei fez, non parrebbe d'essere in Oriente.
Da tutte le parti si sente parlar francese, italiano e genovese.
Qui i Genovesi sono quasi in casa propria, e si danno ancora un po' d'aria di padroni, come quando chiudevano il porto a loro piacimento, e rispondevano col cannone alle minaccie degl'Imperatori.
Ma della loro potenza non rimangono più altri monumenti che alcune vecchie case sostenute da grossi pilastri e da arcate pesanti, e l'antico edifizio dove risiedeva il Podestà.
La Galata antica è quasi interamente sparita.
Migliaia di casupole sono state rase al suolo per far luogo a due lunghe strade: una delle quali rimonta la collina verso Pera, e l'altra corre parallela alla riva del mare da un'estremità all'altra di Galata.
Per questa c'innoltrammo il mio amico ed io, rifugiandoci ogni momento nelle botteghe per lasciar passare dei grandi omnibus, preceduti da turchi scamiciati che sgombravano la strada a colpi di verga.
A ogni passo ci suonava nell'orecchio un grido.
Il facchino turco urlava: - Sacun ha! - (Largo!); il saccà armeno, portatore d'acqua: - Varme su! - l'acquaiolo greco: - Crio nero! - l'asinaio turco: - Burada! - il venditore di dolci: - Scerbet! - il venditore di giornali: - Neologos! - il carrozziere franco: Guarda! Guarda! Dopo dieci minuti di cammino, eravamo assordati.
A un certo punto, con nostra meraviglia, ci accorgemmo che la strada non era più lastricata, e pareva che il lastrico fosse stato levato di fresco.
Ci fermammo a guar
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