COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 5
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È bizzarro il contrasto di tutto quell'oro e di tutti quei cenci, della gente sovraccarica di roba, che paion bazar ambulanti, e della gente quasi nuda.
Il solo spettacolo della nudità è una meraviglia.
Si vedono tutte le sfumature della pelle umana, dal bianco latteo dell'Albania al nero corvino dell'Africa centrale e al nero azzurrognolo del Darfur; dei petti che, a picchiarli, par che debbano risonare come vasi di bronzo, o sgretolarsi come forme di terra secca; schiene oleose, petrose, lignee, irsute come dorsi di cinghiale; braccia rabescate di rosso e di blù, con disegni di rami e di fiori, e iscrizioni del Corano e immagini grossolane di battelli, e di cuori attraversati da freccie.
Ma in una prima passeggiata, per il ponte, non c'è nè tempo nè modo d'osservare tutti questi particolari.
Mentre guardate i rabeschi d'un braccio, il vostro cicerone vi avverte che è passato un serbo, un montenegrino, un valacco, un cosacco dell'Ukrania, un cosacco del Don, un egiziano, un tunisino, un principe d'Imerezia.
C'è appena tempo a tener d'occhio le nazioni.
Pare che Costantinopoli sia sempre quella che fu: la capitale di tre continenti e la regina di venti vicereami.
Ma nemmeno quest'idea risponde alla grandezza di quello spettacolo, e si fantastica un incrociamento d'emigrazioni, prodotto da qualche enorme cataclisma che abbia sconvolto l'antico continente.
Un occhio esperto discerne ancora in quel mare magno i volti e i costumi della Caramania e dell'Anatolia, quei di Cipro e di Candia, quei di Damasco e di Gerusalemme, il druso, il curdo, il maronita, il talemano, il pumacco, il croato, ed altre innumerevoli varietà dell'innumerevole confederazione d'anarchie che si stende dal Nilo al Danubio e dall'Eufrate all'Adriatico.
Chi cerca il bello e chi cerca l'orrido, trovano qui egualmente superati i loro più audaci desiderii: Raffaello rimarrebbe estatico e il Rembrandt si caccierebbe le mani nei capelli.
La più pura bellezza della Grecia e delle razze caucasee, è mescolata coi nasi camusi e colle teste schiacciate; vi passano accanto figure di regine e faccie di furie; visi imbellettati e visi sformati dai morbi e dalle ferite, piedoni colossali e piedini circassi lunghi come la mano, facchini giganteschi, enormi pinguedini di turchi, e neri stecchiti come scheletri, larve d'uomini che mettono pietà e raccapriccio; tutti gli aspetti più strani in cui si possano presentare al mondo la vita ascetica, l'abuso della voluttà, le fatiche estreme, l'opulenza che impera e la miseria che muore.
E nondimeno la varietà di vestimenti è senza confronto più meravigliosa della varietà delle persone.
Chi sente i colori, ci ha da ammattire.
Non ci son due persone vestite eguali.
Sono scialli attorcigliati intorno al capo, bendature di selvaggi, corone di cenci, camicie e sottovesti rigate e quadrettate come il vestito d'arlecchino, cinture irte di coltellacci che salgono dai fianchi alle ascelle, calzoni alla mammalucca, mezze mutande, gonnellini, toghe, lenzuoli che strascicano, abiti ornati d'ermellino, panciotti che sembrano corazze d'oro, maniche a gozzo e a sgonfietti, vestiti monacali e spudorati, uomini abbigliati da donna, donne che sembran uomini, pezzenti che sembran principi, un'eleganza di stracci, una follìa di colori, una profusione di frangie, di gale, di frappe, di svolazzi, d'ornamenti teatrali e bambineschi, che dà l'immagine d'un veglione dentro a un immenso manicomio, in cui abbiano vuotate le loro casse tutti i rigattieri dell'universo.
Sopra il mormorìo sordo, che esce da questa moltitudine, si sentono gli strilli acuti dei ragazzi greci, carichi di giornali d'ogni lingua; le grida stentoree dei facchini, le risa sgangherate delle donne turche, le voci infantili degli eunuchi, i trilli in falsetto dei ciechi che cantano versetti del Corano, il rumor cupo del ponte che ondeggia, i fischi e le campanelle di cento piroscafi, di cui il vento abbatte tratto tratto il fumo denso sopra la folla, in modo che per qualche minuto non si vede più nulla.
Questa mascherata di popoli scende nei vaporini che partono ogni momento per Scutari, per il villaggio del Bosforo e per i sobborghi del Corno d'oro; si spande per Stambul, nei bazar, nelle moschee, nei borghi di Fanar e di Balata, fino ai quartieri più lontani del mar di Marmara; irrompe sulla riva franca, a destra verso i palazzi del Sultano, a sinistra verso gli alti quartieri di Pera, di dove poi ricasca sul ponte per le innumerevoli stradicciuole che serpeggiano lungo i fianchi delle colline; e allaccia così l'Asia e l'Europa, dieci città e cento sobborghi, in una rete di faccende, d'intrighi e di misteri, dinanzi a cui l'immaginazione si sgomenta.
Pare che questo spettacolo debba mettere allegrezza.
E non è vero.
Passata la prima meraviglia, i colori festosi si sbiadiscono: non è più una grande processione carnevalesca che ci passa dinanzi; è l'umanità intera che sfila con tutte le sue miserie, con tutte le sue follìe, coll'infinita discordia delle sue credenze e delle sue leggi; è un pellegrinaggio di popoli decaduti e di razze avvilite; una immensità di sventure da soccorrere, di vergogne da lavare, di catene da rompere; un cumulo di tremendi problemi scritti a caratteri di sangue, e che non si scioglieranno che con torrenti di sangue; e questo immenso disordine rattrista.
E poi il senso della curiosità è prima rintuzzato che soddisfatto da questa sterminata varietà di cose strane.
Che misteriosi rivolgimenti accadono nell'anima umana! Non era passato un quarto d'ora dal mio arrivo sul ponte, che stavo appoggiato alle spallette, rabescando sbadatamente un pezzo di trave colla matita, e dicendo a me stesso, tra uno sbadiglio e l'altro, che c'è qualchecosa di vero in quella famosa sentenza della Stael, che il viaggiare è il più triste dei piaceri.
STAMBUL
Per riaversi da questo sbalordimento, non c'è che infilare una delle mille stradicciuole che serpeggiano su per i fianchi delle colline di Stambul.
Qui regna una pace profonda, e si può contemplare tranquillamente in tutti i suoi aspetti quell'Oriente misterioso e geloso, che sull'altra riva del Corno d'oro non si vede che a tratti fuggitivi in mezzo alla confusione rumorosa della vita europea.
Qui tutto è schiettamente orientale.
Dopo un quarto d'ora di cammino non si vede più nessuno e non si sente più alcun rumore.
Di qua e di là son tutte casette di legno, dipinte di mille colori, nelle quali il primo piano sporge sopra il piano terreno, e il secondo sul primo; e le finestre hanno dinanzi una specie di tribune, invetriate da ogni parte, e chiuse da grate di legno a piccolissimi fori, che paiono altrettante casette appese alle case principali, e danno alle strade un aspetto singolarissimo di tristezza e di mistero.
In alcuni luoghi le strade sono così strette, che le parti sporgenti delle case opposte quasi si toccano, e così si cammina per lunghi tratti all'ombra di quelle gabbie umane, proprio sotto i piedi delle donne turche che vi passano una gran parte della giornata, non vedendo che una striscia sottilissima di cielo.
Le porte son tutte chiuse; le finestre del pian terreno, ingraticolate; tutto spira diffidenza e gelosia; par di attraversare una città di monasteri.
Tratto tratto sentite uno scoppio di risa, e alzando il capo, vedete per qualche spiraglio un nodo di treccie o un occhietto scintillante che subito sparisce.
In alcuni punti sorprendete una conversazione vivace e sommessa da una parte all'altra della strada; ma cessa improvvisamente al rumore del vostro passo.
Passando, scompigliate per un momento chi sa che rete di pettegolezzi e d'intrighi.
Non vedete nessuno e mille occhi vi vedono; siete soli, e vi sentite come in mezzo a una folla; vorreste passare inosservati, aleggerite il passo, camminate composti, misurate lo sguardo.
Una porta che s'apra o una finestra che si chiuda, vi riscuote bruscamente come un grande rumore.
Pare che queste strade debbano riuscire uggiose.
Ma è tutt'altro.
Una macchia verde in fondo da cui esce un minareto bianco; un turco vestito di rosso che scende verso di voi; una serva nera ferma dinanzi a una porta, un tappeto persiano appeso a una finestra, bastano a formare un quadretto così pieno di vita e d'armonia, che stareste un'ora a contemplarlo.
Della poca gente che vi passa accanto, nessuno vi guarda.
Soltanto qualche volta sentite gridare alle vostre spalle: - Giaur! (Infedele); - e voltandovi, vedete sparire dietro un'imposta la testa d'un ragazzo.
Altre volte s'apre la porticina d'una di quelle casette: vi soffermate aspettando l'apparizione della bella d'un arem, e n'esce invece una signora europea, con cappellotto e strascico, che mormora un adieu o un au revoir, e s'allontana rapidamente, lasciandovi colla bocca aperta.
In un'altra strada, tutta turca e tutta silenziosa, sentite a un tratto uno squillo di corno e uno scalpitio di cavalli: vi voltate, che cos'è? Appena credete ai vostri occhi.
È un grande omnibus, che viene innanzi su due rotaie che non avevate vedute, pieno di turchi e di franchi, col suo usciere in uniforme e coi suoi cartelli delle tariffe, come un tramway di Vienna o di Parigi.
La stonatura che fa quest'apparizione in una di queste strade, non si può esprimere con parole: vi pare una burla o uno sbaglio, e vi vien da ridere, e guardate quel veicolo stupiti come se non ne aveste mai visti.
Passato l'omnibus, par che sia passata l'immagine viva dell'Europa, e vi ritrovate in Asia come al cangiar di scena in un teatro.
Da queste strade solitarie riuscite in piazzette aperte, quasi interamente ombreggiate da un platano gigantesco.
Da una parte c'è una fontana, dove bevono dei cammelli; dall'altra un caffè, con una fila di materasse distese dinanzi alla porta, e qualche turco sdraiato, che fuma; e accanto alla porta un gran fico, abbracciato da una vite, i cui pampini spenzolano fino a terra, lasciando vedere tra foglia e foglia l'azzurro lontano del mar di Marmara, e qualche veletta bianca.
Una luce bianchissima e un silenzio mortale danno a tutti questi luoghi un carattere così tra solenne e melanconico, che li rende indimenticabili, anche a vederli una volta sola.
Si va innanzi, innanzi, quasi attirati da quella quiete arcana, che entra a poco a poco nell'anima come una leggera sonnolenza, e dopo breve tempo si perde ogni sentimento della distanza e dell'ora.
Si trovano dei vasti spazi colle traccie d'un grande incendio recente; chine dove non sono che poche case sparpagliate, fra le quali cresce l'erba, e serpeggiano dei sentieri da capre; punti elevati, da cui si abbracciano collo sguardo strade, vicoletti, giardini, centinaia di case, e non si vede da nessuna parte nè una creatura umana, nè un nuvolo di fumo, nè una porta aperta, nè il menomo indizio d'abitazione e di vita; tanto che si potrebbe credere d'essere soli in quell'immensa città, e a pensarci un momento, s'è quasi presi dalla paura.
Ma scendete la china, arrivate in fondo a una di quelle stradette: tutto è cangiato.
Siete in una delle grandi vie di Stambul, fiancheggiata da monumenti, dove non bastano più gli occhi all'ammirazione.
Camminate in mezzo alle moschee, ai chioschi, ai minareti, alle gallerie arcate, alle fontane di marmo e di lapislazzuli, ai mausolei dei sultani splendenti di rabeschi e d'iscrizioni d'oro, ai muri coperti di musaici, sotto le tettoie di cedro intarsiato, all'ombra d'una vegetazione pomposa che supera i muri di cinta e i cancelli dorati dei giardini, e riempie la via di profumi.
Per queste vie s'incontrano a ogni passo carrozze di pascià, ufficiali, impiegati, aiutanti di campo, eunuchi di grandi case, una processione di servitori e di parassiti, che vanno e vengono fra i ministeri.
Qui si riconosce la metropoli del grande impero, e s'ammira in tutta la sua magnificenza.
È per tutto una bianchezza, una grazia d'architetture, un gorgoglio d'acque, una freschezza d'ombre, che accarezza i sensi come una musica sommessa, e riempie la mente d'immagini ridenti.
Per queste vie s'arriva alle grandi piazze dove s'innalzano le moschee imperiali, e dinanzi a queste moli si rimane sgomenti.
Ognuna di esse forma come il nodo d'una piccola città di collegi, di spedali, di scuole, di biblioteche, di magazzini, di bagni, che quasi non si avvertono, schiacciati come sono dalla cupola enorme a cui fanno corona.
L'architettura, che s'immaginava semplicissima, presenta invece una varietà di particolari, che tira gli sguardi da mille parti.
Sono cupolette rivestite di piombo, tetti di forme bizzarre che s'alzano l'uno sull'altro, gallerie aeree, grandi portici, finestre a colonnine, archi a festoni, minareti accannellati, cinti di terrazzini lavorati a giorno, con capitelli a stalattiti; porte e fontane monumentali, che sembrano rivestite di trina; muri picchiettati d'oro e di mille colori; tutto ricamato, cesellato, leggero, ardito, ombreggiato da quercie, da cipressi e da salici, da cui escono nuvoli d'uccelli che vagano a lenti giri intorno alle cupole e riempiono d'armonia tutti i recessi dell'immenso edifizio.
Qui si comincia a provar qualchecosa che è più profondo e più forte del sentimento della bellezza.
Quei monumenti che sono come una colossale affermazione marmorea d'un ordine d'idee e di sentimenti diverso da quello in cui siamo nati e cresciuti, che sono quasi l'ossatura d'una razza e d'una fede ostile, che ci raccontano con un linguaggio muto di linee superbe e di altezze temerarie le glorie d'un Dio che non è nostro e d'un popolo che ha fatto tremare i nostri padri, incutono un rispetto misto di diffidenza e di timore, che sulle prime vince la curiosità, e ce ne trattiene lontani.
Si vedono, dentro ai cortili ombrosi, turchi che fanno le abluzioni alle fontane, pezzenti accovacciati ai piedi dei pilastri, donne velate che passeggiano lentamente sotto le arcate; tutto quieto, e come adombrato d'una tinta di mestizia e di voluttà, che non si capisce bene d'onde derivi, e su cui la mente si ferma e lavora come sopra un enimma.
Galata, Pera, quanto sono lontane! Voi vi sentite soli in un altro mondo e in un altro tempo, nella Stambul di Solimano il Grande e di Baiazet secondo, e provate un vivo sentimento di stupore quando, usciti da quella piazza, e perduto d'occhio quel monumento smisurato della potenza degli Osmanli, vi ritrovate in mezzo alla Costantinopoli di legno, meschina, cadente, piena di sudiciume e di miseria.
Via via che andate innanzi le case si scoloriscono, i pergolati si sfasciano, le vasche delle fontane si coprono di muschio; trovate delle moschee nane, coi muri screpolati e i minareti di legno, circondate di rovi e d'ortiche; dei mausolei in rovina, delle scale infrante, dei passaggi coperti ingombri di macerie, dei quartieri decrepiti d'una tristezza infinita, dove non si sente altro rumore che il frullo dell'ali degli sparvieri e delle cicogne, o la voce gutturale d'un muezzin solitario, che grida la parola di Dio dall'alto d'un minareto nascosto.
Nessuna città rappresenta meglio di Stambul la natura e la filosofia del suo popolo.
Tutto ciò che v'è di grande e di bello è di Dio o del sultano, immagine di Dio sulla terra; tutto il rimanente è passeggiero e porta l'impronta d'una profonda trascuranza delle cose mondane.
La tribù dei pastori è diventata nazione; ma il suo amore istintivo della natura campestre, della contemplazione e dell'ozio, ha conservato alla metropoli l'aspetto dell'accampamento.
Stambul non è una città, non lavora, non pensa, non crea; la civiltà sfonda le sue porte e assalta le sue vie; essa sonnecchia e fantastica all'ombra delle moschee, e lascia fare.
È una città slegata, dispersa, deforme, che rappresenta piuttosto, la sosta d'una razza pellegrinante, che la potenza d'uno Stato immobile; un immenso abbozzo di metropoli; un grande spettacolo piuttosto che una grande città.
E non se ne può avere una giusta immagine, se non si percorre intera.
Bisogna partire dalla prima collina, quella che forma la punta del triangolo, ed è bagnata dal mar di Marmora.
Qui è per così dire la testa di Stambul; un quartiere monumentale, pieno di memorie, di maestà e di luce.
Qui l'antico serraglio, dove sorgeva prima Bisanzio colla sua acropoli e il tempio di Giove, e poi il palazzo dell'imperatrice Placidia e le terme d'Arcadio; qui la moschea di Santa Sofia e la moschea d'Ahmed, e l'At-meidan che occupa lo spazio dell'Ippodromo antico, dove in mezzo a un Olimpo di bronzo e di marmo, tra le grida d'una folla vestita di seta e di porpora, volavano le quadrighe d'oro al cospetto degl'imperatori sfolgoranti di perle.
Da questa collina si scende in una valle poco profonda, dove si stendono le mura occidentali del serraglio, che segnano il confine della Bisanzio antica, e s'alza la Sublime Porta, per la quale s'entra nel palazzo del gran vizir e nel Ministero degli esteri: quartiere austero e silenzioso, in cui sembra raccolta tutta la tristezza delle sorti dell'impero.
Da questa valle si sale sulla seconda collina, dove sorge la moschea marmorea di Nuri-Osmanié, luce d'Osmano, e la colonna bruciata di Costantino, che sosteneva un Apollo di bronzo colla testa del grande Imperatore, ed era nel bel mezzo dell'antico foro, circondato di portici, d'archi di trionfo e di statue.
Al di là di questa collina si apre la valle dei bazar, che dalla moschea di Bajazet va fino a quella della sultana Validè, ed abbraccia un labirinto immenso di strade coperte, piene di gente e di rumore, da cui s'esce colla vista annebbiata e colle orecchie stordite.
Sulla terza collina, che domina ad un tempo il mar di Marmara e il Corno d'oro, giganteggia la moschea di Solimano, rivale di Santa Sofia, gioia e splendore di Stambul, come dicono i poeti turchi, e la torre meravigliosa del Ministero della guerra, il quale s'alza sulle rovine degli antichi palazzi dei Costantini, abitati un tempo da Maometto il conquistatore, poi convertiti in serraglio delle vecchie sultane.
Fra la terza e la quarta altura si stende come un ponte aereo l'enorme acquedotto dell'imperatore Valente, formato da due ordini d'archi leggerissimi, vestiti di verzura, che spenzola a ghirlande sopra la valle popolata di case.
Si passa sotto l'acquedotto, si sale sulla quarta collina.
Qui, sulle rovine della chiesa famosa dei Santi Apostoli, fondata dall'imperatrice Elena e rifabbricata da Teodora, s'eleva la moschea di Maometto II, circondata di scuole, d'ospedali e d'alberghi da carovane; accanto alla moschea, il bazar degli schiavi, i bagni di Maometto e la colonna granitica di Marciano, che porta ancora il suo cippo di marmo ornato delle aquile imperiali; e vicino alla colonna il luogo dove era la piazza dell'Et-Meidan, in cui fu consumata la strage famosa dei Giannizzeri.
S'attraversa un'altra valle, coperta da un'altra città, e si sale alla quinta collina, sulla quale è posta la moschea di Selim, presso all'antica cisterna di San Pietro, convertita in giardino.
Sotto, lungo il Corno d'oro, si stende il Fanar, quartiere greco, sede del patriarca, in cui s'è rifugiata l'antica Bisanzio, coi discendenti dei Paleologhi e dei Comneni, e dove seguirono le orrende carnificine del 1821.
Si scende in una quinta valle, si sale sopra la sesta collina.
Qui s'è già sul terreno che occupavano le otto coorti dei quarantamila Goti di Costantino, fuori della cerchia delle prime mura, le quali non abbracciavano che la quarta collina; e appunto nello spazio occupato dalla coorte settima, che ha lasciato al luogo il nome di Hebdomon.
Sulla sesta collina, rimangono le mura del palazzo di Costantino Porfirogenete, dove si coronavano gl'imperatori, chiamato ora dai turchi Tekir-Serai, palazzo dei principi.
Ai piedi della collina, Balata, il ghetto di Costantinopoli, quartiere immondo, che s'allunga sulla riva del Corno fino alle mura della città, e al di qua di Balata, il sobborgo antico delle Blacherne, una volta ornato di palazzi dai tetti dorati, soggiorno prediletto degl'imperatori, famoso per la gran chiesa dell'imperatrice Pulcheria e per il santuario delle reliquie; ora pieno di rovine e tristezza.
Alle Blacherne cominciano le mura merlate che dal Corno d'oro corrono fino al mar di Marmara, abbracciando la settima collina, dov'era il foro boario, e c'è ancora il piedestallo della colonna d'Arcadio: la collina più orientale e più grande di Stambul, fra la quale e le altre sei scorre il piccolo fiume Lykus, che entra nella città presso la porta di Carisio e si va a gettar nel mare vicino all'antico porto di Teodosio.
Dalle mura delle Blacherne, si vede ancora il sobborgo d'Ortaksiler, che scende dolcemente verso la rada, incoronato di giardini; al di là d'Ortaksiler il sobborgo d'Eyub, terra santa degli Osmanli, colla sua moschea gentile, e il suo vasto cimitero ombreggiato da un bosco di cipressi e biancheggiante di mausolei e di tombe; dietro Eyub, l'altopiano dell'antico campo militare, dove le legioni levavan sugli scudi i nuovi imperatori; e di là dall'altopiano, altri villaggi i cui vivi colori ridono vagamente in mezzo al verde dei boschetti bagnati dalle ultime acque del Corno d'oro.
Ecco Stambul.
È divina.
Ma il cuore si sgomenta a pensare che questo sterminato villaggio asiatico si stende sulle rovine di quella seconda Roma, di quell'immenso museo di tesori rapiti all'Italia, alla Grecia, all'Egitto, all'Asia minore, di cui il solo ricordo abbaglia la mente come un sogno divino.
Dove sono i grandi portici che attraversavano la città dal mare alle mura, le cupole dorate, i colossi equestri che s'innalzavano sui pilastri titanici dinanzi agli anfiteatri e alle terme, le sfingi di bronzo sedute sui piedestalli di porfido, i templi e i palazzi che innalzavano i frontoni di granito in mezzo a un popolo aereo di numi di marmo e d'imperatori d'argento? Tutto è sparito o trasformato.
Le statue equestri di bronzo son state fuse in cannoni; le rivestiture di rame degli obelischi, ridotte in monete; i sarcofagi delle imperatrici, cangiati in fontane; la chiesa di Santa Irene è un arsenale, la cisterna di Costantino un'officina, il piedestallo della colonna d'Arcadio una bottega di maniscalco, l'Ippodromo un mercato di cavalli; l'edera e le macerie coprono le fondamenta delle reggie, sul suolo degli anfiteatri cresce l'erba dei cimiteri, e poche iscrizioni calcinate dagli incendi o mutilate dalle scimitarre degl'invasori rammentano che su quei colli vi fu la metropoli meravigliosa dell'impero d'Oriente.
Su questa immane rovina siede Stambul, come un'odalisca sopra un sepolcro, aspettando la sua ora.
ALL'ALBERGO
Ed ora i lettori vengano con me all'albergo a prendere un po' di respiro.
Una gran parte di quello che ho descritto fin qui, il mio amico ed io lo vedemmo il giorno stesso dell'arrivo: immagini chi legge come dovessimo aver la testa ritornando all'albergo sul far della notte.
Per strada non si disse una parola, e appena entrati nella camera, ci lasciammo cadere sul sofà guardandoci in viso e domandandoci tutt'e due insieme:
- Che te ne pare?
- Che cosa ne dici?
- E pensare ch'io son venuto qui per dipingere!
- Ed io per scrivere!
E ci ridemmo sul viso in atto di fraterno compatimento.
Quella sera, in fatti, ed anche per varii giorni dopo, sua maestà Abdul-Aziz m'avrebbe potuto offrire in premio una provincia dell'Asia Minore, che non sarei riuscito a metter insieme dieci righe intorno alla capitale dei suoi Stati, tanto è vero che per descrivere le grandi cose bisogna farsi di lontano, e per ricordarsene bene, averle un po' dimenticate.
E poi come avrei potuto scrivere in una camera da cui si vedeva il Bosforo, Scutari e la cima dell'Olimpo? L'albergo stesso era uno spettacolo.
A tutte le ore del giorno, per le scale e pei corridoi, andava e veniva gente d'ogni paese.
Alla tavola rotonda sedevano ogni giorno venti nazioni.
Desinando, non mi potevo levar dalla testa d'essere un delegato del governo italiano, e di dover prendere la parola alle frutta su qualche grande questione internazionale.
C'erano visi rosei di lady, teste scapigliate d'artisti, grinte d'avventurieri da batterci moneta sopra, testine di vergini bizantine a cui non mancava che il nimbo d'oro, faccie bizzarre e sinistre; e ogni giorno cangiavano.
Alle frutta, quando tutti parlavano, pareva d'essere nella torre di Babele.
Vi conobbi fin dal primo giorno parecchi russi infatuati di Costantinopoli.
Ogni sera ci ritrovavamo là, di ritorno dai punti estremi della città, e ognuno aveva un viaggio da raccontare.
Chi era salito in cima alla torre del Seraschiere, chi aveva visitato i cimiteri di Eyub, chi veniva da Scutari, chi aveva fatto una corsa sul Bosforo; la conversazione era tutta ordita di descrizioni piene di colori e di luce; e quando mancava la parola, i vini dolci e profumati dell'Arcipelago facevano da suggeritori.
C'erano pure alcuni miei concittadini, bellimbusti danarosi, che mi fecero divorar molta stizza, perchè dalla minestra alle frutta non facevano che dire ira d'Iddio di Costantinopoli: e che non c'eran marciapiedi, e che i teatri erano oscuri, e che non si sapeva come passar la sera.
Erano venuti a Costantinopoli per passar la sera.
Uno di costoro aveva fatto il viaggio sul Danubio.
Gli domandai se gli era piaciuto il gran fiume.
Mi rispose che in nessuna parte del mondo si cucinava lo storione come sui piroscafi della reale e imperiale Compagnia austriaca.
Un altro era un tipo amenissimo di viaggiatore amoroso; uno di coloro che viaggiano per sedurre, col taccuino delle conquiste.
Era un contino lungo e biondo, largamente dotato dell'ottavo dono dello Spirito Santo, che quando il discorso cadeva sulle donne turche, chinava la testa con un sorriso misterioso, e non pigliava parte alla conversazione se non con mezze parole troncate sempre artificialmente da una sorsata di vino.
Arrivava tutti i giorni a desinare un po' più tardi degli altri, tutto ansante, coll'aria d'averla fatta al Sultano un quarto d'ora prima, e tra un piatto e l'altro faceva passare di tasca in tasca, con molta cautela, dei bigliettini piegati, che dovevano parere lettere d'odalische, ed erano sicurissimamente note d'albergo.
Ma i soggetti che s'inciampano in questi alberghi di città cosmopolite! Bisogna esserci stati per crederci.
V'era un giovane ungherese, sulla trentina, alto, nervoso, con due occhi diabolici e una parlantina febbrile, il quale, dopo aver fatto il segretario d'un ricco signore a Parigi, era andato ad arruolarsi fra gli zuavi francesi in Algeria, era stato ferito e preso prigioniero dagli Arabi, poi scappato nel Marocco, poi ritornato in Europa e corso all'Aja a chiedere il grado d'ufficiale per andare a combattere contro gli Accinesi; respinto all'Aja, aveva deciso d'arrolarsi nell'esercito turco; ma passando a Vienna per venire a Costantinopoli, s'era preso una palla di pistola nel collo, in un duello per una donna, e faceva vedere la cicatrice; respinto anche a Costantinopoli, - cos'ho da fare? - diceva - je suis enfant de l'aventure; bisogna bene ch'io mi batta; ho già trovato chi mi conduce alle Indie, - e mostrava il biglietto d'imbarco -; mi farò soldato inglese; nell'interno c'è sempre qualcosa da fare; io non cerco che di battermi; che cosa m'importa di morire? Tanto ho un polmone rovinato.
- Un altro bell'originale era un francese, la cui vita pareva non fosse altro che una perpetua guerra colla posta: aveva una quistione pendente con la posta austriaca, colla francese, coll'inglese; mandava articoli di protesta alla Neue Freie Presse; lanciava impertinenze telegrafiche a tutte le stazioni postali del continente, aveva ogni giorno un diverbio a qualche finestrino di posta, non riceveva una lettera a tempo, non ne scriveva una che arrivasse dov'era mandata, e raccontava a tavola tutte le sue disgrazie e tutte le sue baruffe, concludendo sempre coll'assicurarci che la Posta gli avrebbe accorciata la vita.
Mi ricordo pure d'una signora greca, un viso di spiritata, vestita bizzarramente, e sempre sola, che ogni sera si alzava da tavola a metà del desinare, e se n'andava dopo aver fatto sul piatto un segno cabalistico di cui nessuno riuscì mai a capire il significato.
Non ho più dimenticata nemmeno una coppia valacca, un bel giovane sui venticinque anni e una giovanetta sul primo sboccio, comparsi una sera sola, che erano indubitatamente due fuggiaschi; lui rapitore, lei complice; perchè bastava fissarli un momento per farli arrossire, e ogni volta che s'apriva la porta, scattavano come due molle.
Di chi altri mi ricordo? di cento altri, se ci pensassi.
Era una lanterna magica.
Ci divertivamo, il mio amico ed io, i giorni dell'arrivo d'un piroscafo, a veder entrare la gente per la porta di strada: tutti stanchi, sbalorditi, qualcuno ancora commosso dallo spettacolo della prima entrata; faccie che dicevano: - Che mondo è questo? Dove siamo venuti a cascare? - Un giorno entrò un giovinetto, arrivato allora, che pareva matto dalla contentezza di essere finalmente a Costantinopoli, sogno della sua infanzia, e stringeva con tutt'e due le mani la mano di suo padre; e suo padre gli diceva con voce commossa: - Je suis heureux de te voir heureux, mon cher enfant.
- Poi passavamo le ore calde alla finestra a guardare la Torre della fanciulla, che s'alza, bianca come la neve, sopra uno scoglio solitario del Bosforo, in faccia a Scutari; e mentre fantasticavamo sulla leggenda del principe di Persia che va a succhiare il veleno dal braccio della bella sultana, morsicata dall'aspide, da una finestra della casa in faccia, ogni giorno alla stess'ora, un ragazzo di cinque anni ci faceva le corna.
Tutto era curioso in quell'albergo.
Fra le altre cose, dinanzi alla porta, trovavamo ogni sera uno o due soggetti di faccia equivoca, che dovevano essere provveditori di modelle per i pittori, e che pigliando tutti per pittori, a tutti domandavano a bassa voce: - Una turca? una greca? un'armena? un'ebrea? una nera?
COSTANTINOPOLI
Ma torniamo a Costantinopoli, e spaziamovi come gli uccelli nel cielo.
Qui ci si può levare tutti i capricci.
Si può accendere il sigaro in Europa e andare a buttar la cenere in Asia.
La mattina, levandoci, possiamo domandarci: - Che parte del mondo vedrò quest'oggi? - Si può scegliere fra due continenti e due mari.
S'ha a nostra disposizione dei cavalli sellati in ogni piazzetta, delle barchette a vela in ogni seno, dei piroscafi a cento scali; il caicco che guizza, la talika che vola, e un esercito di ciceroni che parlano tutte le lingue d'Europa.
Volete sentir la commedia italiana? veder ballare i dervis? sentir le buffonate di Caragheuz, il pulcinella turco? udire le canzonette licenziose dei teatrini di Parigi? assistere alle rappresentazioni ginnastiche degli zingari? farvi raccontare una leggenda araba da un rapsodo? andare al teatro greco? sentir predicare un iman? veder passare il Sultano? Chiedete e domandate.
Tutte le nazioni sono al vostro servizio: l'armeno per farvi la barba, l'ebreo per lustrarvi le scarpe, il turco per condurvi in barca, il nero per strofinarvi nel bagno, il greco per porgervi il caffè, e tutti quanti per truffarvi.
Per dissetarvi, passeggiando, trovate dei gelati fatti colla neve dell'Olimpo; se siete golosi, potete bere dell'acqua del Nilo, come il Sultano; se siete deboli di stomaco, acqua dell'Eufrate; se siete nervosi, acqua del Danubio.
Potete desinare come l'arabo nel deserto o come l'epulone alla Maison dorée.
Per far la siesta, avete i cimiteri; per stordirvi, il ponte della Sultana Validè; per sognare, il Bosforo; per passar la domenica, l'Arcipelago dei Principi; per veder l'Asia Minore, il monte di Bulgurlù; per vedere il Corno d'Oro, la torre di Galata; per veder ogni cosa, la torre del Seraschiere.
Ma è una città ancora più strana che bella.
Le cose che non si presentarono mai insieme alla nostra mente, là si presentano insieme al nostro sguardo.
Da Scutari parte la carovana per la Mecca e parte il treno diretto per Brussa, l'antica metropoli; fra le mura misteriose del vecchio serraglio, passa la strada ferrata che va a Sofia; i soldati turchi scortano il prete cattolico che porta il Santo Sacramento; il popolo fa festa nei cimiteri; la vita, la morte, i piaceri, tutto s'allaccia e si confonde.
V'è il movimento di Londra e la letargia dell'ozio orientale, un'immensa vita pubblica e un impenetrabile mistero nella vita privata; un governo assoluto e una libertà senza confini.
Per i primi giorni non si raccapezza nulla; pare che d'ora in ora o debba cessare quel disordine o seguire una rivoluzione; ogni sera, tornando a casa, ci sembra di tornare da un viaggio; ogni mattina uno si domanda: - Ma è proprio qui vicina Stambul? - Non si sa dove andare a battere il capo, un'impressione cancella l'altra, i desiderii s'affollano, il tempo fugge; si vorrebbe restar là tutta la vita, si vorrebbe partire il giorno dopo.
E quando poi s'ha da descriverlo questo caos? A momenti vi vien la tentazione di fare un fascio di tutti i libri e di tutti i fogli che ho sul tavolino, e di buttare ogni cosa dalla finestra.
GALATA
Il mio amico ed io non mettemmo testa a partito che il quarto giorno dopo l'arrivo.
Eravamo sul ponte, di buon mattino, ancora incerti di quello che avremmo fatto nella giornata, quando Yunk mi propose di fare una prima grande passeggiata, con una meta determinata, coll'animo tranquillo, per osservare e studiare.
- Percorriamo, - mi disse, - tutta la riva settentrionale del Corno d'Oro, anche a costo di camminare fino a notte.
Faremo colezione in una taverna turca, faremo la siesta all'ombra d'un platano e ritorneremo in caicco.
- Accettai la proposta; ci provvedemmo di sigari e di spiccioli, e data un'occhiata alla carta della città, ci avviammo verso Galata.
Il lettore che vuol conoscer bene Costantinopoli faccia il sacrifizio d'accompagnarci.
Arriviamo a Galata.
Di qui deve cominciare la nostra escursione.
Galata è posta sopra una collina che forma promontorio tra il Corno d'Oro ed il Bosforo, dov'era il grande cimitero dei Bizantini antichi.
È la city di Costantinopoli.
Son quasi tutte vie strette e tortuose, fiancheggiate da taverne, da botteghe di pasticcieri, di barbieri e di macellai, da caffè greci ed armeni, da ufficii di negozianti, da officine, da baracche; tutto fosco, umido, fangoso, viscoso, come nei bassi quartieri di Londra.
Una folla fitta e affaccendata va e viene per le vie, aprendosi continuamente per dar passo ai facchini, alle carrozze, agli asini, agli omnibus.
Quasi tutto il commercio di Costantinopoli passa per questo borgo.
Qui la Borsa, la Dogana, gli uffici del Lloyd austriaco, quelli delle Messaggerie francesi; chiese, conventi, ospedali, magazzeni.
Una strada ferrata sotterranea unisce Galata a Pera.
Se non si vedessero per le strade dei turbanti e dei fez, non parrebbe d'essere in Oriente.
Da tutte le parti si sente parlar francese, italiano e genovese.
Qui i Genovesi sono quasi in casa propria, e si danno ancora un po' d'aria di padroni, come quando chiudevano il porto a loro piacimento, e rispondevano col cannone alle minaccie degl'Imperatori.
Ma della loro potenza non rimangono più altri monumenti che alcune vecchie case sostenute da grossi pilastri e da arcate pesanti, e l'antico edifizio dove risiedeva il Podestà.
La Galata antica è quasi interamente sparita.
Migliaia di casupole sono state rase al suolo per far luogo a due lunghe strade: una delle quali rimonta la collina verso Pera, e l'altra corre parallela alla riva del mare da un'estremità all'altra di Galata.
Per questa c'innoltrammo il mio amico ed io, rifugiandoci ogni momento nelle botteghe per lasciar passare dei grandi omnibus, preceduti da turchi scamiciati che sgombravano la strada a colpi di verga.
A ogni passo ci suonava nell'orecchio un grido.
Il facchino turco urlava: - Sacun ha! - (Largo!); il saccà armeno, portatore d'acqua: - Varme su! - l'acquaiolo greco: - Crio nero! - l'asinaio turco: - Burada! - il venditore di dolci: - Scerbet! - il venditore di giornali: - Neologos! - il carrozziere franco: Guarda! Guarda! Dopo dieci minuti di cammino, eravamo assordati.
A un certo punto, con nostra meraviglia, ci accorgemmo che la strada non era più lastricata, e pareva che il lastrico fosse stato levato di fresco.
Ci fermammo a guardare, cercando d'indovinar la cagione.
Un bottegaio italiano ci levò la curiosità.
Quella strada conduce ai palazzi del Sultano.
[Torre di Galata]
Pochi mesi prima passando di là il corteo imperiale, il cavallo di sua maestà Abdul-Aziz era scivolato e caduto, e il buon Sultano, irritato, aveva ordinato che fosse tolto immediatamente il lastrico dal luogo della caduta fino al suo palazzo.
In questo punto memorabile fissammo il termine orientale del nostro pellegrinaggio, e voltate le spalle al Bosforo, ci dirigemmo, per una serie di vicoli tetri e sudici, verso la torre di Galata.
La città di Galata ha la forma d'un ventaglio spiegato, e la torre, posta sul culmine della collina, rappresenta il suo perno.
È una torre rotonda, altissima, di color fosco, che termina in una punta conica, formata da un tetto di rame, sotto il quale ricorre un giro di larghe finestre vetrate, una specie di terrazza coperta e trasparente, dove giorno e notte vigila una guardia per segnalare il primo indizio d'incendio che apparisca nell'immensa città.
Fino a questa torre giungeva la Galata dei Genovesi, e la torre s'innalza appunto sulla linea delle mura che separavano Galata da Pera; mura di cui non rimane più traccia.
E neanche la torre non è più l'antica torre di Cristo, eretta in onore dei Genovesi caduti combattendo; poichè la rifabbricò il sultano Mahmut II, ed era già stata prima restaurata da Selim III; ma è pur sempre un monumento incoronato della gloria di Genova, e un Italiano non può contemplarlo, senza pensare con un sentimento d'alterezza a quel pugno di mercanti, di marinai e di soldati, orgogliosamente audaci ed eroicamente cocciuti, che vi tennero su inalberata per secoli la bandiera della madre repubblica, trattando da pari a pari cogl'Imperatori d'Oriente.
Appena oltrepassata la torre, ci trovammo in un cimitero musulmano.
[Cimitero di Galata]
Era quello che si chiama il cimitero di Galata: un grande bosco di cipressi, che dalla sommità della collina di Pera scende ripidamente fino al Corno d'Oro, ombreggiando una miriade di colonnette di pietra o di marmo, inclinate in tutte le direzioni, e sparse in disordine giù per la china.
Alcune di queste colonnette son terminate in forma di turbante rotondo, e serbano traccie di colori e d'iscrizioni; altre son terminate in punta; molte rovesciate; alcune monche, col turbante portato via di netto, e si crede che sian quelle dei giannizzeri, che il Sultano Mahmut volle sfregiare anche dopo la morte.
La maggior parte delle fosse sono indicate da un rialzamento di terra in forma di prisma, e da due sassi confitti alle due estremità, sui quali, giusta la superstizione musulmana, devono sedere i due angeli Nekir e Munkir per giudicare l'anima del defunto.
Qua e là si vedono dei piccoli terrapieni circondati da un muricciolo o da una ringhiera, in mezzo ai quali s'alza una colonnetta sormontata da un grosso turbante, e intorno altre colonnette minori: è un pascià o un gran signore, sepolto in mezzo alle sue donne e ai suoi figliuoli.
Dei piccoli sentieri serpeggiano e s'incrociano in mille punti da un'estremità all'altra del bosco; qualche turco fuma la pipa seduto all'ombra; alcuni ragazzi corrono e saltellano in mezzo ai sepolcri; qualche vacca pascola; centinaia di tortore grugano fra i rami dei cipressi; passano gruppi di donne velate; e fra cipresso e cipresso, luccica giù in fondo l'azzurro del Corno d'Oro rigato di bianco dai minareti di Stambul.
[Pera]
Usciamo dal cimitero, ripassiamo ai piedi della torre di Galata e infiliamo la strada principale di Pera.
Pera è alta cento metri sopra il mare, è ariosa ed allegra, e guarda il Corno d'Oro ed il Bosforo.
È la Westend della colonia europea; la città dell'eleganza e dei piaceri.
La strada che percorriamo è fiancheggiata da alberghi inglesi e francesi, da caffè signorili, da botteghe luccicanti, da teatri, da Consolati, da club, da palazzi d'ambasciatori; tra i quali giganteggia il palazzo di pietra dell'ambasciata russa, che domina come una fortezza Pera Galata e il sobborgo di Funduclù, posto sulla riva del Bosforo.
Qui brulica una folla affatto diversa da quella di Galata.
Sono quasi tutti cappelli a staio e cappelletti piumati o infiorati di signore.
Sono zerbinotti greci, italiani e francesi, negozianti d'alto bordo, impiegati delle legazioni, ufficiali di navi straniere, carrozze d'ambasciatori, e figurine equivoche d'ogni nazione.
I turchi si fermano ad ammirare le teste di cera delle botteghe dei barbieri, le turche si piantano colla bocca aperta davanti alle vetrine delle modiste; l'europeo parla ad alta voce, sghignazza e scherza in mezzo alla strada; il musulmano, si sente in casa d'altri, e passa colla testa meno alta che a Stambul.
Tutt'a un tratto il mio amico mi fece voltare indietro perchè guardassi Stambul: da quel punto, infatti, si vedeva lontano, dietro un velo azzurrino, la collina del Serraglio, Santa Sofia e i minareti del Sultano Ahmed; un altro mondo da quello in cui eravamo; e poi mi disse: - Guarda qui, adesso.
- Abbassai gli occhi e lessi in una vetrina: - La dame aux camelias, Madame Bovary, Mademoiselle Giraud ma femme.
E anche a me quel rapido passaggio fece un senso vivissimo, e dovetti star là un momento a pensarci sopra.
Un'altra volta fermai io il mio compagno e fu per mostrargli un caffè meraviglioso: un lungo e largo corridoio oscuro, in fondo al quale, per una grande finestra spalancata, si vedeva a una lontananza che pareva immensa, Scutari illuminata dal sole.
Andiamo innanzi per la gran strada di Pera, e siamo quasi arrivati in fondo, quando sentiamo gridare da una voce tonante: - T'amo, Adele! t'amo più della vita! T'amo quanto si può amare sulla terra! - Ci guardiamo in faccia trasecolati.
Di dove viene quella voce? Voltandoci, vediamo per le fessure d'un assito un giardino pieno di sedili, un palco scenico e dei commedianti che fanno le prove.
Una signora turca, poco lontano da noi, guarda anch'essa per le fessure, e ride dai precordi.
Un vecchio turco che passa scrolla la testa in segno di compassione.
All'improvviso la turca getta un grido e fugge; altre donne là intorno mettono uno strillo e voltan le spalle.
Che è accaduto? È un turco, un uomo sulla cinquantina, conosciuto da tutta Costantinopoli, il quale passeggia per le vie nello stato in cui voleva ridurre tutti i musulmani il famoso monaco Turk sotto il regno di Maometto IV: ignudo dalla testa ai piedi.
Il disgraziato saltella sui ciottoli urlando e sghignazzando, e un branco di monelli lo insegue facendo un baccano d'inferno.
- È da sperarsi che lo arresteranno, - dico al portinaio del teatro.
- Nemmen per sogno, - mi risponde; - son mesi che gira per la città liberamente.
- Intanto vedo giù per la via di Pera gente che vien fuori dalle botteghe, donne che scappano, ragazze che si coprono il viso, porte che si chiudono, teste che si ritirano dalle finestre.
E questo segue tutti i giorni e nessuno se ne dà pensiero!
Uscendo dalla via di Pera, ci troviamo dinanzi a un altro cimitero musulmano, ombreggiato da un boschetto di cipressi e chiuso tutt'intorno da un alto muro.
Se non ce l'avessero detto poi, non avremmo mai indovinato il perchè di quel muro, che fu innalzato di fresco: ed è che il bosco sacro al riposo dei morti era diventato un nido d'amori soldateschi! Andando oltre, infatti, trovammo l'immensa caserma d'artiglieria innalzata da Scialil-Pascià: un solido edificio di forma rettangolare, dello stile moresco del rinascimento turco, con una porta fiancheggiata da colonne leggere e sormontata dalla mezzaluna e dalla stella d'oro di Mahmut, con gallerie sporgenti e finestrine ornate di stemmi e di arabeschi.
Dinanzi alla caserma passa la strada di Dgiedessy che è un prolungamento di quella di Pera, di là dalla strada si stende una vasta piazza d'armi, e di là dalla piazza d'armi altri borghi.
Qui, dove nei giorni feriali regna ordinariamente un profondo silenzio, la sera della domenica passa un torrente di gente e una processione di carrozze, tutta la società elegante di Pera, che va a spandersi nei giardini nelle birrerie e nei caffè di là dalla Caserma.
In uno di questi caffè si fece la nostra prima sosta; nel caffè della Bella vista, luogo di ritrovo del fiore della società perota, e degno veramente del suo nome; perchè dal suo vasto giardino, che sporge come una terrazza sulla sommità dell'altura, si vede sotto il grande sobborgo musulmano di Funduclù, il Bosforo coperto di bastimenti, la riva asiatica sparsa di giardini e di villaggi, Scutari colle sue bianche moschee, una bellezza di verde, d'azzurro, e di luce, che sembra un sogno.
Ci levammo di là con rammarico, e ci parve a tutt'e due d'esser pitocchi a buttar sul vassoio otto miserabili soldi per due tazze di caffè, dopo aver goduto quella visione di paradiso terrestre.
[Gran Campo dei Morti]
Uscendo dalla Bella vista ci trovammo in mezzo al Gran Campo dei morti dove è sepolta in cimiteri distinti gente di tutti i culti, eccettuato l'ebraico.
È un bosco fitto di cipressi, d'acacie e di sicomori, nel quale biancheggiano migliaia di pietre sepolcrali, che da lontano paiono le rovine d'un immenso edifizio.
Tra albero e albero si vede il Bosforo e la riva asiatica.
Fra le tombe serpeggiano dei larghi viali in cui passeggiano dei greci e degli armeni.
Su alcune pietre stanno seduti dei turchi colle gambe incrociate, guardando il Bosforo.
V'è un'ombra, un fresco e una pace che, al primo entrarvi, si prova una sensazione deliziosa, come entrando d'estate in una grande cattedrale semioscura.
Ci arrestammo nel cimitero armeno.
Le pietre sepolcrali son tutte grandi e piane, coperte d'iscrizioni nel carattere regolare ed elegante della lingua armena, e su quasi tutte è scolpita un'immagine che rappresenta il mestiere o la professione del morto.
Sono martelli, seghe, penne, scrigni, collane; il banchiere è rappresentato da una bilancia, il prete da una mitra, il barbiere da una catinella, il chirurgo da una lancetta.
Sopra una pietra vedemmo una testa spiccata dal busto, e il busto grondante di sangue: era il sepolcro d'un assassinato o d'un giustiziato.
Un armeno vi dormiva accanto, sdraiato sull'erba, colla faccia in aria.
Entrammo nel cimitero musulmano.
Anche qui una infinità di colonnette a file e a gruppi disordinati; alcune colla testa dipinta e dorata; quelle delle donne terminate da un gruppo d'ornamenti in rilievo che rappresentano dei fiori; molte circondate d'arbusti e di pianticelle fiorite.
Mentre stavamo osservando una di queste colonne, due turchi che tenevano per mano un bambino, ci passarono accanto, andarono innanzi altri cinquanta passi, si fermarono dinanzi a un tumulo, vi sedettero sopra, e aperto un involto che portavano sotto il braccio, si misero a mangiare.
Io stetti ad osservarli.
Quand'ebbero finito, il più avanzato in età raccolse qualchecosa in un foglio di carta, - mi parve un pesce e del pane, - e con un atto rispettoso, mise il piccolo pacco in un buco accanto al sepolcro.
Dopo questo accesero tutti e due la pipa e fumarono tranquillamente: il bambino s'alzò e si mise a scorrazzare per il cimitero.
Quel pesce e quel pane, ci fu spiegato poi, erano la parte di cibo che i turchi lasciavano in segno d'affetto al loro parente, sepolto probabilmente da poco; e quel buco era l'apertura che si lascia nella terra vicino al capo di tutti i sepolti musulmani, perchè possano udire i lamenti e i pianti dei loro cari e ricevere qualche goccia d'acqua di rosa o sentir il profumo di qualche fiore.
Finita la loro fumatina funebre, i due turchi pietosi si alzarono, e ripreso per mano il bambino, disparvero in mezzo ai cipressi.
[Pancaldi]
Usciamo dal cimitero, ci troviamo in un altro quartiere cristiano, Pancaldi, attraversato da strade spaziose, fiancheggiate da edifizi nuovi; circondato di villette, di giardini, di ospedali e di grandi caserme; il sobborgo di Costantinopoli più lontano dal mare; visitato il quale, torniamo indietro per ridiscendere verso il Corno d'Oro.
Ma nell'ultima strada del sobborgo, assistiamo a uno spettacolo nuovo e solenne: il passaggio d'un convoglio funebre greco.
Una folla silenziosa si schiera dalle due parti della strada: viene innanzi un gruppo di preti greci, colle toghe ricamate; l'archimandrita con una corona sul capo e un lungo abito luccicante d'oro; dei giovani ecclesiastici vestiti di colori vivi; uno stuolo di parenti e d'amici coi loro vestimenti più ricchi, e in mezzo a loro una bara inghirlandata di fiori, sulla quale è distesa una giovanetta di quindici anni, vestita di raso e tutta splendente di gioielli, col viso scoperto, - un piccolo viso bianco come la neve, colla bocca leggermente contratta in una espressione di spasimo, - e due bellissime treccie nere distese sulle spalle e sul seno.
La bara passa, la folla si chiude, il convoglio s'allontana, e noi rimaniamo soli e pensierosi in una strada deserta.
[San Dimitri]
Scendiamo dalla collina di Pancaldi, attraversiamo il letto asciutto d'un torrentello, saliamo su per un altro colle, ci troviamo in un altro sobborgo: San Dimitri.
Qui la popolazione è quasi tutta greca.
Si vedono da ogni parte occhi neri e nasi aquilini e affilati; vecchi d'aspetto patriarcale; giovani svelti e arditi; donnine colle trecce sulle spalle; ragazzi dai visetti astuti che sgallettano in mezzo alla via fra le galline e i maiali, riempiendo l'aria di grida argentine e di parole armoniose.
Ci avvicinammo a un gruppo di quei ragazzi che si baloccavano coi sassi, chiacchierando tutti ad una voce.
Uno di essi, sugli otto anni, il più indiavolato di tutti, che ogni momento buttava in aria il suo piccolo fez gridando: - Zito! Zito! - (Viva! Viva!) - si voltò improvvisamente verso un altro monello seduto dinanzi a una porta e gridò: - Checchino! Buttami la palla! - Io lo afferrai per il braccio con un movimento da zingaro rapitore di fanciulli e gli dissi: - Tu sei italiano! - No signore, - rispose, - sono di Costantinopoli.
- E chi t'ha insegnato a parlare italiano? - domandai.
- Oh bella! - rispose, - la mamma.
- E dov'è la mamma? In quel punto mi s'avvicinò una donna con un bimbo in collo, tutta sorridente, e mi disse ch'era pisana, moglie d'uno scalpellino livornese, che si trovava a Costantinopoli da ott'anni, e che quel ragazzo era suo figlio.
Se quella buona donna avesse avuto un bel viso di matrona, una corona turrita sulla testa e un manto sulle spalle, non avrebbe rappresentato più vivamente l'Italia ai miei occhi e al mio cuore.
- Come vi ritrovate qui?- le domandai; - che ne dite di Costantinopoli? - Che n'ho da dire?- rispose sorridendo ingenuamente.
- L'è una città che...
a dirle il vero, mi ci par sempre l'ultimo giorno di carnovale.
- E qui, dando la stura alla sua parlantina toscana, ci fece sapere che pe' musulmani il loro Gesù è Maometto, che un turco può sposare quattro donne, che la lingua turca è bravo chi ne intende una parola, e altre novità dello stesso conio; ma che dette in quella lingua, in mezzo a quel quartiere greco, ci riuscirono più care di qualunque notizia più peregrina, tanto che prima di andarcene lasciammo un piccolo ricordo d'argento nella manina del monello, e andandocene esclamammo tutti e due insieme: - Ah! una boccata d'Italia, di tanto in tanto, come fa bene!
[Tataola]
Attraversammo una seconda volta la piccola valle, e ci trovammo in un altro quartiere greco, Tataola, dove lo stomaco suonando a soccorso, cogliemmo l'occasione per visitare l'interno d'una di quelle taverne innumerevoli di Costantinopoli, che hanno un aspetto singolarissimo, e son tutte fatte ad un modo.
È uno stanzone grandissimo, di cui si potrebbe fare un teatro, non rischiarato per lo più che dalla porta di strada, e ricorso tutt'intorno da un alta galleria di legno a balaustri.
Da una parte v'è un enorme fornello dove un brigante in maniche di camicia frigge dei pesci, fa girare degli arrosti, rimesta degl'intingoli, e s'adopera in altri modi ad accorciare la vita umana; dall'altra un banco dove un'altra faccia minacciosa distribuisce vino bianco e vino nero in bicchieri a manico; in mezzo e sul davanti, seggiole nane senza spalliera e tavolette poco più alte delle seggiole che rammentano i bischetti dei calzolai.
Entrammo un po' vergognosi perchè v'era un gruppo di greci e d'armeni di bassa lega, e temevamo che ci guardassero con curiosità canzonatoria; ma nessuno invece ci degnò d'un'occhiata.
Gli abitanti di Costantinopoli sono, io credo, la gente meno curiosa di questo mondo; bisogna almeno essere Sultani o passeggiar nudi per le strade come il pazzo di Pera, perchè qualcuno s'accorga che siete al mondo.
Ci sedemmo in un angolo e stemmo ad aspettare.
Ma nessuno veniva.
Allora capimmo che nelle taverne costantinopolitane c'è l'uso di servirsi da sè.
Andammo prima al fornello a farci dare un arrosto, Dio sa di che quadrupede, poi al banco a prendere un bicchier di vino resinoso di Tenedo, e portato ogni cosa sopra la tavola che ci arrivava al ginocchio, mostrandoci l'un l'altro il bianco degli occhi, si consumò il sacrificio.
Pagammo con rassegnazione, e usciti in silenzio per paura che ci uscisse dalla bocca un raglio o un latrato, ripigliammo il nostro viaggio verso il Corno d'Oro.
[Kassim-pascià]
Dopo dieci minuti di cammino, ci trovammo daccapo in piena Turchia, nel grande sobborgo musulmano di Kassim-pascià, in una vera città popolata di moschee e di conventi di dervis, piena d'orti e di giardini, che occupa una collina e una valle, e si distende fino al Corno d'Oro, abbracciando tutta l'antica baia di Mandracchio, dal cimitero di Galata fino al promontorio che prospetta il sobborgo di Balata sull'altra riva.
Dall'alto di Kassim-pascià si gode uno spettacolo incantevole.
Si vede sotto, sulla riva, l'immenso arsenale Ters-Kané: un labirinto di bacini, d'opifici, di piazze, di magazzini e di caserme, che si stende per la lunghezza d'un miglio lungo tutta la parte del Corno d'Oro che serve di Porto di guerra; il palazzo del Ministro della Marina, elegante e leggero, che par che galleggi sull'acqua, e disegna le sue forme bianche sul verde cupo del cimitero di Galata; il porto percorso da vaporini e caicchi pieni di gente, che guizzano in mezzo alle corazzate immobili e alle vecchie fregate della Guerra di Crimea; e sulla sponda opposta, Stambul, l'acquedotto di Valente che slancia i suoi archi altissimi nell'azzurro del cielo, le grandi moschee di Maometto e di Solimano, e una miriade di case e di minareti.
Per godere meglio questo spettacolo ci sedemmo dinanzi a un caffè turco, e sorbimmo la quarta o la quinta delle dodici tazze che, volere o non volere, stando a Costantinopoli, bisogna tracannare ogni giorno.
Era un caffè meschino, ma come tutti i caffè turchi, originalissimo: non molto diverso, forse, dai primissimi caffè dei tempi di Solimano il Grande, o da quelli in cui irrompeva colla scimitarra nel pugno il quarto Amurat, quando faceva la ronda notturna per castigar di sua mano gli spacciatori del liquore proibito.
Di quanti editti imperiali, di quante dispute di teologi e lotte sanguinose è stato cagione questo "nemico del sonno e della fecondità," come lo chiamavano gli ulema austeri; questo "genio dei sogni e sorgente dell'immaginazione", come lo chiamavano gli ulema di manica larga, ch'è ora, dopo l'amore e il tabacco, il conforto più dolce d'ogni più povero Osmano! Ora si beve il caffè sulla cima della torre di Galata e della torre del Seraschiere, il caffè in tutti i vaporini, il caffè nei cimiteri, nelle botteghe dei barbieri, nei bagni, nei bazar.
In qualunque parte di Costantinopoli uno si trovi non ha che a gridare, senza voltarsi : - Caffè-gì! (Caffettiere!) e dopo tre minuti gli fuma dinanzi una tazza.
[Il Caffè]
Il nostro caffè era una stanza tutta bianca, rivestita di legno fino all'altezza d'un uomo, con un divano bassissimo lungo le quattro pareti.
In un angolo c'era un fornello su cui un turco dal naso forcuto stava facendo il caffè in piccole caffettiere di rame, che vuotava man mano in piccolissime tazze, mettendovi egli stesso lo zucchero; poichè da per tutto, a Costantinopoli, si fa il caffè apposta per ogni avventore, e gli si porta bell'inzuccherato, con un bicchiere d'acqua che i Turchi bevono sempre prima di avvicinare la tazza alle labbra.
Ad una parete era appeso un piccolo specchio, e accanto allo specchio una specie di rastrelliera piena di rasoi a manico fisso; poichè la maggior parte dei caffè turchi sono ad un tempo botteghe di barbieri, e non di rado il caffettiere è anche cavadenti e salassatore, e macella le sue vittime nella stanza medesima dove gli altri avventori pigliano il caffè.
Alla parete opposta era appesa un'altra rastrelliera piena di narghilè di cristallo coi lunghi tubi flessibili, attorcigliati come serpenti, e di cibuk di terra cotta colle cannette di legno di ciliegio.
Cinque turchi pensierosi stavano seduti sul divano, fumando il narghilè; altri tre erano dinanzi alla porta, accoccolati sopra bassissime seggiole di paglia senza spalliera, l'uno accanto all'altro, colle spalle appoggiate al muro e colla pipa alle labbra; un giovane della bottega radeva il capo, davanti allo specchio, a un grosso dervis insaccato in una tonaca di pelo di cammello.
Nessuno ci guardò quando sedemmo, nessuno parlava, e fuorchè il caffettiere e il suo giovane, nessuno faceva il menomo movimento.
Non si sentiva altro rumore che il gorgoglio dell'acqua dei narghilè, che somiglia alla voce dei gatti quando fanno le fusa.
Tutti guardavano diritto dinanzi a sè, cogli occhi fissi, e con un viso che non esprimeva assolutamente nulla.
Pareva un piccolo museo di statue di cera.
Quante di queste scene mi son rimaste impresse nella memoria! Una casa di legno, un turco seduto, una bellissima veduta lontana, una gran luce e un gran silenzio: ecco la Turchia.
Ogni volta che questo nome mi passa per la mente, ci passano nello stesse punto quelle immagini, come un mulino a vento e un canale all'udir nominare Olanda.
[Pialì-Pascià]
Di là, fiancheggiando un grande cimitero mussulmano, che dall'alto della collina di Kassim-pascià scende fino a Ters-Kanè, rimontammo verso settentrione, scendemmo nella valletta di Pialì-Pascià, piccolo sobborgo mezzo nascosto in mezzo alla verzura dei giardini e degli orti; e ci fermammo dinanzi alla moschea che gli dà il nome.
È una moschea bianca, sormontata da sei cupole graziose, con un cortile circondato d'archi e di colonnine gentili, un minareto leggerissimo e una corona di cipressi giganteschi.
In quel momento tutte le casette circostanti erano chiuse, le strade deserte, il cortile stesso della moschea, solitario; la luce e l'uggia del mezzogiorno avvolgevano ogni cosa; e non si sentiva che il ronzìo dei tafani.
Guardammo l'orologio: mancavano tre minuti alle dodici: una delle cinque ore canoniche dei musulmani, in cui i muezzin s'affacciano al terrazzo dei minareti per gridare ai quattro punti dell'orizzonte le formole sacramentali dell'Islam.
Sapevamo bene che non c'è minareto in tutta Costantinopoli sul quale, a quell'ora fissa, non comparisca, puntuale come l'automa d'un orologio, l'annunziatore del profeta.
Eppure ci pareva strano che anche in quella estremità della città immensa, su quella moschea solitaria, a quell'ora, in quel silenzio profondo, dovesse comparire quella figura e suonare quella voce.
Tenni l'orologio in mano, e guardando attentamente la lancetta dei minuti e la porticina del terrazzo del minareto, alta quasi come un terzo piano d'una casa ordinaria, stetti aspettando con viva curiosità.
La lancetta toccò il sessantesimo trattino nero, e nessuno comparve.
- Non viene ! - dissi.
-
[Pialì-Pascià]
Eccolo! - rispose Yunk.
Era comparso.
Il parapetto del terrazzo lo nascondeva tutto, fuorchè il viso, di cui, per la lontananza, non si distingueva la fisonomia.
Stette per qualche secondo immobile; poi si tappò le orecchie colle dita, e alzando il volto al cielo, gridò con una voce lenta, tremula e acutissima, con un accento solenne e lamentevole, le sacre parole, che risuonano, nello s
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