LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 25
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Bella gratitudine! tu ripeti.
No, Mariuccia mia, io ti sono gratissimo di quanto tu fai per me, e Dio mi vede il cuore; ma allorché considero l'aggravio che questi miei viaggi resi ormai non necessarii arrecano alla casa, me ne vergogno.
Ma di ciò basti.
Smanio di ricevere una tua lettera.
Spero di averne dimani dapoiché, secondo i calcoli che faccio, il sabato 22 tu devi avere risposto alla mia di Firenze del 18.
Temo sempre che o tu o Ciro stiate poco bene.
Non v'è alcuna ragione; lo vedo; ma provo ogni anno di più che l'amore della casa e della famiglia si va in me accrescendo con l'età.
Ieri sera trovai in un caffè il fratello di Tavani, quello che ha per moglie la Frantz.
È stato a Milano, e viaggia.
Temo però che non ritrarrà dai viaggi lo stesso profitto che può ritrarre il fratello.
Questo è un buon ragazzotto, ma a lumi si sta male.
Insomma è il sartore.
A Pisa, giovedì, pranzai con un pulitissimo e graziosissimo uomo, Aubert Muradgià Livornese, di circa 50 anni, figlio di A...
[nome illeggibile], e negoziante e possidente in detta Città marittima.
Finito il pranzo mi salutò colla maggiore cordialità e andò a gettarsi dalla cima della torre pendente.
Dalle carte trovategli si rilevò avere già tutto premeditato.
Io però non ho mai veduto uomo più presente a se stesso, più tranquillo e più indifferente.
Mi dolse assai, tanto più che aveva la stessissima faccia del fu Giuseppe Mazio mio zio.
Forse colla morte volle prevenire qualche fallimento.
Che fa Ciro mio? Ti ubbidisce? Si ricorda le promesse che mi ha date? Studia? - Ah! Mi pare mille anni che non vi ho veduto! Ti abbraccio coi soliti sentimenti di affetto
Il tuo P.
LETTERA 101.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano, 5 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Non ho subito risposto alla cara tua del 22 agosto, da me ricevuta a Genova essendo che il giorno anteriore a quello in cui mi giunse detta tua lettera te ne aveva già inviata un'altra mia in cui ti dava avviso del mio buono arrivo in quella bella Città.
Altronde mi riserbava risponderti appena arrivassi a Milano, onde anche non accumulare tante lettere contro la probabilità delle incrociature: e appresso a tutto la spesa della posta è da queste parti veramente eccessiva tanto nel mandare che nel ricevere lettere.
- Eccomi dunque a Milano sin da ieri mattina all'un'ora pomeridiana, essendo partito da Genova il Mercoldì 2 siccome credo che ti prevenissi.
Se non mi mancassi tu, se non mi mancasse Ciro, se non mancasse la mia cameretta, crederei d'essere a casa mia, tanto è gentile e affettuosa l'accoglienza che mi vanno facendo i buoni Moraglia.
Scrivo in questo momento nello studio del caro Giacomo il quale lavora accanito, e ti dice infinite cose.
Così ti saluta il fratello Peppe che ricorda anche Biscontini.
- Trovai a Genova Gaggini, e mi rivide con estremo piacere, facendomi molte e molte dimande di te.
- La lettera che mi dici avermi scritta a Firenze non mi pervenne: forse vi sarà arrivata dopo la mia partenza.
- Credo che Parriani ti avrà incaricata egli stesso di spedirgli il danaro per la posta: altrimenti il danaro dell'impostatura andrebbe a nostro carico.
Dopo l'avviso di tenere il danaro a sua disposizione egli doveva farti presentare ordine e persona ad esigere.
Ma questa è piccola cosa.
- Il foglio di Stocchi, che il messo ha perduto, fu cavato da me da vari altri fogli di perizie: mi dispiace però sempre simile perdita, in vista della estrema difficoltà che mi era costato l'indurre Stocchi a firmare dal 1826 in poi, difficoltà forse aumentabile in una ripetizione di firma.
Io meco non ho le carte necessarie alla rinnovazione del foglio smarrito, né potrò però al mio passaggio per Terni fare altro che parlare con Peppino e con Stocchi.
- Cercherò D.
Antonio.
La cognata di Moraglia non lo vide che una volta sola, e non se ne seppe più nulla.
La curiosa è che detta cognata di Moraglia un giorno prima che io arrivassi a Milano aveva impostata una lettera di riscontro ad una che io aveva inclusa per lei fra molte altre agli altri amici, in quel pacco che consegnai alla Frosconi per Calvi: il qual pacco è stato da Calvi ricevuto di recente.
Ed anche Moraglia, circa 20 giorni fa, consegnò una lettera per me ad un Milanese, muratore di professione, che si recava a Viterbo e poi forse a Roma.
Dunque dette lettere hanno ricevuto il riscontro della mia bocca prima che io le abbia lette; ciocché farò al mio ritorno.
- So che qui è Baruzzi, incaricato da te di salutarmi: lo cercherò.
- Sino ad ora ti ho giuocato a coppe: ora mi è necessario di bussarti a danari.
Mi dispiace assai di dovertelo dire; ma verso i 25 di questo mese non ne avrò più.
È vero che quantunque mi tardassero da Roma qualche giorno oltre il 25, non per questo qui mi mancherebbe da ricorrere.
Fa il piacere di salutarmi chi ti chiede di me, e ricevi da me un abbraccio affettuoso.
Il tuo P.
Bravo Cirone! Mi volevi scrivere in carta bollata eh? Studia, Ciro mio caro; e intanto io farò vedere a D.
Antonio le due righe che mi hai scritto a Genova.
Ti abbraccio e benedico.
LETTERA 102.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano, 14 settembre 1829
C.
Mariuccia
Ricevo la tua carissima, data il 5 corrente settembre.
Questa è la seconda lettera tua che mi è pervenuta, non avendo io avuto prima di essa che l'altra del 22 agosto mentre io stava a Genova.
Per la qual cosa ignoro quale specie di foglio, relativo a Vulpiani tu mi abbia dimandato.
M'immagino dal contesto della tua a cui oggi rispondo, che forse tu avrai inteso volere qualche carta di approvazione intorno alla cinquina di dilazione da accordarsi a quel debitore.
In caso che la sia così, qui annesso ti scrivo un foglio in cui ti do ampie facoltà di far tutto ciò che ti piace: se poi si tratta d'altro, tornerai a parlarmene, ed avrai pazienza, giacché io non ho ricevuto la lettera in cui me ne devi aver tenuto discorso.
- Il giorno 5 ti scrissi altra lettera in cui ti tastava il polso con espressioni anche più chiare, come avrai udito.
Ma siccome è probabile, anzi quasi certo che, dopo il 20, Moraglia ed io andiamo a fare un giretto sui laghi, e a Lugano, e a Morcò, a vedere i parenti di Fossati, nel qual giro impiegheremo circa otto o dieci giorni, affinché la lettera in cui mi spedirai (credo al solito) una cambiale, non giaccia tanto in posta, non sapendo io il preciso sul giorno della mia andata né su quello del mio ritorno, potrai indirizzare la lettera a G.
G.
Belli, il tutto in caratteri tondarelli e distinti.
- Ho trovato presto D.
Antonio.
Egli sta bene, celebra qualche messa di discreta elemosina, e sta vicino ad andare a Marsiglia.
Pare però che il pensiero di un ritorno a Roma lo vada tentando; ed io coopero alla tentazione.
Non puoi credere quante cose mi dice per te e per Ciro; e saluta poi Rossi e tutta la conversazione.
Qui a Milano è un nipote di Rossi.
- Le Frosconi partirono per Parigi due giorni prima che io arrivassi a Milano: la madre lasciò al marito una graziosa letterina da spedirsi a Roma al mio indirizzo, piena di belle espressioni per me e per te.
La Battaglini le aveva scritto di volere andare a Parigi con loro, e poi non si è fatta più sentire.
- Cencio Galli da pochi giorni è qui reduce da Londra.
C'è anche Zuccoli; c'è Frecavalli, c'è un mondo di gente che conosco.
Goditi, se puoi, qualche festa; ricevi mille saluti da Moraglia; abbracciami tanto tanto il nostro Ciro che benedico; e ricevi un bacio dal tuo P.
LETTERA 103.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano, 28 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Domenica 20 del cadente mese era il giorno in cui io doveva andare con Moraglia a fare il giro di cui ti parlai in altra mia.
Ma siccome nel precedente ordinario io non aveva ricevuto tue lettere, così immaginandomi ricevere in d.° giorno in cui arrivava il corriere feci trattenere il legno fino ad ora di apertura di posta.
Vi trovai infatti la cara tua del 15 contenente la cambiale Torlonia sopra Marietti per Lire austriache 305:50.
- Già dal giorno innanzi io aveva dato all'amico Baruzzi un mio foglio per te.
Ricevuta pertanto la tua lettera del 15 tornai a casa e scrissi in fretta un altro biglietto a Baruzzi, al quale feci ricapitarlo dal mio padrone di casa, per dirgli che giungendo a Roma te lo consegnasse insieme colla lettera datagli il giorno avanti, onde tu avessi notizia dell'arrivo di d.a cambiale.
Fatto ciò montai in legno e partii.
Tornato ieri seppi da Frecavalli che Baruzzi partì realmente il martedì 22 come aveva stabilito, ma che per certe ragioni avrebbe consumato in viaggio circa quindici giorni benché andando col corriere.
Vedendo io dunque che le mie notizie le porterebbe troppo più tardi di quello che io avrei creduto, ho pensato di rimediare al possibile con la presente, onde tu non abbia a stare in pena né per me né per la cambiale, quantunque l'avviso datoti da me precedentemente del mio giro per questi laghi etc.
ti potesse pure spiegare in qualche modo il mio silenzio.
- Il mio viaggetto adunque è terminato come cominciò, felicemente in verità, ma fra diluvii continui.
Ho veduto spettacoli prodotti dall'acqua.
I danni di queste provincie subalpine, e le rovine della Svizzera e de' luoghi circostanti sono orrendi ed incalcolabili.
Il terribile di questa Natura commossa presenta pure un non so che d'imponente in riflesso specialmente della qualità de' luoghi sopra i quali ha infierito e infierisce.
A voce ti narrerò in parte le scene di desolazione che s'incontrano, e si odono qui raccontare.
- Spero che il foglio che ti mandai per Vulpiani avrà appagato il desiderio che dovevi avere espresso nella tua lettera che non arrivò mai.
Le circostanze che mi accenni intorno a' tuoi occhi, alle tue fatiche e ai tuoi imbarazzi mi disturbano assai.
Da' mille baci a Ciro nostro che benedico.
- Cercherò del Sig.
Lucchi.
- Circa alla valuta della cambiale te ne dico qui unite due parole che se vedrà anche Spada non mi dispiacerò.
Ti abbraccio di tutto cuore.
Il tuo P.
[In foglio separato, continua:]
LETTERA 104.
Di Milano, 28 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Ebbi in tempo la cambiale Torlonia sopra Marietti per L.
austriache 305:50 unitamente alla tua lettera in cui mi dicevi in data del 15 che su detta cambiale avrei avuto la perfetta valuta di pareggio di colonnati 50, avendo tu pagato costì tutto il di più che costì e qua si sarebbe potuto pretendere pel cambio etc., onde nulla di meno mi giungesse dei detti colonnati 50 - Vedo tuttavia che il Sig.
Torlonia è più amico di S.
Matteo pubblicano che di S.
Matteo divenuto apostolo.
Il cambio de' colonnati era ed è di Lire 6 e centesimi 22 per ogni pezzo.
Ecco il conteggio
I colonnati Lire: 50.
moltiplicati p.
Lire austriache: 6:22
formano: L.
311:00
Ho avuto: L.
305:50
Scapito: L.5:50
cioè bai: 88.
- Non so perché dunque il sig.
Torlonia abbia conteggiato a 6:11 invece di 6:22, a quanti il giusto cambio giungeva, quandoché ancora quantunque il Cambio fosse stato al saggio più sfavorevole, tu eri disposta a pagare a Roma la differenza.
E neppure questo scapito si può imputare a provvigione del Banco Marietti, poiché tocca sempre la ragione che tu ti esprimesti di sborsare ogni peso al Torlonia onde a me giungessero netti i 50 colonnati.
E già sono persuaso che uniti questi 88 baiocchi, indebitamente ritenuti in onta del Cambio del giorno, al molto più che tu avrai pagato a Roma, per questa miseria di somma si sarà sopportato il 5, o il 6 per Cento.
Bel mestiere quello di S.
Matteo! - Questo santo però divenuto apostolo predicò l'obbligo della restituzione.
Ti abbraccio di nuovo e sono il tuo Belli.
LETTERA 105.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano, 14 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Nulla più disordinato del nostro carteggio di quest'anno.
Per me tu sai che ti ho regolarmente scritto da ogni luogo dove sono stato.
Vorrei lodarmi altrettanto delle lettere tue, non che tu non me ne abbia spedite, ma che le avessi io ricevute.
Già si smarrì quella prima in cui cominciasti a parlarmi di Vulpiani, la quale neppure ho più saputo dove mi fosse stata da te diretta, come non so altresì se abbi tu ricevuto il foglio che per Vulpiani ti spedii, né se andasse bene in quel modo.
Insomma dalla tua del 15 settembre latrice della Cambiale di L.
305:50 io nulla ho più veduto de' miei caratteri.
Eppure te ne riscontrai il 20 settembre per l'occasione di Baruzzi e quindi al mio ritorno da Lugano avendo udito da Frecavalli che Baruzzi partito di qui il 22 settembre si sarebbe fermato alquanti giorni in viaggio benché andando col corriere, ti ripetei alla lettera per la posta sotto il 28 onde tu non fossi in pena, quantunque da' miei precedenti avvisi tu dovessi sapere che io era andato fuori di Milano.
Da quell'epoca sino a questa mattina sono andato regolarmente alla posta tre volte la settimana all'arrivo di ogni corriere e mai nulla vi ho trovato.
Sono persuaso che ciò provenga da impicci passati ma pure ti confesso che ciò non lascia di tenermi un poco inquieto, sapendo da te che in Roma vi erano grandi malattie: senza di che tu conosci quanto silenzio incertezza e lontananza siano insieme di fastidio.
Intanto eccomi giunto all'ultimo giorno da me fissato per la mia dimora in questa Città, cosa di cui ti avrei avvisato prima se non avessi aspettato il tuo riscontro almeno alla mia del 28.
Così stando le cose e avendo io già da tre giorni preso la caparra dal vetturino per Bologna contava di avvisarti di non spedirmi qui altra lettera e mi duole che forse ve ne arriverà una allorché sarò partito: spero almeno che non vi sarà nulla di premuroso altrimenti adesso non saprei neppure dove dovrei invitarti a ripetermene il contenuto.
Eccone la ragione.
Per la stessa occasione di Baruzzi io mandai a Fossombrone una lettera a Torricelli per avvisarlo che dentro il mese corrente sarei andato a trovarlo, riservandomi a dargliene più precisa notizia circa al giorno in cui sarei arrivato, allorché fossi sulle mosse di partire da Milano oppure appena arrivato a Bologna.
Difatti oggi stesso mi disponeva a fargli la promessa partecipazione; ma che! andando alla posta - per cercare tue lettere ne ho trovata invece una di lui che mi scrive da Firenze dove si trova - per suoi affari: e dai brevi termini della sua lettera arguisco che neppure può avere avuto quel mio foglio spintogli per Baruzzi.
Ecco dunque variato tutto l'ordine del mio viaggio: e ti assicuro che qui su due piedi, stando a momenti per partire, non posso prendere nessuna risoluzione che in progresso di viaggio non mi vedessi in necessità di cambiare.
Passerò pel Furlo? passerò per la Marca? passerò per la Toscana? In poche ore che mi rimangono a restar qui e affollatissime non ho agio di poter risolvere con sicurezza.
Tu dunque dove mi scriverai? Per ora sospendi tutto.
Da Bologna ti darò più precisi dettagli e allora ti regolerai sopra quelli.
È una fatalità, ma, cuor mio, non è mia colpa.
Vado arguendo che quest'anno ci rivedremo assai prima: tanto meglio così.
Vidi il Sig.
Lucchi amabilissimo, che ti saluta.
- D.
Antonio partì per Marsiglia: ma mi pare che Roma gli ripasseggi per la fantasia.
Di' a Ciro nostro che studii e sia buono altrimenti non c'è regaletto.
Gli ho comprato una cosa per una pezzetta di Spagna.
Vedrai che vale di più: povero figlio, ci si divertirà e tu la terrai riposta come già accadde di qualche altra cosa.
Si trovava anche a Roma, ma oltre che vi sarebbe costata di più, i regali che vengono di fuori sono più graditi.
Saluti di qui, e saluti per costì.
Ti abbraccio di tutto cuore.
Il tuo P.
LETTERA 106.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bologna, lunedì 19 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Son qui da sabato in ottima salute.
Ma quel benedetto Baruzzi è curioso! Mi disse che eccettuati due giorni di dimora in Imola, veniva direttamente a Roma col corriere, e oggi ho saputo che cinque giorni fa era ancor qui.
Chi sa se arriva a Roma nemmeno per novembre! Mi ebbe poi bene avvertito Frecavalli di qualche di lui ritardo in viaggio, ma non credevo mai tanto.
- Il vivo dispiacere di mancare in tanto tempo di nuove tue, di Ciro, e della casa mi è pure ieri stato di qualche momento alleviato dal Curiale Deangelis il quale mi dice che partì da Roma il 3, e che tre giorni avanti era stato da te senza trovarti in casa.
A buon conto dunque so qualche cosa indirettamente di te sino al fine di settembre.
Spero pertanto che da quell'epoca al giorno d'oggi nulla ti sia accaduto di sinistro.
La posta per Roma parte oggi alle 3 pomeridiane, e alle 5 arriva quella di Milano.
Smanio che arrivino dunque le 5 per vedere se Moraglia mi abbia spedito qualche tua ivi arrivata dopo la mia partenza da quella città.
Sto qui aspettando Torricelli che deve arrivare da Firenze nella settimana.
Arrivandoti la presente giovedì 22 in ora che tu possa aver tempo di rispondere azzarda una linea all'indirizzo di Bologna in cui tu mi dica queste sole parole: noi stiamo tutti bene addio.
E tanto dico azzarda un sol rigo, in quanto che conosco che quantunque ti riescisse di rispondermi in pronto corso, pure la tua lettera non giungerebbe qui che domenica 28, nel qual giorno io non so se potrò più trovarmi in questa Città; nel qual caso sarà minor male che vi resti una lettera che ti sia costata la minor fatica possibile.
Tuttociò poi che devi dirmi di esteso, scrivilo sabato 27 e indirizza la lettera, senz'altro ricapito, a Fano, dove io passerò o vada o no a Fossombrone.
Vedi quanta confusione produce questo incaglio di tue lettere per un mese, motivo per cui sperando io d'ordinario in ordinario di riceverne, mi fuggì l'opportunità di avvisarti in tempo il mio itinerario, al che si è poi aggiunta la improvvisa mutazione di esso per la repentina notizia della dimora di Torricelli.
Mariuccia mia, da me non dipende il non aver fatto di meglio.
- Intanto sappi che con Deangelis non ho parlato di nulla, perché mentre io pranzava nella trattoria di una locanda, egli passò colla valigia per andar su nella stanza destinatagli, essendo arrivato in quel punto.
Mi disse due parole e poi seguì il facchino.
Allora non volli disturbarlo: stamattina non l'ho trovato quando sono andato alla sua locanda a cercarlo.
- Un bacio a Ciro.
Cento a te.
Il tuo P.
LETTERA 107.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bologna, venerdì 23 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Brava Mariuccia mia: hai pensato benissimo; e la tua lettera mi ha trovato a Bologna.
Ti assicuro che mi ha consolato più questa tua lettera che non lo avrebbe fatto un terno; mi ripongo in tranquillità dopo tanto tempo di mancanza di tue nuove; mentre è certo che dalla tua del 15 settembre nulla più ebbi, né mai vidi quel Sig.
Gamorra.
- Non so come tu abbia ad inculcarmi di passare da Terni, mentre questa è cosa che io faccio tutti gli anni, e parmi già noto fra noi che lo avrei praticato nell'anno corrente.
Ti sembrerebbe forse che io potessi chiuder gli occhi alla urgenza degli affari di casa quando riguardano te e Ciro? A me penserei meno.
Se la Cuccoma non minchiona io partirò di qui lunedì 26, e mi tratterrò una giornata in Pesaro per vedere il Sig.
Andreatini, e un altro giorno a Fano onde trovarmi allo spaccio delle lettere in caso che ve ne sia una tua.
Torricelli non può per ora lasciare Firenze.
Vorrebbe ad ogni costo che io lo rappresentassi come dice egli in casa sua perfino che egli tornasse; ma io gli ho risposto che per ogni riguardo non credo bene di andare dove manca il padrone.
Dunque tirerò di lungo, in modo che fra i Morti e S.
Carlo conto di essere in Terni.
- Ricevo grandi favori dal Dottor Mazza che ti saluta con Scarabelli; e ambidue abbracciano Ciro.
Dunque il nostro Cirone ancora non vuole studiar bene? Non dubitare, Mariuccia mia, che arriverà a tempo quanto ogni altro.
Intanto però convengo che si debba stargli sopra.
Ti salutano i coniugi Massari, ed i Celsi, e il Dottor Labella che ho veduto mezz'ora fa.
Ricordami agli amici e prendi un abbraccio dal tuo P.
LETTERA 108.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Fano, giovedì 29 ottobre 1829
Cara Mariuccia
Due righe, che il corriere parte.
Son qui da due ore.
Pesaro viene prima di Fano: dunque ciò che mi dici dell'affare Antaldi non è in tempo; ma non lo sarebbe stato neppure prima perché quantunque avessi fin da Bologna avvisato Andreatini del mio passaggio, egli non ebbe la mia lettera essendo da varii giorni assente da Pesaro e per varii altri giorni lo sarà.
La moglie e i giovani di studio ignorano tutto.
Da Antaldi non andai, perché non avendo potuto sapere da Andreatini lo stato dell'affare temei di compromettermi in qualche punto da me ignorato.
- Prendo delle intelligenze colla Marcolini (da cui pranzo oggi, e che è gravida, e ti saluta) perché potendo ritirare in tempo le carte da Pesaro le porti ella stessa a Roma per dove parte di qui il 4 di Novembre: in caso contrario ci penserà l'avvocato Cadabene.
- La Battaglini ti saluta, e ti loda del bel contratto fatto con Piombino.
La famiglia Borgogelli è in campagna: l'altra dell'abate non lo so.
- Baci mille a te, e a Ciro.
- Se io trovo vettura parto domani: se no appena la trovo.
Scrivo con le penne della Battaglini...
dunque...
Il tuo P.
La Marcolini sarà a Roma il 7 e va ad abitare tra la Stamperia camerale e i SS.
Angeli custodi in casa di un certo Bellini.
LETTERA 109.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Lettera sigillata a sigillo la mattina del
sabato vigilia di tutti i Santi dell'anno
1829, a mezzodì.
Cara Mariuccia
La vettura fu trovata appunto la stessa sera in cui ti scrissi l'ultima mia.
Partii dunque da Fano la mattina di ieri Venerdì 30, e giungerò a Terni verso il mezzodì del lunedì 2, appunto nel momento in cui il portalettere ti ricapiterà questa mia.
Già per lettera ho avvisato il Sig.
Pietro Spada di Cesi, onde avanzar tempo.
Ti ripeto quel che ti dissi, cioè di aver preso bene dei concerti fra la Marcolini e l'avv.
Cadabene sul ritiro e l'invio a Roma delle carte Antaldi.
Se giungeranno in tempo a Fano prima della partenza della Marcolini, le porterà ella stessa.
Nella combinazione attuale non ho potuto far di meglio.
- Trovai nella vettura sei orzaroli.
Gli orzaroli mi perseguitano! Uno mi sedeva accanto, tre incontro, e due in serpa.
Ma a Fossombrone, primo rinfresco a 15 miglia da Fano, passai in altra vettura con 4 gesuiti.
Ora vado facendomi santo sino a Terni.
Dico rosarii, ufizi di tutte le razze, litanie, deprofundis, salmi penitenziali, giaculatorie.
Se fosse un frate solo, alzerei un poco la testa; ma contro quattro, un solo secolare ha brutto giuoco.
Dunque mi adatto di buona grazia alle circostanze, e faccio buon viso.
Nelle ore poi di ricreazione o narriamo tutti e cinque a vicenda dei belli esempii edificanti che io per la parte mia m'invento, ovvero io leggo dei bei libri di orazione alla latina intitolati Dies Sacra, che i buoni gesuiti mi hanno offerto per divertirmi in grazia di Dio.
- Ho con me un certo mio povero libretto non scritto dal diavolo ma neppure dall'angiolo Gabriello: ma figurati, non ha più faccia di comparire, e riposa nel sacco sino a nuov'ordine.
- Sai che dicono per la locanda? Ih! guarda che bel giovanotto si portano a Roma i gesuiti per novizio.
Ecco la prima parola di vanità che da ieri mattina mi è uscita di bocca: sia detta però in semplice via di relazione de verbo alieno.
Tanti baci a Ciro e la benedizione.
- A te mille abbracci.
Il tuo P.
Cristaldi non è più lui.
Ricci forse anch'egli.
Mattei...
ma chi glielo dice? Dunque quest'anno senza dubbio si va in dogana.
LETTERA 110.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, 4 novembre 1829
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua di ieri.
- Gli Sc.
25 di Silvestro sono già in mie mani: così gli altri Sc.
15 del fratello Francesco Diomede.
Circa alle altre riscossioni periodiche non manca che De Sanctis e Peppino.
Il dare di De Sanctis per frutti del censo è di paoli i quali al ritiro prossimo del capital di Sc.
28 gli si dovranno abbuonare in diffalco della rata comodi non concessagli mai dall'ab.
Conti sin dal principio della legge che la prescrisse.
Ho poi detto prossimo ritiro del Capitale perchè il Maggiore Marco Setacci sicurtà del De Sanctis è attuale amministratore di certi fondi spettanti alla eredità del suddetto, dimodoché è suo interesse di ritenere la somma per la estinzione di un debito che graverebbe anche lui.
Mi ha dunque giurato che ne' primi mesi del 1830 questo affare sarà terminato.
- Con Peppino non ho ancora fatto i conti, ma temo anche io che pel saldo delle somme dovute da lui si dovrà accordargli qualche poco d'indugio.
Cosa faresti se non paga ora? Lo vorresti citare quando non lo abbiamo citato per emergenze più serie?
L'affare Cardinali prende sotto il mandato che si può prendere da un momento all'altro.
Egli ora si raccomanda perché lo aspettiamo fino a che si purifichi il vino della recente raccolta, lo che accaduto promette di vendere subito e pagarci.
Io voglio fargli il progetto di prendere invece la entrante quantità di vino da vendersi piuttosto a nostro conto, onde sollecitare la cosa e prevenire il caso che il contadinaccio si venda il chiaro e il torbido e si mangi i quattrini.
Se egli accudisce al progetto la cosa è fatta: se ricusa, è indizio di frode futura; e allora ordino la estrazione del mandato che vorrei eseguire sul med.° vino anziché sul terreno, giacché le esecuzioni sui fondi sono algebra ed espongono spesso al meno che sia al pericolo di dovergli aggiudicare il fondo colla rifaz.e del di più del valore, lo che nel caso nostro, stante le modicità del nostro credito, ci darebbe da fare.
Ma pare che il vino non lo tenga a casa sua, né so se riusciremo nello stratagemma di andare ad assaggiarlo per iscoprire dove si trova.
Basta, sta tranquilla: Cardinali non è attualmente in Terni, andando in giro per le fiere con la polvere da caccia: se lo vedrò ci parlerò io: se no, lascierò le cose istruite al Peppino.
Il danaro del compratore del terreno Pelucca, il danaro cioè che noi sequestrammo è già depositato in mano del negoziante Camilli.
Vi sono altri sequestri contemporanei al nostro, ma pare certo che ne avanzi per quietar tutti.
Si anderà avanti colle citazioni declarari et consignari, se bene ho ripetuto questi gerghi forensi.
Quando i Pelucca andassero in Segnatura, ciò sarebbe sempre avanti l'uditore e non in pieno tribunale stante la bassezza della somma: e questo rifugio del debitore svanirebbe mercé pochi altri scudi di spesa e poco altro tempo di indugio.
Oggi dopo pranzo, se non pioverà, salirò a Miranda per vedere il terreno Valle Caprina.
Voglio un poco vedere se si può preparare un affitto per la scadenza della Colonia che succederà al prossimo Marzo.
Certo è però che quell'oliveto è mal situato.
Pare intanto che per quest'anno dovrà produrre circa le 5 some d'olio, due e mezzo delle quali toccherebbero a noi.
Vi è per tutto una grande abondanza di olive, e l'olio abbassa il prezzo.
Il tempo però è crudo assai; e se gela addio abondanza.
La proposizione di Pietro Spada è quella stessa che rifiutammo anni addietro, l'acquisto cioè della Caprareccia.
Ho tornato a rispondergli che la Caprareccia è la dote del resto, e distratta sola pregiudica in pregio gli altri terreni.
Babocci ha qualche speranza di condurre il Monastero di Cesi ad impiegare nell'acquisto di que' fondi certe somme che va ad incassare fra non molto tempo.
Io l'ho impegnato ad occuparsene.
Venerdì dovrebbe di qui passare la famiglia Marcolini per essere a Roma o sabato o domenica, purché il Conte sempre afflussionato abbia potuto partire oggi da Fano com'era stabilito.
Allora sentirò se portano loro le carte Antaldi.
Mi dissero a Fossombrone che se non si combina con la Marchesa Antaldi stiamo male perchè il Marchese Antaldi non ha più niente del suo.
Sarebbe una bella buggiancata anche questa!
Del lasciapassare alla finfine m'importa sino ad un certo punto; dunque ti ringrazio, ma non ti dar troppa pena.
Lo vedi che D.
Antonio aveva per la testa Roma? Proprio proprio ho gran piacere del di lui ritorno, e salutatemelo tanto tanto tanto.
- La vivacità di Ciro nostro mi dà poco paura.
Lascia fare al tempo.
Qualche poco di disturbo ce lo darà, ma paura non deve darla.
Ciro, Mariuccia mia, verrà un brav'uomo.
- A Spoleto vidi Uguccioni che ti saluta.
Hai riso sui Gesuiti miei compagni? cioè, il Cielo me lo perdoni, hai riso sui fatti che accaddero fra noi? Questa lettera è già troppo piena, ma nel venturo spero dirti qualche altra cosetta ancor ella curiosa.
- Vorrei far sì che per la sera di Martedì 10 io fossi a Roma.
Addio, cara Mariuccia mia, abbraccio te e Ciro, e saluto gli altri.
Il tuo P.
LETTERA 111.
A GIOVANNI BATTISTA MAMBOR - ROMA
[1829]
Sia ammazzataccio tutti li gargantacci fracichi che accimenteno li poveri fijji de madre che nun danno fastidio a gnisuno.
Ma varda sì che bella legge de canaccio arinegato che ce vorrebbe lo spadone de San Paolo prima arremita ce vorrebbe, pe' fragneje l'animaccia drento in de la merda a ste carogne de gente ciovile che vonno parlà cor quinni e'r quinnici e cor ciovè, e poi, Cristo pe le case, te sbrodoleno giù certe azzione che nun le faria nemmanco er boja che se l'impicchi a quanti che so, ste crape che strilleno Roma e Toma e ce batteno de cassa, e rugheno come cagnacci de macello; e poi ch'edè? Si sentono un rogito de somaro fanno a fugge pe lo scacarcio.
Sentime, Titta, primo de mo te tienevo in condizione de giuvenotto de monno, ma mo te sbaratto pe' carogna quant'è vero la Madonna Santissima che nemmanco semo indegni d'anominalla.
Come, sangue de mi padre! Malappena me dicheno: Moà, Peppe, lo sai de chi è la festa oggi? - No, de chi? - De Titta Marmoro.
- e io do de guanto a la penna, che accidentaccio quanno che l'ho pijjiata in mano, che averebbe avuto in cammio da maneggià er cortelluccio.
Me viè lo sgaribbizzo de stennete sur un sonetto da Dante Argeri, e poi te manno a scrive 'na lettera de discurso de sagnatario liquida nus fragnete come brodo di trippa pe aringretatte de la povesia che m'è amancato er tempo de misuralla; me metto le cianche in collo, e m'ariscallo er fedigo e tutti l'intestibili pe arrivà ar portoncino tuo, prima che quella paciocca de tu sorella me lo sbattessi in der grugno; l'arrivo dereto, je l'appoggio; je dico de famme l'obbrigazione d'acconsegnallo ar Sor Titta che se pulisce er culo co la man dritta; e tutte ste graziosità che ecquine! E tu panzaccia de vermini d'un porcaccio da va affogato drento a un pantano de piscio de somaro piagoso de porta Leone, me vienghi a risardà cor lanzo balordo de le millanta grazie e antrettante quarantine, pe' buttamme insinente l'imprecazione de famme crepà in sanitate rospite d'er prossimo mio comm'e'tte stesso a li quinnici de st'antra settimana eh? Accidenti, va', si nun pregassi er Signore, ch'è tanto misericordioso, de fatte sciojje er bellicolo a te.
E che fa che nun caschi de faccia avanti proprio mo? - Sentime Titta: San Giovanni nun vo tracagna; e tie' all'ammente ste parole mia: nemmanco er sommo pontefice Pio Ottavio co la stora e la mitria; e er capitan Pifero co' li suoi suizzori co le guainelle fatte a pisilonne; e er Cardinal Ruzzela cor vigereggente, e li palafragneri, e li scopatori, e Monsignor Governatore co quer negozio c'arinfresca le chiappe, e tutti li cristiani e l'aretichi der monno cattolico me poderebbero tienè che si te trovo p'er vicoletto nun te mettessi un deto in bocca e un antro ner persichino pe famme de te un manicotto cor pelo indove sì e indove no, pe er tempo d'er rifriggerio; e accusì imparerai a avè un tantino più d'ingratitudine a chi te fa bene; che già come dice quello? Lava la testa ar somaro, ce perdi la lescia e er sapone; fa' carezze all'orzo, e chiamerai soccorzo; giuca co li cardi, e te n'accorgerai presto o tardi; gratta la rogna ar mulo, e te paga a carci in culo.
E mica me l'invento io sti fonnamenti che cquine, sai? Va' a sguerciatte in ner Tasso Bardasso e te li troverai drento in ner parafrigo de
Intratanto Arminia in vallombrose piante
D'antica sèrva d'er cavallo ascorta
T'ho vorsuto fa tutta sta chiacchierata pe fatte vede che nun semo carogne 'na buggiarata, e che sto pezzo de carne ce sta be' in de la bocca come a querchidunantro.
De restante io nun tiengo er dente avvelenato co gnisuno, e fa conto che ste cose te l'abbi ditte come ceci bianchi spassatempo.
Si vo' fa pace, vie' stasera da Manfredonio a li tre scalini, che c'è un vinetto badialaccio de tre fichi la baggiarola ch'arifiata li vivi e li morti ammenne.
Ce troverai Caterina la guercia, Luscia la santola, Rosa ficamoscia, Nunziatella de li Bordati de Sora, Giartruda Ciancarella, la mojje d'er froscio, la Cicoriara de ponte rotto, la peracottara de li paini, la fijja zitella de Salataccia, Tribuzzia la sediara d'er catichisimo, Menica la bagarinella de Mercato, Nanna quattrochiappe, e Agnesa mia quella che je dicheno: quanto sei bona.
- E poi ce viengheno lo Stracciaroletto de Borgo, er tornitore de San Mautte, Gurgumella, Panzella, Rinzo, Chiodo, Roscio, Cacaritto, Puntattacchi, Dograzzia, Bebberebbè, Napugliello, Cacasangue, Codone, Magnamerda, Panzanera, er cechetto de le quarantora, Feliscetto d'er mannolino, er cavarcante de Guidoni, er mozzo Russio d'er principe Cacarini, er cammoriere d'Artemisis, er Maniscarco de la linia, Galluzzo er baffutello de Monte Brianzo, er Rigattiere de la pulinara, er barbieretto de San Tomasso imperiore, lo spennitore de Palazzo, Grespigno lo scarpinello de la Subburra, li du' chirichi de San Neo e Tacchineo, Pazziani lo spazzino e er cerusico Campanile a braccetto.
Lì facemo bardoria, cantamo li ritornelli, je la toccamo co la tarantella, bevemo quer goccio, facemo le passatelle, ballamo er sartarello, tastamo er sedici a quelle paciocche: insoma ce divertimo senza l'offesa der Signore.
Dunque viecce si ce voi vienì; e si nun ce voi vienì, cocete in dell'acqua tua come li spinaci.
LETTERA 112.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Pesaro, sabato 15 maggio 1830
Mia cara Mariuccia
Appena parlato con me, mercoledì 12, l'Avvocato Bottoni dovette andare a Fano, e questa mattina ritorna.
Però non si è potuto parlare della minuta che ti annunziai nella mia antecedente.
In mancanza di affari ti racconterò alla buona un fattarello affinché tu che ami trattenerti in discorsi di nuove, trovi in questa mia lettera un poco di pascolo alla tua inclinazione.
Cominceremo col dire che per la crescente civiltà del nostro povero secolo, non v'ha più asino, per somaro che sia, che non istudii oggimai come un cane, per lasciarsi addietro i suoi emuli nella carriera delle lettere dell'alfabeto.
Così ogni onesto spacciatore di caffè in tazze, il quale non ami la sua bottega convertita in un deserto della Tebaide, deve procacciarsi al meno uno zibaldone o alla peggio un Courier des Dames, pronti uno e l'altro a pascere i faticosi ozii dell'erudito avventore bisognoso di assaporare con pausa il suo bicchier d'acqua.
- Dietro tali principii, il Caffettiere de' Nobili di questa città, Nunzio Righetti, pensando come soddisfare all'uopo, senza pagare ai ministri della posta pontificia i soliti beveraggi di agenzia, pregò un suo amorevole cliente, Banchiere della Ripa, ebreo, onde alcuno de' di lui corrispondenti di Milano lo associasse direttamente a certo foglio periodico.
Scrisse il fedele israelita al confratello cristiano, pubblicani entrambi, e gli commise di oprar sì che il Sig.
Nunzio Righetti venisse inscritto nell'Albo di tanti altri benemeriti della letteratura.
Giunto il tempo di venire la prima spedizione, la prima spedizione arrivò, puntuale come il giorno delle Ceneri appresso all'ultimo di Carnevale.
Arrivò, dico, e si vide rispettosamente diretta "A SUA ECCELLENZA R.ma MONSIG.re RIGHETTI NUNZIO APO.co IN PESARO".
- Il caro Direttore della posta, che aveva le sue buone ragioni per dichiarare ad ogni modo scismatica quella disgraziata gazzetta, letto appena l'indirizzo scandaloso, pensò di coalizzare uno contextu il lucro cessante delle sue tasche col danno emergente della dignità prelatizia: e poiché alle generose risoluzioni non va dato tempo di raffreddarsi, preso fra mani il corpo dei due peccati salì di corsa all'uficio del collega Sig.
f.f.
di Direttore di pulizia, che c'entrava come il Gloria nella messa di requie.
In quale altro modo doveva andare la faccenda? Le lacune di una stampata cedola intimatoria, buona tanto al sesso mascolino che al feminino, furono tosto riempiute a penna da uno scriba di genere neutro; e dopo un'ora appena, il Nunzio di conio lombardo stava già avanti al suo giudice per essere degradato.
- Dite un po', temerario, da quando in quà siete voi Nunzio? - Da trent'anni, otto mesi e sei giorni, Eccellenza.
- Chi vi ci ha fatto? - Il padre Curato del Duomo, Sig.
Direttore.
- Recitate voi l'imbecille? - Perdoni: avanti a V.E.
non mi sarebbe possibile.
- Volete dirmi un'ingiuria? - Non glie la voglio dire.
-Dunque voi vi spacciate all'estero per Nunzio Apostolico? - Veramente io mi spaccio per Nunzio Righetti, e quell'Apostolico sarà probabilmente un titolo disertore della corte Austriaca; poiché vorrei aver l'onore di morire qui addosso a S.E.
se ho mai avuto pel capo altri apostolati che quello di predicare indegnamente la gloria delle mie bevande calde e fredde, e di bandire la riputazione delle mie marmellate.
- Ma dunque quella Ecc.za Rev.ma come vi si è ella appiccata? - Senza merito mio, Eccellenza, e poco più poco meno come si appiccano de' cordoni rossi e delle sciarpe turchine a tanti petti indegni forse di chiudere un cuore anche da caffettiere e da tripparolo.
- Siete un impertinente.
- Sig.
Direttore, mi armonizzo per non far dissonanze.
Il Sig.
f.f., buon dilettante di chitarra francese, intese subito la malignità del frizzo; e mi duole dover ripetere tre parole lubriche nelle quali a quel punto proruppe.
Ma a storico fedele disconviene meno una oscenità che una negligenza.
-Cazzus! esclamò dunque il Sig.
faciente-funzioni, fottetemi in profosso questa carogna.
Con tutto ciò, intorno al vocabolo Carogna, non debbo dissimulare a discarico del Magistrato, che le opinioni dei filologi non vanno d'accordo: poiché se da un canto è vero che un dignitario di Roma vietò un giorno a me stesso che col ministero di quella voce io potessi indicare onestamente pure un asino morto, chi non ricorda dall'altro la purità, il candore, e la eleganza con che il piissimo Cesari di cruschevole memoria chiamò Divina Carogna, il Sacrosanto Corpo di Cristo? - Era la quistione a tai termini, quando il Circonciso, fatto avvisato dell'abbaglio del gazzettiere e del pericolo di Monsignore, comparve col copia-lettere sotto il braccio a difendere per acta et probata la innocenza del Nunzio.
L'onesto Giudeo, possessore in giro di Banca e in metallici per circa un milione, doveva chiarire ogni dubbio con somma facilità.
E così fu.
Solo si vuole, che il Caffettiere, al consueto fornimento dei dessert mosaici, si obbligasse per articolo segreto di aggiungere un'appendice in servigio de' politici e degli Epistolarii, al prezzo da liquidarsi colle differenze delle dignità e delle sportule hinc inde.
Avvisato quindi l'editor Milanese del grancio, il Caffettiere rimase e rimane in pace a costruire i pasticci.
- Buono per me intanto che il Sig.
f.f.
è andato a riunirsi a' suoi antenati!
Questi f.f.
sono lettere assai ficcanaso: ed altronde un abile poliziaco deve sapere anche quello che ignora, nella stessa guisa che un'onesta spia dice la verità fino allorquando mentisce.
Siamo al solito giuoco del corriere.
Se arriva in tempo, aggiungo: altrimenti abbraccio te, abbraccio Ciro, saluto gli amici, e spedisco.
Il tuo P.
Mi arriva la tua di giovedì 13.
La scorro con l'occhio, e vedo che tra questa mia e le precedenti ho esaurito quanto potrei qui solo ripeterti.
Solamente ti aggiungo che vidi giovedì il Corriere Belli che ti portava le carte da giuoco.
Da lui avrai avuto le mie notizie orali.
Ti abbraccio nuovamente con Ciro.
LETTERA 113.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI - MORROVALLE
[Da Pesaro, 8 giugno 1830]
...
È vero, il tempo non è mai lungo, e la regolarità abbrevia tutto.
Oltre a ciò, le medesime occupazioni ogni giorno ripetute dietro la guida del dovere e sotto lo stimolo delle affezioni domestiche acquistano ben presto ne' cuori bennati un genere di dolcezza che vanamente si cercherebbe fuori delle virtuose abitudini.
La stessa monotonia de' luoghi diviene per noi allora una particolare sorgente di piacere.
In ogni oggetto crediamo di riconoscere un testimonio delle nostre azioni lodevoli, e un compagno fidato delle care emozioni che ci premiarono l'anima al compimento di quelle.
Chi troppo cambia di esercizi e di stanza, educa i suoi pensieri al desiderio, i desideri alla cupidità, la cupidità all'intemperanza; e così da sensazioni soverchiamente variate ed attive, esce finalmente il mal frutto della trista indifferenza e del tedio tormentoso.
Al contrario in un ritiro tranquillo, in un ritorno continuo d'idee sperimentate, l'uomo moderato raccoglie la propria imaginazione in se stesso, e la impiega ad esaminare meglio le risorse ed il fine della esistenza.
Famigliarizzato ogni dì più con que' suoni, con que' colori, con quelle forme, con quelle fisionomie del giorno precedente, si ritrova in costante accordo con loro, e fingendosi del resto un mondo a suo modo, lo accomoda facilmente alle modificazioni del suo spirito.
Quando le passioni dell'uomo ristretto dentro un circolo angusto di terra si celano alla onnipotenza dei casi, il di lui cuore trova nell'ozio di esse quella placida spensieratezza che ne deriva i benefici elementi della felicità.
E quando la mente di lui, affrancata dall'esterne distrazioni, conservi la libertà di se stessa, può allora conoscere l'intenzione della natura, seguirne le leggi, adoperarne i soccorsi, ad aspettare in pace dalla di lei fedeltà l'adempimento delle speranze della vita.
Per dirvi ora due parole di me vi assicuro che al punto della vita a cui sono, cominciano già assai a potere su di me i pensieri di riposo, di semplicità e di futura consolazione.
La vita umana, oltrepassato di poco il suo mezzo, non si compone più che di reminiscenze, le speranze e i progetti periscono in un fascio appena la mano fredda del tempo ne addita la tardità in ogni nuova intrapresa.
Senz'altro avviene che di un dolore esasperato ogni dì più dall'idea della distruzione che si avvicina, la virilità precipita nella vecchiezza, e guai, guai a que' vecchi che non si saranno preparati di buon'ora una riserva di conforto! Schivati nell'universo, espulsi dirò quasi dal posto che occupano nella società, costretti a cedere vigore, bellezza, salute, carezze a chi gl'incalza senza posa alcuna, essi rivolgonsi indietro aridi e afflitti spettatori degli altrui godimenti, a cui non è più loro lecito aspirare.
La gioventù, oltre all'allegrezza sua propria, può trovare de' piaceri dovunque, e fino negli stessi difetti degli uomini; laddove la vecchiezza sfortunata non può rifugiarsi che nelle loro scarse virtù; al giovane è sempre aperto il gran teatro delle illusioni a traverso alle quali i contemporanei si offrono a lui; pel vecchio non rimangono che le risorse della realtà, quasi tutte pur troppo dure e desolanti.
L'anima sua s'inasprisce, e i suoi difetti non più velati da alcun'apparenza di amabilità, lo abbandonano al solo conforto della pazienza e della compassione.
Per risparmiarmi pertanto al possibile la umiliazione di que' generosi sentimenti, io penso di fabbricarmi una felicità domestica, una felicità tutta indipendente dalle vicende del mondo; e ringrazio la Provvidenza che mi abbia concesso un piccolo amico, il quale, ricordevole forse un giorno dei diritti acquistati dalle mie cure alla sua riconoscenza, mi amerà, spero senza le viste interessate della personalità.
Ancor io, dunque, se potessi, sceglierei asilo in un angolo ignorato di terra, dove l'elezione congiunta con la necessità mi abituassero poi grado a grado a far di meno di agi di strepito, di varietà, di appetiti, di gloria, di tutto ciò insomma che aggirandosi nell'eterno vortice delle cose peribili, ci vieta di pensare a noi stessi.
L'amicizia di un mio figlio, e quella al più di un altro compagno che io avessi incontrato per la strada solitaria scelta per mio viaggio all'eternità, potrebbero bastarmi per dire: Ecco una vita che finirà senza rammarico...
LETTERA 114.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
D'in sull'Isauro, il giorno de'
SS.
Giovanni e Paolo M.M.
[26 giugno 1830]
Caro Checco
Sono molti giorni trascorsi dacché io doveva e voleva rispondere alla tua giunta, venutami nel riscontro del Sig.
Biagini, il quale si azzarda a scrivermi su carta intonsa! Questo lusso incivile non ancora dai libri si era esteso ai pistolarii.
Tanto ti dico e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(Chiari)
Tenerissimo l'epitaffio per la cara defunta! Parmi che già da lungo tempo meditandolo tra me ne facessi lettura.
Ti ringrazio ora di questo dolore, che mi è piaciuto di rinnovare.
Ma guarda che orecchiaccio egli è il mio! E non mi si è ficcato mo in capo che il volle fare del titolo avrebbe giovato meglio alla malinconia posto prima di Della sorella sua?
È una mia incaponatura (badiamo alla p.); ma questo vuol dire avere una testa.
Bell'essere acefalo.
Ho mandato incartati a Torricelli i saluti tuoi e quelli del Sig.
Domenico Cianca, pel quale ho pure riverito il conte Cassi.
Torricelli poi vi rifà salutati (come Coluccio) entrambi.
E già che siamo sulle spalle del Cianca, calchiamole un'altra volta, e poi basta.
Digli così: il gran Padre Destino ha dato un'accettata sulla corda che doveva legare Gazzani e la Ducrò.
Quella si è spezzata e questi se ne sono portati un pezzo per uno.
Silenzio tanto sulla corda che si fabbricava quanto sul taglio che l'ha troncata.
Se ne parlerà a suo tempo.
E voi che diavolo v'impasticciate di nuove, di passione e di gazzette? Faccio quello che mi pare, disse figurino.
- De' nostri progetti parleremo meglio a voce: spero presto.
Auguro davvero di cuore un ristabilimento a quella povera Erminiuccia! Abbracciami Peppe, e il buono...
no, ottimo Giorgieri.
Ma eh? Povero Giorgio IV! ad uso di ricetta.
-
Ed ora avremo forse un recipe Guilhelm pro usu.
Pillola dura! E il Lord Wellintone, che farà? -
Oh pure i grandi romori nel gabinetto di Queluz!
La Porta si sganghera.
Santa-Fé gronda: Gallia arde.
A Buenos Ayres tira aria cattiva.
Megico dà in ciampanelle: Don Fernando cogliona i figli maschi di S.
Luigi: Dante Algeri prepara una tragicommedia cum notis variorum.
S.
Nicholaosko piglia Armeni in Salviano, se non li compera a sconto di pigione.
Intanto le nuove elezioni oltre-monte si affrettano; i Dipartimenti bestemmiano per carità; e il Ministero cerca di lavorarli alla Polignacca.
Lauda finem.
Tanto ti aggiungo e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(aut.
cit.)
Ecco, c........!, come si sviscera il Mondo!
Spero di partire di qui tra pochissimi giorni.
-
Mettiti sulla porta, e quando passano amici, fa loro un baciamano per me.
Ma quel P.L., p.e.
o ex gr? Scrive, canta e stampa, che l'andrà bene? Veramente questa la indovinerebbe anche Giona che non dava sempre nel segno.
Oh buon Cavalierino! In Africa avrebbe ragione Maometto; e la profezia prudente rivolterebbe la testa.
Tutto il vaticinio è infiammato dallo spiro di Domus-aurea.
Ma se poi si apre la foederis-arca che qualche altro profeta minaccia? Allora...
ma perché si ha da aprire? Lasciamola chiusa; e abbracciamoci che è tempo.
Il tuo 996.
LETTERA 115.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Pesaro 13 luglio 1830 alle 10 antimeridiane
Checco mio
Bene fecisti, Caterinella.
A Ferretti voglio sempre bene; e diglielo.
Dunque sta meglio? Gaudeo.
- Sai? Da queste parti tutti mi dimandano che sia certo Avv.
Andrea Bàrberi che scrive circolari onde spacciare una traduzione sua del prezzo di 4 paoli.
Io rispondo: è un giudice.
- Che razza di giudizii va dunque facendo degli uomini? essi rispondono: - ed io: Uhm! - Sarà due ore un tal Piatelletti Ministro di Casa Antaldi mi ha domandato se io conosceva Piccardi.
Il Piatelletti non sa che fare del segreto lasciatogli da Piccardi in corpo.
Ed eccoti la tua lettera che mi parla di Piccardi.
Lo troverò in istrada perché io parto a mezzogiorno in diligenza.
Ecco perché scrivo male; ché del resto...
eh! eh! - Abbraccia te e lo Sdiquilito
Il tuo Belli
LETTERA 116.
A LUIGI VIVIANI
[6 agosto 183]
Ho finalmente avuto gli elementi del metodo Jacobot, concernenti i principii d'insegnamento universale secondo il principio della emancipazione intellettuale, da cui la Francia e più il Belgio vanno attualmente ottenendo conquiste di dottrina assai vicine al prodigio.
Non più i processi barbari dall'incognito al cognito, ma dal manifesto all'occulto: non il falso spirito di sintesi, fra non intesi elementi; ma la benefica ragione d'analisi stabilita sopra idee già possedute: ecco quel che prepara nell'età nostra alle menti puerili uno sviluppo maraviglioso di quelle facoltà che non negate dalla Natura quasi ad alcuno, la educazione conserva in così pochi alla società defraudata.
Ma io la prego di credermi: l'opposizione completa e dirò diametrale che questa moderna scoperta presenta incontro ad ogni vecchia pratica d'istruzione, dovrà in Roma richiamare gl'istruttori alla qualità de' discepoli, prima che possa dare alla patria un allievo: danno, da durare ai figli e ai padri che gli amano, finché la prepotenza del pregiudizio e dell'interesse non sarà vinta negli educatori dalla verità e dalla filantropia.
Per me, voglio io stesso fare una prova sopra me stesso onde il mio Ciro colga il frutto di un sistema di associazione ideologica, stato sempre consono co' miei principii, tanto che vado quasi orgoglioso d'averla presentito in certi miei lavori di storia, delineati presso a poco sul disegno che oggi nel Nord si colorisce con sì bel premio di successi.
Del resto mi piacerà di sapere se la enciclopediola che ho avuto l'onore di procurarle Le sembri almeno capace d'insinuare ne' Suoi cari bambini le elementari nozioni delle quali il Mondo Nuovo non permette più la ignoranza...
LETTERA 117.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, martedì 28 settembre 1830
Mia cara Mariuccia
Mentre sto aspettando la tua lettera di oggi, che il corriere di dimani mi dovrebbe certamente recare, ti andrò dicendo due parole e sulla tua del 25 e sulle altre nostre cosette di affari.
In primo luogo ti confesso che la mancanza di tuoi caratteri nell'ordinario di domenica scorsa mi aveva un poco sorpreso, stante la talquale importanza delle tue risposte: ma lungi dall'attribuire il tuo silenzio a tua omissione, io lo riferiva ad impicci di posta.
E quasi fu così.
Appena pranzato ieri vidi arrivarmi Gnoli correndo, il quale avendo rifrescato a Narni era solamente di passaggio, ed aveva lasciato in piazza il legno e i suoi tre compagni di viaggio.
Da lui seppi la dimenticanza dell'impostamento, ed ebbi la tua lettera.
Uscii per riaccompagnarlo alla carrozza, e trovai la sua compagnia essere tre curiali: Caramelli e Polidori diretti a Venezia, e Federici (quello che sposò la figlia vedova dell'Ambrosi) incaminato a Milano.
Tredici miglia lontano da Roma aveva ribaltato per un ruotino uscito dall'asse: essi però fortunatissimi non si fecero neppure un livido, né il legno soffrì nemmeno una graffiatura.
A Civita il vetturino ebbe la nuova della morte di un suo fratello, e qui poi ha dovuto prendere un rinforzo di cavalli.
Malgrado tutto ciò i 4 viaggiatori hanno in due giorni allegramente potuto percorrere la via da Roma a Spoleto.
- Mentre io rimetteva in legno l'avv.
Gnoli fra le corna di due o trecento bovi perugini che passavano per Roma, eccoti un'altra vettura di passo! Chi è? È Puccinelli con tutta la sua famiglia che va a visitare il figlio maggiore nel Collegio di Spello.
E qui toccate di mano, addii, etc.
etc.
Gnoli ha ritratto dal viaggio molto giovamento, e questo puoi farlo credere con sicurezza alla moglie che mi saluterai.
- Nulla ti dissi di Spoleto, non avendo ciò merito di occuparmi.
In quattro giorni ho veduto, letto, e disposto.
Credo che potrà andar bene.
- Va bene dell'inscri.e Trivisani.
E Deminicis non risponde! Uhm! - Circa a Frosconi avrai comunicato la risposta a Zuccardi.
Insomma, cos'è? È poi svanita la fortuna dello zio della moglie? o che sia morto? Ma se fosse morto lasciandole bene, esse non avrebbero abbandonato la loro benedetta Parigi.
Mi confondo.
- Se rivedi il Marchese Antici salutamelo; anzi per suo mezzo vorrei (se fosse possibile) far chiedere scusa al Sig.
Honory se nell'unico momento in cui lo vidi, il bisogno del dire e del dimandare altre cose mi fece mancare al dovere di offerirgli la società ristretta della nostra casa.
Potresti per mezzo del Marchese Antici, a tuo e mio nome, far supplire? - Le notizie di Ciro nostro mi consolano assai.
Io penso di occuparmi molto della sua vita, se Iddio prolunga la mia.
Dagli tanti baci per me; e ringrazia Stanislao.
- Venendo ora all'affare con Peppino, non credere che mentre io procuro di persuaderti pro bono pacis, io non traveda il punto vero della ragione; ma che vuoi fare con questi cervelli duri e storti come corni? Se Fratocchi non ti farà per la tua porz.e qualche agevolezza avremo evitato con 25 paoli un'altra tiritera che finirebbe il giorno del giudizio.
Tu sai che con altre persone e in altri affari ho voluto e saputo sostenere il tuo diritto, ma qui mangio ad una tavola e tratto con gente diversa, e mi parrebbe aver l'aria di un cursore sotto le cibarie, malgrado tutto lo splendore del dritto che esercitassi.
Quindi accetto con riconoscenza l'arbitrio che mi dai.
Se peraltro fosse in tempo (come credo bene) di togliere dalla procura l'espressione delle spese del rogito di essa, potrei procurare di fare un altro tentativo per fartele risparmiare: altrimenti lasciamo correre.
- Saluta e ringrazia Pippo.
Qui piove sempre, e vi son feste d'ogni genere per la fiera di Campitello.
Io non esco mai di casa, e passeggio assai pel salone.
- Ricevo la tua del giorno corrente: qui non c'è più carta: dunque ti aggiungerò un altro mezzo foglio.
Ti abbraccio di cuore.
LETTERA 118.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 1° ottobre 1830
Mia cara Mariuccia
Avrai avuto la mia di mercoledì 29 settembre.
In quest'ordinario non ho avuto tue lettere: spero che ciò sia per aver tu mancato ieri di tempo in cui rispondere alla sudd.a mia.
Nella notte da mercoledì a giovedì alle 11 meno 10 secondi pomeridiane, si è sentito un terremoto molto forte e ondulatorio a quanto mi parve.
Io aveva cenato da mezz'ora e stava scrivendo appunto la parola terremoto per servirmene in certo mio lavoro.
Appena chiamato rispose.
Scrivo in una bottega: che penna! Ti abbraccio, e mi riporto all'ultima mia.
Sono il tuo P.
Mille baci a Ciro.
LETTERA 119.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, giovedì 26 maggio 1831
Mia cara Mariuccia
Parve un destino! Non dirti neppure addio prima di partire benché fra noi ne fosse poco prima stato parlato! Ma Publio stava alla finestra del camerino fumando; Menicuccio andava su e giù seguitando i facchini: io in sala a far la guardia alla casa e al bagaglio che restava tuttavia su.
Quindi dovetti scendere io stesso per invigilare alla collocazione e alla salvezza degli oggetti: allora chiamato discese anche Publio, e Menicuccio salì.
In questo io avrei dovuto ritornare su a salutarti, ma il vetturino m'intontì colla fretta e partì.
A Fontana di Trevi mi accorsi del mio mancamento, e ne mostrai gran rammarico.
Publio voleva tornare indietro, ma a me parve tardi, ed oltre a ciò cosa irregolare il ribussare alla porta, e far rialzare Menicuccio che forse già rientrava nel letto.
Tu mi avrai peraltro aspettato, e ti sarai maravigliata del mio procedere; e se forse il moto del legno non ti avesse avvertita della mia partenza, non avresti saputo che pensare non vedendo più alcuno.
Publio però e questi della famiglia possono essermi testimonii del rammarico che fin qui ho sempre dimostrato del fatto.
- Alle 4 uscimmo dalla porta Maggiore, cioè circa alla levata del sole; ed all'avemaria eravamo già sotto le mura di Veroli: viaggio felicissimo, eseguito con rapidità, interrotto da sole tre ore di rinfresco cioè due a Valmontone, 25 miglia da Roma ed una all'osteria di Alatri, 5 miglia distante da Veroli: viaggio, ripeto, felicissimo, in ottimo legno, con eccellente vetturino, pieno di libertà e comodo, sotto begninissimo cielo, e sopra una lieta strada fra amene campagne.
Qui ho trovato affettuosa ospitalità, casa superba, e clima eccellente, benché ancora alquanto freschetto.
Io arrivai così leggiero come quanto partii: 60 miglia mi parvero una delle trottate fatte da noi insieme per Roma.
Sto bene, ho appetito, e odo dirmi che di ora in ora mostro un viso più chiaro e più vivo.
Miracoli, so bene, l'aria non ne fa; ma pure il buon'animo che accompagna queste assicurazioni de' miei ospiti mi riempie di gratitudine e di fiducia nell'avvenire.
Della festa qui celebrata martedì a sera e ieri per la...
LETTERA 120.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 7 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Sono al solito dispiacere, di udirti così oppressa di fatiche, delle quali quando sono lontano non posso darti un sollievo, e quando son vicino neppure, mentre tu sempre mi ripeti esser la nostra una barca da condursi da una sola mano: la qual cosa per dir la verità nella massima parte la credo.
Ma almeno allorché la perversità de' tempi vorrà permettertelo, procura di prendere qualche poco di svario.
Anche qui la stagione va strana.
Allorché arrivai, trovai freddo; poi il tempo parve rivolgersi al buono: da qualche giorno però sono tornate acque, venti e stravaganze.
Intanto io sto coperto della mia lana, e non soffro di simili variazioni.
L'appetito regge e le guance pare che si rigonfino alquanto.
- Io stesso ho secondato i tuoi sproni su Publio onde fissi con la madre la mia dozzina.
Egli però soffre di una porzioncella di quella indolenza che rimprovera nel fratello Icilio; questo non nuocendo nulladimeno alle di lui buone qualità.
Ma spero che lo farà quanto prima e te ne darà ragguaglio.
Egli già non è affatto capace di dolo; perciò solamente per tuo avviso ti faccio sapere che la vettura sin qui con tutte le spesette straordinarie di viaggio fu da noi due pagato a metà.
Col vetturino verolano avrebbe pagato lui avendoci affari particolari.
Ma questo motivo non sussisteva più con un altro conduttore.
- Vedremo cosa saprà fare quel capo-d'opera di Vulpiani.
Io credo che se egli si approfitterà della ospitalità che noi già gli offrimmo per un mese, non ci sarà lecito di tirarci più indietro.
Dio volesse che ciò potesse contribuire a far risorgere i di lui affari onde migliorino anche i nostri con esso.
Ma particolarmente in queste circostanze di tempi, chi sa! - Dimmi un poco: trovasti un tomo del Giraud che Publio lesse la sera antecedente alla nostra partenza? Mariuccia mia da' mille baci a Ciro nostro, e benedicilo.
Amami poi e credimi il tuo P.
che ti abbraccia di cuore.
LETTERA 121.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 14 giugno 1831
Di molta soddisfazione mi sarebbe riuscito e mi riuscirà quandunque sia il vedere il carattere del nostro caro Ciro ed in esso una prova del di lui ben essere.
Ma poiché, siccome benissimo tu dici, una lettera, per quanto breve la si voglia, egli da per sé non potrebbe né concepirla né farla, così sono contentissimo che ciò accada allorquando la necessaria assistenza ti resterà meno incomoda a prestargliela.
Intanto abbraccialo di tutto cuore per me.
- Publio mi risponde che egli ti ha scritto nell'ordinario scorso, cioè sabato 11.
Sul proposito però della mia dozzina non ha fatto fin qui nulla, e questa mattina alle mie istanze assai premurose opponeva l'essere a me facilissimo l'offrire quello che mi paresse secondo la proporzione del trattamento che io vedo farmisi.
Il trattamento è quale in una famiglia si può desiderare; ma che io mi avanzi a fare offerte o contrattare su ciò che deve non solo risguardare un interesse mio personale ma la stessa mia propria delicatezza, lo vedo oltre le forze del mio carattere.
Quindi alle nuove preghiere da me avanzategli affinché accomodi egli questo affare secondo il già convenuto concerto, mi ha promesso che certamente lo farà, e che tu poi senza complimenti conchiuderai a piacer tuo.
Circa al Sig.
Bochet, qualora dietro buona giustificazione tu avrai sborsato del denaro al di lui raccomandato, per altrettanto di meno accetterai e pagherai l'ordine, se mai te lo spedisse per l'intero senza prima essersi con te chiarito sui pagamenti anteriori.
Io mi ricordo assai bene che quando Vulpiani disse di voler venire a Roma, aggiunse che avrebbe seco condotto il figlio Domenico.
Per lo che la nostra offerta non avrebbe oggi cambiato termini.
- Non saresti per avventura stata un po' troppo generosa col Dottore in proporzione del numero delle visite? Nulladimeno non trovo a ridire su quel che hai creduto di fare, tanto più in riguardo alla buona ed amorevole cura da lui usatami.
- In casa Falconieri è difficile che la conversazione si regga.
Co' begli anni fuggirono loro anche tutte le belle e piacevoli cose.
Pure è gente che merita molto pel loro buon cuore e la loro costante amicizia.
- Mi dispiace assai il funesto caso di Angelina, e neppure ho udito con indifferenza la disgrazia dell'amica di Margherita, quantunque non la conoscessi.
- È certo che la pendenza Trivisani può contarsi a veglia!
Ringrazio senza fine il buono amico Stanislao del gentile paragrafo da lui aggiunto sotto la tua lettera degli 11.
Piacevoli mi riescono le cose che egli mi dice circa alla mia salute, ed altrettanto grate le notizie del Torricelli, al quale ha sul mio conto risposto benissimo, ed il vero.
Mi sorprende però di vedere la tardanza del di lui raggiungere il suo.
M.r Delegato di Ascoli.
A quest'ora lo avrei creduto partito.
- Vedendo Biagini salutalo tanto tanto, e dimandagli se è finita la faccenda pecuniaria con Scifoni e Marini.
Saluto tutti gli amici, e ti abbraccio con vera affezione.
Il tuo P.
LETTERA 122.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, sabato 8 giugno 1831
Non mi fa maraviglia che nel passato giovedì non avessi tu ancora alle 2 pomeridiane ricevuto la mia del 14, n° 4, mentre sai bene che talvolta il portalettere tarda.
Quel che mi fa specie si è come giovedì tu non avessi avuto ancora la lettera che Publio mi torna ad accertare di averti spedita la sera di sabato 11.
In quella egli dice che ti dava discarico a quel che ti doveva dire.
Dentro questa stessa settimana però egli ti ha scritto un'altra volta per mezzo del vetturale Geralico che fa ricapito a Grotta-Pinta; e in questa lettera deve averti parlato della mia dozzina.
Spero che a quest'ora ti sarà arrivato tutto.
- Diverse cose mi vanno passando per la mente riguardo agli ostacoli che tu mi dici insorti nell'affare Corsini.
Non te ne tengo ciononostante proposito, onde non pormi a fare l'indovino.
Mi duole però assai che anche questo sia venuto ad aggiungersi alle altre tue non poche brighe.
- Ciro, ripeto, lo farai scrivere quando potrai: intanto mi basta di sapere che egli, unitamente a te, stia bene.
- A Stanislao replicai nell'antecedente.
- Il Sig.
Dolcibene a te cognito mi fece molte cortesi esibizioni prima della mia partenza: profitterei della sua bontà se mi facesse venire alla prima occasione di un Conduttore di Diligenza (diligente) tre scatolette di terra-cattù di Mondini e Marchi speziali a S.
Paolo in Bologna, delle quali una con aroma, e due senza aroma.
In tutto saranno tre paoli, costando un paolo l'una.
Colla prima occasione poi che si presenterà, dopo venute da Bologna, mi farai il piacere di mandarmele.
- Mi dirai poi qualche cosa in proposito alla mia dozzina di cui non so nulla.
Spero che sarà una cosa discreta.
Alla presente (se non hai cose di somma importanza) non rispondere subito, onde rimetterci in corrente senza incrociature.
Amami, Mariuccia mia, e sta bene.
Il tuo P.
LETTERA 123.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 21 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Nella carissima tua di sabato 18 cominci colla mia salute, di un nulla io ti aveva detto nella mia antecedente.
Ma tu hai riflettuto benissimo: niuna nuova, buona nuova.
- Publio, oltre alla lettera ch'egli sostiene averti inviata coll'ordinario degli 11, ed oltre ancora all'altra rimessati per via del vetturale che va a Grotta-Pinta, te ne ha scritta una terza nella quale riepilogò tutto.
Questa poi mi pare sicurissima perché andai ad impostarla io stesso il giorno 18 insieme con la mia n° 5, la quale avrai certamente ricevuta.
Ieri Publio andò a Frosinone e torna questa sera.
Là ci è stata la festa di S.
Silverio Protettore della Città.
Tanto egli quanto l'amico che ve lo ha condotto colla sua carrettella volevano condurvi anche me, ma tu sai se un paio di migliaia di corna di buoi e quattro migliaia di zoccoli di cavallo sieno oggetti di chiamarmi a correre.
E quando vi avrai aggiunto un fuochetto artificiale di 20 o 30 scudi ecco tutto ciò che deve far superare l'antipatia di trovarsi in luoghi strettissimi in mezzo a una confusione di villani.
Vi andrò anch'io a Frosinone, ma a cose quiete: tanto più che amerò di vedere Renazzi e la moglie.
- Vedi che circa ai pagamenti Bochet non accadranno incrociature, e forse questo modo di pagamento a rate potrà, credo, riuscirti più comodo; quantunque tu mi risponderai che se il francese non ti avvisa prima, la dilazione delle rate equivale a zero.
Sempre mi confermo che non giudicai male della certa specie di eccessività nel pagamento del medico: e vedi che tu pure ti eri tenuta agli Sc.
44, che andavano benissimo.
E poiché non mi avevi fatto la storia della discrezione dottorale, io dovetti crederla generosità tua.
Or guarda che lappa che è quel sig.
Medico! Bisogna che creda che durante questa mia ultima malattia abbiamo vinto un terno.
Nella malattia antecedente per 40 visite si contentò di Sc.
10, che tornano a bai: 25 per visita; ed ora ha portato il suo merito sino quasi alli paoli 5 per ogni salita di scale.
Bel guadagnare circa uno scudo al giorno, in venti minuti, con una sola clientela! Per Bacco nuoce quasi più il medico che la malattia!
Se tu vuoi vedere lo specchio delle nostre ipoteche attive, va' al credenzino del mio lavamani, e nei vani che passano tra protocollo e protocollo troverai inserito un mezzo foglio di carta che le comprende tutte, meno quella circa Peppino rimasta in bianco per la indolenza invincibile di Garavita.
Detto foglio, appena tu ti accosterai, ti salterà agli occhi.
Intanto però ti dico che la ipoteca a Fioravanti non esiste tanto perché l'epoca (come apparisce dalla posizioncella che ti ho lasciato) fu privata, quanto perché non si è potuto inscrivere neppure giudizialmente pel non essersi mai presa sentenza circa il debitore.
Di Trivisani però esiste il borderò in posiz.e, mandatomi a mia richiesta l'altr'anno da Giacopetti che ne lo incaricai.
- Ti raccomando a questo proposito la rinnovazione imminente contro Costanzi.
- Questa notte è partito di qui il tenente Onofri venuto quasi inutilmente a far reclute in questa provincia.
Dice che verrà a vederti.
- In Veroli è maritata una figlia della Valdambrini, credo quella che doveva prendere Orlandini.
L'ho veduta una volta qui in casa.
Ora è in convalescenza della rosolia.
Abbraccio di nuovo te e Ciro nostro.
Il tuo P.
LETTERA 124.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, 25 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Rispondo alla tua de' 23 in cui mi chiedi conto del trattamento che io qui ricevo onde su quello e sulla soddisfazione che me ne risulta stabilire una norma circa la moderazione o eccessività della dozzina proposta in Sc.
12 mensili.
Già in altra mia io ti dissi che quello che in una famiglia casareccia si può sperare io qui l'ottengo.
Per darti però una migliore idea delle cose entrerò un po' meglio nel dettaglio di esse.
La bontà e la premura con cui qui sono trattato sono grandi, e anche somme, e anche diremo eccedenti, trasformandosi assai di sovente in un assedio da far capitolare la resa senza neppur l'onore delle bandiere spiegate.
Ma che vuoi fare? L'unica che potesse qui avere una giusta idea del mondo civile e di quanto può fare la vita riposata e paga, sarebbe la Sig.ra Nanna; ma premettiamo anche in lei un certo tal quale guasto procedente dalla operosità insistente ed efficace dell'esempio che la circonda; e se poi ci aggiungeremo in diffalco tutta la parte d'animo che deve ella concedere ai Sagramenti, alle Chiese, alle preghiere, ai digiuni e a qualche altra praticuccia di religione, le cure che le restano disponibili nel cervello e nel cuore possono certo bastare e bastano a farne una eccellente madre di famiglia ed un'ottima economa di una casa, ma non mai una donna, dai cui consigli, e previdenze e providenze abbia a nascerne quel bell'ordine di proprietà e di comodo il quale con gli elementi qui in casa esistenti si potrebbe sperare e ottenere.
Quindi, per dire più specialmente di me, una superba stanza piena di tele di ragno: elegantissime persiane che la furia continua dei venti qui dominanti vuol sempre in agitazione, e in istrepito, e chiuse, per mancanza de' necessari fermagli: dodici ampii cristalli sporchi in modo che non la vista degli oggetti esterni, ma né anche la luce solare può quasi più avervi passaggio: un moderno camminetto di bel marmo bianco affumicato dalle esalazioni interne del bucato del pianterreno: un larghissimo letto dal quale escono i piedi di fuori per la sproporzione delle misure, soffice in modo che o i detti piedi, o la testa, od i fianchi vi s'ingolfano fino agli abissi: una nobile coperta che scopa la terra da tutte le parti: una scrivania alla moda colla zella incozzata in più d'un luogo; due ben modellati comò, con tiratori che vogliono chiudersi da quella parte che loro più piace: una lucerna ricolma d'olio e ridondante come una fontana: un'altra senza boccaglie e i di cui stoppini all'improvviso ti si nascondono e ti lasciano al buio: una tovaglia finissima sparsa di frittelle, una camera da pranzo tutta addobbata di bel parato e di oggetti da cucina: tre gatti che si fanno pagare il loro ufficio contro i topi a furia di saltarvi fin ne' piatti che vi stanno davanti mille mezzi per difendersi dalle mosche, e nulladimeno un milione di mosche per ogni palmo quadrato di spazio: una sostanziosa cioccolata da tagliarsi a fette, una studiata minestra senza brodo e colma di pepe o garofani, un pollo ricercato sparso da un capo all'altro di schiuma: carbone sparso qua e là, caduto dal canestro a chi stira: un'insalata cotta, ma cotta in tanta estensione del termine che non vi rimangono più che le fibre: un solo cucchiarino da caffè per tutta la carovana: neppure uno sgommarello per dar la zuppa, un'acqua calda per la barba e pei denti piena di fuliggine, o di fondi di caffè, o di grasso di pila, o di rimasugli d'ovo sbattuto, o finalmente odorosa di fumo.
Un collo di camicia col baffetto, un gilè colla ciancicatura, un fazzoletto col bughetto rispettato.
Etc.
etc.
etc.
Il trattamento poi di cibarie è quale la estrema scarsezza di questo paese può farlo ottenere migliore e non burlo.
La mattina cioccolata: a pranzo minestra tre cose e talora più: quindi caffè: e la sera si ripeterebbe altrettanto ma io vado assai piano (*).
Onde procurarsi però il vitto da fornire la tavola, dice la Sig.ra Nanna (e la credo) che deve quasi metter gl'impegni.
Le carni scarse e non troppo buone; rarissimi polli, erbe quasi nessuna: insomma un paese senza industria e senza coltura.
Quindi carissime le vettovaglie che conviene disputarsi in piazza un coll'altro e incettarle anche prima che arrivino.
E la Natura pure produce qui come altrove! Or figurati se è ora così che il governatore attuale vi ha in qualche modo provveduto, cosa sarà stato prima, che il forno spesso mancava di pane; non vi era mai mercato, si vendevano con fraude quasi tutte le carni morticine del territorio, e il pizzicarolo non teneva fuorché cacio pecorino, merluzzo salato, e salacche tarlate.
Pure qui tutti contenti in questo paese.
Venendo ora alla dozzina, sul serio, computata colazione, pranzo, cena, e se volessi merenda: computato l'alloggio, il lume, il consumo di biancheria, la lavatura e stiratura, e la servitù, qui dove tutto si ha caro e con difficoltà, non mi pare eccedente.
Già non vi starò neppur molti mesi per mille ragioni municipali, ed atmosferiche, e civili.
Mi basterebbe ricuperarvi perfettamente la salute, e poi ambulo.
Col dimorarvi ho scoperto un clima di un'incostanza infernale: certe strade che sembrano scale dell'ultimo piano del Palazzo Poli; e poi certi abitanti...
e poi certi speziali...
Basti dire che il primo fra questi è un doratore, che di cento medicine ne tiene in bottega una dozzina al più; e spesso manca di cassia; e quando l'ha, se non gli tenete sempre gli occhi addosso e vi divagate un tantino, traffete vi ci ficca la mela cotta, o l'acqua, o il diamine che se lo porti: e ciò per aumentare il peso senza diminuzione del fondo di farmacia.
- Un medico quindi!...
ma che medico! fa' dei pessimi sonettacci satirici, ma pure lo credo assai più abile in quelli che nel conoscer la febbre.
- A proposito, da varii giorni mi ripizzicano de' doloretti al petto, alle braccia, e alle mani: un buon medico di Frosinone progetterebbe una ben saturata decozione di...
di...
(non so se lo scrivo bene) di legno guaivo presa per 40 mattine, sostenendo egli che dopo un male reumatico lungo senza un decotto non si guarisce mai bene.
Che ne direbbe Mazzucchelli? - È finita la carta.
Addio: addio.
Abbraccio di tutto cuore te e Ciro nostro.
Il tuo P.
(*) E se fra giorni volessi mangiare magari, ché anzi questo è un soggetto di angustia il salvarmi dalle continue offerte e dagli stimoli di questa natura.
Publio è andato oggi a Ferentino a seccarsi e perdere il sonno.
Io ho preferito di fare il mio comodo: e questa sera quando tornerà gli darò la tua lettera che ho ritirata per lui alla posta.
LETTERA 125.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, 30 giugno 1831
Partirò certamente, Mariuccia mia, e con questi di casa non è necessario alcun pretesto, avendogli io già manifestato chiaramente che la stemperatezza di questo clima mi caccia.
Circa all'interesse sono contentissimi che tu lo accomodi con Publio: si potrà ratizzare sulla mia dimora fatta fino al punto della partenza.
- Tu mi dimandi perché non ti ho dato prima un cenno delle cose che ti dissi nella mia precedente.
- Te ne ho parlato quando era tempo di aprir bocca.
Il tempo anteriore fu consumato in esperienza.
Appena qui giunto, e per qualche giorno di poi, ti dava buone nuove di mia salute, e diceva la verità.
Lo stomaco era stato il primo ad accorgersi del mutamento di clima e se n'era mostrato contento.
Dopo sono succeduti ad avvedersene i muscoli, ed hanno collo stomaco fatto causa a parte.
Allora ho aperto gli occhi io, e ho cominciato meglio ad osservare la bisogna.
Questo paese è situato sopra una montagna tutta scogli, e tutta scoperta.
Ieri cambiò temperatura cinque o sei volte, e sempre da un eccesso all'altro.
Me lo avevano dipinto per un paradiso: potrei anche crederlo per l'elevatezza sua, ma pel resto somiglia meglio all'inferno.
Non ti dico che l'aria non sia buona: non può anzi essere che ottima; ma per reggere alle stravaganze delle montagne è necessaria una costituzione meno scompaginata della mia.
Ciò riguarda al fisico.
Circa poi al civile non ti dissi nella mia ultima che la metà.
Figurati tre giorni addietro la Sig.ra Nanna non trovò un uovo per tutta Veroli, onde darmelo la sera.
Ieri mattina fece girare e battere ad ogni porta onde trovare un paio di piccioni.
Li ebbe finalmente a gran ventura, ma grossi come due quaglie le costarono due paoli.
Ieri sera io aveva necessità di un poco di cassia: il povero Publio dové tornare a casa senza averla potuto portare.
Per farmi un poco d'insalata cotta, bisogna ordinare la cicoria un giorno avanti.
Purtuttavia questa tavola è molto a sufficienza provvista, ma tutto gronda sudore di chi lo ha procacciato.
La carne di macello si deve comperare quando c'è, e poi metterla in grotta.
- In quanto poi all'interno della casa essa è bella e sarebbe anche assai comoda, ma la poca cura manda tutto in deperimento.
La cortesia de' padroni di casa può dirsi senza uguale, ma è una cortesia campagnola che ti porrebbe la casa in collo senza comprendere che il peso eccederà le tue forze.
Prenda un poco di questo: sono tenerissimi: e saranno cavoli.
- Senta com'è delicato e leggiero questo umido: e saranno funghi, la di cui leggerezza la misurano a peso di stadera, e non a capacità di stomaco.
E mangi qui, e riprenda lì, e assaggi di questo, ma lei non mangia niente, ma lei muore di fame, ma lei fa penitenza: e beva un altro bicchiere: e si sforzi; e faccia un poco di merenda ma i suoi dolori provengono da debolezza, etc.
etc.
Intanto io vado scoprendo certe codiche di porco cotte col lesso, vado sentendo pepe e garofani, bevo un'acqua che sa di terra, benché a questi signori sembri acqua celeste, e debbo tutto giorno lottare contro le cordiali insistenze di chi è incapace di essere illuminato quando certe cose non le capisce da sé.
- Mi dicono: Lei sta sempre solo, e si annoierà.
Come vuoi fare altrimenti? Io ho bisogno di riguardi.
Se scendo all'appartamento della signora, trovo tutto aperto, e spesso per le stanze fischia la tramontana come in piazza.
È vero che qualche volta al mio apparire si chiude qualche finestra in qui e in là, ma io mi accorgo assai bene che quello che giova a me nuoce agli altri, e riesce loro un gran sacrificio.
Figurati, la conversazione è composta di tre o quattro persone che giuocano a calabresella in mezzo proprio di una stanzetta con quattro finestre, due porte e un camminetto, che vale a dire sette buchi tutti spalancati.
La Sig.ra Nanna sta in camera sua a dir le orazioni con le figlie; ed io in camera mia a sbadigliare, ma almeno a finestre chiuse.
A due ore e mezzo ceno.
Publio e il Governatore che fan parte della calabresella, cenano verso le due e vanno spesso a letto coll'alba.
Potrei io far questa vita? - Venghiamo adesso alla mia partenza.
Ho fatto consiglio colla Sig.ra Nanna e con Publio.
Due mezzi vi sono: o la diligenza di Frosinone, o la vettura.
Col primo mezzo eviterei la pessima nottata a Valmontone, ma c'è l'incomodo di andare di qui a Frosinone con tutto il bagaglio; e questo è poi soverchio per la condotta della diligenza.
In vettura porterei tutto con me, ma si fa la tremenda nottata fra le cimici di Valmontone.
Or senti bene.
Dimani torna da Roma quel vetturino che io cacciai via allorché venni qui.
Con esso combinerò il giorno ed il modo del partire, e se egli (come qualche volta lo fa) accudisce a fare tutta una tirata, te ne avviserò, e tu mi favorirai di farmi trovare alla porta la facoltà del Conte Moroni firmata e bollata col suggello di uficio a scanso di dispute.
E se potrai unirci anche un lasciapassare te ne sarò grato.
Ci sentiremo però meglio quando avrò parlato col vetturino.
Intanto ho scritto alla Roberti, ma solamente per prevenirla.
La decisione definitiva la prenderò a Roma, perché vorrei almeno arrivare da quella povera gente senza dolori.
Se mi ripigliano là, pazienza; ma scendere dal legno per così dire onde mettermi a letto, non mi parrebbe coscienza; e neppure mi azzarderei a un viaggio lunghetto se non mi sentissi in forze e in sanità sufficiente.
Oltrediché arrivato a Roma dovrò riformare e mutare faccia al bagaglio per passarlo dal baulle alla valigia, e lasciare tante cose che per la diligenza peserebbero troppo.
Dunque il posto non me lo fissare.
Questo si fa presto; ed altronde non mi parrebbe prudente l'obligarmi così in anticipazione a un proseguimento di viaggio che per qualunque motivo mi potesse riuscire ineseguibile pel già fissato momento.
Non mi dilungo di più, avendo scritto abbastanza, e dovendo presto correre ad impostare perché è tardi.
Abbraccia Ciro nostro, e benedicilo.
Intanto godo anticipatamente del piacere di rivederlo unitamente a te, che stringo al cuore dicendomi
Il tuo Peppetella.
LETTERA 126.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Morrovalle, 31 luglio 1831
Mio caro Neroni
Dove siete? Io son qui, dopo aver passeggiato per molti giorni la provincia di Campagna, troppo bello e sfortunato asilo di ladri.
Mi tratterrò in questa terra alcun poco di tempo, alieno pel corrente anno da' miei giri nel Nord d'Italia: ché tre mesi di mori-e-non-mori; 14 libbre di sangue accordato generosamente alla punta di una lancetta e alle trombe di 65 mignatte; dodici vescicatoi; un paio di dozzine di purghe, un battaglione di lavemens, Monsieur; un codicillo di senapismi; 50 giorni di sole bevande insustanziose; una penitenza, una eucarestia, e un preludietto di crisma; le son coserelle da non menar tanto per l'allegra due gambe di un povero galantuomo.
E così è che mi convenne non ha guari scontare sette anni di perfetta e robusta salute, co' quali era io stato dal 24 al 31 premiato di un altro settenario di patimenti sofferti già dal 17 al 24.
Laude sempre ne sia alla Provvidenza che si degna assaggiarci nel crogiuolo de' malanni.
Basta di me.
E voi, mio stracarissimo amico, come state? come ve la passate? Fra le delizie certo di una consolante famiglia, giunta da età e stato di coronare le paterne sollecitudini.
So de' vostri due figli che han dato soggetto ad encomii pubblici per la loro eccellenza nella bell'arte che vi ha sempre sedotto.
Bravi! Me ne rallegro e con essi e con voi.
I Voltattorni? Li saluto tutti e singoli; e qui sta bene un etc.
Abbraccia Neroni suo
G.
G.
Belli
LETTERA 127.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, giovedì 18 agosto 1831
Mia carissima Mariuccia
Riscontro due tue lettere dell'11 cioè e del 13.
- Circa alla prima ti dico che ho fatto a queste Signore l'ambasciata della coperta: se vorranno ordinarla te ne riparlerò a suo tempo.
- Mi dispiacque di darti disturbo intorno al Cholera Morbus, ma ne fui spinto a parlare dallo stretto interesse civico, familiare e personale, che in casi simili non può certamente tacere.
La storiella delle Monache de SS.
Domenico e Sisto già io la sapeva dalla stessa bocca di Mazzucchelli che la ripete ogni momento: ma malgrado della sicurezza di lui e di tutta Roma in un flagello di questa natura, non è meno vero che ci facciamo illusione miserissima, dapoiché questo morbo desolatore si avvanza sempre a passi di gigante, ed ha già di molto trapassato il Danubio che si sperava potesse esserne una barriera.
E lasciamo stare la strage che mena ne' luoghi da noi più remoti: l'11 luglio a Pietroburgo di circa 500 malati non se ne salvarono 15.
Basta, nella universal cecità che pare sempre destinata ad accompagnare agli occhi umani questa specie di flagelli, l'unico conforto è certo quello di sperare nell'aiuto celeste, benché sarebbe sempre assai meglio sperare nel Cielo e d'aiutarci alacremente, onde i nostri sforzi fossero benedetti di felice successo.
Ma è purtroppo sicuro che dopo aversela presa in canzona allorché il male sarà a porta del popolo, si ordinerà in fretta in fretta una processione.
Non voglio più estendermi sopra un argomento così desolante, il quale non può non affligerti, Mariuccia mia, senza nessun compenso.
Lasciamo fare alla provvidenza: seguiremo la sorte degli altri.
- Intorno però alle perniciose e al vaiuolo che mi dici affliggere attualmente Roma, conosco anch'io la difficoltà di garantirsene; ma pure son persuaso che fra cento affetti, ottanta o novanta apparterranno alla classe di chi si è avuto meno cura: almeno usando delle precauzioni, e poi cadendo pure nel male, questo riuscirà meno maligno.
Dunque, per carità, gran cura a te ed a Ciro, il quale da un momento all'altro aspetto di udirlo vaccinato.
Vengo ora, alla tua de' 13.
Secondo quanto mi avvisi sul ritorno indietro delle lettere a Bondì, quella da me scrittagli il 7 dovrà retrocedere a Macerata, dov'è la Direzione che la spinge a Sinigallia.
Quando potrò avere occasione di farne fare ricerca, ne avrò pensiere; benché non so se a me la renderanno.
Intanto ho oggi stesso riscritto alla M.sa Antaldi ne' termini da te indicatimi; e speriamo vederne un successo.
Forse forse Fioravanti pagherà i frutti in agosto, come promette; ma ecco che anche in quest'anno abbiamo perduto l'occasione del pagamento della sorte la quale è per noi di grande importanza, stante la difficoltà della qualità del contratto.
Più si tarda, peggio è; e però io aveva pensato di assalire il debitore per sorte e frutti senza più parlargliene.
Se ora paga i frutti è certo che chiederà altra dilazione per la sorte.
Tu però che stai al regime della casa, queste cose le vedi meglio di me; dunque fa' tu, che è ben fatto.
Godo della stipulazione con Corsini.
Qui piove sempre, fa umido e freddo: e quando queste tre cose non accadono, vi è invece una quantità di vapori secchi, che tingono il Sole in verde, in bleu, in giallo, e in bianco.
Passa da un colore all'altro come una lanterna magica: e si guarda ad occhio nudo.
Che stagione! Che anno! Tanti saluti di questi signori: io abbraccio Ciro e te di tutto cuore.
Il tuo P.
P.S.
Devi avere avuta la mia degli 11, segnata per equivoco col n.
8: doveva portare il n.
7.
Essa ti faceva mille augurii per la tua festa.
LETTERA 128.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, martedì 23 agosto 1831
Mi approfitto, mia cara Mariuccia del ritorno che fa a Roma Meconi, per inviarti la presente risposta alla tua del 18.
Tanto meglio l'aver lasciato Veroli a tempo! In quest'anno per verità l'atmosfera è minacciata dappertutto; ma sotto il Cielo di Veroli si deve soffrirne assai più che altrove, per la incostanza naturale a cui va quel clima soggetto.
Arrivato io qui, dopo alcuni giorni ebbi una lettera di Publio, in cui, come io già me l'aspettava, si faceva un bello elogio di quel soggiorno, diventato un paradiso terrestre appena dopo la mia partenza! Aria dolce, tranquilla, cielo sereno, sole temperatissimo, e gioia universale! Non so cosa direbbe adesso il buon Publio, seppure l'amor del nido de' suoi morti antichi non lo accecasse sulle bare de' morti moderni.
Qui almeno, se il tempo è strano e veramente imperversa, le morti son rare e colpiscono quasi solamente dei vecchi, o de' giovani di vita strapazzata e per lo più ritornati dai lavori delle campagne romane.
In questo territorio di Morrovalle si vede sì qualche perniciosa, ma poche: nell'altro di Montesanto, dove andai ieri a visitare la famiglia Marefoschi, ne sono scoppiate di più, benché l'aria vi sia tenuta per forse più salubre ancora che questa.
Ed io penso, appunto nella maggiore elasticità di quel clima consistere la principal ragione del maggior numero di malori.
Più elevata, più scoperta, e in conseguenza più incostante nella temperatura.
Ho riso assai e ho fatto ridere la famiglia Roberti sulle 3 avemarie a te e 10 a Ciro.
Bisogna senza dubbio convenire nel tuo pensiero che il nostro nuovo penitente ne avesse un carro a quattro cavalli! Se va avanti con questa proporzione, a 20 anni non avrà più che il tempo di far penitenze.
Spero che queste riflessioni lo persuaderanno di più della necessità di esser buono e far sempre il suo dovere.
Così Iddio lo benedirà, e gli uomini gli daranno lode e riverenza.
Come si conosce bene che in Roma si trascurano affatto tutte le salutari osservanze! Non trovarsi ancora un buon pus! fa meraviglia! Il giorno 20 ebbi riscontro di Macerata non esser là ritornata la lettera che io scrissi il 7 a Bondì in Sinigallia sotto l'indirizzo dei Sigg.
Cave e Bondì: il 21 dunque scrissi direttamente al Direttore della posta di Sinigallia, pregandolo, benché non mi conosca personalmente, di respingere quella lettera o direttamente a me o vero in Roma alla Ditta Sigg.
Cave e Bondì, a cui è diretta.
Vedremo che ne nascerà.
Ti dissi già che avevo ripetuto alla M.sa Antaldi, dalla quale non ho ancora riscontro.
Due Elene avrai avuto tu da complimentare: la Barbèri di cui mi parlasti, e la Lovery che è più secondo il tuo cuore.
Di' a Stanislao che in seguito delle di lui notizie ho scritto a Torricelli, benché da Veroli già gli dassi discarico della procura della cresima di Ciro.
Lo ringrazio intanto senza fine il nostro buon Stanislao, che saluto, e che spero stia in ottima salute.
A proposito, di' a Biscontini, che al mio passaggio da Spoleto, non vidi Plinj ma un di lui giovane che egli mi fece trovare per dirmi che Riochi aveva pagato qualche cosa e si disponeva a pagare il di più.
Do a Meconi un libro che ti passerà: mettilo nel mio studio: è una buona edizione di una ottima storia da me comprata a Macerata per pochi baiocchi.
Saluto tutti, ed Ossoli: e ti abbraccio con Ciro.
Il tuo P.
LETTERA 129.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalle, domenica 4 settembre 1831
Bramoso, mia cara Mariuccia, di compiacerti, mi accingo all'opera di cercare informazioni sul Collegio di Osimo.
Non mi reco espressamente sul luogo distante di qui circa 30 miglia, perché per convincermi col fatto delle cose che caverò da buone fonti mi bisognerebbe passare del tempo onde assistere alle lezioni, conversare co' Maestri ed acquistare l'esperienza necessaria a conoscere l'abilità di questi e la efficacia de' loro metodi.
Però ti prevengo del molto mio dubbio circa alla preferenza che questo vecchio Collegio Vescovile possa meritare sul rinnovato di Perugia che ha una celebre università, un gabinetto, una specola e un museo, a contatto ed aiuto.
Certo egli è bene che in una Casa di educazione regolata da Vescovi l'influenza de' mirabili sistemi della moderna istruzione arriverà appena dopo un altro mezzo secolo, quando cioè già sarà tarda.
Tutti i lumi che io già posseggo in mente intorno al collegio in quistione si riducono all'aver esso dato ne' passati tempi de' bravi preti, abilità che forse non ha oggi perduta.
I professori saranno eccellenti, ma di oscuro nome son certo.
Le risorse poi di Osimo in fatto di scienza e di ornamenti fanno aggricciare le carni a pensarle.
Non ti aggiungo altro su ciò: queste sono mie idee che probabilmente i fatti potranno smentire.
Rispetto per ciò sempre le ragioni che tu abbia per inclinare alla contraria opinione e quando me le avrai manifestate le valuteremo insieme e le confronteremo colle mie per decidere in un punto di tanta importanza.
D'altra parte io stimo Meconi per un buono e bravo giovanotto: ma non lo ritengo assai competente per dar giudizii di cose che poco riguardano la sua sfera e la sua esperienza in somiglianti materie.
Il nome che può aversi acquistato il Collegio ne' vecchi tempi, tra il vecchio modo di vedere, e tra i passati bisogni del secolo, possono illuderlo come possono illudere molti altri: e se aggiungi a queste considerazioni l'altra dello stare ivi in educazione un individuo della famiglia Marefoschi a lui tanto attaccata, potrai tirare una conseguenza de' suoi elogi con poco pericolo d'ingannarti.
Ma vedremo, e saprai.
Intanto ti prego caldamente di passare urgenti istanze al nostro Biscontini affinché ricerchi presto fra' suoi libri, e ti dia la copia del programma del Collegio perugino ch'egli più volte mi promise in reintegrazione di quella che per di lui consenso mandai a Torricelli.
Se ne avrà bisogno per fare con quella ciò che a suo tempo ti dirò.
- Ho piacere che tu sii andata a visitare i miei parenti.
Povera Costanza! Senza legato! - Va bene de' danari da te dati al francese di Bochet.
La carta bollata per le quietanze non serve a nulla: dovremo forse litigare con Bochet? Spero di no.
Come sono contento all'udire che si speri di aver trovato un buon pus! Così almeno avremo preservato quel caro figlio da un malanno.
E circa a mali, mi rattrista che tu vada ricadendo nella riscaldazione.
Badaci, e non trascurarla.
Le migliori notizie del Principe di Piombino mi hanno fatto piacere.
Da tre giorni è qui ripartito il poco di sereno e di caldo che da poco aveva ricominciato.
Tira un vento da gettare per terra, fa freddo e umido: piove e vien grandine in qua e in là.
Quale anno! Con tutto ciò io me la vado passando competentemente.
Oggi è finito il solenne triduo celebrato in questo paese a preservazione del Cholera.
Che dice ora Mazzucchelli? Ci crede che venga? Spero che i medici romani leggano le molte opere, e i moltissimi articoli de' giornali scientifici e letterarj che ne parlano in tutti i sensi.
Ne ristringessero almeno un qualche metodo preservativo e curativo per la povera Roma! Benedici Ciro e abbraccialo come di cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
P.S.
Ti rendo i saluti di Casa Roberti.
LETTERA 130.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni, mercoldì 5 ottobre 1831
Checco mio
Fra non molto ci riabbracceremo.
Intanto ti fo precorrere la notizia che vengo carico di nuovi versi da plebe.
Ne ho sino ad oggi in 153 sonetti, sessantasei de' quali scritti da dopo la metà di settembre (crescono).
A guardarli tutti insieme, e unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto di qualchecosa, da poter forse davvero restare per un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma.
In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene, al mio giudizio, una impronta che la distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo.
Né Roma è tale che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una Città di sempre solenne ricordanza.
Di più mi sembra non iscomporsi da novità la mia idea.
Un disegno così colorito non troverà lavoro da confronto che lo precedesse.
I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica, come nessun popolaccio n'ebbe mai.
Tutto esce spontaneo dalla natura sua, viva sempre e fresca, perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non mercate.
Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlar loro ciò che può vedersi delle fisionomie.
Perché tanto queste diverse nella plebe di una Città da quelle de' cittadini della Città stessa? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità che la educazione civile richiede, si abituano alle contrazioni della passione che domina e dell'affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo corrispondente quasi sempre alla natura dello spirito che que' corpi anima e dirige.
Che se ne' cittadini non accade una totale uniformità di fisionomie, ciò si deve alla fondamentale differenza de' tratti specialmente proveniente dalla ineguaglianza degli ossi che le carni rivestono e dal non aver mai la Natura creato nulla di simile, ma di consimile.
Vero però sempre mi par rimanere che la educaz.e che accompagna l'incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: che se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse uno de' beneficii della creazione.
- Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia.
Se mai una ne cerca, lo fa sforzandosi d'imitare la illustre.
Allora il plebeo non è più lui; ma un fantoccio male e goffam.e rivestito di vesti non attagliate al suo dosso.
Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti mai sin qui vollero rappresentare il dir romanesco in versi che tutto mostrano lo sforzo dell'arte sulla natura e della natura sull'arte.
Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza se non quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo.
Il numero poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di correnti e libere parole e frasi; non iscomposte giammai, né corrette, né modellate, né accomodate, con modo diverso da quello che ci può mandare il testimonio delle orecchie.
Che se con simigliante corredo di colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio.
Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già esistente, e, più lasciata senza miglioramento.
A te e a Biagini, ed in voi agli amici di maggior mia confidenza io darò a vedere gli ultimi lavori delle mie ore d'ozio, persuaso che la delicatezza e l'amicizia d'entrambi non ne trarrà fuori che la sola lettura.
Ne rideremo poi insieme; e queste risa ci varranno a prepararci l'animo alle possibili sciagure che ci minaccino.
Abbraccia tutti quelli che mi son cari: addio.
Il tuo Belli
La mia salute è mediocre.
La tua?
LETTERA 131.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[31 dicembre 1831]
Mio caro Torricelli
La tua lettera del 27 mi ha tutto pieno di dolore.
Vi leggo quanto tu hai dovuto e devi sentire in questo luttuosissimo avvenimento: nel bacio e nel sorriso paterno, di', non hai trovato oggi un premio, un gran premio, della filiale carità? Il tuo padre morendo si è ricordato che tu non gli hai afflitto gli ultimi giorni di vita malgrado qualche piccola durezza che potesse averti usata.
La di lui benedizione discese sul tuo capo e passerà certo ai figli de' tuoi figli.
Ora sii uomo, un uomo filosofo; sollevati e pensa quante vite sono attaccate alla tua.
- Ho delineato oggi un rozzo pensiero da servire per una idea allo scultore in metallo.
Vedilo intanto tu, e rimandamelo, perché non ne ho un doppio.
Io stimerei che la grandezza fosse conveniente così.
Sto pensando che se le lettere ti sembrano grandi al giusto difficilmente si potranno incidere nette nel marmo e più difficilmente riempire il graffito con l'oro in modo che risalti.
Per l'incisione in marmo vorrebbero le lettere essere di taglio più ampio e profondo che non comporta la proporzione del mio modello: e fatte più grandi, ne risulterebbe un tutto di soverchia mole e di soverchio prezzo (benché questo non sarà mai piccolo): l'anello soprattutto vi si smarrirebbe alla vista.
Non si potrebbe dunque tirare la tavola di bronzo oliva-cupo, incidervi le lettere e dorarle? L'annettervele in rilievo costerebbe troppo caro.
Ma son curioso io che ti vo' facendo l'economo.
Ho preso l'ardire di cambiare qualche parola alla inscriz.e: non però con l'animo di preferire la mia alla tua lezione.
Due o tre volte ho posposto la 6a colla 7a linea, ma poi ho lasciato così suonandomi meglio all'orecchio e alla mente.
Circa alla punteggiatura io sarei contento a questo.
Il carattere corsivo, che ne ammetterebbe di più, parmi che sconvenga.
Le parole di tuo padre in diverso colore mi spiacerebbero: la diversa mole le distinguerà assai.
Dopo la linea 12 non è necessario alcun segno di divisione.
Vedo le migliori epigrafi che non ne hanno.
Il ritorno al carattere piccolo, e il senso staccato non lasciano luogo a questa necessità.
Venendo all'affare Consolidato, vedo, sì, un capitale di Lire italiane 4761,27; pel quale il Tassini avrebbe dato Sc.
300.
Questa specie però di offerta egli la fece in quella stessa lettera in cui avvisava tuo padre che il frutto di quel Capitale era stato fissato dal Monte di Milano a Sc.
25 annui.
Nelle lettere posteriori peraltro il medesimo frutto si vede calare invece a 25 lire ital.e, e poi a L.
24,50, aggiungendovi che soltanto per equivoco si era da lui, Tassini, parlato in addietro di scudi là dove s'intendevano lire.
Mi fa gran meraviglia come un Capitale che ridotto a unità romana al cambio del 535 forma una somma di Sc.
889:95, abbia a rendere un frutto di L.
24,50 equivalenti a Sc.
4:57 1/2.
Il Consolidato essendo al godimento del 5, non rappresenterebbe questa somma annua neppure un valore di cento scudi.
Ci deve dunque essere qualche motivo occulto.
Un'altra cosa ho rilevato dal carteggio Tassini, cioè che prima dell'arrivo a lui della procura del q.m tuo padre, pareva che i denari stassero in tasca: dopo l'arrivo della procura (con la facoltà di alienare) si direbbe quasi che neppure il Monte Napoleone o la Commissione mista avessero pensato ancora a liquidare il credito.
Il Tassini assume d'improvviso un certo discorso d'irre orre che non garbeggia molto.
Ho già fatti varii quesiti in proposito alla Direz.e del debito pubblico; e se posso averne le risposte, come mi sono state promesse, prima della partenza del corriere d'oggi, te le aggiungerò qui sotto.
Altrimenti ad aliam.
- Circa poi alla alienabilità della vendita, oggi il Governo é poco in credito, e perciò appena si potrebbe ricavare un 75 per 100 capitalizzato il frutto al 5.
Mi spiego? Ogni Sc.
5 di rendita sono riguardati rappresentare un capitale di scudi 100.
Orbene questi scudi 100 oggi diventano 75, ed anche meno per chi vuole evitarli: eppure in commercio era già arrivato il consolidato romano al 105 per 100, e il Milanese al 100, cioè alla pari.
Ma ora...
Aspetterò dunque che tu abbi fatto alla tua elegia, i cambiamenti che stimi convenienti, e, avuti questi, metterò tutto nella sua lezione e busserò alle porte degli Odescalchi.
Va bene così?
Davvero la Circolare mi sa di muffa.
Credi l'A.A.
miglior dicitore?
Mi congratulo teco pel ristabilimento del tuo bel Torquatello che mi abbraccerai, come abbraccerai anche il futuro mio santoletto Amantino dal viso dell'Armi.
È più così serio? Sant'Anna aiuti la tua Clorinda.
Mariuccia ti fa le sue sincere condoglianze e ti esorta con me alla rassegnazione.
Addio, addio.
Ti abbraccia il tuo Belli.
Di Roma, l'ultimo dell'anno 1831
LETTERA 132.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
[4 gennaio 1832]
Mio caro Ferretti
Eccoti la introduzione.
Leggila, e dimmi il tuo parere; perché il criterio tuo mi sta per cosa non comune.
Ti accludo anche due altri sonetti che l'ha fatti chi jje pare e ppiasce.
Riprenderò tutto lunedì 9 verso le 3 1/2 pomeridiane, alla qual'ora sarò da te, purché il tempo non vada all'estremo del cattivo, e neppure a quello del buono, lo che in inverno è peggio forse che il tristo per un cerotto mio e tuo pari.
Il tuo Sig.
Avelloni sarà per avventura scandalizzato da alcuni soprattutto de' miei quadretti poetici: ma tu ripetigli il motto da me tolto ad Ausonio "lasciva est nobis pagina, vita proba," cioè "scastagnamo ar parlà, ma aramo dritto." Eppoi queste cose restano (almeno per ora) nelle menti de' soli amici, i quali, e tu il primo gentilissimo fra essi, mi usano certo la delicatezza di non conservarne altra nota che quella che resti loro nella memoria, lo che solo Iddio potrebbe togliere.
Ti abbraccia il tuo
Belli
4 del 1832.
LETTERA 133.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, sabato 14 gennaio 1832
Mio caro Torricelli
La tua ultima è del 3: ti sei tu forse maravigliato del mio silenzio? Ma
Del vecchio (ladro) guardavam la traccia.
Il vecchio però non si è lasciato trovare.
Potrebbero ben trovarlo gli occhi della giustizia, o criminale, o civile.
Ma che! In certi paesi, la prima, guarda più in cagnesco i buoni che i malvagi, ed altronde il legale probo di cui ti parlai è di avviso che il tuo caso contro il vecchio ladro non presenta tutti i caratteri da aprir l'adito ad una azione contro il corpo, dapoiché sino a tutto il fatto della vendita le cose procedettero regolari: nel resto tuo padre (di troppa buona fede sugli antecedenti) non ti ha lasciato che un credito contro uno inonesto anzi fraudolento procuratore.
Per aver titolo a procedere di crimine, dice il legale, bisognerebbe poter provare una frode sugli antecedenti.
Basta, io legislatore, in certi casi, manderei in galera gli antecedenti e i susseguenti.
Circa poi all'azione civile, ecco come stanno le tue cose.
Il Tassini non più impiegato al Cracas: senza scarpe in piedi, disperato, stoccatore per vivere.
Vivente Leone XII, imprese un giornale ecclesiastico, con sua rappresentanza, ma con occulta opera del P.
Ventura teatino.
Dopo alcuni numeri l'Imprenditore si mangiò le quote anticipate de' Soci, e il giornale arrenò.
Gli ecclesiastici e i filoecclesiastici, a' quali il giornale piaceva, ricorsero al Papa.
Il Papa chiamò il Tassini.
Questi, come puoi credere, era preparato alle ciarle.
Conclusione dell'abboccamento si fu che Leone fece dare al Tassini Sc.
600 per ristorare l'impresa.
Dopo due altri numeri, o meno, la impresa naufragò, e gli Sc.
600 andarono ove poi caddero le somme e i tartufi di Torricelli.
Fu coglionato un Papa, e meno i ferri che non volle imporgli, non seppe che fargli! [....] Non terminarono qui le mie ricerche.
La tua cartella fu venduta il 4 agosto 1829 a un Michele Ajani.
Io, giusta la probabilità, lo stimai l'Ajani Michele del Cracas, nel cui uficio era impiegato il Tassini.
Ma che! Il Michele Ajani del Cracas è già morto da otto anni, e l'uficio Cracas nel 1829 era (salvo i particolari contratti di famiglia) tra le mani di...
Cavalletti e dei cognati suoi Angelo e Pietro Ajani, l'ultimo de' quali è anche egli morto da alcuni mesi a questa parte.
- Ma il Consolidato di Gio.
B.
Torricelli venduto al Michele Ajani (come è scritto in Amm.e del debito pubblico) si possiede almeno da alcuno de' discendenti di lui? Nessuno della famiglia Ajani ha mai comperato rendite pubbliche.
Dunque chi può essere questo Ajani compratore? Il Michele no, perché morto ab antiquo: i due figli di lui no, perché non possessori di vendite pubbliche.
Piano: vi è un quarto Ajani, un Michelino Ajani attuale alunno dell'ospizio degli orfani, procedente da altra linea Ajani.
Ma questo è un fanciullo, è un orfanello; e questa gente non compera.
Però il Michelino ha un tutore.
Chi è questo tutore? Monsignor Ginnasi: peraltro nella intestaz.e di vendita, dovrebbe essere in questo caso stato scritto Mons.
Ginnasi come tutore etc., e non rudamente Michele Ajani dacché un fanciullo degli Orfani non fa certo quello che gli agenti ufficiali di Cambio dovettero presentare al Censore del Debito pubblico insieme col procuratore Tassini quali persone illis notae.
Mi resta dunque di parlare con Mons.
Ginnasi; e poi se il di lui pupillo non fu il compratore, come io credo, dimanderò all'Amm.re del Debito pubblico come sia che si vendano rendite pubbliche a nomi mentiti, ad incogniti.
Ci riudiremo.
Intanto tu vedi se tu avessi costì più fortuna con l'altro baron fottuto amico del baron fottuto Tassini.
Non ho avuto il tuo anello: per ciò non mi sono ancora mosso per la cornice etc.
Conosci tu la seguente sciarada del fu Giulio da Pesaro? La riportava un numero del giornale delle dame sul finire del 1831.
Così mi fu detto da chi me la recitò.
Città Greca è il mio primo illustre al Mondo.
Si fa bianco per gli anni il mio secondo
Penetra il tutto mio dentro il cervello
Od in un buco che il tacere è bello.
Quando avrai tempo e cuore mi manderai la tua variante alla elegia di Properzio, ed io farò fare il rinaccio: pregherò l'Odescalchi perché lo si faccia.
Sei ancor padre in 4°? Come è finita la faccenda Ugolinesca? Sei Deputato? Lo Zurla che disse?
Epigramma di autore a me cognito, per la occasione in cui fu da Bologna mandato oratore alla S.
Sede il poliglotto Mezzofanti, (ora prelato).
Sagacemente invia Bologna a Roma
Un orator che intende ogni idïoma:
Ché a Roma, a farsi onore,
È d'uopo un oratore
Che sappia delle lingue almeno quelle
Parlate nella Torre di Babele.
Il tuo Califfi
alias 996
LETTERA 134.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 2 febbraio Candelora del 1832
Mio caro Torricelli
È vero il tuo precedente annunzio, in fieri, della consegna di un anello a un corriere; ma poiché di tutti i caricamenti de' corrieri si manda dall'Ufficio postale un avviso ai domicilii, la mancanza di questo avviso mi fece supporre che la consegna non fosse accaduta de facto, e tu avessi mutato mezzo di spedizione.
Ad ogni modo ieri ritirai lo astuccetto con entro l'anello, la cui immagine bellissima è appena distinguibile attraverso di un cristalletto di superficie sfregiata.
Dove tu non fossi affezionato anche a detto cristallo (il cui logoramento ti si può forse affacciare alla mente quasi testimonio del lungo uso che ne fu fatto dal tuo padre), io ti proporrei di farcelo cambiare, nel che la miniatura guadagnerebbe moltissimo.
Dimmene il tuo parere.
Dàgli e ridàgli, ho finalmente parlato con Mons.
Ginnasi.
Mi ha fatto ripetere il discorso quattro volte, e poi non ha capito niente.
In ultimo un po' bene un po' male, con qualche aiuto di fianco sono giunto a mettergli in capo la metà di quel che io voleva: ma, lo vorrai credere? si è perduto tutte le cartelle de' consolidati da lui acquistati pel di lui pupillo Michele Ajani.
Cercò per tutto, a più volte, e non giunse a ritrovare queste benedette cartelle.
Era curioso il vederlo mettersi le mani fra i capelli, e di tempo in tempo domandarmi se fosse danno l'averle perdute! Da un libriccino di ricordi ricavò pure l'acquisto acefalo di un consolidato che comincerebbe col tuo nella data della compera, non però nella cifra della vendita, dapoiché il tuo era di Sc.
4:50 annui ed il suo è di Sc.
6.
Il prelato poi non conobbe né il venditore né il procuratore.
Il tutto passò per le mani di un agente di Cambio.
Ma appena io gli ripetei per la 5a volta il portentoso nome del Tassini, ammutolì, inarcò gli occhi, e mi disse: oh! il Tassini! è mio debitore: quando lo avrà trovato me lo mandi.
Ci dividemmo allora colla intesa che io tornerei nel futuro sabato 4 per leggere la fatale cartella, qualora sia ritrovata.
Gli lasciai memoria scritta e partii.
Intanto il portentoso nome del Tassini segue a farmi scoprire nuovi tratti del suo valore quante volte lo pronuncio nelle ricerche che ne vado facendo.
Ho scoperto mangerie, furti, stocchi, piccoli, grandi, pubblici, privati, e tutti corredati di bellissimi amminicoli.
Te ne risparmio le storie.
Dove sarà egli mai? nessuno lo sa.
L'unico luogo dove non è di certo, benché lì solamente dovrebbe trovarsi, è la galera.
Il Piva non è più impiegato alla Dogana di terra: dicono che ho capito male: è a Ripagrande.
Andrò là ma [....] Avesse ad essere un altro furbo! [....] Anche per questa lettera, mio caro Torricelli, nulla, o quasi nulla.
Ma il male viene dagli spini del fiore che mi hai messo tra mani.
L'appartamentino Belli pe' mesi di aprile e di maggio! Se verrò non istarò tanto quanto tu dici.
Dio ti dia pazienza nel tuo nuovo genere di vita.
Saluto tua moglie, abbraccio i tuoi figli e te affettuosamente.
Addio.
Il tuo Belli
LETTERA 135.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 4 febbraio 1832
Mio caro Torricelli