MASTRO DON GESUALDO, di Giovanni Verga - pagina 2
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Adesso dal corridoio, dalla scala dell'orto, tutti portavano acqua.
Compare Cosimo era salito sul tetto, e dava con la scure sui travicelli.
Da ogni parte facevano piovere sul soffitto che fumava, tegole, sassi, cocci di stoviglie.
Burgio, sulla scala a piuoli, sparandovi schioppettate sopra, e dall'altro lato Pelagatti, appostato accanto al fumaiuolo, caricava e scaricava il pistolone senza misericordia.
Don Luca che suonava a tutto andare le campane; la folla dalla piazza vociando e gesticolando; tutti i vicini alla finestra.
I Margarone stavano a vedere dalla terrazza al di sopra dei tetti, dirimpetto, le figliuole ancora coi riccioli incartati, don Filippo che dava consigli da lontano, dirigendo le operazioni di quelli che lavoravano a spegnere l'incendio colla canna d'India.
Don Ferdinando, il quale tornava in quel momento carico di scartafacci, batté il naso nel corridoio buio contro Giacalone che andava correndo.
- Scusate, don Ferdinando.
Vado a chiamare il medico per la sorella di vossignoria.
- Il dottor Tavuso! - gli gridò dietro la zia Macrì una parente povera come loro, ch'era accorsa per la prima.
- Qui vicino, alla farmacia di Bomma.
Bianca era stata presa dalle convulsioni: un attacco terribile; non bastavano in quattro a trattenerla sul lettuccio.
Don Diego sconvolto anche lui, pallido come un cadavere, colle mani scarne e tremanti, cercava di ricacciare indietro tutta quella gente.
- No!...
non è nulla!...
Lasciatela sola!...- Il Capitano si mise infine a far piovere legnate a diritta e a manca, come veniva, sui vicini che s'affollavano all'uscio curiosi.
- Che guardate? Che volete? Via di qua! fannulloni! vagabondi! Voi, don Liccio Papa, mettetevi a guardia del portone.
Venne più tardi un momento il barone Mèndola, per convenienza, e donna Sarina Cirmena che ficcava il naso da per tutto; il canonico Lupi da parte della baronessa Rubiera.
La zia Sganci e gli altri parenti mandarono il servitore a prender notizie della nipote.
Don Diego, reggendosi appena sulle gambe, sporgeva il capo dall'uscio, e rispondeva a ciascheduno:
- Sta un po' meglio...
E' più calma!...
Vuol esser lasciata sola...
- Eh! eh! - mormorò il canonico scuotendo il capo e guardando in giro le pareti squallide della sala: - Mi rammento qui!...
Dove è andata la ricchezza di casa Trao!...
Il barone scosse il capo anche lui, lisciandosi il mento ispido di barba dura colla mano pelosa.
La zia Cirmena scappò a dire:
- Sono pazzi! Pazzi da legare tutti e due! Don Ferdinando già è stato sempre uno stupido...
e don Diego...
vi rammentate! Quando la cugina Sganci gli aveva procurato quell'impiego nei mulini!...
Nossignore!...
un Trao non poteva vivere di salario!...
Di limosina sì, possono vivere!...
- Oh! oh! - interruppe il canonico, colla malizia che gli rideva negli occhietti di topo, ma stringendo le labbra sottili.
- Sissignore!...
Come volete chiamarla: Tutti i parenti si danno la voce per quello che devono mandare a Pasqua e a Natale...
Vino, olio, formaggio...
anche del grano...
La ragazza già è tutta vestita dei regali della zia Rubiera.
- Eh! eh!...
- Il canonico, con un sorrisetto incredulo, andava stuzzicando ora donna Sarina ed ora il barone, il quale chinava il capo, seguitava a grattarsi il mento discretamente, fingeva di guardare anch'esso di qua e di là, come a dire: - Eh! eh! pare anche a me!...
Giunse in quel mentre il dottor Tavuso in fretta, col cappello in capo, senza salutar nessuno, ed entrò nella camera dell'inferma.
Poco dopo tornò ad uscire, stringendosi nelle spalle, gonfiando le gote, accompagnato da don Ferdinando allampanato che pareva un cucco.
La zia Macrì e il canonico Lupi corsero dietro al medico.
La zia Cirmena che voleva sapere ogni cosa e vi piantava in faccia quei suoi occhialoni rotondi peggio dell'Avvocato fiscale.
- Eh? Cos'è stato? Lo sapete voi? Adesso si chiamano nervi...
malattia di moda...
Vi mandano a chiamare per un nulla quasi potessero pagare le visite del medico! - rispose Tavuso burbero.
Quindi, piantando anche lui gli occhiali in faccia a donna Sarina:
- Volete che ve la dica? Le ragazze a certa età bisogna maritarle!
E voltò le spalle soffiando gravemente, tossendo, spurgandosi.
I parenti si guardarono in faccia.
Il canonico, per discrezione, prese a tenere a bada il barone Mèndola, dandogli chiacchiera e tabacco, sputacchiando di qua e di là, onde cercare di sbirciar quello che succedeva dietro l'uscio socchiuso di donna Bianca, stringendo le labbra riarse come inghiottisse ogni momento: - Si capisce!...
La paura avuta!...
Le avevano fatto credere d'avere i ladri in casa!...
povera donna Bianca!...
E' così giovine!...
così delicata!...
- Sentite, cugina! - disse donna Sarina tirando in disparte la Macrì.
Don Ferdinando, sciocco, voleva accostarsi per udire lui pure: - Un momento! Che maniera! - lo sgridò la zia Cirmena.
- Ho da dire una parola a vostra zia!...
Piuttosto andate a pigliare un bicchiere d'acqua per Bianca, che le farà bene...
Tornò a scendere Santo Motta di lassù, fregandosi le mani, coll'aria sorridente: - E' tutta rovinata la cucina! Non c'è più dove cuocere un uovo!...
Bisognerà fabbricarla di nuovo! - Come nessuno gli dava retta, fissava in volto or questo ed ora quello col suo sorriso sciocco.
Il canonico Lupi, per levarselo dai piedi, gli disse infine:
- Va bene, va bene.
Poi ci si penserà...
Il barone Mèndola, appena Santo Motta volse le spalle, si sfogò infine:
- Ci si penserà?...
Se ci saranno i denari per pensarci! Io gliel'ho sempre detto...
Vendete metà di casa, cugini cari...
anche una o due camere...
tanto da tirare innanzi!...
Ma nossignore!..
Vendere la casa dei Trao?...
Piuttosto, ogni stanza che rovina chiudono l'uscio e si riducono in quelle che restano in piedi...
Così faranno per la cucina...
Faranno cuocere le uova qui in sala, quando le avranno...
Vendere una o due camere:...
Nossignore...
non si può, anche volendo...
La camera dell'archivio: e ci son le carte di famiglia!...
Quella della processione: e non ci sarà poi dove affacciarsi quando passa il Corpus Domini!...
Quella del cucù:...
Ci hanno anche la camera pel cucù, capite!
E il barone, con quella sfuriata, li piantò tutti lì, che si sganasciavano dalle risa.
Donna Sarina, prima d'andarsene, picchiò di nuovo all'uscio della nipote, per sapere come stava.
Fece capolino don Diego, sempre con quella faccia di cartapesta, e ripeté:
- Meglio...
E' più calma!...
Vuol esser lasciata sola...
- Povero Diego! - sospirò la zia Macrì.
- La Cirmena fece ancora alcuni passi nell'anticamera, perché non udisse don Ferdinando il quale veniva a chiuder l'uscio, e soggiunse sottovoce:
- Lo sapevo da un pezzo...
Vi rammentate la sera dell'Immacolata, che cadde tanta neve?...
Vidi passare il baronello Rubiera dal vicoletto qui a due passi...
intabarrato come un ladro...
Il canonico Lupi attraversò il cortile, rialzando la sottana sugli stivaloni grossi in mezzo alle erbacce, si voltò indietro verso la casa smantellata, per veder se potessero udirlo, e poi, dinanzi al portone, guardando inquieto di qua e di là, conchiuse:
- Avete udito il dottore Tavuso? Possiamo parlare perché siamo tutti amici intimi e parenti...
A certa età le ragazze bisogna maritarle!
II
Nella piazza, come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto e la palandrana delle grandi occasioni, fu un avvenimento: - Ci volle il fuoco a farvi uscir di casa! - Il cugino Zacco voleva anche condurlo al Caffè dei Nobili: - Narrateci, dite come fu...
- Il poveraccio si schermì alla meglio; per altro non era socio: poveri sì, ma i Trao non s'erano mai cavato il cappello a nessuno.
Fece il giro lungo onde evitare la farmacia di Bomma, dove il dottor Tavuso sedeva in cattedra tutto il giorno; ma nel salire pel Condotto, rasente al muro, inciampò in quella linguaccia di Ciolla, ch'era sempre in cerca di scandali:
- Buon vento, buon vento, don Diego! Andate da vostra cugina Rubiera?
Lui si fece rosso.
Sembrava che tutti gli leggessero in viso il suo segreto! Si voltò ancora indietro esitante, guardingo, prima d'entrare nel vicoletto, temendo che Ciolla stesse a spiarlo.
Per fortuna colui s'era fermato a discorrere col canonico Lupi, facendo di gran risate, alle quali il canonico rispondeva atteggiando la bocca al riso anche lui, discretamente.
La baronessa Rubiera faceva vagliare del grano.
Don Diego la vide passando davanti la porta del magazzino, in mezzo a una nuvola di pula, con le braccia nude, la gonnella di cotone rialzata sul fianco, i capelli impolverati, malgrado il fazzoletto che s'era tirato giù sul naso a mo' di tettino.
Essa stava litigando con quel ladro del sensale Pirtuso, che le voleva rubare il suo farro pagandolo due tarì meno a salma, accesa in volto, gesticolando con le braccia pelose, il ventre che le ballava: - Non ne avete coscienza, giudeo?...
- Poi, come vide don Diego, si voltò sorridente:
- Vi saluto, cugino Trao.
Cosa andate facendo da queste parti?
- Veniva appunto, signora cugina...
- e don Diego, soffocato dalla polvere, si mise a tossire.
- Scostatevi, scostatevi! Via di qua, cugino.
Voi non ci siete avvezzo - interruppe la baronessa.
- Vedete cosa mi tocca a fare? Ma che faccia avete, gesummaria! Lo spavento di questa notte, eh?...
Dalla botola, in cima alla scaletta di legno, si affacciarono due scarpacce, delle grosse calze turchine, e si udì una bella voce di giovanetta la quale disse:
- Signora baronessa, eccoli qua.
- E' tornato il baronello?
- Sento Marchese che abbaia laggiù.
- Va bene, adesso vengo.
Dunque, pel farro cosa facciamo, mastro Lio?
Pirtuso era rimasto accoccolato sul moggio, tranquillamente, come a dire che non gliene importava del farro, guardando sbadatamente qua e là le cose strane che c'erano nel magazzino vasto quanto una chiesa.
Una volta, al tempo dello splendore dei Rubiera, c'era stato anche il teatro.
Si vedeva tuttora l'arco dipinto a donne nude e a colonnati come una cappella; il gran palco della famiglia di contro, con dei brandelli di stoffa che spenzolavano dal parapetto; un lettone di legno scolpito e sgangherato in un angolo; dei seggioloni di cuoio, sventrati per farne scarpe; una sella di velluto polverosa, a cavalcioni sul subbio di un telaio; vagli di tutte le grandezze appesi in giro; mucchi di pale e di scope; una portantina ficcata sotto la scala che saliva al palco, con lo stemma dei Rubiera allo sportello, e una lanterna antica posata sul copricielo, come una corona.
Giacalone, e Vito Orlando, in mezzo a mucchi di frumento alti al pari di montagne, si dimenavano attorno ai vagli immensi, come ossessi, tutti sudati e bianchi di pula, cantando in cadenza; mentre Gerbido, il ragazzo, ammucchiava continuamente il grano con la scopa.
- Ai miei tempi, signora baronessa, io ci ho visto la commedia, in questo magazzino, - rispose Pirtuso per sviare la domanda.
- Lo so! lo so! Così si son fatti mangiare il fatto suo i Rubiera! E ora vorreste continuare!...
Lo pigliate il farro, sì o no?
- Ve l'ho detto: a cinque onze e venti.
- No, in coscienza, non posso.
Ci perdo già un tarì a salma.
- Benedicite a vossignoria!
- Via, mastro Lio, ora che ha parlato la signora baronessa! - aggiunse Giacalone, sempre facendo ballare il vaglio.
Ma il sensale riprese il suo moggio, e se ne andò senza rispondere.
La baronessa gli corse dietro, sull'uscio, per gridargli:
- A cinque e vent'uno.
V'accomoda?
- Benedicite, benedicite.
Ma essa, colla coda dell'occhio, si accorse che il sensale si era fermato a discorrere col canonico Lupi, il quale, sbarazzatosi infine del Ciolla, se ne veniva su pel vicoletto.
Allora, rassicurata, si rivolse al cugino Trao, parlando d'altro:
- Stavo pensando giusto a voi, cugino.
Un po' di quel farro voglio mandarvelo a casa...
No, no, senza cerimonie...
Siamo parenti.
La buon'annata deve venire per tutti.
Poi il Signore ci aiuta!...
Avete avuto il fuoco in casa, eh? Dio liberi! M'hanno detto che Bianca è ancora mezza morta dallo spavento...
Io non potevo lasciare, qui...
scusatemi.
- Sì...
son venuto appunto...
Ho da parlarvi...
- Dite, dite pure...
Ma intanto, mentre siete laggiù, guardate se torna Pirtuso...
Così, senza farvi scorgere...
- E' una bestia! - rispose Vito Orlando dimenandosi sempre attorno al vaglio.
- Conosco mastro Lio.
E' una bestia! Non torna.
Ma in quel momento entrava il canonico Lupi, sorridente, con quella bella faccia amabile che metteva tutti d'accordo, e dietro a lui il sensale col moggio in mano.
- Deo gratias! Deo gratias! Lo combiniamo questo matrimonio, signora baronessa?
Come s'accorse di don Diego Trao, che aspettava umilmente in disparte, il canonico mutò subito tono e maniere, colle labbra strette, affettando di tenersi in disparte anche lui, per discrezione, tutto intento a combinare il negozio del frumento.
Si stette a tirare un altro po'; mastro Lio ora strillava e dibattevasi quasi volessero rubargli i denari di tasca.
La baronessa invece coll'aria indifferente, voltandogli le spalle, chiamando verso la botola:
- Rosaria! Rosaria!
- E tacete! - esclamò infine il canonico battendo sulle spalle di mastro Lio colla manaccia.
- Io so per chi comprate.
E' per mastro-don Gesualdo.
Giacalone accennò di sì, strizzando l'occhio.
- Non è vero! Mastro-don Gesualdo non ci ha che fare! - si mise a vociare il sensale.
- Quello non è il mestiere di mastro-don Gesualdo! - Ma infine, come s'accordarono sul prezzo, Pirtuso si calmò.
Il canonico soggiunse:
- State tranquillo, che mastro-don Gesualdo fa tutti i mestieri in cui c'è da guadagnare.
Pirtuso il quale s'era accorto della strizzatina d'occhio di Giacalone, andò a dirgli sotto il naso il fatto suo: - Che non ne vuoi mangiare pane, tu? Non sai che si tace nei negozi? - La baronessa, dal canto suo, mentre il sensale le voltava le spalle, ammiccò anch'essa al canonico Lupi, come a dirgli che riguardo al prezzo non c'era male.
- Sì, sì, - rispose questi sottovoce.
- Il barone Zacco sta per vendere a minor prezzo.
Però mastro-don Gesualdo ancora non ne sa nulla.
- Ah! s'è messo anche a fare il negoziante di grano, mastro-don Gesualdo? Non lo fa più il muratore?
- Fa un po' di tutto, quel diavolo! Dicesi pure che vuol concorrere all'asta per la gabella delle terre comunali...
La baronessa allora sgranò gli occhi: - Le terre del cugino Zacco:...
Le gabelle che da cinquant'anni si passano in mano di padre in figlio?...
E' una bricconata!
- Non dico di no; non dico di no.
Oggi non si ha più riguardo a nessuno.
Dicono che chi ha più denari, quello ha ragione...
Allora si rivolse verso don Diego, con grande enfasi, pigliandosela coi tempi nuovi:
- Adesso non c'è altro Dio! Un galantuomo alle volte...
oppure una ragazza ch'è nata di buona famiglia...
Ebbene non hanno fortuna! Invece uno venuto dal nulla...
uno come mastro-don Gesualdo, per esempio!...
Il canonico riprese a dire come in aria di mistero parlando piano con la baronessa e don Diego Trao sputacchiando di qua e di là:
- Ha la testa fine quel mastro-don Gesualdo! Si farà ricco ve lo dico io! Sarebbe un marito eccellente per una ragazza a modo...
come ce ne son tante che non hanno molta dote.
Mastro Lio stavolta se ne andava davvero.
- Dunque signora baronessa, posso venire a caricare il grano? - La baronessa, tornata di buon umore, rispose: - Sì ma sapete come dice l'oste? " Qui si mangia e qui si beve; senza denari non ci venire."
- Pronti e contanti, signora baronessa.
Grazie a Dio vedrete che saremo puntuali.
- Se ve l'avevo detto! - esclamò Giacalone ansando sul vaglio.
- E' mastro-don Gesualdo!
Il canonico fece un altro segno d'intelligenza alla baronessa, e dopo che Pirtuso se ne fu andato, le disse:
- Sapete cosa ho pensato? di concorrere pure all'asta vossignoria, insieme a qualchedun altro...
ci starei anch'io...
- No, no, ho troppa carne al fuoco!...
Poi non vorrei fare uno sgarbo al cugino Zacco! Sapete bene...
Siamo nel mondo...
Abbiamo bisogna alle volte l'uno dell'altro.
- Intendo...
mettere avanti un altro...
mastro-don Gesualdo Motta, per esempio.
Un capitaluccio lo ha; lo so di sicuro...
Vossignoria darebbe l'appoggio del nome...
Si potrebbe combinare una società fra di noi tre...
Poscia, sembrandogli che don Diego Trao stesse ad ascoltare i loro progetti, perchè costui aspettava il momento di parlare alla cugina Rubiera, impresciuttito nella sua palandrana, e aveva tutt'altro per la testa il poveraccio! il canonico cambiò subito discorso:
- Eh, eh, quante cose ha visto questo magazzino! Mi rammento, da piccolo, il marchese Limòli che recitava Adelaide e Comingio colla Margarone, buon'anima, la madre di don Filippo, quella ch'è andata a finire poi alla Salonia.
"Adelaide! dove sei?" - La scena della Certosa...
Bisognava vedere! tutti col fazzoletto agli occhi! Tanto che don Alessandro Spina per la commozione, si mise a gridare: "Ma diglielo che sei tu!..." e le buttò anche una parolaccia...
Ci fu poi la storia della schioppettata che tirarono al marchese Limòli, mentre stava a prendere il fresco, dopo cena; e di don Nicola Margarone che condusse la moglie in campagna, e non le fece più vedere anima viva.
Ora riposano insieme marito e moglie nella chiesa del Rosario, pace alle anime loro!
La baronessa affermava coi segni del capo, dando un colpo di scopa, di tanto in tanto, per dividere il grano dalla mondiglia.
- Così andavano in rovina le famiglie.
Se non ci fossi stata io, in casa dei Rubiera!...
Lo vedete quel che sarebbe rimasto di tante grandezze! Io non ho fumi, grazie a Dio! Io sono rimasta quale mi hanno fatto mio padre e mia madre...
gente di campagna, gente che hanno fatto la casa colle loro mani, invece di distruggerla! e per loro c'è ancora della grazia di Dio nel magazzino dei Rubiera, invece di feste e di teatri...
In quella arrivò il vetturale colle mule cariche.
- Rosaria! Rosaria! - si mise a gridare di nuovo la baronessa verso la scaletta.
Finalmente comparvero dalla botola le scarpaccie e le calze turchine, poi la figura di scimmia della serva, sudicia, spettinata, sempre colle mani nei capelli.
- Don Ninì non era alla Vignazza, - disse lei tranquillamente.
- Alessi è ritornato col cane, ma il baronello non c'era.
- Oh, Vergine Santa! - cominciò a strillare la padrona, perdendo un po' del suo colore acceso.
- Oh, Maria Santissima! E dove sarà mai? Cosa gli sarà accaduto al mio ragazzo?
Don Diego a quel discorso si faceva rosso e pallido da un momento all'altro.
Aveva la faccia di uno che voglia dire: - Apriti, terra, e inghiottimi! - Tossì, cercò il fazzoletto dentro il cappello, aprì la bocca per parlare; poi si volse dall'altra parte, asciugandosi il sudore.
Il canonico s'affrettò a rispondere, guardando sottecchi don Diego Trao.
- Sarà andato in qualche altro posto...
Quando si va a caccia, sapete bene...
- Tutti i vizi di suo padre, buon'anima! Caccia, giuoco, divertimenti...
senza pensare ad altro...
e senza neppure avvertirmi!...
Figuratevi, stanotte, quando le campane hanno suonato al fuoco, vado a cercarlo in camera sua, e non lo trovo! Mi sentirà!...
Oh, mi sentirà!...
Il canonico cercava di troncare il discorso, col viso inquieto, il sorriso sciocco che non voleva dir nulla:
- Eh, eh, baronessa! vostro figlio non è più un ragazzo; ha ventisei anni!
- Ne avesse anche cento!...
Fin che si marita, capite!...
E anche dopo!
- Signora baronessa, dove s'hanno a scaricare i muli? - disse Rosaria, grattandosi il capo.
Andiamo per di qua.
Voialtri passerete pel cortile, quando avrete terminato.
Essa chiuse a catenaccio Giacalone e Vito Orlando dentro il magazzino, e s'avviò verso il portone.
La casa della baronessa era vastissima, messa insieme a pezzi e bocconi, a misura che i genitori di lei andavano stanando ad uno ad uno i diversi proprietari, sino a cacciarsi poi colla figliuola nel palazzetto dei Rubiera e porre ogni cosa in comune: tetti alti e bassi; finestre d'ogni grandezza, qua e là, come capitava; il portone signorile incastrato in mezzo a facciate da catapecchie.
Il fabbricato occupava quasi tutta la lunghezza del vicoletto.
La baronessa, discorrendo sottovoce col canonico Lupi, s'era quasi dimenticata del cugino, il quale veniva dietro passo passo.
Ma giunti al portone il canonico si tirò indietro prudentemente: - Un'altra volta; tornerò poi.
Adesso vostro cugino ha da parlarvi.
Fate gli affari vostri, don Diego.
- Ah, scusate, cugino.
Entrate, entrate pure.
Fin dall'androne immenso e buio, fiancheggiato di porticine basse, ferrate a uso di prigione, si sentiva di essere in una casa ricca: un tanfo d'olio e di formaggio che pigliava alla gola; poi un odore di muffa e di cantina.
Dal rastrello spalancato, come dalla profondità di una caverna, venivano le risate di Alessi e della serva che riempivano i barili, e il barlume fioco del lumicino posato sulla botte.
- Rosaria! Rosaria! - tornò a gridare la baronessa in tono di minaccia.
Quindi rivolta al cugino Trao: - Bisogna darle spesso la voce, a quella benedetta ragazza; perché quando ci ha degli uomini sottomano è un affar serio! Ma del resto è fidata, e bisogna aver pazienza.
Che posso farci?...
Una casa piena di roba come la mia!...
Più in là, nel cortile che sembrava quello di una fattoria popolato di galline, di anatre, di tacchini, che si affollavano schiamazzando attorno alla padrona, il tanfo si mutava in un puzzo di concime e di strame abbondante.
Due o tre muli dalla lunga fila sotto la tettoia, allungarono il collo ragliando; dei piccioni calarono a stormi dal tetto; un cane da pecoraio feroce, si mise ad abbaiare, strappando la catena; dei conigli allungavano pure le orecchie inquiete, dall'oscurità misteriosa della legnaia.
E la baronessa in mezzo a tutto quel ben di Dio, disse al cugino:
- Voglio mandarvi un paio di piccioni, per Bianca...
Il poveraccio tossì, si soffiò il naso, ma non trovò neppure allora le parole da rispondere.
Infine, dopo un laberinto di anditi e di scalette, per stanzoni oscuri, ingombri di ogni sorta di roba, mucchi di fave e di orzo riparati dai graticci, arnesi di campagna, cassoni di biancheria, arrivarono nella camera della baronessa, imbiancata a calce, col gran letto nuziale rimasto ancora tale e quale, dopo vent'anni di vedovanza, dal ramoscello d'ulivo benedetto, a piè del crocifisso, allo schioppo del marito accanto al capezzale.
La cugina Rubiera era tornata a lamentarsi del figliuolo: - Tale e quale suo padre, buon'anima! Senza darsi un pensiero al mondo della mamma o dei suoi interessi!...
Vedendo il cugino Trao inchiodato sull'uscio, rimpiccinito nel soprabitone, gli porse da sedere: - Entrate, entrate, cugino Trao.
- Il poveretto si lasciò cadere sulla seggiola, quasi avesse le gambe rotte, sudando come Gesù all'orto; si cavò allora il cappellaccio bisunto, passandosi il fazzoletto sulla fronte.
- Avete da dirmi qualche cosa, cugino? Parlate, dite pure.
Egli strinse forte le mani l'una nell'altra, dentro il cappello, e balbettò colla voce roca, le labbra smorte e tremanti, gli occhi umidi e tristi che evitavano gli occhi della cugina:
- Sissignora...
Ho da parlarvi...
Lei, da prima, al vedergli quella faccia, pensò che fosse venuto a chiederle denari in prestito.
Sarebbe stata la prima volta, è vero: erano troppo superbi i cugini Trao: qualche regaluccio, di quelli che aiutano a tirare innanzi, vino, olio, frumento, solevano accettarlo dai parenti ricchi - lei, la cugina Sganci, il barone Mèndola - ma la mano non l'avevano mai stesa.
Però alle volte il bisogno fa chinare il capo anche ad altro!...
La prudenza istintiva che era nel sangue di lei, le agghiacciò un momento il sorriso benevolo.
Poscia pensò al fuoco che avevano avuto in casa, alla malattia di Bianca - era una buona donna infine - don Diego aveva proprio una faccia da far compassione...
Accostò la sua seggiola a quella di lui, per fargli animo, e soggiunse:
- Parlate, parlate, cugino mio...
Quel che si può fare...
sapete bene...
siamo parenti...
I tempi non rispondono...
ma quel poco che si può...
Non molto...
ma quel poco che posso...
fra parenti...
Parlate pure...
Ma egli non poteva, no! colle fauci strette, la
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