TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 67
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Un signore passava senza darle retta.
Poscia tornò indietro e le mise qualcosa nella mano.
Allora, chiusa nel suo mantello di seta, colle piume del cappellone sul viso infarinato, andò a comprare del pane.
E il garzone le sghignazzava dietro, tornando a sedere dietro il banco accanto alla ragazza che leggeva il Secolo, mentre l'altra si allontanava col pane sotto il mantello di seta, come una regina.
CONFORTI
La donna dell'uovo glielo aveva predetto alla sora Arlìa: - Sarai contenta, ma prima passerai dei guai -.
Chi l'avrebbe immaginato quando sposò il Manica colla sua bella bottega di barbiere in via dei Fabbri, lei pettinatora anch'essa, giovani e sani tutti e due! Solo don Calogero, suo zio, non aveva voluto benedire quel matrimonio - per lavarsene le mani come Pilato - diceva.
Sapeva come fossero tutti tisici di padre in figlio a casa sua, ed era riescito a mettere un po' di pancia collo scegliere la vita quieta del prevosto.
- Il mondo è pieno di guai, - predicava don Calogero.
- Ed è meglio starsene alla larga -.
I guai infatti erano venuti a poco a poco.
Arlìa, sempre incinta da un anno all'altro, che le clienti stesse disertavano per la malinconia di vederla arrivare col fiato ai denti, e quel castigo di Dio della pancia grossa.
Poi le mancava il tempo di stare in giorno colla moda.
Suo marito aveva sognato una gran bottega da parrucchiere nel Corso, colle profumerie nella vetrina; ma aveva un bel radere barbe a tre soldi l'una.
I figliuoli si facevano tisici uno dopo l'altro, e prima d'andarsene al camposanto si mangiavano colla propria carne il poco guadagno dell'annata.
Angiolino, che non voleva morire così giovane, si lamentava nella febbre: - Mamma, perché m'avete messo al mondo? - Tale e quale come gli altri suoi fratelli morti prima.
La mamma, allampanata, non sapeva che rispondere, dinanzi al letticciuolo.
Avevano fatto l'impossibile; s'erano mangiato il cotto e il crudo: brodi, medicine, pillole piccine come capocchie di spilli.
Arlìa aveva speso tre lire per una messa, ed era andata ad ascoltarla ginocchioni in S.
Lorenzo, picchiandosi il petto pei suoi peccati.
La Vergine nel quadro sembrava che ammiccasse di sì cogli occhi.
Ma il Manica, più giudizioso, si metteva a ridere colla bocca storta, grattandosi la barba.
Infine la povera madre afferrò il velo come una pazza, e corse dalla donna dell'uovo.
Una contessa che voleva tagliarsi i capelli dalla disperazione dell'amante ci aveva trovata la consolazione.
- Sarai contenta, ma prima passerai dei guai, - le rispose quella dell'uovo.
Lo zio prete aveva un bel dire: - Tutte imposture di Satanasso! - Bisogna provare cosa sia avere il cuore nero d'amarezza, mentre s'aspetta la sentenza, e quella vecchia vi legge il vostro destino tutto in un bianco d'uovo! Dopo le pareva di trovare a casa il figliuolo alzato, che le dicesse allegro: - Mamma, sono guarito -.
Invece il ragazzo se ne andava a oncia a oncia, stecchito nel lettuccio, e quegli occhi se lo mangiavano.
Don Calogero, che di morti se ne intendeva, come veniva a vedere il nipote, si chiamava poi in disparte la mamma, e le diceva: - Pei funerali me ne incarico io.
Non ci pensate -.
Però la sventurata sperava sempre, accanto al capezzale.
Alle volte, quando saliva anche Manica a sentire del figliuolo, colla barba lunga di otto giorni e il dorso curvo, provava compassione di lui che non ci credeva.
Come doveva patirci il poveretto! Ella almeno aveva in cuore le parole della donna dell'uovo, come un lume acceso, sino al momento in cui lo zio prete s'assise ai piedi del letto colla stola.
Poi, quando si portarono via la sua speranza nella bara del figliuolo, le parve che si facesse un gran buio dentro il suo petto.
E balbettava dinanzi a quel lettuccio vuoto: - O dunque cosa m'aveva promesso quella dell'uovo? -.
Suo marito dal crepacuore aveva preso il vizio di bere.
Infine, adagio adagio, si fece una gran calma nel suo cuore.
Tale e quale come prima.
Ora che i guai l'erano caduti tutti sulle spalle sarebbe venuta la contentezza.
Ai poveretti accade spesso così.
Fortunata, l'ultima che le restasse di tanti figli, si alzava la mattina pallida e colle pèsche color di madreperla agli occhi, a simiglianza dei fratelli che eran morti tisici.
Le clienti stesse la lasciavano ad una ad una, i debiti crescevano, la bottega si vuotava.
Manica, suo marito, aspettava gli avventori tutto il giorno, col naso contro la vetrina appannata.
Lei chiedeva alla figliuola: - Ti dice di sì il cuore per quello che ci ha promesso la sorte?
Fortunata non diceva nulla, cogli occhi accerchiati di nero come i suoi fratelli, fissi in un punto che vedeva lei.
Un giorno sua madre la sorprese per le scale con un giovanotto che sgattajolò in fretta al veder gente, e lasciò la ragazza tutta rossa.
- Oh, poveretta me!...
Che fai tu qui? -
Fortunata chinò il capo.
- Chi era quel giovanotto? che voleva?
- Niente.
- Confidati con tua madre, col sangue tuo.
Se tuo padre sapesse!...
-
Per tutta risposta la ragazza alzò la fronte e le fissò in faccia gli occhi azzurri.
- Mamma, io non voglio morire come gli altri! -
Il maggio fioriva, ma la fanciulla s'era mutata in viso, ed era divenuta inquieta sotto gli occhi ansiosi della madre.
I vicini le cantavano: - Badi alla sua ragazza, sora Arlìa -.
Il marito istesso, colla cera lunga, un giorno l'aveva presa a quattr'occhi nella botteguccia nera, per ripeterle:
- Bada a tua figlia, intendi? Che almeno il sangue nostro sia onorato! -
La poveretta non osava interrogare la figliuola al vederla tanto stralunata.
Le fissava soltanto addosso certi occhi che passavano il cuore.
Una sera, dinanzi alla finestra aperta, mentre dalla strada saliva la canzone di primavera, la ragazza le mise il viso in seno, e confessò ogni cosa piangendo a calde lagrime.
La povera madre cadde su una seggiola, come se le avessero stroncato le gambe.
E tornava a balbettare, colle labbra smorte: - Ah! Ora come faremo? -.
Le pareva di vedere Manica nell'impeto del vino, col cuore indurito dalle disgrazie.
Ma il peggio erano gli occhi con i quali la ragazza rispondeva:
- Vedete questa finestra, mamma?...
la vedete com'è alta?...
-
Il giovane, un galantuomo, aveva mandato dallo zio prete a tastare il terreno per sapere che pesci pigliare.
- Don Calogero s'era fatto prete apposta onde non sentir parlare dei guai del mondo.
Il Manica si sapeva che non era ricco.
L'altro capì l'antifona e fece sentire che gli dispiaceva tanto di non esser ricco lui per fare a meno della dote.
Allora la Fortunata si allettò davvero, e cominciò a tossire come i suoi fratelli.
Parlava spesso all'orecchio della mamma, col viso rosso, tenendola abbracciata, e ripeteva:
- Vedete com'è alta quella finestra?...
-
E la mamma doveva correre di qua e di là a pettinare le signore pel teatro, sempre con lo spavento di quella finestra dinanzi agli occhi se non trovava la dote per la figlia, o se il marito s'accorgeva del marrone.
Di tanto in tanto le tornavano in mente le parole di quella dell'uovo, come uno spiraglio di luce.
Una sera che tornava a casa stanca e scoraggiata, passando dinanzi alla vetrina di una lotteria, le caddero sotto gli occhi i numeri stampati, e per la prima volta le venne l'ispirazione di giuocare.
Allora con quel fogliolino giallo in tasca le pareva d'avere la salute della figliuola, la ricchezza del marito, e la pace della casa.
Pensava anche come una dolcezza all'Angiolino e agli altri figliuoli da un pezzo sotterra nel cimitero di Porta Magenta.
Era un venerdì, il giorno degli afflitti, nel sereno crepuscolo di primavera.
Così ogni settimana.
Si levava di bocca i pochi soldi della giocata per vivere colla speranza di quella grande gioia che doveva capitarle all'improvviso.
L'anime sante dei suoi figliuoli ci avrebbero pensato di lassù.
Manica, un giorno che i fogliolini gialli saltarono fuori dal cassetto, mentre cercava di nascosto qualche lira da passar mattana all'osteria, montò in una collera maledetta.
- In tal modo se ne andavano dunque i denari?...
- Sua moglie non sapeva che rispondere, tutta tremante.
- Però, senti, se il Signore mandasse i numeri?...
Bisogna lasciare l'uscio aperto alla fortuna -.
E in cuor suo pensava alle parole di quella dell'uovo.
- Se non hai altra speranza - brontolò Manica con sorriso agro.
- E tu che speranza hai?
- Dammi due lire! - rispose lui bruscamente.
- Due lire! o Madonna!...
cosa vuoi farne?
- Dammi una lira sola! - ripeté Manica stravolto.
Era una giornata buia, la neve dappertutto e l'umidità che bagnava le ossa.
La sera Manica tornò a casa col viso lustro d'allegria.
Fortunata diceva invece:
- Per me sola non c'è conforto -.
Alle volte ella avrebbe voluto essere come i suoi fratelli sotto l'erba del camposanto.
Almeno quelli non tribolavano più, ed anche i genitori ci avevano fatto il callo, poveretti.
- Oh! il Signore non ci abbandonerà del tutto, - balbettava Arlìa.
- Quella dell'uovo me l'ha detto.
Ho qui un'ispirazione -.
Il giorno di Natale apparecchiarono la tavola coi fiori e la tovaglia di bucato, e quest'anno invitarono lo zio prete ch'era la sola provvidenza che restasse.
Il Manica si fregava le mani e diceva:
- Oggi si ha a stare allegri -.
Pure il lume appeso al soffitto ciondolava malinconico.
Ci fu il manzo, il tacchino arrosto, ed anche un panettone col Duomo di Milano.
Alle frutta il povero zio, vedendoli piangere, siffatta giornata, con un buon bicchiere in mano di barbera anche lui, non seppe tener duro e dovette promettere la dote alla ragazza.
L'amante tornò a galla, Silvio Liotti, commesso di negozio con buone informazioni, pronto a riparare il mal fatto.
Manica col bicchiere in mano diceva a don Calogero:
- Vedete, vossignoria; questo qui ne aggiusta tante -.
Ma era destino che dove era l'Arlìa la contentezza non durasse.
Il genero, ragazzo d'oro, si mangiò la dote della moglie, e dopo sei mesi Fortunata tornava a casa dai genitori a narrar guai e a mostrar le lividure, affamata e colle busse.
Ogni anno un figliuolo anche lei come sua madre, e tutti sani come lasche che se la mangiavan viva.
Alla nonna sembrava che tornasse a far figliuoli, ché ognuno era un altro guaio, senza morir tisico.
Divenuta vecchia, doveva correre sino a Borgo degli Ortolani, e in fondo a Porta Garibaldi, per buscarsi dalle bottegaie qualche mesata da quattro lire.
Suo marito anch'esso, che gli tremavano le mani, faceva appena dieci lire al sabato, tutti tagli e tele di ragno per stagnare il sangue.
Il resto della settimana poi o dietro la vetrina sudicia ingrugnato, o all'osteria col cappello a sghimbescio sull'orecchio.
Anch'essa ora i denari del terno li spendeva in tanta acquavite, di nascosto, sotto il grembiale, e il suo conforto era di sentirsene il cuor caldo, senza pensare a nulla, seduta di faccia alla finestra, guardando di fuori i tetti umidi che sgocciolavano.
L'ULTIMA GIORNATA
I viaggiatori che erano nelle prime carrozze del treno per Como, poco dopo Sesto, sentirono una scossa, e una vecchia marchesa, capitata per sua disgrazia fra un giovanotto e una damigella di quelle col cappellaccio grande, sgranò gli occhi e arricciò il naso.
Il signorino aveva una magnifica pelliccia, e per galanteria voleva dividerla colla sua vicina più giovane, sebbene fosse primavera avanzata.
Fra il sì e il no, stavano appunto aggiustando la partita, nel momento in cui il treno sobbalzò.
Per fortuna la marchesa era conosciuta alla stazione di Monza, e si fece dare un posto di cupé.
I giornali della sera raccontavano:
"Oggi, nelle vicinanze di Sesto, fu trovato il cadavere di uno sconosciuto fra le rotaie della ferrovia.
L'autorità informa".
I giornali non sapevano altro.
Una frotta di contadini che tornavano dalla festa di Gorla si erano trovati tutt'a un tratto quel cadavere fra i piedi, sull'argine della strada ferrata, e avevano fatto crocchio intorno curiosi per vedere com'era.
Uno della brigata disse che incontrare un morto la festa porta disgrazia; ma i più ne levano i numeri del lotto.
Il cantoniere, onde sbarazzare le rotaie, aveva adagiato il cadavere nel prato, fra le macchie, e gli aveva messa una manciata d'erbacce sulla faccia, ch'era tutta sfracellata, e faceva un brutto vedere, per chi passava.
Fra un treno e l'altro corsero il pretore, le guardie, i vicini, e com'era la festa dell'Ascensione, nei campi verdi si vedevano i pennacchi rossi dei carabinieri e i vestiti nuovi dei curiosi.
Il morto aveva i calzoni tutti stracciati, una giacchetta di fustagno logora, le scarpe tenute insieme collo spago, e una polizza del lotto in tasca.
Cogli occhi spalancati nella faccia livida, guardava il cielo azzurro.
La giustizia cercava se era il caso di un assassinio per furto, o per altro motivo.
E fecero il verbale in regola, né più né meno che se in quelle tasche ci fossero state centomila lire.
Poi volevano sapere chi fosse, e d'onde venisse; nome, patria, paternità e professione.
D'indizi non rimanevano che la barba rossa, lunga di otto giorni, e le mani sudice e patite: delle mani che non avevano fatto nulla, e avevano avuto fame da un gran pezzo.
Alcuni l'avevano riconosciuto a quei contrassegni.
Fra gli altri una brigata allegra che faceva baldoria a Loreto.
Le ragazze che ballavano, scalmanate e colle sottane al vento, avevano detto:
- Quello là non ha voglia di ballare! -
Egli andava diritto per la sua strada, colle braccia ciondoloni, le gambe fiacche, e aveva un bel da fare a strascinare quelle ciabatte, che non stavano insieme.
Un momento s'era fermato a sentir suonare l'organetto, quasi avesse voglia di ballar davvero, e guardava senza dir nulla.
Poi seguitò ad allontanarsi per il viale che si stendeva largo e polveroso sin dove arrivava l'occhio.
Camminava sulla diritta, sotto gli alberi, a capo chino.
Il tramvai era stato a un pelo di schiacciarlo, tanto che il cocchiere gli aveva buttato dietro un'imprecazione e una frustata.
Egli aveva fatto un salto disperato per scansare il pericolo.
Più tardi lo videro sul limite di un podere, seduto per terra, in attitudine sospetta.
Pareva che strologasse la pezza di granoturco, o che contasse i sassi del canale.
Il garzone della cascina accorse col randello, e gli si accostò quatto quatto.
Voleva vedere cosa stesse macchinando là quel vagabondo, mentre le pannocchie del granoturco ci voleva del tempo ad esser mature, e in tutto il campo, a farlo apposta, non vi sarebbe stato da rubare un quattrino.
Allorché gli fu addosso vide che si era cavate le scarpe, e teneva il mento fra le palme.
Il garzone, col randello dietro la schiena, gli domandò cosa stesse a far lì, nella roba altrui; e gli guardava le mani sospettoso.
L'altro balbettava senza saper rispondere, e si rimetteva le scarpe mogio mogio.
Poi si allontanò di nuovo, col dorso curvo, come un malfattore.
Andava lungo l'argine del canale, sotto i gelsi che mettevano le prime foglie.
I prati, a diritta e a sinistra, erano tutti verdi.
L'acqua, nell'ombra, scorreva nera, e di tanto in tanto luccicava al sole, un bel sole di primavera, che faceva cinguettare gli uccelli.
Il garzone aggiunse ch'era rimasto più di un'ora in agguato per vedere se tornasse quel vagabondo; e non avrebbe mai creduto che facesse tante storie per andare a finire sotto una locomotiva.
L'aveva riconosciuto da quelle scarpe che non si reggevano neppure collo spago, e gli erano saltate fuori dai piedi, di qua e di là dalle rotaie.
- Gli è che al momento in cui le ruote vi son passate di sopra quei piedi hanno dovuto sgambettare! - osservò il cameriere dell'osteria, corso sin là all'odore del morto come un corvo, in giubba nera e col tovagliuolo al braccio.
Egli aveva visto passare quello sconosciuto dall'osteria verso mezzogiorno: una di quelle facce affamate che vi rubano cogli occhi la minestra che bolle in pentola, quando passano.
Perfino i cani l'avevano odorato, e gli abbaiavano dietro quelle scarpacce che si slabbravano nella polvere.
Come il sole tramontava l'ombra del cadavere si allungava, dai piedi senza scarpe, a guisa di spaventapassere, e gli uccelli volavano via silenziosi.
Dalle osterie vicine giungevano allegri il suono delle voci e la canzone del Barbapedana.
In fondo al cortile, dietro le pianticelle magre in fila si vedevano saltare e ballare le ragazze scapigliate.
E quando il carro che portava i resti del suicida passò sotto le finestre illuminate, queste si oscurarono subito dalla folla dei curiosi che s'affacciavano per vedere.
Dentro, l'organetto continuava a suonar il valzer di Madama Angot.
Più tardi se ne seppe qualche cosa.
La affittaletti di Porta Tenaglia aveva visto arrivare quell'uomo della barba rossa una sera che pioveva, era un mese, stanco morto, e con un fardelletto sotto il braccio che non doveva dargli gran noia.
Ed essa glielo aveva pesato cogli occhi per vedere se ci erano dentro i due soldi pel letto prima di dirgli di sì.
Egli aveva domandato prima quanto si spendeva per dormire al coperto.
Poi ogni giorno che Dio mandava in terra aspettava che gli arrivasse una lettera, e si metteva in viaggio all'alba, per andar a cercare quella risposta, colle scarpe rotte, la schiena curva, stanco di già prima di muoversi.
Finalmente la lettera era venuta, col bollino da cinque.
Diceva che nell'officina non c'era posto.
La donna l'aveva trovata sul materasso, perché lui quel giorno era rimasto sino a tardi col foglio in mano, seduto sul letto, colle gambe ciondoloni.
Nessuno ne sapeva altro.
Era venuto da lontano.
Gli avevano detto: - A Milano, che è città grande, troverete -.
Egli non ci credeva più; ma s'era messo a cercare finché gli restava qualche soldo.
Aveva fatto un po' di tutti i mestieri: scalpellino, fornaciaio, e infine manovale.
Dacché si era rotto un braccio non era più quello; e i capomastri se lo rimandavano dall'uno all'altro, per levarselo di fra' piedi.
Poi quando fu stanco di cercare il pane si coricò sulle rotaie della ferrovia.
A che cosa pensava, mentre aspettava, supino guardando il cielo limpido e le cime degli alberi verdi? Il giorno innanzi, mentre tornava a casa colle gambe rotte, aveva detto: - Domani! -
Era la sera del sabato; tutte le osterie del Foro Bonaparte piene di gente fin sull'uscio, al lume chiaro del gas, dinanzi alle baracche dei saltimbanchi, affollata alle banchette dei venditori ambulanti, perdendosi nell'ombra dei viali, con un bisbiglio di voci sommesse e carezzevoli.
Una ragazza in maglia color carne suonava il tamburo sotto un cartellone dipinto.
Più in là una coppia di giovani seduti colle spalle al viale si abbracciavano.
Un venditore di mele cotte tentava lo stomaco colla sua mercanzia.
Passò dinanzi una bottega socchiusa; c'era in fondo una donna che allattava un bimbo, e un uomo, in maniche di camicia, fumava sulla porta.
Egli camminando guardava ogni cosa, ma non osava fermarsi; gli sembrava che lo scacciassero via, via, sempre via.
I cristiani pareva che sentissero già l'odor del morto, e lo evitavano.
Solo una povera donna, che andava a Sesto curva sotto una gran gerla e brontolando, si mise a sedersi sul ciglio della strada accanto a lui per riposarsi; e cominciò a chiacchierare e a lamentarsi, come fanno i vecchi, ciarlando dei suoi poveri guai: che aveva una figlia all'ospedale, e il genero la faceva lavorare come una bestia; che gli toccava andare fino a Monza con quella gerla lì, e aveva un dolore fisso nella schiena che gliela mangiavano i cani.
Poi anch'essa se ne andò per la sua strada, a far cuocere la polenta del genero che l'aspettava.
Al villaggio suonava mezzogiorno, e tutte le campane si misero in festa per l'Ascensione.
Quando esse tacevano una gran pace si faceva tutto a un colpo per la campagna.
A un tratto si udì il sibilo acuto e minaccioso del treno che passava come un lampo.
Il sole era alto e caldo.
Di là della strada, verso la ferrovia, le praterie si perdevano a tiro d'occhio sotto i filari ombrosi di gelsi, intersecate dal canale che luccicava fra i pioppi.
- Andiamo, via! è tempo di finirla! - Ma non si muoveva, col capo fra le mani.
Passò un cagnaccio randagio e affamato, il solo che non gli abbaiasse, e si fermò a guardarlo fra esitante e pauroso; poi cominciò a dimenar la coda.
Infine, vedendo che non gli davano nulla, se ne andò anch'esso; e nel silenzio si udì per un pezzetto lo scalpiccìo della povera bestia che vagabondava col ventre magro e la coda penzoloni.
Gli organetti continuarono a suonare, e la baldoria durò sino a tarda sera, nelle osterie.
Poi, quando le voci si affiocarono e le ragazze furono stanche di ballare, ricominciarono a parlare del suicidio della giornata.
Una raccontò della sua amica, bella come un angelo, che si era asfissiata per amore, e l'avevano trovata col ritratto del suo amante sulle labbra, un traditore che l'aveva piantata per andare a sposare una mercantessa.
Ella sapeva la storia con ogni particolare; erano state due anni a cucire allo stesso tavolo.
Le compagne ascoltavano mezze sdraiate sul canapè, facendosi vento, ancora rosse e scalmanate.
Un giovanotto disse che egli, se avesse avuto motivo di esser geloso, avrebbe fatta la festa a tutti e due, prima lei e poi lui, con quel trincetto che portava indosso, anche quando non era a bottega - non si sa mai! - E si posava colle mani in tasca davanti alle ragazze, che lo ascoltavano intente, bel giovane com'era, coi capelli inanellati che gli scappavano di sotto a un cappelluccio piccino piccino.
Il cameriere portò delle altre bottiglie, e tutti, coi gomiti allungati sulla tovaglia, parlavano di cose tenere, cogli occhi lustri, stringendosi le mani.
- In questo mondo cane non c'è che l'amicizia e un po' di volersi bene.
Viva l'allegria! Una bottiglia scaccia una settimana di malinconia.
Alcuni si misero in mezzo a rappattumare due pezzi di giovanotti che volevano accopparsi per gli occhi della morettina che andava dall'uno all'altro senza vergogna.
- È il vino! è il vino! - si gridava.
- Viva l'allegria! - I pacieri furono a un pelo di accapigliarsi coll'oste per alcune bottiglie che vedevano di troppo sul conto.
Poi tutti uscirono all'aria fresca, nella notte ch'era già alta.
L'oste stette un pezzetto sprangando tutte le porte e le finestre, facendo i conti sul libraccio unto.
Poi andò a raggiungere la moglie che sonnecchiava dinanzi al banco, col bimbo in grembo.
Le voci si perdevano in lontananza per la strada, con scoppi rari e improvvisi di allegria.
Tutto intorno, sotto il cielo stellato, si faceva un gran silenzio, e il grillo canterino si mise a stridere sul ciglio della ferrovia.
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DRAMMI INTIMI (1884)
I DRAMMI IGNOTI
Casa Orlandi era tutta sottosopra.
La contessina Bice si moriva di malattia di languore, dicevano gli uni: di mal sottile, dicevano gli altri.
Nella gran camera da letto, sola quasi buia in tutto il quartiere illuminato come per una festa, la madre, pallidissima, seduta accanto al letto dell'inferma, aspettava la visita serale del dottore, tenendo nella mano febbrile la mano scarna e ardente della figliuola, parlandole con quell'accento carezzevole e quel falso sorriso con cui si cerca di rispondere allo sguardo inquieto e scrutatore dei gravemente infermi.
Tristi colloqui che celavano sotto l'apparenza della calma la preoccupazione di un morbo fatale da cui era stata colpita la madre della contessa, e che aveva minacciata lei stessa dopo la nascita di Bice - il ricordo delle cure inquiete e trepide di cui era stata circondata l'infanzia di quella bambina - delle prescrizioni severe della scienza che aveva soffocato quasi la sua maternità, e scusato i primi traviamenti del marito, morto giovane di un male da decrepiti, dopo aver agonizzato degli anni su di una poltrona.
- Poi un altro sentimento che aveva fatto rifiorire la sua giovinezza, appassita anzitempo fra quella culla minacciata e quel marito di già cadavere prima di scendere nella tomba.
Un affetto profondo ed occulto, inquieto, geloso, che si mischiava a tutte le sue gioie mondane, e sembrava fatto di quelle, e le raffinava, le rendeva più sottili, più penetranti, come una delicata voluttà che animava ogni cosa, un abbigliamento, un monile, una festa, un trionfo di donna elegante.
- Persino quell'altra nube sórta a un tratto minacciosa in quel cielo azzurro, la malattia della figlia, come una ombra nera che dilatavasi da quei cortinaggi pesanti ed inerti, e ingigantiva, sino a scontrarsi con degli altri giorni neri - la morte di sua madre, l'agonia del marito, la faccia grave e preoccupata di quel medico che era venuto un'altra volta, il tic-tac di quella stessa pendola che riempiva tutta la stanza, tutta la casa, di una aspettativa lugubre.
Le parole della madre e della figlia, che volevano sembrar gaie e spensierate, morivano nella semioscurità di quella vòlta altissima.
Ad un tratto i campanelli elettrici squillarono nella lunga infilata di sale sfavillanti e deserte.
I servitori silenziosi si affrettavano senza far rumore dinanzi al dottore, il quale giungeva calmo, col sorriso mentito in quell'attesa angosciosa.
La contessa si rizzò senza poter dissimulare un tremito nervoso.
- Buona sera! Un po' tardi! Finisco adesso il mio giro.
E questa cara ammalata come è stata? -
S'era assiso di contro al letto; aveva fatto togliere la ventola alla lampada ed esaminava l'inferma, tenendo fra le dita bianche e grassocce il polso delicato e pallido della fanciulla; ripeteva le solite domande.
La contessa rispondeva con un lieve tremito nervoso nella voce; Bice con monosillabi tronchi, sempre con quegli occhi lucenti e inquieti.
Nelle sale accanto si succedevano i colpi di campanello discreti, e la cameriera entrava in punta di piedi per sussurrare all'orecchio della signora il nome degli intimi che venivano a chieder notizie dell'inferma.
Ad un tratto il dottore rizzò il capo.
- Chi è arrivato adesso? - domandò con vivacità strana.
- Il marchese Danei - rispose la contessa.
- La solita pozione per questa notte - continuò il medico, come se avesse dimenticato la sua domanda.
- Osservare a che ora cadrà la febbre.
Del resto nulla di nuovo.
Bisogna dar tempo alla cura -.
Ma non lasciava il polso dell'inferma; fissando uno sguardo penetrante su la fanciulla che aveva chinato gli occhi.
La madre aspettava ansiosa.
Un istante gli occhi ardenti della figlia s'incontrarono con quelli di lei, e avvampò subitamente in viso.
- Per carità, dottore! per carità! - supplicava la contessa, accompagnando il medico sino all'anticamera, senza badare agli amici e ai parenti che aspettavano in un angolo del salone, chiacchierando sottovoce.
- Come ha trovata oggi la Bice? Mi dica la verità!
- Nulla di nuovo - rispondeva lui.
- La solita febbriciattola, il solito squilibrio nervoso...
-
Ma quando furono in un salottino appartato, si piantò ritto dinanzi alla contessa, e disse bruscamente:
- La ragazza è innamorata di questo signor Danei -.
La contessa non rispose sillaba.
Solo impallidì orribilmente, e per istinto si portò le mani al petto.
- Bisogna pensarci! - ribatté il medico con una certa rude franchezza.
- Ora ne son certo.
Il caso è grave.
- Lui! - fu la prima parola che scappò alla madre, senza sapere quel che si dicesse.
- Sì; il polso me l'ha detto.
Lei non ha avuto alcun indizio? Non ha mai sospettato qualche cosa?
- Mai!...
Bice è così timida...
così...
- Il marchese viene spesso in casa? -
La poveretta, sotto gli occhietti grigi di quell'uomo che assumeva l'importanza d'un giudice, balbettò: - Sì.
- Noi altri medici alle volte abbiamo cura d'anime - aggiunse il dottore sorridendo.
- Forse è stato un bene che quel signore sia arrivato nel momento della mia visita.
- Ma ogni speranza non è perduta, dottore? Per l'amor di Dio!...
- No...
secondo i casi.
Buona sera -.
La contessa rimase un momento in quella stanza, quasi al buio, asciugandosi col fazzoletto un lieve sudore che le umettava le tempie.
Quando ripassò dal salone, rapidamente, guardò Danei in un canto, nel crocchio degl'intimi, e salutò tutti con un cenno del capo.
- Bice, figlia mia! il dottore t'ha trovata meglio oggi, sai!
- Sì, mamma - rispose la fanciulla dolcemente, con quella amara indifferenza degli ammalati gravi che stringe il cuore.
- Ci è di là delle visite per te.
Vuoi vederli?
- Chi c'è?
- Ma tutti.
La tua zia, Augusta, il signor Danei...
Vuoi vederli? -
Bice chiuse gli occhi, come fosse stanca; e nell'ombra, così pallida com'era, si vide un lieve rossore montarle alle guance.
- No, mamma.
Non voglio veder nessuno.
-
Attraverso quelle palpebre chiuse, delicate come foglie di rosa, sentiva fisso su di lei lo sguardo angoscioso ed intenso della madre.
All'improvviso riaprì gli occhi, e le buttò al collo quelle povere braccia magre e tremanti sotto la batista, con un moto indefinibile di confusione, di tenerezza e di sconforto.
Madre e figlia si strinsero teneramente, a lungo, senza dir parola, piangendo entrambe delle lagrime che avrebbero voluto nascondersi.
Ai parenti e agli amici che domandavano premurosi notizie dell'inferma, la contessa rispondeva come l'altre volte, ritta in mezzo al salone, senza poter dissimulare uno spasimo interno che di quando in quando le mozzava il respiro.
Allorché tutti se ne furono andati, rimasero faccia a faccia, Danei e lei.
Tante volte erano rimasti soli alcuni minuti, come allora, vicino a quel tavolo, a scambiare qualche parola di conforto e di speranza, o assorti in un silenzio che accomunava il loro pensiero e le loro anime nella stessa preoccupazione dolorosa; momenti tristi e cari, nei quali ella attingeva la forza e il coraggio di rientrare nell'atmosfera cupa e lugubre di quelle stanze d'inferma con un sorriso di incoraggiamento.
Stettero alquanto senza aprir bocca, con la fronte sulla mano.
La contessa aveva tale espressione in tutta la sua persona, che Roberto non sapeva cosa dirle.
Finalmente le stese la destra.
Ella ritirò la sua.
- Sentite, Roberto...
Ho da dirvi una cosa...
una cosa da cui dipende tutta la sua vita -.
Egli aspettava, serio, un po' inquieto.
- Mia figlia vi ama! -
Danei rimase sbalordito, guardando la contessa che si era nascosta il viso tra le mani e piangeva dirottamente.
- Ella!...
È impossibile!...
Guardate bene!...
- No! Me l'ha detto il medico.
Ed ora ne son certa.
Vi ama da morirne...
- Vi giuro!...
Vi giuro che...
- Lo so.
Vi credo.
Non ho bisogno di cercare perché Bice vi ami, Roberto!...
-
E si abbandonò sul divano.
Roberto era commosso anche lui.
Tentò di pigliarle la mano un'altra volta.
Ella lo respinse dolcemente.
- Anna!
- No! - esclamò la madre con vivacità.
E quelle lagrime silenziose pareva che le solcassero le guance delicate come degli anni, degli anni di dolore e di castigo che sopravvenivano tutto a un tratto nella sua esistenza spensierata.
Il silenzio sembrava insormontabile.
Infine Roberto mormorò:
- Cosa volete che faccia?...
dite...
-
Ella lo guardò smarrita, con un'angoscia indicibile.
E balbettò:
- Non so!...
non so!...
Lasciatemi tornar da lei...
Lasciatemi sola stasera...
-
Come rientrava nella camera dell'inferma, dall'ombra del cortinaggio gli occhi della figlia luccicavano ardenti, fissi su di lei, con un lampo inconsciente che l'agghiacciò sulla soglia.
- Mamma - chiese Bice - chi c'è ancora?
- Nessuno, figlia mia.
- Ah!...
Statti con me allora.
Non mi lasciare -.
E le teneva le mani, tremante.
- Povera bimba mia! Povero amore! Guarirai presto, sai! L'ha detto il medico.
- Sì mamma.
- E...
e...
sarai felice -.
La figlia le fissava sempre in viso quello sguardo.
- Sì, mamma -.
Poi chiuse gli occhi, che sembravano neri, nelle orbite incavate.
Successe un mortale silenzio.
La madre scrutava quel viso pallido e impenetrabile con uno sguardo ardente, arrossendo e impallidendo a vicenda.
Ad un tratto si fece smorta come lei, e la chiamò con un'altra voce.
- Bice! -
Il petto della madre si contraeva spasmodicamente, come se qualche cosa vi agonizzasse dentro.
Poi si chinò sulla figliuola, posando la guancia febbrile su quell'altra guancia scarna, e le mormorò nell'orecchio, con un soffio appena intellegibile:
- Ami qualcheduno, figlia mia? -
Bice spalancò gli occhi all'improvviso, tutta una fiamma in volto.
Poi, con quegli occhi sbarrati e quasi paurosi, fissi negli occhi pieni di lagrime della madre, balbettò con un accento ineffabile d'amarezza e quasi di rimprovero:
- Oh mamma!...
-
Allora la sventurata, sentendosi penetrare quella voce e quelle parole sino all'intimo del cuore, ebbe il coraggio d'aggiungere:
- Il signor Danei ha chiesto la tua mano.
- Oh mamma! Oh mamma! - ripeteva la fanciulla con lo stesso accento supplichevole e dolente, stringendosi nelle coperte con un movimento intraducibile.
- Oh mamma!...
-
La contessa, che sembrava anche lei nello smarrimento di un'agonia, biascicava:
- Però...
se tu non l'ami...
se tu non l'ami...
Di'!...
-
L'inferma ascoltava palpitante, ansiosa, agitando le labbra senza proferir parola, con gli occhi spalancati, enormi sul volto rifinito, fissi negli occhi della madre.
Tutt'a un tratto, come quella si chinava verso di lei, l'avvinse al collo con le braccia tremanti, stringendola con una forza che diceva tutto.
La madre, in un impeto d'amore disperato, singhiozzava:
- Guarirai! guarirai! -
E tremava convulsivamente.
Il giorno dopo, la contessa aspettava Danei nel suo gabinettino, seduta accanto al caminetto, stendendo verso il fuoco le mani così bianche che sembravano non avesse più una goccia di sangue nelle vene, con gli occhi fissi sulla fiamma.
Quanti pensieri, quante visioni, quanti ricordi, passavano dinanzi a quegli occhi! Il primo turbamento che l'aveva sorpresa al sentire annunziare la solita visita di lui, - il silenzio che era caduto all'improvviso fra loro due, e la parola che egli le aveva sussurrato all'orecchio, abbassando la voce ed il capo, - il batticuore delizioso che le aveva imporporato le gote ed il seno quando egli l'aveva aspettata nel vestibolo dell'Apollo per vederla passare, bionda, nella mantellina di raso bianco.
- Poi le lunghe fantasticherie color di rosa, a quel medesimo posto, le gioie trepide e intense, le attese febbrili, nelle ore in cui Bice prendeva la sua lezione di musica o di disegno.
Ora, allo squillare del campanello si rizzò con un tremito nervoso.
Tornò a sedere, calma, con le mani in croce sulle ginocchia.
Il marchese si fermò esitante sull'uscio.
Ella gli stese la mano che ardeva, evitando di guardarlo.
Siccome Danei, non sapendo che pensare, chiedeva della Bice, rispose dopo un breve silenzio:
- La sua vita è nelle vostre mani.
- Per l'amor di Dio, Anna!..
Voi v'ingannate!...
- esclamò egli - Bice s'inganna!...
Non può essere! non può essere!...
-
La contessa scosse il capo tristamente.
- No, non m'inganno! Me l'ha confessato ella stessa...
il dottore dice che la sua guarigione dipende...
da ciò!...
- Da che cosa?...
-
Per tutta risposta ella gli fissò in volto gli occhi arsi di febbre.
Allora, sotto quello sguardo, la prima parola di lui, impetuosa, quasi brusca, fu:
- Oh!...
no!...
-
Ella giunse le mani.
- No, Anna; pensateci bene...
Non può essere!...
Voi v'ingannate! - ripeteva Danei, agitato anche lui violentemente.
Le lagrime le soffocarono la voce in gola.
Poi stese le mani a Danei, senza dir nulla, come nei bei tempi trascorsi.
Soltanto quegli occhi che lo fissavano con un'espressione di preghiera e d'angoscia straziante erano diventati tutt'altri in ventiquattr'ore.
Roberto chinò il capo al pari di lei.
Entrambi erano due cuori onesti e leali, nel significato mondano della parola, nel senso di poter sempre affrontare a fronte aperta qualsiasi conseguenza di ogni loro azione.
Perché la fatalità facesse abbassare quelle teste alte e fiere, bisognava che le avesse messe per la prima volta di fronte a un fatto che rovesciava bruscamente tutta la loro logica e ne mostrava la falsità.
La rivelazione della contessa aveva sbalordito Danei; ora ripensandoci ne era spaventato; e in quel contrasto d'affetti e di doveri combattentisi sotto il riserbo imposto ad entrambi dalla rispettiva posizione che li rendeva più difficili, si trovava imbarazzato.
Parlò di loro due, del passato, dell'avvenire che gli faceva paura, cercando le frasi e le parole per scivolare fra tanti argomenti scabrosi, per non urtare o ferire alcuno di quei sentimenti così delicati e complessi.
- Pensateci bene, Anna! Questo matrimonio è impossibile! -
Ella non sapeva che dire.
Balbettava solo: - Mia figlia! mia figlia!
- Ebbene...
Volete che parta?...
che mi allontani per sempre?...
Sapete qual sacrifizio io farei!...
Ebbene, lo volete?
- Ella ne morrebbe -.
Roberto esitò, prima d'affrontare l'ultimo argomento.
Poi mormorò, abbassando la voce:
- Allora...
allora non resta che confessarle ogni cosa...
-
La madre s'irrigidì in una contrazione nervosa, con le dita increspate sul bracciuolo della poltrona.
E rispose con voce sorda, chinando il capo:
- Lo sa!...
Lo sospetta!...
- E nondimeno?...
- riprese Danei dopo un breve silenzio.
- Ne sarebbe morta...
Le ho fatto credere che s'ingannava.
- E lo ha creduto?
- Oh! - esclamò la contessa con un triste sorriso.
- L'amore è credulo...
Lo ha creduto!
- E voi? - chiese Roberto con un tremito che non poté dissimulare nella voce.
- Io ho già tutto sacrificato a mia figlia -.
Poi gli stese la mano, e soggiunse:
- Sentite com'è calma?
- Siete certa che sarà sempre così calma? -
Ella rispose:
- Sempre! -
E sentì freddo sulla nuca, alla radice dei capelli.
Si alzò vacillante, e si strinse il capo di lui sul petto.
- Ascoltate, Roberto, ora è vostra madre che vi abbraccia! Anna è morta.
Pensate a mia figlia! Amatela per me e per lei.
Ella è pura e bella come un angelo.
La felicità la farà rifiorire.
Voi l'amerete come non avete mai amato...
Dimenticherete ogni cosa...
siate tranquillo!...
-
Roberto era pallido.
Il matrimonio della contessina Bice fu annunciato ufficialmente pochi giorni dopo che ella entrò in convalescenza.
Amici e parenti venivano a congratularsi dei due fortunati avvenimenti in una volta.
Il marchese Danei era un partito convenientissimo; e se un qualche indiscreto arrischiò delle osservazioni sulla disparità degli anni, o altro, fu messo subito a tacere dal coro unanime delle signore che si sollevava scandalizzato.
La fanciulla risanava davvero, raggiante di una vita nuova, colla cecità, colla credulità, coll'oblio, coll'egoismo della felicità che espandeva nel seno della madre, la quale sorrideva.
Il dottore si fregava le mani, borbottando:
- Io non ci ho alcun merito.
Io faccio come Pilato.
Questa benedetta gioventù se ne ride della scienza.
Io non ci ho altro da prescrivere qui: Recipe.
- L'inverno a San Remo o a Napoli.
L'estate a Pegli o a Livorno.
Una scappata a Roma pei balli del carnevale, e un bel maschiotto alla fine della cura -.
La contessa, alla figlia che avrebbe voluto condurla seco rispondeva:
- No.
Io e il dottore non ci abbiamo più nulla a fare in questo viaggio.
Tutta la mia pretesa è che siate felici! -
E sorrideva agli sposi, del suo sorriso un po' stanco.
La figlia alle volte aveva inconsciamente degli sguardi acuti che correvano come un lampo dal fidanzato alla madre.
A quelle parole, senza saper perché l'abbracciò stretta, nascondendole il viso in seno.
La contessa diceva che quella era l'ultima sua festa; e le sue spalle bianche e delicate si mostrarono un'ultima volta alla cerimonia dello sposalizio, nelle sale scintillanti di lumi, e affollate di amici e parenti come nei giorni più tristi in cui venivano a chieder notizie della Bice.
Roberto le baciò la mano senza poter dissimulare un certo turbamento.
Poi, quando l'ultima carrozza fu partita e non rimase a piè dello scalone che il piccolo coupé del marchese, e la carretta inglese che portava il bagaglio degli sposi, mentre Bice era andata a cambiarsi d'abito, rimasero soli un momento, Roberto e lei.
- Fatela felice, Roberto -.
Danei era nervoso, abbottonava macchinalmente il suo ulster da viaggio, si cavava e tornava a infilarsi i guanti.
Non disse una parola.
Madre e figlia si abbracciarono strette, strette, lungamente.
Poi la contessa respinse quasi bruscamente la figliuola, dicendo:
- È tardi.
Perdete il treno.
Andate! andate! -
La contessa Orlandi aveva tossito un poco quell'inverno, e di tanto in tanto aveva avuto bisogno del medico.
Costui, onde non spaventarla, la sgridava perché passava le mattinate in chiesa a salvarsi l'anima e perdere il corpo.
Parlava di semplici raffreddori.
In realtà entrambi pensavano ad altro, ad una minaccia più grave, e sapevano d'ingannarsi a vicenda.
Bice scriveva che stava bene, che era contenta, che era felice, e più tardi accennò anche velatamente a un altro avvenimento che avrebbe affrettato il loro ritorno prima dell'anno.
La contessa telegrafò di non farne nulla, di aspettare l'avvenimento là dove si trovavano.
Ella era inquieta; temeva lo strapazzo del viaggio.
Piuttosto sarebbe corsa lei a raggiungerli, all'ultimo momento.
Però tardava sempre.
I telegrammi si succedevano.
Infine Roberto ebbe un dispaccio.
- Arrivo stasera -.
Il viaggio le parve eterno.
Ma allorché udì il fischio dell'arrivo si sentì mancare; ebbe quasi paura.
La prima persona che vide sul marciapiede della stazione, in mezzo alla folla, fu Roberto, che l'aspettava, solo.
Ella si strinse con forza il manicotto sul cuore, quasi le mancasse il respiro.
Roberto le baciò la mano, sul guanto, e passarono insieme pel cancello.
Intanto balbettava:
- Bice? come sta? -
Fuori era fermo il piccolo coupé del marchese, col servitore accanto allo sportello aperto.
Doveva montare insieme a lui! Ella si stringeva nel suo cantuccio, chiusa nella sua pelliccia, col velo sul viso.
- Bice sarà tanto contenta! - mormorava lui - tanto contenta! - Ripeteva sempre la stessa cosa, col viso rivolto allo sportello, impaziente d'arrivare.
Sfilavano le case e le botteghe illuminate.
Ad un tratto successe l'oscurità, nell'attraversare una piazza.
Tutti e due istintivamente si scostarono, e tacquero.
Poi si udì rimbombare il rumore della carrozza sotto la vòlta dell'androne.
Bice era corsa a piedi della scala; si buttò al collo della mamma con un diluvio di carezze e di parole sconnesse.
Era sofferente, e Roberto le diede il braccio per salire le scale.
La madre veniva dopo, un po' stanca anch'essa e soffocata dalla sua gran pelliccia.
Quando furono nel salone, in piena luce, ella fu colpita dall'aspetto di Bice, dalla veste da camera discinta, dalle mani venate d'azzurro posate sui bracciuoli, dal viso sbattuto ma raggiante di una felicità serena.
Roberto si chinava per parlarle all'orecchio.
Senza avvedersene s'erano appartati alquanto, vicino al parafuoco che li colorava di un'aureola rosata.
Allora alla donna lasciata in disparte sfuggì un'occhiata rapida e scintillante come una saetta.
Un momento rimasero sole madre e figlia.
Dopo avere esitato alquanto, la madre chiese:
- Sei felice?
- Sì, mamma!...
Tanto felice! -
Anna sola sembrava calma.
Allorché rimasero faccia a faccia con Roberto, ed egli parlava, parlava, quasi avesse paura del silenzio, - ella ascoltava col sorriso distratto, sprofondata nella poltrona accanto al fuoco che lumeggiava d'azzurro i capelli neri, col fine profilo opaco inquadrato nella luce al pari di un cammeo.
Una sera che Bice si era ritirata prima del solito, e Roberto era restato con la contessa nel salone a farle compagnia, il silenzio piombò all'improvviso fra di loro.
La contessa si alzò, e gli diede la buona notte semplicemente, accusando un po' di stanchezza anche lei.
Roberto era turbato parimente.
In questa apparve Bice, come un fantasma, vestita del suo accappatoio bianco.
Madre e figlia si guardarono: e la prima rimase senza parola, quasi senza fiato.
Roberto, il meno imbarazzato di tutti e tre, disse:
- Che hai, Bice?
- Nulla...
Non potevo dormire...
che ora è?
- Non è tardi.
Tua madre voleva ritirarsi perché è stanca...
- Miei cari - disse questa con un mesto sorriso.
- Alla mia età...
Pensateci bene...
-
E come Roberto, per abitudine, faceva un gesto...
essa rialzò alquanto i capelli sulle tempie, per mostrare quelli di sotto, tutti bianchi.
- Oh, è un pezzo! - rispose all'atto di sorpresa di Bice.
Questa, con uno slancio affettuoso, le buttò le braccia al collo, e le cacciò la testa in seno, senza dir nulla.
Però le mani della madre sentivano che tremava tutta.
Roberto era presso il camino, in silenzio, col capo un po' curvo, come gli pesasse qualche cosa sull'anima, e sentisse di essere di troppo fra quelle due donne, in tal momento.
Quando i suoi occhi s'incontrarono con quelli di Anna arrossì; e fu quella l'unica volta che fra di loro divampasse un ricordo del passato!
- Ora son nonna! - osservò sorridendo la contessa, ritta di faccia allo specchio, e lisciandosi i capelli con le mani bianche.
E rivolgendosi verso di loro, stese semplicemente le mani a tutti e due.
Roberto gliele baciò, chinando profondamente il capo.
Bice di tanto in tanto le stringeva la destra nervosamente; ed ella sentiva quella stretta penetrarle sino al cuore, come una fitta.
Allorquando fu sola nella sua stanza, si buttò ginocchioni davanti al crocifisso, col capo fra le braccia, e la luce della candela solitaria le baciò a lungo la nuca bianca e delicata.
Passò due settimane in casa della figlia, dove si sentiva estranea, accanto a Bice, accanto a lui! Com'erano mutati! quando egli le dava il braccio per andare a tavola; quando Bice diceva, - Mamma! - senza guardarla, e arrossiva se parlava di suo marito! - Dimenticherete, siate tranquillo! - ella avea detto a Roberto.
E per dimenticare era bastato!...
Ahi! Ella chiudeva gli occhi rabbrividendo a quel pensiero.
Qualche volta, all'improvviso, sentiva degli impeti di collera, quasi di gelosia pazza.
Gli aveva tolto persino il cuore di sua figlia! Tutto gli aveva tolto quell'uomo!
Una sera avvenne un gran trambusto nella casa; cocchieri e servitori spediti in furia; medici che arrivavano frettolosi, ed entravano difilato nella camera di Bice.
Ad intervalli succedeva un gran silenzio.
C'era una bugia sola che rischiarava il salone.
Tutt'a un tratto si udì un grido: un grido straziante che risonò dentro di lei come uno schianto.
E non poteva pregare nemmeno.
La sua ragione se ne andava dietro quei passi che si udivano frettolosi, in anticamera, pel corridoio, per le scale.
Più tardi, Roberto bussò discretamente all'uscio di lei, ella proferì: - Entrate! - con voce rauca.
Era commosso e raggiante insieme.
Non l'avea mai visto così.
Volevano che venisse a vedere il neonato; che fosse la madrina; che so io...
- No! - rispose, con la febbre negli occhi.
Poscia accorse nella camera della figlia, convulsa.
Bice era supina sul letto, bianca, estenuata, con gli occhi socchiusi e ancora umidi, e i denti stretti dall'angoscia.
La madre si sentiva dentro di sé questo ruggito:
- Voi me l'avete uccisa voi! -
Venne il giorno del battesimo, nella chiesa tutta scintillante di lumi.
La contessa aveva poi consentito a fare da madrina.
Se alle volte usciva in qualche stranezza, dovevano accusarne lo stato di salute della povera nonna; diceva sorridendo: - Anche le nonne hanno dei nervi! - Quando le tolsero di dosso la pelliccia, sotto i merletti e i diamanti dell'abito di gala, parve di vedere uno spettro.
Gli omeri aguzzi mal dissimulati, e gli occhi arsi di febbre, in fondo alle occhiaie livide, sul volto solcato.
La bambina fu battezzata Carlotta Danei.
Bice andava rimettendosi lentamente.
Era un organismo delicato che vibrava al minimo urto.
Nei lunghi giorni di convalescenza le venivano dei pensieri neri, degli impeti di irritazione sorda ed ingiusta, degli scoramenti improvvisi, come se tutti l'abbandonassero.
Allora guardava muta, cogli occhi neri, e diceva al marito con un accento indefinibile:
- Perché esci? Dove vai? Perché mi lasci sola? -
La sera del battesimo, al vedere i pizzi e i diamanti della mamma, aveva mormorato, stringendosi nelle coperte, aggrottando le ciglia, con uno strano accento di rancore quasi selvaggio:
- Come sei bella! -
E poi, una volta, nella febbre, con gli occhi accesi: - Quando partirai? -
Roberto abbassava il capo, e la contessa si sentiva soffocare.
Alcuni istanti dopo, dietro alle cortine del letto, si portò il fazzoletto alle labbra, e lo nascose in fretta macchiato di sangue.
Poscia Bice tornava in sé, e pareva chiedere perdono a tutti con le sue parole e le carezze affettuose.
Appena cominciò a lasciare il letto, sua madre fissò il giorno della partenza.
Bice le rivolse uno sguardo scrutatore e impallidì chinando tosto gli occhi.
Quando fu l'ultimo momento, alla stazione, erano commosse tutte e due, abbracciandosi senza dire una parola, come si lasciassero per sempre.
La contessa arrivò tardi, la sera, affranta, intirizzita dal freddo.
La casa vasta e deserta era fredda anch'essa, col gran fuoco acceso, con le lumiere solitarie, per tutta l'infilata delle sale.
Anna s'era ammalata.
Prima accusò la stanchezza del viaggio, poi le commozioni, o un colpo d'aria.
Stette circa tre mesi fra letto e lettuccio, il medico tornò a venire tutti i giorni.
- Non è nulla - ripeteva lei - oggi mi sento meglio.
Domani mi alzerò -.
Alla figlia scriveva regolarmente, e non aveva voluto che il dottore la informasse della malattia.
Verso il principio dell'autunno parve migliorare davvero.
Ad un tratto ricadde, e in due giorni peggiorò in guisa che il dottore si credette in debito di telegrafare al genero.
Roberto arrivò il giorno dopo, agitatissimo.
- Bice è in stato interessante - disse al dottore, che vide per il primo - e ho temuto che questa notizia...
- Ha fatto bene.
Anche la salute della marchesa ha bisogno di molti riguardi....
È una malattia gentilizia...
Io stesso non avrei preso su di me questa responsabilità se non fosse stata...
la gravità del caso...
- Molto grave? - balbettò Roberto.
Il dottore scosse il capo.
- Le hanno portato oggi il viatico -.
Per tutte le stanze infatti vagava un odore di incenso.
- Odore di morte - diceva il medico, vinto nella camera della moribonda da un odore più forte di etere, acuto, penetrante, che sembrava andare al cuore.
Il letto bianco impallidiva in fondo alla vasta alcova oscura spalancata.
Roberto si arrestò su quella soglia, sconvolto, e fece un passo indietro.
- Non vuol vederla? - chiese la vecchia cameriera.
- No...
Non so...
Bisognerebbe avvertirla...
-
La cameriera si accostò al letto, e si chinò sulla moribonda.
Poi le fece un segno con la mano.
Anna era immobile, con gli occhi spalancati, delle ombre livide sulle guance e alle tempie.
Ai piedi del letto stava una suora vestita di color bruno.
La cameriera ritta dall'altro lato, piangendo.
- Bice...
- balbettava Roberto - Bice...
-
E non poteva aggiunger altro, soffocato.
Ella non rispondeva, non fiatava nemmeno, sempre con gli occhi aperti, fissi, immobili.
Roberto si volse al dottore, con un'interrogazione d'angoscia repressa negli occhi.
Questi scosse il capo.
Roberto lentamente cadde sui ginocchi, quasi gli fossero mancate le gambe.
Tutt'a un tratto la pendola sonò la mezza; egli tornò a rizzarsi in piedi con un sussulto.
La suora si era alzata, e la cameriera si accostava al letto, col fazzoletto agli occhi.
Ma la moribonda non si era mossa.
Il medico le teneva il polso con gli occhi fissi su di lei.
Da lì a poco come un'ombra le passò sul viso.
Roberto sentì una mano che lo prendeva per il braccio, e lo conduceva via dolcemente.
LA BARBERINA DI MARCANTONIO
Anni sono, quando Barbara, orfanella, sposò Marcantonio, mugnaio, parve che chiappasse un terno a secco.
Pazienza i 40 anni dello sposo, ma la prima moglie di lui gli aveva lasciato il mulino, e un orticello, che si affacciava dentro le finestre, un mese ogni anno, col verde delle piante, e altro ben di Dio.
Marcantonio aveva sposata l'orfanella per fare una buona azione, dopo la morte della buon'anima, e scacciare la malinconia, che sembrava fissa in casa col rumore di quella ruota che girava sempre, notte e giorno, nel torrentello chiuso in mezzo a una forra scura, e non si udiva altro, in quella solitudine.
Amici e parenti furono invitati alle nozze, si fece festa sul praticello davanti al mulino, e brindisi a tutto andare, alla sposa che era fina e bianca come la farina di prima qualità, al mugnaio ch'era ancora in gamba - costò cinquanta svanziche quell'allegria - ché allora nel Veneto correvano ancora le svanziche e gli Austriaci.
Solo il Moccia che aveva il vino cattivo badava a predicare: - Andate là che ve ne pentirete! -
In seguito venne la processione dei figliuoli, che non finivano più.
Barberina allampanava a quel mestiere di far la chioccia, smunta e pallida, nella tristezza di quella buca senza verde e senza sole.
Tuttavia non si smarriva d'animo, ed era il braccio destro del mulino, diceva suo marito.
Correva la voce che dalla mamma avesse preso il malsottile.
Il fatto era che i figliuoli, quanti ne faceva, gli morivano presto, quasi mancasse l'aria in quel fosso.
Il medico predicava che era umido e malsano.
- Cosa potevano farci? Quella era la loro casa e ogni loro bene -.
Poi in maggio i rami rinverdivano, e su per l'erta, di faccia alle finestre, spuntavano dei fiorellini gialli e rossi.
La Barbara ci portava i bimbi in collo, a godersi il bel sole.
Ma morivano egualmente.
Ella sola non moriva, e continuava a far figliuoli, come un castigo di Dio, invecchiata e ischeletrita quasi fosse la morte che partoriva.
Il dottore aveva un bel chiamarsi in disparte Marcantonio e dirgli il fatto suo.
L'altro rispondeva, mordendosi le mani: - Cosa posso farci? Questa è la volontà di Dio! -
Finalmente quando Dio volle, la Barbara finì col dare alla luce un'ultima bambina, come non avesse avuto più sangue nelle vene, e lo avesse dato tutto alla figliuola.
Pareva che si fosse addormentata; e quella notte erano soli nel mulino, mentre il vento e la pioggia volevano portarselo via.
La bimba crebbe fine e delicata, e la chiamarono Barberina come la madre.
- Tutta lei, buon'anima! - esclamava Marcantonio.
A sedici anni era già una donnina, magra e pallida al pari della mamma, ma brava massaia come lei.
Al babbo che andava innanzi negli anni, gli metteva la vecchiaia nella bambagia.
Il signore si vedeva che gliela aveva lasciata per supplire la buon'anima che era in paradiso, e con quel tesoro in casa Marcantonio non aveva bisogno di ammogliarsi la terza volta.
Però la Barberina della mamma aveva anche la vita corta.
Al principio dell'inverno cominciò a tossire, e a sputar sangue di nascosto.
Il medico, che li conosceva di madre in figlia, conchiuse: - Non ve l'avevo detto? Ha il male di sua madre -.
E Marcantonio quel giorno pianse di nascosto anche lui.
Nondimeno, siccome la malattia procedeva lentamente, a poco a poco si abituarono entrambi, e non ci pensavano più.
Quando le tornava la febbre, alla ragazza, o tossiva più del solito, cercavano se aveva preso freddo, se si era bagnate le mani, o altri motivi simili, e non chiamavano neppure il medico.
Nel finire della state, una sera che diluviava come in marzo, arrivò il Moccia, vecchio anche lui adesso, che passava di tanto in tanto dal mulino, quand'era da quelle parti.
E raccontò che la campagna, al basso, era tutta allagata.
La Barberina, che non lasciava il letto da qualche tempo e non dormiva più, esclamò:
- Poveretti!
- Voi altri - finì il Moccia - se continua a piovere e a crescere la piena del fiume, fareste bene ad andarvene anche voi -.
Marcantonio, col cuore serrato per la figlia che non si poteva muovere, rispose che il fiume era lontano, e non c'era pericolo.
Poi il Moccia se ne andò, ed egli lo accompagnò col lume.
- Sapete - gli disse il Moccia.
- La Barberina mi par che stia proprio male stasera.
- O babbo - chiese la Barberina.
- Che ha detto il Moccia?
- Dice che la piena è grande; ma non ci badare.
Tutt'al più, se il torrente ingrossa anch'esso, smonterò la ruota -.
Sul tardi la ruota si fermò da sé; e Barberina, che aveva il sonno leggero dei malati, chiamò il babbo.
Marcantonio prese il lume e scese per la bodola.
Laggiù l'acqua nera gorgogliava, luccicava dove batteva il lume.
La Barberina, al veder risalire il babbo pallido e turbato, tornò a chiedere.
- Che c'è babbo?
- La piena - rispose stavolta Marcantonio.
- O poveretti noi! E tutto quel grano ch'è laggiù! E la casa? Ed io non posso aiutarvi! -.
Marcantonio pensava appunto a lei, che non poteva muoversi.
- Ora mi vesto, - diceva la ragazza.
- Ora vengo ad aiutarvi -
Ma le forze le mancavano, per quanto si affannasse, con quelle povere braccia stecchite, e quegli omeri aguzzi che volevano bucare la camicia.
Per fortuna tornò il Moccia, che non era potuto andare più avanti, a motivo della piena, ed altre anime pietose, le quali si erano ricordate di Marcantonio e della figliuola moribonda che affogavano nel mulino.
All'udir picchiare alla finestra, il vecchio prese animo.
- O Vergine santa! Ch'è mai successo? - esclamava Barberina con quegli occhi spaventati dentro le occhiaie nere.
L'avvolsero nelle coperte, e la fecero uscire dalla finestra, che Dio sa come ci arrivò la poveretta.
Al di fuori tutta la forra dove scorreva il torrentello era nera e spumosa.
Dappertutto, dove passavano col carretto di Barberina, gente in fuga, e masserizie per aria.
Pure, al veder lei, si fermavano a compassionarla.
All'alba si vide il fiume che si allargava dappertutto, come un mare.
Le avevano fatto un po' di riparo, come meglio potevano, lì nell'argine affollato di gente e di bestiame, con del fieno e delle coperte, e lei badava a ripetere:
- Oh Vergine Maria, cos'è successo?
- È successo - rispose il Moccia - che abbiamo addosso il castigo di Dio.
Non avete inteso che verrà la cometa? -
Ella, vedendo piovere su quei rifugiati, stretti sull'argine, andava dicendo, senza pensare a lei, che poco poteva starci:
- E quei poveretti? E se si sfascia l'argine? E il grano? E la casa? E il mulino? E come farete, babbo, senza di me?
- Una cosa da far compassione alle pietre - conchiuse il Moccia, a vederla andarsene così, in mezzo a quella rovina.
TENTAZIONE!
Ecco come fu.
- Vero com'è vero Iddio! Erano in tre: Ambrogio, Carlo e il Pigna, sellaio.
Questi che li avevano tirati pei capelli a far baldoria: - Andiamo a Vaprio col tramvai -.
E senza condursi dietro uno straccio di donna! Tanto è vero che volevano godersi la festa in santa pace.
Giocarono alle bocce, fecero una bella passeggiata sino al fiume, si regalarono il bicchierino e infine desinarono al Merlo bianco, sotto il pergolato.
C'era lì una gran folla, e quel dell'organetto, e quel della chitarra, e ragazze che strillavano sull'altalena, e innamorati che cercavano l'ombrìa; una vera festa.
Tanto che il Pigna s'era messo a far l'asino con una della tavolata accanto, civettuola, con la mano nei capelli, e il gomito sulla tovaglia.
E Ambrogio, che era un ragazzo quieto, lo tirava per la giacchetta, dicendogli all'orecchio:
- Andiamo via, se no si attacca lite -.
Dopo, al cellulare, quando ripensava al come era successo quel precipizio, gli pareva d'impazzire.
Per acchiappare il tramvai, verso sera, fecero un bel tratto di strada a piedi.
Carlo, che era stato soldato, pretendeva conoscere le scorciatoje, e li aveva fatto prendere per una viottola che tagliava i prati a zig zag.
Fu quella la rovina!
Potevano essere le sette, una bella sera d'autunno, coi campi ancora verdi che non ci era anima viva.
Andavano cantando, allegri della scampagnata, tutti giovani e senza fastidi pel capo.
Se fossero loro mancati i soldi, pure il lavoro, o avessero avuto altri guai, forse sarebbe stato meglio.
E il Pigna andava dicendo che avevano spesi bene i loro quattrini quella domenica.
Come accade, parlavano di donne, e dell'innamorata, ciascuno la sua.
E lo stesso Ambrogio, che sembrava una gatta morta, raccontava per filo e per segno quel che succedeva con la Filippina, quando si trovavano ogni sera dietro il muro della fabbrica.
- Sta a vedere - borbottava infine, ché gli dolevano le scarpe.
- Sta a vedere che Carlino ci fa sbagliare la strada! -
L'altro, invece, no.
Il tramvai era là di certo, dietro quella fila d'olmi scapitozzati, che non si vedeva ancora per la nebbiolina della sera.
"L'è sott'il pont, l'è sott'il pont a fà la legnaaa..." Ambrogio dietro faceva il basso, zoppicando.
Dopo un po' raggiunsero una contadina, con un paniere infilato al braccio, che andava per la stessa via.
- Sorte! - esclamò il Pigna.
- Ora ci facciamo insegnar la strada -.
Altro! Era un bel tocco di ragazza, di quelle che fan venire la tentazione a incontrarle sole.
- Sposa, è questa la strada per andare dove andiamo? - chiese il Pigna ridendo.
L'altra, ragazza onesta, chinò il capo, e affrettò il passo senza dargli retta.
- Che gamba, neh! - borbottò Carlino.
- Se va di questo passo a trovar l'innamorato, felice lui!-
La ragazza, vedendo che le si attaccavano alle gonnelle, si fermò su due piedi, col paniere in mano, e si mise a strillare:
- Lasciatemi andare per la mia strada, e badate ai fatti vostri.
- Eh! che non ce la vogliamo mangiare! - rispose il Pigna.
- Che diavolo! -
Ella riprese per la sua via, a testa bassa, da contadina cocciuta che era.
Carlo, a fine di rompere il ghiaccio, domandò:
- O dove va, bella ragazza...
come si chiama lei?
- Mi chiamo come mi chiamo, e vado dove vado -.
Ambrogio volle intromettersi lui: - Non abbia paura, che non vogliamo farle male.
Siamo buoni figliuoli, andiamo al tramvai pei fatti nostri -.
Come egli aveva la faccia d'uomo dabbene la giovane si lasciò persuadere, anche perché annottava, e andava a rischio di perdere la corsa.
Ambrogio voleva sapere se quella era la strada giusta pel tramvai.
- M'hanno detto di sì - rispose lei.
- Però io non son pratica di queste parti -.
E narrò che veniva in città per cercare di allogarsi.
Il Pigna, allegro di sua natura, fingeva di credere che cercasse di allogarsi a balia, e se non sapeva dove andare, un posto buono glielo trovava lui la stessa sera, caldo caldo.
E come aveva le mani lunghe, ella gli appuntò una gomitata che gli sfondò mezzo le costole.
- Cristo! - borbottò.
- Cristo, che pugno! E gli altri sghignazzavano.
- Io non ho paura di voi né di nessuno! - rispose lei.
- Né di me? - E neppure di me? - E di tutti e tre insieme? - E se vi pigliassimo per forza? - Allora si guardarono intorno per la campagna, dove non si vedeva anima viva.
- O il suo amoroso - disse il Pigna per mutar discorso - o il suo amoroso come va che l'ha lasciata partire?
- Io non ne ho - rispose lei.
- Davvero? Così bella!
- No, che non son bella.
- Andiamo, via! E il Pigna si mise in galanteria, coi pollici nel giro del panciotto.
- Perdio! se era bella! Con quegli occhi, e quella bocca, e con questo, e con quest'altro! - Lasciatemi passare - diceva ella ridendo sottonaso, con gli occhi bassi.
- Un bacio almeno, cos'è un bacio? Un bacio almeno poteva lasciarselo dare, per suggellare l'amicizia.
Tanto, cominciava a farsi buio, e nessuno li vedeva.
- Ella si schermiva, col gomito alto.
- Corpo! che prospettiva - Il Pigna se la mangiava con gli occhi, di sotto il braccio alzato.
Allora ella gli si piantò in faccia, minacciandolo di sbattergli il paniere sul muso.
- Fate pure! picchiate sinché volete.
Da voi mi farà piacere! - Lasciatemi andare, o chiamo gente! - Egli balbettava, con la faccia accesa: - Lasciatevelo dare, che nessun ci sente -.
Gli altri due si scompisciavano dalle risa.
Infine la ragazza, come le si stringevano addosso, si mise a picchiare sul sodo, metà seria metà ridendo, su questo e su quello, come cadeva.
Poi si diede a correre con le sottane alte.
- Ah! lo vuoi per forza! lo vuoi per forza! - gridava il Pigna ansante, correndole dietro.
E la raggiunse col fiato grosso, cacciandole una manaccia sulla bocca.
Così si acciuffarono e andavano sbatacchiandosi qua e là.
La ragazza furibonda mordeva, graffiava, sparava calci.
Carlo si trovò preso in mezzo per tentare di dividerli.
Ambrogio l'aveva afferrata per le gambe onde non azzoppisse qualcheduno.
Infine il Pigna, pallido, ansante, se la cacciò sotto, con un ginocchio sul petto.
E allora tutti e tre, l'uno dopo l'altro, al contatto di quelle carni calde, come fossero invasati a un tratto da una pazzia furiosa, ubbriachi di donna...
Dio ce ne scampi e liberi!
Ella si rialzò come una bestia feroce, senza dire una parola, ricomponendo gli strappi del vestito e raccattando il paniere.
Gli altri si guardavano fra di loro con un risolino strano.
Com'ella si muoveva per andarsene, Carlo le si piantò in faccia col viso scuro: - Tu non dirai nulla! - No! non dirò nulla! - promise la ragazza con voce sorda.
Il Pigna a quelle parole l'afferrò per la gonnella.
Ella si mise a gridare.
- Aiuto!
- Taci!
- Ajuto, all'assassino!
- Sta zitta, ti dico! -
Carlino l'afferrò alla gola.
- Ah! vuoi rovinarci tutti, maledetta! - Ella non poteva più gridare, sotto quella stretta, ma li minacciava sempre con quegli occhi spalancati dove c'erano i carabinieri e la forca.
Diventava livida, con la lingua tutta fuori, nera, enorme, una lingua che non poteva capire più nella sua bocca; e a quella vista persero la testa tutti e tre dalla paura.
Carlo le stringeva la gola sempre più a misura che la donna rallentava le braccia, e si abbandonava, inerte, con la testa arrovesciata sui sassi, gli occhi che mostravano il bianco.
Infine la lasciarono ad uno ad uno, lentamente, atterriti.
Ella rimaneva immobile stesa supina sul ciglione del sentiero, col viso in su e gli occhi spalancati e bianchi.
Il Pigna abbrancò per l'omero Ambrogio che non si era mosso, torvo, senza dire una parola, e Carlino balbettò:
- Tutti e tre, veh! Siamo stati tutti e tre!...
O sangue della Madonna!...
-
Era venuto buio.
Quanto tempo era trascorso? Attraverso la viottola bianchiccia si vedeva sempre per terra quella cosa nera, immobile.
Per fortuna non passava nessuno di là.
Dietro la pezza di granoturco c'era un lungo filare di gelsi.
Un cane s'era messo ad abbaiare in lontananza.
E ai tre amici pareva di sognare quando si udì il fischio del tramvai, che andavano a raggiungere mezz'ora prima, come se fosse passato un secolo.
Il Pigna disse che bisognava scavare una buca profonda, per nascondere quel ch'era accaduto, e costrinsero Ambrogio per forza a strascinare la morta nel prato, com'erano stati tutti e tre a fare il marrone.
Quel cadavere pareva di piombo.
Poi nella fossa non c'entrava.
Carlino gli recise il capo, col coltelluccio che per caso aveva il Pigna.
Poi quand'ebbero calcata la terra pigiandola coi piedi, si sentirono più tranquilli e si avviarono per la stradicciuola.
Ambrogio sospettoso teneva d'occhio il Pigna che aveva il coltello in tasca.
Morivano dalla sete, ma fecero un lungo giro per evitare un'osteria di campagna che spuntava nell'alba; un gallo che cantava nella mattinata fresca li fece trasalire.
Andavano guardinghi e senza dire una parola, ma non volevano lasciarsi, quasi fossero legati insieme.
I carabinieri li arrestarono alla spicciolata dopo alcuni giorni; Ambrogio in una casa di mal affare, dove stava da mattina a sera; Carlo vicino a Bergamo, che gli avevano messo gli occhi addosso al vagabondare che faceva, e il Pigna alla fabbrica, là in mezzo al via vai dei lavoranti e al brontolare della macchina; ma al vedere i carabinieri si fece pallido e gli s'imbrogliò subito la lingua.
Alle Assise, nel gabbione, volevano mangiarsi con gli occhi l'un l'altro, che si davano del Giuda.
Ma quando ripensavano poi al cellulare com'era stato il guaio, gli pareva d'impazzire, una cosa dopo l'altra, e come si può arrivare ad avere il sangue nelle mani cominciando dallo scherzare.
LA CHIAVE D'ORO
A Santa Margherita, nella casina del Canonico stavano recitando il Santo Rosario, dopo cena, quando all'improvviso si udì una schioppettata nella notte.
Il canonico allibì, colla coroncina tuttora in mano, e le donne si fecero la croce, tendendo le orecchie, mentre i cani nel cortile abbaiavano furiosamente.
Quasi subito rimbombò un'altra schioppettata di risposta nel vallone sotto la Rocca.
- Gesù e Maria, che sarà mai? - esclamò la fantesca sull'uscio della cucina.
- Zitti tutti! - esclamò il Canonico, pallido come il berretto da notte.
- Lasciatemi sentire -.
E si mise dietro l'imposta della finestra.
I cani si erano chetati, e fuori si udiva il vento nel vallone.
A un tratto riprese l'abbaiare più forte di prima, e in mezzo, a brevi intervalli, si udì bussare al portone con un sasso.
- Non aprite, non aprite a nessuno! - gridava il Canonico, correndo a prendere la carabina al capezzale del letto, sotto il crocifisso.
Le mani gli tremavano.
Poi, in mezzo al baccano, si udì gridare dietro al portone: - Aprite, signor Canonico; son io, Surfareddu! - E come finalmente il fattore del pianterreno escì a chetare i cani e a tirare le spranghe del portone, entrò il camparo, Surfareddu, scuro in viso e con lo schioppo ancora caldo in mano.
- Che c'è Grippino? cos'è successo? - chiese il Canonico spaventato.
- C'è, vossignoria, che mentre voi dormite e riposate, io arrischio la pelle per guardarvi la roba - rispose Surfareddu.
E raccontò cos'era successo, in piedi, sull'uscio, dondolandosi alla sua maniera.
Non poteva pigliar sonno, dal gran caldo, e s'era messo un momento sull'uscio della capanna, di là, sul poggetto, quando aveva udito rumore, nel vallone, dove era il frutteto, un rumore come le sue orecchie sole lo conoscevano, e la Bellina, una cagnaccia spelata e macilenta che gli stava alle calcagna.
Bacchiavano nel frutteto arance e altre frutta; un fruscìo che non fa il vento; e poi ad intervalli silenzio, mentre empivano i sacchi.
Allora aveva preso lo schioppo d'accanto all'uscio della capanna, quel vecchio schioppo a pietra con la canna lunga e i pezzi d'ottone che aveva in mano.
Quando si dice il destino! Perché quella era l'ultima notte che doveva stare a Santa Margherita.
S'era licenziato a Pasqua dal Canonico, d'amore e di accordo, e l'1 settembre doveva andare dal padrone nuovo, in quel di Vizzini.
Giusto il giorno avanti s'era fatta la consegna di ogni cosa col Canonico.
Ed era l'ultimo di agosto: una notte buia e senza stelle.
Bellina andava avanti, col naso al vento, zitta, come l'aveva insegnata lui.
Egli camminava adagio adagio, levando i piedi alti nel fieno perché non si udisse il fruscìo.
E la cagna si voltava ad ogni dieci passi per vedere se la seguiva.
Quando furono al vallone, disse piano a Bellina: - Dietro! - E si mise al riparo di un noce grosso.
Poi diede la voce: - Ehi!...-
Una voce, Dio liberi! - diceva il Canonico - che faceva accapponar la pelle quando si udiva da Surfareddu, un uomo che nella sua professione di camparo aveva fatto più di un omicidio.
- Allora - rispose Surfareddu - allora mi spararono addosso a bruciapelo - panf! - Per fortuna che risposi al lampo della fucilata.
Erano in tre, e udii gridare.
Andate a vedere nel frutteto, che il mio uomo dev'esserci rimasto.
- Ah! cos'hai fatto scellerato! - esclamava il Canonico, mentre le donne strillavano fra di loro.
- Ora verranno il giudice e gli sbirri, e mi lasci nell'imbroglio!
- Questo è il ringraziamento che mi fate, vossignoria? - rispose brusco Surfareddu.
- Se aspettavano a rubarvi sinché io me ne fossi andato dal vostro servizio, era meglio anche per me, che non ci avrei avuto quest'altro che dire con la giustizia.
- Ora vattene ai Grilli, e di' al fattore che ti mando io.
Domani poi ci avrai il tuo bisogno.
Ma che nessuno ti veda, per l'amor di Dio, ora ch'è tempo di fichidindia, e la gente è tutta per quelle balze.
Chissà quanto mi costerà questa faccenda; che sarebbe stato meglio tu avessi chiuso gli occhi.
- Ah no, signor Canonico! Finché sto al vostro servizio, sfregi di questa fatta non ne soffre Surfareddu! Loro lo sapevano che fino al 31 agosto il custode del vostro podere ero io.
Tanto peggio per loro! La mia polvere non la butto via, no! -
E se ne andò con lo schioppo in spalla e la Bellina dietro, ch'era ancor buio.
Nella casina di Santa Margherita non si chiuse più occhio quella notte, pel timore dei ladri e il pensiero di quell'uomo steso a terra lì nel frutteto.
A giorno chiaro, quando cominciarono a vedersi dei viandanti sulla viottola dirimpetto, nella Rocca, il Canonico, armato sino ai denti e con tutti i contadini dietro, si arrischiò ad andare a vedere quel ch'era stato.
Le donne strillavano:
- Non andate, vossignoria! -
Ma appena fuori del cortile si trovarono fra i piedi Luigino, che era sgattajolato fra la gente.
- Portate via questo ragazzo - gridò lo zio canonico.
- No! voglio andare a vedere anche io! - strillava costui.
E dopo, finché visse, gli rimase impresso in mente lo spettacolo che aveva avuto sotto gli occhi così piccolo.
Era nel frutteto, fatti pochi passi, sotto un vecchio ulivo malato, steso a terra, e col naso color fuligine dei moribondi.
S'era trascinato carponi su di un mucchio di sacchi vuoti ed era rimasto lì tutta la notte.
I suoi compagni nel fuggire s'erano portati via i sacchi pieni.
Lì presso c'era un tratto di terra smossa colle unghie e tutta nera di sangue.
- Ah! signor canonico - biascicò il moribondo.
- Per quattro ulive m'hanno ammazzato! -
Il canonico diede l'assoluzione.
Poscia, verso mezzogiorno, arrivò il Giudice con la forza, e voleva prendersela col Canonico, e legarlo come un mascalzone.
Per fortuna che c'erano tutti i contadini e il fattore con la famiglia testimoni.
Nondimeno il Giudice si sfogò contro quel servo di Dio che era una specie di barone antico per le prepotenze, e teneva al suo servizio degli uomini come Surfareddu per campari, e faceva ammazzar la gente per quattro ulive.
Voleva consegnato l'assassino morto o vivo, e il Canonico giurava e spergiurava che non ne capiva nulla.
Tanto che un altro po' il Giudice lo dichiarava complice e mandante, e lo faceva legare ugualmente dagli sbirri.
Così gridavano e andavano e venivano sotto gli aranci del frutteto, mentre il medico e il cancelliere facevano il loro ufficio dinanzi al morto steso sui sacchi vuoti.
Poi misero la tavola all'ombra del frutteto, pel caldo che faceva, e le donne indussero il signor Giudice a prendere un boccone perché cominciava a farsi tardi.
La fantesca si sbracciò: maccheroni, intingoli d'ogni sorta, e le signore stesse si misero in quattro perché la tavola non sfigurasse in quell'occasione.
Il signor Giudice se ne leccò le dita.
Dopo, il cancelliere rimosse un po' la tovaglia da una punta, e stese in fretta dieci righe di verbale, con la firma dei testimoni e ogni cosa, mentre il Giudice pigliava il caffè fatto apposta con la macchina, e i contadini guardavano da lontano, mezzo nascosti fra gli aranci.
Infine il Canonico andò a prendere con le sue mani una bottiglia di moscadello vecchio che avrebbe risuscitato un morto.
Quell'altro intanto l'avevano sotterrato alla meglio sotto il vecchio ulivo malato.
Nell'andarsene il Giudice gradì un fascio di fiori dalle signore, che fecero mettere nelle bisacce della mula del cancelliere due bei panieri di frutta scelte; e il Canonico li accompagnò sino al limite del podere.
Il giorno dopo venne un messo del Mandamento a dire che il signor Giudice avea persa nel frutteto la chiavetta dell'orologio, e che la cercassero bene che doveva esserci di certo.
- Datemi due giorni di tempo, che la troveremo - fece rispondere il Canonico.
E scrisse subito ad un amico di Caltagirone perché gli comprasse una chiavetta d'orologio.
Una bella chiave d'oro che gli costò due onze, e la mandò al signor Giudice dicendo:
- È questa la chiavetta che ha smarrito il signor Giudice?
- È questa, sissignore - rispose lui: e il processo andò liscio per la sua strada, tantoché sopravvenne il 60, e Surfareddu tornò a fare il camparo dopo l'indulto di Garibaldi, sin che si fece ammazzare a sassate in una rissa con dei campari per certa quistione di pascolo.
E il Canonico, quando tornava a parlare di tutti i casi di quella notte che gli aveva dato tanto da fare, diceva a proposito del Giudice d'allora:
- Fu un galantuomo! Perché invece di perdere la sola chiavetta, avrebbe potuto farmi cercare anche l'orologio e la catena -.
Nel frutteto, sotto l'albero vecchio dove è sepolto il ladro delle ulive, vengono cavoli grossi come teste di bambini.
L'ULTIMA VISITA
Nel palazzo Dolfini tutt'a un tratto era calata una nube di tristezza.
La malattia di donna Vittoria, che durava da circa una settimana, s'era aggravata nella notte.
Il medico, prima d'andarsene, aveva scritto un'ultima ordinazione sul tavolino dell'anticamera, volgendo le spalle all'uscio, dinanzi al servitore serio e grave, di già in cravatta bianca sino dalle dieci di mattina.
I parenti e gli amici intimi arrivavano, uno dopo l'altro, col viso lungo; attraversavano in punta di piedi tutta l'infilata delle stanze oscure sino al salotto dove era il marito dell'inferma, in piedi, fra un crocchio di intimi che scambiavano qualche parola a bassa voce, e li accoglieva con una stretta di mano silenziosa che rispondeva alle mute interrogazioni.
Di tanto in tanto un domestico in fretta; una cameriera socchiudeva discretamente l'uscio della camera buia del tutto.
Là dentro a intervalli si udiva come un soffio di parole mormorate da voci che sembravano di un altro mondo; e il fruscìo dei vestiti dava l'immagine di un battere d'ali.
Era una pleurite che donna Vittoria aveva presa all'uscire da una festa, in mezzo al suo drappello di eleganti che si affrettavano a metterle la pelliccia su le spalle, a darle il braccio, ad aprirle lo sportello del legno tiepido e profumato come un nido.
Ella aveva sentito in quel momento un brivido scenderle per le belle spalle nude, ancora ansanti per il valzer, sotto la lontra del mantello.
Poi s'era messa a letto e non s'era più levata.
Il suo medico, il medico della società, era venuto da principio a far quattro chiacchiere, sprofondato nella gran poltrona ai piedi del letto, buttando giù svogliatamente, prima d'andarsene, senza togliersi i guanti, due o tre righi della sua bella scrittura di signora su di un foglietto medioevo con la corona a cinque foglie.
Però dopo due o tre giorni s'era fatto serio, e il marito l'accompagnava nel salotto, fermandosi a parlare tutti e due un momento nel vano della finestra.
Alla porta era una vera processione di carrozze, di amici, di servitori in livrea, che lasciavano una parola, un nome, una carta di visita, delle quali il portinaio ogni sera recava un vassoio tutto pieno in anticamera, colla lista fitta di condoglianze e d'augùri, insieme col bollettino del giorno accomodato in guisa da poter passare sotto gli occhi dell'inferma, la quale voleva leggere tutti i giorni i nomi di coloro che erano venuti a domandare della sua salute; e alle volte gli occhi ardenti di febbre si fermavano su di una firma, e si velavano di lagrime.
Ogni sera miss Florence lasciava il romanzo che stava leggendo, e scendeva con la bimba nella camera di donna Vittoria, la quale le accoglieva con un sorriso pallido.
La figliuola, una ragazzina bianca e delicata, con lunghe trecce color d'oro pendenti giù per le spalle, e le attaccature fini di già, quasi fosse una donnina, andava a baciare la mamma in punta di piedi, col passo discreto di ragazzina bene educata.
Poi le augurava la buona notte in inglese o in tedesco, secondo la giornata, e se ne andava dietro all'istitutrice, diritta ed impettita.
Infine, la vigilia, donna Vittoria aveva trattenuto la ragazzina per mano, e le aveva parlato, nella sua lingua nativa, due o tre parole che accusavano la febbre, col sorriso triste nel viso color di cera.
La bimba ascoltava seria e zitta, coi grand'occhi azzurri spalancati.
Più tardi il medico era venuto due volte e aveva chiesto un consulto.
Nel salotto, il vai e vieni degli intimi era stato più affaccendato ed ansioso.
Nella sala accanto, dietro la tenda dell'uscio, si udivano i medici a consulto, la conversazione era di tratto in tratto interrotta da qualche parola misteriosa seguìta da brevi silenzi.
Nel cortile, il frastuono degli staffieri e delle carrozze contrastava col silenzio solenne degli altri giorni, come qualcosa fosse mutato in quella casa.
Sino a notte avanzata lo stesso coupé che aveva ricondotto la signora dal ballo aspettò attaccato nel cortile, co' suoi due fanali accesi che si riverberavano sull'acqua della fontana.
Il giorno dopo arrivò la visita insolita di una lontana parente, mezza beghina, che il legno era andata a prendere; e dinanzi al suo vestito quasi umile, gli usci dorati si spalancarono premurosi.
Ella andò ad assidersi al capezzale dell'inferma, con un'aria d'intimità quasi materna, chiedendole della salute, chiacchierando di mille cose con la voce pacata della donna che vive nella pace della chiesa.
Parlò di se stessa, de' suoi piccoli guai di tutti i giorni, del solo conforto che si trova nella religione.
Giusto cominciava allora la Quaresima, l'epoca della penitenza dopo i peccati del Carnevale.
Alle volte le malattie sono avvertimenti che il Signore ci dà perché ci si rammenti di lui.
Per questo i buoni cristiani antichi usavano far venire il Viatico appena fossero malati da più di otto giorni; non è giusto aspettare all'ultimo momento per riconciliarsi con Dio.
Si era visto tante volte, con tanti malati gravi, che già il miglior rimedio è una buona confessione.
- Quando? - chiese soltanto donna Vittoria, bianca come il merletto del suo guanciale.
- Ma...
più presto è, meglio è! Dio non si fa aspettare.
- Va bene! - mormorò l'inferma.
E non aggiunse altro; e seguitava a fissare il volto scialbo della vecchietta con gli occhi immobili, ardenti.
Appena questa se ne fu andata, fece chiamare suo marito.
Aveva un altro viso; un viso in cui ad un tratto fossero passati vent'anni di malattia e fosse discesa una calma di morte.
La voce le si era fatta profonda e rauca, come qualcosa cominciasse a mancare in lei.
- Vorrei vedere i miei amici...
tutti i miei amici...
- mormorò.
E la sfilata incominciò: tutti quelli che erano passati a chieder notizie di lei; tutti quelli che poterono essere informati del desiderio dell'inferma; così, come si incontravano, amici e conoscenti, in visita, dal confettiere, fra una pasta e un bicchierino di madera, al Corso, con una parola buttata là fra tante altre di chi veniva a dare il buon giorno allo sportello della carrozza.
Nella sala tornarono a sfilare dei lunghi strascichi di seta, dei passi che facevano scricchiolare gli stivalini verniciati, delle ondate di profumi leggeri e delicati nell'atmosfera grave, delle osservazioni brevi scambiate a bassa voce nell'uscire con un segno del capo, stringendo il manicotto sul petto, e con la mazzettina in mano.
Calava la sera, una sera tiepida e dorata di primavera.
Per la via si udiva il rumore non interrotto delle file delle carrozze che tornavano dal passeggio.
Solo la camera dell'inferma, che dava sul giardino, rimaneva in gran pace.
Un domestico portò una lampada accesa.
Giungeva ancora qualcheduno in ritardo, col viso interrogativo, che il marito introduceva, uno per volta, con un cenno del capo e qualche parola lenta.
Poi lui si lasciava cadere nella gran poltrona del medico ai piedi del letto, come vinto dalla stanchezza; e stava a guardare l'inferma, di già coi segni della morte sul viso all'ombra della ventola ricamata.
Ella salutava gli amici con una occhiata, con un sorriso triste, con qualche parola breve e dolce che sembrava una carezza, e ad ogni nuovo arrivo le si rischiarava il viso, quasi girassero il paralume dall'altra parte.
Indi tornava ad oscurarsi, come si riaffacciasse a lei il sentimento del suo stato.
Ad ogni momento voleva sapere che ora fosse.
- E il signor Ginoli non si fa vedere? - chiese infine.
Il marito non rispose; si guardarono un istante.
Ella non distolse gli occhi, col viso immobile e pallido.
E con quegli occhi in un istante si dissero tutto.
Il marito, quando passò nelle altre stanze e la lasciò sola un momento, aveva le spalle curve come gli pesassero addosso cent'anni.
Allora l'inferma, fra una visita e l'altra, chiamò la cameriera, e le disse due o tre parole che la ragazza sola poté udire, tanto le era mancata la voce.
La cameriera ascoltava, impassibile, ai piedi del letto, stecchita nel suo grembiulino di seta nera che le serrava il petto magro.
Poi, al momento di andare, si chinò all'improvviso, e baciò la mano della padrona scoppiando in lacrime.
- Va! - disse donna Vittoria, accarezzandole i capelli.
- Va.
Non piangere -.
Si udì il rumore di un legno che usciva dal portone.
Poscia, ad intervalli, una specie di silenzio d'attesa.
In quel silenzio le poche parole che si scambiavano due o tre persone lì presenti, facevano quasi trasalire.
L'inferma allora fissava l'uscio con gli occhi lucenti, gli occhi che soli sembravano vivi in quell'ombra.
Ad un tratto si udì il legno che tornava, poi un passo leggero sul tappeto, ed entrò un giovanotto sulla trentina, biondissimo, bianco tanto che sembrava pallido, con un soprabito scuro abbottonato fin sotto il mento, e la lente pendente sul petto a un filo che non si vedeva, come un bottone d'acciaio piantato lì.
Nell'anticamera egli aveva domandato al domestico:
- Come sta?...
- Male, male assai - rispose questi.
Il giovanotto entrò col passo incerto e l'occhio smarrito.
Nelle altre stanze non incontrò nessuno.
- Oh, Ginoli! - disse l'inferma, con un sorriso.
Egli non rispose, aspirando fortemente, quasi gli fosse mancato il fiato nel salire la scala in fretta.
Infine balbettò:
- Va meglio, non è vero? giacché mi hanno lasciato passare...
- Ella accennò di sì col capo, due o tre volte, poscia balbettò:
- Stasera mi sento un po' male...
ma ho visto tanta gente...
e sono stanca.
Però fa piacere rivedere gli amici...
-
La contessa Bruni, che era rimasta sino a quel momento, si alzò per accomiatarsi.
- Addio, - disse donna Vittoria, come essa si fermava a stringerle la mano a lungo.
Rimasero una signora attempata, amica di casa, che si era offerta di vegliare la notte, e due altri, marito e moglie, zii per parte di madre di donna Vittoria.
La zia parlava di cure portentose, di guarigioni insperate.
Gli altri tacevano, senza ascoltare.
- Verrete domani? - disse lei, voltando il capo verso Ginoli.
Egli balbettò di sì.
Ella stette a guardarlo, quasi colpita da quelle parole istesse.
E ad un tratto due lagrime le scesero lentamente sulle guance.
- Quando sarà giorno? - riprese.
E voltò la testa dall'altra parte, senza aspettare la risposta.
Di tanto in tanto la cameriera attraversava la camera, senza far rumore, o si udiva il passo leggero di un servitore nella sala accanto.
Allora levavano il capo tutti insieme, senza sapere perché.
Soltanto l'inferma mormorava a lunghi intervalli:
- Mi sento male, mi sento male assai -.
Una volta Ginoli, come fuori di sé, si alzò per congedarsi.
Ma ella se ne avvide, e gli disse, con gli occhi sempre rivolti al cielo del letto:
- Ve ne andate di già...
-
Si udì un campanello per la strada, e uno scalpiccìo che si avvicinava.
Poi fu aperto bruscamente l'uscio della camera, quasi dicessero a Ginoli:
- Ora andatevene -.
L'inferma volse il capo ottenebrato dall'agonia, e gli stese la mano agitando le labbra come per mormorare parole inintelligibili.
Egli la strinse: era fredda.
E se ne andò barcollando come un ubbriaco.
Nel salotto s'imbatté nel marito, e si guardarono un istante, immobili.
In quel momento si udì in anticamera il campanello del viatico; il marito chinò il capo, pallidissimo.
L'altro si dileguò rapidamente.
Attraverso la lunga fila di stanze deserte e silenziose, passava solo il suono di quel campanello squillante.
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VAGABONDAGGIO (1887)
VAGABONDAGGIO
Nanni Lasca, da ragazzo, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune della chiatta, sul Simeto, con Mangialerba, Ventura e l'Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio.
Passavano carri, passavano vetturali, passava gente a piedi e a cavallo d'ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
Prima compare Cosimo aveva fatto il lettighiere.
E Nanni aveva accompagnato il babbo nei suoi viaggi, per strade e sentieri, sempre coll'allegro scampanellìo delle mule negli orecchi.
Ma una volta, la vigilia di Natale - giorno segnalato - tornato a Licodia colla lettiga vuota, compare Cosimo trovò al Biviere la notizia che sua moglie stava per partorire.
- Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina, - gli dicevano tutti all'osteria.
E lui, contento come una Pasqua, si affrettava ad attaccare i muli per arrivare a casa prima di sera.
Il baio, birbante, che lo guardava di mal'occhio, per certe perticate che se l'era legate al dito, come lo vide spensierato, che si chinava ad affibiargli il sottopancia canterellando, affilò le orecchie a tradimento - jjj! - e gli assestò un calcio secco.
Nanni era rimasto nella stalla, a scopare quel po' d'orzo rimasto in fondo alla mangiatoia.
Al vedere il babbo lungo disteso nell'aia, che si teneva il ginocchio colle due mani, e aveva la faccia bianca come un morto, volle mettersi a strillare.
Ma compare Cosimo balbettava: - Va' a pigliare dell'acqua fresca, piuttosto.
Va' a chiamare lo zio Carmine, che mi aiuti -.
Accorse il ragazzo dell'osteria col fiato ai denti.
- O ch'è stato, compare Cosimo? - Niente, Misciu.
Ho paura di aver la gamba rotta.
Va' a chiamare il tuo padrone piuttosto, che mi aiuti -.
Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano: - Che c'è? Cos'è successo? Non mi lasciano stare un momento, santo diavolone! - Finalmente comparve sulla porta, sbadigliando, col cappuccio sino agli occhi.- Cos'è stato? Ora che volete? Lasciate fare a me, compare Cosimo -.
Il poveraccio lasciava fare, colla gamba ciondoloni, come se non fosse stata più roba sua.
- Questa è roba della Gagliana, - conchiuse lo zio Carmine, posandolo di nuovo in terra adagio adagio.
Allora compare Cosimo sbigottì, e si abbandonò sul ciglione, stralunato.
- Sta' zitto, malannaggia! che gli fai la jettatura, a tuo padre! - esclamò lo zio Carmine, seccato dal piagnucolare che faceva Nanni, seduto sulle calcagna.
Cadeva la sera, smorta, in un gran silenzio.
Poi si udirono lontano le chiese di Francofonte, che scampanavano.
- La bella vigilia di Natale che mi mandò Domeneddio! - balbettò compare Cosimo, colla lingua grossa dallo spasimo.
- Sentite, amico mio, - disse infine lo zio Carmine, che sentiva l'umidità del Biviere penetrargli nelle ossa.
- Qui non possiamo farvi nulla.
Per muovervi di come siete adesso, ci vorrebbe un paio di buoi.
- Che mi lasciate così, in mezzo alla strada? - si mise a lamentarsi compare Cosimo.
- No, no, siamo cristiani, compare Cosimo.
Bisogna aspettare lo zio Mommu per darci una mano.
Intanto vi manderò un fascio di fieno, e anche la coperta della mula, se volete.
Il fresco della sera è traditore, qui nel lago, amico mio.
Tredici anni che compro medicine!
- Ha la malaria nella testa il padrone, - disse poi Misciu, il ragazzo della stalla, tornando col fieno e la coperta.
- Non fa altro che dormire, tutto il giorno -.
Intanto sopra i monti spuntava la prima stella; poi un'altra, poi un'altra.
Compare Cosimo, sudando freddo, col naso in aria, le contava ad una ad una, e tornava a lamentarsi:
- Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanotte, cristiani?
- Tornerà, tornerà, non dubitate, - rispondeva Misciu accoccolato su di un sasso, col mento nelle mani.
- È andato a caccia pel Biviere.
Alle volte passano mesi e settimane senza che lo veda anima viva.
Ma ora ch'è Natale deve venire per prendere la sua roba -.
E il ragazzo, mentre ciaramellava, s'andava appisolando anche lui, col mento sulle mani, raggomitolato nei suoi cenci.
- Viene di notte, viene di giorno, secondo va la caccia.
Quando si mette alla posta delle anatre, lo zio Carmine gli lascia la chiave sotto l'uscio.
Poi dorme di giorno, o va a vendere la selvaggina di qua e di là; ma la sua roba l'ha sempre qui, nella stalla, appesa al capezzale: il cavicchio pel fucile, il cavicchio per la carniera, ogni cosa al suo posto.
Tanti anni che sta qui.
Lo zio Carmine dice ch'era ancora giovane...
-
Quando compare Cosimo tornava a lamentarsi, il ragazzo trasaliva, quasi lo svegliassero, e poi tornava a borbottare, come in sogno.
Nanni, stanco di singhiozzare, sbarrava gli occhi nel buio.
Tutt'a un tratto scappò una gallinella, schiamazzando.
- O zio Mommu! - si mise a chiamare Nanni ad alta voce.
Dopo si spandeva un gran silenzio, nella notte.
- Sono io! - disse infine Misciu.
- Non risponde per non spaventar le anatre.
Poi ci ha fatta l'abitudine, a quella vita, e non parla mai -.
Però si udiva già il fruscìo dei giunchi secchi, e il tonfo degli scarponi dello zio Mommu, che sfangava nel greto.
- Qua, zio Mommu! C'è compare Cosimo che gli è successo un accidente -.
Lo zio Mommu stava a guardare, al barlume che faceva la lanterna di compare Carmine, tutto intirizzito e battendo le palpebre, con quel naso a becco di jettatore.
Poi sollevarono il lettighiere al modo che diceva lo zio Carmine, uno sotto le ascelle e l'altro pei piedi.
- Cristo! come vi pesano le ossa, compare Cosimo! - sbuffava l'oste, per fargli animo con qualche barzelletta.
E lo zio Mommu, mingherlino, barellava davvero come un ubbriaco, sotto quel peso.
- Ah, che vigilia di Natale mi ha mandato Domeneddio! - tornava a dire compare Cosimo, steso alfine nello strapunto come un morto.
- Non ci pensate, compare Cosimo, che ora la Gagliana vi guarisce in un batter d'occhio.
Bisogna andare a chiamarla, compare Mommu, nel tempo stesso che andate a Lentini per vendere la vostra roba -.
Il vecchietto acconsentì con un cenno del capo, e mentre si preparava a partire, legandosi in testa il fazzoletto, e assettandosi la bisaccia in spalla, l'oste continuava:
- È meglio di un cerusico la Gagliana! Vedrete che vi guarirà in meno di dire un'avemaria.
State allegro, compare Cosimo; e se non avete bisogno d'altro, vado a far la vigilia di Natale anch'io con quei quattro maccheroni.
- E tu che non vuoi mangiare un boccone? - chiese il lettighiere, voltandosi al suo ragazzo che non si moveva di lì, smorto, colle mani in tasca, e il viso sudicio dal piangere che aveva fatto.
- No, - rispose Nanni.
- No, non ho più fame -.
- Povero figlio mio! che vigilia di Natale è venuta anche per te! -.
La Gagliana venne a giorno fatto, che lo zio Cosimo aveva il viso acceso e la gamba gonfia come un otre, talché bisognò tagliargli le brache per cavargliele, mentre la Gagliana, per modestia, si voltava dall'altra parte, cogli occhi bassi, preparando intanto ogni cosa lesta lesta: bende, stecche, empiastri, con certe erbe miracolose che sapeva lei.
Poi si mise a tirare la gamba come un boia.
Da principio compare Cosimo non diceva nulla, sudando a grosse gocce, e ansimando quasi facesse una gran fatica.
Ma poi, tutt'un tratto, gli scappò un grande urlo, che fece drizzare a tutti i capelli in testa.
- Lasciatelo gridare, che gli fa bene! -
Compare Cosimo faceva proprio come una bestia quando le si dà il fuoco.
Talché lo zio Carmine s'era alzato per vedere anche lui coi suoi occhioni assonnati.
E Nanni strillava che pareva l'ammazzassero.
- Sembrate un ragazzo, compare Cosimo, - gli diceva l'oste.
- Non vi hanno detto di star tranquillo? Foste in mano di qualche cerusico, pazienza!
- Stava fresco, Dio liberi! - saltò su la vecchia, come se l'avessero punta.
- Per lo meno gli avrebbero tagliata la gamba a questo poveretto.
Io non ho mai tagliato neppure un pelo in vita mia, grazie a Dio! Tutta grazia che mi dà il Signore! Ora state tranquillo, compare Cosimo, che non avete più bisogno di nulla -.
Ella sputava sul ginocchio enfiato l'empiastro che andava masticando; metteva le stecche e stringeva forte le bende, senza badare agli - ohi! - ciarlando sempre come una gazza.
E quand'ebbe terminato si nettò le mani nella criniera ispida e grigia, che le faceva come una cuffia sporca sulla testa.
- Sembra un diavolo quella strega! - ammiccava l'oste allo zio Mommu, il quale stava a guardare col naso malinconico, seduto sullo strapunto, le gambe penzoloni, e sgretolando a poco a poco il suo pane nero.
Lo zio Cosimo s'era lasciato andare di nuovo supino, col viso stralunato e lucente di sudore, accarezzando colla mano il suo ragazzo, e balbettando che non era nulla.
- Ora chi mi paga? - domandò infine la Gagliana.
- Non dubitate, che sarete pagata, - rispose il poveraccio più morto che vivo.
- Venderò il mulo, se così vorrà Dio, e vi pagherò, sorella mia! -
Com'era un bel giorno di Natale, col sole che veniva fin dentro la stalla, e le galline pure, a beccare qualche briciola di pane, la gente che era stata a sentir messa a Primosole si fermava a bere un sorso a metà strada, vedendo compare Cosimo sul pagliericcio dello stallatico, volevano sapere il come ed il perché.
Poi davano un'occhiata ai muli in fondo alla stalla.
L'oste li faceva vedere, fiutando la senseria:
- Belle e buone bestie! Quiete come il pane! Un affare d'oro per chi le compra, se compare Cosimo, Dio liberi, rimane storpio -.
Il baio voltava indietro il capo come se capisse, colla sua boccata di fieno in aria.
- No, no, ancora non sono in questo stato! - lagnavasi compare Cosimo dal fondo del suo giaciglio.
- Diciamo così per dire, compare Cosimo, state tranquillo.
Nessuno vi vuol toccare la roba vostra, se non volete voi.
Qui c'è paglia e fieno per i vostri muli, e potete tenerceli cent'anni -.
Lo sventurato pensava a quello che si sarebbero mangiati i muli, di fieno e di stallaggio, e lamentavasi:
- Stavolta non gliela faccio più la dote per la mia bambina che mi è nata adesso!
- Ora gli si manda la notizia, a vostra moglie.
La prima volta che lo zio Mommu andrà a Licodia per vendere la sua roba -.
Così lo zio Mommu portò la brutta notizia alla moglie di compare Cosimo, masticando le parole, e dondolandosi ora su di una gamba e ora sull'altra, che alla prima non si capiva nulla, nella casa piena di vicine, mentre si aspettava il marito pel battesimo.
Comare Menica, poveretta, nella prima furia voleva balzare dal letto, in camicia com'era, e correre al Biviere, se non era il medico che si mise a sgridarla:
- Come le bestie, voialtri villani! Non sapete cosa vuol dire una febbre puerperale!
- Signore don Battista! Come posso fare a lasciare quel poveretto fuorivia, in mano altrui, ora ch'è in quello stato?...
- E voi non vi movete! - appoggiava comare Stefana.
- Vostro marito andrete a trovarlo poi.
Temete che scappi?
- Date retta al medico, - aggiunse la Cilona.
- Compare Cosimo è in mano di cristiani.
Lo vedete qui, questo poveretto, che è venuto apposta? -
E lo zio Mommu accennava di sì con il capo, ritto dinanzi al letto, battendo gli occhi, non sapendo come fare per voltare le spalle ed andarsene per le sue faccende.
Indi la convalescenza, il baliatico, il bisogno dei figliuoli; e il tempo era passato.
Compare Cosimo, quando infine la Gagliana gli aveva detto di alzarsi, era rimasto su di una sedia, alla porta dello stallatico, con una gamba più corta dell'altra.
- Così com'è non ve la lasciavano neppure, se eravate in mano del cerusico! - gli disse la Gagliana per consolarlo.
I muli stessi se li mangiò metà lei e metà la stalla.
Quando il povero zoppo, alla porta dell'osteria, vide Nunzio della Rossa che si portava via la sua lettiga, si mise a sospirare: - Queste campanelle non le udrò più! -
E lo zio Carmine anche lui disse:
- Che diavolo rimpiangete! Quel baio birbante che vi azzoppò a quel modo? -
Intanto bisognava pensare a buscarsi da vivere, lui e il suo ragazzo; e adesso ch'era conciato a quel modo per le feste, voleva essere un mestiere facile, di quelli poco pane e poca fatica.
"Se hai un guaio, dillo a tutti".
Lo zio Carmine, ch'era un buon diavolaccio, ne parlava con questo e con quello, e come seppe che uno della chiatta, lì vicino, era morto di malaria, disse subito a compare Cosimo:
- Questo è quello che fa per voi -.
E tanto disse e tanto fece, per mezzo anche dello zio Antonio, l'oste di Primosole, lì accanto al Simeto, che il capoccia della chiatta chinò il capo e disse di sì anche lui.
D'allora in poi compare Cosimo rimase a tirar la fune, su e giù pel fiume; e con ogni conoscente che passava, mandava sempre a dire a sua moglie che sarebbe andato a vederla, un giorno o l'altro, e la bambina pure.
- Verrò a Pasqua.
Verrò a Natale -.
Mandava sempre a dire la stessa cosa; tanto che comare Menica ormai non ci credeva più; e Nanni, ogni volta, guardava il babbo negli occhi, per vedere se dicesse davvero.
Ma succedeva che a Pasqua e a Natale s'aveva sempre una gran folla da tragittare; talché quando il fiume era grosso c'erano più di cinquanta vetture che aspettavano all'osteria di Primosole.
Il capoccia della chiatta bestemmiava contro lo scirocco e levante che gli toglieva il pan di bocca, e la sua gente si riposava: Mangialerba, bocconi, dormendo sulle braccia in croce; Ventura, all'osteria; e l'Orbo cantava tutto il giorno, ritto sull'uscio della capanna, a veder piovere, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
Comare Menica avrebbe voluto andarvi lei, a Primosole, almeno per vedere suo marito e portargli la bambina, ché il padre non la conosceva neppure, quasi non l'avesse fatta lui.
- Andrò appena avrò presi i denari del filato, - diceva essa pure.
- Andrò dopo la raccolta delle ulive, se mi avanza qualche soldo -.
Così passava il tempo.
Intanto comare Menica fece una malattia mortale, di quelle che don Battista, il medico, se ne lavava le mani come Pilato.
- Vostra moglie è malata malatissima, - venivano a dirgli lo zio Cheli, compare Lanzare, tutti quelli che arrivavano da Licodia; e compare Cosimo stavolta voleva correre davvero, a piedi, come poteva.
- Prestatemi due lire per la spesa del viaggio, padron Mariano -.
Ma il capoccia rispondeva:
- Aspettate prima se vi portano un buona notizia.
Alle volte, intanto che voi siete per via, vostra moglie guarisce, e voi ci perdete la spesa del viaggio -.
L'Orbo invece consigliava di far dire una messa alla Madonna di Primosole, ch'è miracolosa.
Finché giunse la notizia che da comare Menica c'era il prete.
- Vedete se avevo ragione? - esclamò padron Mariano.
- Cosa andavate a fare, se non c'era più aiuto? -
La bambina se l'era tolta in casa comare Stefana, per carità; e compare Cosimo era rimasto a Primosole col sul ragazzo.
Tanto, l'Orbo gli diceva che, coll'aiuto di Dio, poteva vivere e morire alla chiatta al pari di lui, che vi mangiava pane da cinquant'anni.
E ne aveva vista passare tanta della gente! Passavano conoscenti, passavano viandanti che nessuno sapeva donde venissero, a piedi, a cavallo, d'ogni nazione, se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
- Come l'acqua del fiume stesso che se ne andava al mare, ma lì pareva sempre la medesima, fra le due ripe sgretolate: a destra le collinette nude di Valsavoia, a sinistra il tetto rosso di Primosole; e allorché pioveva, per giorni e settimane, non si vedeva altro che quel tetto tristo nella nebbia.
Poi tornava il bel tempo, e spuntava del verde qua e là, fra le rocce di Valsavoia, sul ciglio delle viottole, nella pianura, fin dove arrivava l'occhio.
Infine veniva l'estate, e si mangiava ogni cosa, il verde dei seminati, i fiori dei campi, l'acqua del fiume, gli oleandri che intristivano sulle rive, coperti di polvere.
La domenica, cambiava.
Lo zio Antonio, che teneva l'osteria di Primosole, faceva venire il prete per la messa, e mandava Filomena, la sua figliuola, a scopare la chiesetta, e a raccattare i soldi che i devoti vi buttavano dentro dal finestrino, per le anime del Purgatorio.
Accorrevano dai dintorni, a piedi, a cavallo, e l'osteria si riempiva di gente.
Alle volte arrivava anche il Zanno, che guariva di ogni male, colle sue scarabattole; o don Tinu, il merciaiuolo, con un grande ombrellone rosso, e schierava la sua mercanzia sugli scalini della chiesa, forbici, temperini, nastri e refe d'ogni colore.
Nanni si affollava insieme agli altri ragazzi per vedere.
Ma suo padre gli diceva sempre: - No, figliuolo mio, questa roba è per chi ha denari da spendere -.
Gli altri invece comperavano: bottoni, tabacchiere di legno, pettini di osso, e Filomena frugava dappertutto colle mani sudice, senza che nessuno le dicesse nulla, perché era la figliuola dell'oste.
Anzi un giorno don Tinu le regalò un bel fazzoletto giallo e rosso, che passò di mano in mano.
- Sfacciata! - dicevano le comari.
- Fa l'occhio a questo e a quello per amor dei regali! - Un giorno Nanni li vide tutti e due dietro il pollaio, che si tenevano abbracciati.
Filomena, che stava all'erta per timore del babbo, si accorse subito di quegli occhietti che si ficcavano nella siepe, e gli saltò addosso colla ciabatta in mano.
- Cosa vieni a fare qui, spione? se stai a raccontare quel che hai visto, guai a te, veh! - Ma don Tinu la calmava con belle maniere: - Non lo strapazzate quel ragazzo, comare Mena, ché gli fate pensare al male -.
Però Nanni non poteva levarsi dagli occhi il viso rosso di Filomena, e le manacce di don Tinu che brancicavano.
Quando lo mandavano a comperare il vino all'osteria, si piantava dinanzi al banco della ragazza, che glielo mesceva colla faccia tosta, e lo sgridava: - Guardate qua, cristiani! Non gli spuntano ancora i peli al mento, quel moccioso, e ha già negli occhi la malizia! -
Nanni voleva far lo stesso colla Grazia, la servetta dell'osteria, quando andavano insieme a raccoglier l'erbe per la minestra, lungo il fiume.
Ma la fanciulla rispondeva:
- No.
Tu non mi dai mai niente -.
Essa invece gli portava, nascoste in seno, delle croste di formaggio, che gli avventori avevano lasciato cadere sotto la tavola, o un pezzetto di pane duro rubato alle galline.
Accendevano un focherello fra due sassi, e giocavano a far la merenda.
Ma Nanni finiva sempre il giuoco col buttar le mani sulla roba, e darsela a gambe.
La ragazzetta allora rimaneva a bocca aperta, grattandosi il capo.
E alla sera si buscava pure gli scapaccioni di Filomena, che la vedeva tornare spesso colle mani vuote.
Nanni, per risparmiarsi la fatica, le arraffava anche la sua parte di cicoria o di finocchi selvatici.
Poi, il giorno dopo, giurava colle mani in croce che non l'avrebbe fatto più.
E la poverina ci tornava sempre, appena lo vedeva da lontano, coi capelli rossi in mezzo alle stoppie gialle; si accostava quatta quatta, e gli si metteva alle calcagna come un cane.
Quand'essa arrivava piagnucolando ancora per le busse che s'era buscate all'osteria, Nanni per consolarla le diceva:
- E tu perché non scappi, e te ne vai a casa tua? -
Egli raccontava che aveva la sua casa anche lui, laggiù al paese, e i parenti e ogni cosa: di là da quelle montagne turchine; ci voleva una giornata buona di cammino, e un giorno o l'altro ci sarebbe andato.
- Pianta i tuoi padroni e l'osteria, e te ne scappi a casa tua -.
La ragazzetta ascoltava a bocca aperta, colle gambe penzoloni sul greto asciutto, guardando attonita là dove Nanni le faceva vedere tante belle cose, oltre i monti turchini.
Infine si grattava il capo, e rispondeva:
- Non so.
Io non ci ho nessuno -.
Egli intanto si divertiva a tirar sassi sull'acqua; o cercava di far scivolare Grazia giù dalla sponda, facendole il solletico.
Poi si metteva a correre, ed egli la inseguiva a zollate.
Andavano pure a scovare i grilli dalle tane, con uno sterpolino; o a caccia di lucertole.
Nanni sapeva coglierle con un nodo scorsoio fatto in cima a un filo di giunco sottile; dentro al cerchietto che formava il nodo spuntava una bella campanella lucente, e le povere bestioline, assetate in quell'arsura, si lasciavano adescare.
In mezzo alla gran pianura riarsa il fiume s'insaccava come un burrone enorme, fra le rive slabbrate.
- Mostrava le ossa, - brontolavano quelli della chiatta.
Talché anche i poveri diavoli ci si arrischiavano a guado, qualche miglio più in su.
Tanti baiocchi levati di bocca a quegli altri poveri diavoli che stavano colla fune in mano tutto il giorno, sotto il solleone.
E litigavano fra di loro, a digiuno.
Nanni allora per un nulla si buscava delle pedate anche da suo padre, sciancato com'era.
Di tanto in tanto passava una frotta di mietitori, che tornavano al mare, bianchi di polvere