TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 72
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Dopo un po' raggiunsero una contadina, con un paniere infilato al braccio, che andava per la stessa via.
- Sorte! - esclamò il Pigna.
- Ora ci facciamo insegnar la strada -.
Altro! Era un bel tocco di ragazza, di quelle che fan venire la tentazione a incontrarle sole.
- Sposa, è questa la strada per andare dove andiamo? - chiese il Pigna ridendo.
L'altra, ragazza onesta, chinò il capo, e affrettò il passo senza dargli retta.
- Che gamba, neh! - borbottò Carlino.
- Se va di questo passo a trovar l'innamorato, felice lui!-
La ragazza, vedendo che le si attaccavano alle gonnelle, si fermò su due piedi, col paniere in mano, e si mise a strillare:
- Lasciatemi andare per la mia strada, e badate ai fatti vostri.
- Eh! che non ce la vogliamo mangiare! - rispose il Pigna.
- Che diavolo! -
Ella riprese per la sua via, a testa bassa, da contadina cocciuta che era.
Carlo, a fine di rompere il ghiaccio, domandò:
- O dove va, bella ragazza...
come si chiama lei?
- Mi chiamo come mi chiamo, e vado dove vado -.
Ambrogio volle intromettersi lui: - Non abbia paura, che non vogliamo farle male.
Siamo buoni figliuoli, andiamo al tramvai pei fatti nostri -.
Come egli aveva la faccia d'uomo dabbene la giovane si lasciò persuadere, anche perché annottava, e andava a rischio di perdere la corsa.
Ambrogio voleva sapere se quella era la strada giusta pel tramvai.
- M'hanno detto di sì - rispose lei.
- Però io non son pratica di queste parti -.
E narrò che veniva in città per cercare di allogarsi.
Il Pigna, allegro di sua natura, fingeva di credere che cercasse di allogarsi a balia, e se non sapeva dove andare, un posto buono glielo trovava lui la stessa sera, caldo caldo.
E come aveva le mani lunghe, ella gli appuntò una gomitata che gli sfondò mezzo le costole.
- Cristo! - borbottò.
- Cristo, che pugno! E gli altri sghignazzavano.
- Io non ho paura di voi né di nessuno! - rispose lei.
- Né di me? - E neppure di me? - E di tutti e tre insieme? - E se vi pigliassimo per forza? - Allora si guardarono intorno per la campagna, dove non si vedeva anima viva.
- O il suo amoroso - disse il Pigna per mutar discorso - o il suo amoroso come va che l'ha lasciata partire?
- Io non ne ho - rispose lei.
- Davvero? Così bella!
- No, che non son bella.
- Andiamo, via! E il Pigna si mise in galanteria, coi pollici nel giro del panciotto.
- Perdio! se era bella! Con quegli occhi, e quella bocca, e con questo, e con quest'altro! - Lasciatemi passare - diceva ella ridendo sottonaso, con gli occhi bassi.
- Un bacio almeno, cos'è un bacio? Un bacio almeno poteva lasciarselo dare, per suggellare l'amicizia.
Tanto, cominciava a farsi buio, e nessuno li vedeva.
- Ella si schermiva, col gomito alto.
- Corpo! che prospettiva - Il Pigna se la mangiava con gli occhi, di sotto il braccio alzato.
Allora ella gli si piantò in faccia, minacciandolo di sbattergli il paniere sul muso.
- Fate pure! picchiate sinché volete.
Da voi mi farà piacere! - Lasciatemi andare, o chiamo gente! - Egli balbettava, con la faccia accesa: - Lasciatevelo dare, che nessun ci sente -.
Gli altri due si scompisciavano dalle risa.
Infine la ragazza, come le si stringevano addosso, si mise a picchiare sul sodo, metà seria metà ridendo, su questo e su quello, come cadeva.
Poi si diede a correre con le sottane alte.
- Ah! lo vuoi per forza! lo vuoi per forza! - gridava il Pigna ansante, correndole dietro.
E la raggiunse col fiato grosso, cacciandole una manaccia sulla bocca.
Così si acciuffarono e andavano sbatacchiandosi qua e là.
La ragazza furibonda mordeva, graffiava, sparava calci.
Carlo si trovò preso in mezzo per tentare di dividerli.
Ambrogio l'aveva afferrata per le gambe onde non azzoppisse qualcheduno.
Infine il Pigna, pallido, ansante, se la cacciò sotto, con un ginocchio sul petto.
E allora tutti e tre, l'uno dopo l'altro, al contatto di quelle carni calde, come fossero invasati a un tratto da una pazzia furiosa, ubbriachi di donna...
Dio ce ne scampi e liberi!
Ella si rialzò come una bestia feroce, senza dire una parola, ricomponendo gli strappi del vestito e raccattando il paniere.
Gli altri si guardavano fra di loro con un risolino strano.
Com'ella si muoveva per andarsene, Carlo le si piantò in faccia col viso scuro: - Tu non dirai nulla! - No! non dirò nulla! - promise la ragazza con voce sorda.
Il Pigna a quelle parole l'afferrò per la gonnella.
Ella si mise a gridare.
- Aiuto!
- Taci!
- Ajuto, all'assassino!
- Sta zitta, ti dico! -
Carlino l'afferrò alla gola.
- Ah! vuoi rovinarci tutti, maledetta! - Ella non poteva più gridare, sotto quella stretta, ma li minacciava sempre con quegli occhi spalancati dove c'erano i carabinieri e la forca.
Diventava livida, con la lingua tutta fuori, nera, enorme, una lingua che non poteva capire più nella sua bocca; e a quella vista persero la testa tutti e tre dalla paura.
Carlo le stringeva la gola sempre più a misura che la donna rallentava le braccia, e si abbandonava, inerte, con la testa arrovesciata sui sassi, gli occhi che mostravano il bianco.
Infine la lasciarono ad uno ad uno, lentamente, atterriti.
Ella rimaneva immobile stesa supina sul ciglione del sentiero, col viso in su e gli occhi spalancati e bianchi.
Il Pigna abbrancò per l'omero Ambrogio che non si era mosso, torvo, senza dire una parola, e Carlino balbettò:
- Tutti e tre, veh! Siamo stati tutti e tre!...
O sangue della Madonna!...
-
Era venuto buio.
Quanto tempo era trascorso? Attraverso la viottola bianchiccia si vedeva sempre per terra quella cosa nera, immobile.
Per fortuna non passava nessuno di là.
Dietro la pezza di granoturco c'era un lungo filare di gelsi.
Un cane s'era messo ad abbaiare in lontananza.
E ai tre amici pareva di sognare quando si udì il fischio del tramvai, che andavano a raggiungere mezz'ora prima, come se fosse passato un secolo.
Il Pigna disse che bisognava scavare una buca profonda, per nascondere quel ch'era accaduto, e costrinsero Ambrogio per forza a strascinare la morta nel prato, com'erano stati tutti e tre a fare il marrone.
Quel cadavere pareva di piombo.
Poi nella fossa non c'entrava.
Carlino gli recise il capo, col coltelluccio che per caso aveva il Pigna.
Poi quand'ebbero calcata la terra pigiandola coi piedi, si sentirono più tranquilli e si avviarono per la stradicciuola.
Ambrogio sospettoso teneva d'occhio il Pigna che aveva il coltello in tasca.
Morivano dalla sete, ma fecero un lungo giro per evitare un'osteria di campagna che spuntava nell'alba; un gallo che cantava nella mattinata fresca li fece trasalire.
Andavano guardinghi e senza dire una parola, ma non volevano lasciarsi, quasi fossero legati insieme.
I carabinieri li arrestarono alla spicciolata dopo alcuni giorni; Ambrogio in una casa di mal affare, dove stava da mattina a sera; Carlo vicino a Bergamo, che gli avevano messo gli occhi addosso al vagabondare che faceva, e il Pigna alla fabbrica, là in mezzo al via vai dei lavoranti e al brontolare della macchina; ma al vedere i carabinieri si fece pallido e gli s'imbrogliò subito la lingua.
Alle Assise, nel gabbione, volevano mangiarsi con gli occhi l'un l'altro, che si davano del Giuda.
Ma quando ripensavano poi al cellulare com'era stato il guaio, gli pareva d'impazzire, una cosa dopo l'altra, e come si può arrivare ad avere il sangue nelle mani cominciando dallo scherzare.
LA CHIAVE D'ORO
A Santa Margherita, nella casina del Canonico stavano recitando il Santo Rosario, dopo cena, quando all'improvviso si udì una schioppettata nella notte.
Il canonico allibì, colla coroncina tuttora in mano, e le donne si fecero la croce, tendendo le orecchie, mentre i cani nel cortile abbaiavano furiosamente.
Quasi subito rimbombò un'altra schioppettata di risposta nel vallone sotto la Rocca.
- Gesù e Maria, che sarà mai? - esclamò la fantesca sull'uscio della cucina.
- Zitti tutti! - esclamò il Canonico, pallido come il berretto da notte.
- Lasciatemi sentire -.
E si mise dietro l'imposta della finestra.
I cani si erano chetati, e fuori si udiva il vento nel vallone.
A un tratto riprese l'abbaiare più forte di prima, e in mezzo, a brevi intervalli, si udì bussare al portone con un sasso.
- Non aprite, non aprite a nessuno! - gridava il Canonico, correndo a prendere la carabina al capezzale del letto, sotto il crocifisso.
Le mani gli tremavano.
Poi, in mezzo al baccano, si udì gridare dietro al portone: - Aprite, signor Canonico; son io, Surfareddu! - E come finalmente il fattore del pianterreno escì a chetare i cani e a tirare le spranghe del portone, entrò il camparo, Surfareddu, scuro in viso e con lo schioppo ancora caldo in mano.
- Che c'è Grippino? cos'è successo? - chiese il Canonico spaventato.
- C'è, vossignoria, che mentre voi dormite e riposate, io arrischio la pelle per guardarvi la roba - rispose Surfareddu.
E raccontò cos'era successo, in piedi, sull'uscio, dondolandosi alla sua maniera.
Non poteva pigliar sonno, dal gran caldo, e s'era messo un momento sull'uscio della capanna, di là, sul poggetto, quando aveva udito rumore, nel vallone, dove era il frutteto, un rumore come le sue orecchie sole lo conoscevano, e la Bellina, una cagnaccia spelata e macilenta che gli stava alle calcagna.
Bacchiavano nel frutteto arance e altre frutta; un fruscìo che non fa il vento; e poi ad intervalli silenzio, mentre empivano i sacchi.
Allora aveva preso lo schioppo d'accanto all'uscio della capanna, quel vecchio schioppo a pietra con la canna lunga e i pezzi d'ottone che aveva in mano.
Quando si dice il destino! Perché quella era l'ultima notte che doveva stare a Santa Margherita.
S'era licenziato a Pasqua dal Canonico, d'amore e di accordo, e l'1 settembre doveva andare dal padrone nuovo, in quel di Vizzini.
Giusto il giorno avanti s'era fatta la consegna di ogni cosa col Canonico.
Ed era l'ultimo di agosto: una notte buia e senza stelle.
Bellina andava avanti, col naso al vento, zitta, come l'aveva insegnata lui.
Egli camminava adagio adagio, levando i piedi alti nel fieno perché non si udisse il fruscìo.
E la cagna si voltava ad ogni dieci passi per vedere se la seguiva.
Quando furono al vallone, disse piano a Bellina: - Dietro! - E si mise al riparo di un noce grosso.
Poi diede la voce: - Ehi!...-
Una voce, Dio liberi! - diceva il Canonico - che faceva accapponar la pelle quando si udiva da Surfareddu, un uomo che nella sua professione di camparo aveva fatto più di un omicidio.
- Allora - rispose Surfareddu - allora mi spararono addosso a bruciapelo - panf! - Per fortuna che risposi al lampo della fucilata.
Erano in tre, e udii gridare.
Andate a vedere nel frutteto, che il mio uomo dev'esserci rimasto.
- Ah! cos'hai fatto scellerato! - esclamava il Canonico, mentre le donne strillavano fra di loro.
- Ora verranno il giudice e gli sbirri, e mi lasci nell'imbroglio!
- Questo è il ringraziamento che mi fate, vossignoria? - rispose brusco Surfareddu.
- Se aspettavano a rubarvi sinché io me ne fossi andato dal vostro servizio, era meglio anche per me, che non ci avrei avuto quest'altro che dire con la giustizia.
- Ora vattene ai Grilli, e di' al fattore che ti mando io.
Domani poi ci avrai il tuo bisogno.
Ma che nessuno ti veda, per l'amor di Dio, ora ch'è tempo di fichidindia, e la gente è tutta per quelle balze.
Chissà quanto mi costerà questa faccenda; che sarebbe stato meglio tu avessi chiuso gli occhi.
- Ah no, signor Canonico! Finché sto al vostro servizio, sfregi di questa fatta non ne soffre Surfareddu! Loro lo sapevano che fino al 31 agosto il custode del vostro podere ero io.
Tanto peggio per loro! La mia polvere non la butto via, no! -
E se ne andò con lo schioppo in spalla e la Bellina dietro, ch'era ancor buio.
Nella casina di Santa Margherita non si chiuse più occhio quella notte, pel timore dei ladri e il pensiero di quell'uomo steso a terra lì nel frutteto.
A giorno chiaro, quando cominciarono a vedersi dei viandanti sulla viottola dirimpetto, nella Rocca, il Canonico, armato sino ai denti e con tutti i contadini dietro, si arrischiò ad andare a vedere quel ch'era stato.
Le donne strillavano:
- Non andate, vossignoria! -
Ma appena fuori del cortile si trovarono fra i piedi Luigino, che era sgattajolato fra la gente.
- Portate via questo ragazzo - gridò lo zio canonico.
- No! voglio andare a vedere anche io! - strillava costui.
E dopo, finché visse, gli rimase impresso in mente lo spettacolo che aveva avuto sotto gli occhi così piccolo.
Era nel frutteto, fatti pochi passi, sotto un vecchio ulivo malato, steso a terra, e col naso color fuligine dei moribondi.
S'era trascinato carponi su di un mucchio di sacchi vuoti ed era rimasto lì tutta la notte.
I suoi compagni nel fuggire s'erano portati via i sacchi pieni.
Lì presso c'era un tratto di terra smossa colle unghie e tutta nera di sangue.
- Ah! signor canonico - biascicò il moribondo.
- Per quattro ulive m'hanno ammazzato! -
Il canonico diede l'assoluzione.
Poscia, verso mezzogiorno, arrivò il Giudice con la forza, e voleva prendersela col Canonico, e legarlo come un mascalzone.
Per fortuna che c'erano tutti i contadini e il fattore con la famiglia testimoni.
Nondimeno il Giudice si sfogò contro quel servo di Dio che era una specie di barone antico per le prepotenze, e teneva al suo servizio degli uomini come Surfareddu per campari, e faceva ammazzar la gente per quattro ulive.
Voleva consegnato l'assassino morto o vivo, e il Canonico giurava e spergiurava che non ne capiva nulla.
Tanto che un altro po' il Giudice lo dichiarava complice e mandante, e lo faceva legare ugualmente dagli sbirri.
Così gridavano e andavano e venivano sotto gli aranci del frutteto, mentre il medico e il cancelliere facevano il loro ufficio dinanzi al morto steso sui sacchi vuoti.
Poi misero la tavola all'ombra del frutteto, pel caldo che faceva, e le donne indussero il signor Giudice a prendere un boccone perché cominciava a farsi tardi.
La fantesca si sbracciò: maccheroni, intingoli d'ogni sorta, e le signore stesse si misero in quattro perché la tavola non sfigurasse in quell'occasione.
Il signor Giudice se ne leccò le dita.
Dopo, il cancelliere rimosse un po' la tovaglia da una punta, e stese in fretta dieci righe di verbale, con la firma dei testimoni e ogni cosa, mentre il Giudice pigliava il caffè fatto apposta con la macchina, e i contadini guardavano da lontano, mezzo nascosti fra gli aranci.
Infine il Canonico andò a prendere con le sue mani una bottiglia di moscadello vecchio che avrebbe risuscitato un morto.
Quell'altro intanto l'avevano sotterrato alla meglio sotto il vecchio ulivo malato.
Nell'andarsene il Giudice gradì un fascio di fiori dalle signore, che fecero mettere nelle bisacce della mula del cancelliere due bei panieri di frutta scelte; e il Canonico li accompagnò sino al limite del podere.
Il giorno dopo venne un messo del Mandamento a dire che il signor Giudice avea persa nel frutteto la chiavetta dell'orologio, e che la cercassero bene che doveva esserci di certo.
- Datemi due giorni di tempo, che la troveremo - fece rispondere il Canonico.
E scrisse subito ad un amico di Caltagirone perché gli comprasse una chiavetta d'orologio.
Una bella chiave d'oro che gli costò due onze, e la mandò al signor Giudice dicendo:
- È questa la chiavetta che ha smarrito il signor Giudice?
- È questa, sissignore - rispose lui: e il processo andò liscio per la sua strada, tantoché sopravvenne il 60, e Surfareddu tornò a fare il camparo dopo l'indulto di Garibaldi, sin che si fece ammazzare a sassate in una rissa con dei campari per certa quistione di pascolo.
E il Canonico, quando tornava a parlare di tutti i casi di quella notte che gli aveva dato tanto da fare, diceva a proposito del Giudice d'allora:
- Fu un galantuomo! Perché invece di perdere la sola chiavetta, avrebbe potuto farmi cercare anche l'orologio e la catena -.
Nel frutteto, sotto l'albero vecchio dove è sepolto il ladro delle ulive, vengono cavoli grossi come teste di bambini.
L'ULTIMA VISITA
Nel palazzo Dolfini tutt'a un tratto era calata una nube di tristezza.
La malattia di donna Vittoria, che durava da circa una settimana, s'era aggravata nella notte.
Il medico, prima d'andarsene, aveva scritto un'ultima ordinazione sul tavolino dell'anticamera, volgendo le spalle all'uscio, dinanzi al servitore serio e grave, di già in cravatta bianca sino dalle dieci di mattina.
I parenti e gli amici intimi arrivavano, uno dopo l'altro, col viso lungo; attraversavano in punta di piedi tutta l'infilata delle stanze oscure sino al salotto dove era il marito dell'inferma, in piedi, fra un crocchio di intimi che scambiavano qualche parola a bassa voce, e li accoglieva con una stretta di mano silenziosa che rispondeva alle mute interrogazioni.
Di tanto in tanto un domestico in fretta; una cameriera socchiudeva discretamente l'uscio della camera buia del tutto.
Là dentro a intervalli si udiva come un soffio di parole mormorate da voci che sembravano di un altro mondo; e il fruscìo dei vestiti dava l'immagine di un battere d'ali.
Era una pleurite che donna Vittoria aveva presa all'uscire da una festa, in mezzo al suo drappello di eleganti che si affrettavano a metterle la pelliccia su le spalle, a darle il braccio, ad aprirle lo sportello del legno tiepido e profumato come un nido.
Ella aveva sentito in quel momento un brivido scenderle per le belle spalle nude, ancora ansanti per il valzer, sotto la lontra del mantello.
Poi s'era messa a letto e non s'era più levata.
Il suo medico, il medico della società, era venuto da principio a far quattro chiacchiere, sprofondato nella gran poltrona ai piedi del letto, buttando giù svogliatamente, prima d'andarsene, senza togliersi i guanti, due o tre righi della sua bella scrittura di signora su di un foglietto medioevo con la corona a cinque foglie.
Però dopo due o tre giorni s'era fatto serio, e il marito l'accompagnava nel salotto, fermandosi a parlare tutti e due un momento nel vano della finestra.
Alla porta era una vera processione di carrozze, di amici, di servitori in livrea, che lasciavano una parola, un nome, una carta di visita, delle quali il portinaio ogni sera recava un vassoio tutto pieno in anticamera, colla lista fitta di condoglianze e d'augùri, insieme col bollettino del giorno accomodato in guisa da poter passare sotto gli occhi dell'inferma, la quale voleva leggere tutti i giorni i nomi di coloro che erano venuti a domandare della sua salute; e alle volte gli occhi ardenti di febbre si fermavano su di una firma, e si velavano di lagrime.
Ogni sera miss Florence lasciava il romanzo che stava leggendo, e scendeva con la bimba nella camera di donna Vittoria, la quale le accoglieva con un sorriso pallido.
La figliuola, una ragazzina bianca e delicata, con lunghe trecce color d'oro pendenti giù per le spalle, e le attaccature fini di già, quasi fosse una donnina, andava a baciare la mamma in punta di piedi, col passo discreto di ragazzina bene educata.
Poi le augurava la buona notte in inglese o in tedesco, secondo la giornata, e se ne andava dietro all'istitutrice, diritta ed impettita.
Infine, la vigilia, donna Vittoria aveva trattenuto la ragazzina per mano, e le aveva parlato, nella sua lingua nativa, due o tre parole che accusavano la febbre, col sorriso triste nel viso color di cera.
La bimba ascoltava seria e zitta, coi grand'occhi azzurri spalancati.
Più tardi il medico era venuto due volte e aveva chiesto un consulto.
Nel salotto, il vai e vieni degli intimi era stato più affaccendato ed ansioso.
Nella sala accanto, dietro la tenda dell'uscio, si udivano i medici a consulto, la conversazione era di tratto in tratto interrotta da qualche parola misteriosa seguìta da brevi silenzi.
Nel cortile, il frastuono degli staffieri e delle carrozze contrastava col silenzio solenne degli altri giorni, come qualcosa fosse mutato in quella casa.
Sino a notte avanzata lo stesso coupé che aveva ricondotto la signora dal ballo aspettò attaccato nel cortile, co' suoi due fanali accesi che si riverberavano sull'acqua della fontana.
Il giorno dopo arrivò la visita insolita di una lontana parente, mezza beghina, che il legno era andata a prendere; e dinanzi al suo vestito quasi umile, gli usci dorati si spalancarono premurosi.
Ella andò ad assidersi al capezzale dell'inferma, con un'aria d'intimità quasi materna, chiedendole della salute, chiacchierando di mille cose con la voce pacata della donna che vive nella pace della chiesa.
Parlò di se stessa, de' suoi piccoli guai di tutti i giorni, del solo conforto che si trova nella religione.
Giusto cominciava allora la Quaresima, l'epoca della penitenza dopo i peccati del Carnevale.
Alle volte le malattie sono avvertimenti che il Signore ci dà perché ci si rammenti di lui.
Per questo i buoni cristiani antichi usavano far venire il Viatico appena fossero malati da più di otto giorni; non è giusto aspettare all'ultimo momento per riconciliarsi con Dio.
Si era visto tante volte, con tanti malati gravi, che già il miglior rimedio è una buona confessione.
- Quando? - chiese soltanto donna Vittoria, bianca come il merletto del suo guanciale.
- Ma...
più presto è, meglio è! Dio non si fa aspettare.
- Va bene! - mormorò l'inferma.
E non aggiunse altro; e seguitava a fissare il volto scialbo della vecchietta con gli occhi immobili, ardenti.
Appena questa se ne fu andata, fece chiamare suo marito.
Aveva un altro viso; un viso in cui ad un tratto fossero passati vent'anni di malattia e fosse discesa una calma di morte.
La voce le si era fatta profonda e rauca, come qualcosa cominciasse a mancare in lei.
- Vorrei vedere i miei amici...
tutti i miei amici...
- mormorò.
E la sfilata incominciò: tutti quelli che erano passati a chieder notizie di lei; tutti quelli che poterono essere informati del desiderio dell'inferma; così, come si incontravano, amici e conoscenti, in visita, dal confettiere, fra una pasta e un bicchierino di madera, al Corso, con una parola buttata là fra tante altre di chi veniva a dare il buon giorno allo sportello della carrozza.
Nella sala tornarono a sfilare dei lunghi strascichi di seta, dei passi che facevano scricchiolare gli stivalini verniciati, delle ondate di profumi leggeri e delicati nell'atmosfera grave, delle osservazioni brevi scambiate a bassa voce nell'uscire con un segno del capo, stringendo il manicotto sul petto, e con la mazzettina in mano.
Calava la sera, una sera tiepida e dorata di primavera.
Per la via si udiva il rumore non interrotto delle file delle carrozze che tornavano dal passeggio.
Solo la camera dell'inferma, che dava sul giardino, rimaneva in gran pace.
Un domestico portò una lampada accesa.
Giungeva ancora qualcheduno in ritardo, col viso interrogativo, che il marito introduceva, uno per volta, con un cenno del capo e qualche parola lenta.
Poi lui si lasciava cadere nella gran poltrona del medico ai piedi del letto, come vinto dalla stanchezza; e stava a guardare l'inferma, di già coi segni della morte sul viso all'ombra della ventola ricamata.
Ella salutava gli amici con una occhiata, con un sorriso triste, con qualche parola breve e dolce che sembrava una carezza, e ad ogni nuovo arrivo le si rischiarava il viso, quasi girassero il paralume dall'altra parte.
Indi tornava ad oscurarsi, come si riaffacciasse a lei il sentimento del suo stato.
Ad ogni momento voleva sapere che ora fosse.
- E il signor Ginoli non si fa vedere? - chiese infine.
Il marito non rispose; si guardarono un istante.
Ella non distolse gli occhi, col viso immobile e pallido.
E con quegli occhi in un istante si dissero tutto.
Il marito, quando passò nelle altre stanze e la lasciò sola un momento, aveva le spalle curve come gli pesassero addosso cent'anni.
Allora l'inferma, fra una visita e l'altra, chiamò la cameriera, e le disse due o tre parole che la ragazza sola poté udire, tanto le era mancata la voce.
La cameriera ascoltava, impassibile, ai piedi del letto, stecchita nel suo grembiulino di seta nera che le serrava il petto magro.
Poi, al momento di andare, si chinò all'improvviso, e baciò la mano della padrona scoppiando in lacrime.
- Va! - disse donna Vittoria, accarezzandole i capelli.
- Va.
Non piangere -.
Si udì il rumore di un legno che usciva dal portone.
Poscia, ad intervalli, una specie di silenzio d'attesa.
In quel silenzio le poche parole che si scambiavano due o tre persone lì presenti, facevano quasi trasalire.
L'inferma allora fissava l'uscio con gli occhi lucenti, gli occhi che soli sembravano vivi in quell'ombra.
Ad un tratto si udì il legno che tornava, poi un passo leggero sul tappeto, ed entrò un giovanotto sulla trentina, biondissimo, bianco tanto che sembrava pallido, con un soprabito scuro abbottonato fin sotto il mento, e la lente pendente sul petto a un filo che non si vedeva, come un bottone d'acciaio piantato lì.
Nell'anticamera egli aveva domandato al domestico:
- Come sta?...
- Male, male assai - rispose questi.
Il giovanotto entrò col passo incerto e l'occhio smarrito.
Nelle altre stanze non incontrò nessuno.
- Oh, Ginoli! - disse l'inferma, con un sorriso.
Egli non rispose, aspirando fortemente, quasi gli fosse mancato il fiato nel salire la scala in fretta.
Infine balbettò:
- Va meglio, non è vero? giacché mi hanno lasciato passare...
- Ella accennò di sì col capo, due o tre volte, poscia balbettò:
- Stasera mi sento un po' male...
ma ho visto tanta gente...
e sono stanca.
Però fa piacere rivedere gli amici...
-
La contessa Bruni, che era rimasta sino a quel momento, si alzò per accomiatarsi.
- Addio, - disse donna Vittoria, come essa si fermava a stringerle la mano a lungo.
Rimasero una signora attempata, amica di casa, che si era offerta di vegliare la notte, e due altri, marito e moglie, zii per parte di madre di donna Vittoria.
La zia parlava di cure portentose, di guarigioni insperate.
Gli altri tacevano, senza ascoltare.
- Verrete domani? - disse lei, voltando il capo verso Ginoli.
Egli balbettò di sì.
Ella stette a guardarlo, quasi colpita da quelle parole istesse.
E ad un tratto due lagrime le scesero lentamente sulle guance.
- Quando sarà giorno? - riprese.
E voltò la testa dall'altra parte, senza aspettare la risposta.
Di tanto in tanto la cameriera attraversava la camera, senza far rumore, o si udiva il passo leggero di un servitore nella sala accanto.
Allora levavano il capo tutti insieme, senza sapere perché.
Soltanto l'inferma mormorava a lunghi intervalli:
- Mi sento male, mi sento male assai -.
Una volta Ginoli, come fuori di sé, si alzò per congedarsi.
Ma ella se ne avvide, e gli disse, con gli occhi sempre rivolti al cielo del letto:
- Ve ne andate di già...
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Si udì un campanello per la strada, e uno scalpiccìo che si avvicinava.
Poi fu aperto bruscamente l'uscio della camera, quasi dicessero a Ginoli:
- Ora andatevene -.
L'inferma volse il capo ottenebrato dall'agonia, e gli stese la mano agitando le labbra come per mormorare parole inintelligibili.
Egli la strinse: era fredda.
E se ne andò barcollando come un ubbriaco.
Nel salotto s'imbatté nel marito, e si guardarono un istante, immobili.
In quel momento si udì in anticamera il campanello del viatico; il marito chinò il capo, pallidissimo.
L'altro si dileguò rapidamente.
Attraverso la lunga fila di stanze deserte e silenziose, passava solo il suono di quel campanello squillante.
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VAGABONDAGGIO (1887)
VAGABONDAGGIO
Nanni Lasca, da ragazzo, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune della chiatta, sul Simeto, con Mangialerba, Ventura e l'Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio.
Passavano carri, passavano vetturali, passava gente a piedi e a cavallo d'ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
Prima compare Cosimo aveva fatto il lettighiere.
E Nanni aveva accompagnato il babbo nei suoi viaggi, per strade e sentieri, sempre coll'allegro scampanellìo delle mule negli orecchi.
Ma una volta, la vigilia di Natale - giorno segnalato - tornato a Licodia colla lettiga vuota, compare Cosimo trovò al Biviere la notizia che sua moglie stava per partorire.
- Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina, - gli dicevano tutti all'osteria.
E lui, contento come una Pasqua, si affrettava ad attaccare i muli per arrivare a casa prima di sera.
Il baio, birbante, che lo guardava di mal'occhio, per certe perticate che se l'era legate al dito, come lo vide spensierato, che si chinava ad affibiargli il sottopancia canterellando, affilò le orecchie a tradimento - jjj! - e gli assestò un calcio secco.
Nanni era rimasto nella stalla, a scopare quel po' d'orzo rimasto in fondo alla mangiatoia.
Al vedere il babbo lungo disteso nell'aia, che si teneva il ginocchio colle due mani, e aveva la faccia bianca come un morto, volle mettersi a strillare.
Ma compare Cosimo balbettava: - Va' a pigliare dell'acqua fresca, piuttosto.
Va' a chiamare lo zio Carmine, che mi aiuti -.
Accorse il ragazzo dell'osteria col fiato ai denti.
- O ch'è stato, compare Cosimo? - Niente, Misciu.
Ho paura di aver la gamba rotta.
Va' a chiamare il tuo padrone piuttosto, che mi aiuti -.
Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano: - Che c'è? Cos'è successo? Non mi lasciano stare un momento, santo diavolone! - Finalmente comparve sulla porta, sbadigliando, col cappuccio sino agli occhi.- Cos'è stato? Ora che volete? Lasciate fare a me, compare Cosimo -.
Il poveraccio lasciava fare, colla gamba ciondoloni, come se non fosse stata più roba sua.
- Questa è roba della Gagliana, - conchiuse lo zio Carmine, posandolo di nuovo in terra adagio adagio.
Allora compare Cosimo sbigottì, e si abbandonò sul ciglione, stralunato.
- Sta' zitto, malannaggia! che gli fai la jettatura, a tuo padre! - esclamò lo zio Carmine, seccato dal piagnucolare che faceva Nanni, seduto sulle calcagna.
Cadeva la sera, smorta, in un gran silenzio.
Poi si udirono lontano le chiese di Francofonte, che scampanavano.
- La bella vigilia di Natale che mi mandò Domeneddio! - balbettò compare Cosimo, colla lingua grossa dallo spasimo.
- Sentite, amico mio, - disse infine lo zio Carmine, che sentiva l'umidità del Biviere penetrargli nelle ossa.
- Qui non possiamo farvi nulla.
Per muovervi di come siete adesso, ci vorrebbe un paio di buoi.
- Che mi lasciate così, in mezzo alla strada? - si mise a lamentarsi compare Cosimo.
- No, no, siamo cristiani, compare Cosimo.
Bisogna aspettare lo zio Mommu per darci una mano.
Intanto vi manderò un fascio di fieno, e anche la coperta della mula, se volete.
Il fresco della sera è traditore, qui nel lago, amico mio.
Tredici anni che compro medicine!
- Ha la malaria nella testa il padrone, - disse poi Misciu, il ragazzo della stalla, tornando col fieno e la coperta.
- Non fa altro che dormire, tutto il giorno -.
Intanto sopra i monti spuntava la prima stella; poi un'altra, poi un'altra.
Compare Cosimo, sudando freddo, col naso in aria, le contava ad una ad una, e tornava a lamentarsi:
- Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanotte, cristiani?
- Tornerà, tornerà, non dubitate, - rispondeva Misciu accoccolato su di un sasso, col mento nelle mani.
- È andato a caccia pel Biviere.
Alle volte passano mesi e settimane senza che lo veda anima viva.
Ma ora ch'è Natale deve venire per prendere la sua roba -.
E il ragazzo, mentre ciaramellava, s'andava appisolando anche lui, col mento sulle mani, raggomitolato nei suoi cenci.
- Viene di notte, viene di giorno, secondo va la caccia.
Quando si mette alla posta delle anatre, lo zio Carmine gli lascia la chiave sotto l'uscio.
Poi dorme di giorno, o va a vendere la selvaggina di qua e di là; ma la sua roba l'ha sempre qui, nella stalla, appesa al capezzale: il cavicchio pel fucile, il cavicchio per la carniera, ogni cosa al suo posto.
Tanti anni che sta qui.
Lo zio Carmine dice ch'era ancora giovane...
-
Quando compare Cosimo tornava a lamentarsi, il ragazzo trasaliva, quasi lo svegliassero, e poi tornava a borbottare, come in sogno.
Nanni, stanco di singhiozzare, sbarrava gli occhi nel buio.
Tutt'a un tratto scappò una gallinella, schiamazzando.
- O zio Mommu! - si mise a chiamare Nanni ad alta voce.
Dopo si spandeva un gran silenzio, nella notte.
- Sono io! - disse infine Misciu.
- Non risponde per non spaventar le anatre.
Poi ci ha fatta l'abitudine, a quella vita, e non parla mai -.
Però si udiva già il fruscìo dei giunchi secchi, e il tonfo degli scarponi dello zio Mommu, che sfangava nel greto.
- Qua, zio Mommu! C'è compare Cosimo che gli è successo un accidente -.
Lo zio Mommu stava a guardare, al barlume che faceva la lanterna di compare Carmine, tutto intirizzito e battendo le palpebre, con quel naso a becco di jettatore.
Poi sollevarono il lettighiere al modo che diceva lo zio Carmine, uno sotto le ascelle e l'altro pei piedi.
- Cristo! come vi pesano le ossa, compare Cosimo! - sbuffava l'oste, per fargli animo con qualche barzelletta.
E lo zio Mommu, mingherlino, barellava davvero come un ubbriaco, sotto quel peso.
- Ah, che vigilia di Natale mi ha mandato Domeneddio! - tornava a dire compare Cosimo, steso alfine nello strapunto come un morto.
- Non ci pensate, compare Cosimo, che ora la Gagliana vi guarisce in un batter d'occhio.
Bisogna andare a chiamarla, compare Mommu, nel tempo stesso che andate a Lentini per vendere la vostra roba -.
Il vecchietto acconsentì con un cenno del capo, e mentre si preparava a partire, legandosi in testa il fazzoletto, e assettandosi la bisaccia in spalla, l'oste continuava:
- È meglio di un cerusico la Gagliana! Vedrete che vi guarirà in meno di dire un'avemaria.
State allegro, compare Cosimo; e se non avete bisogno d'altro, vado a far la vigilia di Natale anch'io con quei quattro maccheroni.
- E tu che non vuoi mangiare un boccone? - chiese il lettighiere, voltandosi al suo ragazzo che non si moveva di lì, smorto, colle mani in tasca, e il viso sudicio dal piangere che aveva fatto.
- No, - rispose Nanni.
- No, non ho più fame -.
- Povero figlio mio! che vigilia di Natale è venuta anche per te! -.
La Gagliana venne a giorno fatto, che lo zio Cosimo aveva il viso acceso e la gamba gonfia come un otre, talché bisognò tagliargli le brache per cavargliele, mentre la Gagliana, per modestia, si voltava dall'altra parte, cogli occhi bassi, preparando intanto ogni cosa lesta lesta: bende, stecche, empiastri, con certe erbe miracolose che sapeva lei.
Poi si mise a tirare la gamba come un boia.
Da principio compare Cosimo non diceva nulla, sudando a grosse gocce, e ansimando quasi facesse una gran fatica.
Ma poi, tutt'un tratto, gli scappò un grande urlo, che fece drizzare a tutti i capelli in testa.
- Lasciatelo gridare, che gli fa bene! -
Compare Cosimo faceva proprio come una bestia quando le si dà il fuoco.
Talché lo zio Carmine s'era alzato per vedere anche lui coi suoi occhioni assonnati.
E Nanni strillava che pareva l'ammazzassero.
- Sembrate un ragazzo, compare Cosimo, - gli diceva l'oste.
- Non vi hanno detto di star tranquillo? Foste in mano di qualche cerusico, pazienza!
- Stava fresco, Dio liberi! - saltò su la vecchia, come se l'avessero punta.
- Per lo meno gli avrebbero tagliata la gamba a questo poveretto.
Io non ho mai tagliato neppure un pelo in vita mia, grazie a Dio! Tutta grazia che mi dà il Signore! Ora state tranquillo, compare Cosimo, che non avete più bisogno di nulla -.
Ella sputava sul ginocchio enfiato l'empiastro che andava masticando; metteva le stecche e stringeva forte le bende, senza badare agli - ohi! - ciarlando sempre come una gazza.
E quand'ebbe terminato si nettò le mani nella criniera ispida e grigia, che le faceva come una cuffia sporca sulla testa.
- Sembra un diavolo quella strega! - ammiccava l'oste allo zio Mommu, il quale stava a guardare col naso malinconico, seduto sullo strapunto, le gambe penzoloni, e sgretolando a poco a poco il suo pane nero.
Lo zio Cosimo s'era lasciato andare di nuovo supino, col viso stralunato e lucente di sudore, accarezzando colla mano il suo ragazzo, e balbettando che non era nulla.
- Ora chi mi paga? - domandò infine la Gagliana.
- Non dubitate, che sarete pagata, - rispose il poveraccio più morto che vivo.
- Venderò il mulo, se così vorrà Dio, e vi pagherò, sorella mia! -
Com'era un bel giorno di Natale, col sole che veniva fin dentro la stalla, e le galline pure, a beccare qualche briciola di pane, la gente che era stata a sentir messa a Primosole si fermava a bere un sorso a metà strada, vedendo compare Cosimo sul pagliericcio dello stallatico, volevano sapere il come ed il perché.
Poi davano un'occhiata ai muli in fondo alla stalla.
L'oste li faceva vedere, fiutando la senseria:
- Belle e buone bestie! Quiete come il pane! Un affare d'oro per chi le compra, se compare Cosimo, Dio liberi, rimane storpio -.
Il baio voltava indietro il capo come se capisse, colla sua boccata di fieno in aria.
- No, no, ancora non sono in questo stato! - lagnavasi compare Cosimo dal fondo del suo giaciglio.
- Diciamo così per dire, compare Cosimo, state tranquillo.
Nessuno vi vuol toccare la roba vostra, se non volete voi.
Qui c'è paglia e fieno per i vostri muli, e potete tenerceli cent'anni -.
Lo sventurato pensava a quello che si sarebbero mangiati i muli, di fieno e di stallaggio, e lamentavasi:
- Stavolta non gliela faccio più la dote per la mia bambina che mi è nata adesso!
- Ora gli si manda la notizia, a vostra moglie.
La prima volta che lo zio Mommu andrà a Licodia per vendere la sua roba -.
Così lo zio Mommu portò la brutta notizia alla moglie di compare Cosimo, masticando le parole, e dondolandosi ora su di una gamba e ora sull'altra, che alla prima non si capiva nulla, nella casa piena di vicine, mentre si aspettava il marito pel battesimo.
Comare Menica, poveretta, nella prima furia voleva balzare dal letto, in camicia com'era, e correre al Biviere, se non era il medico che si mise a sgridarla:
- Come le bestie, voialtri villani! Non sapete cosa vuol dire una febbre puerperale!
- Signore don Battista! Come posso fare a lasciare quel poveretto fuorivia, in mano altrui, ora ch'è in quello stato?...
- E voi non vi movete! - appoggiava comare Stefana.
- Vostro marito andrete a trovarlo poi.
Temete che scappi?
- Date retta al medico, - aggiunse la Cilona.
- Compare Cosimo è in mano di cristiani.
Lo vedete qui, questo poveretto, che è venuto apposta? -
E lo zio Mommu accennava di sì con il capo, ritto dinanzi al letto, battendo gli occhi, non sapendo come fare per voltare le spalle ed andarsene per le sue faccende.
Indi la convalescenza, il baliatico, il bisogno dei figliuoli; e il tempo era passato.
Compare Cosimo, quando infine la Gagliana gli aveva detto di alzarsi, era rimasto su di una sedia, alla porta dello stallatico, con una gamba più corta dell'altra.
- Così com'è non ve la lasciavano neppure, se eravate in mano del cerusico! - gli disse la Gagliana per consolarlo.
I muli stessi se li mangiò metà lei e metà la stalla.
Quando il povero zoppo, alla porta dell'osteria, vide Nunzio della Rossa che si portava via la sua lettiga, si mise a sospirare: - Queste campanelle non le udrò più! -
E lo zio Carmine anche lui disse:
- Che diavolo rimpiangete! Quel baio birbante che vi azzoppò a quel modo? -
Intanto bisognava pensare a buscarsi da vivere, lui e il suo ragazzo; e adesso ch'era conciato a quel modo per le feste, voleva essere un mestiere facile, di quelli poco pane e poca fatica.
"Se hai un guaio, dillo a tutti".
Lo zio Carmine, ch'era un buon diavolaccio, ne parlava con questo e con quello, e come seppe che uno della chiatta, lì vicino, era morto di malaria, disse subito a compare Cosimo:
- Questo è quello che fa per voi -.
E tanto disse e tanto fece, per mezzo anche dello zio Antonio, l'oste di Primosole, lì accanto al Simeto, che il capoccia della chiatta chinò il capo e disse di sì anche lui.
D'allora in poi compare Cosimo rimase a tirar la fune, su e giù pel fiume; e con ogni conoscente che passava, mandava sempre a dire a sua moglie che sarebbe andato a vederla, un giorno o l'altro, e la bambina pure.
- Verrò a Pasqua.
Verrò a Natale -.
Mandava sempre a dire la stessa cosa; tanto che comare Menica ormai non ci credeva più; e Nanni, ogni volta, guardava il babbo negli occhi, per vedere se dicesse davvero.
Ma succedeva che a Pasqua e a Natale s'aveva sempre una gran folla da tragittare; talché quando il fiume era grosso c'erano più di cinquanta vetture che aspettavano all'osteria di Primosole.
Il capoccia della chiatta bestemmiava contro lo scirocco e levante che gli toglieva il pan di bocca, e la sua gente si riposava: Mangialerba, bocconi, dormendo sulle braccia in croce; Ventura, all'osteria; e l'Orbo cantava tutto il giorno, ritto sull'uscio della capanna, a veder piovere, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
Comare Menica avrebbe voluto andarvi lei, a Primosole, almeno per vedere suo marito e portargli la bambina, ché il padre non la conosceva neppure, quasi non l'avesse fatta lui.
- Andrò appena avrò presi i denari del filato, - diceva essa pure.
- Andrò dopo la raccolta delle ulive, se mi avanza qualche soldo -.
Così passava il tempo.
Intanto comare Menica fece una malattia mortale, di quelle che don Battista, il medico, se ne lavava le mani come Pilato.
- Vostra moglie è malata malatissima, - venivano a dirgli lo zio Cheli, compare Lanzare, tutti quelli che arrivavano da Licodia; e compare Cosimo stavolta voleva correre davvero, a piedi, come poteva.
- Prestatemi due lire per la spesa del viaggio, padron Mariano -.
Ma il capoccia rispondeva:
- Aspettate prima se vi portano un buona notizia.
Alle volte, intanto che voi siete per via, vostra moglie guarisce, e voi ci perdete la spesa del viaggio -.
L'Orbo invece consigliava di far dire una messa alla Madonna di Primosole, ch'è miracolosa.
Finché giunse la notizia che da comare Menica c'era il prete.
- Vedete se avevo ragione? - esclamò padron Mariano.
- Cosa andavate a fare, se non c'era più aiuto? -
La bambina se l'era tolta in casa comare Stefana, per carità; e compare Cosimo era rimasto a Primosole col sul ragazzo.
Tanto, l'Orbo gli diceva che, coll'aiuto di Dio, poteva vivere e morire alla chiatta al pari di lui, che vi mangiava pane da cinquant'anni.
E ne aveva vista passare tanta della gente! Passavano conoscenti, passavano viandanti che nessuno sapeva donde venissero, a piedi, a cavallo, d'ogni nazione, se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
- Come l'acqua del fiume stesso che se ne andava al mare, ma lì pareva sempre la medesima, fra le due ripe sgretolate: a destra le collinette nude di Valsavoia, a sinistra il tetto rosso di Primosole; e allorché pioveva, per giorni e settimane, non si vedeva altro che quel tetto tristo nella nebbia.
Poi tornava il bel tempo, e spuntava del verde qua e là, fra le rocce di Valsavoia, sul ciglio delle viottole, nella pianura, fin dove arrivava l'occhio.
Infine veniva l'estate, e si mangiava ogni cosa, il verde dei seminati, i fiori dei campi, l'acqua del fiume, gli oleandri che intristivano sulle rive, coperti di polvere.
La domenica, cambiava.
Lo zio Antonio, che teneva l'osteria di Primosole, faceva venire il prete per la messa, e mandava Filomena, la sua figliuola, a scopare la chiesetta, e a raccattare i soldi che i devoti vi buttavano dentro dal finestrino, per le anime del Purgatorio.
Accorrevano dai dintorni, a piedi, a cavallo, e l'osteria si riempiva di gente.
Alle volte arrivava anche il Zanno, che guariva di ogni male, colle sue scarabattole; o don Tinu, il merciaiuolo, con un grande ombrellone rosso, e schierava la sua mercanzia sugli scalini della chiesa, forbici, temperini, nastri e refe d'ogni colore.
Nanni si affollava insieme agli altri ragazzi per vedere.
Ma suo padre gli diceva sempre: - No, figliuolo mio, questa roba è per chi ha denari da spendere -.
Gli altri invece comperavano: bottoni, tabacchiere di legno, pettini di osso, e Filomena frugava dappertutto colle mani sudice, senza che nessuno le dicesse nulla, perché era la figliuola dell'oste.
Anzi un giorno don Tinu le regalò un bel fazzoletto giallo e rosso, che passò di mano in mano.
- Sfacciata! - dicevano le comari.
- Fa l'occhio a questo e a quello per amor dei regali! - Un giorno Nanni li vide tutti e due dietro il pollaio, che si tenevano abbracciati.
Filomena, che stava all'erta per timore del babbo, si accorse subito di quegli occhietti che si ficcavano nella siepe, e gli saltò addosso colla ciabatta in mano.
- Cosa vieni a fare qui, spione? se stai a raccontare quel che hai visto, guai a te, veh! - Ma don Tinu la calmava con belle maniere: - Non lo strapazzate quel ragazzo, comare Mena, ché gli fate pensare al male -.
Però Nanni non poteva levarsi dagli occhi il viso rosso di Filomena, e le manacce di don Tinu che brancicavano.
Quando lo mandavano a comperare il vino all'osteria, si piantava dinanzi al banco della ragazza, che glielo mesceva colla faccia tosta, e lo sgridava: - Guardate qua, cristiani! Non gli spuntano ancora i peli al mento, quel moccioso, e ha già negli occhi la malizia! -
Nanni voleva far lo stesso colla Grazia, la servetta dell'osteria, quando andavano insieme a raccoglier l'erbe per la minestra, lungo il fiume.
Ma la fanciulla rispondeva:
- No.
Tu non mi dai mai niente -.
Essa invece gli portava, nascoste in seno, delle croste di formaggio, che gli avventori avevano lasciato cadere sotto la tavola, o un pezzetto di pane duro rubato alle galline.
Accendevano un focherello fra due sassi, e giocavano a far la merenda.
Ma Nanni finiva sempre il giuoco col buttar le mani sulla roba, e darsela a gambe.
La ragazzetta allora rimaneva a bocca aperta, grattandosi il capo.
E alla sera si buscava pure gli scapaccioni di Filomena, che la vedeva tornare spesso colle mani vuote.
Nanni, per risparmiarsi la fatica, le arraffava anche la sua parte di cicoria o di finocchi selvatici.
Poi, il giorno dopo, giurava colle mani in croce che non l'avrebbe fatto più.
E la poverina ci tornava sempre, appena lo vedeva da lontano, coi capelli rossi in mezzo alle stoppie gialle; si accostava quatta quatta, e gli si metteva alle calcagna come un cane.
Quand'essa arrivava piagnucolando ancora per le busse che s'era buscate all'osteria, Nanni per consolarla le diceva:
- E tu perché non scappi, e te ne vai a casa tua? -
Egli raccontava che aveva la sua casa anche lui, laggiù al paese, e i parenti e ogni cosa: di là da quelle montagne turchine; ci voleva una giornata buona di cammino, e un giorno o l'altro ci sarebbe andato.
- Pianta i tuoi padroni e l'osteria, e te ne scappi a casa tua -.
La ragazzetta ascoltava a bocca aperta, colle gambe penzoloni sul greto asciutto, guardando attonita là dove Nanni le faceva vedere tante belle cose, oltre i monti turchini.
Infine si grattava il capo, e rispondeva:
- Non so.
Io non ci ho nessuno -.
Egli intanto si divertiva a tirar sassi sull'acqua; o cercava di far scivolare Grazia giù dalla sponda, facendole il solletico.
Poi si metteva a correre, ed egli la inseguiva a zollate.
Andavano pure a scovare i grilli dalle tane, con uno sterpolino; o a caccia di lucertole.
Nanni sapeva coglierle con un nodo scorsoio fatto in cima a un filo di giunco sottile; dentro al cerchietto che formava il nodo spuntava una bella campanella lucente, e le povere bestioline, assetate in quell'arsura, si lasciavano adescare.
In mezzo alla gran pianura riarsa il fiume s'insaccava come un burrone enorme, fra le rive slabbrate.
- Mostrava le ossa, - brontolavano quelli della chiatta.
Talché anche i poveri diavoli ci si arrischiavano a guado, qualche miglio più in su.
Tanti baiocchi levati di bocca a quegli altri poveri diavoli che stavano colla fune in mano tutto il giorno, sotto il solleone.
E litigavano fra di loro, a digiuno.
Nanni allora per un nulla si buscava delle pedate anche da suo padre, sciancato com'era.
Di tanto in tanto passava una frotta di mietitori, che tornavano al mare, bianchi di polvere, e si calavano nel greto, uomini e donne, colle gambe nude, raccomandandosi ai loro santi, nel dialetto forestiero.
Poi nell'afa della strada, diritta diritta, si vedeva venire da lontano il polverone che accompagnava qualche carro, o spuntava dall'altra parte la sonagliera mezza addormentata di un mulattiere.
L'Orbo, che non aveva nessuno al mondo, e se l'era girato tutto, diceva: - Quello lì viene da Catania, quest'altro da Siracusa -.
E sempre cuor contento, lui, raccontava agli uomini stesi bocconi le meraviglie che aveva visto laggiù, lontano lontano.
E Nanni ascoltava intento, come aveva fatto la Grazia ai racconti che lui sballava, con delle allucinazioni di vagabondaggio negli occhi stanchi di vedere eternamente l'osteria dello zio Antonio, che fumava tutta sola, nella tristezza del tramonto.
Ma chi gli mise davvero la pulce nell'orecchio fu il Zanno, una volta che lo chiamarono per lo zio Carmine al Biviere.
Fin da Pasqua di Rose, i viandanti che venivano a passar la notte allo stallatico, e non lo vedevano, come al solito, a portar la paglia dal fienile o a riscuotere lo stallaggio, dicevano: - E compare Carmine? - Zio Mommu lo mostrava con un cenno del capo, lungo disteso nel pagliericcio, sotto un mucchio di bisacce; e Misciu, col cappuccio in capo, mangiato dalle febbri anche lui soggiungeva: - Ha la terzana -.
Alle volte, quando alla voce riconosceva un conoscente, lo zio Carmine rispondeva con un grugnito: - Son qua.
Sono ancora qua -.
Erano quasi sempre le stesse facce stanche che si vedevano passare, dinanzi al lumicino moribondo appeso al travicello, e tiravano fuori dalla bisaccia la scarsa merenda, accoccolati su di un basto, masticando adagio adagio.
Lo zio Carmine non brontolava più, non si moveva più dalla sua cuccia, zitto e cheto.
Soltanto quando udiva fermarsi alla porta una vettura, rizzava il capo come poteva, per amor del guadagno, e chiamava:
- O Misciu! -
Però non potevano lasciarlo morire a quel modo, come un cane.
Ventura, Mangialerba, e spesso anche compare Cosimo, tirandosi dietro la gamba storpia, venivano apposta da Primosole, e stavano a guardare compare Carmine lungo disteso, con la faccia color di terra, come un morto addirittura.
Infine risolvettero di chiamargli la Gagliana, quella vecchietta che faceva miracoli, a venti miglia in giro.
- Vedrete che la Gagliana vi guarirà in un batter d'occhio, - andavano dicendo a lui pure.
- È meglio di un dottore quel diavolo di donna.
Cosa ne dite, compare Carmine? -
Compare Carmine non diceva né sì né no, pensando al denaro che si sarebbe mangiato la Gagliana.
Però nel forte della febbre tornava a piagnucolare:
- Chiamatemi pure la Gagliana, senza badare a spesa.
Non mi lasciate morire senza aiuto, signori miei! -
La Gagliana la battezzò febbre pericolosa, di quelle che è meglio mandare pel prete addirittura.
Giusto era sabato, e passava gente che tornava al paese.
Tutto ciò gli rimase fitto in mente, a Nanni ch'era andato a vedere anche lui: i curiosi che dall'uscio allungavano il collo verso il moribondo; la Gagliana che cercava nelle tasche il rimedio fatto apposta, brontolando; e il malato che guardava tutti ad uno ad uno, cogli occhi spaventati.
L'Orbo, a canzonare la Gagliana che non sapeva trovare il rimedio, le domandava:
- Cosa ci vuole per farmi tornare la vista? -
Lo zio Carmine morì la notte istessa.
Peccato! perché la domenica poi si trovò a passare il Zanno, il quale ci aveva il tocca e sana per ogni male! nelle sue scarabattole.
Lo menarono appunto a vedere il morto.
Ei gli toccò il ventre, il polso, la lingua, e conchiuse: - Se c'ero io, lo zio Carmine non moriva! -
Raccontava pure molte cose dei miracoli che aveva fatto, tale e quale come la Gagliana, dei paesi che aveva visti, e come Nanni ascoltava a bocca aperta, gli piacque quel ragazzetto, e gli disse, accarezzandogli i capelli rossi:
- Vuoi venire con me? Mi porterai la balla e ti farai uomo.
- Egli ha tutt'altra balla da portare! - sospirò compare Cosimo; e pensava nel tempo stesso che se gli succedeva una disgrazia, come quella di compare Carmine, il suo ragazzo restava in mezzo a una strada.
C'era anche l'oste di Primosole, il quale maritava Filomena con Lanzise, uomo dabbene che non sapeva nulla, e tornavano tutti da Lentini pel contratto, gli sposi, compare Antonio ed altra gente.
Lanzise era uno che ci aveva il fatto suo, terra, buoi, e un pezzo di vigna lì vicino alla Savona, dicevano.
Il matrimonio fece chiasso.
Talché venne anche don Tinu a vender roba pel corredo.
La sera mangiava all'osteria come al solito.
Non si sa come, a motivo di un conto sbagliato, attaccarono lite collo zio Antonio, e don Tinu gli disse: - becco! -
Compare Antonio era un omettino cieco d'un occhio, che al vederlo non l'avreste pagato un soldo.
Però si diceva che avesse più di un omicidio sulla sua coscienza, e a venti miglia in giro gli portavano rispetto.
Al sentirsi dire quella mala parola sul mostaccio da don Tinu, il quale aveva una faccia di minchione, andò a staccare lo schioppo dal capezzale, per spifferar le sue ragioni anche lui, mentre la moglie, che la malaria inchiodava in fondo a un letto da anni ed anni, rizzatasi a sedere in camicia, strillava:
- Aiuto che s'ammazzano, santi cristiani! -
E Filomena, per dividerli, buttava piatti e bicchieri addosso a don Tinu, gridando:
- Birbante! ladro! scomunicato!
- Che vi pare azione d'uomo cotesta, compare Antonio? - rispose don Tinu più giallo del solito.
- Io non ho altro addosso che questo po' di temperino.
- Avete ragione, - disse lo zio Antonio.
- Vi risponderò colla stessa lingua che avete in bocca voi -.
E andò a posare lo schioppo senza aggiunger altro.
Più tardi Nanni andava all'osteria per il vino, quando vide venirsi incontro don Tinu tutto stralunato, che si guardava attorno sospettoso.
- Te' due soldi, - gli fece, - e và a dire a compare Antonio che l'aspetto qui, per quella faccenda che sa lui.
Ma che nessuno ti veda, veh! -
La sera trovarono compar Antonio lungo disteso dietro una macchia di fichidindia, col suo cane accanto che gli leccava la ferita.
- Che è stato, compare Antonio? Chi vi ha dato la coltellata? -
Compare Antonio non volle dirlo.
- Portatemi sul mio letto, per ora.
Se poi campo ci penso io; se muoio ci pensa Dio.
- Questo fu don Tino che me l'ammazzò! - strillava la moglie.
- L'ha mandato a chiamare con Nanni dello zoppo! -
E Filomena badava a ripetere:
- Birbante! ladro! scomunicato! -
Compare Cosimo, che aveva una gran paura della giustizia, se la prese anche lui col suo ragazzo, il quale si ficcava in quegli imbrogli.
- Se ti metto le mani addosso voglio romperti le ossa! - andava gridando.
E Nanni perciò se ne stava alla larga, dall'altra parte del fiume, col ventre vuoto, come una bestia inselvatichita.
Grazia lo vide da lontano, coi capelli rossi, dietro l'abbeveratoio a secco, e corse a raggiungerlo.
- Ora me ne vado col Zanno, - disse lui, - e alla chiatta non ci torno più -.
Poscia, rassicurato a poco a poco, vedendo che dietro il muro non spuntava lo zio Cosimo col bastone, si mise a sgretolare la sponda dell'abbeveratoio, tutta fessa e scalcinata, un sasso dopo l'altro, e dopo li tirava lontano; mentre la ragazzetta stava a guardare.
Tutt'a un tratto s'accorsero che il sole era tramontato, e la nebbia sorgeva tutt'intorno, dal fiume e dalla pianura.
- Senti! - disse Grazia.
- Lo zio Cosimo che chiama! -
Nanni se la diede a gambe senza rispondere, e lei s'affannava a corrergli dietro, colla vesticciuola tutta sbrindellata che svolazzava sulle gambette nude.
Camminarono un bel pezzo, e infine si trovarono soli, nella campagna buia, col cuore che batteva forte, lontano lontano dalla capanna delle chiatte, dove si udiva ancora cantare l'Orbo.
Era una bella notte piena di stelle, e dappertutto i grilli facevano cri-cri nelle stoppie.
Come Nanni si fermò, vide Grazia che gli veniva dietro.
- E tu dove vai? - le disse.
Essa non rispose.
E tornarono a udirsi i grilli tutt'intorno.
Non si udiva altro.
Solo il fruscìo del grano in spiga al loro passaggio; e appena si fermavano ad ascoltare cadeva un gran silenzio, quasi il buio si stringesse loro ai panni.
Di tanto in tanto correva una folata di ponente caldo, come un'ombra, sull'onda del seminato.
Allora Grazia si mise a piangere.
Passava un vetturale coi suoi muli; e la piccina a piagnucolare:
- Portateci al paese, vossignoria, per carità! -
Il mulattiere, ciondoloni sul basto, borbottò qualche parola mezzo addormentato, e tirò di lungo.
E i due fanciulli dietro.
Arrivarono a uno stallatico, e si accoccolarono dietro il muro ad aspettare il giorno.
Quando Dio volle spuntò l'alba, e un gallo si mise a cantare d'allegria sul mucchio di concime.
Da un sentierolo fra due siepi sbucò un vecchietto, con una bisaccia piena in spalla.
Aveva la faccia buona, e Grazia gli domandò:
- Per andare al paese, vossignoria, da che parte si va? -
Lo zio Mommu accennò di sì col capo, e seguitò per la sua via, col naso a terra.
Si misero dietro a lui, che andava a vendere la sua roba al paese, e arrivarono sulla piazza che era giorno chiaro.
C'era già una donnicciuola imbacuccata in una mantellina bianca, la quale vendeva verdura e fichidindia.
Delle altre donne entravano in chiesa.
Davanti lo stallatico salassavano un mulo; e dei contadini freddolosi stavano a guardare, col fazzoletto in testa e le mani in tasca.
In alto, nel campanile già tutto pieno di sole, la campana sonava a messa.
Essi andarono a sedere tristamente sul marciapiede, accanto al vecchietto con cui erano venuti, e che s'era messo a vender anatre e gallinelle che nessuno comprava, aspettando il Zanno che non veniva neppur lui.
Il tempo passava, e passava anche della gente che veniva a comprare la verdura dalla donnicciuola colla mantellina, pesandola colle mani.
Da una stradicciuola spuntarono due signori, col cappello alto, passeggiando adagio adagio, e si fermarono a contrattare lungamente, toccando la roba colla punta del bastone, senza comprar nulla.
Poi venne la serva della locanda a prendere una grembialata di pomodori.
Sulla piazza facevano passeggiare innanzi e indietro il mulo salassato.
Infine lo speziale chiuse la bottega, mentre sonava mezzogiorno.
Allora lo zio Mommu tirò dalla bisaccia un pane nero, e si mise a mangiarlo adagio adagio con un pezzo di cipolla.
Vedendo i due ragazzi che guardavano affamati, gliene tagliò una gran fetta per ciascuno, senza dir nulla.
Infine raccolse la sua mercanzia, e se ne andò a capo chino, com'era venuto.
Ora rimanevano soli e sconsolati.
Si presero per mano e arrivarono sino alla fontana ch'era in fondo al paesetto.
Per la strada che scendeva a zig zag nella pianura arrivava gente a ogni momento.
Donne che venivano ad attinger acqua, vetturali che abbeveravano i muli, e coppie di contadini che tornavano dai campi, chiacchierando a voce alta, colle bisacce vuote avvolte al manico della zappa.
Poi una mandra di pecore, in mezzo a un nuvolo di polvere.
Un frate cappuccino, che tornava dalla cerca, saltò a terra da una bella mula baia, schiacciata sotto il carico, e si chinò a bere alla cannella, tutto rosso, sguazzando nell'acqua la barbona polverosa.
Quando non passava alcuno, venivano delle cutrettole a saltellare sui sassi, in mezzo alla fanghiglia, battendo la coda.
Lontano si udiva la cantilena dei trebbiatori nell'aia, perduta in mezzo alla pianura che non finiva mai, e cominciava a velarsi nelle caligini della sera.
E in fondo, come un pezzetto di specchio appannato, il Biviere.
- Guarda com'è lontano! - disse Nanni col cuore stretto.
Il sole era già tramontato; ma non sapevano dove andare, e rimanevano aspettando, l'uno accanto all'altra seduti sul muricciuolo, nel buio.
Infine si presero per mano e tornarono verso l'abitato.
Nelle case luccicava ancora qualche finestra; però i cani si mettevano a latrare, appena i due ragazzi si fermavano presso a un uscio, e il padrone minaccioso gridava: - Chi è là? -
La fanciulletta scoraggiata buttò le braccia al collo di Nanni.
- No! No! - piagnucolava lui, - lasciami stare -.
Trovarono una tettoia addossata a un casolare, e vi passarono la notte, tenendosi abbracciati per scaldarsi.
Li svegliò lo scampanìo del paese in festa, che il sole era già alto.
Mentre andavano per via, guardando la gente che usciva vestita in gala, scorsero in piazza don Tinu il merciaiuolo, colle sue scarabattole di già in mostra, sotto l'ombrellone rosso.
- Signore don Tinu, - gli disse Grazia tutta contenta.
- Benvenuto a vossignoria! -
Don Tinu si accigliò e rispose:
- O tu chi sei? Io non ti conosco -.
La fanciulletta si allontanò mogia mogia.
Ma don Tinu vide il ragazzetto, che guardava da lontano timoroso, e gli disse:
- Tu sei quello dell'osteria del Pantano, lo so.
- Sissignore, don Tinu, - rispose Nanni col sorriso d'accattone.
E tutto il giorno gli ronzò intorno, affannato, sul marciapiede.
Quando vide che don Tinu raccoglieva la sua mercanzia, e stava per andarsene, si fece animo, e gli disse:
- Se mi volete con voi, vossignoria, io vi porterò la roba.
- Va bene, - rispose don Tinu.
- Ma la tua compagna lasciala stare pei fatti suoi, ché non ho pane per tutti e due -.
Grazia scorata, si allontanò passo passo, colle mani sotto il grembiule, e poi si mise a guardare tristamente dall'altra cantonata, mentre Nanni se ne andava dietro al merciaiuolo, curvo sotto il carico.
Un buon diavolaccio, quel don Tinu.
Sempre allegro, anche quando gli lasciava andare una pedata o uno scapaccione.
In viaggio gli raccontava delle barzellette per smaliziarlo e ingannare la noia della strada a piedi.
Oppure gli insegnava a tirar di coltello, in qualche prato fuori mano.
- Così ti farai uomo, - gli diceva.
Giravano pei villaggi, da per tutto dov'era la fiera.
Schieravano in piazza la mercanzia, su di una panchetta, e vociavano nella folla.
C'erano trecconi, bestiame, gente vestita da festa; e il Zanno che faceva veder l'Ecceomo, e si sbracciava a vendere empiastri e medaglie benedette, a strappare denti, e a dire la buona ventura, ritto su un trespolo, in un mare di sudore.
I curiosi facevano ressa intorno, a bocca aperta, sotto il sole cocente.
Poi veniva il santo colla banda, e lo portavano in processione.
Dopo, tutta la giornata, le donne stavano sugli usci, cariche d'ori, sbadigliando.
La sera accendevano la luminaria e facevano il passaggio.
Don Tinu ripeteva:
- Se restavi alla chiatta, con tuo padre, le vedevi tutte queste cose, di'? -
Capitarono anche una volta al paese di Nanni, il quale non ci si raccapezzava più, dopo tanto tempo, e passando davanti alla sua casa vide un ballatoio che non ci era prima, e della gente che non conosceva, e vi stava pei fatti suoi.
Cercò anche dei parenti.
Il fratello, Pierantonio, era lontano, camparo alle Madonìe, laggiù verso la marina; e la sorella, Benedetta, s'era maritata, un buon partito che le aveva procurato comare Stefana, dotandola coi suoi denari, e facevano tutti una famiglia, in una bella casa nuova, col terrazzino e il letto col cortinaggio, che quasi non volevano lasciarvi entrare quel vagabondo.
Pure donna Stefana, per politica, come seppe chi era e donde veniva, gli fece dar da colazione, pane vino e companatico, in un angolo della tavola, che egli subito disse grazie, perché le due donne sembrava che gli contassero i bocconi, sua sorella ritta sull'uscio colle mani sul ventre e l'orecchio teso per sentire se capitava il marito, guardando di sottocchio donna Stefana come fosse sulle spine.
- No e sì - sì e no.
- Le parole cascavano di bocca, e il pane e il companatico pure.
Toccarono appena del babbo e del fratello che erano lontani, uno di qua e l'altro di là, e tacquero subito perché poco avevano da dire, dopo tanto che non si erano visti.
Benedetta anzi non aveva neppure conosciuto il babbo, come fosse figlia del peccato.
- Questa povera orfanella, - disse forte donna Stefana, - non ha avuto nessuno al mondo, né amici né parenti.
Dillo tu stessa, figliuola mia.
Se non ero io, come ti trovavi? -
Benedetta disse di sì, con un'occhiata riconoscente.
Poi guardò il fratello, e chinò gli occhi.
Infine gli chiese se contava di fermarsi molto, in paese, dandogli del voi, sempre cogli occhi bassi.
Donna Stefana invece gli ficcava addosso i suoi, quasi volesse frugarlo sotto i panni, con certe occhiate sospettose che covavano le posate.
Appena fuori dell'uscio si sentì dar tanto di catenaccio dietro le spalle.
- Queste son cose che succedono, - disse poi don Tinu, quando seppe com'era andata la visita alla sorella.
- Il mondo è grande, e ciascuno pei fatti suoi -.
Andavano pel mondo, di qua e di là, per fiere e per villaggi, sempre colla roba in collo, sicché infine una volta capitarono a Primosole, dopo tanto tempo.
- Ora ti faccio vedere tuo padre, s'è ancora al mondo, - disse don Tinu.
Nanni non voleva, fra la vergogna e la paura; ma il merciaio soggiunse:
- Lascia fare a me, che le cose le so fare -.
E andò avanti a prevenire compare Cosimo ch'era sempre lì, alla chiatta, su di un piede come le gru.
- Ecco vostro figlio Nanni, compar Cosimo, che è venuto apposta per baciarvi le mani -.
Lo zio Cosimo aveva la terzana, e stava lì, al sole, appoggiato alla fune, col fazzoletto in testa, aspettando la febbre.
- Che il Signore t'accompagni, figliuol mio, e ti aiuti sempre -.
Adesso ch'era stremo di forza, gli venivano i lucciconi agli occhi, vedendo che bel pezzo di ragazzo s'era fatto il suo Nanni.
Costui narrava pure di Benedetta e del fratello, ch'era stato a cercarli; e il padre, tutto contento, scrollava, tentennava il capo, colla faccia sciocca.
Una miseria, in quella chiatta: Ventura partito per cercar fortuna altrove; Mangialerba più che mai sotto i piedi della sua donnaccia, becco e bastonato, e l'Orbo sempre lo stesso, attaccato alla fune come un'ostrica e allegro come un uccello, che cantava nel silenzio della malaria, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
- Con me vostro figlio girerà il mondo, e si farà uomo.
- ripeteva don Tinu.
Anche lo zio Antonio, poveretto, non era più quello di prima, e stava lì, sull'uscio dell'osteria, inchiodato dalla paralisi sulla scranna, a salutar la gente che passava, colla faccia da minchione, per tirare gli avventori.
- Benedicite, vossignoria.
Che non mi riconoscete più, zio Antonio? - gli disse il merciaiuolo fermandosi a salutarlo.
Lo zio Antonio accennava di sì col capo, come pulcinella.
Allora don Tinu trasse fuori un bel sigaro e glielo mise nelle mani che tremavano continuamente, posate sulle ginocchia.
Ma l'altro scosse il capo, accennando di no, che non poteva.
Don Tinu, per cortesia, gli chiese infine di sua moglie, e di comare Filomena, che non si vedevano, nell'osteria deserta; e il vecchio, colle mani tremanti, accennò di qua e di là, lontano, verso il camposanto e verso la città.
Per bere un sorso, dovettero sgolarsi a chiamare un ragazzaccio che compare Antonio s'era tirato in casa, onde fare andare l'osteria, e arrivò dall'orticello abbandonato, tutto sonnacchioso, fregandosi gli occhi, insaccato in un giubbone vecchio dello zio Antonio che gli arrivava alle calcagna.
- Abbiamo fatto un'opera di carità, - osservò don Tinu nel pagare il vino bevuto.
- Statevi bene, compare Antonio -.
Così era fatto don Tinu, colle mani sempre aperte, quando ne aveva, e il cuore più aperto ancora.
Gli piaceva ridere e divertirsi, e aveva amici e conoscenti in ogni luogo.
Spesso lasciava Nanni al negozio, diceva lui, e correva a godersi la festa di qua e di là colle comari (aveva comari da per tutto).
Appena arrivava in un paese lo mandavano a chiamare di nascosto, e gli facevano trovare il desco apparecchiato dietro l'uscio, mentre il marito era alla processione colla testa nel sacco.
Finché une volta, per la festa del Cristo, a Spaccaforno, portarono don Tinu a casa su di una scala, come un Ecceomo davvero.
Era stata Grazia che era venuta a chiamarlo: - Signore don Tinu, vi aspettano dove sapete vossignoria -.
Don Tinu esitava, grattandosi la barba.
Non che avesse paura, no.
Ma quella ragazza allampanata gli portava la jettatura, c'era da scommettere.
Lei intanto rimaneva sull'uscio della bottega, sorridendo timidamente, col viso nella mantellina rattoppata.
Nanni che da un pezzo non la vedeva, le disse:
- O tu come sei qui?
- Son venuta a piedi, - rispose Grazia, tutta contenta che le avesse parlato.
- Son venuta a piedi da Scordia e Carlentini, perché laggiù morivo di fame.
Ora fo i servizi a chi mi chiama -.
S'era fatta grande, tanto che la vesticciuola sbrindellata non arrivava a coprirle del tutto le gambe magre; colla faccia seria e pallida di donna fatta che ha provato la fame: e due pèsche fonde e nere sotto gli occhi.
Nanni che stava leccando col pane il piatto di don Tinu le disse:
- Te'; ne vuoi? - Ma Grazia si vergognava a dir di sì.
- Io sto con don Tinu, e faccio il merciaiuolo, - aggiunse Nanni.
Ad un tratto egli si fece serio, guardandola fiso.
- Entra! -
La ragazza esitava, intimidita da quegli occhi.
Nanni ripeté:
- Entra, ti dico! sciocca! -
E la tirò pel braccio chiudendo l'uscio.
Ella obbediva tutta tremante.
Poi gli buttò le braccia al collo.
- Tanto tempo che ti volevo bene! -
E ricominciò a narrar la storia del suo misero vagabondaggio: la fame, il freddo, le notti senza ricovero, gli stenti e le brutalità che aveva sofferto; seduta sulla balla della mercanzia, colla schiena curva, le braccia abbandonate sulle ginocchia, ma gli occhi lucenti di contentezza adesso, e una gran gioia che le si spandeva infine sul viso sbattuto e scarno.
- Sai, tanto tempo che ti volevo bene! Ti rammenti? quando s'andava tu ed io per l'erbe della minestra a Primosole? e l'isolotto che lasciava il fiume quando era magra? e quella notte che abbiamo dormito insieme dietro un muro, sulla strada di Francofonte? Poi, quando tu te ne sei andato con don Tinu, e non sapevo che fare, né dove andare...
Quella donna che vendeva i fichidindia, vedendomi ogni giorno a frugare nel mondezzaio, fra le bucce e i torsi di lattuga, mi dava ora una crosta di pane ed ora qualche cucchiaiata di minestra.
Ma essa pure dovette andarsene, quando finì il tempo dei fichidindia, ed io partii con quello che faceva gente per la raccolta delle ulive, laggiù al Leone.
Presi le febbri e mi mandarono all'ospedale.
Dopo non mi vollero più perché dicevano che mi mangiavo il pane a tradimento.
Sono stata anche a dissodare, dov'hanno fatto quella gran piantagione di vigne, al Boschitello; e ho lavorato allo stradone, e ci sarei tuttora a mangiar pane, se non fosse stato pel soprastante...
-
S'interruppe, facendosi rossa, e guardò Nanni timorosa.
Ma a costui non gliene importava nulla.
Le disse solo:
- Vattene ora, ché sta per tornare il mio padrone -.
La poveretta si lasciava spingere verso l'uscio, col capo chino sotto la mantellina rattoppata, balbettando:
- Non ci ho colpa, ti giuro, per la Madonna Addolorata! Cosa potevo fare? Egli era il soprastante...
Tu non c'eri più!...
Non sapevo dov'eri nemmeno...
- Sì, sì, va bene.
Adesso vattene, ché sta per venire don Tinu, - ripeteva lui allungando il collo fuori dell'uscio, di qua e di là della straduccia, come un ladro.
Infine la ragazza se ne andò adagio adagio, rasente al muro.
Poco dopo portarono a casa il merciaiuolo colle ossa rotte; ché lo zio Cheli, per combinazione, tornando prima del solito, aveva trovato don Tinu che gli faceva il pulcinella in casa.
Il Zanno nel medicare il merciaiuolo andava predicando:
- Coi villani ci vuole prudenza, don Tinu caro! ché son peggio delle bestie.
Vetturali poi, Dio liberi!...
-
Ogni volta, quando gli capitava male, don Tinu si sfogava dopo col ragazzo, a calci e scapaccioni; tanto che agli strilli accorrevano l'oste e i viandanti, e il Zanno gli diceva:
- Non gli dar retta, figliuol mio, perché il tuo padrone dev'essere ubriaco -.
Il Zanno invece se voleva ubriacarsi si chiudeva nella sua stanzetta, faccia a faccia colla bottiglia.
Non gridava, non picchiava nessuno, sempre con quel risolino furbo sulla faccia magra; e le donne venivano a cercarlo a casa sua di soppiatto, verso sera, imbacuccate sino al naso, e chiudeva a catenaccio.
Tutto il giorno sempre allegro, a strappar denti senza dolore, vendere empiastri e intascar soldi.
Nanni, allorché lo incontrava per le piazze, nelle bettole, andando di qua e di là per fiere e per paesi, gli ripeteva:
- Vi rammentate, vossignoria, quando mi diceste se volevo venire con voi a fare il Zanno, quella volta che morì lo zio Carmine, allo stallatico del Biviere? -
Il Zanno fingeva di non capire, perché non voleva aver questioni con don Tinu; ma infine, messo alle strette, si lasciò scappare:
- Be', se il tuo padrone ti manda via, io non ci ho difficoltà a pigliarti con me -.
Nanni se la legò al dito, e la prima volta che il merciaio si sciolse la cinghia per menargli la solfa addosso, gli disse brusco:
- Don Tinu, lasciamo stare la cinghia, vossignoria, ché se no stavolta finisce male.
- Ah, carogna! e rispondi anche! Ti farò vedere io come finisce!...
- Lasciate stare la cinghia, don Tinu, o finisce male, vi ho detto -.
E mise la mano in tasca.
Don Tinu ch'era stato il suo maestro e gli vide la faccia pallida, mutò subito registro:
- Ah, così rispondi al tuo padrone? Ora ti lascio morir di fame.
Pigliati la tua roba, e via di qua -.
Nanni raccolse i quattro cenci nel fazzoletto e conchiuse:
- Benedicite a vossignoria -.
E se ne andò a trovare il Zanno.
- Bada che qui si guarda e non si vede: si ode e non si sente: si ha bocca e non si parla - gli disse il Zanno per prima cosa.
- Se hai giudizio starai bene; se hai la lingua lunga andrai a darla ai cani, come quel re che aveva le orecchie lunghe e non poteva tenere una cosa sullo stomaco.
Io non faccio chiacchiere né chiassi come don Tinu, bada! Marcia, torna e sparisci! E bravo chi ti trova! -
Menavano una vita allegra, ma sempre coll'orecchio teso e un piede in aria.
Di notte, se picchiavano all'uscio, era un lungo tramestìo, un ciangottare dietro l'uscio, un andare e venire prima di tirare il catenaccio.
Poi Nanni udiva il suo padrone che parlava con qualcuno sottovoce nell'altra stanza, e pestare nel mortaio; oppure erano strilli e pianti soffocati.
Una notte, che non poteva chiudere occhio, vide dal buco della serratura il Zanno che intascava dei soldi, e una che gli parve Grazia, bianca come la cera vergine, la quale se ne andava barcollando.
Ma il Zanno, appena gli chiese se era davvero Grazia, montò in furia come una bestia.
- Tu sei troppo curioso, figliuol mio, e un giorno o l'altro ti finisce male -.
E gli finì male davvero, per un altro motivo.
Un giorno, per la festa dell'Immacolata, appena rizzarono il trespolo sulla piazza di Spaccaforno, vennero gli sbirri e li acciuffarono tutti e due, cogli unguenti e gli elisiri, e li portarono al Criminale, accusati d'infanticidio.
Ma allorché il Zanno vide Grazia sullo scanno, accusata insieme a loro, si mise a giurare e spergiurare colle mani in croce che non l'aveva mai vista né conosciuta, com'è vero Iddio!
Ma c'erano testimoni che avevano visto quella ragazza con Nanni tempo fa, quando egli era passato un'altra volta da Spaccaforno con don Tinu il merciaio, nella settimana santa, anzi egli aveva chiuso l'uscio.
Grazia, più morta che viva, balbettava:
- Signor giudice, fatemi tagliare la testa, ché sono una scellerata! Prima feci il peccato e poi non seppi far la penitenza -.
Era stato per la disperazione, dacché tutti la scacciavano come un cane malato...
e per la vergogna anche...
Sì, perché no? dopo che Nanni l'aveva mandata via, e cominciava a capire il male che aveva fatto...
Fu una notte, nel casolare abbandonato dietro il ponticello, che prima serviva pei lavoranti della strada...
Una notte che pioveva...
e le pareva di morire, lì, sola e abbandonata...
E non sapeva come fare, con quella creaturina abbandonata al par di lei...
Poi, quando non l'udì più vagire, e la vide tutta bianca, si strascinò sino al burrone, là, nella cava delle pietre, e l'avvolse nel grembiule, prima, povere carni tenere d'innocente! Ma Nanni non sapeva nulla, com'è vero Dio.
Non s'erano più visti...
Potevano andare loro stessi, a vedere lì nella cava delle pietre, vicino al casolare, giù dal ponticello...
Così Grazia andò in galera, ma loro se la cavarono colla sola paura della forca, il Zanno e l'aiutante.
Però il Zanno fece voto a Dio e al Cristo di Spaccaforno che giovani non ne voleva più alla cintola, com'è vero Gesù Sacramentato!
Nanni girò ancora un po' di qua e di là, finché spinto dalla fame tornò a Primosole, dove almeno ci aveva qualcuno.
Trovò che suo padre era sotto terra, e l'Orbo guidava lui la chiatta, asciutto come un osso.
Giusto c'era Filomena, che cominciava a farsi vecchia, e nessuno la voleva per quella storia di don Tinu e gli altri sdruccioloni che si erano scoperti dopo; la Filomena adesso gli diceva ogni volta:
- Io ci ho la mia roba, grazie a Dio, e il marito che volessi prendere starebbe come un principe -.
L'Orbo, che faceva da mezzano per un bicchier di vino, aiutava:
- L'ho vista io con questi occhi.
- Per me, - rispose alfine Nanni, - se voi siete contenta, sono contento io pure -.
E si fece il nido come un gufo.
Di correre il mondo ne aveva abbastanza ora, e badava a mangiare e bere colla moglie e gli avventori, che tenevano allegra la casa e lasciavano dei soldi nel cassetto.
Ogni tanto gli portavano la notizia:
- Sapete, zio Giovanni? vostro fratello gli è successo un accidente -.
Oppure:
- Gnà Benedetta, vostra sorella, ha avuto un altro maschio -.
Tale e quale come suo padre, che aveva messo radici a Primosole, dopo che era rimasto zoppo, e venivano a dirgli sin lì quel che succedeva al mondo di qua e di là.
Un giorno, dopo anni e anni, in mezzo a una torma di mietitori, vide passare anche una vecchia che neppure il diavolo l'avrebbe più riconosciuta, mangiata com'era dalla fame e dagli strapazzi, la quale gli disse:
- Che non mi riconoscete più, compare Nanni? Sono Grazia, vi rammentate? -
Ma egli la mandò subito via per paura di Filomena che ascoltava dal letto, come aveva fatto l'altra volta per paura del padrone che stava per venire.
Ora voleva godersi tranquillamente la sua pace e la provvidenza che il Cielo mandava, insieme alla moglie che gli aveva dato Dio.
E se si trovavano a passare il Zanno oppure don Tinu, che ora gli portavano rispetto, e lasciavano anche loro bei soldi all'osteria, soleva dire con la moglie, o con chi c'era:
- Poveri diavoli! Costoro vanno ancora pel mondo a buscarsi il pane! -
IL MAESTRO DEI RAGAZZI
La mattina, prima delle sette, si vedeva passare il maestro dei ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa: con la mazzettina in una mano, un bimbo restìo appeso all'altra, e dietro una nidiata di marmocchi, che ad ogni fermata si buttava sul marciapiede, come pecore stracche.
Donna Mena, la merciaia, gli faceva trovare il suo Aloardo, già bell'e ripulito, a furia di scapaccioni, e il maestro, amorevole e paziente, si trascinava via il monello, che strillava e tirava calci.
Più tardi, prima del desinare, tornava rimorchiando Aloardino tutto inzaccherato, lo lasciava sull'uscio del negozio, e ripigliava per mano il bimbo con cui era venuto la mattina.
Così passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d'ogni ceto, d'ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto invariabilmente le scolare che stava più vicino di casa, sicché ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito.
Le mamme lo conoscevano tutte; dacché erano al mondo l'avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio stinto sull'orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffetti come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro di stanco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po' curve.
Sapevano pure che era un gran cacciatore di donne; da circa quarant'anni, dacché andava su e giù per le strade mattina e sera, al pari di una chioccia coi suoi pulcini, era sempre col naso in aria, agitando la mazzettina a guisa di uno zimbello, come un vero uccellatore, in cerca di un'innamorata - senza ombra di male - una che lo guardasse ogni volta che passava, e tirasse fuori il fazzoletto quando egli si soffiava il naso - niente di più; gli sarebbe bastato di sapere che in qualche luogo, vicina o lontana, aveva un'anima sorella.
Talché lungo la perenne via crucis di tutti i giorni, egli aveva delle immaginarie stazioni consolatrici, delle invetriate che soleva sbirciare dacché svoltava la cantonata, e che avevano senso e parole soltanto per lui, alle quali aveva visto invecchiare dei visi amati - o scomparirne per andare a maritarsi - egli solo sempre lo stesso, portando una instancabile giovinezza dentro di sé, dedicando alle figliuole il sentimento che aveva provato per le madri, mulinando avventure da Don Giovanni nella sua vita da anacoreta.
Era come la conseguenza della sua professione, l'incarnazione degli estri poetici che gli occupavano le ore d'ozio, la sera, dinanzi al lume a petrolio, coi piedi indolenziti nelle ciabatte di cimosa, ben coperto dal pastrano, mentre sua sorella Carolina rattoppava le calze, dall'altro lato del tavolinetto, anch'essa con un libro aperto dinanzi agli occhi.
Faceva il maestro di scuola per vivere, ma il suo vero stato erano le lettere, sonetti, odi, anacreontiche, acrostici soprattutto, con tutte le sante del calendario a capoverso.
Portava, sotto il paletò spelato, da un capo all'altro della città, strascinandosi dietro la scolaresca, la sacra fiamma dei versi, quella che fa cantare le giovinette al chiaro di luna sul veroncello - e doveva farle pensare a lui.
Sapeva già, come se gliela avessero confidata, tutta la curiosità che doveva suscitare la sua persona, i palpiti che destava una sua occhiata, le fantasie che si lasciava dietro il suo passaggio.
Troppo scrupoloso però per abusarne!
Un giorno, lo rammentava sempre con una dolce confusione interna, una giovinetta alla quale andava a dare lezioni di bello scrivere a domicilio, volle regalargli per la sua festa un bel fiore ch'era in un vasetto della scrivania - rosa o garofano, non si rammentava pel turbamento che gli aveva fatto velo alla vista - glielo presentava con un atto gentile, e gli diceva, al vederlo timido e imbarazzato:
- L'ho tenuto lì per lei, signor maestro.
- No...
la prego...
Mi risparmi...
- Come? non lo vuole?
- Seguitiamo la lezione, di grazia!...
Queste non son cose...
- Ma perché? Che c'è di male...
- Tradire la fiducia dei suoi parenti...
sotto la veste di istitutore...
-
Allora la ragazza era scoppiata in una risata così matta, così impertinente, che gli squillava ancora nelle orecchie al ripensarci, e ancora, dopo tanto tempo, gli metteva in capo un dubbio, uno di quei lampi di luce che fanno cacciare il capo sotto il guanciale, per non vederli, la notte.
Ah, quelle benedette ragazze, chi arrivava a capirle, per quanto gli anni passassero! Esse gli ridevano dietro le spalle.
- Poi, dopo molto tempo, quand'egli passava a prendere i loro bimbi, tirando in su i baffetti ostinatamente neri, si sentivano intenerire da una certa commozione ripensando al passato, alle rosee fantasie della prima giovinezza, che evocava la figura melanconica di quell'eterno cercatore di amore.
- Entrate, don Peppino, il ragazzo sta vestendosi.
- No, grazie, non importa.
- Volete aspettare al sole?
- Ho qui i ragazzi.
Non posso lasciarli.
- Quanti ne avete, santa pazienza! Ce ne vorrà, da mattina a sera, tanto tempo che fate quel mestiere!
- Sì, un pezzo che ci conosciamo, di vista almeno.
Quando lei stava in via del Carmine, il terrazzino col basilico.
Si rammenta?
- Si diventa vecchi, don Peppino! Ora abbiamo i capelli bianchi.
Parlo per me, che ho già una figliuola da marito.
- Giusto, avevo portato qui una cosuccia per donna Lucietta.
Oggi è la sua festa, mi pare.
- Cos'è? l'immagine di santa Lucia? No, una poesia! Lucia, Lucia, vien qui, guarda cosa t'ha portato il signor maestro.
- Piccolezze, donna Lucietta, scuserà l'ardire.
- Bello, bello, grazie tante.
Guarda che bel foglio, mamma.
Sembra un merletto.
- Son cose leggiere.
Proprio un ricamino in versi, come ci vogliono per una bella ragazza qual è lei.
Piccolezze, sa!
- Grazie, grazie.
Ecco Bartolino.
È mezz'ora che il signor maestro t'aspetta, maleducato!
- Guarda mamma; ritagliando il bordo della carta tutto in giro se ne può cavare un bel portamazzi, se oggi mi vengono dei fiori -.
La scuola era un grande stanzone imbiancato a calce, chiuso in fondo da un tramezzo che arrivava a metà dell'altezza, e al di sopra lasciava un gran vano semicircolare e misterioso, il quale dava lume a un bugigattolo che vi era dietro.
Accanto all'uscio vedevasi il tavolinetto del maestro, coperto da un tappetino ricamato a mano, e sopra tanti altri lavori fatti di ritagli: nettapenne, sottolume, e un mandarino di lana arancione, colle sue brave foglioline verdi, causa d'infinite distrazioni agli scolari.
L'altro ornamento della scuola, sulla larga parete nuda dietro il tavolino, era una cornicetta di carta traforata, opera industre della stessa mano, che conteneva due piccole fotografie ingiallite, i ritratti del maestro e di sua sorella, somiglianti come due gocce d'acqua, malgrado i baffetti incerati dell'uno, e la pettinatura grottesca dell'altra: gli stessi pomelli scarni che sembravano sporgere fuori della cornice, la stessa linea sottile delle labbra smunte, gli stessi occhi appannati, quasi stanchi di guardare perennemente, dal fondo dell'orbita incavata, lo sbaraglio delle seggiole scompagnate per la scuola; e tutt'in giro la tristezza delle pareti bianche, macchiate in un canto dalla luce scialba della finestra polverosa che dava nel cortiletto.
Di buon mattino, appena il falegname accanto principiava a martellare, udivasi bispigliare due voci sonnolente nel bugigattolo oscuro, e poi s'illuminava il vano al di sopra del tramezzo.
Il maestro andava a prendere una manata di trucioli, strascicando le ciabatte, tutto raggomitolato in un pastrano spelato, e accendeva il fuoco per fare il caffè.
Allora, dietro la finestra appannata, vedevasi salire la fiamma del focolare annidato sotto quattro tegole sporgenti dal muro, e il fumo denso che stagnava nel cortiletto cieco.
In fondo allo stanzino la sorella del maestro intanto cominciava a tossire, dall'alba.
Egli andava a prendere le scarpe appoggiate allo stipite dell'uscio, l'una accanto all'altra, coi tacchi in alto, e si metteva a lustrarle amorosamente, mentre faceva bollire il caffè, ritto innanzi al fuoco, col bavero del pastrano sino alle orecchie.
In seguito toglieva dal fuoco la caffettiera, sempre colla mano sinistra, per pigliare colla destra la chicchera senza manico dall'asse inchiodata accanto al fornello, la risciacquava nel catino fesso incastrato fra due sassi accanto al pozzo, e portava finalmente il lume nel bugigattolo, diviso in due da una vecchia tenda da finestra appesa a una funicella.
La sorella si alzava a sedere sul letto in fondo, stentatamente, tossendo, soffiandosi il naso, gemendo sempre, colle trecce arruffate, il viso consunto, gli occhi già stanchi, salutando il fratello con un sorriso triste d'incurabile.
- Come ti senti oggi, Carolina? - le chiedeva il fratello.
- Meglio, - rispondeva lei invariabilmente.
Intanto il sole sormontava il tetto di faccia alla finestra, come una polvere d'oro, in mezzo a cui balenava il volo dei passeri schiamazzanti.
Dietro l'uscio passava lo scampanellare delle capre.
- Vado pel latte -, diceva don Peppino.
- Sì, - rispondeva lei collo stesso moto stracco del capo.
E cominciava a vestirsi lentamente, mentre il maestro, accoccolato col bicchiere in mano, leticava col capraio che gli misurava il latte come fosse oro colato.
Carolina andava a rifare il lettuccio piatto del fratello, dall'altra parte della cortina, rialzandola tutta sulla funicella per dare aria alla stanza, come era solita dire; e si dava a strascicare la scopa per la scuola, adagio adagio, movendo le seggiole una dopo l'altra, appoggiandosi al bastone della scopa per tossire, in mezzo al polverìo.
Il fratello tornava coi due soldi di latte in fondo al bicchiere, e due panetti nelle tasche del pastrano.
Ripiegavano un lembo del tappetino, per non insudiciarlo, e sedevano a far colazione in silenzio, l'uno di qua e l'altra di là del tavolino, tagliando ad una ad una delle fette di pane sottili, masticando adagio, e come soprapensieri.
Soltanto, ogni volta che lei tossiva, il fratello rizzava il capo a fissarla in aria inquieta, e tornava a chinare gli occhi sul piatto.
Alfine egli se ne andava colla mazzettina sotto l'ascella, il cappelluccio sull'orecchio, i baffetti incerati, tirando in su il colletto della camicia, infilandosi con precauzione i guanti neri che puzzavano d'inchiostro, seguito passo passo dalla sorella che si ostinava a passargli straccamente la spazzola addosso, covandolo con uno sguardo quasi materno, accompagnandolo dalla soglia con un sorriso rassegnato di zitellona, che credeva tutte le donne innamorate di suo fratello.
Anch'essa aveva avuto la sua primavera scolorita di ragazza senza dote e senza bellezza, quando rimodernava, ogni festa principale, lo stesso vestitino di lana e seta, e architettava pettinature fantastiche dinanzi allo specchietto incrinato.
Oh, le rosee visioni che passarono su quella vesticciuola, mentre essa agucchiava le intere notti! e gli sconforti amari che la tormentarono dinanzi a quello specchio, al quale si affacciavano ogni volta inesorabilmente i pomelli ossuti ed il naso troppo lungo! In mezzo al crocchio allegro e civettuolo delle altre ragazze ella portava sempre come la visione dolorosa della sua figura grottesca, e se ne stava in disparte - per vergogna, dicevano le une, - per orgoglio, dicevano le altre.
- Giacché passava anche lei per letterata.
Nello squallore della loro miseria decente le lettere avevano messo un conforto, una lusinga, come un lusso delicato che li compensava della commiserazione mal dissimulata dei vicini.
Essa teneva gelosamente custoditi, in belle copie tutte a svolazzi e maiuscole ornate, i versi del fratello; e quando egli si era lasciato vincere alfine dall'indifferenza generale, dalla stanchezza dell'umile e faticoso impiego che doveva fare delle lettere per guadagnarsi il pane, essa sola era rimasta una gran leggitrice di romanzi e di versi: avventure epiche di cappa e di spada, casi complicati e straordinari, amori eroici, delitti misteriosi, epistolari di quattrocento pagine tutte piene di una sola parola, nenie belate al chiaro di luna, dolori di anime in lutto prima di nascere, che piangevano delusioni future.
Tutta la sua giovinezza squallida s'era consunta in quelle fantasie ardenti, che le popolavano le notti insonni di cavalieri piumati, di poeti tisici e biondi, di avvenimenti bizzarri e romanzeschi, in mezzo ai quali sognava di vivere anche mentre scopava la scuola o faceva cuocere il magro desinare, nel cortiletto cieco che serviva da cucina.
E sotto l'influenza di tutto quel medio evo, la preoccupazione dolorosa della sua disavvenenza e della sua povertà manifestavasi in modo grottesco, con ricciolini artificiosi sulla fronte, trecce spioventi sulle spalle, sgonfi medioevali ai gomiti del vestito e gorgiere inamidate.
- Che è l'ultimo figurino quello? - avevale chiesto un giorno la più elegante e la più crudele delle sue compagne.
Lui solo - tanto tempo addietro! - adesso era impiegato alla Pretura Urbana - quanti palpiti! quanta dolcezza! quanti sogni! Ed ora più nulla, allorché lo incontrava per caso, carico di moglie e di figliuoli! Allora era un giovinetto smunto, con grandi occhi pensosi che stavano a guardare i "vortici delle danze" dal vano di un uscio, come dall'alto, da cento miglia lontano.
Le ragazze lo canzonavano anche un po' perché non ballava mai; lo chiamavano "il poeta".
Egli da lontano inchiodava uno sguardo fatale su quella ragazza, sola e dimenticata in un cantuccio al par di lui.
Una domenica infine le si fece presentare; le disse con una lunga frase ingarbugliata che aveva ambito l'onore di far la sua conoscenza perché "nella festa" era l'unica persona con cui si potesse scambiare due parole: lo sentiva, gliel'avevano detto: sapeva anche che era una distinta cultrice delle lettere...
"Le danze" giravano giravano "vorticose" in un gran polverìo, sotto la lumiera a petrolio, ed essi sembrano cento miglia lontani, proprio come nei romanzi, mezzo nascosti dietro la tenda all'uncinetto, lui col cappello sull'anca, e l'arco della mente teso per ogni parola che gli usciva di bocca; lei irradiata da quella prima lusinga che le veniva da un uomo, con una nuova dolcezza negli occhi, attraverso i ricciolini.
- È un poema?
- No, un romanzo.
- Storico?
- Oibò signorina! Per chi mi piglia? Sa il detto di quel tale: "Chi ci libererà dai Greci e dai Romani?..."
- Genere Manzoni allora?
- No, più moderno; stavo per dire più fine; certo più nervoso...
tutta la nervosità del secolo in cui viviamo...
- E il titolo? si può sapere almeno?
- Lei sì! - Amore e morte!
- Bello! bello! bello! Ci ha lavorato molto?
- Saran quattr'anni circa.
- Perché non lo fa stampare? -
Il giovanotto alzò le spalle con un sorriso sdegnoso.
- Peccato!
Egli ebbe un lampo negli occhi, per la risposta che gli balenava in mente pronta e azzeccata; un lampo che illuse la poveretta:
- Mi basta questa parola sua, guardi! -
La Carolina avvampò di gioia; e chinò il capo, col petto che le scoppiava.
- Che dice?...
Io!...
Che dice mai?...
-
L'altro gonfiandosi nel soprabito anche lui a quella prima lusinga che gli veniva da una donna, le lasciava cadere sul capo chino, dall'alto del suo colletto inamidato, la confidenza che il trionfo più ambito per uno scrittore è quello di una parola...
una parola sola...
d'encomio...
d'incoraggiamento...
che venga da una persona...
- Pardon! - s'interruppe a un tratto tirandosi bruscamente indietro.
- Gli è arrivata? - chiese scusandosi il padrone di casa che girava coll'annaffiatoio.
- Mi dispiace, sa...
Facevo perché si soffoca dalla polvere.
Non le pare? -
Il poeta continuava dicendo che era proprio una fortuna d'incontrarsi...
in mezzo a tanta volgarità invadente...
- Lei non balla? - domandò infine.
- Io...
- Stia tranquilla.
Non ballo neppur io.
Sa il detto di quel tale: "Non capisco perché cotesto lavoro non lo facciano fare dai domestici!" Ed è vero infatti.
Provi a tapparsi le orecchie, per vedere l'impressione grottesca...
- È vero, è vero.
- Sentisse poi che discorsi! - Il caldo, la folla, i lumi...
Quando si arriva a parlar delle acconciature è già un gran progresso.
A proposito, lei è messa divinamente...
No, no, mi lasci dire, è diversa dalle altre; un buon gusto, un'originalità...
-
Tese l'arco delle sopracciglia, e le scoccò l'ultima frecciata:
- Insomma l'abito non fa il monaco; ma il buon gusto dice la persona...
-
Com'era bello il valzer che sonavano in quel punto! come l'era rimasto in cuore tutta la notte! e come lo canticchiava poi a mezzavoce, cogli occhi gonfi di lagrime deliziose, cucendo nel cortiletto oscuro! Sul pilastrino del pozzo i garofani, che allungavano dal vaso slabbrato gli steli tisici, s'agitavano lieve lieve al sole, e parevano rinascere.
Che pace ora con se stessa, quando si guardava nello specchio! che dolcezza in certi toni della sua voce! che soavità nel raggio della luna che baciava, in alto, il muro dirimpetto! e nell'oro del tramonto che scappava dal comignolo del tetto, e scintillava sui vetri di quella finestra dove si vedeva alle volte un fanciulletto biondo in una scranna a bracciuoli, immobile per delle ore! Vivere, vivere, anche in quel cortiletto triste, fra quelle quattro mura che avevano una melanconia intima e quasi affettuosa, nelle umili occupazioni divenute care, con quell'altro mondo fantastico che le aprivano i libri, sotto la carezza di quella voce fraterna, amorevole e protettrice; e in fondo al cuore poi come un punto luminoso, come una fibra delicata che trasaliva al menomo tocco, come una gran gioia che aveva bisogno di nascondersi e le balzava alla gola ogni momento, come una fede, come una tenerezza nuova per ogni cosa e ogni persona nota - e l'attesa di quella domenica, di quel ballonzolo periodico in mezzo alla polvere e al puzzo di petrolio, dove sapeva di rivedere colui che da otto giorni aveva preso tanta parte nel suo cuore e nella sua vita!
Stavolta le venne incontro appena la vide, con una stretta di mano che riannodava a un tratto la loro intimità spirituale, e le si mise al fianco, dietro la tenda all'uncinetto, colla destra nello sparato della sottoveste, parlandole sempre di sé, delle sue inclinazioni, dei suoi gusti, delle sue ammirazioni, che erano poche e calde, della sua ambizione, che toccava il cielo.
Di tratto in tratto, quando gli pareva che la ragazza chinasse il capo stanco sotto tutto quell'io implacabile, le accoccava un complimento, come un cocchiere fa schioccare la frusta nelle salite.
La giovinetta però chinava il capo per la commozione, col cuore tutto aperto a quelle confidenze che cercavano avidamente la simpatia di lei.
Egli pure, trascinato dalla sua foga, eccitato dalle sue frasi medesime, si abbandonava, cominciava a sbottonarsi, a scendere fino ai suoi piccoli guai: suo padre che lo contrariava nelle sue inclinazioni, nelle tendenze più spiccate del suo ingegno...
Nei due anni d'Università non aveva imparato nulla.
Aveva scritto soltanto dei versi sulle panche della cattedra di Diritto Civile.
- Un vero parricidio! - osservò Carolina sorridendo.
Egli per la prima volta la baciò con un'occhiata d'ineffabile tenerezza.
- Carolina! Carolina! - chiamava il fratello.
E sottovoce le disse all'orecchio: - Bada che tutti ti guardano; sei sempre con colui.
Chi è? -
Qua e là, dietro i ventagli, e nei crocchi delle ragazze, balenavano infatti dei sorrisi mal dissimulati.
Ma Carolina, fiera, lo presentò al fratello:
- Il signor Angelo Monaco, distinto poeta, l'autore di Amore e morte!
- So che anche il signore è un chiaro cultore delle lettere! - disse il Monaco tendendogli la mano regalmente.
Il romanziere aveva "sollecitato l'onore" di leggere il manoscritto del suo romanzo in casa del maestro "per averne un giudizio illuminato e sincero".
Una sera, dopo la scuola, lo installarono dinanzi al tavolinetto dal tappetino ricamato, con due candele accese dinanzi, come un giocatore di bussolotti, don Peppino col capo fra le mani, tutto raccolto nel disegno di appioppargli alla sua volta la lettura dei propri versi, che si sentiva rifiorire in petto gelosi a quell'avvenimento; la sorella digià commossa dalla solennità dei preparativi, la porta chiusa, le seggiole dei ragazzi schierate in fila, come per una folla di ascoltatori invisibili.
Il manoscritto era voluminoso, circa mezza risma di carta a mano, raccolta in una custodia di marocchino col titolo in oro sul dorso, e legata con nastri tricolori.
L'autore leggeva con convinzione, sottolineando ogni parola col gesto, colla voce, con certe occhiate che andavano a ricercare l'ammirazione in volto alla Carolina, pallidissima, e al fratello di lei, impenetrabile dietro il palmo delle mani; si animava alle sue frasi istesse come un bàrbero allo scrosciare delle vesciche che porta attaccate alla coda; senza un minuto di stanchezza, quasi senza bisogno di voltar pagina.
Le pagine volavano, volavano, con un fruscìo quasi di foglie secche d'autunno, nel gran silenzio della notte.
Tutti i rumori della via erano cessati uno dopo l'altro.
La luna alta si affacciava al finestrino.
C'era un punto in cui il protagonista del romanzo, disperato, forzava la consegna di uno stuolo di domestici in gran livrea, schierati in anticamera, e andava a bere la morte nell'alcova della sua bella appena tornata dal ballo, ancora in una nuvola di merletti e di pizzi.
Egli la bollava con parole di fuoco, voleva offrirle, dea implacabile, l'olocausto del suo sangue, dei suoi sensi, del suo amore immensurabile, lì ai piedi dell'altare istesso, su quel tappeto di Persia, dinanzi a quel letto immacolato.
E all'occhiata trionfante che faceva punto, l'autore vide con gioia crudele la sua ascoltatrice che piangeva cheta cheta, colla mano dinanzi agli occhi.
Ei le prese quella mano, e se la tenne sulle labbra a lungo per godere del suo trionfo.
- Perdonatemi! - mormorò poscia.
Ella scosse il capo dolcemente, e rispose con un filo di voce:
- No.
Sono tanto felice! -
La luna dal finestrino baciava la parete dirimpetto, tacita.
Al silenzio improvviso il maestro si destò.
Angelo Monaco prese a frequentare la casa del maestro, attratto dalla simpatia che vi trovava, lusingato da quell'ammirazione fervida, da quell'amore timido e profondo di cui la sua vanità era riconoscente in modo da simulare alle volte un ricambio dello stesso sentimento.
Carolina aspettava, felice, tutta piena di una vita nuova in mezzo alle solite modeste occupazioni, sorpresa da batticuori improvvisi, da dolcezze inesplicabili, per un nulla, per taluni avvenimenti consueti che prima non le avevano detto cosa alcuna, beandosi di uno sguardo, di un sorriso, di una parola, di una stretta di mano di lui, trepidante all'ora in cui egli soleva venire, commossa da una tenerezza ineffabile quando vedeva il raggio della luna sul finestrino, ogni quintadecima, al sentire la campana dell'avemaria, l'organetto che passava, la voce del fratello che pronunziava il suo nome, turbata solo da un imbarazzo insolito e da una nuova tenerezza per lui.
Anch'egli le sembrava cambiato.
Da qualche tempo la trattava con una dolcezza affettuosa e quasi triste, con un riserbo discreto e pietoso.
Un giorno finalmente, al momento di uscire insieme ai ragazzi, col cappelluccio in testa e la mazzettina in mano, la chiamò in disparte, dietro la cortina rossa:
- ...
Sai, Carolina...
Sta per ammogliarsi...
No! senti! Coraggio, coraggio!...
Guarda che io ho lì i ragazzi...
Perdonami se ti ho fatto dispiacere!...
Toccava a me a dirtelo...
Sono tuo fratello, il tuo Peppino!...
-
Ella uscì nello stanzone, barcollante, come si sentisse soffocare, e balbettò dopo un momento:
- Come lo sai? Chi te l'ha detto?
- Masino, quel ragazzo, il figlio del caffettiere.
Oggi, come l'incontrammo per caso, e vide che lo salutavo, mi ha detto che sposa sua sorella.
- Vai, vai, - disse la poveretta respingendolo colle mani tremanti.
- I ragazzi aspettano -.
E fu tutto.
Ella non aggiunse una parola, non gli mosse un lamento.
L'ultima volta che la vide, Angelo la trovò così afflitta, così chiusa nel suo dolore, che ne indovinò il motivo.
Sull'uscio del cortiletto, cogli occhi rivolti a quello spicchio di cielo e una lagrima vera negli occhi, egli le disse addio, commosso dall'accento suo stesso.
Il giorno dopo le scrisse una lettera tutta fremente da un rigo all'altro d'amore e di disperazione, la prima in cui le parlasse d'amore, per dirle che il suo era fatale e doveva immolarlo sull'altare dell'obbedienza filiale.
"Siate felice! siate felice! lontana o vicina, in vita e in morte!..." Fu la sola "missiva" d'amore che ella ricevesse, e la custodì gelosamente fra i fiori secchi ch'ei le aveva donati, e i nastri scolorati che portava il giorno in cui si erano incontrati per la prima volta.
Poi, stanca, aveva riversato sul fratello le sue illusioni giovanili, rifacendo per lui i castelli in aria in cui s'erano passati i sogni ardenti della sua vita claustrale, subendo, sotto altra forma, le stesse calde allucinazioni che le erano rimaste di tante bizzarre letture, nelle quali si era consunta la sua giovinezza, dietro il tramezzo della scuola, com'era morto il geranio che aveva agonizzato dieci anni nel cortiletto senza sole.
Una volta era stata una rosa che essa aveva sorpreso nel portapenne della scrivania, e s'era sfogliata senza che lei osasse toccarla, lasciandole un grande sconforto a misura che le foglioline si sperdevano nella polvere.
Un'altra volta un bigliettino profumato, visto alla sfuggita sul tappetino della scrivania, scomparso subito misteriosamente, che l'aveva fatta almanaccare un mese, turbandola anche, mentre stava chiuso nel cassetto, col suo odore sottile, finché le era caduto un'altra volta sotto gli occhi, fra le cartacce inutili da buttare via nel cortiletto - la stessa corona dorata in cima al foglio profumato, lo stesso carattere elegante con cui un ragazzo si faceva scusare dalla mamma non so quale mancanza.
Un giorno infine il romanzo sembrò disegnarsi, al giungere di una superba bionda che era venuta a prendere un ragazzetto pallido in una carrozza signorile, riempiendo tutta la scuola del fruscìo della sua veste, del profumo del suo fazzoletto, del suono armonioso della sua voce fresca e ridente come un raggio di sole che avesse abbarbagliato maestro e discepoli.
La povera zitellona per molti giorni ancora, alla stessa ora, aveva aspettata la bella seduttrice, nascosta dietro la tenda del tramezzo, col cuore che le batteva forte, sconvolta sino alle viscere e come violentata da un delizioso segreto, da un turbamento strano, in cui si mescevano una tenerezza nuova pel fratello, un senso di vaga gelosia, e una contentezza, un orgoglio segreto.
Erano reticenze discrete, silenzi pudichi, imbarazzi scambievoli, per un cenno, per una parola, per un'allusione lontana che cadesse nel discorso, mentre sedevano a tavola, l'uno di qua e l'altra di là di un lembo del tappetino ripiegato, mentre rifacevano tutti i giorni la stessa conversazione vuota e insignificante del giorno innanzi, ripetendo le stesse frasi monotone che compendiavano la loro esistenza scolorita ed uniforme, a voce bassa, con una certa timidezza vergognosa.
Egli chinava il capo arrossendo, come sorpreso sul fatto; e giurava di no, facendo una scrollatina di spalle, gongolando dentro di sé, con un sorrisetto di vanagloria che gli tremolava sulle labbra.
Alle volte, in un'effusione improvvisa di tenerezza riconoscente, le posava la destra sul capo, con quello stesso sorrisetto discreto che pareva dicesse:
- Stai tranquilla, scioccherella! -
Però, nella rettitudine istintiva della sua coscienza, la zitellona sentiva nascere una ripugnanza, un'inquietudine dolorosa per tutto ciò che doveva esserci di losco e di pericoloso in quel romanzo clandestino.
Allora correva a buttarsi ai piedi del confessore, nel nuovo fervore religioso in cui si era rifugiata quando aveva provato il più gran dolore della sua giovinezza, lo sconforto e l'abbandono d'ogni lusinga terrena, e domandava perdono per la dolce colpa che lei non aveva commesso, faceva la penitenza del peccato immaginario che era nella sua casa.
E calda ancora di quel fervore vi attingeva il coraggio per esortare il fratello a rientrare nel retto sentiero con delle allusioni velate, delle insinuazioni discrete, un'effusione di tenerezza timida e quasi materna.
- Peppino! - gli disse infine, - dovresti darmi una gran consolazione.
Dovresti risolverti a prender moglie -.
Egli rizzò il capo, sorpreso prima, e poscia lusingato dalla proposta che gli toglieva vent'anni d'addosso, obbiettando col medesimo ingenuo entusiasmo della sua prima giovinezza che "il matrimonio è la tomba dell'amore" per farsi pregare ancora.
- Dammi retta, Peppino!...
Poi quando non sarai più in tempo te ne pentirai!...
-
Egli si ostinava a scrollare il capo, lusingato internamente di poter rifiutare per la prima volta; senza notare l'espressione dolorosa che c'era nell'accento della povera zitellona.
- No, non mi lascio pescare.
Stai tranquilla.
Amo troppo la mia libertà! -
Ella provava un senso strano di simpatia, di commiserazione, e di rancore per quel fanciulletto esile e pallido che la dama bionda era venuta a cercare, e che supponeva fosse il complice innocente della loro tresca.
Lo covava cogli occhi da lontano, nascosta dietro la tenda, quasi egli portasse alla scuola, nei sereni lineamenti infantili, un riflesso delle seduzioni tentatrici della mamma, inquieta se lo scolaretto mancava qualche volta, almanaccando tutto un romanzo domestico dai menomi atti del ragazzo inconsapevole.
Se lo chiamava vicino, quando poteva farlo da solo a solo, lo accarezzava, lo interrogava, gli faceva qualche regaluccio insignificante, attratta e ripugnante nello stesso tempo della sua grazia infantile.
Un giorno il fanciulletto, tutto contento, le disse:
- Dopo le vacanze non vengo più a scuola -.
Ella gli chiese il perché, balbettando.
- La mamma dice che ora son grande.
Andrò in collegio -.
Così terminò anche quel romanzo.
Ella ne sentì prima un gran sollievo; ma nello stesso tempo un dubbio, uno sconforto amaro, vedendo dileguarsi anche le ultime illusioni, che aveva collocate sul fratello.
Il male che la rodeva da anni e anni la inchiodò infine nel letto.
Il povero maestro non ebbe più un'ora di pace: sempre in faccende anche nei brevi istanti che la scuola gli lasciava liberi, scopando, accendendo il fuoco, rifacendo i letti, correndo dal medico e dallo speziale, coi baffi stinti, le scarpe infangate, il viso più incartapecorito ancora.
Le vicine, mosse a compassione, venivano a dare una mano: ora l'una ed ora l'altra: donna Mena, la vedova del merciaio, con tutti gli ori addosso, come se andasse a nozze; e l'Agatina del falegname, lesta di mano e sempre allegra, che riempiva della sua gaia giovinezza la povera casa triste; talché il vecchio scapolo era tutto scombussolato da quelle gonnelle che gli si aggiravano per casa, tentato, anche in mezzo alle sue angustie, quasi da un ritorno di giovinezza, da sottili punture nel sangue e al cuore, che gli cocevano come un rimorso, nelle ore nere.
- Meglio, meglio.
Ha riposato -.
Il poveraccio, al trovare quella buona notizia sulla soglia, le afferrò la mano tremante e la baciò.
- Oh, donna Mena.
Che consolazione! -
Essa gli fece segno di tacere e lo condusse in punta di piedi a veder l'inferma, che riposava con una gran dolcezza sul viso, già lambito da ombre funebri.
E come se la dolcezza di quell'istante di tregua gli si fosse comunicata, affranto dall'angoscia che aveva trascinato insieme ai suoi ragazzi da un capo all'altro della città, egli cadde a sedere sulla seggiola dietro la cortina, senza lasciare la mano di donna Mena, che la svincolò adagio adagio.
La stanza era già oscura, con un senso di intimità misterioso e triste.
Ad un tratto la sorella svegliandosi lo chiamò, indovinando ch'era lì, e per la prima volta egli accendendo il lume si trovò imbarazzato dinanzi a lei insieme a un'altra donna.
Era stata una crisi terribile: la prima lotta colla morte che già abbrancava la preda.
L'inferma, tornata in sé, guardava il lume, le pareti, il viso del fratello con certi occhi attoniti in cui durava ancora la visione di terrori arcani, e lo accarezzava col sorriso, c