UNA VITA, di Italo Svevo - pagina 2
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- Sì...
anzi lo avvertirò io stesso! - Il sì era risoluto, significava che voleva andarsene e nasca quello che sa nascere; il resto pronunziò a voce più bassa.
Improvvisamente, dopo di aver capito che non poteva liberarsi da quella nuova seccatura, scoppiò in un'ira veemente.
Disse ch'egli comprendeva essere colpa degli impiegati alla corrispondenza, che gli toccava quel terno; a suo tempo, gridava, quando era lui impiegato (alludeva a quell'epoca spesso), si lavorava di un lavoro battuto durante la giornata ma alla sera si andava a casa alle ore volute.
Quel giorno aveva veduto chiacchierare Miceni sul corridoio, lavorare intorno ad una serratura Ballina.
Perché perdevano in tale modo il loro tempo? Rosso in volto, ingrossate le vene della fronte, s'era avanzato verso Alfonso.
Parlando degl'impiegati tendeva il braccio e con l'indice accennava esattamente alla corrispondenza.
Alfonso gli spiegò che non si ritardava per il lavoro della corrispondenza, ma che all'ultima ora era stato commesso loro un nuovo lavoro.
L'ira di Starringer non cessò ma non la sfogò più con parole.
- Ah! così! - e si strinse sdegnosamente nelle spalle con movimento esagerato, volendo esprimere molto.
Sul tavolo giacevano le lettere scritte nella giornata, alcune già sigillate.
Senza più curarsi di Alfonso, il signor Starringer ne prese una, si sedette e in un libro che aveva dinanzi ne copiò l'indirizzo con mano tremante.
Nel corridoio era venuto a sedersi il giovinetto Giacomo, entrato alla banca il giorno dopo di Alfonso.
Aveva quattordici anni, ma la sua carne abbondante bianca e rosea da bambino e la statura bassotta gli davano l'aspetto di decenne appena.
Quantunque lo vedesse tutto il giorno ridere e scherzare con gli altri fanti, Alfonso si ostinava a crederlo dispiacente d'essere lontano dal suo Magnago donde veniva, e gli voleva bene.
- Questa sera fino alle dieci - gli disse accarezzandogli il mento.
Il giovinetto gli sorrise lusingato.
Il signor Maller uscì dalla sua stanza.
Aveva indossato il cappotto, e il cappuccio gli pendeva dalle spalle.
Così vestito spiccava maggiormente l'altezza della sua figura e ne era attenuata la grossezza.
Alfonso salutò e il signor Maller rispose col medesimo cenno a lui e a Giacomo.
Faceva sempre dei saluti collettivi.
Il servo del signor Maller, Santo, seguì il principale lungo tutto il corridoio per aprirgli la porta d'uscita.
Era un ometto non vecchio, con un barbone biondo e qua e là incolore, la testa precocemente calva.
Faceva la bella gamba, a quanto se ne diceva, non avendo da fare altro che servire il signor Maller, mentre gli altri fanti erano addetti agli uffici.
Ritornato nella propria stanza, Alfonso trovò Miceni che già accanitamente scriveva.
Costui alquanto corto di vista, per scrivere col naso quasi toccava la carta.
Sul tavolo di Alfonso c'erano i dispacci autografati, mancanti degl'indirizzi; una lettera di scrittura del signor Sanneo da copiarsi in conferma del dispaccio e infine un bollettino con cinque nomi, quelli delle case a cui era da indirizzarsi l'offerta.
- Cinque soltanto?
- Sì - rispose Miceni; - scrivono anche i contabili.
Per le nove e mezzo circa avremo finito.
Non aveva alzato la testa; la sua penna aveva continuato a scorrere sulla carta.
Alfonso appose un indirizzo su un dispaccio, poi lo trascrisse su una carta da lettera.
Si mise a leggere il dispaccio: conteneva l'indicazione succinta dello scopo a cui la Banca Ipotecaria veniva fondata, toccava con discrezione dell'appoggio promesso dal governo e accennava alla difficoltà di poter avere parte nel sindacato: "è dimostrazione di nostra preferenza che offriamovi..." e seguiva uno spazio in bianco che Alfonso riempì col numero delle azioni offerte.
La lettera si estendeva a maggiori particolari.
Parlava della necessità dell'istituzione di grandi banche in Italia, quindi della certezza che aveva la nuova banca di trovare lavoro proficuo.
Miceni gli disse di scrivere rapidamente la prima lettera perché doveva servire poi di copia agli altri scrivani, ma Alfonso non sapeva scrivere presto.
Gli toccava rileggere più volte prima di saper trascrivere una frase.
Fra una parola e l'altra lasciava correre il suo pensiero ad altre cose e si ritrovava con la penna in mano obbligato a cancellare qualche tratto che nella distrazione gli era venuto fatto disforme dall'originale.
Anche quando gli riusciva di rivolgere tutta la sua attenzione al lavoro, non procedeva con la rapidità di Miceni perché non sapeva copiare macchinalmente.
Essendo attento, correva sempre col pensiero al significato di quanto copiava e ciò lo arrestava.
Per un quarto d'ora non si udì che lo stridere delle penne e di tempo in tempo il rumore fatto da Miceni voltando le pagine.
La porta si aprì con fracasso e sul limitare, ove rimase impalato per qualche istante, si presentò Ballina, l'impiegato che attendeva da Alfonso la lettera di Sanneo per farne altre copie.
- E questa lettera?
Era un bell'uomo dallo sguardo intelligente alquanto furbesco, un paio di mustacchi alla Vittorio Emanuele, la barba però non fatta.
Fumava e il fumo non soffiato via, - lo avrebbe volontieri riassorbito per goderne di più, - riempiva i mustacchi e saliva coprendogli il volto fin sotto agli occhi.
La sua giubba da lavoro doveva essere stata di color bianco, era giallognola ora, salvo che le maniche, adoperate per nettare le penne, all'avambraccio del tutto nere.
Lavorava in una stanzetta che aveva l'entrata sul piccolo corridoio come quella di Miceni.
Miceni alzò il capo con un sorriso amichevole.
Ballina veniva veduto sempre volentieri perché buffone, il buffone della banca.
Quella sera non aveva voglia e si lamentava.
Aveva lavorato fino allora nel suo ufficio di informazioni ed ora doveva lavorare dell'altro; per la sera poi non si sapeva se c'era da cena.
Affettava maggiore miseria di quanta ne avesse.
Fece una volta trasecolare Alfonso il quale, come Ballina stesso si esprimeva, era spugna, col raccontargli che alla fine del mese si nutriva di Emulsione Scott regalatagli da un medico suo parente.
Aveva parenti benestanti che dovevano aiutarlo perché ne diceva sempre bene.
Entrò Sanneo come sempre correndo; lo seguiva Giacomo col volto da adolescente serio, un grande fascio di carte sulle braccia, al quale per eccesso di zelo teneva rivolto anche lo sguardo.
Con accento ruvido Sanneo chiese a Ballina perché ancora non scrivesse.
- Ma...
- fece Ballina alzando le spalle - attendo di ricevere la lettera da copiarsi.
- Non l'ha ancora ricevuta? - Rammentandosi ch'era Alfonso che doveva dargliela: - Non ne ha fatta ancora neppur una?
Alfonso s'era alzato in piedi interdetto dallo sguardo bieco che gli veniva lanciato.
Miceni rimanendo seduto osservò che neppur lui non ne aveva ancora finita alcuna.
Sanneo voltò le spalle ad Alfonso, guardò la lettera di Miceni e lo pregò di consegnarla a Ballina non appena terminata.
Uscì con la medesima fretta, preceduto da Ballina che voleva fargli vedere d'essere subito ritornato nella sua stanzetta, e seguito da Giacomo, impettito, che batteva i piedi per terra per dare importanza al suo piccolo passo.
Pochi minuti dopo Miceni consegnò a Ballina la lettera per la copia e Alfonso udì dalla stanza vicina le bestemmie che Ballina mandava con voce grossa d'ira al vedere che la lettera era di quattro facciate.
In un'oretta all'incirca Miceni terminò il suo lavoro.
Con tutta calma rifece teletta, mise anche il cappello in testa con tanta cura come se non avesse avuto da levarlo più mai, prese seco le sue lettere e i dispacci che passando voleva deporre dal signor Sanneo, vi unì per compiacenza due lettere scritte da Alfonso e uscì canticchiando.
Nella quiete assoluta il lavoro procedette più rapidamente.
Non trovandoci altro più forte interesse, Alfonso, per legare l'attenzione al lavoro, usava quand'era solo di declamare ad alta voce la lettera, e quella si prestava alla declamazione essendo rimbombante di paroloni e di cifre enormi.
Leggendo ad alta voce la frase e ripetendola nel trascriverla, scriveva con meno fatica perché bastava il ricordo del suono nell'orecchio per dirigere la penna.
Si ritrovò con sorpresa di aver finito e andò immediatamente da Sanneo temendo già di aver fatto tardi.
Costui trattenne i dispacci e gli ordinò di porre le lettere sul tavolo del signor Maller.
D'inverno il pavimento della stanza del signor Maller era coperto di tappeti grigi.
Anche i mobili avevano un colore oscuro grigio, e i bracciali e le gambe, di legno nero.
Dei tre beccucci a gas uno solo era acceso e semichiuso.
Nell'oscurità la stanza diveniva più seria.
Alfonso vi stava sempre a disagio.
Depose le lettere su un altro pacco che c'era sul tavolo per la firma e uscì con cautela senza far rumore come se il principale fosse stato presente.
Avrebbe ora potuto andarsene, ma una grande stanchezza lo fece rimanere.
Si propose di fare ordine sul suo tavolo ma rimase là inerte, seduto a sognare.
Dacché era impiegato, il suo ricco organismo, che non aveva più lo sfogo della fatica di braccia e di gambe da campagnolo, e che non ne trovava sufficiente nel misero lavorio intellettuale dell'impiegato, si contentava facendo fabbricare dal cervello dei mondi intieri.
Centro dei suoi sogni era lui stesso, padrone di sé, ricco, felice.
Aveva delle ambizioni di cui consapevole a pieno non era che quando sognava.
Non gli bastava fare di sé una persona sovranamente intelligente e ricca.
Mutava il padre, non facendolo risuscitare, in un nobile e ricco che per amore aveva sposato la madre, la quale anche nel sogno lasciava quale era, tanto le voleva bene.
Il padre aveva quasi del tutto dimenticato e ne approfittava per procurarsi per mezzo suo il sangue turchino di cui il suo sogno abbisognava.
Con questo sangue nelle vene e con quelle ricchezze si imbatteva in Maller, in Sanneo, in Cellani; naturalmente le parti del tutto invertite.
Non era più lui il timido, erano costoro! Ma egli li trattava con dolcezza, davvero nobilmente, non come essi trattavano lui.
Santo lo avvertì che il signor Maller chiedeva di lui.
Sorpreso ed anche alquanto allarmato, Alfonso ritornò nella stanza ove era stato poco prima.
Ora era completamente illuminata; la luce densa faceva brillare la testa nuda del principale e la sua barba rossa.
Era seduto e poggiato con ambedue le mani sul tavolo.
- Ho piacere di vedere ch'ella è ancora qui; ciò mi dà prova della sua diligenza, della quale del resto non avevo mai dubitato.
Alfonso, rammentando la sfuriata ricevuta poco prima da Sanneo, lo guardò temendo che parlasse ironicamente, ma la faccia rosea del principale era atteggiata a serietà; gli occhi azzurri guardavano il canto più lontano del tavolo.
- Grazie! - mormorò Alfonso.
- Mi obbligherà venendo da me domani a sera a prendere il tè.
- Grazie! - ripeté Alfonso.
Tutt'ad un tratto Maller, quasi avesse penato risolversi, parlò con meno noncuranza e guardandolo:
- Perché fa disperare sua madre scrivendole che è malcontento di me e io di lei? Non si sorprenda! Lo so da una lettera scritta da sua madre alla signorina.
La buona signora si lagna di me, ma di lei anche e non poco.
Legga per accertarsene!
Gli porse una carta che Alfonso riconobbe derivante dalla bottega del Creglingi.
Vi gettò un'occhiata ed erano proprio i cari caratteri della madre.
Arrossì; si vergognava di quella brutta scrittura e di quel brutto stile.
C'era in lui qualche cosa di offeso per quella lettera resa pubblica.
- Ora ho mutato di opinione...
- balbettò, - sono contento! Sa...
la lontananza...
la nostalgia...
- Capisco, capisco! ma via, siamo uomini! - e ripeté più volte questa frase.
Poi di tutto cuore assicurò ad Alfonso che in ufficio gli si voleva bene e che cominciando da lui e dal signor Cellani, il procuratore, fino al capo corrispondente, il signor Sanneo, tutti desideravano di vederlo progredire rapidamente.
Congedandolo ripeté: - Siamo uomini - e lo salutò con un cenno amichevole; Alfonso uscì tutto confuso.
Dovette confessare che il signor Maller aveva l'aspetto di persona buona, e, facilmente impressionabile, la sua posizione alla banca gli sembrò migliorata: alla fine qualcuno si curava di lui!
Era però pentito di non essersi contenuto con maggior franchezza e con maggior sincerità; perché aveva smentito quelle verità confessate alla madre? Avrebbe dovuto corrispondere alla bontà del principale con una franca esposizione dei suoi desideri e ne avrebbe forse avuto il vantaggio di vederne soddisfatto qualcuno, certo il vantaggio di aver incamminato col principale una relazione amichevole, perché non è offesa chiedere protezione.
Si tranquillò proponendosi di essere più franco in altra occasione, la quale, dopo la prima, non poteva tardare a presentarsi.
Intanto, per non lasciar sussistere contraddizione fra quanto aveva detto al signor Maller e quanto aveva scritto alla madre, riscrisse a quest'ultima avvisandola che le viste alla banca si miglioravano per lui e che rinunziava per allora all'aria aperta, alle quercie, al riposo.
Sarebbe ritornato in patria ricco o non vi sarebbe ritornato mai più.
16
III
La famiglia Lanucci, presso la quale Alfonso stava a fitto, abitava un piccolo quartiere di una casa di città vecchia, verso San Giusto.
Egli aveva perciò da camminare per oltre un quarto d'ora per andare all'ufficio da casa.
La signora Lucinda Lanucci aveva dimorato per un'estate, poco prima di maritarsi, nel villaggio, in compagnia di una famiglia presso la quale stava quale governante.
Aveva fatto allora la conoscenza della madre di Alfonso, la quale le aveva raccomandato il figliuolo.
Forse la lettera di raccomandazione della signora Carolina non sarebbe valsa gran che, se i Lanucci non fossero stati alla ricerca d'un inquilino per una stanzuccia che v'era in casa oltre il bisogno della famigliuola.
Alfonso capitò dunque a proposito e venne accolto bene.
Negli ultimi anni, traviato dall'ambizione dell'indipendenza, il signor Lanucci aveva abbandonato un impiego non splendido ma ch'era bastato a nutrire la famigliuola e s'era messo a fare l'agente, a rappresentare ogni e qualunque specie di case, in tutti gli articoli.
Il poveretto scriveva tutto il giorno offerte a case di cui toglieva gl'indirizzi dalle quarte pagine dei giornali, ma guadagnava sempre meno che a suo tempo da impiegato, e perciò l'umore in famiglia era triste, le sue condizioni essendo precarie dopo di essere state discrete.
Quest'umore aveva aumentato la nostalgia in Alfonso, perché è la gente triste che fa tristi i luoghi.
Lo trattavano affettuosamente, ma in Alfonso il signor Lanucci destava una compassione dolorosa, specialmente quando lo vedeva costringersi a usargli cortesie, a sorridergli, a dimostrare interessamento ai fatti suoi, mentre comprendeva che non ne poteva venir considerato che quale un cespite di rendita.
La signora Lanucci, avvezza da lungo tempo a consolare il marito dell'infruttuosità dei suoi sforzi, aveva assunto la medesima parte con Alfonso e finito col partecipare tanto intensamente delle sorti del giovine, che ne parlava come di affari proprii.
L'invito del signor Maller, di cui Alfonso le aveva parlato, aveva destato in lei le maggiori lusinghe; ne parlava come se da quell'invito la fortuna dell'impiegato venisse assicurata.
Ci era tanto poco avvezza, che la buona fortuna la sorprendeva.
Lucinda poteva avere quarant'anni forse, ma, piccola e grassa e pel grigio abbondante dei capelli, ne dimostrava di più.
Non era stata mai bella.
Aveva apportato al marito qualche poco di dote ch'era stata assorbita da una speculazione in lotti turchi.
Era intelligente, vivace, amava di parlare molto e la sua faccia pallida da sofferente le aveva subito conquistata la simpatia di Alfonso.
Pareva volesse bene al marito; al figliuolo Gustavo, diciottenne, il buona lana come ella lo chiamava, diceva di volerne poco; il suo maggior affetto era per la figliuola Lucia, sedicenne, la quale lavorava da sarta in case private.
La madre guadagnava più di tutti quale maestra in una scuola popolare, ma senza i proventi di Lucia i mezzi non sarebbero bastati.
La signora Lucinda era desolata di veder la figliuola costretta a passare la gioventù sulla macchina da cucire mentre ella l'aveva passata meglio, perché, da benestante, aveva studiato e s'era divertita.
Nelle ristrettezze ella non aveva potuto far nulla per l'educazione di Lucia, ma di questo non si lagnava non avvedendosi che il risultato corrispondeva alla spesa fatta.
Ella era intelligente e non s'accorgeva che il discorrere della figliuola era insipido, disgraziato.
La vedeva bella mentre allora Lucia era magra, anemica, come tutti in famiglia, bionda di un biondo tendente al rosso e, causa la magrezza, con la bocca che voleva arrivare alle orecchie.
La madre, per deliberato proposito, - era democratica sfegatata, - aveva un contegno da popolana e bestemmiava anche; la figliuola aveva appreso con facilità, nelle case borghesi ove frequentava, le forme esterne da signorina, le quali in quella casa stonavano.
Gustavo, rozzo e semplice, spesso la derideva; si guadagnò l'antipatia della madre più per questo che per la sua scioperataggine.
Alfonso trovò il suo vestito nero steso sul letto, piegato accuratamente.
La signora Lanucci aveva pensato a tutto, dalla cravatta agli stivali lucidi preparati a piedi del letto.
Anche Alfonso si sentiva agitato dalla visita che doveva fare.
Non aveva le illusioni nutrite dalla signora Lanucci, ma, per contagio, era agitato più che la cosa non valesse.
Smise il suo vestito d'ogni giorno e lo gettò sul letto come se non avesse avuto da indossarlo più.
Quando entrò nel piccolo tinello ove desinava la famigliuola, poté illudersi di essere vestito molto bene.
Il signor Lanucci lo guardò e volle apparire ammirato dell'aspetto di Alfonso.
Gustavo, sucido, con la bocca piena, gli si avvicinò con un sorriso veramente benevolo.
A lui il signorino non destava invidia, perché egli aveva tutt'altri desiderî: qualche soldo in tasca per poter passare la serata in osteria e null'altro.
Allora Gustavo era inserviente presso un gabinetto di lettura e sembrava stesse per far giudizio nel nuovo posto, ove, purtroppo, poco c'era da guadagnare ma pochissimo da lavorare.
Con la camicia di bucato, il solino alto, l'abbondante capigliatura bruna ravviata, vestito di nero, Alfonso era un bel giovanotto.
Teneva in mano i guanti chiari comperati quel giorno per consiglio di Miceni.
Un occhio più esercitato avrebbe scorto su quel vestito nero qualche tratto lucido logoro, e di più che il taglio non era moderno, il collo troppo aperto, la stoffa poi non buona, tanto che cedeva alla rigidezza della camicia.
In famiglia Lanucci non si aveva l'occhio esercitato a queste piccolezze.
La giovinetta Lucia aveva terminato di mangiare, s'era allontanata un poco dal tavolo, appoggiata allo schienale della seggiola, le mani incrociate.
Non fece motto che rivelasse ch'ella si fosse accorta della teletta speciale di Alfonso.
Le sue relazioni col giovine erano ottime, e quando era in casa lo serviva volontieri.
Le piaceva renderglisi utile perché per ogni passo ch'ella per lui facesse, egli la ringraziava in modo sempre ugualmente vivace.
Del resto la gentilezza di modi fra di loro divenne anche eccessiva, perché Lucia trovava finalmente la persona con cui trattare nel modo spiato ai borghesi e incoraggiato dalla madre.
Gustavo diceva ch'ella con Alfonso si sfogava.
Il signor Lanucci doveva aver passato la cinquantina.
Si tingeva, avendo la tintura gratis in campioni ch'egli si faceva rimettere da case che offriva di rappresentare, e i suoi capelli erano neri dove l'età non li aveva imbianchiti, giallognoli dove senza tintura sarebbero stati bianchi.
Portava una barba piena lunghetta, condizionata in quanto a colore come la capigliatura.
Di sera, per leggere, si metteva degli occhiali rozzi, troppo grandi per la distanza fra' due occhi, piccoli, grigi che quasi poggiavano al naso.
Fece dei complimenti ad Alfonso e lo pregò di sedere accanto lui, onore non accordato più a Gustavo dopo che aveva perduto un impiego discreto procuratogli con somma fatica.
Era l'unico castigo che sapeva infliggergli, non avendo per altri né energia, né testa.
Gustavo, senza parlare, - teneva il broncio al padre perché questi lo teneva a lui, - consegnò ad Alfonso una lettera.
Alfonso non l'aprì con grande premura.
Era tanto preoccupato che non ebbe la pazienza di decifrare i caratteri malsicuri della madre; rimise in tasca la lettera dopo averla scorsa rapidamente.
- Che presto! - disse la signora Lanucci con leggero accento di rimprovero.
- È molto piccola! - rispose Alfonso arrossendo; - vi saluta tanto!
Il vecchio aveva cominciato a raccontare dei lavori della sua giornata.
Era la storia di ogni sera.
Per giustificarsi dinanzi alla moglie, raccontava quanto avesse brigato per fare affari.
Tutto sommato, quel giorno aveva guadagnato un grosso pacco d'aghi che una piccola fabbrica gli aveva inviato in natura per senseria di un affare conchiuso da lui.
Nella mattina aveva fatto delle visite in case private, presentandosi con una lettera di raccomandazione datagli da un suo amico procuratore in una casa commerciale, il quale egli riteneva avesse dell'influenza in paese.
Aveva offerto del cognac, ma senza esito.
In tavola faceva bella mostra di sé il campione.
A mezzodì il Lanucci aveva ricevuto la posta, cioè il pacco d'aghi e la lettera di una Società d'assicurazioni, che lo costituiva suo rappresentante.
Subito al pomeriggio s'era messo alla ricerca di persone che volessero assicurarsi.
Con la nota dei conoscenti ch'egli aveva sempre seco, il vecchio aveva percorso la città.
Gli amici gli avevano spiegato perché non volessero assicurarsi, dimostrandogli d'essere già assicurati o di non poter sottostare a una spesa tanto elevata; gli altri o non l'avevano accolto, - Lanucci amava recarsi dalle persone che tenevano domestici alla porta, - o rimandato con poche e secche parole come si fa coi mendici.
Quest'ultima osservazione non era del Lanucci, il quale raccontava con la calma dell'uomo perseverante pronto a ricominciare il giorno dopo.
Però nella giornata aveva fatto qualche cosa: aveva scritto alla sua Società d'assicurazioni comunicandole che nulla ancora aveva concluso, ma che sperava bene e che la senseria non gli bastava, visto ch'era tanto difficile di fare affari.
- Poveri i centesimi della posta! - mormorò la signora Lanucci facendo l'occhietto ad Alfonso, col quale aveva già parlato delle speranze e delle manìe del marito.
Ella aveva seguito però con grande attenzione il racconto e gli occhi le brillavano d'ira all'udire di tanti sforzi fatti invano.
Il signor Lanucci raccontava con lentezza, parlando continuava a mangiare, deponeva la forchetta dopo ogni boccone e scandeva le sillabe per far risaltare maggiormente la sua attività e la sua astuzia.
Ridiceva tutti gli argomenti da lui adoperati per convincere.
Con l'uno aveva parlato in genere dei vantaggi delle assicurazioni e della colpa che commette chi non si assicura; con l'altro - era un amico o un noto filantropo - del proprio bisogno di venir incoraggiato; con tutti aveva esaltata la Società che rappresentava.
La signora Lanucci lo stava ad ascoltare allontanandosi alquanto dal tavolo e sgretolando accanitamente coi denti dei pezzettini di pane.
Ogni parola nella famigliuola provocava facilmente delle dispute.
- Poveri i centesimi? Perché? Hai un modo curioso tu di trattare le cose! Come se fosse impossibile che io faccia degli affari!
L'ira accumulatasi in lui durante la giornata si scatenò.
Rimaneva fermo al suo posto senza gesticolare, ma gli tremavano le labbra.
Gustavo rideva nel piatto.
Alfonso lo calmò; trovandosi anche lui di tempo in tempo in imbarazzi finanziarî, comprendeva il dolore del vecchio.
Gli disse che la signora aveva voluto scherzare, non offenderlo, e che certamente essa più di tutti aveva il desiderio di veder prosperare i suoi affari.
Dalle parole di Alfonso il Lanucci fu portato a tutt'altro ordine d'idee; si rammentò che il confortatore poteva divenire un suo cliente e gli chiese se non avesse l'intenzione di assicurarsi, - forse contro gli accidenti?
La signora Lanucci protestò:
- Eh! vuoi lasciarlo in pace con i tuoi affari?
Il Lanucci rimase interdetto; altrettanto imbarazzato era Alfonso, dolente dell'imbarazzo del Lanucci che supponeva fosse già pentito della poca delicatezza dimostrata.
- Lo lasci parlare, - disse alla signora, - è interessante e non ci si perde niente!
Aveva trovato il modo di ridurre la cosa a una questione puramente accademica.
- Ma sì! - accentuò il Lanucci, - io non lo costringo mi
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