LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 21
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Che se si comportasse il mal uso di intimare chi sì e chi no, tosto inverrebbe l'abuso di far chiamata a coloro soltanto de' quali anticipatamente si fosse esplorato il consiglio favorevole alla massima controversa e così vincerebbesi pienamente ogni partito: lo che è sempre con ogni diligenza di cure e severità di sanzioni, da vietarsi prima e punirsi dopo del fatto.
Ora delle due adunanze tenute il 31 io non potei assistere alla prima, perché non ne ricevetti l'invito: non potei assistere alla seconda, perché la convocazione e il successivo scioglimento della prima me la fece ritenere quale era di fatto disintimata; e quello che accadde a me avvenne eziandio ad altri socii, de' quali io non nominerò qui per cagioni di esempio che i soli Sig.
Lovery e Tenerani.
Così le ragioni che io aveva per operare contro il progetto di legge andarono in vano; e s'impedì che io con argomenti da altri non avvisati potessi volgere i consenzienti al mio voto, o che i consenzienti con le riflessioni loro da me non sapute, potessero svolgermi dalla mia opinione: in ambedue i quali casi un lodevole effetto doveva sempre risultare alla incerta giustizia della causa in arringa.
E che molto io mi tenessi buono a dire non dubitate, ch.
Sig.
Segretario; ma piuttosto, se volete, maravigliatevi pure della vanità di mia presunzione.
La conseguenza avrebbe risoluto il problema, e il fine provati i mezzi.
In verità molto avrei detto e prima e dopo la nomina dell'archivista: prima della nomina, dimostrando agli accademici la vanità di tutto il progetto; e aprendo loro gli occhi con vergini prove sulla malizia precipuamente, e sul rischio del sesto articolo di quello: dopo la nomina, sostenendo che l'atto disteso per dar forza di legge al partito già vinto, implicava ed implica una imperfezione ed un bivio, di cui si vedrebbero gli effetti appena il nuovo segretario e l'Istoriografo dell'Accademia si accorgessero non essere nel detto atto con esplicite parole state cancellate le disposizioni degli art.li 18, 19 e 20 delle leggi nostre, in virtù de' quali possono e debbono entrambi contrastare all'eletto archivista per l'esercizio delle conferitegli attribuzioni rivendicandole a se stessi dacché l'inclusione di una cosa posteriore non importa esclusione di un'altra preesistente.
Intanto io non potei parlare, né con me poteronlo altri socii, e di questi quando anche non fosse seguita alcuna scambievole persuasione delle parti discordi, s'ignora poi infine quale sarebbe stato il colore de' voti segreti.
Io, ripeto ancora, non potei parlare perché non intimato; e se la non intimazione di un accademico avente diritto fa nullo tutto ciò che lui insciente si delibera e si risolve, la prima adunanza straordinaria del 31 e molto più la seconda convocata senza alcuna regola, e, direi, quasi con sorpresa e per modo d'insorgenza, sono di dritto nulle e come non fatte.
Né gioverebbe a chi venisse mai in capo questa bizzarra eccezione, l'oppormi una negligenza del bidello.
Gli atti che si emanano senza preventiva citazione non sono già nulli per ciò che non fosse consegnata la citazione al cursore, ma sì dove dal cursore non fu presentata al citando.
Il tribunale potrà sì gastigare il cursore, ma gli atti mal fatti per sua negligenza non saranno perciò meno nulli, perché nati insciente la parte, la quale doveva, e non il cursore, essere avvertita.
L'Accademia deve chiamare me: io riconosco lei: ella vigili sulla diligenza di chi può comprometterla.
E qui vi dimando ossequiosamente, ch.
Sig.
Segretario, che la presente mia lettera sia da voi passata al Consiglio, e quindi letta alla prima adunanza generale in figura di formale protesta e di speciale mozione per la nullità delle ripetute due adunanze e degli atti usciti da quelle.
E pieno di tutti i sentimenti degni di voi, ho l'onore di dichiararmi
oggi, 7 gennaio 1828
Vostro servitore e collega
G.
G.
Belli
LETTERA 87.
DICHIARAZIONE FATTA DAL SOTTOSCRITTO NELL'ADUNANZA GENERALE DELL'ACCADEMIA TIBERINA LA SERA DEL 28 GENNAIO 1828.
Quando io, con alcuni compagni eguali tutti di studii e di desiderio di gloria, fondai questa oggi famosa Accad.a Tiberina, ebbi in pensiero di stabilire un nodo di pace e di amore, che molte persone unisse ad una medesima lode.
- Oggi, che vedo deluso il mio scopo vi rinunzio per sempre, e mi dichiaro cancellato dall'albo degli Accademici tiberini, non piacendomi di partecipare di un onore amareggiato per l'una parte dell'Accademia da soverchia offesa, e per l'altra da eccessiva pazienza.
- La mia perdita è di niun momento, siccome saggiamente opinò un rispettabile membro dell'attuale Consiglio.
La Accademia ha molto e moltissimo può avere di che ristorarla.
Nulla però ha l'Accademia Tiberina di che riparare al mio amor proprio oltraggiato, dapoiché sa così umanamente soffrire i colpi che si danno alle sue leggi fondamentali.
Questo è l'atto della mia ultima volontà e libertà accademica.
Giuseppe Gioachino Belli
uno de' fondatori dell'Acc.a Tib.a
LETTERA 88.
AL CAV.
PIETRO E.
VISCONTI ACC.° TIB.° - ROMA
[10 febbraio 1828]
Chiarissimo amico,
Ho udito che voi incliniate a credermi disposto a ritirare la mia rinuncia tiberina, qualora il Consiglio non l'accetti.
Questa opinione, nata forse nel vostro animo da qualche mal inteso che sia occorso ne' nostri colloquii in proposito, mi pare meritare di essere da me chiarita onde, non faccia sì luogo in alcun tempo ad equivoci sulla natura della mia volontà.
Io vi lasciai padrone di insinuare al Consiglio il rifiuto delle tre note rinuncie, perché padrone realmente ne siete, né autorità alcuna potrebbe da me partire per allontanarvi dal vostro divisamento: ma aggiunsi poi essere mia intenzione di considerare sempre la rinuncia mia per valida e ferma.
In questo pensiero, caro amico, io sto e starò immutabile.
E lo ripeto a voi in questo foglio, siccome in voce a tutti, affinché non accada che allorquando, come spero, il Consiglio Accademico mi cancellerà dell'albo de' socii, quell'atto sembri anzi un commiato che una partenza.
Fate voi ciò che le vostre cortesi massime vi dicono bello: io continuerò quello che il mio carattere mi fece giudicar buono, e restiamo, se non più colleghi nel fiacco vincolo tiberino, colleghi nel modo più saldo della reciproca stima e dell'amore sociale.
E con tutti i sentimenti degni di voi mi confermo vostro amico e servitore
Gius.e Gioach.o Belli
LETTERA 89.
A MADAME HORTENSE ALLART DE THÉRASE
[Le 20 mars 1828]
Madame,
J'ai lu vôtre beau roman, et je vous en dire un mot, bien que je connaisse cette règle établie par la prudence de ne jamais donner des conseils et d'avis à qui n'en démande pas.
Vous trouverez par conséquent dans ma démarche plus de franchise que de politesse.
Mais comme je crois vous avoir comme femme supérieure et dégagée des outrances qui constituent la pluspart des bienséances de la société, je hazarde d'enfreindre auprès de vous cette loi vigoureuse pour m'éléver jusqu'à vôtre caractère, ou, si vous voulez, jusqu'à vôtre indulgente.
Ce sera tout dit sur les impressions que la lecture de vôtre ouvrage m'éxcita, lorsque je vous aurai assurée que je l'eusse répétée très-volontiers si ce n'eût été la crainte d'abuser de vôtre prêt.
L'attention suppléa cependant au retour; et je conserve et conserverai pour long-temps cet enthousiasme de pensées, ces émotions de coeur et ce trouble d'esprit, dont vous savez si bien le secret.
Peu de livres de cette éspèce peuvent amener un lecteur non commun à réfiéchir autant que vôtre Gertrude le fait; très-peu lui inspirer un intérét si vif et si constant dans des bornes aussi étroites que le salon d'une société à la mode, la maison d'une famille, les murs d'une rétraite, et le coeur de deux amants.
Il faut beaucoup connaître la nature humaine, les ressorts des passions et les mysthères de la méthaphisique pour s'emparer de la sorte de l'esprit des hommes avec si peu de moyens et sans le divertir.
Il est nécessaire d'avoir profondement médité sur la politique des états, sur les bésoins des peuples et sur les verités de la philosophie pour dévélopper avec tant de vigueur et de noblesse des principes sublimes, importants, vrais, mais égarant à la fois une raison non radicalement affermée à faide de la méditation et à l'école de l'expérience.
Vous devez avoir reçu, Madame, une âme assez mâle et énergique; vous avez dû beacoup voir et entendre, mais plus encore écouter et comprendre; vous avez dû sentir plus que vous n'ayez observé et compris.
Vôtre genie vous traça une route sur la quelle vôtre coeur et vôtre âme furent vos meilleurs guides; vous avez visé à un but, dont les plus grands modèles de l'art vous dévoilérent la hauteur tandis que vôtre originalité vous en applanit l'atteinte.
Un langage plein de grace et de persuasion; un style par moment modeste et hardi, mais toujours passionné et enchanteur; une exposition salutaire des troubles du monde; un essai frappant des dangers et des espérances de la vie; une peinture animée des longues douleurs et des courtes consolations humaines; un contraste bizarre de la destinée inevitable avec celle que les hommes se créent; un tableau expressif des dommages et des ressources qu'on peut trouver en soi même et au déhors; une nuance délicate mais apercevable entre les lois de la nature et celles de la providence; voila, Madame, ce que vôtre ouvrage renferme digne de fixer les regards des gens éclairés.
Aussi je pense que les personnes d'une classe inférieure ne sauront guère s'y amuser et par conséquent ils l'appreciéront au dessous de sa valeur, car ce qui donne du prix au mérite c'est toujours l'agrément.
Mais du fond même d'où nait l'objet de mon admiration, je vois, Madame, s'éléver le sujet de mes doutes.
Je veux plutôt m'éxposer à avoir le tort qu'à vous cacher ce qui prend àmes yeux un aspect de raison.
Je crains, Madame, deux choses qui seront pourtant l'une et l'autre sans fondement; la première que vous n'ayez pas assez suivi les événements qui pour la pluspart eússent peut-être donné à l'ensemble le charme sûr de la varieté sans nuire à l'unité et à l'intérêt principal; la seconde que vous ayez un peu trop poussé quelques caractères, et précisement ceux de votre héroine et de son amant.
Et, quant à la première, passe que vous tranchiez aussi brusquement sur la société de Paris et sur ses intrigues, dont vous vous étiez si heureusement servie dans vótre machine jusqu'à un certain point de l'ouvrage; l'on pourrait me repondre que il n'en était plus bésoin.
Passe encore cet oubli soudain des ennemis de Gertrude et de leur vengéance irritée; passe le silente sur le denoûment du sort périlleux de Charles livré aux poursuites d'une police rusée chez un protecteur équivoque qui agissait par seul intérêt personnel choqué bientôt et détruit dans le mauvais accueil de ses voeux.
Passe enfin le départ mystherieux de cette pauvre Juliane, les passions et les malheurs de laquelle nous avaient trop émus pour ce que sa fin ne méritât pas encore des paroles et des larmes.
Ce mysthère, j'en conviens, ne manque pas son effet avec l'éspèce d'effroi qu'il nous jette dans fame attendrie; cependant, je ne sais, j'y trouve un vide que j'aimerais mieux rempli autrement que par la seule terreur.
Mais Léonor! La bonne, la chaste, l'aimable Léonor! Mais Pélage! cet amant si épris de ses attraits et de ses vertus! Mais Mr.
Müller! ce mortel généreux qui ne craint pas de sacrifier les dernières affections de sa vie à une femme adorable si non adorée, à un amour presque autant fatal à son bonheur domestique qu'il l'était à sa vanité.
Ne nous pas dire même un mot de leur félicité ou infélicité reciproques après ce divorce annoncé à peine!
Hedwige part, Hedwige meurt, et sa mort nous est rapportée en des termes si touchants! Certes, dans l'action général elle avait joué un rôle bien tendre et affectueux; mais pourrait-on le comparer à celui de sa soeur, ou du moins le lui préférer?
Vous reduisez donc tout-à-coup vótre roman presqu'à deux personnages, vous employez le 3.me volume presque tout entier à anatomiser pour ainsi dire deux coeurs, à analyser une fiamme jusqu'à ses éléments les plus étherées, à occuper le lecteur d'abstractions des choses aux idées, à leur rétracer l'image d'une passion trop souvent sans limites et trop parfois limitée par une puissance d'âme miraculeuse et par des subtilités intellectuelles mieux singulières que rares.
Là tout l'univers a disparu devant vos yeux.
Pour un traité de moeurs cela irait à merveille; mais pour de moeurs en action, pour des passions considerées en rapport avec leurs sujets, enfin pour un roman qui doit ressembler à une histoire, peut-être foudrait-il ménager d'avantage les esprits et ne les pas fatiguer avec un luxe de speculative qui les épuise tout en les extasiant.
Or c'est précisement là que s'appuye la deuxième partie de mes timides plaintes contre cet ouvrage, ainsi d'ailleurs admirable par tant de sublimité.
Je le répète: me tromperais-je, Madame, ou n'auriez-vous point poussé trop loin vos principaux caractères? Vous avez du talent et de la conscience plus qu'il n'en faudrait à plusieurs écrivains à la fois.
Examinez donc sans prévention et sans amour propre si mon opinion est juste ou non; et daignez m'éclairer si je vis dans l'erreur.
En général j'ai toujours cru incontestable à l'égard des peintures morales que tout ce qu'on n'ait pas trouvé en soi méme, il faille le chercher dans la société moyennant une observation mûre et une analyse assidue et scrupuleuse.
C'est pas ce seul moyen qu'on surprend la nature et qu'on la copie.
Ce qui n'est d'aprés nature n'est vrai; et l'imaginaire pourra bien frapper, émouvoir, ébranler, mais il ne laissaira aprèes lui rien de solide, il ne fera jamais du bien.
Il est hors de question que la nature se plait quelquefois des éxtrémités et se jette à l'extraordinaire: cependant Aristote qui prévit l'écueil où échoueraient les auteurs dont l'imagination fouguese se laisserait séduire par ces efforts, leur remontra de se défier de la vérité elle-même quand elle ne portàt la masque de la vraisemblance; ce que Boileau a depuis répeté en ces termes:
"Jamais au spectateur n'offrez rien d'incroyable:
Le vrai peut quelquefois n'étre pas vraisemblable".
Je finis, Madame, pour vous avouer ingénuement qu'en lisant de quelle manière vous raisonnez sur l'amour, je fermai souvent mon livre pour me proposer ce problème, que je ne sus pas résoudre: ou personne au Monde n'a connu l'amour comme Elle, ou Elle est trop au dessus de l'amour.
Pardonnez, de grace, une témérité que je vous prie de répéter à deux causes différentes, c'est à dire vôtre grandeur et ma petitesse.
Je suis avec tous les sentiments dignes de vous, Madame,
vôtre tres-dévoué serviteur J.
J.
Belli.
LETTERA 90.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Narni 10 settembre 182[8] ore 10 antimerid.e
Cara Mariuccia
Otto orzaroli! Chi li cercasse non li metterebbe insieme, e io gli ho trovati senza cercarli! Mi stanno tre dirimpetto, uno di fianco, due in serpa, e due sulla canestra sovrapposta alla volticella.
Non parlerò delle belle camiciuole di vellutino e di tela rigatina; non de' soavi berrettini di lanetta livida e di refe incorniciati di filetto rosso; non de' sudori beneolenti aglio o simile senso piccante sotto il senso piccato.
Tutti o di Novara o di Domodossola parlano la gentilezza del loro gergo, e si rivolgono tutti con certo rispetto orzarolesco al mio vicino, il quale perché si dimostri per di più di essi basti il dire che porta le falde, benché non abbia cappello.
Lo compra a Milano, dove si risparmiano due paoli e anche 25 baiocchi.
La buona gente non sa risolversi di prendere per un orzarolo anche me quantunque si conosca loro negli occhi che ne muoiano di voglia: ma le falde mie pare che abbiano sin qui più virtù delle già sullodate.
Per me se muoiono di voglia, povera gente muoia pure, non parlo sino a Milano.
A porta del Popolo dove montarono ad associarmi alla loro sorte, quel dalle falde principiò, brusquement et sans trop me ménager, a stringermi con le sue dimande quasi sotto il torchio de' suoi maccheroni (e dice di averne uno bello nella stanza di dietro; aggiungeremo alla bottega).
Ma alla quarta dimanda, se pure ci si arrivò, i muscoli della mia faccia già gli avevano dato le risposte per cento; cosicché tutto orzarolo che fosse conobbe il suo tempo e vide che aria tirava.
Un altro, che io dentro di me chiamo il Balafré perché è concio nel muso come il Duca di Guisa, la prese per la strada del tabacco: Ne gradite una presa? - E io: Grazie, e viso duro.
Se accettavo era finita, perché tabacco preso, amicizia fatta: questo è un assioma sociale.
Brava gente, ed anche istruita! Nel passar da Nepi seppe dire che quell'acquidotto porta a Roma l'acqua di Trevi, sotto alla quale terra noi passeremo domani, dopo valicate aspre montagne che l'acqua salta a piedi pari.
Già tutti sanno, e chi non lo sapesse lo impari, che l'acqua di Trevi viene da Trevi Umbra dove si muore di sete.
Che se i condotti romani accennassero un'altra direzione, si chiude gli occhi e col cervello si rivolgono a qual punto cardinale si vuole.
Buona gente, e anche civile! Ieri sera a cena tutti dicevano che bisognava proferire agli altri, mettere in precedenza agli altri, insomma favorire il Signore (cioè quel dalle falde più lunghe: io); e però tutti e otto mi dicevano in concerto: si servisca, soré.
E fra la verità del vino chi mi diede la notizia stupenda che il granturco ha chiesto al Papa il passo libero per Ripagrande perché fa la guerra col Re di Moscovia; chi mi narrava le ricchezze che il padre aveva lasciato a loro dodici fratelli di due madri, specialmente in vacche che ne aveva quindici.
Ogni persona che sappia di conti, trova con poca fatica che toccò una vacca e un quarto a fratello.
- Quale mi dava gli indizii per distinguere l'olio buono dal cattivo, il più sicuro de' quali faceva consistere nell'assaggio; e quale finalmente alzandosi da tavola mi ruttò assai urbanamente in faccia, e servì per saluto.
Che ti pare? Veh mihi, beato me! Ma io mi serro in una camera solo, ma io ho un buon libro, ma io sto in umore di godermeli.
E questi tre riserbi li metto qui per calma di chi, per dannata ipotesi, dubitasse della realtà della buona compagnia che il cielo mi ha largita.
Or ora a Terni.
- Dalla presente arguisci della mia salute.
Saluta tutti, dentro e fuori; particolarmente chi ci favorisce la sera di qualunque età e sesso, e chi è talora la sera da me incomodato: dico gli eccellenti inquilini del primo strato calcareo del Signore del Piombo.
Mille baci a Ciro, e mille a te.
Io sono il tuo
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LETTERA 91.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
[Foligno, 12 settembre 1828]
Te l'aveva detto io, Mariuccia mia? L'avrebbe capito un tonto che in quell'ottavario d'orzaroli si annidava grande dottrina.
Questa mattina all'alba abbiamo avuto una lezione di fisica e poi subito appresso un'altra di filologia.
Sin ch'è stata notte si è mantenuto quel silenzio in cui gl'ignoranti e i dottori fanno una stessa figura: ma non appena il sole è comparso ad illuminare i cocuzzoli delle montagne della Castagna, che tosto una simpatia, esistente senza dubbio fra gli esseri di questo sublunare, mettendo in consonanza e in mutuo rapporto la interna luce morale de' miei novaresi e domodossolani colla esterna luce fisica di lassù, han tutti e otto principiato a dar fuori con bei ragionari che un francese tradurrebbe col nome illustre di Caquet.
Il Sole è stato definito per un fuoco, il fulmine per un altro fuoco, e l'acqua per una cosa che non si sa veramente cosa sia ma che è nemica del fuoco; e all'acqua e al fuoco il Signore dia loco.
E i fiumi vengono tutti dal mare, e, grandezza di Dio!, vi ritornano tutti: perché il mare è una gran quantità d'acqua, più alta delle montagne: e però va su su e poi scende giù giù; e non è più salata perché le montagne son dolci! Povere Colonie se se ne accorgono i caffettieri.
E molti torrenti non arrivano mai al mare perché si perdono per la secca, perché quando la terra è secca non viene acqua che non si lecca.
E l'acqua in francese si chiama Aò, ha risposto un altro dottore degli otto: e così è stato che dalle investigazioni naturali si passasse con belle transizioni alle disquisizioni dialettiche.
Io sono stato assoldato con Napuglione, seguitava a dire l'ottavino artebianca, e so come che si parla in francese.
Lo sapete voi come si chiama il brodo? Abbujò.
E l'osteria? Obbergè.
E il cacio? Frummag.
E il prosciutto? Ciampò; e via discorrendo.
Ora chiunque ha buon naso si accorge subito in quali situazioni abbia l'alunno dei galli appreso tanta glottica perizia.
Dica chi vuole; viva Dio e la lingua francese!
Un uomo che conosce questo idioma cattolico può viaggiare per tutto il mondo a occhi chiusi, e può andare, Dio scampi ognuno, anche in terra de' Turchi, dove si ammazza tanta carne battezzata.
E non crediate, gente mia, che non si dasse di barba alla povera Storia naturale che se ne stava in un cantone zitta zitta senza dar fastidio a nessuno.
Iddio passò un giorno per una strada (quando ancora non erano inventate le diligenze) e incontrato Adamo gli domandò se avesse messo il nome a tutte le bestie.
Sissignore, Signore, rispose Adamo: da Eva sino alle formiche e alli moschini (non erano inventati neppure i Microscopi per andare più in là) nessuna n'è restata senza.
Ecco perché le bestie hanno tante cognizioni.
E qui fila fila tutte le genealogie animalesche, fra le quali osservazioni ho imparato per la prima volta, confesso la mia ignoranza, che la Golpa è figlia della cagna e del lupo: e così si spiega perché pare un cane e non è un cane, pare un lupo e non è lupo, ma aggradisce le galline in bocconi come l'uno e l'altro parente.
Il Re di Torino le distruì tutte prima che nel Piemonte se ne trovassero tante come adesso; e però beati in quel Regno i capponi! Un'altra volta sulle stregonerie, argomento serio.
Per oggi è notte: buona sera.
Hai avuto le lettere di Babocci e Vannuzzi? Circa gli Sc.
12 rispondi con buona maniera di no alla dimanda di dilazione.
- Per la Pelucca e per Malagotti vedo che ce n'andremo a novembre.
- Giannocchi pagò que' due scudi che pretende aver dati mesi addietro; e dice Vannuzzi che ne ha quietanza dell'avvocato.
Dunque restano Sc.
8.
- Ho scritto a Mirabelli che se la intenda teco.
- A tempo opportuno Vannuzzi manderà a te i denari per Ballanti.
- Avendo esso pagato le dative di varij mesi, il suo conto del trimestre scaduto residua a così poco che se tu credi posso conteggiarlo con lui al mio ritorno.
Ho parlato con Sanzi, conservatore delle ipoteche di Spoleto.
Per la radiaz.e di Castelli basta un atto di consenso di brevetto, e già ho scritto a Garavita di Spoleto; per la radiaz.e dell'avvocato basta la fede di morte legalizzata e la faremo al mio ritorno in Roma.
Il Sig.
Plinj ti scrive in quest'ordinario per un affare di Marcotte da consultarsene Biscontini.
Fra brevi giorni ti spedirà un ordine di Sc.
52: 43 a beneficio dello stesso Marcotte.
Gli esiggerai per l'uso già fra noi stabilito.
Ti salutano Procacci, Plinj e Fontana.
Salutami anche tu sotto e sopra come il testo: baciami Cirone, e ricevi una buona stretta dal tuo Pecorino, che va a mutarsi in Parmegiano.
LETTERA 92.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Rimini, 14 settembre 1828, alle 9 3/4 di sera
Cara Mariuccia
Manco male che ho sonno: se no poveri Orzaroli! Ti dovevo fare il racconto delle stregonerie e di una specie di astrologia giudiziaria in cui sembrano molto dottamente iniziati; ma ho sonno; e poi hanno principiato a seccarmi, anzi stiamo bene in là nella seccatura.
- Bàstiti il sapere che gli stregoni, le streghe, i maghi (anche quelli innocenti del lotto) i fattucchieri e simili gentilezze, furono tutti da Gesù Crocifisso accondannati in ne le nozzi di Canna e Galilea dove che fu fatto il Conciglio di trenta, indove Iddio disse che lui aveva creato Roma, la Francia, l'Angrinterra, e tutto il mondo là...
nel mondo fin che ce n'è, per amallo e servillo in tutta un'internità e per questo Nové gli fece l'arca perché se salvassi dal diluvio di acqua come fece quanno che vinne tutto quel malanno dal Paradiso; e allora c'erano l'astrigoni, che se so poi aritrovati li libbri de Magia sotto terra per opera del diavolo, che se voleva addifenne al tiritolio del Regno suo, che il Signore ci addelibberi a tutti.
Vidi Torricelli che mi volle seco la sera e la notte in una sua villetta.
Combinò tutto così bene che la mattina si trovò pronta la carrozza onde proseguire il viaggio.
Voleva disfare la mia scrittura e tenermi con lui per una settimana.
Egli e Bertinelli ti salutano.
Passai da Fano molto a buon'ora, e appena potei lasciare alle Zuccardi (che anch'esse ti salutano) le carte di Pippo per Marcolini.
La Battaglia è tuttora lì.
- Ho qui veduto Ferrari che ti dice mille cose.
Mariuccia mia, ti scriverò da Milano dove, salvo errore, sarò la sera di venerdì 19.
Saluto tutti tutti e ti abbraccio con Ciro mio.
LETTERA 93.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Da S.
Ilario, 17 settembre 1828
Cara Mariuccia
Bisognerebbe far spolverare le fratte almeno tre volte la settimana: così diceva oggi seriamente il mio orzarolo colle falde lunghe, vedendo a destra e a sinistra tanta polvere ch'era una miseria.
Chi avrebbe mai pensato a un simile mezzo-termine, ho esclamato io tosto, con una certa rispettosa cera da spaventato! Siete bravo assai, Sig.
Andrea.
-Non saprei, ha risposto il Sig.
Andrea, dimenando la testa, i fianchi e tutta la persona come un'anguilla di Comacchio: Non saprei, a me m'é piasso sempre d'entrà dentro in nelle cose; ma poi so' un ignorante perché la diollogia la sanno li scultori che leggheno tutti li libbri.
- Oh vedete mo quanta sagacità e umiltà unite insieme come una minestra di riso e cavoli! Così mi piacciono gli uomini! Sapere, e nascondere; che questi altri saputelli sputaperle per lo più non sanno neppure dove il diavolo tiene la coda, cosa così chiara che basta chiederne a un caudatario, te ne dice tanto da farti dottore.
Dio volesse però che il comandare le feste toccasse una volta al mio artebianca (che fa pure il fornaio a socero) sarebbe così sempre giorno di lavoro, e le cose camminerebbero meglio, che adesso, bisogna dirlo, è una babilonia.
Sissignora, ogni mattina spazzare le fratte, e io ci metto del mio anche gli alberi, con una scopettina da destinarsi.
In questo modo, oltre al bel ristoro del viaggiatore, (che giacché soffre tanto, con rispetto, nel culo, godesse almeno un poco negli occhi) arrogerebbe altresì il conseguimento di quel primo secondo fine tanto essenziale nella vita umana, dico la mundizia ossia proprietà, cosa così necessaria alla conservazione della pulizia: e andatelo a negare senza pigliarvi una patente di jacomantonio.
Basta, Signore Iddio, confrontare le due parole onde convincersi di quanta analogia e corrispondenza passi fra le loro peculiari e corrispettive significazioni.
Bravo artebianca compellegrino mio! E non si vedrebbero mica più al mercato que' fruttacci impolverati e inzaccherati dalla cima dei capelli sino alle punte delli piedi, di modo che nemmeno col raschiatore se ne torrebbe via la sozzura incozzata: e il coltello, Dio guardi! perché persica, come dice il proverbio? persica, pira, poma cum corticibus sunt meliora.
L'orzarolo mio non sa il tedesco: però quest'ultima frase per verità non la disse, ma gli si leggeva negli occhi, e anche di peggio.
- Ah! un pezzo per ogni terra murata vi vorrebbe d'uomini simili; e non vi rimarrebbe un cane, quel che sia un cane, che non ne godesse il suo boccone.
Già si sa, si dice così per modo di dire, perché poi poi, alla fine dei fini, il paragonare gli uomini ai cani, ehm ehm, sarebbe veramente ciò che si dice da can barbone.
Non v'è nessuna bestia, propriamente detta, a cui l'uomo non possa stare di sopra, e coi piedi, o colla rotondità posteriore della sua persona: sentimento del Sig.
Andrea, tutta farina di quel testone d'uomo che bisognerebbe imbalsamarlo adesso proprio pel minor decoro che gli si potesse fare.
E ognuno può capirlo da sé cosa si dica quando vi dice balsamo! Non per niente è stata fabbricata la città di Cantiano, che Iddio ce la conservi in eterno come un'indulgenza plenaria.
E dite che l'orzarolo, anzi, che ambidue i quadrati di due orzaroli non l'abbiano capita; cuccù! Saltarono giù come otto saltimbanchi, che sono gli animaletti i più saltatori; e dentro di slancio nella officina del Sig.
Restituto Achilli; e poi fuori di trotto carichi di caraffine e scarichi di paoletti, perché imparate anche questa, ogni caraffina costa un paolo, di maniera che una decina torna a uno scudo romano: conto che si fa subito senza il ministero delle dita.
- Forse costano care? Lo so, lo so, c'è stato qualche panbianco, vero panbianco, che ha detto essere troppi dieci baiocchi per una sola, con licenza, coglioneria; come che la roba buona non costasse danari! Oh perbacco baccone vorrei mo vedere anche questa! Con una gocciola di quel portentoso esixir anti-stomatico si può comodamente far restituire il fiato a dieci uomini, e il Cielo sa quanto valga la vita di un uomo; e si troverà chi ama più un giulio che una tale boccetta! Coraggio, Sig.
Restituto mio, Ella seguiti allegramente a fare balsamo, e sino a che nel mondo vivranno orzaroli, ascolti bene la mia amichevole imprecazione, Ella non potrà morire di fame.
- Tutte queste cose, cara Mariuccia, io le dico per mostrare che so viaggiare, e racconto le cose come stanno e dove stanno, e non faccio come qualche svizzero cattolico, il quale dopo stato in un Cantone per 57 anni, finalmente si mosse pel mondo nella età della discrezione; e avendo udito a Roma che un pover'uomo si era gettato giù dall'Arco di Parma, egli che scriveva sempre giornali e recitava notturni, saltò a casa, e, traffete, schiccherò giù come in Parma vi è un bellissimo arco antico e alto alto, da cui è pio costume che si gettino a capo sotto tutti i casi detti disperati; e qui diede il Sig.
Tedesco in erudizione perché s'incalzò per modo di similitudine il salto di Leucade.
E un'altra volta, e poi ho finito, all'udir narrare di una festa fatta alla Madonna di Costantinopoli con pubblici fuochi d'artifizio a piazza Barberini, raccontò nel suo giornale medesimo con una cristiana esultanza essere una voce maligna che i barbari facciano tanta oltranza alla gente battezzata, perché benché i turchi non sappiano neppure il credo, tuttavia hanno permesso nella stessa città di Costantinopoli un simile spettacolo etc.
etc.
e qui veniva la descrizione di tutti i razzi.
Impara, Mariuccia mia, e convinciti che il Mondo è come un banco di scuola: più vi si sta, più vi s'impara: quantunque circa alla seconda proporzione vi sia chi parteggi per la negativa.
Il vetturino ha cambiato tutte le tappe onde non ispendere troppo negli ordinari della Città.
Dunque non ho potuto vedere né Piccardi, né Emiliani, né Papotti, né Oloni, né...
chi altro? Non lo so: insomma nessuno.
Dillo a Spada perché Spada lo dica a Biagini onde Biagini lo dica a chi gli pare.
Scrivo questa lettera da S.
Ilario, villaggio di assoluto confino dello Stato di Modena sette miglia prima di Parma.
Sono le dieci: vado a letto.
Un bacio a Cirone.
Ricevi mille abbracci dal tuo P.
P.S.
Porto meco la presente già scritta per impostarla dove potrò prima.
Dopo dimani spero sicuramente di aver già fatto il solenne ingresso a Milano.
È colà un susurro per questa notizia portata avanti dal vento che mi soffia dietro.
Dicono che non vi si trovi più polvere l'ho presa tutta io in viaggio.
LETTERA 94.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 4 dicembre 1828
Gentilissimo amico
Eccovi una lettera scritta procuratorio nomine cum clausula ut alter ego.
Il vostro amabile fratello, occupato oggi dalla guardia e immerso tutti questi giorni in un mare di faccende, alla vigilia com'è di una partenza per lungo e glorioso viaggio; ha incaricato me di rappresentarlo negli uffici che doveva con Voi compiere: né in ciò le circostanze mi potevano meglio servire tanto è il debito di grazie che mi corre da riferire alla veramente obbligante memoria in che io sono rimasto presso di voi esempio di rara e delicata amicizia.
Dal più riconoscente animo ho ricevuto i saluti vostri dal Cav.
Filippo sempreché me ne ha recati, e con tanta maggiore allegrezza quanto più il tempo crescente avrebbe dovuto lasciarmi rassegnato, se non all'oblio, a quella specie almeno d'indifferenza in che sogliono almeno gli uomini riporre coloro dai quali molti anni e molte miglia li divisero.
Dalla quale vostra diversità di sentire e di fare io mi godo recenti freschissimi testimoni.
Io mi son qui da pochi giorni, reduce da Milano, dove mi piace assai più la vita che altrove.
Quella città benedetta pare stata fondata per lusingare tutti i miei gusti: ampiezza discreta, moto e tranquillità, eleganza e disinvoltura, ricchezza e parsimonia, buon cuore senza fasto, spirito e non maldicenza, istruzione disgiunta da pedanteria, conservazione piuttosto che società secondo il senso moderno, niuna curiosità de' fatti altrui, lustro di arti e di mestieri, purità di cielo, amenità di sito, sanità di opinioni, lautezza di cibi, abbondanza di agi, rispetto nel volgo, civiltà generale etc.
etc.: ecco quel ch'io vi trovo secondo il mio modo di vedere le cose e di giudicarle in rapporto con me; e però se a Roma non mi richiamasse la carità del sangue e la necessità de' negozii, là mi fermerei ad àncora, e direi: hic requies mea.
Non ho sin qui veduto Parigi, ma visitandola talora nei libri vi scopro eccessi di misura nel più e nel meno, ed io non amo di associarmi agli estremi.
Gli assaggio per curiosità di palato, ma poi cerco il ristoro nel mezzo: lì sta Milano, mi pare, o che piglio un granchio più grande del Gran Can de' Tartari.
- E voi mio buon Neroni? Avete voi più viaggiato? Menaste poi i vostri figliuoli a Bologna? E qui fate plauso alla mia felice memoria, se mai mi fosse già stato detto da Filippuccio.
Come va il violino in cui uno particolarmente fra i vostri figli così bene si distingueva sin da quando io empiva il Piceno de' miei dolori colici? (Ma adesso sto come un b.f.: indovinala grillo).
E siamo Nonni eh Neroni? V'è però una gran dolcezza in quei figli, dolce che non conoscono gli schifi de' nonni denotanti che l'età va come il Mondo.
- So le lodi della vostra amabile filodrammatica: so di lapidi...
so anche che la carta è finita e i saluti non incominciati.
Dunque Padre, Madre, sorelle e tutti, parenti amici e benefattori, deo gratias! Vi abbraccia di cuore il vostro primo de' secondi
G.
G.
Belli
Palazzo Poli 2° piano.
Se Mariuccia sa che la ho cacciata in un poscritto, con tutti i saluti suoi, la mi ammazza: misericordia! Dunque, Neroni, la mia vita sta nel vostro silenzio.
LETTERA 95.
AL PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA PERGAMINEA - FOSSOMBRONE
29 gennaio 1829
Chiarissimo Sig.
Presidente
Non in modo legale, è vero, ma per avventura ricordabile; non al Presidente dell'Accademia, ma alla persona del Presidente; non per iscritto in lettera, ma a voce nella stessa sala accademica, io ebbi l'onore nel passato novembre di partecipare la infelicità delle da me praticate ricerche intorno al quesito direttomi.
Se l'Iconografia ci abbia serbate le sembianze del Pergamino.
Se pertanto mi veggo oggi giungere nella sua lettera del 2 cadente un testimonio del suo dolore per ciò che io non abbia eseguito il lavoro commessomi dall'Ecc.mo Consiglio per l'anno V; parmi che mentre anch'io debba rammaricarmi di averle cagionato tanto disgusto, m'abbia nulladimeno alcun luogo di consolazione dal vedere che il vero motivo del rimprovero dalla Ch.
Sua Sig.ria indirizzatomi dipenda quasi più da dimenticanza d'incidenti e da uniformità di già stampata modula che non da mio fallo assoluto: da poi che la Ch.
S.S.
fra gli altri pensieri dell'accademico reggimento o non si è risovvenuta del fatto di Novembre, o sovvenutosene, pure non ha forse diliberato se quella particolare insinuazione avesse valore di salvarmi da porzione del meritato rimprovero delle benché umanissime note di biasimo, o, diliberatolo ancora non ha curato decidere se la mancanza di partecipazione di un atto importi sempre ed ineccezionabilmente la mancanza d'esercizio dell'atto medesimo, a malgrado dell'assioma forense che contra contumaces omnia jura clamant.
Sopra altri ricevuti incarichi avrei io bene incorso in accademiche censure, cioè per l'ozio della mia penna, ma in questo una benignità sproporzionata alle omissioni mie non farà sì che io non me ne accusi spontaneamente all'Accademia la quale con silenzio generoso volle risparmiarmi il maggior rossore di rimprovero meglio guadagnato.
Se però unita all'accusa siami lecito mandare incontro all'indulgenza accademica una scusa del mio fallo, io dirò che una vita agitata da diversi agenti tutti nemici dell'ingegno e dei quieti studii mi tolse agio e senno per corrispondere degnamente al giudizio della aspettazione di un Consesso elettissimo, il quale, attribuendo a tutti per gentilezza la stessa buona tempra di valore che in sé ritrova e sente, non deve poi essere ingiustamente ingannato con effetti troppo inferiori all'anticipato concetto.
Se mai nella presente mia lettera la sua perspicacia incontrasse frase o parola discordante col tutto umile rispetto e colla cieca rassegnazione che l'inferiore deve al superiore suo, me ne assolva la sua clemenza, da poi che quantunque io non ebbi ribelle intenzione o talento mormorante, pure già me ne pento per l'eventualità.
E voglia sempre graziosamente riguardare
Il suo servitore obbligatissimo
G.
G.
Belli
Socio pergamineo corrispondente
LETTERA 96.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - SAN BENEDETTO
[17 febbraio 1829]
Caro Amico
Ieri sera è arrivato vostro fratello carico di onori.
Non l'ho veduto ancora, ma l'ho saputo da chi l'ha veduto.
Eccovi una buona notizia, ma io non faccio nulla per nulla; e voglio da voi un piacere.
Il 17 gennaio p.to scrissi una lettera al Sig.
Luigi Tommasi di Ripatransone su certe vertenze in affari disgraziati che non debbono a voi riuscire un mistero.
Egli non mi ha mai risposto.
Non potreste voi semplicemente da qualcuno fargli dire che io (abitante al Palazzo Poli 2° piano) aspetto da lui un riscontro alla mia del 17 gennaio? Esco or ora da una malattia di reuma, e Mariuccia contemporaneamente da un'altra.
Abbiamo poi Ciro malato anch'egli da 10 giorni di gastrica e attacco di petto.
Ah! ma speriamo un migliore avvenire.
Voi? I vostri? Fatemene tranquillo in questa stagione da Samoiedi.
Vi abbraccio di cuore
Di Roma, 17 febbraio 1829
Il Vostro amico Vero
G.
G.
Belli
LETTERA 97.
AD ANONIMO SVIZZERO
[30 luglio 1829]
Pregiabilissimo mio Sig.
[...] Michele
Ho bisogno di alcune notizie svizzere delle quali niuno meglio di Lei, vicino come ella è al centro del governo federale, potrebbe favorirmi, e tanto meno altri lo potrebbe quanto più ai lumi che in copia debbono a Lei aver procacciati il Suo domicilio e la qualità Sua.
In codesti luoghi, Ella accoppia altresì la cognizione intima di questo nostro paese, e sa in conseguenza discernere sino a qual punto possano non discordare fra loro in una stessa persona i moderni principii che ne' due Stati le vecchie consuetudini e le nuove vicende abbiano conservato, cambiato o rifuso.
L'esordio non l'adombri, né Le dia troppo magnifica idea delle mie dimande: le troverà semplicissime e non temerarie, e solo importanti dal lato della sollecitudine che deve stringere i padri al pensiero dei figli.
Mi si suppone essere nella Svizzera varii stabilimenti pubblici dove si prenda a pensione giovinetti anche di tenera età, i quali vi acquistano scienze, lettere, lingue, morale, e ginnastica, qualche ornamento etc.
etc.
vivendovi possibilmente senza morbi e senza disordini.
Vorrei dunque sapere quale fosse nella Svizzera lo stabilimento che fra tutti potesse essere a Suo giudizio il più convenire a un fanciullo romano, destinato dal padre a divenire, per quanto le felici sue disposizioni lo consentano, uomo religioso e non superstizioso, amico più dell'onore che della riputazione, coraggioso e non temerario, franco e non impertinente, obbediente e non vile, rispettoso senza adulare, emulatore senza invidia, giusto, leale, vegeto, agile, amabile, dotto, erudito: insomma un uomo da riuscire la compiacenza de' genitori e l'esempio de' concittadini.
Inoltre quanto e sotto quali condizioni (tutto compreso) sia il carico pecunario da sostenersi dalla famiglia.
Quali i rudimenti preliminari e l'età, necessari all'ammissione, quale sommariamente il piano d'istruzione e di educazione morale.
Quanta la durata del convitto etc.
etc.
Ella m'ha a sufficienza intese: ho anzi troppo detto per la Sua penetrazione.
Dalla lettura e dalla conversazione io ho bene raccolto qualche indizio, ma tale che non mi mette in quiete né può equivalermi al voto d'una persona di mia fiducia, illuminata, amica, e conoscitrice come dissi de' diversi rapporti sociali del giorno.
Più: in caso di Sua partenza da codesti climi, potrebbe Ella indicarmi persona colla quale io avessi all'uopo una corrispondenza?
Insomma io ho ardito d'incomodarla: ma prima, oltre al sentimento della Sua gentilezza, me ne sono accresciuto il coraggio parlandone col Dottore Suo fratello che ha gli stessi Suoi sentimenti.
Ella ora col favorirmi da quel cortese che mi si è sempre mostrato, mi provi di avermi perdonato l'ardire.
E riverendolo con effuse di rispetto e di amicizia me Le offero tutto a' suoi servigi
Di Roma, 30 luglio 1829
Il Suo dev.e obbl.
[firma cancellata]
Palazzo Poli 2° piano
P.S.
L'instituto di Fellemberg non sarebbe al caso?
LETTERA 98.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
La sera de' 12 agosto 1829; Dal
più odioso de' paesi che s'incontrano
nella vita: Acquapendente!
Mia cara Mariuccia
Otto e quattro? in numeri arabi, 12 - I signori Mercadanti genovesi che non potevano soffrire il Sole partendo da Roma di giorno, per istrana metamorfosi operata dal Dio Redicolo o Ridicolo si sono cambiati in quattro bravi Carbonai di Via Tomacelli che viaggiano a redeundo e tornano a Chiavari: due de' quali vanno davanti e uno di dietro; lo che tradotto in lingua più volgare vuol dire: Va sui baulli.
Quel di dentro forse meriterebbe di star di fuori; ma come que' di fuori non meriterebbero di star dentro, così vi sta bene anche lui.
Dunque, 8 dell'altro anno, e 4 di quest'anno, abbiamo compiuto la dozzina sotto gli auspici dell'orzo e del carbone.
Degli altri due ad aliam.
Anticipo la presente ad imitazione di un Duca del Sirmio onde ti arrivi il giorno in cui ti fu dato il nome di quel med.mo giorno: non so se ho detto bene.
Voleva dire un beau-mot, ma le testate nelle carrozze non sono le più proprie a risvegliare lo spirito.
Dunque, Mariuccia mia, abbiti vita lunga quanto posso desiderarlo io e lo saprà desiderare il nostro Ciro, supposto in noi affetto.
In questo viaggio è curiosa! Dove non è passato il Corriere non vi è uficio postale: dove è uficio postale trovo passato il Corriere.
Però anticipo oggi nel sabato 15, seppure una pulce che ora mi mette pel capo l'Ostessa, non dica la verità, cioè che di qui passino due soli Corrieri per settimana, e il terzo per la via di Perugia.
Allora sabato non ti arriverebbe la presente, e tu t'ingrugneresti.
Ma che colpa n'ho io? L'augurio l'ho fatto, e di cuore; ed ho sempre udito che gli auguri sono come le indulgenze e i suffragi: quando debbono arrivare arrivano secondo la intenzione di chi ne manda, e non secondo il calcolo di chi ne aspetta.
Dunque, vada: e tu rispondi, venga.
Ti do vinto il quindici, la caccia e la partita.
Salutami tutti; e ricevi un abbraccio del tuo P.
Ciro mio caro.
Papà tuo pensa sempre a te.
Ricordati delle promesse che mi hai fatte: obbedienza e studio: allora ti vorrò sempre bene.
Ti benedico.
LETTERA 99.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Firenze, 18 agosto 1829
Mia cara Mariuccia
Sabato a sera giunsi in questa Città, dove non ho trovato quasi nessuno di coloro che conosco.
La Torriglioni col marito e Landucci sono a' Bagni in Livorno.
Il Sig.
D.
Carlo Pinotti a cui nella med.ma sera del mio arrivo ricapitai la lettera di Biscontini, era co' Rondinelli a Fiesole.
Il giorno consecutivo, cioè domenica 16, venne a Firenze per me; ma in tutto il giorno non mi trovò mai.
Il Sig.
Tagliani però mi aspettò la sera alla locanda per ricapitarmi un grazioso biglietto del Sig.
D.
Carlo.
- Ieri pranzai col Generale Antonelli che ti saluta, e verso novembre passerà da Roma per Napoli.
- I miei due compagni di viaggio non Carbonai furono un Sig.
Gordoa Messicano di 32 anni versatissimo nelle letterature antiche e moderne d'Europa.
Conosce la moglie di Gaetano Paris da prima che sposasse.
Quando tornerà al Messico, dopo i suoi lunghi viaggi che ora ha compiuto, ciò che succederà presto, mi saluterà i Paris.
Se anzi vedi Checco Spada, a cui dirai mille cose per me, pregalo che racconti in Casa Belli avere io mandato saluti al Messico anche per parte loro.
- L'altro compagno di viaggio fu un fiorentino ciarlone, al quale l'americano ed io abbiamo dato varie lezioni.
- Dietro poi il legno, sotto le chiappe del quarto Carbonaio, viaggiava con noi una cassa di candelieri inargentati, come che in Toscana non vivessero candelierari.
Eppure la dogana ci ha messo le mani sopra, non badando all'interdetto che salva i beni di Chiesa.
- Di' al Canonico Spaziani che se quel Signore dell'ombrella, del delfino che parla, quell'uomo che in latino significa Arte, va ancora da Falconieri, amerei che in di lui presenza dicesse o al Cavaliere o alla Sig.ra Teresa: un mio amico mi ha scritto da Firenze che dassi a lor Signori i saluti della famiglia Marracci.
Forse vedrà qualche bel moto del Signore dell'Arte, autore forse del libro dell'arte e di tutte le cabalette del lotto.
A Roma racconterò al Canonico storie da farlo trasecolare.
Altro che ombrella!
Alla presente rispondimi a Genova per dove partirò questa notte.
- La mia salute è ottima; e la tua? Fai nessun bagno? Fallo, Mariuccia mia.
- A tuo comodo passa mille saluti ai Ricci e alle Terziani; come pure riveriscimi tutti i Signori della tua società.
Ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo P.
P.S.
Avesti la mia di Acquapendente?
Ciro mio caro, se vedessi che graziosi ragazzetti sono qui a Firenze! Studiano, rispettano tutti, sono composti, savii, gentili...
E tu, Ciro mio? Pensa che ti fai grande, e devi essere la consolazione di Mammà e di Papà.
Abbi quindi in mente l'obbligo tuo.
LETTERA 100.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Genova, 26 agosto 1829
Mia cara Mariuccia
Sono in questa superba Città dalla sera del giorno 23.
Vi starò sino al 3 di settembre, essendo troppe le cose da vedere, e non basterebbe un buon mese stancandosi.
Il 5 o il 6 sarò a Milano.
Sto scrivendo la storia del mio passaporto.
Allorché sarò tornato a Roma credo che messo in bilancio con l'oro varrà più dell'equipollente metallo: e i giri poi e le firme di tre quattro e 5 ufficii per ogni Città sono cose da poema: udrai.
Se vedi Fossati digli che Orsolini non è mai tornato a Milano.
Tanto egli che il Sig.
Parodi mi guidano.
Io però faccio molto anche da me.
Se vedi Biagini, narragli che quantunque egli mancasse di lasciarmi l'indirizzo del libro che voleva da Minucci, pure credo di essermi con questo spiegato; ed egli l'avrà colle solite spedizioni.
Un altro se vedi.
Se vedi il M.se Morando, fagli da mia parte ringraziamento dell'avermi procurato la conoscenza del Sig.
Pagano Direttore della Gazzetta.
Mariuccia mia cara, sappi che i quattrini corrono come barberi, benché io non abbia preso un divertimento propriamente detto.
Questo è un discorso d'ogni anno, mi risponderai.
È vero, benché però altri nelle mie stesse circostanze, essendo anche più tirchi di me all'occasione, spendono pure alla fin de' conti di più.
Ma Dio te lo perdoni! Io spendo, e la colpa è quasi tua.
Me ne sto buono buono a Roma come un angeletto, e tu mi vieni a provocare! Un altr'anno ti faccio cantare.
Bella gratitudine! tu ripeti.
No, Mariuccia mia, io ti sono gratissimo di quanto tu fai per me, e Dio mi vede il cuore; ma allorché considero l'aggravio che questi miei viaggi resi ormai non necessarii arrecano alla casa, me ne vergogno.
Ma di ciò basti.
Smanio di ricevere una tua lettera.
Spero di averne dimani dapoiché, secondo i calcoli che faccio, il sabato 22 tu devi avere risposto alla mia di Firenze del 18.
Temo sempre che o tu o Ciro stiate poco bene.
Non v'è alcuna ragione; lo vedo; ma provo ogni anno di più che l'amore della casa e della famiglia si va in me accrescendo con l'età.
Ieri sera trovai in un caffè il fratello di Tavani, quello che ha per moglie la Frantz.
È stato a Milano, e viaggia.
Temo però che non ritrarrà dai viaggi lo stesso profitto che può ritrarre il fratello.
Questo è un buon ragazzotto, ma a lumi si sta male.
Insomma è il sartore.
A Pisa, giovedì, pranzai con un pulitissimo e graziosissimo uomo, Aubert Muradgià Livornese, di circa 50 anni, figlio di A...
[nome illeggibile], e negoziante e possidente in detta Città marittima.
Finito il pranzo mi salutò colla maggiore cordialità e andò a gettarsi dalla cima della torre pendente.
Dalle carte trovategli si rilevò avere già tutto premeditato.
Io però non ho mai veduto uomo più presente a se stesso, più tranquillo e più indifferente.
Mi dolse assai, tanto più che aveva la stessissima faccia del fu Giuseppe Mazio mio zio.
Forse colla morte volle prevenire qualche fallimento.
Che fa Ciro mio? Ti ubbidisce? Si ricorda le promesse che mi ha date? Studia? - Ah! Mi pare mille anni che non vi ho veduto! Ti abbraccio coi soliti sentimenti di affetto
Il tuo P.
LETTERA 101.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano, 5 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Non ho subito risposto alla cara tua del 22 agosto, da me ricevuta a Genova essendo che il giorno anteriore a quello in cui mi giunse detta tua lettera te ne aveva già inviata un'altra mia in cui ti dava avviso del mio buono arrivo in quella bella Città.
Altronde mi riserbava risponderti appena arrivassi a Milano, onde anche non accumulare tante lettere contro la probabilità delle incrociature: e appresso a tutto la spesa della posta è da queste parti veramente eccessiva tanto nel mandare che nel ricevere lettere.
- Eccomi dunque a Milano sin da ieri mattina all'un'ora pomeridiana, essendo partito da Genova il Mercoldì 2 siccome credo che ti prevenissi.
Se non mi mancassi tu, se non mi mancasse Ciro, se non mancasse la mia cameretta, crederei d'essere a casa mia, tanto è gentile e affettuosa l'accoglienza che mi vanno facendo i buoni Moraglia.
Scrivo in questo momento nello studio del caro Giacomo il quale lavora accanito, e ti dice infinite cose.
Così ti saluta il fratello Peppe che ricorda anche Biscontini.
- Trovai a Genova Gaggini, e mi rivide con estremo piacere, facendomi molte e molte dimande di te.
- La lettera che mi dici avermi scritta a Firenze non mi pervenne: forse vi sarà arrivata dopo la mia partenza.
- Credo che Parriani ti avrà incaricata egli stesso di spedirgli il danaro per la posta: altrimenti il danaro dell'impostatura andrebbe a nostro carico.
Dopo l'avviso di tenere il danaro a sua disposizione egli doveva farti presentare ordine e persona ad esigere.
Ma questa è piccola cosa.
- Il foglio di Stocchi, che il messo ha perduto, fu cavato da me da vari altri fogli di perizie: mi dispiace però sempre simile perdita, in vista della estrema difficoltà che mi era costato l'indurre Stocchi a firmare dal 1826 in poi, difficoltà forse aumentabile in una ripetizione di firma.
Io meco non ho le carte necessarie alla rinnovazione del foglio smarrito, né potrò però al mio passaggio per Terni fare altro che parlare con Peppino e con Stocchi.
- Cercherò D.
Antonio.
La cognata di Moraglia non lo vide che una volta sola, e non se ne seppe più nulla.
La curiosa è che detta cognata di Moraglia un giorno prima che io arrivassi a Milano aveva impostata una lettera di riscontro ad una che io aveva inclusa per lei fra molte altre agli altri amici, in quel pacco che consegnai alla Frosconi per Calvi: il qual pacco è stato da Calvi ricevuto di recente.
Ed anche Moraglia, circa 20 giorni fa, consegnò una lettera per me ad un Milanese, muratore di professione, che si recava a Viterbo e poi forse a Roma.
Dunque dette lettere hanno ricevuto il riscontro della mia bocca prima che io le abbia lette; ciocché farò al mio ritorno.
- So che qui è Baruzzi, incaricato da te di salutarmi: lo cercherò.
- Sino ad ora ti ho giuocato a coppe: ora mi è necessario di bussarti a danari.
Mi dispiace assai di dovertelo dire; ma verso i 25 di questo mese non ne avrò più.
È vero che quantunque mi tardassero da Roma qualche giorno oltre il 25, non per questo qui mi mancherebbe da ricorrere.
Fa il piacere di salutarmi chi ti chiede di me, e ricevi da me un abbraccio affettuoso.
Il tuo P.
Bravo Cirone! Mi volevi scrivere in carta bollata eh? Studia, Ciro mio caro; e intanto io farò vedere a D.
Antonio le due righe che mi hai scritto a Genova.
Ti abbraccio e benedico.
LETTERA 102.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano, 14 settembre 1829
C.
Mariuccia
Ricevo la tua carissima, data il 5 corrente settembre.
Questa è la seconda lettera tua che mi è pervenuta, non avendo io avuto prima di essa che l'altra del 22 agosto mentre io stava a Genova.
Per la qual cosa ignoro quale specie di foglio, relativo a Vulpiani tu mi abbia dimandato.
M'immagino dal contesto della tua a cui oggi rispondo, che forse tu avrai inteso volere qualche carta di approvazione intorno alla cinquina di dilazione da accordarsi a quel debitore.
In caso che la sia così, qui annesso ti scrivo un foglio in cui ti do ampie facoltà di far tutto ciò che ti piace: se poi si tratta d'altro, tornerai a parlarmene, ed avrai pazienza, giacché io non ho ricevuto la lettera in cui me ne devi aver tenuto discorso.
- Il giorno 5 ti scrissi altra lettera in cui ti tastava il polso con espressioni anche più chiare, come avrai udito.
Ma siccome è probabile, anzi quasi certo che, dopo il 20, Moraglia ed io andiamo a fare un giretto sui laghi, e a Lugano, e a Morcò, a vedere i parenti di Fossati, nel qual giro impiegheremo circa otto o dieci giorni, affinché la lettera in cui mi spedirai (credo al solito) una cambiale, non giaccia tanto in posta, non sapendo io il preciso sul giorno della mia andata né su quello del mio ritorno, potrai indirizzare la lettera a G.
G.
Belli, il tutto in caratteri tondarelli e distinti.
- Ho trovato presto D.
Antonio.
Egli sta bene, celebra qualche messa di discreta elemosina, e sta vicino ad andare a Marsiglia.
Pare però che il pensiero di un ritorno a Roma lo vada tentando; ed io coopero alla tentazione.
Non puoi credere quante cose mi dice per te e per Ciro; e saluta poi Rossi e tutta la conversazione.
Qui a Milano è un nipote di Rossi.
- Le Frosconi partirono per Parigi due giorni prima che io arrivassi a Milano: la madre lasciò al marito una graziosa letterina da spedirsi a Roma al mio indirizzo, piena di belle espressioni per me e per te.
La Battaglini le aveva scritto di volere andare a Parigi con loro, e poi non si è fatta più sentire.
- Cencio Galli da pochi giorni è qui reduce da Londra.
C'è anche Zuccoli; c'è Frecavalli, c'è un mondo di gente che conosco.
Goditi, se puoi, qualche festa; ricevi mille saluti da Moraglia; abbracciami tanto tanto il nostro Ciro che benedico; e ricevi un bacio dal tuo P.
LETTERA 103.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano, 28 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Domenica 20 del cadente mese era il giorno in cui io doveva andare con Moraglia a fare il giro di cui ti parlai in altra mia.
Ma siccome nel precedente ordinario io non aveva ricevuto tue lettere, così immaginandomi ricevere in d.° giorno in cui arrivava il corriere feci trattenere il legno fino ad ora di apertura di posta.
Vi trovai infatti la cara tua del 15 contenente la cambiale Torlonia sopra Marietti per Lire austriache 305:50.
- Già dal giorno innanzi io aveva dato all'amico Baruzzi un mio foglio per te.
Ricevuta pertanto la tua lettera del 15 tornai a casa e scrissi in fretta un altro biglietto a Baruzzi, al quale feci ricapitarlo dal mio padrone di casa, per dirgli che giungendo a Roma te lo consegnasse insieme colla lettera datagli il giorno avanti, onde tu avessi notizia dell'arrivo di d.a cambiale.
Fatto ciò montai in legno e partii.
Tornato ieri seppi da Frecavalli che Baruzzi partì realmente il martedì 22 come aveva stabilito, ma che per certe ragioni avrebbe consumato in viaggio circa quindici giorni benché andando col corriere.
Vedendo io dunque che le mie notizie le porterebbe troppo più tardi di quello che io avrei creduto, ho pensato di rimediare al possibile con la presente, onde tu non abbia a stare in pena né per me né per la cambiale, quantunque l'avviso datoti da me precedentemente del mio giro per questi laghi etc.
ti potesse pure spiegare in qualche modo il mio silenzio.
- Il mio viaggetto adunque è terminato come cominciò, felicemente in verità, ma fra diluvii continui.
Ho veduto spettacoli prodotti dall'acqua.
I danni di queste provincie subalpine, e le rovine della Svizzera e de' luoghi circostanti sono orrendi ed incalcolabili.
Il terribile di questa Natura commossa presenta pure un non so che d'imponente in riflesso specialmente della qualità de' luoghi sopra i quali ha infierito e infierisce.
A voce ti narrerò in parte le scene di desolazione che s'incontrano, e si odono qui raccontare.
- Spero che il foglio che ti mandai per Vulpiani avrà appagato il desiderio che dovevi avere espresso nella tua lettera che non arrivò mai.
Le circostanze che mi accenni intorno a' tuoi occhi, alle tue fatiche e ai tuoi imbarazzi mi disturbano assai.
Da' mille baci a Ciro nostro che benedico.
- Cercherò del Sig.
Lucchi.
- Circa alla valuta della cambiale te ne dico qui unite due parole che se vedrà anche Spada non mi dispiacerò.
Ti abbraccio di tutto cuore.
Il tuo P.
[In foglio separato, continua:]
LETTERA 104.
Di Milano, 28 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Ebbi in tempo la cambiale Torlonia sopra Marietti per L.
austriache 305:50 unitamente alla tua lettera in cui mi dicevi in data del 15 che su detta cambiale avrei avuto la perfetta valuta di pareggio di colonnati 50, avendo tu pagato costì tutto il di più che costì e qua si sarebbe potuto pretendere pel cambio etc., onde nulla di meno mi giungesse dei detti colonnati 50 - Vedo tuttavia che il Sig.
Torlonia è più amico di S.
Matteo pubblicano che di S.
Matteo divenuto apostolo.
Il cambio de' colonnati era ed è di Lire 6 e centesimi 22 per ogni pezzo.
Ecco il conteggio
I colonnati Lire: 50.
moltiplicati p.
Lire austriache: 6:22
formano: L.
311:00
Ho avuto: L.
305:50
Scapito: L.5:50
cioè bai: 88.
- Non so perché dunque il sig.
Torlonia abbia conteggiato a 6:11 invece di 6:22, a quanti il giusto cambio giungeva, quandoché ancora quantunque il Cambio fosse stato al saggio più sfavorevole, tu eri disposta a pagare a Roma la differenza.
E neppure questo scapito si può imputare a provvigione del Banco Marietti, poiché tocca sempre la ragione che tu ti esprimesti di sborsare ogni peso al Torlonia onde a me giungessero netti i 50 colonnati.
E già sono persuaso che uniti questi 88 baiocchi, indebitamente ritenuti in onta del Cambio del giorno, al molto più che tu avrai pagato a Roma, per questa miseria di somma si sarà sopportato il 5, o il 6 per Cento.
Bel mestiere quello di S.
Matteo! - Questo santo però divenuto apostolo predicò l'obbligo della restituzione.
Ti abbraccio di nuovo e sono il tuo Belli.
LETTERA 105.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano, 14 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Nulla più disordinato del nostro carteggio di quest'anno.
Per me tu sai che ti ho regolarmente scritto da ogni luogo dove sono stato.
Vorrei lodarmi altrettanto delle lettere tue, non che tu non me ne abbia spedite, ma che le avessi io ricevute.
Già si smarrì quella prima in cui cominciasti a parlarmi di Vulpiani, la quale neppure ho più saputo dove mi fosse stata da te diretta, come non so altresì se abbi tu ricevuto il foglio che per Vulpiani ti spedii, né se andasse bene in quel modo.
Insomma dalla tua del 15 settembre latrice della Cambiale di L.
305:50 io nulla ho più veduto de' miei caratteri.
Eppure te ne riscontrai il 20 settembre per l'occasione di Baruzzi e quindi al mio ritorno da Lugano avendo udito da Frecavalli che Baruzzi partito di qui il 22 settembre si sarebbe fermato alquanti giorni in viaggio benché andando col corriere, ti ripetei alla lettera per la posta sotto il 28 onde tu non fossi in pena, quantunque da' miei precedenti avvisi tu dovessi sapere che io era andato fuori di Milano.
Da quell'epoca sino a questa mattina sono andato regolarmente alla posta tre volte la settimana all'arrivo di ogni corriere e mai nulla vi ho trovato.
Sono persuaso che ciò provenga da impicci passati ma pure ti confesso che ciò non lascia di tenermi un poco inquieto, sapendo da te che in Roma vi erano grandi malattie: senza di che tu conosci quanto silenzio incertezza e lontananza siano insieme di fastidio.
Intanto eccomi giunto all'ultimo giorno da me fissato per la mia dimora in questa Città, cosa di cui ti avrei avvisato prima se non avessi aspettato il tuo riscontro almeno alla mia del 28.
Così stando le cose e avendo io già da tre giorni preso la caparra dal vetturino per Bologna contava di avvisarti di non spedirmi qui altra lettera e mi duole che forse ve ne arriverà una allorché sarò partito: spero almeno che non vi sarà nulla di premuroso altrimenti adesso non saprei neppure dove dovrei invitarti a ripetermene il contenuto.
Eccone la ragione.
Per la stessa occasione di Baruzzi io mandai a Fossombrone una lettera a Torricelli per avvisarlo che dentro il mese corrente sarei andato a trovarlo, riservandomi a dargliene più precisa notizia circa al giorno in cui sarei arrivato, allorché fossi sulle mosse di partire da Milano oppure appena arrivato a Bologna.
Difatti oggi stesso mi disponeva a fargli la promessa partecipazione; ma che! andando alla posta - per cercare tue lettere ne ho trovata invece una di lui che mi scrive da Firenze dove si trova - per suoi affari: e dai brevi termini della sua lettera arguisco che neppure può avere avuto quel mio foglio spintogli per Baruzzi.
Ecco dunque variato tutto l'ordine del mio viaggio: e ti assicuro che qui su due piedi, stando a momenti per partire, non posso prendere nessuna risoluzione che in progresso di viaggio non mi vedessi in necessità di cambiare.
Passerò pel Furlo? passerò per la Marca? passerò per la Toscana? In poche ore che mi rimangono a restar qui e affollatissime non ho agio di poter risolvere con sicurezza.
Tu dunque dove mi scriverai? Per ora sospendi tutto.
Da Bologna ti darò più precisi dettagli e allora ti regolerai sopra quelli.
È una fatalità, ma, cuor mio, non è mia colpa.
Vado arguendo che quest'anno ci rivedremo assai prima: tanto meglio così.
Vidi il Sig.
Lucchi amabilissimo, che ti saluta.
- D.
Antonio partì per Marsiglia: ma mi pare che Roma gli ripasseggi per la fantasia.
Di' a Ciro nostro che studii e sia buono altrimenti non c'è regaletto.
Gli ho comprato una cosa per una pezzetta di Spagna.
Vedrai che vale di più: povero figlio, ci si divertirà e tu la terrai riposta come già accadde di qualche altra cosa.
Si trovava anche a Roma, ma oltre che vi sarebbe costata di più, i regali che vengono di fuori sono più graditi.
Saluti di qui, e saluti per costì.
Ti abbraccio di tutto cuore.
Il tuo P.
LETTERA 106.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bologna, lunedì 19 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Son qui da sabato in ottima salute.
Ma quel benedetto Baruzzi è curioso! Mi disse che eccettuati due giorni di dimora in Imola, veniva direttamente a Roma col corriere, e oggi ho saputo che cinque giorni fa era ancor qui.
Chi sa se arriva a Roma nemmeno per novembre! Mi ebbe poi bene avvertito Frecavalli di qualche di lui ritardo in viaggio, ma non credevo mai tanto.
- Il vivo dispiacere di mancare in tanto tempo di nuove tue, di Ciro, e della casa mi è pure ieri stato di qualche momento alleviato dal Curiale Deangelis il quale mi dice che partì da Roma il 3, e che tre giorni avanti era stato da te senza trovarti in casa.
A buon conto dunque so qualche cosa indirettamente di te sino al fine di settembre.
Spero pertanto che da quell'epoca al giorno d'oggi nulla ti sia accaduto di sinistro.
La posta per Roma parte oggi alle 3 pomeridiane, e alle 5 arriva quella di Milano.
Smanio che arrivino dunque le 5 per vedere se Moraglia mi abbia spedito qualche tua ivi arrivata dopo la mia partenza da quella città.
Sto qui aspettando Torricelli che deve arrivare da Firenze nella settimana.
Arrivandoti la presente giovedì 22 in ora che tu possa aver tempo di rispondere azzarda una linea all'indirizzo di Bologna in cui tu mi dica queste sole parole: noi stiamo tutti bene addio.
E tanto dico azzarda un sol rigo, in quanto che conosco che quantunque ti riescisse di rispondermi in pronto corso, pure la tua lettera non giungerebbe qui che domenica 28, nel qual giorno io non so se potrò più trovarmi in questa Città; nel qual caso sarà minor male che vi resti una lettera che ti sia costata la minor fatica possibile.
Tuttociò poi che devi dirmi di esteso, scrivilo sabato 27 e indirizza la lettera, senz'altro ricapito, a Fano, dove io passerò o vada o no a Fossombrone.
Vedi quanta confusione produce questo incaglio di tue lettere per un mese, motivo per cui sperando io d'ordinario in ordinario di riceverne, mi fuggì l'opportunità di avvisarti in tempo il mio itinerario, al che si è poi aggiunta la improvvisa mutazione di esso per la repentina notizia della dimora di Torricelli.
Mariuccia mia, da me non dipende il non aver fatto di meglio.
- Intanto sappi che con Deangelis non ho parlato di nulla, perché mentre io pranzava nella trattoria di una locanda, egli passò colla valigia per andar su nella stanza destinatagli, essendo arrivato in quel punto.
Mi disse due parole e poi seguì il facchino.
Allora non volli disturbarlo: stamattina non l'ho trovato quando sono andato alla sua locanda a cercarlo.
- Un bacio a Ciro.
Cento a te.
Il tuo P.
LETTERA 107.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bologna, venerdì 23 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Brava Mariuccia mia: hai pensato benissimo; e la tua lettera mi ha trovato a Bologna.
Ti assicuro che mi ha consolato più questa tua lettera che non lo avrebbe fatto un terno; mi ripongo in tranquillità dopo tanto tempo di mancanza di tue nuove; mentre è certo che dalla tua del 15 settembre nulla più ebbi, né mai vidi quel Sig.
Gamorra.
- Non so come tu abbia ad inculcarmi di passare da Terni, mentre questa è cosa che io faccio tutti gli anni, e parmi già noto fra noi che lo avrei praticato nell'anno corrente.
Ti sembrerebbe forse che io potessi chiuder gli occhi alla urgenza degli affari di casa quando riguardano te e Ciro? A me penserei meno.
Se la Cuccoma non minchiona io partirò di qui lunedì 26, e mi tratterrò una giornata in Pesaro per vedere il Sig.
Andreatini, e un altro giorno a Fano onde trovarmi allo spaccio delle lettere in caso che ve ne sia una tua.
Torricelli non può per ora lasciare Firenze.
Vorrebbe ad ogni costo che io lo rappresentassi come dice egli in casa sua perfino che egli tornasse; ma io gli ho risposto che per ogni riguardo non credo bene di andare dove manca il padrone.
Dunque tirerò di lungo, in modo che fra i Morti e S.
Carlo conto di essere in Terni.
- Ricevo grandi favori dal Dottor Mazza che ti saluta con Scarabelli; e ambidue abbracciano Ciro.
Dunque il nostro Cirone ancora non vuole studiar bene? Non dubitare, Mariuccia mia, che arriverà a tempo quanto ogni altro.
Intanto però convengo che si debba stargli sopra.
Ti salutano i coniugi Massari, ed i Celsi, e il Dottor Labella che ho veduto mezz'ora fa.
Ricordami agli amici e prendi un abbraccio dal tuo P.
LETTERA 108.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Fano, giovedì 29 ottobre 1829
Cara Mariuccia
Due righe, che il corriere parte.
Son qui da due ore.
Pesaro viene prima di Fano: dunque ciò che mi dici dell'affare Antaldi non è in tempo; ma non lo sarebbe stato neppure prima perché quantunque avessi fin da Bologna avvisato Andreatini del mio passaggio, egli non ebbe la mia lettera essendo da varii giorni assente da Pesaro e per varii altri giorni lo sarà.
La moglie e i giovani di studio ignorano tutto.
Da Antaldi non andai, perché non avendo potuto sapere da Andreatini lo stato dell'affare temei di compromettermi in qualche punto da me ignorato.
- Prendo delle intelligenze colla Marcolini (da cui pranzo oggi, e che è gravida, e ti saluta) perché potendo ritirare in tempo le carte da Pesaro le porti ella stessa a Roma per dove parte di qui il 4 di Novembre: in caso contrario ci penserà l'avvocato Cadabene.
- La Battaglini ti saluta, e ti loda del bel contratto fatto con Piombino.
La famiglia Borgogelli è in campagna: l'altra dell'abate non lo so.
- Baci mille a te, e a Ciro.
- Se io trovo vettura parto domani: se no appena la trovo.
Scrivo con le penne della Battaglini...
dunque...
Il tuo P.
La Marcolini sarà a Roma il 7 e va ad abitare tra la Stamperia camerale e i SS.
Angeli custodi in casa di un certo Bellini.
LETTERA 109.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Lettera sigillata a sigillo la mattina del
sabato vigilia di tutti i Santi dell'anno
1829, a mezzodì.
Cara Mariuccia
La vettura fu trovata appunto la stessa sera in cui ti scrissi l'ultima mia.
Partii dunque da Fano la mattina di ieri Venerdì 30, e giungerò a Terni verso il mezzodì del lunedì 2, appunto nel momento in cui il portalettere ti ricapiterà questa mia.
Già per lettera ho avvisato il Sig.
Pietro Spada di Cesi, onde avanzar tempo.
Ti ripeto quel che ti dissi, cioè di aver preso bene dei concerti fra la Marcolini e l'avv.
Cadabene sul ritiro e l'invio a Roma delle carte Antaldi.
Se giungeranno in tempo a Fano prima della partenza della Marcolini, le porterà ella stessa.
Nella combinazione attuale non ho potuto far di meglio.
- Trovai nella vettura sei orzaroli.
Gli orzaroli mi perseguitano! Uno mi sedeva accanto, tre incontro, e due in serpa.
Ma a Fossombrone, primo rinfresco a 15 miglia da Fano, passai in altra vettura con 4 gesuiti.
Ora vado facendomi santo sino a Terni.
Dico rosarii, ufizi di tutte le razze, litanie, deprofundis, salmi penitenziali, giaculatorie.
Se fosse un frate solo, alzerei un poco la testa; ma contro quattro, un solo secolare ha brutto giuoco.
Dunque mi adatto di buona grazia alle circostanze, e faccio buon viso.
Nelle ore poi di ricreazione o narriamo tutti e cinque a vicenda dei belli esempii edificanti che io per la parte mia m'invento, ovvero io leggo dei bei libri di orazione alla latina intitolati Dies Sacra, che i buoni gesuiti mi hanno offerto per divertirmi in grazia di Dio.
- Ho con me un certo mio povero libretto non scritto dal diavolo ma neppure dall'angiolo Gabriello: ma figurati, non ha più faccia di comparire, e riposa nel sacco sino a nuov'ordine.
- Sai che dicono per la locanda? Ih! guarda che bel giovanotto si portano a Roma i gesuiti per novizio.
Ecco la prima parola di vanità che da ieri mattina mi è uscita di bocca: sia detta però in semplice via di relazione de verbo alieno.
Tanti baci a Ciro e la benedizione.
- A te mille abbracci.
Il tuo P.
Cristaldi non è più lui.
Ricci forse anch'egli.
Mattei...
ma chi glielo dice? Dunque quest'anno senza dubbio si va in dogana.
LETTERA 110.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, 4 novembre 1829
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua di ieri.
- Gli Sc.
25 di Silvestro sono già in mie mani: così gli altri Sc.
15 del fratello Francesco Diomede.
Circa alle altre riscossioni periodiche non manca che De Sanctis e Peppino.
Il dare di De Sanctis per frutti del censo è di paoli i quali al ritiro prossimo del capital di Sc.
28 gli si dovranno abbuonare in diffalco della rata comodi non concessagli mai dall'ab.
Conti sin dal principio della legge che la prescrisse.
Ho poi detto prossimo ritiro del Capitale perchè il Maggiore Marco Setacci sicurtà del De Sanctis è attuale amministratore di certi fondi spettanti alla eredità del suddetto, dimodoché è suo interesse di ritenere la somma per la estinzione di un debito che graverebbe anche lui.
Mi ha dunque giurato che ne' primi mesi del 1830 questo affare sarà terminato.
- Con Peppino non ho ancora fatto i conti, ma temo anche io che pel saldo delle somme dovute da lui si dovrà accordargli qualche poco d'indugio.
Cosa faresti se non paga ora? Lo vorresti citare quando non lo abbiamo citato per emergenze più serie?
L'affare Cardinali prende sotto il mandato che si può prendere da un momento all'altro.
Egli ora si raccomanda perché lo aspettiamo fino a che si purifichi il vino della recente raccolta, lo che accaduto promette di vendere subito e pagarci.
Io voglio fargli il progetto di prendere invece la entrante quantità di vino da vendersi piuttosto a nostro conto, onde sollecitare la cosa e prevenire il caso che il contadinaccio si venda il chiaro e il torbido e si mangi i quattrini.
Se egli accudisce al progetto la cosa è fatta: se ricusa, è indizio di frode futura; e allora ordino la estrazione del mandato che vorrei eseguire sul med.° vino anziché sul terreno, giacché le esecuzioni sui fondi sono algebra ed espongono spesso al meno che sia al pericolo di dovergli aggiudicare il fondo colla rifaz.e del di più del valore, lo che nel caso nostro, stante le modicità del nostro credito, ci darebbe da fare.
Ma pare che il vino non lo tenga a casa sua, né so se riusciremo nello stratagemma di andare ad assaggiarlo per iscoprire dove si trova.
Basta, sta tranquilla: Cardinali non è attualmente in Terni, andando in giro per le fiere con la polvere da caccia: se lo vedrò ci parlerò io: se no, lascierò le cose istruite al Peppino.
Il danaro del compratore del terreno Pelucca, il danaro cioè che noi sequestrammo è già depositato in mano del negoziante Camilli.
Vi sono altri sequestri contemporanei al nostro, ma pare certo che ne avanzi per quietar tutti.
Si anderà avanti colle citazioni declarari et consignari, se bene ho ripetuto questi gerghi forensi.
Quando i Pelucca andassero in Segnatura, ciò sarebbe sempre avanti l'uditore e non in pieno tribunale stante la bassezza della somma: e questo rifugio del debitore svanirebbe mercé pochi altri scudi di spesa e poco altro tempo di indugio.
Oggi dopo pranzo, se non pioverà, salirò a Miranda per vedere il terreno Valle Caprina.
Voglio un poco vedere se si può preparare un affitto per la scadenza della Colonia che succederà al prossimo Marzo.
Certo è però che quell'oliveto è mal situato.
Pare intanto che per quest'anno dovrà produrre circa le 5 some d'olio, due e mezzo delle quali toccherebbero a noi.
Vi è per tutto una grande abondanza di olive, e l'olio abbassa il prezzo.
Il tempo però è crudo assai; e se gela addio abondanza.
La proposizione di Pietro Spada è quella stessa che rifiutammo anni addietro, l'acquisto cioè della Caprareccia.
Ho tornato a rispondergli che la Caprareccia è la dote del resto, e distratta sola pregiudica in pregio gli altri terreni.
Babocci ha qualche speranza di condurre il Monastero di Cesi ad impiegare nell'acquisto di que' fondi certe somme che va ad incassare fra non molto tempo.
Io l'ho impegnato ad occuparsene.
Venerdì dovrebbe di qui passare la famiglia Marcolini per essere a Roma o sabato o domenica, purché il Conte sempre afflussionato abbia potuto partire oggi da Fano com'era stabilito.
Allora sentirò se portano loro le carte Antaldi.
Mi dissero a Fossombrone che se non si combina con la Marchesa Antaldi stiamo male perchè il Marchese Antaldi non ha più niente del suo.
Sarebbe una bella buggiancata anche questa!
Del lasciapassare alla finfine m'importa sino ad un certo punto; dunque ti ringrazio, ma non ti dar troppa pena.
Lo vedi che D.
Antonio aveva per la testa Roma? Proprio proprio ho gran piacere del di lui ritorno, e salutatemelo tanto tanto tanto.
- La vivacità di Ciro nostro mi dà poco paura.
Lascia fare al tempo.
Qualche poco di disturbo ce lo darà, ma paura non deve darla.
Ciro, Mariuccia mia, verrà un brav'uomo.
- A Spoleto vidi Uguccioni che ti saluta.
Hai riso sui Gesuiti miei compagni? cioè, il Cielo me lo perdoni, hai riso sui fatti che accaddero fra noi? Questa lettera è già troppo piena, ma nel venturo spero dirti qualche altra cosetta ancor ella curiosa.
- Vorrei far sì che per la sera di Martedì 10 io fossi a Roma.
Addio, cara Mariuccia mia, abbraccio te e Ciro, e saluto gli altri.
Il tuo P.
LETTERA 111.
A GIOVANNI BATTISTA MAMBOR - ROMA
[1829]
Sia ammazzataccio tutti li gargantacci fracichi che accimenteno li poveri fijji de madre che nun danno fastidio a gnisuno.
Ma varda sì che bella legge de canaccio arinegato che ce vorrebbe lo spadone de San Paolo prima arremita ce vorrebbe, pe' fragneje l'animaccia drento in de la merda a ste carogne de gente ciovile che vonno parlà cor quinni e'r quinnici e cor ciovè, e poi, Cristo pe le case, te sbrodoleno giù certe azzione che nun le faria nemmanco er boja che se l'impicchi a quanti che so, ste crape che strilleno Roma e Toma e ce batteno de cassa, e rugheno come cagnacci de macello; e poi ch'edè? Si sentono un rogito de somaro fanno a fugge pe lo scacarcio.
Sentime, Titta, primo de mo te tienevo in condizione de giuvenotto de monno, ma mo te sbaratto pe' carogna quant'è vero la Madonna Santissima che nemmanco semo indegni d'anominalla.
Come, sangue de mi padre! Malappena me dicheno: Moà, Peppe, lo sai de chi è la festa oggi? - No, de chi? - De Titta Marmoro.
- e io do de guanto a la penna, che accidentaccio quanno che l'ho pijjiata in mano, che averebbe avuto in cammio da maneggià er cortelluccio.
Me viè lo sgaribbizzo de stennete sur un sonetto da Dante Argeri, e poi te manno a scrive 'na lettera de discurso de sagnatario liquida nus fragnete come brodo di trippa pe aringretatte de la povesia che m'è amancato er tempo de misuralla; me metto le cianche in collo, e m'ariscallo er fedigo e tutti l'intestibili pe arrivà ar portoncino tuo, prima che quella paciocca de tu sorella me lo sbattessi in der grugno; l'arrivo dereto, je l'appoggio; je dico de famme l'obbrigazione d'acconsegnallo ar Sor Titta che se pulisce er culo co la man dritta; e tutte ste graziosità che ecquine! E tu panzaccia de vermini d'un porcaccio da va affogato drento a un pantano de piscio de somaro piagoso de porta Leone, me vienghi a risardà cor lanzo balordo de le millanta grazie e antrettante quarantine, pe' buttamme insinente l'imprecazione de famme crepà in sanitate rospite d'er prossimo mio comm'e'tte stesso a li quinnici de st'antra settimana eh? Accidenti, va', si nun pregassi er Signore, ch'è tanto misericordioso, de fatte sciojje er bellicolo a te.
E che fa che nun caschi de faccia avanti proprio mo? - Sentime Titta: San Giovanni nun vo tracagna; e tie' all'ammente ste parole mia: nemmanco er sommo pontefice Pio Ottavio co la stora e la mitria; e er capitan Pifero co' li suoi suizzori co le guainelle fatte a pisilonne; e er Cardinal Ruzzela cor vigereggente, e li palafragneri, e li scopatori, e Monsignor Governatore co quer negozio c'arinfresca le chiappe, e tutti li cristiani e l'aretichi der monno cattolico me poderebbero tienè che si te trovo p'er vicoletto nun te mettessi un deto in bocca e un antro ner persichino pe famme de te un manicotto cor pelo indove sì e indove no, pe er tempo d'er rifriggerio; e accusì imparerai a avè un tantino più d'ingratitudine a chi te fa bene; che già come dice quello? Lava la testa ar somaro, ce perdi la lescia e er sapone; fa' carezze all'orzo, e chiamerai soccorzo; giuca co li cardi, e te n'accorgerai presto o tardi; gratta la rogna ar mulo, e te paga a carci in culo.
E mica me l'invento io sti fonnamenti che cquine, sai? Va' a sguerciatte in ner Tasso Bardasso e te li troverai drento in ner parafrigo de
Intratanto Arminia in vallombrose piante
D'antica sèrva d'er cavallo ascorta
T'ho vorsuto fa tutta sta chiacchierata pe fatte vede che nun semo carogne 'na buggiarata, e che sto pezzo de carne ce sta be' in de la bocca come a querchidunantro.
De restante io nun tiengo er dente avvelenato co gnisuno, e fa conto che ste cose te l'abbi ditte come ceci bianchi spassatempo.
Si vo' fa pace, vie' stasera da Manfredonio a li tre scalini, che c'è un vinetto badialaccio de tre fichi la baggiarola ch'arifiata li vivi e li morti ammenne.
Ce troverai Caterina la guercia, Luscia la santola, Rosa ficamoscia, Nunziatella de li Bordati de Sora, Giartruda Ciancarella, la mojje d'er froscio, la Cicoriara de ponte rotto, la peracottara de li paini, la fijja zitella de Salataccia, Tribuzzia la sediara d'er catichisimo, Menica la bagarinella de Mercato, Nanna quattrochiappe, e Agnesa mia quella che je dicheno: quanto sei bona.
- E poi ce viengheno lo Stracciaroletto de Borgo, er tornitore de San Mautte, Gurgumella, Panzella, Rinzo, Chiodo, Roscio, Cacaritto, Puntattacchi, Dograzzia, Bebberebbè, Napugliello, Cacasangue, Codone, Magnamerda, Panzanera, er cechetto de le quarantora, Feliscetto d'er mannolino, er cavarcante de Guidoni, er mozzo Russio d'er principe Cacarini, er cammoriere d'Artemisis, er Maniscarco de la linia, Galluzzo er baffutello de Monte Brianzo, er Rigattiere de la pulinara, er barbieretto de San Tomasso imperiore, lo spennitore de Palazzo, Grespigno lo scarpinello de la Subburra, li du' chirichi de San Neo e Tacchineo, Pazziani lo spazzino e er cerusico Campanile a braccetto.
Lì facemo bardoria, cantamo li ritornelli, je la toccamo co la tarantella, bevemo quer goccio, facemo le passatelle, ballamo er sartarello, tastamo er sedici a quelle paciocche: insoma ce divertimo senza l'offesa der Signore.
Dunque viecce si ce voi vienì; e si nun ce voi vienì, cocete in dell'acqua tua come li spinaci.
LETTERA 112.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Pesaro, sabato 15 maggio 1830
Mia cara Mariuccia
Appena parlato con me, mercoledì 12, l'Avvocato Bottoni dovette andare a Fano, e questa mattina ritorna.
Però non si è potuto parlare della minuta che ti annunziai nella mia antecedente.
In mancanza di affari ti racconterò alla buona un fattarello affinché tu che ami trattenerti in discorsi di nuove, trovi in questa mia lettera un poco di pascolo alla tua inclinazione.
Cominceremo col dire che per la crescente civiltà del nostro povero secolo, non v'ha più asino, per somaro che sia, che non istudii oggimai come un cane, per lasciarsi addietro i suoi emuli nella carriera delle lettere dell'alfabeto.
Così ogni onesto spacciatore di caffè in tazze, il quale non ami la sua bottega convertita in un deserto della Tebaide, deve procacciarsi al meno uno zibaldone o alla peggio un Courier des Dames, pronti uno e l'altro a pascere i faticosi ozii dell'erudito avventore bisognoso di assaporare con pausa il suo bicchier d'acqua.
- Dietro tali principii, il Caffettiere de' Nobili di questa città, Nunzio Righetti, pensando come soddisfare all'uopo, senza pagare ai ministri della posta pontificia i soliti beveraggi di agenzia, pregò un suo amorevole cliente, Banchiere della Ripa, ebreo, onde alcuno de' di lui corrispondenti di Milano lo associasse direttamente a certo foglio periodico.
Scrisse il fedele israelita al confratello cristiano, pubblicani entrambi, e gli commise di oprar sì che il Sig.
Nunzio Righetti venisse inscritto nell'Albo di tanti altri benemeriti della letteratura.
Giunto il tempo di venire la prima spedizione, la prima spedizione arrivò, puntuale come il giorno delle Ceneri appresso all'ultimo di Carnevale.
Arrivò, dico, e si vide rispettosamente diretta "A SUA ECCELLENZA R.ma MONSIG.re RIGHETTI NUNZIO APO.co IN PESARO".
- Il caro Direttore della posta, che aveva le sue buone ragioni per dichiarare ad ogni modo scismatica quella disgraziata gazzetta, letto appena l'indirizzo scandaloso, pensò di coalizzare uno contextu il lucro cessante delle sue tasche col danno emergente della dignità prelatizia: e poiché alle generose risoluzioni non va dato tempo di raffreddarsi, preso fra mani il corpo dei due peccati salì di corsa all'uficio del collega Sig.
f.f.
di Direttore di pulizia, che c'entrava come il Gloria nella messa di requie.
In quale altro modo doveva andare la faccenda? Le lacune di una stampata cedola intimatoria, buona tanto al sesso mascolino che al feminino, furono tosto riempiute a penna da uno scriba di genere neutro; e dopo un'ora appena, il Nunzio di conio lombardo stava già avanti al suo giudice per essere degradato.
- Dite un po', temerario, da quando in quà siete voi Nunzio? - Da trent'anni, otto mesi e sei giorni, Eccellenza.
- Chi vi ci ha fatto? - Il padre Curato del Duomo, Sig.
Direttore.
- Recitate voi l'imbecille? - Perdoni: avanti a V.E.
non mi sarebbe possibile.
- Volete dirmi un'ingiuria? - Non glie la voglio dire.
-Dunque voi vi spacciate all'estero per Nunzio Apostolico? - Veramente io mi spaccio per Nunzio Righetti, e quell'Apostolico sarà probabilmente un titolo disertore della corte Austriaca; poiché vorrei aver l'onore di morire qui addosso a S.E.
se ho mai avuto pel capo altri apostolati che quello di predicare indegnamente la gloria delle mie bevande calde e fredde, e di bandire la riputazione delle mie marmellate.
- Ma dunque quella Ecc.za Rev.ma come vi si è ella appiccata? - Senza merito mio, Eccellenza, e poco più poco meno come si appiccano de' cordoni rossi e delle sciarpe turchine a tanti petti indegni forse di chiudere un cuore anche da caffettiere e da tripparolo.
- Siete un impertinente.
- Sig.
Direttore, mi armonizzo per non far dissonanze.
Il Sig.
f.f., buon dilettante di chitarra francese, intese subito la malignità del frizzo; e mi duole dover ripetere tre parole lubriche nelle quali a quel punto proruppe.
Ma a storico fedele disconviene meno una oscenità che una negligenza.
-Cazzus! esclamò dunque il Sig.
faciente-funzioni, fottetemi in profosso questa carogna.
Con tutto ciò, intorno al vocabolo Carogna, non debbo dissimulare a discarico del Magistrato, che le opinioni dei filologi non vanno d'accordo: poiché se da un canto è vero che un dignitario di Roma vietò un giorno a me stesso che col ministero di quella voce io potessi indicare onestamente pure un asino morto, chi non ricorda dall'altro la purità, il candore, e la eleganza con che il piissimo Cesari di cruschevole memoria chiamò Divina Carogna, il Sacrosanto Corpo di Cristo? - Era la quistione a tai termini, quando il Circonciso, fatto avvisato dell'abbaglio del gazzettiere e del pericolo di Monsignore, comparve col copia-lettere sotto il braccio a difendere per acta et probata la innocenza del Nunzio.
L'onesto Giudeo, possessore in giro di Banca e in metallici per circa un milione, doveva chiarire ogni dubbio con somma facilità.
E così fu.
Solo si vuole, che il Caffettiere, al consueto fornimento dei dessert mosaici, si obbligasse per articolo segreto di aggiungere un'appendice in servigio de' politici e degli Epistolarii, al prezzo da liquidarsi colle differenze delle dignità e delle sportule hinc inde.
Avvisato quindi l'editor Milanese del grancio, il Caffettiere rimase e rimane in pace a costruire i pasticci.
- Buono per me intanto che il Sig.
f.f.
è andato a riunirsi a' suoi antenati!
Questi f.f.
sono lettere assai ficcanaso: ed altronde un abile poliziaco deve sapere anche quello che ignora, nella stessa guisa che un'onesta spia dice la verità fino allorquando mentisce.
Siamo al solito giuoco del corriere.
Se arriva in tempo, aggiungo: altrimenti abbraccio te, abbraccio Ciro, saluto gli amici, e spedisco.
Il tuo P.
Mi arriva la tua di giovedì 13.
La scorro con l'occhio, e vedo che tra questa mia e le precedenti ho esaurito quanto potrei qui solo ripeterti.
Solamente ti aggiungo che vidi giovedì il Corriere Belli che ti portava le carte da giuoco.
Da lui avrai avuto le mie notizie orali.
Ti abbraccio nuovamente con Ciro.
LETTERA 113.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI - MORROVALLE
[Da Pesaro, 8 giugno 1830]
...
È vero, il tempo non è mai lungo, e la regolarità abbrevia tutto.
Oltre a ciò, le medesime occupazioni ogni giorno ripetute dietro la guida del dovere e sotto lo stimolo delle affezioni domestiche acquistano ben presto ne' cuori bennati un genere di dolcezza che vanamente si cercherebbe fuori delle virtuose abitudini.
La stessa monotonia de' luoghi diviene per noi allora una particolare sorgente di piacere.
In ogni oggetto crediamo di riconoscere un testimonio delle nostre azioni lodevoli, e un compagno fidato delle care emozioni che ci premiarono l'anima al compimento di quelle.
Chi troppo cambia di esercizi e di stanza, educa i suoi pensieri al desiderio, i desideri alla cupidità, la cupidità all'intemperanza; e così da sensazioni soverchiamente variate ed attive, esce finalmente il mal frutto della trista indifferenza e del tedio tormentoso.
Al contrario in un ritiro tranquillo, in un ritorno continuo d'idee sperimentate, l'uomo moderato raccoglie la propria imaginazione in se stesso, e la impiega ad esaminare meglio le risorse ed il fine della esistenza.
Famigliarizzato ogni dì più con que' suoni, con que' colori, con quelle forme, con quelle fisionomie del giorno precedente, si ritrova in costante accordo con loro, e fingendosi del resto un mondo a suo modo, lo accomoda facilmente alle modificazioni del suo spirito.
Quando le passioni dell'uomo ristretto dentro un circolo angusto di terra si celano alla onnipotenza dei casi, il di lui cuore trova nell'ozio di esse quella placida spensieratezza che ne deriva i benefici elementi della felicità.
E quando la mente di lui, affrancata dall'esterne distrazioni, conservi la libertà di se stessa, può allora conoscere l'intenzione della natura, seguirne le leggi, adoperarne i soccorsi, ad aspettare in pace dalla di lei fedeltà l'adempimento delle speranze della vita.
Per dirvi ora due parole di me vi assicuro che al punto della vita a cui sono, cominciano già assai a potere su di me i pensieri di riposo, di semplicità e di futura consolazione.
La vita umana, oltrepassato di poco il suo mezzo, non si compone più che di reminiscenze, le speranze e i progetti periscono in un fascio appena la mano fredda del tempo ne addita la tardità in ogni nuova intrapresa.
Senz'altro avviene che di un dolore esasperato ogni dì più dall'idea della distruzione che si avvicina, la virilità precipita nella vecchiezza, e guai, guai a que' vecchi che non si saranno preparati di buon'ora una riserva di conforto! Schivati nell'universo, espulsi dirò quasi dal posto che occupano nella società, costretti a cedere vigore, bellezza, salute, carezze a chi gl'incalza senza posa alcuna, essi rivolgonsi indietro aridi e afflitti spettatori degli altrui godimenti, a cui non è più loro lecito aspirare.
La gioventù, oltre all'allegrezza sua propria, può trovare de' piaceri dovunque, e fino negli stessi difetti degli uomini; laddove la vecchiezza sfortunata non può rifugiarsi che nelle loro scarse virtù; al giovane è sempre aperto il gran teatro delle illusioni a traverso alle quali i contemporanei si offrono a lui; pel vecchio non rimangono che le risorse della realtà, quasi tutte pur troppo dure e desolanti.
L'anima sua s'inasprisce, e i suoi difetti non più velati da alcun'apparenza di amabilità, lo abbandonano al solo conforto della pazienza e della compassione.
Per risparmiarmi pertanto al possibile la umiliazione di que' generosi sentimenti, io penso di fabbricarmi una felicità domestica, una felicità tutta indipendente dalle vicende del mondo; e ringrazio la Provvidenza che mi abbia concesso un piccolo amico, il quale, ricordevole forse un giorno dei diritti acquistati dalle mie cure alla sua riconoscenza, mi amerà, spero senza le viste interessate della personalità.
Ancor io, dunque, se potessi, sceglierei asilo in un angolo ignorato di terra, dove l'elezione congiunta con la necessità mi abituassero poi grado a grado a far di meno di agi di strepito, di varietà, di appetiti, di gloria, di tutto ciò insomma che aggirandosi nell'eterno vortice delle cose peribili, ci vieta di pensare a noi stessi.
L'amicizia di un mio figlio, e quella al più di un altro compagno che io avessi incontrato per la strada solitaria scelta per mio viaggio all'eternità, potrebbero bastarmi per dire: Ecco una vita che finirà senza rammarico...
LETTERA 114.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
D'in sull'Isauro, il giorno de'
SS.
Giovanni e Paolo M.M.
[26 giugno 1830]
Caro Checco
Sono molti giorni trascorsi dacché io doveva e voleva rispondere alla tua giunta, venutami nel riscontro del Sig.
Biagini, il quale si azzarda a scrivermi su carta intonsa! Questo lusso incivile non ancora dai libri si era esteso ai pistolarii.
Tanto ti dico e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(Chiari)
Tenerissimo l'epitaffio per la cara defunta! Parmi che già da lungo tempo meditandolo tra me ne facessi lettura.
Ti ringrazio ora di questo dolore, che mi è piaciuto di rinnovare.
Ma guarda che orecchiaccio egli è il mio! E non mi si è ficcato mo in capo che il volle fare del titolo avrebbe giovato meglio alla malinconia posto prima di Della sorella sua?
È una mia incaponatura (badiamo alla p.); ma questo vuol dire avere una testa.
Bell'essere acefalo.
Ho mandato incartati a Torricelli i saluti tuoi e quelli del Sig.
Domenico Cianca, pel quale ho pure riverito il conte Cassi.
Torricelli poi vi rifà salutati (come Coluccio) entrambi.
E già che siamo sulle spalle del Cianca, calchiamole un'altra volta, e poi basta.
Digli così: il gran Padre Destino ha dato un'accettata sulla corda che doveva legare Gazzani e la Ducrò.
Quella si è spezzata e questi se ne sono portati un pezzo per uno.
Silenzio tanto sulla corda che si fabbricava quanto sul taglio che l'ha troncata.
Se ne parlerà a suo tempo.
E voi che diavolo v'impasticciate di nuove, di passione e di gazzette? Faccio quello che mi pare, disse figurino.
- De' nostri progetti parleremo meglio a voce: spero presto.
Auguro davvero di cuore un ristabilimento a quella povera Erminiuccia! Abbracciami Peppe, e il buono...
no, ottimo Giorgieri.
Ma eh? Povero Giorgio IV! ad uso di ricetta.
-
Ed ora avremo forse un recipe Guilhelm pro usu.
Pillola dura! E il Lord Wellintone, che farà? -
Oh pure i grandi romori nel gabinetto di Queluz!
La Porta si sganghera.
Santa-Fé gronda: Gallia arde.
A Buenos Ayres tira aria cattiva.
Megico dà in ciampanelle: Don Fernando cogliona i figli maschi di S.
Luigi: Dante Algeri prepara una tragicommedia cum notis variorum.
S.
Nicholaosko piglia Armeni in Salviano, se non li compera a sconto di pigione.
Intanto le nuove elezioni oltre-monte si affrettano; i Dipartimenti bestemmiano per carità; e il Ministero cerca di lavorarli alla Polignacca.
Lauda finem.
Tanto ti aggiungo e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(aut.
cit.)
Ecco, c........!, come si sviscera il Mondo!
Spero di partire di qui tra pochissimi giorni.
-
Mettiti sulla porta, e quando passano amici, fa loro un baciamano per me.
Ma quel P.L., p.e.
o ex gr? Scrive, canta e stampa, che l'andrà bene? Veramente questa la indovinerebbe anche Giona che non dava sempre nel segno.
Oh buon Cavalierino! In Africa avrebbe ragione Maometto; e la profezia prudente rivolterebbe la testa.
Tutto il vaticinio è infiammato dallo spiro di Domus-aurea.
Ma se poi si apre la foederis-arca che qualche altro profeta minaccia? Allora...
ma perché si ha da aprire? Lasciamola chiusa; e abbracciamoci che è tempo.
Il tuo 996.
LETTERA 115.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Pesaro 13 luglio 1830 alle 10 antimeridiane
Checco mio
Bene fecisti, Caterinella.
A Ferretti voglio sempre bene; e diglielo.
Dunque sta meglio? Gaudeo.
- Sai? Da queste parti tutti mi dimandano che sia certo Avv.
Andrea Bàrberi che scrive circolari onde spacciare una traduzione sua del prezzo di 4 paoli.
Io rispondo: è un giudice.
- Che razza di giudizii va dunque facendo degli uomini? essi rispondono: - ed io: Uhm! - Sarà due ore un tal Piatelletti Ministro di Casa Antaldi mi ha domandato se io conosceva Piccardi.
Il Piatelletti non sa che fare del segreto lasciatogli da Piccardi in corpo.
Ed eccoti la tua lettera che mi parla di Piccardi.
Lo troverò in istrada perché io parto a mezzogiorno in diligenza.
Ecco perché scrivo male; ché del resto...
eh! eh! - Abbraccia te e lo Sdiquilito
Il tuo Belli
LETTERA 116.
A LUIGI VIVIANI
[6 agosto 183]
Ho finalmente avuto gli elementi del metodo Jacobot, concernenti i principii d'insegnamento universale secondo il principio della emancipazione intellettuale, da cui la Francia e più il Belgio vanno attualmente ottenendo conquiste di dottrina assai vicine al prodigio.
Non più i processi barbari dall'incognito al cognito, ma dal manifesto all'occulto: non il falso spirito di sintesi, fra non intesi elementi; ma la benefica ragione d'analisi stabilita sopra idee già possedute: ecco quel che prepara nell'età nostra alle menti puerili uno sviluppo maraviglioso di quelle facoltà che non negate dalla Natura quasi ad alcuno, la educazione conserva in così pochi alla società defraudata.
Ma io la prego di credermi: l'opposizione completa e dirò diametrale che questa moderna scoperta presenta incontro ad ogni vecchia pratica d'istruzione, dovrà in Roma richiamare gl'istruttori alla qualità de' discepoli, prima che possa dare alla patria un allievo: danno, da durare ai figli e ai padri che gli amano, finché la prepotenza del pregiudizio e dell'interesse non sarà vinta negli educatori dalla verità e dalla filantropia.
Per me, voglio io stesso fare una prova sopra me stesso onde il mio Ciro colga il frutto di un sistema di associazione ideologica, stato sempre consono co' miei principii, tanto che vado quasi orgoglioso d'averla presentito in certi miei lavori di storia, delineati presso a poco sul disegno che oggi nel Nord si colorisce con sì bel premio di successi.
Del resto mi piacerà di sapere se la enciclopediola che ho avuto l'onore di procurarle Le sembri almeno capace d'insinuare ne' Suoi cari bambini le elementari nozioni delle quali il Mondo Nuovo non permette più la ignoranza...
LETTERA 117.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, martedì 28 settembre 1830
Mia cara Mariuccia
Mentre sto aspettando la tua lettera di oggi, che il corriere di dimani mi dovrebbe certamente recare, ti andrò dicendo due parole e sulla tua del 25 e sulle altre nostre cosette di affari.
In primo luogo ti confesso che la mancanza di tuoi caratteri nell'ordinario di domenica scorsa mi aveva un poco sorpreso, stante la talquale importanza delle tue risposte: ma lungi dall'attribuire il tuo silenzio a tua omissione, io lo riferiva ad impicci di posta.
E quasi fu così.
Appena pranzato ieri vidi arrivarmi Gnoli correndo, il quale avendo rifrescato a Narni era solamente di passaggio, ed aveva lasciato in piazza il legno e i suoi tre compagni di viaggio.
Da lui seppi la dimenticanza dell'impostamento, ed ebbi la tua lettera.
Uscii per riaccompagnarlo alla carrozza, e trovai la sua compagnia essere tre curiali: Caramelli e Polidori diretti a Venezia, e Federici (quello che sposò la figlia vedova dell'Ambrosi) incaminato a Milano.
Tredici miglia lontano da Roma aveva ribaltato per un ruotino uscito dall'asse: essi però fortunatissimi non si fecero neppure un livido, né il legno soffrì nemmeno una graffiatura.
A Civita il vetturino ebbe la nuova della morte di un suo fratello, e qui poi ha dovuto prendere un rinforzo di cavalli.
Malgrado tutto ciò i 4 viaggiatori hanno in due giorni allegramente potuto percorrere la via da Roma a Spoleto.
- Mentre io rimetteva in legno l'avv.
Gnoli fra le corna di due o trecento bovi perugini che passavano per Roma, eccoti un'altra vettura di passo! Chi è? È Puccinelli con tutta la sua famiglia che va a visitare il figlio maggiore nel Collegio di Spello.
E qui toccate di mano, addii, etc.
etc.
Gnoli ha ritratto dal viaggio molto giovamento, e questo puoi farlo credere con sicurezza alla moglie che mi saluterai.
- Nulla ti dissi di Spoleto, non avendo ciò merito di occuparmi.
In quattro giorni ho veduto, letto, e disposto.
Credo che potrà andar bene.
- Va bene dell'inscri.e Trivisani.
E Deminicis non risponde! Uhm! - Circa a Frosconi avrai comunicato la risposta a Zuccardi.
Insomma, cos'è? È poi svanita la fortuna dello zio della moglie? o che sia morto? Ma se fosse morto lasciandole bene, esse non avrebbero abbandonato la loro benedetta Parigi.
Mi confondo.
- Se rivedi il Marchese Antici salutamelo; anzi per suo mezzo vorrei (se fosse possibile) far chiedere scusa al Sig.
Honory se nell'unico momento in cui lo vidi, il bisogno del dire e del dimandare altre cose mi fece mancare al dovere di offerirgli la società ristretta della nostra casa.
Potresti per mezzo del Marchese Antici, a tuo e mio nome, far supplire? - Le notizie di Ciro nostro mi consolano assai.
Io penso di occuparmi molto della sua vita, se Iddio prolunga la mia.
Dagli tanti baci per me; e ringrazia Stanislao.
- Venendo ora all'affare con Peppino, non credere che mentre io procuro di persuaderti pro bono pacis, io non traveda il punto vero della ragione; ma che vuoi fare con questi cervelli duri e storti come corni? Se Fratocchi non ti farà per la tua porz.e qualche agevolezza avremo evitato con 25 paoli un'altra tiritera che finirebbe il giorno del giudizio.
Tu sai che con altre persone e in altri affari ho voluto e saputo sostenere il tuo diritto, ma qui mangio ad una tavola e tratto con gente diversa, e mi parrebbe aver l'aria di un cursore sotto le cibarie, malgrado tutto lo splendore del dritto che esercitassi.
Quindi accetto con riconoscenza l'arbitrio che mi dai.
Se peraltro fosse in tempo (come credo bene) di togliere dalla procura l'espressione delle spese del rogito di essa, potrei procurare di fare un altro tentativo per fartele risparmiare: altrimenti lasciamo correre.
- Saluta e ringrazia Pippo.
Qui piove sempre, e vi son feste d'ogni genere per la fiera di Campitello.
Io non esco mai di casa, e passeggio assai pel salone.
- Ricevo la tua del giorno corrente: qui non c'è più carta: dunque ti aggiungerò un altro mezzo foglio.
Ti abbraccio di cuore.
LETTERA 118.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 1° ottobre 1830
Mia cara Mariuccia
Avrai avuto la mia di mercoledì 29 settembre.
In quest'ordinario non ho avuto tue lettere: spero che ciò sia per aver tu mancato ieri di tempo in cui rispondere alla sudd.a mia.
Nella notte da mercoledì a giovedì alle 11 meno 10 secondi pomeridiane, si è sentito un terremoto molto forte e ondulatorio a quanto mi parve.
Io aveva cenato da mezz'ora e stava scrivendo appunto la parola terremoto per servirmene in certo mio lavoro.
Appena chiamato rispose.
Scrivo in una bottega: che penna! Ti abbraccio, e mi riporto all'ultima mia.
Sono il tuo P.
Mille baci a Ciro.
LETTERA 119.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, giovedì 26 maggio 1831
Mia cara Mariuccia
Parve un destino! Non dirti neppure addio prima di partire benché fra noi ne fosse poco prima stato parlato! Ma Publio stava alla finestra del camerino fumando; Menicuccio andava su e giù seguitando i facchini: io in sala a far la guardia alla casa e al bagaglio che restava tuttavia su.
Quindi dovetti scendere io stesso per invigilare alla collocazione e alla salvezza degli oggetti: allora chiamato discese anche Publio, e Menicuccio salì.
In questo io avrei dovuto ritornare su a salutarti, ma il vetturino m'intontì colla fretta e partì.
A Fontana di Trevi mi accorsi del mio mancamento, e ne mostrai gran rammarico.
Publio voleva tornare indietro, ma a me parve tardi, ed oltre a ciò cosa irregolare il ribussare alla porta, e far rialzare Menicuccio che forse già rientrava nel letto.
Tu mi avrai peraltro aspettato, e ti sarai maravigliata del mio procedere; e se forse il moto del legno non ti avesse avvertita della mia partenza, non avresti saputo che pensare non vedendo più alcuno.
Publio però e questi della famiglia possono essermi testimonii del rammarico che fin qui ho sempre dimostrato del fatto.
- Alle 4 uscimmo dalla porta Maggiore, cioè circa alla levata del sole; ed all'avemaria eravamo già sotto le mura di Veroli: viaggio felicissimo, eseguito con rapidità, interrotto da sole tre ore di rinfresco cioè due a Valmontone, 25 miglia da Roma ed una all'osteria di Alatri, 5 miglia distante da Veroli: viaggio, ripeto, felicissimo, in ottimo legno, con eccellente vetturino, pieno di libertà e comodo, sotto begninissimo cielo, e sopra una lieta strada fra amene campagne.
Qui ho trovato affettuosa ospitalità, casa superba, e clima eccellente, benché ancora alquanto freschetto.
Io arrivai così leggiero come quanto partii: 60 miglia mi parvero una delle trottate fatte da noi insieme per Roma.
Sto bene, ho appetito, e odo dirmi che di ora in ora mostro un viso più chiaro e più vivo.
Miracoli, so bene, l'aria non ne fa; ma pure il buon'animo che accompagna queste assicurazioni de' miei ospiti mi riempie di gratitudine e di fiducia nell'avvenire.
Della festa qui celebrata martedì a sera e ieri per la...
LETTERA 120.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 7 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Sono al solito dispiacere, di udirti così oppressa di fatiche, delle quali quando sono lontano non posso darti un sollievo, e quando son vicino neppure, mentre tu sempre mi ripeti esser la nostra una barca da condursi da una sola mano: la qual cosa per dir la verità nella massima parte la credo.
Ma almeno allorché la perversità de' tempi vorrà permettertelo, procura di prendere qualche poco di svario.
Anche qui la stagione va strana.
Allorché arrivai, trovai freddo; poi il tempo parve rivolgersi al buono: da qualche giorno però sono tornate acque, venti e stravaganze.
Intanto io sto coperto della mia lana, e non soffro di simili variazioni.
L'appetito regge e le guance pare che si rigonfino alquanto.
- Io stesso ho secondato i tuoi sproni su Publio onde fissi con la madre la mia dozzina.
Egli però soffre di una porzioncella di quella indolenza che rimprovera nel fratello Icilio; questo non nuocendo nulladimeno alle di lui buone qualità.
Ma spero che lo farà quanto prima e te ne darà ragguaglio.
Egli già non è affatto capace di dolo; perciò solamente per tuo avviso ti faccio sapere che la vettura sin qui con tutte le spesette straordinarie di viaggio fu da noi due pagato a metà.
Col vetturino verolano avrebbe pagato lui avendoci affari particolari.
Ma questo motivo non sussisteva più con un altro conduttore.
- Vedremo cosa saprà fare quel capo-d'opera di Vulpiani.
Io credo che se egli si approfitterà della ospitalità che noi già gli offrimmo per un mese, non ci sarà lecito di tirarci più indietro.
Dio volesse che ciò potesse contribuire a far risorgere i di lui affari onde migliorino anche i nostri con esso.
Ma particolarmente in queste circostanze di tempi, chi sa! - Dimmi un poco: trovasti un tomo del Giraud che Publio lesse la sera antecedente alla nostra partenza? Mariuccia mia da' mille baci a Ciro nostro, e benedicilo.
Amami poi e credimi il tuo P.
che ti abbraccia di cuore.
LETTERA 121.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, martedì 14 giugno 1831
Di molta soddisfazione mi sarebbe riuscito e mi riuscirà quandunque sia il vedere il carattere del nostro caro Ciro ed in esso una prova del di lui ben essere.
Ma poiché, siccome benissimo tu dici, una lettera, per quanto breve la si voglia, egli da per sé non potrebbe né concepirla né farla, così sono contentissimo che ciò accada allorquando la necessaria assistenza ti resterà meno incomoda a prestargliela.
Intanto abbraccialo di tutto cuore per me.
- Publio mi risponde che egli ti ha scritto nell'ordinario scorso, cioè sabato 11.
Sul proposito però della mia dozzina non ha fatto fin qui nulla, e questa mattina alle mie istanze assai premurose opponeva l'essere a me facilissimo l'offrire quello che mi paresse secondo la proporzione del trattamento che io vedo farmisi.
Il trattamento è quale in una famiglia si può desiderare; ma che io mi avanzi a fare offerte o contrattare su ciò che deve non solo risguardare un interesse mio personale ma la stessa mia propria delicatezza, lo vedo oltre le forze del mio carattere.
Quindi alle nuove preghiere da me avanzategli affinché accomodi egli questo affare secondo il già convenuto concerto, mi ha promesso che certamente lo farà, e che tu poi senza complimenti conchiuderai a piacer tuo.
Circa al Sig.
Bochet, qualora dietro buona giustificazione tu avrai sborsato del denaro al di lui raccomandato, per altrettanto di meno accetterai e pagherai l'ordine, se mai te lo spedisse per l'intero senza prima essersi con te chiarito sui pagamenti anteriori.
Io mi ricordo assai bene che quando Vulpiani disse di voler venire a Roma, aggiunse che avrebbe seco condotto il figlio Domenico.
Per lo che la nostra offerta non avrebbe oggi cambiato termini.
- Non saresti per avventura stata un po' troppo generosa col Dottore in proporzione del numero delle visite? Nulladimeno non trovo a ridire su quel che hai creduto di fare, tanto più in riguardo alla buona ed amorevole cura da lui usatami.
- In casa Falconieri è difficile che la conversazione si regga.
Co' begli anni fuggirono loro anche tutte le belle e piacevoli cose.
Pure è gente che merita molto pel loro buon cuore e la loro costante amicizia.
- Mi dispiace assai il funesto caso di Angelina, e neppure ho udito con indifferenza la disgrazia dell'amica di Margherita, quantunque non la conoscessi.
- È certo che la pendenza Trivisani può contarsi a veglia!
Ringrazio senza fine il buono amico Stanislao del gentile paragrafo da lui aggiunto sotto la tua lettera degli 11.
Piacevoli mi riescono le cose che egli mi dice circa alla mia salute, ed altrettanto grate le notizie del Torricelli, al quale ha sul mio conto risposto benissimo, ed il vero.
Mi sorprende però di vedere la tardanza del di lui raggiungere il suo.
M.r Delegato di Ascoli.
A quest'ora lo avrei creduto partito.
- Vedendo Biagini salutalo tanto tanto, e dimandagli se è finita la faccenda pecuniaria con Scifoni e Marini.
Saluto tutti gli amici, e ti abbraccio con vera affezione.
Il tuo P.
LETTERA 122.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli, sabato 8 giugno 1831
Non mi fa maraviglia che nel passato giovedì non avessi tu ancora alle 2 pomeridiane ricevuto la mia del 14, n° 4, mentre sai bene che talvolta il portalettere tarda.
Quel che mi fa specie si è come giovedì tu non avessi avuto ancora la lettera che Publio mi torna ad accertare di averti spedita la sera di sabato 11.
In quella egli dice che ti dava discarico a quel che ti doveva dire.
Dentro questa stessa settimana però egli ti ha scritto un'altra volta per mezzo del vetturale Geralico che fa ricapito a Grotta-Pinta; e in questa lettera deve averti parlato della mia dozzina.
Spero che a quest'ora ti sarà arrivato tutto.
- Diverse cose mi vanno passando per la mente riguardo agli ostacoli che tu mi dici insorti nell'affare Corsini.
Non te ne tengo ciononostante proposito, onde non pormi a fare l'indovino.
Mi duole p