TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 53
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Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi.
Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno.
Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume.
Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse.
Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più.
I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino.
Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare.
- Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana.
Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.
E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto.
Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna.
Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi.
Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino.
- Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io -.
Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.
Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente.
Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti.
Ma nessuno si mosse.
Le donne strillavano e si strappavano i capelli.
Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre.
La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco.
Questo era l'uomo.
E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono.
Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia.
Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato.
Un processo lungo che non finiva più.
I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto.
Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri.
Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro.
E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole.
Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno.
Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile.
Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane.
Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano.
A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme.
Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla.
Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima.
I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini.
Fecero la pace.
L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre.
Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più -.
Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole.
Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale.
Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno.
- Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto.
Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco.
I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore.
Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro.
Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà.
E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce.
Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso.
Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...
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DI LÀ DEL MARE
Ella ascoltava, avviluppata nella pelliccia, e colle spalle appoggiate alla cabina, fissando i grandi occhi pensosi nelle ombre vaganti del mare.
Le stelle scintillavano sul loro capo, e attorno a loro non si udiva altro che il sordo rumore della macchina, e il muggito delle onde che si perdevano verso orizzonti sconfinati.
A poppa, dietro le loro spalle, una voce che sembrava lontana, canticchiava sommessamente una canzone popolare, accompagnandosi coll'organetto.
Ella pensava forse alle calde emozioni provate la sera innanzi alla rappresentazione del San Carlo; o alla riviera di Chiaia, sfolgorante di luce, che si erano lasciata dietro le loro spalle.
Aveva preso il braccio di lui mollemente, coll'abbandono dell'isolamento in cui erano, e s'era appoggiata al parapetto, guardando la striscia fosforescente che segnava il battello, e in cui l'elica spalancava abissi inesplorati, quasi cercasse di indovinare il mistero di altre esistenze ignorate.
Dal lato opposto, verso le terre su cui Orione inchinavasi, altre esistenze sconosciute e quasi misteriose palpitavano e sentivano, chissà? povere gioie e poveri dolori, simili a quelli da lui narrati.
- La donna ci pensava vagamente colle labbra strette, gli occhi fissi nel buio dell'orizzonte.
Prima di separarsi stettero un altro po' sull'uscio della cabina, al chiarore vacillante della lampada che dondolava.
Il cameriere, rifinito dalla fatica, dormiva accoccolato sulla scala, sognando forse la sua casetta di Genova.
A poppa il lume della bussola rischiarava appena la figura membruta dell'uomo che era al timone, immobile, cogli occhi fissi sul quadrante, e la mente chissà dove.
A prua si udiva sempre la mesta cantilena siciliana, che narrava a modo suo di gioie, di dolori, o di speranze umili, in mezzo al muggito uniforme del mare, e al va e vieni regolare e impassibile dello stantuffo.
Sembrava che la donna non sapesse risolversi a lasciare la mano di lui.
Infine alzò gli occhi e gli sorrise tristamente: - Domani! - sospirò.
Egli chinò il capo senza rispondere.
- Vi ricorderete sempre di questa ultima sera? -
Egli non rispose.
- Io sì! - aggiunse la donna.
All'alba si rividero sul ponte.
Il visetto delicato di lei sembrava abbattuto dall'insonnia.
La brezza le scomponeva i morbidi capelli neri.
Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all'orizzonte.
Poi l'Etna si accese tutt'a un tratto d'oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri.
A bordo cominciava l'affaccendarsi del primo servizio mattutino.
I passeggieri salivano ad uno ad uno sul ponte, pallidi, stralunati, imbacuccati diversamente, masticando un sigaro e barcollando.
La grù cominciava a stridere, e la canzone della notte taceva come sbigottita e disorientata in tutto quel movimento.
Sul mare turchino e lucente, delle grandi vele spiegate passavano a poppa, dondolando i vasti scafi che sembravano vuoti, con pochi uomini a bordo che si mettevano la mano sugli occhi per vedere passare il vapore superbo.
In fondo, delle altre barchette più piccole ancora, come punti neri, e le coste che si coronavano di spuma; a sinistra la Calabria, a destra la Punta del Faro sabbiosa, Cariddi che allungava le braccia bianche verso Scilla rocciosa e altera.
All'improvviso, nella lunga linea della costa che sembrava unita, si aperse lo stretto come un fiume turchino, e al di là il mare che si allargava nuovamente, sterminato.
La donna fece un'esclamazione di meraviglia.
Poi voleva che egli le indicasse le montagne di Licodia e di Piana di Catania, o il Biviere di Lentini dalle sponde piatte.
Egli le accennava da lontano, dietro le montagne azzurre, le linee larghe e melanconiche della pianura biancastra, le chine molli e grigie d'ulivi, le rupi aspre di fichidindia, le alpestri viottole erbose e profumate.
Pareva che quei luoghi si animassero dei personaggi della leggenda, mentre egli li accennava ad uno ad uno.
Colà la Malaria; su quel versante dell'Etna il paesetto dove la libertà irruppe come una vendetta; laggiù gli umili drammi del Mistero, e la giustizia ironica di don Licciu Papa.
Ella ascoltando dimenticava persino il dramma palpitante in cui loro due si agitavano, mentre Messina si avanzava verso di loro col vasto semicerchio della sua Palazzata.
Tutt'a un tratto si riscosse e mormorò:
- Eccolo! -
Dalla riva si staccava una barchetta, in cui un fazzoletto bianco si agitava per salutare come un alcione nella tempesta.
- Addio! - mormorò il giovane.
La donna non rispose e chinò il capo.
Poi gli strinse forte la mano sotto la pelliccia e si scostò di un passo.
- Non addio.
Arrivederci!
- Quando?
- Non lo so.
Ma non addio -.
Ed egli la vide porgere le labbra all'uomo che era venuto ad incontrarla nella barchetta.
E nella mente gli passavano delle larve sinistre, i fantasmi dei personaggi delle sue leggende, col cipiglio bieco e il coltellaccio in mano.
Il velo azzurro di lei scompariva verso la riva, in mezzo alla folla delle barche e alle catene delle àncore.
Passarono i mesi.
Finalmente ella gli scrisse che poteva andarla a trovare.
"In una casetta isolata, in mezzo alle vigne - ci sarà una croce segnata col gesso sull'uscio.
Io verrò dal sentiero fra i campi.
Aspettatemi.
Non vi fate scorgere, o sono perduta".
Era d'autunno ancora, ma pioveva e tirava vento come d'inverno.
Egli nascosto dietro l'uscio, ansioso, col cuore che gli martellava, spiava avidamente se le righe di pioggia che solcavano lo spiraglio cominciassero a diradarsi.
Le foglie secche turbinavano dietro la soglia come il fruscìo di una veste.
Che faceva essa? Sarebbe venuta? L'orologio rispondeva sempre di no, di no, ad ogni quarto d'ora, dal paesetto vicino.
Finalmente un raggio di sole penetrò da una tegola smossa.
La campagna tutta s'irradiava.
I carrubbi stormivano sul tetto, e in fondo, dietro i viali sgocciolanti, si apriva il sentieruolo fiorito di margherite gialle e bianche.
Di là sarebbe comparso il suo ombrellino bianco, di là, o al disopra del muricciuolo a destra.
Una vespa ronzava nel raggio dorato che penetrava dalle commessure, e urtava contro le imposte, dicendo: - Viene! viene! - Tutt'a un tratto qualcuno spinse bruscamente la porticina a sinistra.
- Come un tuffo nel sangue! - Era lei! bianca, tutta bianca, dalla veste al viso pallido.
Al primo vederlo gli cadde fra le braccia, colla bocca contro la bocca di lui.
Quante ore passarono in quella povera stanzuccia affumicata? Quante cose si dissero? Il tarlo impassibile e monotono continuava a rodere i vecchi travicelli del tetto.
L'orologio del paesetto vicino lasciava cadere le ore ad una ad una.
Da un buco del muro potevano scorgersi i riflessi delle foglie che si agitavano, e alternavano ombre e luce verde come in fondo a un lago.
Così la vita.
- Ad un tratto ella siccome stralunata, passandosi le mani sugli occhi, aprì l'uscio per vedere il sole che tramontava.
Poscia, risolutamente, gli buttò le braccia al collo, dicendogli: - Non ti lascio più -.
A piedi, tenendosi a braccetto, andarono a raggiungere la piccola stazione vicina, perduta nella pianura deserta.
Non lasciarsi più! Che gioia sterminata e trepida! Andavano stretti l'un contro l'altro, taciti, come sbigottiti, per la campagna silenziosa, nell'ora mesta della sera.
Degli insetti ronzavano sul ciglione del sentiero.
Dalla terra screpolata si levava una nebbia grave e mesta.
Non una voce umana, non un abbaiare di cani.
Lontano ammiccava nelle tenebre un lume solitario.
Finalmente arrivò il treno sbuffante e impennacchiato.
Partirono insieme; andarono lontano, lontano, in mezzo a quelle montagne misteriose di cui egli le aveva parlato, che a lei sembrava di conoscere.
Per sempre!
Per sempre.
Essi si levavano col giorno, scorazzavano pei campi, nelle prime rugiade, sedevano al meriggio nel folto delle piante, all'ombra degli abeti, di cui le foglie bianche fremevano senza vento, felici di sentirsi soli, nel gran silenzio.
Indugiavano a tarda sera, per veder morire il giorno sulle vette dei monti, quando i vetri si accendevano a un tratto e scoprivano casupole lontane.
L'ombra saliva lungo le viottole della valle che assumevano un aspetto malinconico; poi il raggio color d'oro si fermava un istante su di un cespuglio in cima al muricciuolo.
Anche quel cespuglio aveva la sua ora, e il suo raggio di sole.
Degli insetti minuscoli vi ronzavano intorno, nella luce tiepida.
Al tornare dell'inverno il cespuglio sarebbe scomparso e il sole e la notte si sarebbero alternati ancora sui sassi nudi e tristi, umidi di pioggia.
Così erano scomparsi il casolare del gesso, e l'osteria di "Ammazzamogli" in cima al monticello deserto.
Soltanto le rovine sbocconcellate si disegnavano nere nella porpora del tramonto.
Il Biviere si stendeva sempre in fondo alla pianura come uno specchio appannato.
Più in qua i vasti campi di Mazzarò, i folti oliveti grigi su cui il tramonto scendeva più fosco, le vigne verdi, i pascoli sconfinati che svanivano nella gloria dell'occidente, sul cocuzzolo dei monti; e dell'altra gente si affacciava ancora agli usci delle fattorie grandi come villaggi, per veder passare degli altri viandanti.
Nessuno sapeva più di Cirino, di compare Carmine, o di altri.
Le larve erano passate.
Solo rimaneva solenne e immutabile il paesaggio, colle larghe linee orientali, dai toni caldi e robusti.
Sfinge misteriosa, che rappresentava i fantasmi passeggieri, con un carattere di necessità fatale.
Nel paesello i figli delle vittime avevano fatto pace cogli strumenti ciechi e sanguinari della libertà; curatolo Arcangelo strascinava la tarda vecchiaia a spese del signorino; una figlia di compare Santo era andata sposa nella casa di mastro Cola.
All'osteria del Biviere un cane spelato e mezzo cieco, che i diversi padroni nel succedersi l'uno all'altro avevano dimenticato sulla porta, abbaiava tristamente ai rari viandanti che passavano.
Poi il cespuglio si faceva smorto anch'esso a poco a poco, e l'assiolo si metteva a cantare nel bosco lontano.
Addio, tramonti del paese lontano! Addio abeti solitari alla cui ombra ella aveva tante volte ascoltato le storie che egli le narrava, che stormivate al loro passaggio, e avete visto passare tanta gente, e sorgere e tramontare il sole tante volte laggiù! Addio! Anch'essa è lontana.
Un giorno venne dalla città una cattiva notizia.
Era bastata una parola, di un uomo lontano, di cui ella non poteva parlare senza impallidire e piegare il capo.
Innamorati, giovani, ricchi tutti e due, tutti e due che s'erano detti di voler restare uniti per sempre, era bastata una parola di quell'uomo per separarli.
Non era il bisogno del pane, com'era accaduto a Pino il Tomo, né il coltellaccio del geloso che li divideva.
Era qualcosa di più sottile e di più forte che li separava.
Era la vita in cui vivevano e di cui erano fatti.
Gli amanti ammutolivano e chinavano il capo dinanzi alla volontà del marito.
Ora ella sembrava che temesse e sfuggisse l'altro.
Al momento di lasciarlo pianse tutte le sue lagrime che egli bevve avidamente; ma partì.
Chissà quante volte si rammentavano ancora di quel tempo, in mezzo alle ebbrezze diverse, alle feste febbrili, al turbinoso avvicendarsi degli eventi, alle aspre bisogne della vita? Quante volte ella si sarà ricordata del paesetto lontano, del deserto in cui erano stati soli col loro amore, della ceppaia al cui rezzo ella aveva reclinato il capo sulla spalla di lui, e gli aveva detto sorridendo: - L'uggia per le camelie! -.
Delle camelie ce n'erano tante e superbe, nella splendida serra in cui giungevano soffocati gli allegri rumori della festa, molto tempo dopo, quando un altro ne aveva spiccata per lei una purpurea come di sangue, e glie la aveva messa nei capelli.
Addio, tramonti lontani del paese lontano! Anche lui, allorché levava il capo stanco a fissare nell'aureola della lampada solitaria le larve del passato, quante immagini e quanti ricordi! di qua e di là pel mondo, nella solitudine dei campi, e nel turbinìo delle grandi città! Quante cose erano trascorse! e quanto avevano vissuto quei due cuori lontano l'uno dall'altro!
Infine si rivedevano nella vertigine del carnevale.
Egli era andato alla festa per veder lei, coll'anima stanca e il cuore serrato d'angoscia.
Ella era lì difatti, splendente, circondata e lusingata in cento modi.
Pure aveva il viso stanco anch'essa, e il sorriso triste e distratto.
I loro occhi s'incontrarono e scintillarono.
Nulla più.
Sul tardi si trovarono accanto come per caso, nell'ombra dei grandi palmizi immobili.
- Domani! - gli disse.
- Domani, alla tal'ora e nel tal luogo.
Avvenga che può! voglio vedervi! - Il seno bianco e delicato le tempestava dentro il merletto trasparente, e il ventaglio le tremava fra le mani.
Poi chinò il capo, cogli occhi fissi ed astratti; lievi e fugaci rossori le passavano sulla nuca del color della magnolia.
Come batteva forte il cuore a lui! come era squisita e trepidante la gioia di quel momento! Ma allorché si rividero l'indomani non era più la stessa cosa.
Chissà perché?...
Essi avevano assaporato il frutto velenoso della scienza mondana; il piacere raffinato dello sguardo e della parola scambiati di nascosto in mezzo a duecento persone, di una promessa che val più della realtà, perché è mormorata dietro il ventaglio e in mezzo al profumo dei fiori, allo scintillìo delle gemme e all'eccitamento della musica.
Allorché si buttarono nelle braccia l'uno dell'altro, quando si dissero che si amavano nella bocca, entrambi pensavano con desiderio molle ed acuto al rapido momento della sera innanzi, in cui sottovoce, senza guardarsi, quasi senza parole, si erano detto che il cuore turbinava loro in petto ad entrambi nel trovarsi accanto.
Quando si lasciarono, e si strinsero la mano, sulla soglia, erano tristi tutti e due, e non tristi soltanto perché dovevano dirsi addio - quasi mancasse loro qualche cosa.
Pure si tenevano sempre per mano, ad entrambi veniva per istinto la domanda.
- Ti rammenti? - E non osavano.
Ella aveva detto che partiva l'indomani col primo treno, ed egli la lasciava partire.
L'aveva vista allontanarsi pel viale deserto, e rimaneva là, colla fronte contro le stecche di quella persiana.
La sera calava.
Un organino suonava in lontananza alla porta di un'osteria.
Ella partiva l'indomani col primo treno.
Gli aveva detto: - Bisogna che vada con lui! - Anch'egli aveva ricevuto un telegramma che lo chiamava lontano.
Su quel foglio ella aveva scritto Per sempre, e una data.
La vita li ripigliava entrambi, l'una di qua e l'altro di là, inesorabilmente.
La sera dopo anch'esso era alla stazione, triste e solo.
Della gente si abbracciava e diceva addio; degli sposi partivano sorridenti; una mamma, povera vecchierella del contado, si strascinava lagrimosa dietro il suo ragazzo, robusto giovanotto in uniforme da bersagliere, col sacco in spalla, che cercava l'uscita di porta in porta.
Il treno si mosse.
Prima scomparve la città, le vie formicolanti di lumi, il sobborgo festante di brigatelle allegre.
Poi cominciò a passare come un lampo la campagna solitaria, i prati aperti, i fiumicelli che luccicavano nell'ombra.
Di tanto in tanto un casolare che fumava, della gente raccolta dinanzi a un uscio.
Sul muricciuolo di una piccola stazione, dove il convoglio si era arrestato un momento sbuffante, due innamorati avevano lasciato scritto a gran lettere di carbone i loro nomi oscuri.
Egli pensava che anch'essa era passata di là il mattino, e aveva visto quei nomi.
Lontano lontano, molto tempo dopo, nella immensa città nebbiosa e triste, egli si ricordava ancora qualche volta di quei due nomi umili e sconosciuti, in mezzo al via vai affollato e frettoloso, al frastuono incessante, alla febbre dell'immensa attività generale, affannosa e inesorabile, ai cocchi sfarzosi, agli uomini che passavano nel fango, fra due assi coperte d'affissi, dinanzi alle splendide vetrine scintillanti di gemme, accanto alle stamberghe che schieravano in fila teschi umani e scarpe vecchie.
Di tratto in tratto si udiva il sibilo di un treno che passava sotterra o per aria, e si perdeva in lontananza, verso gli orizzonti pallidi, quasi con un desiderio dei paesi del sole.
Allora gli tornava in mente il nome di quei due sconosciuti che avevano scritto la storia delle loro umili gioie sul muro di una casa davanti alla quale tanta gente passava.
Due giovanetti biondi e calmi passeggiavano lentamente pei larghi viali del giardino tenendosi per mano; il giovane aveva regalato alla ragazza un mazzolino di rose purpuree che aveva mercanteggiato ansiosamente un quarto d'ora da una vecchierella cenciosa e triste; la giovinetta, colle sue rose in seno, come una regina, dileguavasi seco lui lontano dalla folla delle amazzoni e dei cocchi superbi.
Quando furono soli sotto i grandi alberi della riviera, sedettero accanto, parlandosi sottovoce colla calma espansione del loro affetto.
Il sole tramontava nell'occidente smorto; e anche là, nei viali solitari, giungeva il suono di un organino, con cui un mendicante dei paesi lontani andava cercando il pane in una lingua sconosciuta.
Addio, dolce melanconia del tramonto, ombre discrete e larghi orizzonti solitari del noto paese.
Addio, viottole profumate dove era così bello passeggiare tenendosi abbracciati.
Addio, povera gente ignota che sgranavate gli occhi al veder passare i due felici.
Alle volte, quando lo assaliva la dolce mestizia di quelle memorie, egli ripensava agli umili attori degli umili drammi con un'aspirazione vaga e incosciente di pace e d'obblio, a quella data e a quelle due parole - per sempre - che ella gli aveva lasciato in un momento d'angoscia, rimasto vivo più d'ogni gioia febbrile nella sua memoria e nel suo cuore.
- E allora avrebbe voluto mettere il nome di lei su di una pagina o su di un sasso, al pari di quei due sconosciuti che avevano scritto il ricordo del loro amore sul muro di una stazione lontana.
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PER LE VIE (1883)
IL BASTIONE DI MONFORTE
Nel vano della finestra s'incorniciano i castagni d'India del viale, verdi sotto l'azzurro immenso - con tutte le tinte verdi della vasta campagna - il verde fresco dei pascoli prima, dove il sole bacia le frondi; più in là l'ombrìa misteriosa dei boschi.
Fra i rami che agita il venticello s'intravvede ondeggiante un lembo di cielo, quasi visione di patria lontana.
Al muoversi delle foglie le ombre e la luce scorrono e s`inseguono in tutta la distesa frastagliata di verde e di sole come una brezza che vi giunga da orizzonti sconosciuti.
E nel folto, invisibili, i passeri garriscono la loro allegra giornata con un fruscìo d'ale fresco e carezzevole anch'esso.
Sotto, nel largo viale, la città arriva ancora col passo affaccendato di qualche viandante, col lento vagabondaggio di una coppia furtiva.
Ella va a capo chino, segnando i passi coll'appoggiare cadenzato dell'ombrellino, e l'ondeggiamento carezzevole del vestito attillato, che il sole ricama di bizzarri disegni, mentre l'ombre mobili delle frondi giuocano sul biondo dei capelli e sulla nuca bianca come rapidi baci che la sfiorino tutta.
Ed egli le parla gesticolando, acceso della sua parola istessa che gli suona innamorata.
A un tratto levano il capo entrambi al sopraggiungere di un legno che va adagio, dondolando come una culla, colle tendine chiuse; e la giovinetta si fa rossa, pensando alla penombra azzurra di quelle tende che addormentò le sue prime ritrosie.
Un vecchio che va curvo per la sua strada alza il capo soltanto per vedere se la giornata gli darà il sole.
E passa il rumore di un carro di cui si vedono le sole ruote polverose girare al di sotto dei rami bassi, e ciondolare addormentati del pari il muso del cavallo e le gambe del carrettiere penzoloni, rigate di sole.
Poscia il trotto rapido di un cavallo, col lampo del morso lucente; o la fuggevole visione di una vittoria bruna, nella quale si adagia mollemente fra le piume e il velluto una forma bianca e vaporosa.
Così si dileguano in alto le nuvole viaggiando per lidi ignoti, e la dama bianca vi cerca cogli occhi i sogni o i ricordi dell'ultimo ballo che vagano lontano, mollemente del pari.
E le foglioline si agitano fra di loro, con un tremolìo fresco d'ombre e di luce; a un tratto, nell'ebbrezza di sentirsi vivere al sole, stormiscono insieme, e cantano al limite della città romorosa la vita quieta dei boschi.
Le coppie innamorate tacciono, quasi comprese di un sentimento più vasto del loro; e colla mano nella mano, vanno, sognando.
Più in là, li desta il trotto stracco del carrozzino postale che passa barcollando, portando svogliatamente la noia quotidiana di tutte le faccenduole umane che va a raccogliere dalle cassette, e strascina sempre per la stessa via, al suono fesso della sonagliera, addormentato sotto il gran mantice tentennante.
Dall'altro lato risponde il fischio del convoglio che corre laggiù, verso il sole, tirandosi dietro il pensiero, lontano, lontano, verso altri luoghi, verso il passato.
Ecco, fra i rami degli ippocastani c'è una linea d'ombra che sprofonda nel vuoto, come un viale tagliato nel dosso di un monticello, sotto un gran pennacchio di carrubbi.
Le belle passeggiate d'allora nel meriggio caldo e silenzioso, quando le cicale stridevano nella valletta addormentata al sole! Accanto serpeggia verso l'alto la linea bruna di un tronco, rendendo immagine del sentiero che ascendeva fra i pascoli ed il sommacco di un noto poggio; e in cima, dove l'azzurro scappa infine libero, sembra di scorgere quella vetta che vedeva tanta campagna intorno.
Un dì che voci allegre fra i sommacchi di quel poggio e le vigne di quel monticello! e tutta la comitiva che s'arrampicava festante per l'erta in quel dolce tramonto d'ottobre! E il chiaro di luna della sera in cui si aspettavano da quella vetta i fuochi della festa al paesetto lontano, e che bagna ancora l'anima di luce malinconica al tornare di queste memorie! Quanto tempo è trascorso? Quanto è lontano ormai quel paesetto? Ora il carrozzino postale vi porta la sola cosa viva che rimanga di tanta festa, sotto un francobollo da venti centesimi.
E una farfalletta bianca s'affatica a svolazzare su pel viale immaginario, fra i rami dei castagni d'India, aspirando forse alle cime troppo alte per le sue alucce.
Così quella donna che viene ogni giorno a passeggiare pel viale, e aspetta, e torna a rileggere un foglio spiegazzato che trae di tasca, e guarda ansiosa di qua e di là ad ogni passo che faccia scricchiolare la sabbia, rizzando il capo con tal moto che sembra vederle brillare tutta l'anima negli occhi.
Ogni tanto si ferma sotto un albero colle braccia penzoloni e l'atteggiamento stanco.
Anch'essa andò a chiedere trepidante quella lettera al postino che ne scorreva un fascio sbadigliando.
Ora legge e rilegge la parola luminosa che ci dev'essere per rischiarare l'ombra uggiosa di quel viale, per ravvivare il verde di quegli alberi che le sono passati dinanzi agli occhi con mille gradazioni di tinte nelle desolate ore d'attesa.
L'organetto che suonava il mattino gaio, in qualche osteria del sobborgo, e le cantava in cuore tutte le liete promesse della speranza, torna a passare collo stesso motivo già velato dalla mestizia della sera.
Gli amanti che si tengono per mano in mezzo a quella festa d'azzurro e di verde, si voltano ridendo al vederla aspettare ancora, sola, vestita di nero.
La sera giunge, e l'ombra s'allunga malinconica.
A quell'ora, ogni giorno, suol passare uno sconosciuto alto e pallido, coll'andatura svogliata e l'occhio vagabondo di chi voglia ingannare l'ora del pranzo.
Allorché incontrò la donna vestita di nero egli volse a fissarla il volto magro e austero in cui la percezione acuta della vita ha scavato come dei solchi.
E chinò il capo quasi indovinasse, stanco della stanchezza di quella derelitta.
Ma fu un lampo, e seguitò ad andare diritto e fiero per la sua via, portando negli occhi la visione di tutte le camerette nude e fredde in cui si sono strascinati i suoi sogni di giovinezza e i suoi bauli sconquassati, pieni solo di scartafacci, nel vagabondare dietro un sogno.
Quanti dolori ha incontrato per quella via, e quante grida d'amore o di fame ha sentito attraverso le pareti sottili di quelle camerette? Più tardi forse andrà a pranzare con una tazza di caffè e latte fra gli specchi e le dorature del Biffi, pensando a quella donna che aspettava colla stanchezza dell'anima negli occhi, mentre l'orchestra suona la mazurca dell'Excelsior.
Ora l'operaio che gli passa allato, strascinando un carretto, non gli bada neppure.
La città è troppo vasta, e ce ne son tanti.
E il tramonto in alto si spegne, tranquillo, in un cinguettìo confuso, con mille rumori indistinti che dileguano insieme all'azzurro che svanisce lontano, lontano, verso il paese dei sogni e delle memorie; e vi trasporta ai giorni in cui sentiste le prime mestizie della sera, e la prima canzone d'amore vi si gonfiò melodiosa nell'anima.
Ora la canzone passa vagabonda e avvinazzata pel viale, al casto lume della luna che stampa in terra le larghe orme nere dei castagni addormentati - la canzone in cui suonano le note rauche della rissa d'osteria e la noia delle querimonie che aspettano a casa colla donna - o la gaiezza dolorosa di chi non vuol pensare al domani senza pane - oppure la brutale galanteria che si lascia alle spalle l'ospedale e la prigione, o il richiamo caldo che cerca l'ora molle d'amore dopo la dura giornata dell'operaio.
Solo il bisbiglìo di due voci sommesse che si nascondono nell'ombra canta la primavera innamorata e pudibonda.
E a un tratto, nella tarda ora silenziosa, in mezzo alla gran luce d'argento che piove sui rami, da una macchia nell'oscurità si leva una nota d'argento anch'essa, e canta la festa dei nidi alle ragazze che ascoltano alla finestra.
In fondo, fra i rami s'intravvede lontano un lumicino, in una stanzuccia solitaria.
A quest'ora pure la cascatella mormora laggiù nel paese lontano, tutta sola in quell'angolo della rupe paurosa, sotto i grappoli di capelvenere, dinanzi la valletta che si stende bianca di luna.
O i molli pleniluni estivi in cui la giovinezza canta e sogna per le strade, e le memorie sorgono dolci e candide del passato ad una ad una! - E le fredde lune d'acciaio del Natale, quando i grandi scheletri dei castagni d'India segnano di nero l'azzurro profondo e cupo, e il turbine strappa le foglie dimenticate dall'autunno con un mugolìo che viene da lungi, dalle notti remote in cui passava dietro l'uscio chiuso sulla famigliuola raccolta intorno al ceppo, e spazzava via tutto! - E l'albe livide, i meriggi foschi sui rami inargentati di neve, i gemiti lunghi che vengono col vento dalle notti remote, e i giorni che scorrono silenziosi e deserti sul viale bianco di neve! Ora di tanto in tanto passa il carro funebre senza far rumore, come una macchia nera, ricamato di neve anch'esso, quasi recasse la fioritura della morte; e il doganiere che inganna la lunga guardia facendo quattro ciarle colla servotta dietro il muro, sbircia sospettoso se mai il drappo funebre dei morti non nasconda il contrabbando dei vivi.
IN PIAZZA DELLA SCALA
Pazienza l'estate! Le notti sono corte; non è freddo; fin dopo il tocco c'è ancora della gente che si fa scarrozzare a prendere il fresco sui Bastioni, e se calan le tendine, c'è da buscarsi una buona mancia.
Si fanno quattro chiacchiere coi compagni per iscacciare il sonno, e i cavalli dormono col muso sulle zampe.
Quello è il vero carnevale! Ma quando arriva l'altro, l'è duro da rosicare per i poveri diavoli che stanno a cassetta ad aspettare una corsa di un franco, colle redini gelate in mano, bianchi di neve come la statua del barbone, che sta lì a guardare, in mezzo ai lampioni, coi suoi quattro figliuoletti d'attorno.
E' dicono che mette allegria la neve, quelli che escono dal Cova, col naso rosso, e quelle altre che vanno a scaldarsi al veglione della Scala, colle gambe nude.
Accidenti! Almeno s'avesse il robone di marmo, come la statua! e i figliuoli di marmo anch'essi, che non mangiano!
Ma quelli di carne e d'ossa, se mangiano! e il cavallo, e il padrone di casa, e questo, e quest'altro! che al 31 dicembre, quando la gente va ad aspettare l'anno nuovo coi piedi sotto la tavola nelle trattorie, il Bigio tornava a imprecare: - Mostro di un anno! Vattene in malora! Cinque lire sole non ho potuto metterle da parte -.
Prima i denari si spendevano allegramente all'osteria, dal liquorista lì vicino; e che belle scampagnate cogli amici, a Loreto e alla Cagnola; senza moglie, né figli, né pensieri.
Ah! se non fosse stato per la Ghita che tirava su le gonnelle sugli zoccoletti, per far vedere le calze rosse, trottando lesta lesta in piazza della Scala! Delle calze che vi mangiavano gli occhi.
E certa grazietta nel muovere i fianchi, che il Bigio ammiccava ogni volta, e le gridava dietro: - Vettura? -
Lei da prima si faceva rossa: ma poi ci tirava su un sorrisetto, e finì col prenderla davvero la vettura; e scarrozzando, il Bigio, voltato verso i cristalli, le spiattellava tante chiacchiere, tante, che una domenica la condusse al municipio, e pregò un camerata di tenergli d'occhio il cavallo, intanto che andava a sposare la Ghitina.
Adesso che la Ghitina si era fatta bolsa come il cavallo, lui vedeva trottare allo stesso modo la figliuola, cogli stivaletti alti e il cappellino a sghimbescio, sotto pretesto che imparava a far la modista, e sempre nelle ore in cui il caffè lì di faccia era pieno di fannulloni, che le dicevano cogli occhi tante cose sfacciate.
Bisognava aver pazienza, perché quello era il mestiere dell'Adelina; e la Ghita, ogni volta che il Bigio cercava di metterci il naso, gli spifferava il fatto suo, che le ragazze bisogna si cerchino fortuna; e se ella avesse avuto giudizio come l'Adelina, a quest'ora forse andrebbe in carrozza per conto suo, invece di tenerci il marito a buscarsi da vivere.
Tant'è, suo marito, quando vedeva passare l'Adele, dondolandosi come la mamma nel vestitino nero, sotto quelle occhiate che gridavano anch'esse: - Vettura? - non poteva frenarsi di far schioccare la frusta, a rischio di tirarsi addosso il cappellone di guardia lì vicino.
Ma là! Bisognava masticare la briglia, che non s'era più puledri scapoli, e adattarsi al finimento che s'erano messi addosso, lui e la Ghita, la quale continuava a far figliuoli, che non pareva vero, e non si sapeva più come impiegarli.
Il maggiore, nel treno militare, I reggimento, e sarebbe stato un bel pezzo di cocchiere.
L'altro, stalliere della società degli omnibus.
L'ultimo aveva voluto fare lo stampatore, perché aveva visto i ragazzi della tipografia, lì nella contrada, comprar le mele cotte a colazione, col berrettino di carta in testa.
E infine una manata di ragazzine cenciose, che l'Adelina non permetteva le andassero dietro, e si vergognava se le incontrava per la strada.
Voleva andar sola, lei, per le strade; tanto che un bel giorno spiccò il volo, e non tornò più in via della Stella.
Al Bigio che si disperava e voleva correre col suo legno chissà dove, la Ghita ripeteva: - Che pretendi? L'Adelina era fatta per esser signora, cagna d'una miseria! -
Lei si consolava colla portinaia lì sotto, scaldandosi al braciere, o dal liquorista, dove andava a comprare di soppiatto un bicchierino sotto il grembiule.
Ma il Bigio aveva un bel fermarsi a tutte le osterie, ché quando era acceso vedeva la figliuola in ogni coppia misteriosa che gli faceva segno di fermarsi, e ordinava soltanto - Gira! - lei voltandosi dall'altra parte, e tenendo il manicotto sul viso, - e quando incontrava un legno sui Bastioni, lemme lemme, colle tendine calate, e quando al veglione smontava una ragazza, che di nascosto non aveva altro che il viso, egli brontolava, qualunque fosse la mancia, e si guastava cogli avventori.
Cagna miseria! come diceva la Ghita.
Denari! tutto sta nei denari a questo mondo! Quelli che scarrozzavano colle tendine chiuse, quelli che facevano la posta alle ragazze dinanzi al caffè, quelli che si fregavan le mani, col naso rosso, uscendo dal Cova! c'era gente che spendeva cento lire, e più, al veglione, o al teatro; e delle signore che per coprirsi le spalle nude avevano bisogno di una pelliccia di mille lire, gli era stato detto; e quella fila di carrozze scintillanti che aspettavano, lì contro il Marino, col tintinnio superbo dei morsi e dei freni d'acciaio, e gli staffieri accanto che vi guardavano dall'alto in basso, quasi ci avessero avuto il freno anch'essi.
Il suo ragazzo medesimo, quello dell'Anonima, allorché gli facevano fare il servizio delle vetture di rimessa, dopo che si era insaccate le mani sudice nei guanti di cotone, se le teneva sulle cosce al pari della statua dal robone, e non avrebbe guardato in faccia suo padre che l'aveva fatto.
Piuttosto preferiva l'altro suo figliuolo, quello che aiutava a stampare il giornale.
Il Bigio spendeva un soldo per leggere a cassetta, fra una corsa e l'altra, tutte le ingiustizie e le birbonate che ci sono al mondo, e sfogarsi colle stampate.
Aveva ragione il giornale.
Bisognava finirla colle ingiustizie e le birbonate di questo mondo! Tutti eguali come Dio ci ha fatti.
Non mantelli da mille lire, né ragazze che scappano per cercar fortuna, né denari per comperarle, né carrozze che costano tante migliaia di lire, né omnibus, né tramvai, che levano il pane di bocca alla povera gente.
Se ci hanno a essere delle vetture devono lasciarsi soltanto quelle che fanno il mestiere, in piazza della Scala, e levar di mezzo anche quella del n.
26, che trova sempre il modo di mettersi in capofila.
Il Bigio la sapeva lunga, a furia di leggere il giornale.
In piazza della Scala teneva cattedra, e chiacchierava come un predicatore in mezzo ai camerati, tutta notte, l'estate, vociando e rincorrendosi fra le ruote delle vetture per passare il tempo, e di tanto in tanto davano una capatina dal liquorista che aveva tutta la sua bottega lì nella cesta, sulla panca della piazza.
L'è un divertimento a stare in crocchio a quell'ora, al fresco, e di tanto in tanto vi pigliano anche per qualche corsa.
Il posto è buono, c'è lì vicino la Galleria, due teatri, sette caffè, e se fanno una dimostrazione a Milano, non può mancare di passare di là, colla banda in testa.
Ma in inverno e' s'ha tutt'altra voglia! Le ore non iscorrono mai, in quella piazza bianca che sembra un camposanto, con quei lumi solitari attorno a statue fredde anch'esse.
Allora vengono altri pensieri in mente - e le scuderie dei signori dove non c'è freddo, e l'Adele che ha trovato da stare al caldo.
- Anche colui che predica di giorno l'eguaglianza nel giornale, a quell'ora dorme tranquillamente, o se ne torna dal teatro, col naso dentro la pelliccia.
Il caffè Martini sta aperto sin tardi, illuminato a giorno che par si debba scaldarsi soltanto a passar vicino ai vetri delle porte, tutti appannati dal gran freddo che è di fuori; così quelli che ci fanno tardi bevendo non son visti da nessuno, e se un povero diavolo invece piglia una sbornia per le strade, tutti gli corrono dietro a dargli la baia.
Di facciata le finestre del club sono aperte anch'esse sino all'alba.
Lì c'è dei signori che non sanno cosa fare del loro tempo e del loro denaro.
E allorché sono stanchi di giuocare fanno suonare il fischietto, e se ne vanno a casa in legno, spendendo solo una lira.
Ah! se fosse a cassetta quella povera donna che sta l'intera notte sotto l'arco della galleria, per vendere del caffè a due soldi la tazza, e sapesse che porta delle migliaia di lire, vinte al giuoco in due ore, nel paletò di un signore mezzo addormentato, passando lungo il Naviglio, di notte, al buio!...
O quegli altri poveri diavoli che fingono di spassarsi andando su e giù per la galleria deserta, col vento che vi soffia gelato da ogni parte, aspettando che il custode vòlti il capo, o finga di chiudere gli occhi, per sdraiarsi nel vano di una porta, raggomitolati in un soprabito cencioso.
Questi qui non isbraitano, non stampano giornali, non si mettono in prima fila nelle dimostrazioni.
Le dimostrazioni gli altri, alla fin fine, le fanno a piedi, senza spendere un soldo di carrozza.
AL VEGLIONE
C'era andato a portare un paniere di bottiglie, di quelle col collo inargentato, nel palco della contessa, e s'era fermato col pretesto di aspettare che le vuotassero; tanto, in cinque com'erano nel palchetto, non potevano asciugarle tutte, e qualcosa sarebbe rimasta anche in fondo ai piatti.
Sicché alle sue donne aveva detto: - Aspettatemi alla porta del teatro, in mezzo alla gente che sta a veder passare i signori -.
Lì, sull'uscio del palchetto, i servitori lo guardavano in cagnesco, coi loro faccioni da prete, ché i padroni stessi, là dentro il palco, come li aveva visti da una sbirciatina attraverso il cristallo, non stavano così impalati e superbiosi come quei servitori nelle loro livree nuove fiammanti.
Nel palco era un va e vieni di signori colla cravatta bianca, e il fiore alla bottoniera, come i lacchè delle carrozze di gala, che pareva un porto di mare.
E ogni volta che l'uscio si apriva arrivava come uno sbuffo di musica e d'allegria, una luminaria di tutti i palchetti di faccia, e una folla di colori rossi, bianchi, turchini, di spalle e di braccia nude, e di petti di camicia bianchi.
Anche la contessa aveva le spalle nude e le voltava al teatro, per far vedere che non gliene importava nulla.
Un signore che le stava dietro, col naso proprio sulle spalle, le parlava serio serio, e non si muoveva più di lì, che doveva sentir di buono quel posto.
L'altra amica, una bella bionda, badava invece a rosicarsi il ventaglio, guardando di qua e di là fuori del palco, come se cercasse un terno al lotto, e si voltava ogni momento verso l'uscio del corridoio, con quei suoi occhi celesti e quel bel musino color di rosa, tanto che il povero Pinella si faceva rosso in viso, come c'entrasse per qualcosa anche lui.
Ah, la Luisina che era lì fuori, nella folla, non gli era sembrata fatta di quella pasta nemmeno quando l'aspettava alla porta dei padroni, via S.
Antonio, la domenica, che s'erano picchiati col servitore del pian di sotto, il quale pretendeva che la Luisina desse retta a lui, perché ci aveva il soprabitone coi bottoni inargentati.
Quest'altro, quel faccione da prete, impalato dietro l'uscio, gli disse: - E lei? Cosa sta ad aspettare qui?
- Aspetto le bottiglie, - rispose Pinella.
- Le bottiglie? Gliele daremo poi, le bottiglie; dopo cena.
C'è tempo, c'è tempo.
- Fossi matto! - pensava Pinella sgattaiolando pel corridoio.
- Di qui non mi muovo! -
Egli aveva visto che il suo padrone di casa per entrare in teatro aveva pagato 10 lire, sbuffando, ansimando pel grasso, rosso come un tacchino dentro il suo zimarrone di pelliccia, tastando i biglietti nel portafogli colle dita corte.
Fortuna che non aveva scorto Pinella, se no gli chiedeva lì stesso i denari della pigione.
Egli era già salito due volte sino al quinto piano, soffiando, per riscuoterli.
Ma la Luisina aveva acchiappato un reuma alla gamba, collo star di notte a vendere il caffè sotto l'arco della Galleria, e quei pochi soldi che buscava la Carlotta vendendo paralumi per le strade e nei caffè, se n'erano andati tutti in quel mese che la mamma era stata in letto.
Per le scale, e nei corridoi, c'era folla anche là.
Mascherine che strillavano e si rincorrevano; signore incappucciate, giovanotti col cappello sotto il braccio che le appostavano a chiacchierare sottovoce in un cantuccio all'oscuro.
Pinella riuscì a ficcarsi in un andito, fra le assi del palcoscenico, dietro una gran tela dipinta, dove c'erano degli strappi che parevano fatti apposta per mettervi un occhio.
Là si stava da papa.
Sembrava una lanterna magica.
Vedevasi tutto il teatro, pieno zeppo, dappertutto fin sulle pareti, per cinque piani.
Lumi, pietre preziose, cravatte bianche, vesti di seta, ricami d'oro, braccia nude, gambe nude, gente tutta nera, strilli, colpi di gran cassa, squilli di tromba, stappare di bottiglie, un brulichio, una baraonda.
- Bello! eh? - gli soffiò dietro le orecchie un ragazzone che era entrato di straforo come lui.
- Eccome! - esclamò Pinella - E' si divertono per 10 lire! - Lì davanti, su di una panca a ridosso della scena, erano sedute due mascherine, e cercavano di esser sole anche loro, perché avevano un mondo di cose da dirsi.
Lui, il giovanotto, gliele lasciava cascare sul collo, che la ragazza aveva bianco e delicato, così che quei ricciolini sulla nuca tremavano come avessero freddo, e le spalle pure trasalivano, e si facevano rosse mentre ella chinava il capo, non ricordandosi neppure che ci aveva la maschera sul viso.
- La ci casca! La casca! - gongolava il vicino di Pinella.
Ma il povero Pinella in quel momento osservava che la ragazza era magrolina e aveva i capelli castagni come la Carlotta.
E l'altro insisteva, insisteva, col fiato caldo sul collo di lei, che avvampava quasi ci si scaldasse, e ritirava pian piano gli stivalini di raso sotto la panca, come per nascondere le gambe nude, nella maglia color di rosa, che luccicava qua e là, e sembrava arrossire anch'essa.
Ah, la Carlotta aspettava di fuori, al freddo, è vero; ma Pinella era più contento così.
- La ci va! La ci va! - continuava il suo vicino.
La ragazza s'era levata, per forza, col mento sul petto, e il seno che si contraeva come un mantice, sotto i ricami d'oro falso.
L'altro le aveva preso il braccio, e la tirava, la tirava.
Ella si lasciava tirare, passo passo, colle gambe nude che esitavano l'una dietro l'altra.
- Tombola! - urlò loro dietro il ragazzaccio.
E sparvero nella folla.
Pinella se ne andò anche lui col cuore grosso, pensando che una volta aveva sorpreso la Carlotta in piazza della Rosa, a chiacchierare con un giovanotto, proprio come quest'altro, colle guance rosse e il mento sul petto.
Ella aveva trovato il pretesto che il giovanotto era un avventore il quale aveva bisogno di una dozzina di paralumi, a casa sua.
A cavalcioni sul parapetto di un palco in prima fila si vedeva una ragazza, vestita all'incirca tal quale l'aveva messa al mondo sua madre, e a viso scoperto, che era bello come il sole, e non aveva bisogno di nasconder nulla.
Colle gambe che lasciava spenzolare fuori del palco, minacciava tutti quelli che le venivano a tiro, giovani, vecchi, signori, quel che fossero, e se uno non chinava il capo nel passare dinanzi a lei, glielo faceva chinare per forza.
Né ci era da aversela a male, tanto era bella e allegra col bicchiere in mano e le braccia bianche levate in alto; e conosceva tutti, e li chiamava col tu per nome a uno ad uno.
Ad un bel giovane che le sorrideva sotto il palco, ritto e fiero ella gli vuotò sul capo il bicchiere di sciampagna.
- Questo qui, - disse uno nella folla, - s'è maritato che non è un mese, e la sposa è lì che guarda, in seconda fila -.
La sposa in seconda fila, tutta bianca e col viso di ragazza, stava a vedere, seria seria, e con grand'occhi intenti.
- Adesso, - pensò Pinella, l'è ora di andare dalla contessa, per le bottiglie -.
Nel palco colle cortine rosse calate, dopo l'allegria di prima, s'erano fatti tutti seri e taciturni, che non vedevano l'ora di andarsene, e posavano i gomiti sulla tavola, carica di lumi e d'argenterie, coi mazzi di fiori da cento lire buttati in un canto.
Nello stanzino dirimpetto i servitori mangiavano in fretta, mentre sparecchiavano, imboccando le bottiglie a guisa di trombetta, appena fuori del palco, cacciando i guanti nelle salse e nei dolciumi, lustri e allegri come mascheroni di fontana.
Quello del faccione, il superbioso, appena vide arrivare Pinella, cominciò a sclamare: - Corpo!...
- e voleva mandarlo via.
Ma un vecchietto tutto bianco e raggricchiato in una livrea color marrone, disse:
- No! No! lasciatelo stare.
Ce n'è per tutti.
È carnevale, allegria! allegria! -
Anzi gli tagliò una bella fetta di pasticcio, e un altro, colla bocca piena, bofonchiò:
- E' costa cento lire -.
Il vecchiotto, rizzando su la personcina, aggiunse: - Quando stavo col duca, nel palco, a ogni veglione, si stappavano delle bottiglie per più di 1000 lire -.
- Presto! presto! - venne a dire il faccione, forbendosi il mento in furia con una tovaglia sudicia.
- I padroni hanno ordinato le carrozze -.
A Pinella, sembrava invece che andavano via sul più bello, e mentre raccoglieva le bottiglie non sapeva capacitarsi perché si sciupassero tanti denari e tanti pasticci da 100 lire se ci si annoiava così presto.
Ora che aveva bevuto si sentiva anch'egli il caldo e la smania dell'allegria.
I palchi cominciavano a vuotarsi, e dagli usci spalancati intanto si vedeva la folla irrompere di nuovo in platea come un fiume, coi volti accesi, i capelli arruffati, le vesti discinte, le maglie cascanti, le cravatte per traverso, i cappelli ammaccati, strillando, annaspando, pigiandosi, urlando, in mezzo al suono disperato dei tromboni, ai colpi di gran cassa; e un tanfo, una caldura, una frenesia che saliva da ogni parte, un polverìo che velava ogni cosa, denso, come una nebbia, sulla galoppa che girava in fondo a guisa di un turbine, e da un canto, in mezzo a un cerchio di signori in cravatta bianca, pallidi, intenti, ansiosi, che facevano largo per vedere, una coppia più sfrenata delle altre, cogli occhi schizzanti fuori della maschera come pezzi di carbone acceso, i denti bianchi, ghignando, il viso smorto, la testa accovacciata, gli omeri che scappavano dal busto, le gambe nude che s'intrecciavano, con molli contorcimenti dei fianchi.
E in seconda fila lassù, la bella sposina dal viso di ragazza, tutta bianca, ritta dinanzi al parapetto, che spalancava gli occhi curiosi, indugiando, mentre suo marito le poneva la mantiglia sulle spalle, e trasaliva al contatto dei guanti di lui.
La Luisina e la Carlotta aspettavano alla porta del teatro, nella piazza bianca di neve, col viso rosso, battendo i piedi e soffiando sulle dita in mezzo alla folla che spalancava gli occhi per veder passare le belle dame imbacuccate nelle pellicce bianche, dietro i vetri scintillanti delle carrozze.
E ad ogni modesto legno di piazza che si avanzava barcollando, la Carlotta guardava le coppie misteriose che vi montavano, accompagnava le gambe in maglia color di rosa cogli stessi grandi occhi avidi e curiosi della sposina tutta bianca, che era in seconda fila.
IL CANARINO DEL N.
15
Come il bugigattolo dei portinai non vedeva mai il sole, e avevano una figliuola rachitica, la mettevano a sedere nel vano della finestra, e ve la lasciavano tutto il santo giorno, sicché i vicini la chiamavano "Il canarino del n.
15".
Màlia vedeva passar la gente; vedeva accendere i lumi la sera; e se entrava qualcuno a chiedere di un pigionale rispondeva per la mamma, la sora Giuseppina, che stava al fuoco, o a leggere i giornali dei casigliani.
Sinché c'era un po' di luce faceva anche della trina, con quelle sue mani pallide e lunghe; e un giovanetto della stamperia lì dicontro, al veder sempre dietro i vetri quel visetto, che era delicato, e con delle pèsche azzurre sotto gli occhi, se n'era come si dice innamorato.
Ma poi seppe la storia del canarino, e di mezza la persona che era morta sino alla cintola, e non alzò più gli occhi, quando andava e veniva dalla stamperia.
Ella pure ci aveva badato: tanto nessuno la guardava mai! e quel po' di sangue che le restava le tingeva come una rosa la faccia pallida, ogni volta che udiva il passo di lui sull'acciottolato.
La stradicciuola umida e scura le sembra gaia, con quello stelo di pianticella magra che si dondolava dal terrazzino del primo piano e quei finestroni scuri della tipografia dirimpetto, dov'era un gran lavorìo di pulegge, e uno scorrere di strisce di cuoio, lunghe, lunghe, che non finivano mai, e si tiravano dietro il suo cervello, tutto il giorno.
Sul muro c'erano dei gran fogli stampati, che ella leggeva e tornava a leggere, sebbene li sapesse a memoria; e la notte li vedeva ancora, nel buio, cogli occhi spalancati, bianchi, rossi, azzurri, mentre si udiva il babbo che tornava a casa cantando con voce rauca: - O Beatrice, il cor mi dice -.
Ella pure, la Màlia si sentiva gonfiare in cuore la canzone, quando i monelli passavano cantando e battendo gli zoccoli sul terreno ghiacciato, nella nebbia fitta.
Ascoltava, ascoltava, col mento sul petto, e provava e riprovava la cantilena sottovoce, davvero come un canarino che ripassi la parte.
Diventava anche civettuola.
La mattina, prima che la mettessero dietro la finestra, si lisciava i capelli, e ci appuntava un garofano, quando l'aveva, con quelle mani scarne.
Come la Gilda, sua sorella, si attillava per andar dalla sarta, col velo nero sulla testolina maliziosa, e cutrettolava vispa vispa nella vestina tutta in fronzoli, la guardava con quel sorriso dolce e malinconico sulle labbra pallide, poi la chiamava con un cenno del capo, e voleva darle un bacio.
Un giorno che la Gilda le regalò un fiocchetto di nastro smesso, ella si fece rossa dal piacere.
Alle volte le moriva sulle labbra la domanda se nei giornali non ci fosse un rimedio per lei.
La poveretta non si stancava mai di aspettare che quel giovane tornasse ad alzare il capo verso la finestra.
Aspettava, aspettava, cogli occhi alla viuzza, e le dita scarne che facevano andare la spoletta.
Ma poi lo vide che accompagnava la Gilda, passo passo, tenendo le mani nelle tasche, e si fermarono ancora a chiacchierare sulla porta.
Si vedeva soltanto la schiena di lui, che le parlava con calore, e la Gilda pensierosa raspava nel selciato colla punta dell'ombrellino.
Essa poi disse:
- Qui no, che c'è la Màlia a far la sentinella, ed è una seccatura -.
Alfine un sabato sera il giovanotto entrò anche lui insieme alla Gilda, e si misero a chiacchierare colla sora Giuseppina, che metteva delle castagne nella cenere calda.
Si chiamava Carlini; era scapolo, compositore-tipografo, e guadagnava 36 lire la settimana.
Prima d'andarsene diede la buona sera anche alla Màlia, che stava al buio nel vano della finestra.
D'allora in poi cominciò a venire sovente, poi quasi ogni sera.
La sora Giuseppina aveva preso a volergli bene, pel suo fare ben educato, ché non veniva mai colle mani vuote: confetti, mandarini, bruciate, alle volte anche una bottiglia sigillata.
Allora si fermava in casa anche il babbo della ragazza, il sor Battista, a chiacchierare col Carlini come un padre, dicendogli che voleva cucirgli lui il primo vestito nuovo, se mai.
Egli ci aveva là il banco e le forbici da sarto, e il ferro da stirare, e l'attaccapanni, e lo specchio dei clienti.
Adesso lo specchio serviva per la Gilda.
Mentre il giovane aspettava l'innamorata, si metteva a discorrere colla Màlia; le parlava della sorella, le diceva quanto le volesse bene, e che incominciava a mettere dei soldi alla Cassa di Risparmio.
Appena tornava la Gilda si mettevano a sussurrare in un cantuccio, bocca contro bocca, pigliandosi le mani allorché la mamma voltava le spalle.
Una sera egli le diede un grosso bacio dietro l'orecchio, mentre la sora Giuseppina sbadigliava in faccia al fuoco, e Carlini credeva che nessuno li vedesse, tanto che alle volte se ne andava senza pensare nemmeno che la Màlia fosse là, per darle la buonanotte.
Una domenica arrivò tutto contento colla nuova che aveva trovata la casa che ci voleva: due stanzette a Porta Garibaldi, ed era anche in trattative per comprare i mobili dell'inquilino che sloggiava, un povero diavolo col sequestro sulle spalle, per via della pigione.
Il Carlini era così contento che diceva alla Màlia:
- Peccato che non possiate venire a vederla anche voi! -
La ragazza si fece rossa.
Ma rispose:
- La Gilda sarà contenta lei -.
Ma la Gilda non sembrava molto contenta.
Spesso il Carlini l'aspettava inutilmente, e si lagnava colla Màlia di sua sorella, che non gli voleva bene come lui gliene voleva, e gli lesinava le buone parole e tutto il resto.
Allora il povero giovane non la finiva più coi piagnistei; raccontava ogni cosa per filo e per segno: che piacere le aveva fatto la tal parola, come sorrideva con quella smorfietta, come s'era lasciata dare quel bacio.
Almeno provava un conforto nello sfogarsi colla Màlia.
Gli pareva quasi di parlare colla Gilda, tanto la Màlia somigliava a sua sorella, nell'ombra, mentre lo ascoltava guardandolo con quegli occhi.
Arrivava perfino a prenderle la mano, dimenticando che era mezzo morta su quella seggiola.
- Guardate, - le diceva.
- Vorrei che la Gilda foste voi, col cuore che avete! -
Stava lì per delle ore, colle mani sui ginocchi, finché tornava la Gilda.
Almeno udiva il trottarello lesto dei suoi tacchetti, e la vedeva arrivare con quel visetto rosso dal freddo, e quegli occhi belli che interrogavano in giro tutta la stanzetta al primo entrare.
La Gilda era vanarella e ambiziosa; gli aveva proibito di accompagnarla colla sua camiciuola turchina da operaio, quando andava impettita per via.
Una sera Màlia la vide tornare a casa in compagnia di un signorino, di cui la tuba lucida passava rasente al davanzale, e si fermarono sulla porta come faceva prima col Carlini.
Ma a costui non disse nulla.
Il poveraccio s'era dissestato.
La pigione di casa, i mobili da pagare, i regalucci per la ragazza, il tempo che perdeva: tanto che il direttore della tipografia gli aveva detto: - A che giuoco giuochiamo? - Egli tornava a confidarsi colla Màlia, e la pregava:
- Dovreste parlagliene voi a vostra sorella -.
Gilda fece una spallucciata, e rispose alla Màlia:
- Piglialo tu -.
A capodanno il Carlini portò in regalo un bel taglio di lanina a righe rosse; tanto rosse che la Gilda diede in uno scoppio di risa, e disse che era adatta per qualche contadina di Desio o di Gorla, come le aveva viste a Loreto.
Il giovanotto rimaneva mortificato con l'involto in mano, ripiegandolo adagio adagio, e lo offrì alla Màlia, se lo voleva lei.
Era il primo regalo che la Màlia riceveva e le parve una gran cosa.
La sora Giuseppina, per scusare l'uscita della Gilda, prese a dire che quella ragazza era di gusto fine, come una signora, e non trovava mai cosa abbastanza bella pel suo merito.
- Per quella figliuola là non sto mica in pena - soleva dire.
La Gilda infatti veniva a casa ora con una mantiglia nuova, che le gonfiava il seno tutto di frange, ora con le scarpine che le strizzavano i piedi, ed ora con un cappellaccio peloso che faceva ombra sugli occhi lucenti al pari di due stelle.
Una volta portò un braccialetto d'argento dorato, con una ametista grossa come una nocciuola, che passò di mano in mano per tutto il vicinato.
La mamma gongolava e strombazzava i risparmi che faceva la figliuola dalla sarta.
La Màlia volle vedere anche lei; e il babbo stava per stendere le mani, e lo chiese in prestito per una sera, onde mostrarlo agli amici, dal tabaccaio e dal liquorista lì accanto.
Ma la Gilda si ribellò.
Allora il sor Battista cominciò a gridare se ella tornava a casa tardi, e a sfogarsi con Carlini che perdeva il suo tempo e i regalucci dietro quell'ingrata, la quale non aveva cuore nemmeno pei genitori.
Gilda un bel giorno gli levò l'incomodo di aspettarla più.
Malgrado le sbravazzate del sor Battista nella casa ci fu il lutto.
La sora Giuseppina non fece altro che brontolare e litigare col marito tutta sera.
Il sor Battista andò a letto ubbriaco.
La Màlia udì sino all'alba il Carlini che aspettava passeggiando nella strada.
Poi la sora Carolina, che vendeva i giornali lì alla cantonata, venne a raccontare qualmente avevano vista la Gilda in Galleria, vestita come una signora.
Il babbo giurò che voleva andare col Carlini in traccia del sangue suo, quella domenica, e l'accompagnarono a casa che non si reggeva in piedi.
Il Carlini si era affiatato col sor Battista.
Lavorava soltanto quando non poteva farne a meno, ora qua e là nelle piccole stamperie, l'accompagnava all'osteria, e tornavano a braccetto.
In casa s'era fatto come un della famiglia per abitudine.
Accendeva il fuoco o il gas per le scale, menava la tromba, teneva sempre in ordine i ferri del sarto, caso mai servissero, e scopava anche la corte, per risparmiare la sora Giuseppina, giacché suo marito non stava in casa gran fatto.
La sora Giuseppina, per gratitudine, voleva fargli credere che la Gilda gli volesse sempre bene, e sarebbe tornata un giorno o l'altro.
Egli scuoteva il capo; ma gli piaceva discorrerne colla vecchia, o colla Màlia, che somigliava tutta a sua sorella.
Gli pareva di alleggerirsi il cuore in tal modo, quando ella l'ascoltava fra chiaro e scuro, fissandolo con quegli occhi.
E una volta che era stato all'osteria, e si sentiva una gran confusione dalla tenerezza, le diede anche un bacio.
La Màlia non gridò: ma si mise a tremare come una foglia.
Già non c'era avvezza, e la mamma per lei non stava in guardia.
L'indomani, a testa riposata, Carlini era venuto a chiacchierare come il solito, spensierato e indifferente.
Ma la poveretta si sentiva sempre quel bacio sulla bocca, col fiato acre di lui, e vi aveva pensato tutta la notte.
Allora in principio di primavera, come se quel bacio fosse stato del fuoco vivo, Màlia cominciò a struggersi e a consumarsi a poco a poco.
La mamma ripeteva alla sora Carolina e alla portinaia della casa accanto che il male le saliva dalle gambe per tutta la persona.
Il medico glielo aveva detto.
Il marzo era piovoso.
Tutto il giorno si udiva la grondaia che scrosciava sul tetto di vetro della stamperia, e la gente che sfangava per la stradicciuola.
Ogni po' si fermava alla porta un legno grondante acqua, e sbattevano in furia gli sportelli e l'usciale.
- Questa è la Gilda, - esclamava la mamma.
La Màlia pallida cogli occhi fissi alla porta, non diceva nulla, ma s'affilava in viso.
Poi nell'ora malinconica in cui anche la finestra si oscurava, passava la voce lamentevole di quel che vendeva i giornali: - Secolo! il Secolo! - come una malinconia che cresceva.
E la Gilda non veniva.
Al san Giorgio, com'era tornato il bel tempo, la giornalista lì accanto ed altri vicini progettarono una gita in campagna.
Il Carlini, che s'era fatto di casa, fu della partita anche lui.
La sera scesero dal tramvai tutti brilli, e portando delle manciate di margheritine e di fiori di campo.
Il Carlini, in vena di galanteria, volle regalare alla Màlia tutti quei fiori che gli impacciavano le mani.
La povera malata ne fu contenta, come se le avessero portato un pezzo di campagna.
Dal suo lettuccio aveva vista la bella giornata di là dalla finestra, sul muro dirimpetto che sembrava più chiaro, colla pianticella del terrazzino che metteva le prime foglie.
Ella voleva che le piantassero quei fiorellini in un po' di terra, perché non morissero, in qualche coccio di stoviglia, che ce ne dovevano essere tante in cucina.
Un capriccio da moribonda, si sa.
Gli altri rispondevano ridendo che era come far camminare un morto.
Per contentarla ne collocarono alcuni in un bicchier d'acqua sul cassettone, e a fine di tenerla allegra tirarono fuori il discorso della veste a righe rosse e nere, tuttora in pezza, che la Màlia si sarebbe fatta fare, quando stava meglio.
Suo padre ci aveva le forbici, e il refe e tutti i ferri del mestiere.
La poveretta li ascoltava guardandoli in volto ad uno ad uno, e sorrideva come una bambina.
Il giorno dopo i fiori del bicchiere erano morti.
Nel bugigattolo mancava l'aria per vivere.
L'estate cresceva.
Giorno e notte bisognava tener spalancata la finestra pel gran caldo.
Il muro di faccia si era fatto giallo e rugoso.
Quando c'era la luna scendeva sin nella stradicciuola in un riflesso chiaro e smorto.
Si udivano le mamme e i vicini chiacchierare sulle porte.
Al ferragosto il sor Battista coi denari delle mance prese una sbornia coi fiocchi, e si picchiarono colla sora Giuseppina.
Il Carlini, nel far da paciere, si buscò un pugno che l'accecò mezzo.
La Màlia quella sera stava peggio; e con quello spavento per giunta, il medico che veniva pel primo piano disse chiaro e tondo che poco le restava da penare, povera ragazza.
A quell'annunzio babbo e mamma fecero la pace, e venne anche la Gilda vestita di seta, senza che si sapesse chi glielo aveva detto.
La Màlia invece credeva di star meglio, e chiese che le sciorinassero sul letto il vestito in pezza del Carlini, onde "farci festa" diceva lei.
Stava a sedere sul letto, appoggiata ai guanciali, e per respirare si aiutava muovendo le braccia stecchite, come fa un uccelletto delle ali.
La sora Carolina disse che bisognava andare pel prete, e il babbo che quelle minchionerie le aveva sempre disprezzate col Secolo, se ne andò all'osteria in segno di protesta.
La sora Giuseppina accese due candele, e mise una tovaglia sul cassettone.
Màlia, al vedere quei preparativi si scompose in viso, ma si confessò col prete, anche il bacio del Carlini, e dopo volle che la mamma e la sorella non la lasciassero sola.
Il babbo, l'aspettarono, s'intende.
La sora Giuseppina si era appisolata sul canapè, e Gilda discorreva sottovoce col Carlini accanto alla finestra, credendo che la Màlia dormisse.
Così la poveretta passò senza che se ne accorgessero, e i vicini dissero che era morta proprio come un canarino.
Il babbo il giorno dopo pianse come un vitello e la sua moglie sospirava:
- Povero angelo! Hai finito di penare! Ma eravamo abituati a vederla là, a quella finestra, come un canarino.
Ora ci parrà di esser soli peggio dei cani -.
La Gilda promise di tornar spesso e lasciò i denari pel funerale.
Ma a poco a poco anche il Carlini diradò le visite, e come aveva cambiato alloggio a San Michele, non si vide più.
Sulla finestra il babbo, per mutar vita, fece inchiodare un pezzetto d'asse, con su l'insegna "Sarto" la quale vi rimase tale e quale come il canarino del n.
15.
AMORE SENZA BENDA
Battista, il ciabattino, era morto col crepacuore che Tonio, suo eguale, fosse arrivato a metter bottega in Cordusio, e lui no: la vedova seguitava ad arrabattarsi facendo la levatrice in Borgo degli Ortolani, magra come un'acciuga, con delle mani spolpate che sembrava se le fosse fatte apposta pel suo mestiere.
Tutta pel figliuolo, Sandro, un ragazzo promettente, che "l'avrebbe fatta morire nelle lenzuola di tela fine, se Dio voleva, com'era nata", diceva la sora Antonietta a tutto il vicinato; e si turava il naso colle dita gialle quando saliva certe scale.
Dell'altra figlia non parlava mai: che era portinaia in San Pietro all'Orto, e il marito le faceva provar la fame.
Sandrino aveva la sua ambizione anche lui, e gli era venuta una volta che il padrone l'aveva condotto a vedere il ballo del Dal Verme, in galleria.
Volle essere artista, comparsa o tramagnino.
La sora Antonietta chiudeva gli occhi perché Sandrino era il più bel brunetto di Milano, - non lo diceva perché l'avesse fatto lei! - ed anche pei cinquanta centesimi che si buscava ogni sera a quel mestiere.
Quando ballava la tarantella del Masaniello, vestito da lazzarone, la contessa del palchetto a sinistra se lo mangiava con gli occhi, dicevano.
A lui non glie ne importava della contessa, perché era fatta come un salame nella carta inargentata; ma ci aveva gusto pei suoi compagni di bottega, che si martellavano d'invidia a batter la suola tutto il giorno, lo canzonavano e lo chiamavano "sor conte" per gelosia.
La domenica, colla giacchetta attillata, e il virginia da sette all'aria, se ne andava girelloni sul corso, più alto un palmo del solito, a veder le contesse.
All'occorrenza parlava di tanti che erano cominciati ballerini, tramagnini al pari di lui, o anche semplici comparse, per arrivare ad essere coreografi, cavalieri, ricchi sfondolati, artisti insomma, tale e quale come il maestro Verdi.
- Artisti da piedi! - rispondeva la mamma.
- No, no, ci vuol altro! - Ella aveva messo gli occhi addosso alla figlia unica del padrone di casa, carbonaio, una grassona col naso a trombetta, e le mani piene di geloni sino a tutto aprile.
- Con quella lì, quando fosse morto il vecchio, c'era da mettere carrozza e cavalli.
Perciò teneva l'orfanella come la pupilla degli occhi suoi, le faceva da madre, la lisciava e l'accarezzava.
Nelle serate a benefizio della famiglia artistica, quando la Scala rimaneva quasi vuota, si faceva dare gratis dei biglietti di piccionaia, e conduceva al ballo tutta la famiglia, il carbonaio colla camicia di bucato e la ragazza strizzata nello spenserino di seta celeste, per mostrare il suo Sandro, là, quello colle lenticchie d'oro sulle mutande, che faceva girare il lanternone! Un ragazzo di talento! Purché non si fosse indotto a far qualche scioccheria colle contesse che sapeva lei! Il carbonaio spalancava gli occhi al veder le ballerine, e diventava rosso che pareva gli stesse per venire un accidente.
Ma Sandrino non voleva saperne della carbonaia.
Egli s'era innamorato di Olga, una ragazza del corpo di ballo, dal musino di gatta con tanto di pèsche sotto gli occhi, che non aveva ancora sedici anni.
La mamma di lei, ortolana in via della Vetra, soleva dire alle vicine:
- Non volevo che facesse la ballerina; ma quella ragazza si sentiva il mestiere nel sangue -.
La Olga quando ammazzolava le carote colle mani sudice, chiamavasi Giovanna, e aveva una vesticciuola sbrindellata indosso.
Allorché la Carlotta, lì vicino, le regalava un nastro vecchio, e poteva scappar da lei a infarinarsi il viso, borbottava tutta contenta:
- Vedete, se fossi come la Carlotta! Qui mi si rovinano le mani, ogni anno! -
E tutta sola, davanti allo specchio della ballerina, tirava su le gonnelle, e studiava i passi e le smorfie, e a dimenare i fianchi.
Alla Scala da principio se ne stava lì grulla, ritta sulle zampe come il pellicano, non sapendo cosa farne.
Sandrino prese a proteggerla perché le altre ragazze la tormentavano coi motteggi.
- Non dia retta, sora Giovannina.
Son canaglia, che hanno la superbia nel vestito; ma se vedesse che camicie, nello spogliatoio! - Ella, per riconoscenza, gli piantava addosso quegli occhi che facevano girare il capo.
La prima volta che si lasciò rubare un bacio, al buio nel corridoio, gli si attaccò al collo, come una sanguisuga, e giurarono di amarsi sempre.
La sora Antonietta inferocita, non voleva sentirne parlare; e sbuffava ogni volta che Sandrino gliela conduceva a casa la domenica.
Solo il carbonaio l'accoglieva amorevolmente, e le prendeva il ganascino, colle mani sudice che lasciavano il segno.
Sandro duro come un mulo.
Infine sua madre andò a dire il fatto suo a quella di via della Vetra: - Cosa s'erano messi in testa quei presuntuosi? Volevano far sposare a Sandrino una che mostrava le gambe per cinquanta lire al mese? Meglio di quella glie ne erano passate tante per le mani, che erano cadute per l'ambizione di chiappare il sole e la luna! - Il sole e la luna! - rimbeccò l'ortolana - col bel mestiere che fa la mamma, che ogni momento vi chiamano in questura e dinanzi al giudice! - Sandrino, quella volta, s'era presi degli schiaffi nel mettere pace; e la Olga, causa innocente, per consolarlo alla prova gli saltò in mutandine sulle ginocchia, come una bambina.
- Quando quella ragazza si farà - dicevano le più esperte della scuola - vedrete! -
Intanto cominciarono a ronzarle attorno i mosconi delle sedie d'orchestra, e la Nana, a cui Sandrino giurava di voler raddrizzar le gambe storte, portava i bigliettini e i mazzi di fiori.
La Olga resisteva.
Ma quando il barone delle poltrone le piantava addosso l'occhialetto, la ragazza tendeva il garretto, e lasciava correre in platea delle occhiate nere come il diavolo.
La Carlotta, vedendo che quella pitocca raccolta da lei stessa, alla sua porta, voleva levargli il pane, sputava veleno contro Sandrino che vedeva e taceva.
- No che non taccio! - sclamava Sandrino.
- Sentirete quel che farò se me ne accorgo io! -
Una sera stava vestendosi pel ballo, col cappellaccio a piume, e il mantello ricamato d'oro quando vide passare la Nana, con un mazzo di fiori, che infilava arrancando il corridoio delle ballerine.
- Sangue di!...
corpo di!...
- cominciò a sbraitare; ma pel momento non poté far altro, ché di fuori chiamavano pel ballo.
Olga comparve l'ultima, infarinata come un pesce, scutrettolando più che mai, e col garretto teso, quasi avesse preso un terno secco quella sera.
- Olga, - le disse Sandrino sotto la fontana di carta, mentre le ragazze si schieravano scalpicciando e sciorinando le gonnelline.
- Olga, non mi fare la civetta, o guai a te!...
-
La Olga avrebbe potuto stare nella prima quadriglia, tanto si sbracciava e dimenava i fianchi, che bisognava scorgerla per forza.
- O che non l'abbassa mai l'occhialetto quello sfacciato! - borbottava lui, mentre sgambettava con grazia reggendo la ghirlanda di fiori di tela, sotto la quale Olga passava e ripassava luccicante e con tutte le vele al vento.
Ella, per togliersi la seccatura, gli rispose che quel signore voleva godersi i denari che spendeva.
- E tu ci hai gusto! - insisteva Sandro.
- Lo fai apposta! Quando hai a passare sotto la ghirlanda, ti chini come se io fossi nano.
- Mi chino come mi piace! - rispose lei alfine.
E per giunta il direttore assestò a lui la multa.
Al vederla così caparbia, con quegli occhi indiavolati, che buttava all'aria ogni cosa, egli se la mangiava con gli sguardi come quell'altro, e ballava fuori tempo dalla rabbia.
La Olga pareva che lo facesse apposta a girargli intorno senza farsi cogliere.
Infine, nel galoppo finale, poté balbettarle ansante sulla nuca:
- Se tu cerchi l'amoroso nelle poltrone, troverò anch'io qualcosa nei palchi.
- Bravo! - rispose lei.
- Ingégnati! -
Egli si strappava i pizzi e i ricami di dosso, buttandoli sul tavolaccio unto, e sbuffava e giurava che voleva aspettar davvero la contessa.
Ma questa gli passò accanto sotto il portico senza vederlo nemmeno, e il cocchiere, impellicciato sino al naso, gli andava quasi addosso coi cavalli, senza dir: - ehi! -
Sandrino tornò mogio mogio in via Filodrammatici, donde le ragazze uscivano in frotta, e la Irma strapazzava per bene il suo banchiere che non l'aveva aspettata come al solito sotto il portico dell'Accademia.
Olga veniva l'ultima, lemme lemme, col suo scialletto bianco che metteva freddo a vederlo, e un bel mazzo di rose sotto il naso.
- Vedi come la Irma sa farsi aspettare? - disse a Sandro.
- Ed è un signore con cavalli e carrozza! -
Sandrino pretendeva invece che gli dicesse chi le aveva date quelle rose.
Ma ella non volle dirglielo.
Poi gli inventò che gliele aveva regalate la Bionda.
- Vengono da Genova, - osservò.
- E costan molto! -
In questa li raggiunse una carrozza, all'angolo di via Torino, e il signore delle poltrone si affacciò allo sportello per buttare un bacio alla ragazza.
Sandrino gridava e sacramentava che voleva correr dietro al legno.
Ma lei lo trattenne per le falde del soprabito un po' malandato, sicché Sandrino si chetò subito.
- Perché hanno dei denari!...
Ma Dio Madonna!...
- Se mi accompagni per far di queste scene preferisco andarmene tutta sola, - disse lei.
- Lo so che sei già stufa! Se sei stufa, dimmelo che me ne vado! -
Ella non rispondeva, a capo chino, dimenando i fianchi, talché Sandrino si ammansò da lì a poco.
Quando era colla Olga non sentiva né il freddo, né la stanchezza, e l'avrebbe accompagnata in capo al mondo.
- Però, - brontolò lei, - qualche volta potresti pigliare un brum, col freddo che fa.
Sento la neve dai buchi delle scarpe.
- Vuoi che pigliamo il brum?
- No, adesso è inutile, adesso! -
E seguitava a brontolare.
- Del resto, pel gusto che c'è...
sono due anni che ho questo scialletto, e pare una tela di ragno! Come se tua madre non fosse venuta sino a casa mia per dire che volevano rubargli il figliuolo! Non siamo mica dei pezzenti, sai!
- Lascia stare, lascia stare - rispondeva lui, ma vedendo che infilava già la chiave nella toppa: - Così mi lasci, senza darmi un bacio?...
-
La Olga si volse e glielo diede.
Poi entrò nell'andito e chiuse l'uscio.
Il domani, Sandrino si fece anticipare quindici lire dal principale, e comperò un manicotto e una pellegrina di pelle di gatto.
Ma la Olga non venne alla prova.
Il giorno dopo le appiopparono la multa, ed ella snocciolò le lirette una sull'altra, sorridendo come niente fosse.
- Grandezze! - esclamò Sandrino, masticando veleno.
- Ha preso l'ambo, sora Olga! -
Giurò che voleva darle due schiaffi se la incontrava col barone, in parola d'onore! E glieli diede davvero, al caffè Merlo dei Giardini Pubblici, una domenica mentre pigliava il sorbetto coi guanti sino al gomito, sotto un cappellone tutto piume.
Pinf! panf! Il barone, pallido come un cencio, voleva compromettersi.
Però la Olga se lo condusse via, gridandogli di non sporcarsi le mani con quello straccione.
- Straccione! - borbottava lui.
- Ora che ci hai di meglio son diventato uno straccione! E par tisico in terzo grado il tuo barone! È vero che a questo mondo tutto sta nei denari! -
Ed ora faceva l'occhio di triglia alla sora Mariettina, la figlia del padrone di casa, dalla finestra del cortiletto puzzolente.
- La sta bene, sora Mariettina? Gran bella giornata oggi! - La mamma sottomano aggiungeva: - Quel ragazzo è innamorato morto di lei.
Ne farà una malattia, ne farà! - E si asciugava gli occhi col grembiule.
La sora Marietta si sentiva gonfiare il petto sino al naso.
Scendeva nel cortile, a pigliar aria, e si perdevano per la scaletta col giovane.
Il babbo, sempre in mezzo al suo carbone non si accorgeva di nulla.
Quando la sora Antonietta vide i ferri ben scaldati, annunziò che avrebbe fatto San Michele e se ne sarebbe andata via di quella casa per impedire il male, se era tempo.
Sandrino sospirava, guardando la ragazza; e tutti e due volevano buttarsi nel Naviglio, se avevano a lasciarsi.
- Non te l'avevo detto? - esclamava la madre; e tremava che non avesse a succedere qualche guaio grosso.
Quello scrupolo non le faceva chiuder occhio nella notte, e se ne confessava col sor prevosto perché ne parlasse al padre della ragazza.
Ma il carbonaio, che aveva l'anima nera come la pece, non volle sentir ragione.
- Bugie! Tutta invenzione della levatrice, che non si contenta di fare quel mestiere solo -.
Allora la Mariettina, a provare ch'era vero, scappò via con Sandro.
Egli le aveva detto come alla Olga: - O lei, o nessun'altra! -
In tal modo Sandrino ebbe la Mariettina, ma senza dote.
E la levatrice dovette adattarvisi pel decoro dell'impiego.
Allora il suocero si riconciliò con tutta la brigata, e andava dicendo che il veder quelle due tortorelle gli metteva il pizzicore di fare come loro, benedetti! Già, gli avevano preso la figliuola, e solo non poteva starci.
La sora Antonietta, abbaiando come un cane da caccia, venne a scoprire che il vecchio "impostore" gira e rigira era andato a cascare nella Olga, a Porta Renza, e gli costava un occhio del capo all'avaraccio: appartamento, donna di servizio, e mobili di mogano.
Il vecchio adesso voleva sposarla per fare economia, e mettersi in grazia di Dio.
La Olga non era più una ragazzina, pensava all'avvenire, e si lasciava sposare.
Sandrino, al sentire che gli portavano in casa quella poco di buono, montò sulle furie, e voleva anche piantar la moglie; tanto, colla figlia unica o senza, gli toccava sempre tirar lo spago, nella bottega del calzolaio.
Sua madre più giudiziosa lo calmò dicendogli che era meglio avere la suocera sott'occhio, per poterla sorvegliare.
- Il peggio è se gli appioppa qualche figliuolo! - osservava lei che se ne intendeva.
- E se il vecchio non c'era cascato sino a quel giorno, non voleva dire; che il sacramento del matrimonio fa dei miracoli peggio di quello.
La Olga, credendo diventar signora, fece il suo malanno col mettersi in grazia di Dio, e gli toccò subirsi il marito, il quale intendeva fare economia dei denari spesi prima, e per giunta la sora Antonietta, tornata in pace, che non la lasciava un momento solo, onde dimostrarle che non aveva fiele in corpo.
- Tutti quei dissapori devono aver fine.
- diceva alla Olga ed al Sandro.
- Adesso siete quasi come madre e figlio -.
La Olga dalla noia di non veder altri in casa sua, si era riconciliata col Sandrino.
Gli pareva di tornare a quei bei tempi, quando non era così grassa; e anche lui si scordava della Marietta che s'era messa sulle spalle proprio per nulla.
L'altra negli occhi ci aveva sempre quella guardatura che a lui gli metteva le pulci nel sangue, e quando la baciò per far la pace, gli parve come quando l'accompagnava ogni sera in via della Vetra.
- Bei tempi, eh? sora Olga? - Ella raccontava che la Irma s'era fatta sposare dal banchiere, e la Carlotta era andata a cercar fortuna in America.
- Io sola non ho sorte!
- Bada a quel che fai! - predicava la sora Antonietta; - se affibbia un figliuolo al vecchio, dell'eredità vi leccherete i baffi -.
La Marietta, lì presente, approvava del capo.
- Siete matte? - rispondeva Sandro.
- La roba di mia moglie! O per chi mi pigliate? -
Egli corteggiava la madrigna allo scopo di tenerla d'occhio, né più né meno, come faceva la sora Antonietta.
L'accompagnava in via della Vetra, ché la Olga non aveva ombra di superbia, e gli piaceva stare nella bottega come quand'era ragazza.
L'ortolana diceva ai due ragazzi:
- Vedete! chi l'avrebbe detto? Eppure ci siete tornati! Ma la sua mamma è pure una gran linguaccia, sor Sandrino! - Lasci stare, lasci stare! - ripeteva lui.
E nell'andarsene, la sora Olga gli pigiava il gomito, come a dire: - Si ricorda? -
Era là, in quella stessa stradicciuola scura e tortuosa.
Una volta che non passava gente, egli la strinse fra le braccia.
D'allora non ebbero più pace; il sangue bolliva nelle vene a tutti e due, e si correvano dietro come due gatti in febbraio.
La sora Antonietta predicava: - Bada a quel che fai! Bada veh! - Lui turbato, coi capelli arruffati e gli occhi fuori del capo, rispondeva sempre:
- No! No! siete matta? Quello no.
State tranquilla! -
Il vecchio era geloso delle visite alla mamma e della gente che ci aveva sempre fra i piedi.
Lagnavasi che gli avevano fatto la chiave falsa, e l'ortolana si pappava i suoi denari; la levatrice s'era tirata anche in casa la figliuola, quella di San Pietro all'Orto, e mangiavano tutti alle sue spalle, diceva.
Quei dispiaceri gli accorciarono la vita.
La Olga stava chiacchierando con Sandrino allato alla tromba, colla secchia in mano, poiché arrivavano anche a quei pretesti per vedersi, e non sapevano più stare alle mosse.
Egli voleva toglierle la secchia dalle mani, tutto tremante.
- No! No! - rispondeva lei, a capo chino, col petto ansante, perché era gelosa della Marietta.
E Sandro balbettava che la Marietta era un'altra cosa.
Lo giurava anche.
Volergli bene sì, ma...
In questo momento alla finestra gridarono che al marito della Olga era venuto un accidente.
Sandrino scappò a chiamare la moglie e la suocera.
E tutti si piantarono dinanzi al letto, col viso arcigno.
Appena il vecchio poté dar segno di vita, prima che venisse il prete, mandarono pel notaio.
Il moribondo nel punto di comparire al giudizio di Dio, biascicò: - La roba a chi tocca -.
E se ne andò in santa pace.
Quanto all'Olga la cacciarono fuori a pedate, e Sandrino giurò che voleva tenerle gli occhi addosso anche se si mutava di camicia, per impedirle di portar via la roba della sua Mariettina.
Lei, sulle scale, gridava che il vecchio ladro gli aveva rubata la gioventù, e voleva litigare e dir tutte le porcherie di quella casa.
Ma Sandrino, trattenendo la moglie per le sottane l'accarezzava e le diceva: - Non dar retta! Lasciala sgolare! Sai che donnaccia! Non ti guastare il sangue per colei! Ora vogliamo stare allegri -.
SEMPLICE STORIA
Balestra era arrivato da poco al reggimento, insaccato nel cappotto; Femia stava bambinaia in via Cusani: così incontravansi spesso in piazza Castello, davanti alla banda, Femia leticando coi bambini della padrona, lui perso nella baraonda di Milano, e pensando al suo paese, colla mano sulla daga.
Un bel giorno finirono col mettersi a sedere allato, sotto i castagni d'India in fiore, e scambiarono qualche parola intorno alla folla che vi era quella domenica, ai bambini della Femia i quali le davano di quelle paure col tramvai lì vicino.
Carletto l'altro giorno s'era ammaccato il naso cadendo lungo disteso.
- Ella baciava il fanciullo che non voleva saperne, e strillava.
- Quando si è soli al mondo ci si attacca anche alle pietre.
- Tale e quale come lui! Al reggimento non aveva né amici né parenti.
Da principio non si capivano; perché Balestra era di quelle parti là del Mezzogiorno dove parlano che Dio sa come facciano ad intendersi.
Alle volte, dopo aver chiacchierato e chiacchierato, conchiudevano col guardarsi in faccia, grulli, e si mettevano a ridere.
Ma ci avevano preso gusto lo stesso a stare insieme.
Ogni giorno, mentre Balestra aspettava la ritirata sul sedile, colle gambe ciondoloni, Femia arrivava col suo grembiale bianco, correndo dietro i marmocchi, e si davano la buona sera.
Egli, chiacchierone, a poco a poco le narrò ogni cosa dei fatti suoi; che era di Tiriolo, vicino a Catanzaro, e ci aveva casa e parenti laggiù, all'estremità del paese, dove cominciano i prati, come quel pezzetto di verde che si vedeva verso l'Arco del Sempione, - quattro fratelli, e il padre carrettiere; l'avrebbero voluto in cavalleria per questo motivo, se non era il deputato che aveva da fare con suo padre - un ricco signore.
Ma Balestra non vedeva l'ora di tornarsene a casa, quando piaceva a Dio, perché ci aveva l'innamorata, Anna Maria della Pinta, che gli aveva promesso d'aspettarlo, se tornava vivo.
- E tirava fuori dal cappotto anche le lettere sudice e logore di Anna Maria - sapeva di lettere - un pezzo di ragazza così.
Femia, che non aveva avuto mai un cane intorno, s'inteneriva, gli guardava commossa gli occhietti lustri di quelle memorie, e il naso a trombetta che sembrava parlare anch'esso, tanto aveva il cuore pieno, e acconsentiva del capo.
Anche lei ci aveva in testa un cristiano delle sue parti là del Bergamasco, il quale era andato fuori regno a cercare fortuna.
Erano vicini di casa e lo vedeva andare e venire ogni giorno; null'altro.
Prima di partire egli l'aveva pregata di tenergli d'occhio la casa, mentr'era via.
Quando non se ne ha, bisogna ingegnarsi.
Ella si era messa a servire per raggranellare un po' di corredo.
Ora aveva il bisognevole e ogni cosa meglio di prima; ma pensava sempre al suo paese, quantunque non ci avesse più nessuno.
Un giorno il caporale si alzò colle lune a rovescio, e appioppò otto giorni di consegna a Balestra, per un bottone che mancava alla stringa del cappotto.
- E al superiore non si risponde nemmeno che non si possono avere gli occhi di dietro.
- Femia, inquieta, si avventurò sino alla porta del castello, in mezzo alle carrette degli aranci, e ai soldati di cavalleria che strascinavano le sciabole.
Allorché lo rivide finalmente la domenica, coi guanti di bucato, fu una vera festa.
- O come?
- Ma già! - rispose lui.
- Questo vuol dire militare! -
Alle volte le dava del tu, all'uso del suo paese.
Ma ella si faceva rossa dalla contentezza, come se fosse per un altro motivo.
Allora si lagnò che stesse zitto, se aveva bisogno che gli attaccassero un bottone, o altro, quasi gli amici non ci fossero per nulla.
Balestra grato la regalò di sorbetti, lei ed i bambini, schierati dinanzi alla carretta, che ficcavano le mani nella sorbettiera; e Femia leccava il cucchiarino, adagio adagio, guardandolo negli occhi.
Lui pagava da principe, coi guanti di cotone, e la treccia al chepì.
Come suonava la banda, lì in piazza, si sentiva dentro il petto quelle trombe e quei colpi di gran cassa.
Poi la ritirata si mise a squillare con una gran malinconia, davanti al castello tutto nero, in fondo alla piazza formicolante di lumi.
Egli non sapeva risolversi a lasciare la mano di Femia, che gli stringeva le dita di tanto in tanto, anch'essa senza parlare.
I bambini che si seccavano strillavano per andare alla giostra.
Femia non aveva soldi, e la mamma era tirchia.
La prima volta che sgridarono Carletto perché s'era fatto uno strappo ai calzoncini, il ragazzo accusò Femia che si faceva regalare il sorbetto dal militare col quale andava a spasso.
- Cos'è questa storia del militare? - chiese la padrona.
- Mi avevi assicurato d'essere una ragazza onesta -.
Il padrone invece scoppiò a ridere.
- La Femia, con quella faccia lì?!...
-
La poveraccia si mise a piangere.
Eppure del male non ne facevano.
Ma adesso, quando Balestra voleva condurla verso l'Arco del Sempione, ella diceva di no, che non stava bene.
Per acchetare i bambini, che non volevano allontanarsi dalla banda, gli toccava spendere; e non ostante, a ogni pretesto, la minacciavano di dir tutto alla mamma.
- Così piccoli! - diceva la Femia.
- E hanno già la malizia come i grandi! -
A quei discorsi la malizia spuntava anche nel Balestra, il quale cercava sempre i posti all'ombra sotto gli alberi, e voleva menarla alla Cagnola nel tramvai, e inventava dei pretesti per levarsi d'attorno i bimbi, che sgranavano gli occhi, neri così.
Di soppiatto le stringeva la mano, dietro la schiena; o faceva finta di nulla, lasciandosi poi andare sulla spalla di lei, mentre camminavano passo passo, guardando in terra, e spingendo i ciottoli col piede, sentendo un gran piacere a quella spalla che toccava l'altra.
Una volta arrivò a darle una strappata alla gonnella, di nascosto, colla faccia rossa e gli occhi che fingevano di guardare altrove, ma gli schizzavano dalla visiera del chepì.
Infine spiattellò: - Mi vuoi bene, neh? - E non sapeva come l'amore fosse venuto.
Femia gli voleva bene.
Ma terminata la ferma egli se ne sarebbe andato via, e perciò era meglio lasciar stare.
Balestra pensava che quando sarebbe tornato a casa, avrebbe trovato l'Anna Maria che l'aspettava, se Dio vuole.
Non importa.
Intanto c'era tempo.
Piuttosto lei, che pensava ancora a quell'altro, di là fuori regno.
Gli faceva delle scene di gelosia per quel cosaccio.
Femia giurava che non ci pensava più, davanti a Dio!
- Così farete anche voi, quando ve ne andrete via di qua.
- Intanto abbiamo tempo, - rispondeva lui.
- Ho ancora trenta mesi da star soldato -.
Gli pareva che da soldato dovesse sempre stare a Milano.
Però un giorno arrivò dalla Femia tutto sossopra, coll'annunzio che partiva per Monza tutto il battaglione.
Ella non voleva crederci, lì sull'uscio della portinaia, la quale fingeva di non veder nulla.
Poi osservò che almeno Monza non era lontana; ma al risalir le scale sentì al tremore delle gambe la gran disgrazia che l'era piombata addosso.
La padrona, non si sa come, venne a sapere del militare che bazzicava in portineria e le diede gli otto giorni per cercarsi un'altra casa.
Femia sbalordita com'era dall'angustia, non sentì nemmeno il colpo.
Il domani, a qualunque costo, volle andare a salutare Balestra alla stazione.
Erano tutti sul piazzale, coi sacchi in fila per terra, pigiandosi attorno alle carrette dei fruttivendoli.
Balestra le corse incontro, coi suoi arnesi da viaggio a tracolla, e il chepì foderato di bianco.
Che crepacuore, al vederlo così! Andavano su e giù pel viale, col cuore stretto; e quando fu il momento di partire, egli la tirò in disparte e la baciò.
Per fortuna Monza non era lontana.
Ella gli aveva promesso di andarlo subito a trovare.
Ma quegli otto giorni in piazza Castello pareva che non ci fosse più nessuno, e ogni soldato che passava i bambini, poveri innocenti, chiedevano: - Balestra perché non viene? - Infine i padroni la mandarono via tutta contenta, col suo fardelletto di roba e quel gruzzolo di salario che aveva raggranellato.
Gli rincresceva solo pei ragazzi, che avevano fatto male senza saperlo.
Arrivò a Monza il sabato sera; ma lui non poté vederlo, perché era di guardia.
Allora si sentì sconfortata, in quella città dove non conosceva nessuno.
Per Balestra il rivederla fu una festa.
Desinarono insieme, e la condusse a vedere il Parco, che ognuno poteva andarci.
Là gli pareva di essere nei campi del suo paese, coll'Anna Maria, e Femia si lasciava baciare come voleva lui, tutta contenta che gli volesse bene.
- Peccato che non si possa star soli insieme! - diceva Balestra.
Ella non rispondeva nulla.
La sera, in caserma, i camerati che l'avevano visto con quella marmotta si burlavano di lui e gli dicevano: - Che ti pareva non ce ne fossero di meglio a Monza? - Ma egli era un ragazzo costante.
Piuttosto gli rincresceva che Femia ci avesse a patire negli interessi, per star dove era lui.
Ei non voleva far del male ad alcuno; no davvero! Femia invece era contenta di lavorare alla filanda, lì vicino.
Che gliene importava di un boccone di più o di meno? - Già non ho altri al mondo, ve l'ho detto! - Almeno si vedevano ogni domenica, perché lei esciva dal filatoio quando era già suonata la ritirata, e ci entrava appena giorno.
Balestra progettava di affittare una stanza, dove potessero vedersi in santa pace, giacché in caserma non poteva condurla, e non era un bel divertimento star sempre a passeggiare nel Parco.
Ella non disse di no; ma lo guardava timorosa, con quell'innocenza che le era rimasta perché non aveva trovato mai un cane che la volesse.
Nel frattempo le capitò la disgrazia d'ammalarsi.
Fu un pezzo più di là che di qua, e la portarono all'ospedale di Milano.
Balestra scrisse due volte.
Poi seppe che aveva il vaiuolo.
Dopo circa due mesi Femia guarì, ma col viso tutto butterato; talché si vergognava a farsi vedere da Balestra in quello stato.
Passarono giorni e settimane prima che si decidesse a tornare al filatoio.
A poco a poco il gruzzolo di denari se n'era andato, ed era proprio necessario! Però in cuor suo era contenta che fosse necessario, perché voleva vedere cosa ne dicesse lui.
Andò a Monza un sabato, come l'altra volta, per aspettare la domenica all'albergo.
Il cuore le batteva, mentre vedeva i soldati che escivano dalla caserma a schiere di quattro o cinque.
Balestra era dei primi, e quasi non la riconosceva.
Poi disse: - Oh, poveretta, come siete ridotta! -
Andarono insieme al Parco, come al solito, discorrendo dei casi loro.
Egli stava per terminare la ferma, e aspettava il congedo.
- Ora, - disse, - me ne vado al mio paese -.
Femia domandava se avesse notizie dell'Anna Maria.
- No, da un gran pezzo - lo sapete il proverbio: lontan dagli occhi lontan dal cuore.
- Non importa, - conchiuse.
- Son contento ad ogni modo di tornarmene a casa -.
Da che non s'erano più visti, egli si era trovata un'altra amante, lì nelle vicinanze.
Femia lo vide insieme a lei qualche giorno dopo, che camminavano a braccetto pel viale.
Balestra era stato zitto.
Quando Femia gliene parlò la prima volta, gli venne un risolino furbo, fra pelle e pelle, sotto il naso a trombetta.
- Ah, la Giulia? come lo sapete? -
Ella glielo disse.
Balestra voleva sapere pure che gliene sembrava.
- E così - conchiuse Femia, - se partite, lasciate anche lei?
- Già, non posso mica tirarmi dietro tutti quelli che vorrei.
A questo mondo, si sa!...
Ma ancora non le ho detto nulla -.
Femia andava a cercarlo, ogni volta che poteva, timidamente, per chiedergli se gli occorresse qualche cosa.
Lui, grazie, non gli occorreva nulla.
Quando si vedevano parlavano anche della Giulia e del congedo che non arrivava, e del poco lavoro che ci era al filatoio.
Poi Balestra scappava per correre dall'altra, la quale era gelosa.
Guai se lo sapesse! Questa era la sola carezza che toccasse a Femia: - guai se Giulia sapesse! -
Infine venne il giorno della partenza.
Femia almeno desiderava accompagnarlo alla stazione, se si poteva...
- Perché no? - disse Balestra.
- Ormai, quell'altra...
me ne vado via! - Del resto se pure la vedeva, si capiva che erano butteri venuti dopo, come può capitare a tutti, ed egli non l'aveva presa con quella faccia.
Discorrevano sotto la tettoia, aspettando il treno, Balestra guardando di qua e di là se spuntava la Giulia.
- Ma si sa, a questo mondo!...
Specie ora che la Giulia era certa di non vederlo più.
- Inoltre si erano un po' guastati perché lei aspettava che Balestra le lasciasse un regaluccio.
Femia ci pensava, e non osava dirgli che gli aveva comperato apposta un anellino colla pietra.
Balestra intanto accennava che Anna Maria, dopo tanto tempo, chissà?...
Femia domandava da che parte fosse il suo paese, e quando contava d'arrivare.
In questa sopraggiunse il treno, sbuffando.
Balestra raccattò in fretta le sue robe, zaino, sacco, cappotto.
- Doveva tenerli di conto pel debito di massa.
- Intanto ella facendosi rossa gli aveva cacciato in mano l'anello messo nella carta.
Egli non ebbe il tempo di domandare cosa fosse, né perché avesse gli occhi pieni di lagrime.
- Partenza! partenza! - gridava il conduttore.
L'OSTERIA DEI "BUONI AMICI"
La prima volta che agguantarono Tonino in questura, un sabato grasso, fu per via di quelle donne di San Vittorello, che l'Orbo l'aveva strascinato a far baldoria coi denari della settimana.
Per fortuna non gli trovarono addosso la grossa chiave colla quale aveva mezzo accoppato il Magnocchi, merciaio.
Erano stati a mangiare e a bere all'osteria dei "Buoni Amici", lì in San Calimero, e l'Orbo aveva raccattato pure il Basletta e Marco il Nano - pagava Tonino.
Dopo, pettoruto per la spesa che aveva fatto, disse: - S'ha da andare al Carcano? - che c'era veglione quella sera.
Ma subito rientrato in sé si pentì della scappata, e contava nella tasca adagio adagio i soldi che gli restavano.
Gli altri lo sbeffeggiavano.
- Hai paura della mamma, neh? o della Barberina che ti tratta a sculacciate, come un bambino? - Già se loro andavano al veglione il biglietto lo pagavano a spintoni, tutti e tre ragazzi che gli bastava l'animo di passare sotto il naso delle guardie col mozzicone in bocca.
E lì in teatro brancicamenti e pizzicotti alle mascherine, che non cercavano altro, tanto che il Nano e Basletta escirono a cazzotti, nel tempo che Tonino aveva condotto a bere una Selvaggia, la quale leticava coi cappelloni ogni volta, a motivo di quel gonnellino di piume che sventolava come una bandiera.
Al caffè, coi gomiti sul tavolino, si erano dette delle sciocchezze, e la Selvaggia ci rideva su, col petto che gli saltava fuori, dall'allegria.
Tonino gli avrebbe pagata mezza la bottega, sinché ne aveva in tasca, tanto erano ladri quegli occhi tinti col carbone, e quel fiore di pezza nei capelli, che gli avevano fatto come un'imbriacatura.
E gli proponeva questo, e gli proponeva quell'altro, come uno che se ne intendeva ed era del mestiere, tavoleggiante al caffè della Rosa, lì a San Celso.
L'Orbo, accorso all'odor del trattamento, andava dicendo che Tonino era figlio della prima erbaiuola del Verziere, e poteva spendere.
Ma la ragazza voleva tornare a ballare, to'! Era venuta pel veglione.
Poi non aveva più sete; grazie tante; un'altra volta.
Tonino più s'accendeva: - Ancora un valzer, bellezza! - E ci si metteva tutto, col suo bel garbo di giovane di caffè, pettinato a ricciolini, dimenando il busto, le gambe che s'intrecciavano a quelle di lei, e sotto il naso quel petto che gli infarinava il vestito.
- Mi lasci andare, caro lei, in parola d'onore.
Ci ho lì il mio ballerino che mi ha pagato il costume, quel turco che fa gli occhiacci.
Se vuol venire a trovarmi sa dove sto di casa, a San Vittorello; cerchi dell'Assunta -.
Tonino, rosso come un gallo, gli avrebbe mangiato il naso a quel turco, anima sacchetta! L'Orbo, che gli stava alle costole non avendo altro da fare, lo calmava così:
- Finiscila, e andiamo a bere -.
Là fuori aspettavano Marco il Nano e Basletta, masticando un mozzicone di sigaro, e colle mani in tasca.
Per scaldarsi andarono insieme dal Gaina.
Tonino, che gli bruciava il sangue dal bere e dalla gelosia, ed anche di quel che gli dicevano che stesse sotto le gonnelle di sua sorella, sbraitava che voleva fare uno sproposito, porca l'oca! Voleva andare ad aspettare l'Assunta in barba al turco, proprio sulla sua porta, a San Vittorello! E gli altri, Marco il Nano e Basletta, a ridergli sul naso.
Lui, per mostrare che era in sensi, non l'avrebbero tenuto in quattro.
- Lascia andare, via! A quest'ora non ci aprono più ti dico.
Piuttosto andiamo dal Malacarne che ha il valpolicella buono! - Tonino, buon figliuolo, da un momento all'altro, dimenticava ogni cosa e si lasciava condurre dove volevano, allegro come un pesce, sgolandosi a cantare la Mariettina, e come incontravano delle maschere gli gridavano dietro delle porcherie.
Il Nano che aveva il vino donnaiuolo, tornò al discorso dell'Assunta, un bel tocco di ragazza, per bacco, con quel vestito da selvaggia! E allora Tonino s'infuriava coi compagni che non lo lasciavano andare dove gli pareva e piaceva, e lo tenevano davvero per un ragazzo! Così leticando, e colla lingua grossa, avevano fatto senza accorgersene il Corso di San Celso e via Maddalena, che Tonino alla cantonata si mise a correre per via San Vittorello, e voleva che gli aprissero a ogni costo, giacché di sopra c'era ancora il lume.
Le donne al sentire i sassi alle finestre e i calci con cui picchiavano alla porta, si misero a gridare come se venissero ad accopparle, e non per altro.
Magnocchi il quale era ancora di sopra coi compagni, scese in istrada.
- Cosa venivano a cercare? Volevano un salasso pel vino che avevano in corpo? - Te lo darò io il salasso, barabba! -
Nel parapiglia si udì gridare: - Ahi! m'ammazzano! - E l'Orbo fu appena in tempo di buttar via la chiave con cui Tonino aveva rotto il capo a quell'altro, che il ragazzo, pallido come un morto, non sapeva da che parte scappare, e già si udivano gli stivali delle guardie.
Ai parenti andarono a dirglielo il giorno dopo, mentre la sora Gnesa disfaceva il banco, e la Barberina, fuori la baracca, guardava inquieta di qua e di là se spuntasse il fratello, perché il padrone del caffè l'aveva mandato a cercare.
Fu l'Adele, la ragazza del barbiere che era venuta a vedere se ci avessero ancora due soldi di ravanelli rossi, per dopo tavola, e l'aveva sentita in bottega.
- Hanno ammazzato quel che vende i nastri in via San Vittorello, e Tonino era nella rissa -.
Per fortuna il Magnocchi non era morto; ma le donne, madre e figlia, si misero a strillare che Tonino li aveva precipitati.
In un momento tutto il Verziere fu in rivoluzione.
Barberina afferrò in mano le sottane, e via a chiamare il babbo, che solennizzava la domenica grassa dall'Ambrogio, il primogenito, il quale teneva pizzicheria in via della Signora.
- Hanno arrestato Tonino in via San Vittorello! - Il sor Mattia, ancora male in gambe, prese il cappello per correre a San Fedele, e Ambrogio anche lui, scongiurando la sorella di chetarsi, per non rovinargli il negozio.
In Questura li accolsero come cani, padre e figlio.
Li lasciavano lì, sulla panchetta, senza che nessuno gli badasse, a far perdere tempo al pizzicagnolo, quella giornata, col cappello fra le mani.
Il maresciallo che lo conosceva, gli disse burbero: - Torni domattina.
Ha un bell'arnese di fratello, sa! -
Poi Tonino escì a libertà, col cappelluccio sulle ventitré.
Alla sora Gnesa che piagnucolava e brontolava, rimbeccò: - Orsù! finitela, mamma! Che son stufo, veh! -
E accese la pipetta.
La Barberina invece non voleva finirla.
Gli strillava che era un boia, e loro marcivano sotto la tenda in Verziere per mantener il signorino in prigione e pagargli i vizi.
Tanto che il fratello voleva darle due ceffoni, e fregarle quella sua faccia di pettegola colla sua stessa insalata, fregarle! In quella arrivò il babbo, e si rimise la pipa in tasca, mogio mogio.
- Brigante! - cominciò il sor Mattia.
- Cattivo arnese! non vedi come si lavora noi, tua mamma, tua sorella e Ambrogio? Ti pare che abbiamo a mantenere i tuoi vizi? Prima che ti accoppino gli sbirri voglio strozzarti colle mie mani piuttosto! Voglio romperti le ossa!
- Ohè! - sclamava Tonino pallido come un cencio, e schermendosi coi gomiti.
- Ohè! non giocate colle mani, babbo! non giocate! -
La sora Gnesa strillava peggio di un oca, e la Barberina faceva accorrere tutto il Verziere.
Il babbo diceva le sue ragioni a tutti.
Per dargli uno stato aveva messo Tonino cameriere al caffè della Rosa, uno dei primi, e il padrone era suo amico.
Quando si fosse impratichito si poteva aprir bottega anche loro; Ambrogio pizzicagnolo, le donne erbaiuole, lui al banco, tutta un'architettura che faceva rovinare quello scapestrato! Il sor Mattia soffocava dalla bile.
Per non lasciarsi andare a qualche sproposito se ne tornò in via della Signora.
Ambrogio corse a trovare il padrone del caffè, pregandolo di ripigliare Tonino, che era pentito e prometteva di far giudizio.
- Caro lei, è impossibile.
Nel mio mestiere è un affare serio.
Ora che in questura hanno preso gusto a vostro fratello, non mi piace di vedermi quelle facce tutto il giorno in bottega, che vengono a cercarmelo in cucina e dietro il banco.
Ci va del mio negozio.
Voi lo pigliereste? -
Ambrogio non voleva che suo fratello bazzicasse neppure nella sua bottega, dacché un questurino gli aveva battuto sulla spalla come a un vecchio amico.
Le donne, il babbo e tutti si sfogavano allora sul malcapitato, buono a nulla, che restava di peso alla famiglia, e nessuno lo voleva.
- Ero buono soltanto quando portavo a casa i denari delle mance! - brontolava il ragazzone, che gli facevano mancare quel che si dice il bisognevole, e lo tenevano in casa come un pitocco.
Un giorno che Basletta lo incontrò a girandolare fra i banchi del mercato esclamò:
- Tò! Sei qui? È un pezzo che non ti si vede.
Mi paghi da bere? -
Tonino rispose che non aveva soldi.
I suoi di casa gli avevano fatte delle scene per quella storia di San Vittorello.
Basletta, come passavano vicino alla baracca della sora Gnesa, adocchiò la Barberina che ammazzolava delle rape, colle belle braccia rosse, nude sino al gomito.
- Finiscila! - borbottò Tonino.
- Non mi piacciono gli scherzi a mia sorella.
-
- Guarda! adesso che sei stato in tribunale ti sei fatto permaloso! Non te la mangio mica tua sorella! Bel modo di accogliere la gente! -
Voleva condurlo a salutar gli amici, cent'anni che non lo vedevano.
Tonino, nicchiava.
- Bestia! pel conto che fanno di te i tuoi parenti! Piantali, via -.
Ai Buoni Amici trovarono l'Orbo, che voleva salutar Tonino anche lui, e giuocava a briscola in un cantuccio con dei carrettieri.
Al Verziere non ci veniva più, perché la sora Gnesa lo accusava di guastargli il figliuolo, e Barberina gli faceva delle partacce.
- Un gendarme, quella ragazza! - Poi dissero che volevano andare a cercare il Nano, il quale aveva disertato dai Buoni Amici dacché l'oste non gli faceva più credito.
Prima di scovare dove avesse dato fondo il Nano dovettero girare mezza dozzina d'osterie.
Marco adesso era come un uccello sul ramo, dacché aveva piantato i Buoni Amici.
L'Orbo, che aveva vinto a briscola, pagò due volte da bere.
Poi col Nano si abbracciarono e baciarono come se uscissero tutti di prigione; e stavolta pagò il Nano.
- Voi altri, - conchiuse, - vi fate ancora rubare i quattrini da quel dei Buoni Amici.
- Belli, quelli amici! Tutte guardie travestite, la sera! -
Sicché, per farla corta, escirono in istrada ch'era acceso il gas, e Basletta doveva ancora andare a fare la mezza giornata del lunedì col principale, che l'aspettava in via dei Bigli, - c'era da mettere dei tappeti, prima di sera, che arrivavano i padroni! - Orbè! - rispose il Nano.
- Arriveranno senza tappeti, e il principale aspetterà.
Io ho piantato il mio, e piglio lavoro in casa, quando capita, da ebanista.
È che ci vogliono capitali.
Ma intendo lavorare a modo mio -.
L'Orbo non gliene importava, perché s'era guadagnata la giornata a briscola.
Egli non aveva mestiere fisso.
Faceva di tutto, facchino, tosatore di cani, stalliere, sensale.
Guadagnava dippiù, ed era libero come l'aria.
- Viva la libertà! - esclamò Basletta.
- Quando verrà la repubblica non ci saranno più né giovani né principali -.
E tutti e quattro andavano ciondolando sul bastione, cantando a squarciagola, e giuocando a spintoni verso il fossato.
Prima d'arrivare a Porta Romana videro luccicare nel buio le placche dei carabinieri.
Risposero che tornavano dal lavoro.
Tonino allora salutò la compagnia.
- Torna a casa, va, ragazzo! Se no la Barberina ti dà le sculacciate! - gli gridavano dietro.
- Dacché è stato a San Fedele quel ragazzo è diventato un pulcino bagnato, - disse l'Orbo.
Ma ei non dava retta.
All'Orbo, che lo stuzzicava più davvicino, gli diede una gomitata che quasi lo faceva ruzzolare nel fossato.
In casa aiutava al negozio delle donne.
Si alzava di notte, per scaricare i carri degli ortolani, rizzava il banco, accendeva il caldaro per le bruciate.
Più tardi scambiava delle barzellette coi banchi vicini, giuocava di mano colle servotte, pispolava alle ragazze che passavano.
Poi sbadigliava e si stirava le braccia.
Ogni giorno leticava colla sorella che gli lesinava il soldo per la pipa.
- Gli serve per quelle donnacce di via Pantano, che gli fanno pissi pissi dietro le persiane! -