TUTTE LE NOVELLE, di Giovanni Verga - pagina 64
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Allorché lo portarono all'ospedale infine, accusò la moglie di averlo tradito - come Giuda fece a Cristo - per scialarla in libertà.
- Non vedi come son ridotta? - si scolpava lei.
- Non vedi che non ho più neppur latte per la bambina?
- Almeno verrai a trovarmi colla piccina! -
Ci andava spesso infatti.
Ma erano altri bocconi amari.
La bimba aveva paura di suo padre, al vederlo con quel berrettino in mezzo a tanti visi nuovi.
Lui si sfogava a brontolare tutti i guai della settimana.
- Una vitaccia da cani! - lamentavasi la Carlotta col sor Gostino.
- Affaticarsi da mattina a sera, e la festa poi quel divertimento! - Il sor Gostino l'accompagnava, per bontà sua, e le comprava qualche regaluccio da portare al malato.
- Che volete farci? Bisogna aver pazienza finché campa -.
Il poveretto aveva il cuoio duro, e non finiva più di penare.
La Carlotta si stancò prima di lui d'andare e venire, e di trovarlo sempre lo stesso, con quel berrettino bianco ritto sul guanciale.
Si fermava appena due minuti, il tempo di vedere a che punto era, e di portargli qualche cosuccia, senza dire che gliela aveva regalata il portinaio.
Ma ei glielo leggeva in faccia, e le guardava le mani, sospettoso, tirandosi la coperta sino al naso, senza dir nulla, e le ficcava in faccia gli occhi neri di febbre, e domandava:
- Hai visto il Bobbia? - T'ha detto nulla il portinaio? -
Si capiva che ne aveva tante nello stomaco; ma non parlava perché era confinato in quel letto, e se Carlotta non veniva più restava solo come un cane.
Sovente almanaccava dei progetti per quando sarebbe guarito.
- Faremo questo.
Faremo quest'altro -.
Ma ella rimaneva zitta e guardava altrove.
Allora disse lui: - Se guarisco, voglio ammazzar qualcuno, dammi retta! - E la bambina si aggrappava al collo della madre, strillando di paura.
Glielo diceva il cuore, al poveraccio.
Il sor Gostino era tutto il giorno su e giù per la scala colla granata in mano.
Davvero, pel cuore era un ragazzo! Si divertiva a far quattro chiacchiere con lei, o ad accendere il fuoco, nel fornello, e farle andar la macchina - gira, gira, gira; - nello stesso tempo dalla finestra, dietro la tendina, teneva d'occhio la porta, e quando cominciava a farsi scuro, che gli vedeva quella testa china sulla macchina, si sentiva dentro lo stesso rimenìo.
Gli bastava che dicesse: - Grazie, sor Gostino.
- Non lo faccio per questo, sora Carlotta.
Sono un galantuomo e non fo le cose per secondo fine -.
Chi era andato a cercarle del cucito? Chi gli faceva prestar la macchina al bisogno? Chi andava a parlare col padron di casa se tardava la mesata?
La sora Bettina infuriava per queste condiscendenze.
Un altro po' la casa diventava un luogo pubblico! E se la pigliava anche col padrone che faceva il comodino per sbarazzarsi del marito.
Tutto a riguardo suo!
Il sor Gostino non si dava pace.
- O dunque cosa gliene importa a lei? - La Carlotta invece si lagnava: - Signore Iddio! Com'è cattivo il mondo, a pensare il male che non facciamo né voi né io! -
Il sor Gostino allora non sapeva che dire, e ruminava cosa dovesse fare onde non sembrare un minchione, o prendeva il partito di posarsi la mano aperta sul costato: - Sono un galantuomo, ve l'ho detto.
Vi voglio bene, ma sono un galantuomo! -
Però non voleva che il Bobbia tornasse a fare il moscone da quelle parti.
Glielo aveva predicato: - Adesso quella poveraccia è come se fosse vedova -.
Appunto! Bobbia ci aveva diritto lui perché era l'amore antico! Il portinaio faceva come il cane dell'ortolano per invidia e per gelosia.
Ma se adesso l'aveva lui, voleva averla anche il Bobbia, ch'era stato il primo.
Si vedeva chiaro: il sor Gostino la teneva sempre in casa pel comodo suo.
Il Bobbia dovette aspettarla dieci volte prima di vederla uscire un momento.
- Senti! Se non vieni con me oggi stesso, vi ammazzo tutti, te e il tuo amante -.
La poveretta s'era sentito un tuffo nel sangue al vederlo, e affrettava il passo, smorta come un cencio.
Egli la raggiunse in via Ciossetto, furibondo, e l'afferrò pel braccio.
- Per carità! Non mi fate male! Che amante! Ti giuro! Non ne ho! - Tanto meglio.
Allora, se non ne hai, perché non vieni? -
E ci andò per la paura.
Dopo il Bobbia, appena se ne accorse, montò in furia: - Tu vuoi sempre bene a tuo marito, dì! - Oh, quel poveretto!...
- Allora hai per amante il sor Gostino! - No, non è il mio amante.
- Ma gli vuoi bene, dì! - Ella tremava e supplicava: - Non son venuta qui? Non ho fatto quel che tu dicevi? Cosa vuoi ancora? -
Voleva...
voleva...
E prima voleva mandarla via di casa a calci, voleva! Poi col sor Gostino avrebbe fatto i conti a tu per tu, e non per gelosia della Carlotta veh...
ormai era carne vecchia! Ma il sor Gostino era un ragazzo soltanto colle donne.
Al primo pugno l`accecò mezzo, e se lo mise sotto, giusto nella corte, da pestarlo come l'uva.
La sora Bettina, di sopra, buttava acqua, porcherie e male parole, e il padrone, dietro, a strillare: - Ohè, Gostino! Gostino! -
Carlotta fu licenziata su due piedi, e dovette sgomberare in otto giorni.
La sora Bettina, il padrone lo stesso, sor Gostino, volevano un po' di pace alfine.
Il Bobbia, col muso pesto, andava dicendo: - Non me ne importa di colei.
Ma mosche sul naso non me le lascio posare! -
La Carlotta finalmente andò a vedere cosa n`era di suo marito che non moriva mai.
Lo trovò sempre nello stesso letto, cogli occhi spalancati, più sfatto, non si lamentava più, e stava immobile colla faccia color di terra.
Quegli occhi di fantasma le si ficcavano addosso come chiodi; e pareva che la sua voce uscisse dalla sepoltura: - Dove sei stata tutto questo tempo? - Di', cosa hai fatto? -
CAMERATI
- Malerba? - Presente! - Qui ci manca un bottone, dov'è? - Io non so, caporale.
- Consegnato! - Sempre così: il cappotto come un sacco, i guanti che gli davano noia, e non sapere più cosa farsi delle mani, la testa più dura di un sasso all'istruzione e in piazza d'armi.
Selvatico poi! Di tutte le belle città dove si trovava di guarnigione, non andava a vedere né le strade, né i palazzi, né le fiere, nemmeno i baracconi o le giostre di legno.
L'ora di sortita se la passava vagabondo per le vie fuori porta, colle braccia ciondoloni, o stava a guardare le donne che strappavano l'erba, accoccolate per terra in piazza Castello; oppure si piantava davanti il carrettino delle castagne, e senza spendere mai un soldo.
I camerati si divertivano alle sue spalle.
Gallorini gli faceva il ritratto sul muro col carbone, e il nome sotto.
Egli lasciava fare.
Ma quando gli rubavano per ischerzo i mozziconi che teneva nascosti nella canna del fucile, imbestialiva, e una volta andò in prigione per un pugno che accecò mezzo il Lucchese - si vedeva ancora il segno nero - e lui cocciuto come un mulo a ripetere: - Non è vero.
- O allora, chi gli ha dato il pugno al Lucchese? - Non so -.
Poi stava seduto sul tavolaccio, col mento fra le mani.
- Quando torno al mio paese! - Non diceva altro.
- Infine, conta su.
Ci hai l'amante al tuo paese? - domandava Gallorini.
Egli lo fissava, sospettoso, e dimenava il capo.
Né sì né no.
Poscia si metteva a guardare lontano.
Ogni giorno con un pezzetto di lapis faceva un segno su di un piccolo almanacco che aveva in tasca.
Gallorini invece ci aveva l'amante.
Un donnone coi baffi che gli avevano visto insieme al caffè una domenica, seduti con un bicchier di birra davanti, e aveva voluto pagar lei.
Il Lucchese se ne accorse ronzando lì intorno colla Gegia, la quale non gli costava mai nulla.
Egli trovava delle Gegie dappertutto, colla sua parlantina graziosa, e perché non si avessero a male d'esser messe tutte in fascio sin pel nome, diceva che quello era l'uso del suo paese, quando una vi vuol bene, si chiami, Teresa, Assunta o Bersabea.
In quel tempo cominciò a correre la voce che s'aveva a far la guerra coi Tedeschi.
Va e vieni di soldati, folla per le strade, e gente che veniva a vedere l'esercizio in Piazza d'Armi.
Quando il reggimento sfilava fra le bande e i battimani, il Lucchese marciava baldanzoso come se la festa fosse stata fatta a lui, e Gallorini non la finiva più di salutare amici e conoscenti, col braccio sempre in aria, che voleva tornar morto o ufficiale, diceva.
- Tu non ci vai contento alla guerra? - domandò a Malerba quando fecero i fasci d'armi alla stazione.
Malerba si strinse nelle spalle, e seguitò a guardar la gente che vociava e gridava: - Evviva! -
Il Lucchese vide pur la Gegia, curiosa, la quale stava a vedere da lontano, in mezzo alla folla, tenendosi alle costole un ragazzaccio in camiciotto che fumava la pipa.
- Questo si chiama mettere le mani avanti! - borbottava il Lucchese, che non poteva allontanarsi dalle file, e a Gallorini domandava se la sua s'era arruolata nei granatieri, per non lasciarlo.
Era come una festa dappertutto dove arrivavano.
Bandiere, luminarie, e i contadini che correvano sull'argine della strada ferrata, a veder passare il treno zeppo di chepì e di fucili.
Ma alle volte poi la sera, nell'ora in cui le trombe suonavano il silenzio, si sentivano prendere dalla melanconia della Gegia, degli amici, di tutte le cose lontane.
Appena arrivava la posta al campo correvano in folla a stendere le mani.
Malerba solo se ne stava in disparte grullo, come uno che non aspettava nulla.
Egli faceva sempre il segno nell'almanacco, giorno per giorno.
Poi stava a sentire la banda, da lontano, e pensava a chi sa cosa.
Una sera finalmente successe un gran movimento nel campo.
Ufficiali che andavano e venivano, carriaggi che sfilavano verso il fiume.
La sveglia suonò due ore dopo mezzanotte; nondimeno distribuivano già il rancio e levavano le tende.
Poscia il reggimento si mise in marcia.
La giornata voleva esser calda.
Malerba, il quale era pratico, lo sentiva alle buffate di vento che sollevavano il polverone.
Poi era piovuto a goccioloni radi.
Appena cessava l'acquata, di tratto in tratto, e lo stormire del granoturco, i grilli si mettevano a cantare forte nei campi, di qua e di là dello stradale.
Il Lucchese che marciava dietro a Malerba si divertiva alle sue spalle: - Su le zampe, camerata! Cos'hai che non dici nulla? Pensi forse al testamento? -
Malerba con una spallata s'assestò lo zaino sulle spalle, e borbottò: - Cammina! - Lascialo stare, - prese a dire Gallorini.
- Sta pensando all'innamorata, che se l'ammazzano i Tedeschi ne piglia un altro.
- Cammina tu pure! - rispose Malerba.
All'improvviso nella notte passò il trotto di un cavallo, e il tintinnìo di una sciabola, fra le due file del reggimento che marciavano dai due lati della strada.
- Buon viaggio! - disse poi il Lucchese, che era il buffo della compagnia.
- E tanti saluti ai Tedeschi, se li incontra -.
A destra, in una gran macchia scura, biancheggiava un caseggiato.
E il cane di guardia latrava furibondo, correndo lungo la siepe.
- Quello è cane tedesco, - osservò Gallorini, che voleva dire la barzelletta come il Lucchese.
- Non lo senti all'abbaiare? -
La notte era ancora profonda.
A sinistra come sopra un nugolone nero, che doveva essere collina, spuntava una stella lucente.
- O che ora sarà mai? - domandò Gallorini.
Malerba levò il naso in aria, e rispose tosto:
- Ci vorrà almeno un'ora a spuntare il sole!
- Che sugo! - brontolò il Lucchese.
- Farci far la levataccia per un bel nulla!
- Alt! - ordinò una voce breve.
Il reggimento scalpicciava ancora, come una mandra di pecore che si aggruppi.
- O chi s'aspetta? - borbottò il Lucchese dopo un pezzetto.
Passò di nuovo un gruppo di cavalieri.
Stavolta nell'alba che cominciava a rompere si videro sventolare le banderuole dei lancieri, e avanti un generale, col berretto gallonato sino in cima, e le mani ficcate nelle tasche dello spenser.
Lo stradale cominciava a biancheggiare, diritto, in mezzo ai campi ancora oscuri.
Le colline sembravano spuntare ad una ad una nel crepuscolo incerto; e in fondo si vedeva un fuoco acceso, forse di qualche boscaiuolo, o di contadini che erano scappati dinanzi a quella piena di soldati.
Gli uccelletti, al mormorio, si svegliavano a cinguettare sui rami dei gelsi che si stampavano nell'alba.
Poco dopo, a misura che il giorno andavasi schiarendo si udì un brontolìo cupo verso la sinistra, dove l'orizzonte s'allargava in un chiarore color d'oro e color di rosa, come se tuonasse, e faceva senso in quel cielo senza nuvole.
Poteva essere il mormorio del fiume o il rumore dell'artiglieria in marcia.
Ad un tratto corse una voce: - Il cannone! - E tutti si voltavano a guardare verso l'orizzonte color d'oro.
- Io sono stanco! - brontolò Gallorini.
- Ormai dovrebbe far l'alto! - appoggiò il Lucchese.
Le chiacchiere andavano morendo a misura che i soldati si avanzavano nella giornata calda, fra le strisce di terra bruna, di seminati verdi, le vigne che fiorivano sulle colline, i filari di gelsi diritti sin dove arrivava la vista.
Qua e là si vedevano dei casolari e delle cascine abbandonate.
Accostandosi ad un pozzo, per bere un sorso d'acqua, videro degli arnesi a terra, accanto all'uscio di un cascinale, e un gatto che affacciava il muso fra i battenti sconquassati, miagolando.
- Guarda! - fece osservare Malerba.
- Ci hanno il grano in spiga, povera gente!
- Vuoi scommettere che non ne mangi di quel pane? - disse il Lucchese.
- Sta' zitto, jettatore! - rispose Malerba.
- Io ci ho l'abitino della Madonna -.
E fece le corna colle dita.
In quella si udì tuonare anche a sinistra, verso il piano.
Da principio, dei colpi rari, che echeggiavano dal monte.
Poscia un crepitìo come di razzi, quasi il villaggio fosse in festa.
Al di sopra del verde che coronava la vetta si vedeva il campanile tranquillo, nel cielo azzurro.
- No, non è il fiume - disse Gallorini.
- E neppure dei carri che passano.
- Senti! senti! - esclamò Gallorini.
- Laggiù la festa è cominciata.
- Alt! - ordinarono ancora.
Il Lucchese ascoltava, colle ciglia in arco, e non diceva più nulla.
Malerba aveva vicino un paracarro, e ci s'era messo a sedere, col fucile fra le gambe.
Il cannoneggiamento doveva essere in pianura.
Si vedeva il fumo di ogni colpo, come nuvolette dense, che si levavano appena al di sopra dei filari di gelsi, e si squarciavano lentamente.
I prati scendevano quieti verso la pianura, con il canto delle quaglie fra le zolle.
Il colonnello, a cavallo, parlava con un gruppo d'ufficiali, fermi sul ciglione della strada, guardando di tratto in tratto verso la pianura col cannocchiale.
Appena si mosse al trotto, le trombe del reggimento squillarono tutte insieme: - Avanti! -
A destra e a sinistra si vedevano dei campi nudi.
Poi qualche pezza di granoturco ancora.
Poi delle vigne, poi delle gore d'acqua, infine degli alberetti nani.
Spuntavano le prime case di un villaggio; e la strada era ingombra di carriaggi e di vetture.
Un vocìo, un tramestìo da sbalordire.
Sopraggiunse di galoppo un cavalleggiero, bianco di polvere.
Il suo cavallo, un morello tozzo e tutto crini, aveva le narici rosse e fumanti.
Indi passò un ufficiale di stato maggiore, gridando come un ossesso di sgombrare la strada, picchiando colla sciabola a diritta e a manca su quei poveri muli borghesi.
Attraverso gli olmi del ciglione si videro sfilare correndo dei bersaglieri neri, colle piume al vento.
Ora si erano messi per una stradicciuola che piegava a diritta.
I soldati rompevano in mezzo al seminato, talché a Malerba gli piangeva il cuore.
Sulla china di un monticello, videro un gruppo d'ufficiali a cavallo, con la scorta di lancieri dietro, e i cappelli a punta di carabinieri.
Tre o quattro passi innanzi, a cavallo e col pugno sull'anca, c'era un pezzo grosso a cui i generali rispondevano colla mano alla visiera, e gli ufficiali passandogli dinanzi, salutavano colla sciabola.
- O chi è colui? - chiese Malerba.
- Vittorio, - rispose il Lucchese.
- Che non l'hai mai visto nei soldi, sciocco! -
I soldati si voltavano a guardare, finché potevano.
Poscia Malerba osservò fra sé: - Quello è il Re! -
Più in là c'era un torrentello asciutto.
L'altra riva coperta di macchie saliva verso il monte, sparso di olmi scapitozzati.
Il cannoneggiamento non si udiva più.
Un merlo a quella pace s'era messo a fischiare nella mattinata chiara.
Tutt'a un tratto scoppiò come un uragano.
La vetta, il campanile, ogni cosa fu avvolta nel fumo.
Dei rami d'albero che scricchiolavano, della polvere che si levava qua e là nella terra, ad ogni palla di cannone.
Una granata spazzò via un gruppo di soldati.
In cima della collina si udivano di tratto in tratto delle grida immense, come degli urrà.
- Madonna santa! - balbettò il Lucchese.
I sergenti andavano ordinando di mettere a terra i zaini.
Malerba obbedì a malincuore perché ci aveva due camicie nuove e tutta la sua roba.
- Lesti! lesti! - andavano dicendo i sergenti.
Da una stradicciuola sassosa arrivarono di galoppo alcuni pezzi d'artiglieria, con un fragore di terremoto; gli ufficiali avanti, i soldati curvi sulla criniera irta dei cavalli fumanti, frustando a tutto andare, i cannonieri aggrappati ai mozzi e alle ruote, che spingevano su per l'erta.
In mezzo al rumore furioso delle cannonate si vide rovinare fuggendo per la china un cavallo ferito, colle tirelle pendenti, nitrendo, scavezzando viti, sparando calci disperati.
Più giù, a frotte, soldati laceri, sanguinosi, senza chepì, che agitavano le braccia.
Infine dei drappelli interi che rinculavano passo passo, fermandosi a far fuoco alla spicciolata, in mezzo agli alberi.
Trombe e tamburi suonarono la carica.
Il reggimento si slanciò alla corsa su per l'erta, come un torrente d'uomini.
Al Lucchese gli parlava il cuore: - Che furia per quel che ci aspetta lassù! - Gallorini gridava: - Savoia! - E a Malerba che aveva il passo pesante: - Su le zampe, camerata! - Cammina! - ripeteva Malerba.
Appena sulla vetta, in un praticello sassoso, si trovarono di faccia ai Tedeschi che si avanzavano fitti in fila.
Corse un lungo lampo su quelle masse che formicolavano; la fucilata crepitò da un capo all'altro.
Un giovanetto ufficiale, escito allora dalla scuola, cadde in quel momento, colla sciabola in pugno.
Il Lucchese annaspò alquanto, colle braccia aperte, come se inciampasse, e cadde egli pure.
Ma dopo non si vide più nulla.
Gli uomini si azzuffavano petto a petto, col sangue agli occhi.
- Savoia! Savoia! -
Infine i Tedeschi ne ebbero abbastanza, e cominciarono a dare indietro passo passo.
I cappotti grigi li inseguivano a stormi.
Malerba nella furia del correre, pigliò come una sassata che lo fece zoppicare.
Poi si accorse che gli colava il sangue pei pantaloni.
Allora infuriato come un bue si slanciò a testa bassa, menando baionettate.
Vide un gran diavolo biondo che gli veniva addosso con la sciabola sul capo, e Gallorini che gli appuntava alla schiena la bocca del fucile.
Le trombe suonavano a raccolta.
Ora tutto quello che restava del reggimento, a stormi, a gruppi, correva verso il villaggio, che rideva al sole, in mezzo al verde.
Però alle prime case si vide la carneficina che ci era stata.
Cannoni, cavalli, bersaglieri feriti, tutto sottosopra.
Gli usci sfondati, le imposte delle finestre che pendevano come cenci al sole.
In fondo a una corte c'era un mucchio di feriti per terra, e un carro colle stanghe in aria, ancora carico di legna.
- E il Lucchese? - domandò Gallorini senza fiato.
Malerba l'aveva visto cadere.
Nondimeno si voltò indietro per istinto verso il monte che formicolava di uomini e di cavalli.
Le armi luccicavano al sole.
Si vedevano, in mezzo alla spianata, degli ufficiali a piedi, i quali guardavano lontano col cannocchiale.
Le compagnie calavano ad una ad una per la china, con dei lampi che correvano lungo le file.
Potevano essere le 10 - le 10 del mese di giugno, al sole.
Un ufficiale s'era buttato come arso sull'acqua dove lavavano gli scopoli dei cannoni.
Gallorini stava disteso bocconi contro il muro del cimitero, colla faccia sull'erba; là almeno, dalle fosse, nell'erba folta, veniva un po' di frescura.
Malerba, seduto per terra, s'ingegnava a legarsi come poteva la gamba col fazzoletto.
Pensava al Lucchese, poveretto, che era rimasto per via, a pancia in aria.
- Tornano! tornano! - si udì gridare.
La tromba chiamava all'armi.
Ah! stavolta era proprio stufo Gallorini! Nemmeno un momento di riposo! Si alzò come una bestia feroce, tutto lacero, e afferrò il fucile.
La compagnia si schierava in fretta, alle prime case del paesetto, dietro i muri, alle finestre.
Due pezzi di cannone allungavano la gola nera in mezzo alla strada.
Si vedevano venire i Tedeschi in file serrate, un battaglione dopo l'altro, che non finivano mai.
Là fu colpito Gallorini.
Una palla gli ruppe il braccio.
Malerba lo voleva aiutare.
- Che cos'hai? - Nulla, lasciami stare -.
Il tenente faceva anche lui alle fucilate come un semplice soldato, e bisognò correre a dargli una mano, Malerba dicendo ad ogni colpo: - Lasciate fare a me che è il mio mestiere! - I Tedeschi scomparvero di nuovo.
Poi fu ordinata la ritirata.
Il reggimento non ne poteva più.
Fortunati Gallorini e il Lucchese che riposavano.
Gallorini s'era seduto a terra, contro il muro, e non si voleva più muovere.
Erano circa le 4, più di otto ore che stavano in quella caldura colla bocca arsa di polvere.
Però Malerba ci aveva preso gusto e domandava: - Ora che si fa? - Ma nessuno gli dava retta.
Scendevano verso il torrentello, accompagnati sempre dalla musica che facevano le cannonate sul monte.
Poscia da lontano videro il villaggio formicolare di uniformi di tela.
Non si capiva nulla, né dove andavano, né cosa succedeva.
Alla svolta di un ciglione s'imbatterono nella siepe dietro la quale il Lucchese era caduto.
E neppure Gallorini non c'era più.
Tornavano indietro alla rinfusa, visi nuovi che non si conoscevano, granatieri e fanteria di linea, dietro agli ufficiali che zoppicavano, laceri, strascinando i passi, col fucile pesante sulle spalle.
Calava la sera tranquilla, in un gran silenzio, dappertutto.
A ogni tratto si incontravano carri, cannoni, soldati che andavano al buio, senza trombe e senza tamburi.
Quando furono di là del fiume, seppero che avevano persa la battaglia.
- O come? - diceva Malerba.
- O come? - E non sapeva capacitarsi.
Poi, terminata la ferma, tornò al suo paese, e trovò la Marta che s'era già maritata, stanca d'aspettarlo.
Anche lui non aveva tempo da perdere, e prese una vedova, con del ben di Dio.
Qualche tempo dopo, lavorante alla ferrovia lì vicino, arrivò Gallorini, con moglie e figli anche lui.
- Tò Malerba! O cosa fai tu qui? Io faccio dei lavori a cottimo.
Ho imparato il fatto mio all'estero, in Ungheria, quando m'hanno fatto prigioniero, ti rammenti? Mia moglie m'ha portato un capitaletto...
Mondo ladro, eh? Credevi fossi arricchito? Eppure il nostro dovere l'abbiamo fatto.
Ma chi va in carrozza non siamo noi.
Bisogna dare una buona sterrata, e tornare a far conto da capo -.
Coi suoi operai ripeteva pure le stesse prediche, la domenica, all'osteria.
Essi, poveretti, ascoltavano, e dicevano di sì col capo, sorseggiando il vinetto agro, ristorandosi la schiena al sole, come bruti, al pari di Malerba, il quale non sapeva far altro che seminare, raccogliere e far figliuoli.
Egli dimenava il capo per politica, quando parlava il suo camerata, ma non apriva bocca.
Gallorini invece aveva girato il mondo, sapeva il fatto suo in ogni cosa, il diritto e il torto; sopra tutto il torto che gli facevano, costringendolo a sbattezzarsi e lavorare di qua e di là pel mondo, con una covata di figliuoli e la moglie addosso, mentre tanti andavano in carrozza.
- Tu non ne sai nulla del come va il mondo! Tu, se fanno una dimostrazione, e gridano viva questo o morte a quell'altro, non sai cosa dire.
Tu non capisci nulla di quel che ci vuole! -
E Malerba rispondeva sempre col capo di sì.
- Adesso ci voleva l'acqua pei seminati.
Quest'altro inverno ci voleva il tetto nuovo nella stalla.
VIA CRUCIS
Matilde cercò cogli occhi la Santina, entrando nella bottega della sarta.
Indi le si mise accanto, e disse piano: - Sai? Poldo piglia moglie -.
Santina avvampò in viso; poi si fece smorta, e chinò la testa sul lavoro.
Non disse nulla; non ci credeva; ma il cuore le si gonfiava di certi presentimenti che adesso le tornavano dinanzi agli occhi.
Solo le tremava il labbro nel frenare le lagrime.
Appena poté inventare un pretesto per uscire corse al Municipio, e lesse coi suoi occhi: "Leopoldo Bettoni con Ernestina Mirelli, agiata".
Tornando in bottega, cogli occhi gonfi, si buscò una buona lavata di capo.
La sera volle parlargli ad ogni costo.
Da un pezzo egli le diceva: - Faccio tardi all'officina.
C'è un lavoro da terminare -.
Il Renna, che lavorava da indoratore insieme con lui, s'era messo a ridere.
- Non dia retta, sora Santina.
Le son storie da contare ai morti -.
La mamma, al vedere che tornava a uscire, stralunata, l'afferrava per le vesti.
- Dove corri? A quest'ora...
- Ella non diceva altro: - Lasciatemi andare.
Lasciatemi andare...
- cogli occhi fissi.
Chi la incontrava così tardi, al vederla correre sul marciapiedi con quella faccia, si fermava a sbirciarla sotto il naso; oppure le buttava dietro un pissi pissi.
Ma ella non vedeva e non udiva.
Finalmente scoprì Poldo in fondo al caffè delle Cinque Vie, seduto in un crocchio, che guardava pensieroso il bicchiere.
Quando uscì sulla strada seguitava a guardarsi attorno come un ladro.
Pareva che il cuore glielo dicesse.
Ella lo afferrò pel gomito, allo svolto della cantonata.
- È vero che prendi moglie? - Poldo giurava di no, colle braccia in croce.
Infine disse: - Senti, io non ho nulla.
Tu neppure non hai nulla.
Si farebbe un bel marrone tutti e due -.
Cotesto non glielo aveva detto prima, quando le stava attorno innamorato, e le sussurrava quelle parole traditrici che le facevano squagliare il cuore dentro il petto.
Con tali parole s'era lasciata prendere in quella stanza dell'osteria di Gorla, col ritratto del Re e di Garibaldi che le si erano stampati in mente.
Ora egli se ne andava passo passo per la sua strada, col dorso curvo.
Da principio sembrava che il cuore le morisse dentro il petto.
Poscia a poco a poco si rassegnò.
Matilde le diceva: - Sciocca, ne troverai cento altri, non dubitare -.
Le compagne cianciavano e ridevano tutto il giorno, e il sabato facevano dei progetti per la festa.
Dalla finestra si vedeva il sole di primavera, sui tetti rossi, nei terrazzini pieni di fiori.
Allora tornavano a gonfiarlesi in cuore piene di lagrime le parole dolci di Poldo.
La domenica per lei spuntava triste, in quella malinconia di via Armorari, e pensava, pensava, coi gomiti appoggiati al davanzale, guardando le botteghe tutte chiuse.
Il Renna, di sopra, stava alla finestra per vedere la Santina affacciata a capo chino, che scopriva la nuca bianca.
Non usciva neppur lui.
Poscia le buttava dei sassolini.
Ella si voltava, col viso in su, e rideva.
Era l'unico suo sorriso.
Una sera di luna piena, mentre arrivava sin là la canzone della strada, il Renna scese al pian disotto, e Santina uscì sul pianerottolo ad attinger l'acqua.
Il giovanotto le prese tutte e due le mani che reggevan la secchia, ed ella gliele lasciò chinando il capo, nella luna piena che allagava il balcone.
Pure non voleva, no; perché a poco a poco aveva preso a volergli bene come a quell'altro, e temeva del poi.
Ma il Renna sapeva che ella aveva avuto Poldo per amante, e glielo rinfacciava a ogni momento.
Allora Santina dovette piegare il capo anche a costui, per provargli che gli voleva bene.
Stavolta fu all'Isola Bella, dopo un desinare che si sentiva la testa pesa come il piombo.
Poscia guardava tutta sconfortata gli orti e i prati che impallidivano al tramonto, mentre il Renna fumava alla finestra, in maniche di camicia.
E le disse pure: - Abbiamo fatto un bel marrone! - Sapeva che Beppe, il fratello della ragazza, era un giovanotto schizzinoso, di quelli che non amano far ridere alle proprie spalle.
Motivo per cui a poco a poco andava raffreddandosi coll'amante.
- Tu sei troppo imprudente, cara mia! Fai le cose in modo da aprire gli occhi a un cieco -.
Santina taceva e si struggeva in silenzio.
Poi il Renna la esaminava dalla testa ai piedi con un'occhiata.
- Cos'hai? Hai un certo viso! Il marrone?...
- Allora scoprì pure che egli sgomberava adagio adagio dalla stanza di sopra.
Lo sorprese per la scala con un baule sulle spalle.
- Te ne vai? Mi pianti? - Anch'egli negava, colle braccia in croce, come quell'altro.
Infine gli scappò la pazienza.
- Ebbene, cosa vuoi? Già sai che non son stato il primo...
Ella voleva buttarsi dalla finestra, se non fosse stata la paura.
La maestra arricciava il naso appena la vedeva entrare in bottega, accasciata, col viso gonfio e disfatto, con tanto di pèsche agli occhi.
La spogliava dalla testa ai piedi al pari del Renna, con certe occhiate che le leggevano in faccia la vergogna.
Infine, quando fu certa di non ingannarsi, le diede il fatto suo, un sabato sera, dietro il banco - cinque lire e ottanta centesimi.
- A Santina le pareva di morire.
Ma la padrona con un risolino agro ripeteva: - È inutile piangere adesso.
Dovevi pensarci prima! - La mamma cacciandosi le mani nei capelli, balbettava: - Cosa hai fatto? Cosa hai fatto? disgraziata! Se lo sapesse tuo fratello!...
-
Costui appena venne in chiaro della cosa andò a prendere il Renna per il collo, in via Camminadella.
- Ti voglio mangiare il fegato, traditore! - Dopo lo portarono a casa colla testa rotta.
- Non è nulla, - diceva.
- Ma voglio lavarmi il disonore col sangue di quella sciagurata! Se non va via di casa voglio ammazzare anche lei! - La poveretta scappò come si trovava, la vigilia di Natale.
Quel giorno Beppe, contento e all'oscuro di tutto, aveva portato un panettone.
La mamma di nascosto le mandò qualche soldo nel fagottino della roba.
Le sue compagne non ne seppero più nulla.
Dopo tre mesi all'improvviso Matilde se la vide capitare in casa pelle e ossa, in cerca di lavoro.
- Del lavoro?...
è difficile, sai; la maestra...
- No! No lei! - Ma allora...
Non saprei...
Poverina, come sei ridotta! Ora che farai? - Non so.
- E lui, Poldo? - Non so.
- Fàtti animo.
Tornerai bella come prima, vedrai! - Santina non aveva altro da dire, e se ne andava a capo chino.
Matilde la richiamò sull'andito.
- Dove andrai? - Non so.
- Senti, se pigli un altro amante, apri bene gli occhi stavolta, che non sia uno spiantato -.
Invece prese un bel giovanotto, ricco come un principe, e buono come il Signore Iddio; tanto che alla poveretta non le pareva vero, e non voleva crederci ogni volta che egli l'aspettava sotto il portico di piazza Mercanti, mentre essa andava a riportare il lavoro di cucito in via Broletto, e le si attaccava alla cintola.
- Angelo! Biondina d'oro! - No! Signore Iddio! Mi lasci andare pei fatti miei! - Una sera egli la seguì per la scaletta di casa sua, in via del Pesce, innamorato sino agli occhi.
Voleva che lo mettesse alla prova se le voleva bene.
Spese per lei dei gran denari; le fece abbandonare la camiciaia di via Broletto; le prese in affitto un bel quartierino in via Manara.
Spesso la conduceva al Fossati, e in campagna.
Le belle passeggiate nel Parco di Monza, tutto di verde e d'azzurro, colle folte ombrìe dei grandi alberi dove dormivano le viole e i pan porcini, e le stelle che filavano silenziose sul loro capo al ritorno, mentre egli le posava la testa fine sulle ginocchia, cullati dalla carrozza! Le pareva di sognare.
Cercava di leggergli negli occhi cosa dovesse fare per meritarsi quel paradiso.
Anch'esso da qualche tempo sembrava che sognasse.
La fissava pensieroso.
Rispondeva: - Nulla, non ci badare; ho delle seccature -.
Un giorno le disse ridendo che suo padre era furibondo contro di lei.
Aveva il sorriso pallido.
In seguito perse anche quel sorriso.
Sovente veniva tardi, di cattivo umore.
L'abbracciava in un certo modo per dirle: - Ti voglio tanto bene, sai! - In un momento d'abbandono le confidò che era soprapensiero per certe cambiali; i creditori non volevano aspettare più.
Suo padre in collera protestava che non gli avrebbe dato un soldo se non mutava via.
Santina chinava il capo tristemente, col martello di perdere il suo amore; giacché non le passava neppure pel capo che potesse sposar lei.
Egli dovette andare a Genova per due o tre giorni onde aggiustare i suoi affari.
Al momento di partire, sotto la tettoia della stazione, le aveva detto: - Non dubitare, non dubitare! - colla voce ancora innamorata.
Le aveva promesso di scriverle ogni giorno.
Ogni giorno Santina andava alla posta a prendere le sue lettere, per tre mesi.
Infine ne arrivò un'ultima in cui egli scriveva: "Che posso farci? Mio padre vuole che pigli moglie ad ogni costo".
E le mandava un vaglia di mille lire.
Un signore che passava dovette afferrarla per il braccio onde non cadesse sotto l'omnibus di Porta Romana.
Ora ella portava i cappelloni a piume, e gli stivalini col tacco alto come la Matilde.
La videro in brum chiuso con un ufficiale di cavalleria.
Al veglione del Dal Verme prese un premio; e una volta di nascosto mandò cinquanta lire alla mamma.
Il giorno dello Statuto in piazza del Duomo le passò a lato Poldo, e la sbirciò dicendo qualche cosa all'orecchio della moglie, una grassona la quale si mise a ridere scotendo il ventre.
Però ebbe giorni di fortuna.
Un signore forestiero le pagò un mese di allegra vita e di vetture di rimessa.
Poscia fece le sue valigie anche lui, e le lasciò qualche migliaio di lire, tutte in ori e fronzoli, che le mangiò un commesso viaggiatore.
Un maestro di musica, malato di petto, che moriva di fame e credeva d'attaccarsi alla vita buttandole le braccia al collo, le promise di sposarla.
Ella, quantunque non ci credesse più, fece una vita da santa tutto il tempo che rimase con lui, in una soffitta, a cavarsi gli occhi per comprargli le medicine.
Stettero anche quarantotto ore senza mangiare né lei né il suo amante, rannicchiati su uno strapunto sotto l'abbaino.
Infine l'accompagnò al cimitero di Porta Magenta, lei sola, col cuore stretto da quella giornata trista di febbraio tutta bianca di neve.
La sera andò in una scuola di ballo per cercar da cena.
Poi scese giù nella strada; fece la dolorosa via crucis della Galleria e di Via Santa Margherita, nell'ora triste della caccia al pranzo, tremante di freddo sotto il mantello di seta, col viso pallido di cipria, sorridendo a tutti colle labbra affamate, scutrettolando coi piedi gonfi rasente agli uomini che la salutavano con un'occhiata sprezzante; senza ripugnanze, senza simpatie, senza stanchezza, senza sonno, senza lagrime, senza un briciolo della sua sciagurata bellezza che le appartenesse più.
Una notte di carnevale, in un'orgia, Poldo volle comprare da lei un bacio coi denari della moglie, ed essa glielo diede, sulla bocca avvinazzata.
La stagione era ancora rigida.
Lassù nella sua cameruccia sotto i tetti l'acqua gelava nel catino.
Se entrava in un caffè per riscaldarsi, il cameriere, in cravatta bianca, le sussurrava qualche parola all'orecchio, ed ella tornava al alzarsi a capo chino.
Di fuori, alla luce appannata delle grandi invetriate, passavano delle ombre impellicciate come lei sotto un cappellone piumato.
Dietro, i questurini, passo passo.
Gli uomini camminavano frettolosi, col bavero rialzato e il sigaro in bocca.
Ella sorrideva, colle labbra riarse.
Piazza del Duomo tutta bianca di neve, Santa Margherita colle vetrine scintillanti del Bocconi; lì delle lunghe stazioni all'alito dei sotterranei riscaldati che veniva dalle finestre a livello del marciapiede.
La gente passava sogghignando.
Indi piazza della Scala, come un camposanto, il teatro sfavillante di lumi, i caffè nella nebbia calda del gas, e di nuovo la Galleria, alta, sonora, coll'arco immenso spalancato sull'altra piazza bianca di neve; e dietro sempre il passo sonoro dei questurini che la scacciavano avanti, sempre avanti.
Un vecchietto curvo la sbirciò arricciandosi i baffi tinti.
La poveretta sorrideva sempre inutilmente, colle labbra pallide.
Infine s'avvicinò a una di quelle ombre che al par di lei passeggiavano eternamente sotto il cappellone piumato, e le disse qualche parola sottovoce.
L'altra si strinse nelle spalle.
Un signore passava senza darle retta.
Poscia tornò indietro e le mise qualcosa nella mano.
Allora, chiusa nel suo mantello di seta, colle piume del cappellone sul viso infarinato, andò a comprare del pane.
E il garzone le sghignazzava dietro, tornando a sedere dietro il banco accanto alla ragazza che leggeva il Secolo, mentre l'altra si allontanava col pane sotto il mantello di seta, come una regina.
CONFORTI
La donna dell'uovo glielo aveva predetto alla sora Arlìa: - Sarai contenta, ma prima passerai dei guai -.
Chi l'avrebbe immaginato quando sposò il Manica colla sua bella bottega di barbiere in via dei Fabbri, lei pettinatora anch'essa, giovani e sani tutti e due! Solo don Calogero, suo zio, non aveva voluto benedire quel matrimonio - per lavarsene le mani come Pilato - diceva.
Sapeva come fossero tutti tisici di padre in figlio a casa sua, ed era riescito a mettere un po' di pancia collo scegliere la vita quieta del prevosto.
- Il mondo è pieno di guai, - predicava don Calogero.
- Ed è meglio starsene alla larga -.
I guai infatti erano venuti a poco a poco.
Arlìa, sempre incinta da un anno all'altro, che le clienti stesse disertavano per la malinconia di vederla arrivare col fiato ai denti, e quel castigo di Dio della pancia grossa.
Poi le mancava il tempo di stare in giorno colla moda.
Suo marito aveva sognato una gran bottega da parrucchiere nel Corso, colle profumerie nella vetrina; ma aveva un bel radere barbe a tre soldi l'una.
I figliuoli si facevano tisici uno dopo l'altro, e prima d'andarsene al camposanto si mangiavano colla propria carne il poco guadagno dell'annata.
Angiolino, che non voleva morire così giovane, si lamentava nella febbre: - Mamma, perché m'avete messo al mondo? - Tale e quale come gli altri suoi fratelli morti prima.
La mamma, allampanata, non sapeva che rispondere, dinanzi al letticciuolo.
Avevano fatto l'impossibile; s'erano mangiato il cotto e il crudo: brodi, medicine, pillole piccine come capocchie di spilli.
Arlìa aveva speso tre lire per una messa, ed era andata ad ascoltarla ginocchioni in S.
Lorenzo, picchiandosi il petto pei suoi peccati.
La Vergine nel quadro sembrava che ammiccasse di sì cogli occhi.
Ma il Manica, più giudizioso, si metteva a ridere colla bocca storta, grattandosi la barba.
Infine la povera madre afferrò il velo come una pazza, e corse dalla donna dell'uovo.
Una contessa che voleva tagliarsi i capelli dalla disperazione dell'amante ci aveva trovata la consolazione.
- Sarai contenta, ma prima passerai dei guai, - le rispose quella dell'uovo.
Lo zio prete aveva un bel dire: - Tutte imposture di Satanasso! - Bisogna provare cosa sia avere il cuore nero d'amarezza, mentre s'aspetta la sentenza, e quella vecchia vi legge il vostro destino tutto in un bianco d'uovo! Dopo le pareva di trovare a casa il figliuolo alzato, che le dicesse allegro: - Mamma, sono guarito -.
Invece il ragazzo se ne andava a oncia a oncia, stecchito nel lettuccio, e quegli occhi se lo mangiavano.
Don Calogero, che di morti se ne intendeva, come veniva a vedere il nipote, si chiamava poi in disparte la mamma, e le diceva: - Pei funerali me ne incarico io.
Non ci pensate -.
Però la sventurata sperava sempre, accanto al capezzale.
Alle volte, quando saliva anche Manica a sentire del figliuolo, colla barba lunga di otto giorni e il dorso curvo, provava compassione di lui che non ci credeva.
Come doveva patirci il poveretto! Ella almeno aveva in cuore le parole della donna dell'uovo, come un lume acceso, sino al momento in cui lo zio prete s'assise ai piedi del letto colla stola.
Poi, quando si portarono via la sua speranza nella bara del figliuolo, le parve che si facesse un gran buio dentro il suo petto.
E balbettava dinanzi a quel lettuccio vuoto: - O dunque cosa m'aveva promesso quella dell'uovo? -.
Suo marito dal crepacuore aveva preso il vizio di bere.
Infine, adagio adagio, si fece una gran calma nel suo cuore.
Tale e quale come prima.
Ora che i guai l'erano caduti tutti sulle spalle sarebbe venuta la contentezza.
Ai poveretti accade spesso così.
Fortunata, l'ultima che le restasse di tanti figli, si alzava la mattina pallida e colle pèsche color di madreperla agli occhi, a simiglianza dei fratelli che eran morti tisici.
Le clienti stesse la lasciavano ad una ad una, i debiti crescevano, la bottega si vuotava.
Manica, suo marito, aspettava gli avventori tutto il giorno, col naso contro la vetrina appannata.
Lei chiedeva alla figliuola: - Ti dice di sì il cuore per quello che ci ha promesso la sorte?
Fortunata non diceva nulla, cogli occhi accerchiati di nero come i suoi fratelli, fissi in un punto che vedeva lei.
Un giorno sua madre la sorprese per le scale con un giovanotto che sgattajolò in fretta al veder gente, e lasciò la ragazza tutta rossa.
- Oh, poveretta me!...
Che fai tu qui? -
Fortunata chinò il capo.
- Chi era quel giovanotto? che voleva?
- Niente.
- Confidati con tua madre, col sangue tuo.
Se tuo padre sapesse!...
-
Per tutta risposta la ragazza alzò la fronte e le fissò in faccia gli occhi azzurri.
- Mamma, io non voglio morire come gli altri! -
Il maggio fioriva, ma la fanciulla s'era mutata in viso, ed era divenuta inquieta sotto gli occhi ansiosi della madre.
I vicini le cantavano: - Badi alla sua ragazza, sora Arlìa -.
Il marito istesso, colla cera lunga, un giorno l'aveva presa a quattr'occhi nella botteguccia nera, per ripeterle:
- Bada a tua figlia, intendi? Che almeno il sangue nostro sia onorato! -
La poveretta non osava interrogare la figliuola al vederla tanto stralunata.
Le fissava soltanto addosso certi occhi che passavano il cuore.
Una sera, dinanzi alla finestra aperta, mentre dalla strada saliva la canzone di primavera, la ragazza le mise il viso in seno, e confessò ogni cosa piangendo a calde lagrime.
La povera madre cadde su una seggiola, come se le avessero stroncato le gambe.
E tornava a balbettare, colle labbra smorte: - Ah! Ora come faremo? -.
Le pareva di vedere Manica nell'impeto del vino, col cuore indurito dalle disgrazie.
Ma il peggio erano gli occhi con i quali la ragazza rispondeva:
- Vedete questa finestra, mamma?...
la vedete com'è alta?...
-
Il giovane, un galantuomo, aveva mandato dallo zio prete a tastare il terreno per sapere che pesci pigliare.
- Don Calogero s'era fatto prete apposta onde non sentir parlare dei guai del mondo.
Il Manica si sapeva che non era ricco.
L'altro capì l'antifona e fece sentire che gli dispiaceva tanto di non esser ricco lui per fare a meno della dote.
Allora la Fortunata si allettò davvero, e cominciò a tossire come i suoi fratelli.
Parlava spesso all'orecchio della mamma, col viso rosso, tenendola abbracciata, e ripeteva:
- Vedete com'è alta quella finestra?...
-
E la mamma doveva correre di qua e di là a pettinare le signore pel teatro, sempre con lo spavento di quella finestra dinanzi agli occhi se non trovava la dote per la figlia, o se il marito s'accorgeva del marrone.
Di tanto in tanto le tornavano in mente le parole di quella dell'uovo, come uno spiraglio di luce.
Una sera che tornava a casa stanca e scoraggiata, passando dinanzi alla vetrina di una lotteria, le caddero sotto gli occhi i numeri stampati, e per la prima volta le venne l'ispirazione di giuocare.
Allora con quel fogliolino giallo in tasca le pareva d'avere la salute della figliuola, la ricchezza del marito, e la pace della casa.
Pensava anche come una dolcezza all'Angiolino e agli altri figliuoli da un pezzo sotterra nel cimitero di Porta Magenta.
Era un venerdì, il giorno degli afflitti, nel sereno crepuscolo di primavera.
Così ogni settimana.
Si levava di bocca i pochi soldi della giocata per vivere colla speranza di quella grande gioia che doveva capitarle all'improvviso.
L'anime sante dei suoi figliuoli ci avrebbero pensato di lassù.
Manica, un giorno che i fogliolini gialli saltarono fuori dal cassetto, mentre cercava di nascosto qualche lira da passar mattana all'osteria, montò in una collera maledetta.
- In tal modo se ne andavano dunque i denari?...
- Sua moglie non sapeva che rispondere, tutta tremante.
- Però, senti, se il Signore mandasse i numeri?...
Bisogna lasciare l'uscio aperto alla fortuna -.
E in cuor suo pensava alle parole di quella dell'uovo.
- Se non hai altra speranza - brontolò Manica con sorriso agro.
- E tu che speranza hai?
- Dammi due lire! - rispose lui bruscamente.
- Due lire! o Madonna!...
cosa vuoi farne?
- Dammi una lira sola! - ripeté Manica stravolto.
Era una giornata buia, la neve dappertutto e l'umidità che bagnava le ossa.
La sera Manica tornò a casa col viso lustro d'allegria.
Fortunata diceva invece:
- Per me sola non c'è conforto -.
Alle volte ella avrebbe voluto essere come i suoi fratelli sotto l'erba del camposanto.
Almeno quelli non tribolavano più, ed anche i genitori ci avevano fatto il callo, poveretti.
- Oh! il Signore non ci abbandonerà del tutto, - balbettava Arlìa.
- Quella dell'uovo me l'ha detto.
Ho qui un'ispirazione -.
Il giorno di Natale apparecchiarono la tavola coi fiori e la tovaglia di bucato, e quest'anno invitarono lo zio prete ch'era la sola provvidenza che restasse.
Il Manica si fregava le mani e diceva:
- Oggi si ha a stare allegri -.
Pure il lume appeso al soffitto ciondolava malinconico.
Ci fu il manzo, il tacchino arrosto, ed anche un panettone col Duomo di Milano.
Alle frutta il povero zio, vedendoli piangere, siffatta giornata, con un buon bicchiere in mano di barbera anche lui, non seppe tener duro e dovette promettere la dote alla ragazza.
L'amante tornò a galla, Silvio Liotti, commesso di negozio con buone informazioni, pronto a riparare il mal fatto.
Manica col bicchiere in mano diceva a don Calogero:
- Vedete, vossignoria; questo qui ne aggiusta tante -.
Ma era destino che dove era l'Arlìa la contentezza non durasse.
Il genero, ragazzo d'oro, si mangiò la dote della moglie, e dopo sei mesi Fortunata tornava a casa dai genitori a narrar guai e a mostrar le lividure, affamata e colle busse.
Ogni anno un figliuolo anche lei come sua madre, e tutti sani come lasche che se la mangiavan viva.
Alla nonna sembrava che tornasse a far figliuoli, ché ognuno era un altro guaio, senza morir tisico.
Divenuta vecchia, doveva correre sino a Borgo degli Ortolani, e in fondo a Porta Garibaldi, per buscarsi dalle bottegaie qualche mesata da quattro lire.
Suo marito anch'esso, che gli tremavano le mani, faceva appena dieci lire al sabato, tutti tagli e tele di ragno per stagnare il sangue.
Il resto della settimana poi o dietro la vetrina sudicia ingrugnato, o all'osteria col cappello a sghimbescio sull'orecchio.
Anch'essa ora i denari del terno li spendeva in tanta acquavite, di nascosto, sotto il grembiale, e il suo conforto era di sentirsene il cuor caldo, senza pensare a nulla, seduta di faccia alla finestra, guardando di fuori i tetti umidi che sgocciolavano.
L'ULTIMA GIORNATA
I viaggiatori che erano nelle prime carrozze del treno per Como, poco dopo Sesto, sentirono una scossa, e una vecchia marchesa, capitata per sua disgrazia fra un giovanotto e una damigella di quelle col cappellaccio grande, sgranò gli occhi e arricciò il naso.
Il signorino aveva una magnifica pelliccia, e per galanteria voleva dividerla colla sua vicina più giovane, sebbene fosse primavera avanzata.
Fra il sì e il no, stavano appunto aggiustando la partita, nel momento in cui il treno sobbalzò.
Per fortuna la marchesa era conosciuta alla stazione di Monza, e si fece dare un posto di cupé.
I giornali della sera raccontavano:
"Oggi, nelle vicinanze di Sesto, fu trovato il cadavere di uno sconosciuto fra le rotaie della ferrovia.
L'autorità informa".
I giornali non sapevano altro.
Una frotta di contadini che tornavano dalla festa di Gorla si erano trovati tutt'a un tratto quel cadavere fra i piedi, sull'argine della strada ferrata, e avevano fatto crocchio intorno curiosi per vedere com'era.
Uno della brigata disse che incontrare un morto la festa porta disgrazia; ma i più ne levano i numeri del lotto.
Il cantoniere, onde sbarazzare le rotaie, aveva adagiato il cadavere nel prato, fra le macchie, e gli aveva messa una manciata d'erbacce sulla faccia, ch'era tutta sfracellata, e faceva un brutto vedere, per chi passava.
Fra un treno e l'altro corsero il pretore, le guardie, i vicini, e com'era la festa dell'Ascensione, nei campi verdi si vedevano i pennacchi rossi dei carabinieri e i vestiti nuovi dei curiosi.
Il morto aveva i calzoni tutti stracciati, una giacchetta di fustagno logora, le scarpe tenute insieme collo spago, e una polizza del lotto in tasca.
Cogli occhi spalancati nella faccia livida, guardava il cielo azzurro.
La giustizia cercava se era il caso di un assassinio per furto, o per altro motivo.
E fecero il verbale in regola, né più né meno che se in quelle tasche ci fossero state centomila lire.
Poi volevano sapere chi fosse, e d'onde venisse; nome, patria, paternità e professione.
D'indizi non rimanevano che la barba rossa, lunga di otto giorni, e le mani sudice e patite: delle mani che non avevano fatto nulla, e avevano avuto fame da un gran pezzo.
Alcuni l'avevano riconosciuto a quei contrassegni.
Fra gli altri una brigata allegra che faceva baldoria a Loreto.
Le ragazze che ballavano, scalmanate e colle sottane al vento, avevano detto:
- Quello là non ha voglia di ballare! -
Egli andava diritto per la sua strada, colle braccia ciondoloni, le gambe fiacche, e aveva un bel da fare a strascinare quelle ciabatte, che non stavano insieme.
Un momento s'era fermato a sentir suonare l'organetto, quasi avesse voglia di ballar davvero, e guardava senza dir nulla.
Poi seguitò ad allontanarsi per il viale che si stendeva largo e polveroso sin dove arrivava l'occhio.
Camminava sulla diritta, sotto gli alberi, a capo chino.
Il tramvai era stato a un pelo di schiacciarlo, tanto che il cocchiere gli aveva buttato dietro un'imprecazione e una frustata.
Egli aveva fatto un salto disperato per scansare il pericolo.
Più tardi lo videro sul limite di un podere, seduto per terra, in attitudine sospetta.
Pareva che strologasse la pezza di granoturco, o che contasse i sassi del canale.
Il garzone della cascina accorse col randello, e gli si accostò quatto quatto.
Voleva vedere cosa stesse macchinando là quel vagabondo, mentre le pannocchie del granoturco ci voleva del tempo ad esser mature, e in tutto il campo, a farlo apposta, non vi sarebbe stato da rubare un quattrino.
Allorché gli fu addosso vide che si era cavate le scarpe, e teneva il mento fra le palme.
Il garzone, col randello dietro la schiena, gli domandò cosa stesse a far lì, nella roba altrui; e gli guardava le mani sospettoso.
L'altro balbettava senza saper rispondere, e si rimetteva le scarpe mogio mogio.
Poi si allontanò di nuovo, col dorso curvo, come un malfattore.
Andava lungo l'argine del canale, sotto i gelsi che mettevano le prime foglie.
I prati, a diritta e a sinistra, erano tutti verdi.
L'acqua, nell'ombra, scorreva nera, e di tanto in tanto luccicava al sole, un bel sole di primavera, che faceva cinguettare gli uccelli.
Il garzone aggiunse ch'era rimasto più di un'ora in agguato per vedere se tornasse quel vagabondo; e non avrebbe mai creduto che facesse tante storie per andare a finire sotto una locomotiva.
L'aveva riconosciuto da quelle scarpe che non si reggevano neppure collo spago, e gli erano saltate fuori dai piedi, di qua e di là dalle rotaie.
- Gli è che al momento in cui le ruote vi son passate di sopra quei piedi hanno dovuto sgambettare! - osservò il cameriere dell'osteria, corso sin là all'odore del morto come un corvo, in giubba nera e col tovagliuolo al braccio.
Egli aveva visto passare quello sconosciuto dall'osteria verso mezzogiorno: una di quelle facce affamate che vi rubano cogli occhi la minestra che bolle in pentola, quando passano.
Perfino i cani l'avevano odorato, e gli abbaiavano dietro quelle scarpacce che si slabbravano nella polvere.
Come il sole tramontava l'ombra del cadavere si allungava, dai piedi senza scarpe, a guisa di spaventapassere, e gli uccelli volavano via silenziosi.
Dalle osterie vicine giungevano allegri il suono delle voci e la canzone del Barbapedana.
In fondo al cortile, dietro le pianticelle magre in fila si vedevano saltare e ballare le ragazze scapigliate.
E quando il carro che portava i resti del suicida passò sotto le finestre illuminate, queste si oscurarono subito dalla folla dei curiosi che s'affacciavano per vedere.
Dentro, l'organetto continuava a suonar il valzer di Madama Angot.
Più tardi se ne seppe qualche cosa.
La affittaletti di Porta Tenaglia aveva visto arrivare quell'uomo della barba rossa una sera che pioveva, era un mese, stanco morto, e con un fardelletto sotto il braccio che non doveva dargli gran noia.
Ed essa glielo aveva pesato cogli occhi per vedere se ci erano dentro i due soldi pel letto prima di dirgli di sì.
Egli aveva domandato prima quanto si spendeva per dormire al coperto.
Poi ogni giorno che Dio mandava in terra aspettava che gli arrivasse una lettera, e si metteva in viaggio all'alba, per andar a cercare quella risposta, colle scarpe rotte, la schiena curva, stanco di già prima di muoversi.
Finalmente la lettera era venuta, col bollino da cinque.
Diceva che nell'officina non c'era posto.
La donna l'aveva trovata sul materasso, perché lui quel giorno era rimasto sino a tardi col foglio in mano, seduto sul letto, colle gambe ciondoloni.
Nessuno ne sapeva altro.
Era venuto da lontano.
Gli avevano detto: - A Milano, che è città grande, troverete -.
Egli non ci credeva più; ma s'era messo a cercare finché gli restava qualche soldo.
Aveva fatto un po' di tutti i mestieri: scalpellino, fornaciaio, e infine manovale.
Dacché si era rotto un braccio non era più quello; e i capomastri se lo rimandavano dall'uno all'altro, per levarselo di fra' piedi.
Poi quando fu stanco di cercare il pane si coricò sulle rotaie della ferrovia.
A che cosa pensava, mentre aspettava, supino guardando il cielo limpido e le cime degli alberi verdi? Il giorno innanzi, mentre tornava a casa colle gambe rotte, aveva detto: - Domani! -
Era la sera del sabato; tutte le osterie del Foro Bonaparte piene di gente fin sull'uscio, al lume chiaro del gas, dinanzi alle baracche dei saltimbanchi, affollata alle banchette dei venditori ambulanti, perdendosi nell'ombra dei viali, con un bisbiglio di voci sommesse e carezzevoli.
Una ragazza in maglia color carne suonava il tamburo sotto un cartellone dipinto.
Più in là una coppia di giovani seduti colle spalle al viale si abbracciavano.
Un venditore di mele cotte tentava lo stomaco colla sua mercanzia.
Passò dinanzi una bottega socchiusa; c'era in fondo una donna che allattava un bimbo, e un uomo, in maniche di camicia, fumava sulla porta.
Egli camminando guardava ogni cosa, ma non osava fermarsi; gli sembrava che lo scacciassero via, via, sempre via.
I cristiani pareva che sentissero già l'odor del morto, e lo evitavano.
Solo una povera donna, che andava a Sesto curva sotto una gran gerla e brontolando, si mise a sedersi sul ciglio della strada accanto a lui per riposarsi; e cominciò a chiacchierare e a lamentarsi, come fanno i vecchi, ciarlando dei suoi poveri guai: che aveva una figlia all'ospedale, e il genero la faceva lavorare come una bestia; che gli toccava andare fino a Monza con quella gerla lì, e aveva un dolore fisso nella schiena che gliela mangiavano i cani.
Poi anch'essa se ne andò per la sua strada, a far cuocere la polenta del genero che l'aspettava.
Al villaggio suonava mezzogiorno, e tutte le campane si misero in festa per l'Ascensione.
Quando esse tacevano una gran pace si faceva tutto a un colpo per la campagna.
A un tratto si udì il sibilo acuto e minaccioso del treno che passava come un lampo.
Il sole era alto e caldo.
Di là della strada, verso la ferrovia, le praterie si perdevano a tiro d'occhio sotto i filari ombrosi di gelsi, intersecate dal canale che luccicava fra i pioppi.
- Andiamo, via! è tempo di finirla! - Ma non si muoveva, col capo fra le mani.
Passò un cagnaccio randagio e affamato, il solo che non gli abbaiasse, e si fermò a guardarlo fra esitante e pauroso; poi cominciò a dimenar la coda.
Infine, vedendo che non gli davano nulla, se ne andò anch'esso; e nel silenzio si udì per un pezzetto lo scalpiccìo della povera bestia che vagabondava col ventre magro e la coda penzoloni.
Gli organetti continuarono a suonare, e la baldoria durò sino a tarda sera, nelle osterie.
Poi, quando le voci si affiocarono e le ragazze furono stanche di ballare, ricominciarono a parlare del suicidio della giornata.
Una raccontò della sua amica, bella come un angelo, che si era asfissiata per amore, e l'avevano trovata col ritratto del suo amante sulle labbra, un traditore che l'aveva piantata per andare a sposare una mercantessa.
Ella sapeva la storia con ogni particolare; erano state due anni a cucire allo stesso tavolo.
Le compagne ascoltavano mezze sdraiate sul canapè, facendosi vento, ancora rosse e scalmanate.
Un giovanotto disse che egli, se avesse avuto motivo di esser geloso, avrebbe fatta la festa a tutti e due, prima lei e poi lui, con quel trincetto che portava indosso, anche quando non era a bottega - non si sa mai! - E si posava colle mani in tasca davanti alle ragazze, che lo ascoltavano intente, bel giovane com'era, coi capelli inanellati che gli scappavano di sotto a un cappelluccio piccino piccino.
Il cameriere portò delle altre bottiglie, e tutti, coi gomiti allungati sulla tovaglia, parlavano di cose tenere, cogli occhi lustri, stringendosi le mani.
- In questo mondo cane non c'è che l'amicizia e un po' di volersi bene.
Viva l'allegria! Una bottiglia scaccia una settimana di malinconia.
Alcuni si misero in mezzo a rappattumare due pezzi di giovanotti che volevano accopparsi per gli occhi della morettina che andava dall'uno all'altro senza vergogna.
- È il vino! è il vino! - si gridava.
- Viva l'allegria! - I pacieri furono a un pelo di accapigliarsi coll'oste per alcune bottiglie che vedevano di troppo sul conto.
Poi tutti uscirono all'aria fresca, nella notte ch'era già alta.
L'oste stette un pezzetto sprangando tutte le porte e le finestre, facendo i conti sul libraccio unto.
Poi andò a raggiungere la moglie che sonnecchiava dinanzi al banco, col bimbo in grembo.
Le voci si perdevano in lontananza per la strada, con scoppi rari e improvvisi di allegria.
Tutto intorno, sotto il cielo stellato, si faceva un gran silenzio, e il grillo canterino si mise a stridere sul ciglio della ferrovia.
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DRAMMI INTIMI (1884)
I DRAMMI IGNOTI
Casa Orlandi era tutta sottosopra.
La contessina Bice si moriva di malattia di languore, dicevano gli uni: di mal sottile, dicevano gli altri.
Nella gran camera da letto, sola quasi buia in tutto il quartiere illuminato come per una festa, la madre, pallidissima, seduta accanto al letto dell'inferma, aspettava la visita serale del dottore, tenendo nella mano febbrile la mano scarna e ardente della figliuola, parlandole con quell'accento carezzevole e quel falso sorriso con cui si cerca di rispondere allo sguardo inquieto e scrutatore dei gravemente infermi.
Tristi colloqui che celavano sotto l'apparenza della calma la preoccupazione di un morbo fatale da cui era stata colpita la madre della contessa, e che aveva minacciata lei stessa dopo la nascita di Bice - il ricordo delle cure inquiete e trepide di cui era stata circondata l'infanzia di quella bambina - delle prescrizioni severe della scienza che aveva soffocato quasi la sua maternità, e scusato i primi traviamenti del marito, morto giovane di un male da decrepiti, dopo aver agonizzato degli anni su di una poltrona.
- Poi un altro sentimento che aveva fatto rifiorire la sua giovinezza, appassita anzitempo fra quella culla minacciata e quel marito di già cadavere prima di scendere nella tomba.
Un affetto profondo ed occulto, inquieto, geloso, che si mischiava a tutte le sue gioie mondane, e sembrava fatto di quelle, e le raffinava, le rendeva più sottili, più penetranti, come una delicata voluttà che animava ogni cosa, un abbigliamento, un monile, una festa, un trionfo di donna elegante.
- Persino quell'altra nube sórta a un tratto minacciosa in quel cielo azzurro, la malattia della figlia, come una ombra nera che dilatavasi da quei cortinaggi pesanti ed inerti, e ingigantiva, sino a scontrarsi con degli altri giorni neri - la morte di sua madre, l'agonia del marito, la faccia grave e preoccupata di quel medico che era venuto un'altra volta, il tic-tac di quella stessa pendola che riempiva tutta la stanza, tutta la casa, di una aspettativa lugubre.
Le parole della madre e della figlia, che volevano sembrar gaie e spensierate, morivano nella semioscurità di quella vòlta altissima.
Ad un tratto i campanelli elettrici squillarono nella lunga infilata di sale sfavillanti e deserte.
I servitori silenziosi si affrettavano senza far rumore dinanzi al dottore, il quale giungeva calmo, col sorriso mentito in quell'attesa angosciosa.
La contessa si rizzò senza poter dissimulare un tremito nervoso.
- Buona sera! Un po' tardi! Finisco adesso il mio giro.
E questa cara ammalata come è stata? -
S'era assiso di contro al letto; aveva fatto togliere la ventola alla lampada ed esaminava l'inferma, tenendo fra le dita bianche e grassocce il polso delicato e pallido della fanciulla; ripeteva le solite domande.
La contessa rispondeva con un lieve tremito nervoso nella voce; Bice con monosillabi tronchi, sempre con quegli occhi lucenti e inquieti.
Nelle sale accanto si succedevano i colpi di campanello discreti, e la cameriera entrava in punta di piedi per sussurrare all'orecchio della signora il nome degli intimi che venivano a chieder notizie dell'inferma.
Ad un tratto il dottore rizzò il capo.
- Chi è arrivato adesso? - domandò con vivacità strana.
- Il marchese Danei - rispose la contessa.
- La solita pozione per questa notte - continuò il medico, come se avesse dimenticato la sua domanda.
- Osservare a che ora cadrà la febbre.
Del resto nulla di nuovo.
Bisogna dar tempo alla cura -.
Ma non lasciava il polso dell'inferma; fissando uno sguardo penetrante su la fanciulla che aveva chinato gli occhi.
La madre aspettava ansiosa.
Un istante gli occhi ardenti della figlia s'incontrarono con quelli di lei, e avvampò subitamente in viso.
- Per carità, dottore! per carità! - supplicava la contessa, accompagnando il medico sino all'anticamera, senza badare agli amici e ai parenti che aspettavano in un angolo del salone, chiacchierando sottovoce.
- Come ha trovata oggi la Bice? Mi dica la verità!
- Nulla di nuovo - rispondeva lui.
- La solita febbriciattola, il solito squilibrio nervoso...
-
Ma quando furono in un salottino appartato, si piantò ritto dinanzi alla contessa, e disse bruscamente:
- La ragazza è innamorata di questo signor Danei -.
La contessa non rispose sillaba.
Solo impallidì orribilmente, e per istinto si portò le mani al petto.
- Bisogna pensarci! - ribatté il medico con una certa rude franchezza.
- Ora ne son certo.
Il caso è grave.
- Lui! - fu la prima parola che scappò alla madre, senza sapere quel che si dicesse.
- Sì; il polso me l'ha detto.
Lei non ha avuto alcun indizio? Non ha mai sospettato qualche cosa?
- Mai!...
Bice è così timida...
così...
- Il marchese viene spesso in casa? -
La poveretta, sotto gli occhietti grigi di quell'uomo che assumeva l'importanza d'un giudice, balbettò: - Sì.
- Noi altri medici alle volte abbiamo cura d'anime - aggiunse il dottore sorridendo.
- Forse è stato un bene che quel signore sia arrivato nel momento della mia visita.
- Ma ogni speranza non è perduta, dottore? Per l'amor di Dio!...
- No...
secondo i casi.
Buona sera -.
La contessa rimase un momento in quella stanza, quasi al buio, asciugandosi col fazzoletto un lieve sudore che le umettava le tempie.
Quando ripassò dal salone, rapidamente, guardò Danei in un canto, nel crocchio degl'intimi, e salutò tutti con un cenno del capo.
- Bice, figlia mia! il dottore t'ha trovata meglio oggi, sai!
- Sì, mamma - rispose la fanciulla dolcemente, con quella amara indifferenza degli ammalati gravi che stringe il cuore.
- Ci è di là delle visite per te.
Vuoi vederli?
- Chi c'è?
- Ma tutti.
La tua zia, Augusta, il signor Danei...
Vuoi vederli? -
Bice chiuse gli occhi, come fosse stanca; e nell'ombra, così pallida com'era, si vide un lieve rossore montarle alle guance.
- No, mamma.
Non voglio veder nessuno.
-
Attraverso quelle palpebre chiuse, delicate come foglie di rosa, sentiva fisso su di lei lo sguardo angoscioso ed intenso della madre.
All'improvviso riaprì gli occhi, e le buttò al collo quelle povere braccia magre e tremanti sotto la batista, con un moto indefinibile di confusione, di tenerezza e di sconforto.
Madre e figlia si strinsero teneramente, a lungo, senza dir parola, piangendo entrambe delle lagrime che avrebbero voluto nascondersi.
Ai parenti e agli amici che domandavano premurosi notizie dell'inferma, la contessa rispondeva come l'altre volte, ritta in mezzo al salone, senza poter dissimulare uno spasimo interno che di quando in quando le mozzava il respiro.
Allorché tutti se ne furono andati, rimasero faccia a faccia, Danei e lei.
Tante volte erano rimasti soli alcuni minuti, come allora, vicino a quel tavolo, a scambiare qualche parola di conforto e di speranza, o assorti in un silenzio che accomunava il loro pensiero e le loro anime nella stessa preoccupazione dolorosa; momenti tristi e cari, nei quali ella attingeva la forza e il coraggio di rientrare nell'atmosfera cupa e lugubre di quelle stanze d'inferma con un sorriso di incoraggiamento.
Stettero alquanto senza aprir bocca, con la fronte sulla mano.
La contessa aveva tale espressione in tutta la sua persona, che Roberto non sapeva cosa dirle.
Finalmente le stese la destra.
Ella ritirò la sua.
- Sentite, Roberto...
Ho da dirvi una cosa...
una cosa da cui dipende tutta la sua vita -.
Egli aspettava, serio, un po' inquieto.
- Mia figlia vi ama! -
Danei rimase sbalordito, guardando la contessa che si era nascosta il viso tra le mani e piangeva dirottamente.
- Ella!...
È impossibile!...
Guardate bene!...
- No! Me l'ha detto il medico.
Ed ora ne son certa.
Vi ama da morirne...
- Vi giuro!...
Vi giuro che...
- Lo so.
Vi credo.
Non ho bisogno di cercare perché Bice vi ami, Roberto!...
-
E si abbandonò sul divano.
Roberto era commosso anche lui.
Tentò di pigliarle la mano un'altra volta.
Ella lo respinse dolcemente.
- Anna!
- No! - esclamò la madre con vivacità.
E quelle lagrime silenziose pareva che le solcassero le guance delicate come degli anni, degli anni di dolore e di castigo che sopravvenivano tutto a un tratto nella sua esistenza spensierata.
Il silenzio sembrava insormontabile.
Infine Roberto mormorò:
- Cosa volete che faccia?...
dite...
-
Ella lo guardò smarrita, con un'angoscia indicibile.
E balbettò:
- Non so!...
non so!...
Lasciatemi tornar da lei...
Lasciatemi sola stasera...
-
Come rientrava nella camera dell'inferma, dall'ombra del cortinaggio gli occhi della figlia luccicavano ardenti, fissi su di lei, con un lampo inconsciente che l'agghiacciò sulla soglia.
- Mamma - chiese Bice - chi c'è ancora?
- Nessuno, figlia mia.
- Ah!...
Statti con me allora.
Non mi lasciare -.
E le teneva le mani, tremante.
- Povera bimba mia! Povero amore! Guarirai presto, sai! L'ha detto il medico.
- Sì mamma.
- E...
e...
sarai felice -.
La figlia le fissava sempre in viso quello sguardo.
- Sì, mamma -.
Poi chiuse gli occhi, che sembravano neri, nelle orbite incavate.
Successe un mortale silenzio.
La madre scrutava quel viso pallido e impenetrabile con uno sguardo ardente, arrossendo e impallidendo a vicenda.
Ad un tratto si fece smorta come lei, e la chiamò con un'altra voce.
- Bice! -
Il petto della madre si contraeva spasmodicamente, come se qualche cosa vi agonizzasse dentro.
Poi si chinò sulla figliuola, posando la guancia febbrile su quell'altra guancia scarna, e le mormorò nell'orecchio, con un soffio appena intellegibile:
- Ami qualcheduno, figlia mia? -
Bice spalancò gli occhi all'improvviso, tutta una fiamma in volto.
Poi, con quegli occhi sbarrati e quasi paurosi, fissi negli occhi pieni di lagrime della madre, balbettò con un accento ineffabile d'amarezza e quasi di rimprovero:
- Oh mamma!...
-
Allora la sventurata, sentendosi penetrare quella voce e quelle parole sino all'intimo del cuore, ebbe il coraggio d'aggiungere:
- Il signor Danei ha chiesto la tua mano.
- Oh mamma! Oh mamma! - ripeteva la fanciulla con lo stesso accento supplichevole e dolente, stringendosi nelle coperte con un movimento intraducibile.
- Oh mamma!...
-
La contessa, che sembrava anche lei nello smarrimento di un'agonia, biascicava:
- Però...
se tu non l'ami...
se tu non l'ami...
Di'!...
-
L'inferma ascoltava palpitante, ansiosa, agitando le labbra senza proferir parola, con gli occhi spalancati, enormi sul volto rifinito, fissi negli occhi della madre.
Tutt'a un tratto, come quella si chinava verso di lei, l'avvinse al collo con le braccia tremanti, stringendola con una forza che diceva tutto.
La madre, in un impeto d'amore disperato, singhiozzava:
- Guarirai! guarirai! -
E tremava convulsivamente.
Il giorno dopo, la contessa aspettava Danei nel suo gabinettino, seduta accanto al caminetto, stendendo verso il fuoco le mani così bianche che sembravano non avesse più una goccia di sangue nelle vene, con gli occhi fissi sulla fiamma.
Quanti pensieri, quante visioni, quanti ricordi, passavano dinanzi a quegli occhi! Il primo turbamento che l'aveva sorpresa al sentire annunziare la solita visita di lui, - il silenzio che era caduto all'improvviso fra loro due, e la parola che egli le aveva sussurrato all'orecchio, abbassando la voce ed il capo, - il batticuore delizioso che le aveva imporporato le gote ed il seno quando egli l'aveva aspettata nel vestibolo dell'Apollo per vederla passare, bionda, nella mantellina di raso bianco.
- Poi le lunghe fantasticherie color di rosa, a quel medesimo posto, le gioie trepide e intense, le attese febbrili, nelle ore in cui Bice prendeva la sua lezione di musica o di disegno.
Ora, allo squillare del campanello si rizzò con un tremito nervoso.
Tornò a sedere, calma, con le mani in croce sulle ginocchia.
Il marchese si fermò esitante sull'uscio.
Ella gli stese la mano che ardeva, evitando di guardarlo.
Siccome Danei, non sapendo che pensare, chiedeva della Bice, rispose dopo un breve silenzio:
- La sua vita è nelle vostre mani.
- Per l'amor di Dio, Anna!..
Voi v'ingannate!...
- esclamò egli - Bice s'inganna!...
Non può essere! non può essere!...
-
La contessa scosse il capo tristamente.
- No, non m'inganno! Me l'ha confessato ella stessa...
il dottore dice che la sua guarigione dipende...
da ciò!...
- Da che cosa?...
-
Per tutta risposta ella gli fissò in volto gli occhi arsi di febbre.
Allora, sotto quello sguardo, la prima parola di lui, impetuosa, quasi brusca, fu:
- Oh!...
no!...
-
Ella giunse le mani.
- No, Anna; pensateci bene...
Non può essere!...
Voi v'ingannate! - ripeteva Danei, agitato anche lui violentemente.
Le lagrime le soffocarono la voce in gola.
Poi stese le mani a Danei, senza dir nulla, come nei bei tempi trascorsi.
Soltanto quegli occhi che lo fissavano con un'espressione di preghiera e d'angoscia straziante erano diventati tutt'altri in ventiquattr'ore.
Roberto chinò il capo al pari di lei.
Entrambi erano due cuori onesti e leali, nel significato mondano della parola, nel senso di poter sempre affrontare a fronte aperta qualsiasi conseguenza di ogni loro azione.
Perché la fatalità facesse abbassare quelle teste alte e fiere, bisognava che le avesse messe per la prima volta di fronte a un fatto che rovesciava bruscamente tutta la loro logica e ne mostrava la falsità.
La rivelazione della contessa aveva sbalordito Danei; ora ripensandoci ne era spaventato; e in quel contrasto d'affetti e di doveri combattentisi sotto il riserbo imposto ad entrambi dalla rispettiva posizione che li rendeva più difficili, si trovava imbarazzato.
Parlò di loro due, del passato, dell'avvenire che gli faceva paura, cercando le frasi e le parole per scivolare fra tanti argomenti scabrosi, per non urtare o ferire alcuno di quei sentimenti così delicati e complessi.
- Pensateci bene, Anna! Questo matrimonio è impossibile! -
Ella non sapeva che dire.
Balbettava solo: - Mia figlia! mia figlia!
- Ebbene...
Volete che parta?...
che mi allontani per sempre?...
Sapete qual sacrifizio io farei!...
Ebbene, lo volete?
- Ella ne morrebbe -.
Roberto esitò, prima d'affrontare l'ultimo argomento.
Poi mormorò, abbassando la voce:
- Allora...
allora non resta che confessarle ogni cosa...
-
La madre s'irrigidì in una contrazione nervosa, con le dita increspate sul bracciuolo della poltrona.
E rispose con voce sorda, chinando il capo:
- Lo sa!...
Lo sospetta!...
- E nondimeno?...
- riprese Danei dopo un breve silenzio.
- Ne sarebbe morta...
Le ho fatto credere che s'ingannava.
- E lo ha creduto?
- Oh! - esclamò la contessa con un triste sorriso.
- L'amore è credulo...
Lo ha creduto!
- E voi? - chiese Roberto con un tremito che non poté dissimulare nella voce.
- Io ho già tutto sacrificato a mia figlia -.
Poi gli stese la mano, e soggiunse:
- Sentite com'è calma?
- Siete certa che sarà sempre così calma? -
Ella rispose:
- Sempre! -
E sentì freddo sulla nuca, alla radice dei capelli.
Si alzò vacillante, e si strinse il capo di lui sul petto.
- Ascoltate, Roberto, ora è vostra madre che vi abbraccia! Anna è morta.
Pensate a mia figlia! Amatela per me e per lei.
Ella è pura e bella come un angelo.
La felicità la farà rifiorire.
Voi l'amerete come non avete mai amato...
Dimenticherete ogni cosa...
siate tranquillo!...
-
Roberto era pallido.
Il matrimonio della contessina Bice fu annunciato ufficialmente pochi giorni dopo che ella entrò in convalescenza.
Amici e parenti venivano a congratularsi dei due fortunati avvenimenti in una volta.
Il marchese Danei era un partito convenientissimo; e se un qualche indiscreto arrischiò delle osservazioni sulla disparità degli anni, o altro, fu messo subito a tacere dal coro unanime delle signore che si sollevava scandalizzato.
La fanciulla risanava davvero, raggiante di una vita nuova, colla cecità, colla credulità, coll'oblio, coll'egoismo della felicità che espandeva nel seno della madre, la quale sorrideva.
Il dottore si fregava le mani, borbottando:
- Io non ci ho alcun merito.
Io faccio come Pilato.
Questa benedetta gioventù se ne ride della scienza.
Io non ci ho altro da prescrivere qui: Recipe.
- L'inverno a San Remo o a Napoli.
L'estate a Pegli o a Livorno.
Una scappata a Roma pei balli del carnevale, e un bel maschiotto alla fine della cura -.
La contessa, alla figlia che avrebbe voluto condurla seco rispondeva:
- No.
Io e il dottore non ci abbiamo più nulla a fare in questo viaggio.
Tutta la mia pretesa è che siate felici! -
E sorrideva agli sposi, del suo sorriso un po' stanco.
La figlia alle volte aveva inconsciamente degli sguardi acuti che correvano come un lampo dal fidanzato alla madre.
A quelle parole, senza saper perché l'abbracciò stretta, nascondendole il viso in seno.
La contessa diceva che quella era l'ultima sua festa; e le sue spalle bianche e delicate si mostrarono un'ultima volta alla cerimonia dello sposalizio, nelle sale scintillanti di lumi, e affollate di amici e parenti come nei giorni più tristi in cui venivano a chieder notizie della Bice.
Roberto le baciò la mano senza poter dissimulare un certo turbamento.
Poi, quando l'ultima carrozza fu partita e non rimase a piè dello scalone che il piccolo coupé del marchese, e la carretta inglese che portava il bagaglio degli sposi, mentre Bice era andata a cambiarsi d'abito, rimasero soli un momento, Roberto e lei.
- Fatela felice, Roberto -.
Danei era nervoso, abbottonava macchinalmente il suo ulster da viaggio, si cavava e tornava a infilarsi i guanti.
Non disse una parola.
Madre e figlia si abbracciarono strette, strette, lungamente.
Poi la contessa respinse quasi bruscamente la figliuola, dicendo:
- È tardi.
Perdete il treno.
Andate! andate! -
La contessa Orlandi aveva tossito un poco quell'inverno, e di tanto in tanto aveva avuto bisogno del medico.
Costui, onde non spaventarla, la sgridava perché passava le mattinate in chiesa a salvarsi l'anima e perdere il corpo.
Parlava di semplici raffreddori.
In realtà entrambi pensavano ad altro, ad una minaccia più grave, e sapevano d'ingannarsi a vicenda.
Bice scriveva che stava bene, che era contenta, che era felice, e più tardi accennò anche velatamente a un altro avvenimento che avrebbe affrettato il loro ritorno prima dell'anno.
La contessa telegrafò di non farne nulla, di aspettare l'avvenimento là dove si trovavano.
Ella era inquieta; temeva lo strapazzo del viaggio.
Piuttosto sarebbe corsa lei a raggiungerli, all'ultimo momento.
Però tardava sempre.
I telegrammi si succedevano.
Infine Roberto ebbe un dispaccio.
- Arrivo stasera -.
Il viaggio le parve eterno.
Ma allorché udì il fischio dell'arrivo si sentì mancare; ebbe quasi paura.
La prima persona che vide sul marciapiede della stazione, in mezzo alla folla, fu Roberto, che l'aspettava, solo.
Ella si strinse con forza il manicotto sul cuore, quasi le mancasse il respiro.
Roberto le baciò la mano, sul guanto, e passarono insieme pel cancello.
Intanto balbettava:
- Bice? come sta? -
Fuori era fermo il piccolo coupé del marchese, col servitore accanto allo sportello aperto.
Doveva montare insieme a lui! Ella si stringeva nel suo cantuccio, chiusa nella sua pelliccia, col velo sul viso.
- Bice sarà tanto contenta! - mormorava lui - tanto contenta! - Ripeteva sempre la stessa cosa, col viso rivolto allo sportello, impaziente d'arrivare.
Sfilavano le case e le botteghe illuminate.
Ad un tratto successe l'oscurità, nell'attraversare una piazza.
Tutti e due istintivamente si scostarono, e tacquero.
Poi si udì rimbombare il rumore della carrozza sotto la vòlta dell'androne.
Bice era corsa a piedi della scala; si buttò al collo della mamma con un diluvio di carezze e di parole sconnesse.
Era sofferente, e Roberto le diede il braccio per salire le scale.
La madre veniva dopo, un po' stanca anch'essa e soffocata dalla sua gran pelliccia.
Quando furono nel salone, in piena luce, ella fu colpita dall'aspetto di Bice, dalla veste da camera discinta, dalle mani venate d'azzurro posate sui bracciuoli, dal viso sbattuto ma raggiante di una felicità serena.
Roberto si chinava per parlarle all'orecchio.
Senza avvedersene s'erano appartati alquanto, vicino al parafuoco che li colorava di un'aureola rosata.
Allora alla donna lasciata in disparte sfuggì un'occhiata rapida e scintillante come una saetta.
Un momento rimasero sole madre e figlia.
Dopo avere esitato alquanto, la madre chiese:
- Sei felice?
- Sì, mamma!...
Tanto felice! -
Anna sola sembrava calma.
Allorché rimasero faccia a faccia con Roberto, ed egli parlava, parlava, quasi avesse paura del silenzio, - ella ascoltava col sorriso distratto, sprofondata nella poltrona accanto al fuoco che lumeggiava d'azzurro i capelli neri, col fine profilo opaco inquadrato nella luce al pari di un cammeo.
Una sera che Bice si era ritirata prima del solito, e Roberto era restato con la contessa nel salone a farle compagnia, il silenzio piombò all'improvviso fra di loro.
La contessa si alzò, e gli diede la buona notte semplicemente, accusando un po' di stanchezza anche lei.
Roberto era turbato parimente.
In questa apparve Bice, come un fantasma, vestita del suo accappatoio bianco.
Madre e figlia si guardarono: e la prima rimase senza parola, quasi senza fiato.
Roberto, il meno imbarazzato di tutti e tre, disse:
- Che hai, Bice?
- Nulla...
Non potevo dormire...
che ora è?
- Non è tardi.
Tua madre voleva ritirarsi perché è stanca...
- Miei cari - disse questa con un mesto sorriso.
- Alla mia età...
Pensateci bene...
-
E come Roberto, per abitudine, faceva un gesto...
essa rialzò alquanto i capelli sulle tempie, per mostrare quelli di sotto, tutti bianchi.
- Oh, è un pezzo! - rispose all'atto di sorpresa di Bice.
Questa, con uno slancio affettuoso, le buttò le braccia al collo, e le cacciò la testa in seno, senza dir nulla.
Però le mani della madre sentivano che tremava tutta.
Roberto era presso il camino, in silenzio, col capo un po' curvo, come gli pesasse qualche cosa sull'anima, e sentisse di essere di troppo fra quelle due donne, in tal momento.
Quando i suoi occhi s'incontrarono con quelli di Anna arrossì; e fu quella l'unica volta che fra di loro divampasse un ricordo del passato!
- Ora son nonna! - osservò sorridendo la contessa, ritta di faccia allo specchio, e lisciandosi i capelli con le mani bianche.
E rivolgendosi verso di loro, stese semplicemente le mani a tutti e due.
Roberto gliele baciò, chinando profondamente il capo.
Bice di tanto in tanto le stringeva la destra nervosamente; ed ella sentiva quella stretta penetrarle sino al cuore, come una fitta.
Allorquando fu sola nella sua stanza, si buttò ginocchioni davanti al crocifisso, col capo fra le braccia, e la luce della candela solitaria le baciò a lungo la nuca bianca e delicata.
Passò due settimane in casa della figlia, dove si sentiva estranea, accanto a Bice, accanto a lui! Com'erano mutati! quando egli le dava il braccio per andare a tavola; quando Bice diceva, - Mamma! - senza guardarla, e arrossiva se parlava di suo marito! - Dimenticherete, siate tranquillo! - ella avea detto a Roberto.
E per dimenticare era bastato!...
Ahi! Ella chiudeva gli occhi rabbrividendo a quel pensiero.
Qualche volta, all'improvviso, sentiva degli impeti di collera, quasi di gelosia pazza.
Gli aveva tolto persino il cuore di sua figlia! Tutto gli aveva tolto quell'uomo!
Una sera avvenne un gran trambusto nella casa; cocchieri e servitori spediti in furia; medici che arrivavano frettolosi, ed entravano difilato nella camera di Bice.
Ad intervalli succedeva un gran silenzio.
C'era una bugia sola che rischiarava il salone.
Tutt'a un tratto si udì un grido: un grido straziante che risonò dentro di lei come uno schianto.
E non poteva pregare nemmeno.
La sua ragione se ne andava dietro quei passi che si udivano frettolosi, in anticamera, pel corridoio, per le scale.
Più tardi, Roberto bussò discretamente all'uscio di lei, ella proferì: - Entrate! - con voce rauca.
Era commosso e raggiante insieme.
Non l'avea mai visto così.
Volevano che venisse a vedere il neonato; che fosse la madrina; che so io...
- No! - rispose, con la febbre negli occhi.
Poscia accorse nella camera della figlia, convulsa.
Bice era supina sul letto, bianca, estenuata, con gli occhi socchiusi e ancora umidi, e i denti stretti dall'angoscia.
La madre si sentiva dentro di sé questo ruggito:
- Voi me l'avete uccisa voi! -
Venne il giorno del battesimo, nella chiesa tutta scintillante di lumi.
La contessa aveva poi consentito a fare da madrina.
Se alle volte usciva in qualche stranezza, dovevano accusarne lo stato di salute della povera nonna; diceva sorridendo: - Anche le nonne hanno dei nervi! - Quando le tolsero di dosso la pelliccia, sotto i merletti e i diamanti dell'abito di gala, parve di vedere uno spettro.
Gli omeri aguzzi mal dissimulati, e gli occhi arsi di febbre, in fondo alle occhiaie livide, sul volto solcato.
La bambina fu battezzata Carlotta Danei.
Bice andava rimettendosi lentamente.
Era un organismo delicato che vibrava al minimo urto.
Nei lunghi giorni di convalescenza le venivano dei pensieri neri, degli impeti di irritazione sorda ed ingiusta, degli scoramenti improvvisi, come se tutti l'abbandonassero.
Allora guardava muta, cogli occhi neri, e diceva al marito con un accento indefinibile:
- Perché esci? Dove vai? Perché mi lasci sola? -
La sera del battesimo, al vedere i pizzi e i diamanti della mamma, aveva mormorato, stringendosi nelle coperte, aggrottando le ciglia, con uno strano accento di rancore quasi selvaggio:
- Come sei bella! -
E poi, una volta, nella febbre, con gli occhi accesi: - Quando partirai? -
Roberto abbassava il capo, e la contessa si sentiva soffocare.
Alcuni istanti dopo, dietro alle cortine del letto, si portò il fazzoletto alle labbra, e lo nascose in fretta macchiato di sangue.
Poscia Bice tornava in sé, e pareva chiedere perdono a tutti con le sue parole e le carezze affettuose.
Appena cominciò a lasciare il letto, sua madre fissò il giorno della partenza.
Bice le rivolse uno sguardo scrutatore e impallidì chinando tosto gli occhi.
Quando fu l'ultimo momento, alla stazione, erano commosse tutte e due, abbracciandosi senza dire una parola, come si lasciassero per sempre.
La contessa arrivò tardi, la sera, affranta, intirizzita dal freddo.
La casa vasta e deserta era fredda anch'essa, col gran fuoco acceso, con le lumiere solitarie, per tutta l'infilata delle sale.
Anna s'era ammalata.
Prima accusò la stanchezza del viaggio, poi le commozioni, o un colpo d'aria.
Stette circa tre mesi fra letto e lettuccio, il medico tornò a venire tutti i giorni.
- Non è nulla - ripeteva lei - oggi mi sento meglio.
Domani mi alzerò -.
Alla figlia scriveva regolarmente, e non aveva voluto che il dottore la informasse della malattia.
Verso il principio dell'autunno parve migliorare davvero.
Ad un tratto ricadde, e in due giorni peggiorò in guisa che il dottore si credette in debito di telegrafare al genero.
Roberto arrivò il giorno dopo, agitatissimo.
- Bice è in stato interessante - disse al dottore, che vide per il primo - e ho temuto che questa notizia...
- Ha fatto bene.
Anche la salute della marchesa ha bisogno di molti riguardi....
È una malattia gentilizia...
Io stesso non avrei preso su di me questa responsabilità se non fosse stata...
la gravità del caso...
- Molto grave? - balbettò Roberto.
Il dottore scosse il capo.
- Le hanno portato oggi il viatico -.
Per tutte le stanze infatti vagava un odore di incenso.
- Odore di morte - diceva il medico, vinto nella camera della moribonda da un odore più forte di etere, acuto, penetrante, che sembrava andare al cuore.
Il letto bianco impallidiva in fondo alla vasta alcova oscura spalancata.
Roberto si arrestò su quella soglia, sconvolto, e fece un passo indietro.
- Non vuol vederla? - chiese la vecchia cameriera.
- No...
Non so...
Bisognerebbe avvertirla...
-
La cameriera si accostò al letto, e si chinò sulla moribonda.
Poi le fece un segno con la mano.
Anna era immobile, con gli occhi spalancati, delle ombre livide sulle guance e alle tempie.
Ai piedi del letto stava una suora vestita di color bruno.
La cameriera ritta dall'altro lato, piangendo.
- Bice...
- balbettava Roberto - Bice...
-
E non poteva aggiunger altro, soffocato.
Ella non rispondeva, non fiatava nemmeno, sempre con gli occhi aperti, fissi, immobili.
Roberto si volse al dottore, con un'interrogazione d'angoscia repressa negli occhi.
Questi scosse il capo.
Roberto lentamente cadde sui ginocchi, quasi gli fossero mancate le gambe.
Tutt'a un tratto la pendola sonò la mezza; egli tornò a rizzarsi in piedi con un sussulto.
La suora si era alzata, e la cameriera si accostava al letto, col fazzoletto agli occhi.
Ma la moribonda non si era mossa.
Il medico le teneva il polso con gli occhi fissi su di lei.
Da lì a poco come un'ombra le passò sul viso.
Roberto sentì una mano che lo prendeva per il braccio, e lo conduceva via dolcemente.
LA BARBERINA DI MARCANTONIO
Anni sono, quando Barbara, orfanella, sposò Marcantonio, mugnaio, parve che chiappasse un terno a secco.
Pazienza i 40 anni dello sposo, ma la prima moglie di lui gli aveva lasciato il mulino, e un orticello, che si affacciava dentro le finestre, un mese ogni anno, col verde delle piante, e altro ben di Dio.
Marcantonio aveva sposata l'orfanella per fare una buona azione, dopo la morte della buon'anima, e scacciare la malinconia, che sembrava fissa in casa col rumore di quella ruota che girava sempre, notte e giorno, nel torrentello chiuso in mezzo a una forra scura, e non si udiva altro, in quella solitudine.
Amici e parenti furono invitati alle nozze, si fece festa sul praticello davanti al mulino, e brindisi a tutto andare, alla sposa che era fina e bianca come la farina di prima qualità, al mugnaio ch'era ancora in gamba - costò cinquanta svanziche quell'allegria - ché allora nel Veneto correvano ancora le svanziche e gli Austriaci.
Solo il Moccia che aveva il vino cattivo badava a predicare: - Andate là che ve ne pentirete! -
In seguito venne la processione dei figliuoli, che non finivano più.
Barberina allampanava a quel mestiere di far la chioccia, smunta e pallida, nella tristezza di quella buca senza verde e senza sole.
Tuttavia non si smarriva d'animo, ed era il braccio destro del mulino, diceva suo marito.
Correva la voce che dalla mamma avesse preso il malsottile.
Il fatto era che i figliuoli, quanti ne faceva, gli morivano presto, quasi mancasse l'aria in quel fosso.
Il medico predicava che era umido e malsano.
- Cosa potevano farci? Quella era la loro casa e ogni loro bene -.
Poi in maggio i rami rinverdivano, e su per l'erta, di faccia alle finestre, spuntavano dei fiorellini gialli e rossi.
La Barbara ci portava i bimbi in collo, a godersi il bel sole.
Ma morivano egualmente.
Ella sola non moriva, e continuava a far figliuoli, come un castigo di Dio, invecchiata e ischeletrita quasi fosse la morte che partoriva.
Il dottore aveva un bel chiamarsi in disparte Marcantonio e dirgli il fatto suo.
L'altro rispondeva, mordendosi le mani: - Cosa posso farci? Questa è la volontà di Dio! -
Finalmente quando Dio volle, la Barbara finì col dare alla luce un'ultima bambina, come non avesse avuto più sangue nelle vene, e lo avesse dato tutto alla figliuola.
Pareva che si fosse addormentata; e quella notte erano soli nel mulino, mentre il vento e la pioggia volevano portarselo via.
La bimba crebbe fine e delicata, e la chiamarono Barberina come la madre.
- Tutta lei, buon'anima! - esclamava Marcantonio.
A sedici anni era già una donnina, magra e pallida al pari della mamma, ma brava massaia come lei.
Al babbo che andava innanzi negli anni, gli metteva la vecchiaia nella bambagia.
Il signore si vedeva che gliela aveva lasciata per supplire la buon'anima che era in paradiso, e con quel tesoro in casa Marcantonio non aveva bisogno di ammogliarsi la terza volta.
Però la Barberina della mamma aveva anche la vita corta.
Al principio dell'inverno cominciò a tossire, e a sputar sangue di nascosto.
Il medico, che li conosceva di madre in figlia, conchiuse: - Non ve l'avevo detto? Ha il male di sua madre -.
E Marcantonio quel giorno pianse di nascosto anche lui.
Nondimeno, siccome la malattia procedeva lentamente, a poco a poco si abituarono entrambi, e non ci pensavano più.
Quando le tornava la febbre, alla ragazza, o tossiva più del solito, cercavano se aveva preso freddo, se si era bagnate le mani, o altri motivi simili, e non chiamavano neppure il medico.
Nel finire della state, una sera che diluviava come in marzo, arrivò il Moccia, vecchio anche lui adesso, che passava di tanto in tanto dal mulino, quand'era da quelle parti.
E raccontò che la campagna, al basso, era tutta allagata.
La Barberina, che non lasciava il letto da qualche tempo e non dormiva più, esclamò:
- Poveretti!
- Voi altri - finì il Moccia - se continua a piovere e a crescere la piena del fiume, fareste bene ad andarvene anche voi -.
Marcantonio, col cuore serrato per la figlia che non si poteva muovere, rispose che il fiume era lontano, e non c'era pericolo.
Poi il Moccia se ne andò, ed egli lo accompagnò col lume.
- Sapete - gli disse il Moccia.
- La Barberina mi par che stia proprio male stasera.
- O babbo - chiese la Barberina.
- Che ha detto il Moccia?
- Dice che la piena è grande; ma non ci badare.
Tutt'al più, se il torrente ingrossa anch'esso, smonterò la ruota -.
Sul tardi la ruota si fermò da sé; e Barberina, che aveva il sonno leggero dei malati, chiamò il babbo.
Marcantonio prese il lume e scese per la bodola.
Laggiù l'acqua nera gorgogliava, luccicava dove batteva il lume.
La Barberina, al veder risalire il babbo pallido e turbato, tornò a chiedere.
- Che c'è babbo?
- La piena - rispose stavolta Marcantonio.
- O poveretti noi! E tutto quel grano ch'è laggiù! E la casa? Ed io non posso aiutarvi! -.
Marcantonio pensava appunto a lei, che non poteva muoversi.
- Ora mi vesto, - diceva la ragazza.
- Ora vengo ad aiutarvi -
Ma le forze le mancavano, per quanto si affannasse, con quelle povere braccia stecchite, e quegli omeri aguzzi che volevano bucare la camicia.
Per fortuna tornò il Moccia, che non era potuto andare più avanti, a motivo della piena, ed altre anime pietose, le quali si erano ricordate di Marcantonio e della figliuola moribonda che affogavano nel mulino.
All'udir picchiare alla finestra, il vecchio prese animo.
- O Vergine santa! Ch'è mai successo? - esclamava Barberina con quegli occhi spaventati dentro le occhiaie nere.
L'avvolsero nelle coperte, e la fecero uscire dalla finestra, che Dio sa come ci arrivò la poveretta.
Al di fuori tutta la forra dove scorreva il torrentello era nera e spumosa.
Dappertutto, dove passavano col carretto di Barberina, gente in fuga, e masserizie per aria.
Pure, al veder lei, si fermavano a compassionarla.
All'alba si vide il fiume che si allargava dappertutto, come un mare.
Le avevano fatto un po' di riparo, come meglio potevano, lì nell'argine affollato di gente e di bestiame, con del fieno e delle coperte, e lei badava a ripetere:
- Oh Vergine Maria, cos'è successo?
- È successo - rispose il Moccia - che abbiamo addosso il castigo di Dio.
Non avete inteso che verrà la cometa? -
Ella, vedendo piovere su quei rifugiati, stretti sull'argine, andava dicendo, senza pensare a lei, che poco poteva starci:
- E quei poveretti? E se si sfascia l'argine? E il grano? E la casa? E il mulino? E come farete, babbo, senza di me?
- Una cosa da far compassione alle pietre - conchiuse il Moccia, a vederla andarsene così, in mezzo a quella rovina.
TENTAZIONE!
Ecco come fu.
- Vero com'è vero Iddio! Erano in tre: Ambrogio, Carlo e il Pigna, sellaio.
Questi che li avevano tirati pei capelli a far baldoria: - Andiamo a Vaprio col tramvai -.
E senza condursi dietro uno straccio di donna! Tanto è vero che volevano godersi la festa in santa pace.
Giocarono alle bocce, fecero una bella passeggiata sino al fiume, si regalarono il bicchierino e infine desinarono al Merlo bianco, sotto il pergolato.
C'era lì una gran folla, e quel dell'organetto, e quel della chitarra, e ragazze che strillavano sull'altalena, e innamorati che cercavano l'ombrìa; una vera festa.
Tanto che il Pigna s'era messo a far l'asino con una della tavolata accanto, civettuola, con la mano nei capelli, e il gomito sulla tovaglia.
E Ambrogio, che era un ragazzo quieto, lo tirava per la giacchetta, dicendogli all'orecchio:
- Andiamo via, se no si attacca lite -.
Dopo, al cellulare, quando ripensava al come era successo quel precipizio, gli pareva d'impazzire.
Per acchiappare il tramvai, verso sera, fecero un bel tratto di strada a piedi.
Carlo, che era stato soldato, pretendeva conoscere le scorciatoje, e li aveva fatto prendere per una viottola che tagliava i prati a zig zag.
Fu quella la rovina!
Potevano essere le sette, una bella sera d'autunno, coi campi ancora verdi che non ci era anima viva.
Andavano cantando, allegri della scampagnata, tutti giovani e senza fastidi pel capo.
Se fossero loro mancati i soldi, pure il lavoro, o avessero avuto altri guai, forse sarebbe stato meglio.
E il Pigna andava dicendo che avevano spesi bene i loro quattrini quella domenica.
Come accade, parlavano di donne, e dell'innamorata, ciascuno la sua.
E lo stesso Ambrogio, che sembrava una gatta morta, raccontava per filo e per segno quel che succedeva con la Filippina, quando si trovavano ogni sera dietro il muro della fabbrica.
- Sta a vedere - borbottava infine, ché gli dolevano le scarpe.
- Sta a vedere che Carlino ci fa sbagliare la strada! -
L'altro, invece, no.
Il tramvai era là di certo, dietro quella fila d'olmi scapitozzati, che non si vedeva ancora per la nebbiolina della sera.
"L'è sott'il pont, l'è sott'il pont a fà la legnaaa..." Ambrogio dietro faceva il basso, zoppicando.
Dopo un po' raggiunsero una contadina, con un paniere infilato al braccio, che andava per la stessa via.
- Sorte! - esclamò il Pigna.
- Ora ci facciamo insegnar la strada -.
Altro! Era un bel tocco di ragazza, di quelle che fan venire la tentazione a incontrarle sole.
- Sposa, è questa la strada per andare dove andiamo? - chiese il Pigna ridendo.
L'altra, ragazza onesta, chinò il capo, e affrettò il passo senza dargli retta.
- Che gamba, neh! - borbottò Carlino.
- Se va di questo passo a trovar l'innamorato, felice lui!-
La ragazza, vedendo che le si attaccavano alle gonnelle, si fermò su due piedi, col paniere in mano, e si mise a strillare:
- Lasciatemi andare per la mia strada, e badate ai fatti vostri.
- Eh! che non ce la vogliamo mangiare! - rispose il Pigna.
- Che diavolo! -
Ella riprese per la sua via, a testa bassa, da contadina cocciuta che era.
Carlo, a fine di rompere il ghiaccio, domandò:
- O dove va, bella ragazza...
come si chiama lei?
- Mi chiamo come mi chiamo, e vado dove vado -.
Ambrogio volle intromettersi lui: - Non abbia paura, che non vogliamo farle male.
Siamo buoni figliuoli, andiamo al tramvai pei fatti nostri -.
Come egli aveva la faccia d'uomo dabbene la giovane si lasciò persuadere, anche perché annottava, e andava a rischio di perdere la corsa.
Ambrogio voleva sapere se quella era la strada giusta pel tramvai.
- M'hanno detto di sì - rispose lei.
- Però io non son pratica di queste parti -.
E narrò che veniva in città per cercare di allogarsi.
Il Pigna, allegro di sua natura, fingeva di credere che cercasse di allogarsi a balia, e se non sapeva dove andare, un posto buono glielo trovava lui la stessa sera, caldo caldo.
E come aveva le mani lunghe, ella gli appuntò una gomitata che gli sfondò mezzo le costole.
- Cristo! - borbottò.
- Cristo, che pugno! E gli altri sghignazzavano.
- Io non ho paura di voi né di nessuno! - rispose lei.
- Né di me? - E neppure di me? - E di tutti e tre insieme? - E se vi pigliassimo per forza? - Allora si guardarono intorno per la campagna, dove non si vedeva anima viva.
- O il suo amoroso - disse il Pigna per mutar discorso - o il suo amoroso come va che l'ha lasciata partire?
- Io non ne ho - rispose lei.
- Davvero? Così bella!
- No, che non son bella.
- Andiamo, via! E il Pigna si mise in galanteria, coi pollici nel giro del panciotto.
- Perdio! se era bella! Con quegli occhi, e quella bocca, e con questo, e con quest'altro! - Lasciatemi passare - diceva ella ridendo sottonaso, con gli occhi bassi.
- Un bacio almeno, cos'è un bacio? Un bacio almeno poteva lasciarselo dare, per suggellare l'amicizia.
Tanto, cominciava a farsi buio, e nessuno li vedeva.
- Ella si schermiva, col gomito alto.
- Corpo! che prospettiva - Il Pigna se la mangiava con gli occhi, di sotto il braccio alzato.
Allora ella gli si piantò in faccia, minacciandolo di sbattergli il paniere sul muso.
- Fate pure! picchiate sinché volete.
Da voi mi farà piacere! - Lasciatemi andare, o chiamo gente! - Egli balbettava, con la faccia accesa: - Lasciatevelo dare, che nessun ci sente -.
Gli altri due si scompisciavano dalle risa.
Infine la ragazza, come le si stringevano addosso, si mise a picchiare sul sodo, metà seria metà ridendo, su questo e su quello, come cadeva.
Poi si diede a correre con le sottane alte.
- Ah! lo vuoi per forza! lo vuoi per forza! - gridava il Pigna ansante, correndole dietro.
E la raggiunse col fiato grosso, cacciandole una manaccia sulla bocca.
Così si acciuffarono e andavano sbatacchiandosi qua e là.
La ragazza furibonda mordeva, graffiava, sparava calci.
Carlo si trovò preso in mezzo per tentare di dividerli.
Ambrogio l'aveva afferrata per le gambe onde non azzoppisse qualcheduno.
Infine il Pigna, pallido, ansante, se la cacciò sotto, con un ginocchio sul petto.
E allora tutti e tre, l'uno dopo l'altro, al contatto di quelle carni calde, come fossero invasati a un tratto da una pazzia furiosa, ubbriachi di donna...
Dio ce ne scampi e liberi!
Ella si rialzò come una bestia feroce, senza dire una parola, ricomponendo gli strappi del vestito e raccattando il paniere.
Gli altri si guardavano fra di loro con un risolino strano.
Com'ella si muoveva per andarsene, Carlo le si piantò in faccia col viso scuro: - Tu non dirai nulla! - No! non dirò nulla! - promise la ragazza con voce sorda.
Il Pigna a quelle parole l'afferrò per la gonnella.
Ella si mise a gridare.
- Aiuto!
- Taci!
- Ajuto, all'assassino!
- Sta zitta, ti dico! -
Carlino l'afferrò alla gola.
- Ah! vuoi rovinarci tutti, maledetta! - Ella non poteva più gridare, sotto quella stretta, ma li minacciava sempre con quegli occhi spalancati dove c'erano i carabinieri e la forca.
Diventava livida, con la lingua tutta fuori, nera, enorme, una lingua che non poteva capire più nella sua bocca; e a quella vista persero la testa tutti e tre dalla paura.
Carlo le stringeva la gola sempre più a misura che la donna rallentava le braccia, e si abbandonava, inerte, con la testa arrovesciata sui sassi, gli occhi che mostravano il bianco.
Infine la lasciarono ad uno ad uno, lentamente, atterriti.
Ella rimaneva immobile stesa supina sul ciglione del sentiero, col viso in su e gli occhi spalancati e bianchi.
Il Pigna abbrancò per l'omero Ambrogio che non si era mosso, torvo, senza dire una parola, e Carlino balbettò:
- Tutti e tre, veh! Siamo stati tutti e tre!...
O sangue della Madonna!...
-
Era venuto buio.
Quanto tempo era trascorso? Attraverso la viottola bianchiccia si vedeva sempre per terra quella cosa nera, immobile.
Per fortuna non passava nessuno di là.
Dietro la pezza di granoturco c'era un lungo filare di gelsi.
Un cane s'era messo ad abbaiare in lontananza.
E ai tre amici pareva di sognare quando si udì il fischio del tramvai, che andavano a raggiungere mezz'ora prima, come se fosse passato un secolo.
Il Pigna disse che bisognava scavare una buca profonda, per nascondere quel ch'era accaduto, e costrinsero Ambrogio per forza a strascinare la morta nel prato, com'erano stati tutti e tre a fare il marrone.
Quel cadavere pareva di piombo.
Poi nella fossa non c'entrava.
Carlino gli recise il capo, col coltelluccio che per caso aveva il Pigna.
Poi quand'ebbero calcata la terra pigiandola coi piedi, si sentirono più tranquilli e si avviarono per la stradicciuola.
Ambrogio sospettoso teneva d'occhio il Pigna che aveva il coltello in tasca.
Morivano dalla sete, ma fecero un lungo giro per evitare un'osteria di campagna che spuntava nell'alba; un gallo che cantava nella mattinata fresca li fece trasalire.
Andavano guardinghi e senza dire una parola, ma non volevano lasciarsi, quasi fossero legati insieme.
I carabinieri li arrestarono alla spicciolata dopo alcuni giorni; Ambrogio in una casa di mal affare, dove stava da mattina a sera; Carlo vicino a Bergamo, che gli avevano messo gli occhi addosso al vagabondare che faceva, e il Pigna alla fabbrica, là in mezzo al via vai dei lavoranti e al brontolare della macchina; ma al vedere i carabinieri si fece pallido e gli s'imbrogliò subito la lingua.
Alle Assise, nel gabbione, volevano mangiarsi con gli occhi l'un l'altro, che si davano del Giuda.
Ma quando ripensavano poi al cellulare com'era stato il guaio, gli pareva d'impazzire, una cosa dopo l'altra, e come si può arrivare ad avere il sangue nelle mani cominciando dallo scherzare.
LA CHIAVE D'ORO
A Santa Margherita, nella casina del Canonico stavano recitando il Santo Rosario, dopo cena, quando all'improvviso si udì una schioppettata nella notte.
Il canonico allibì, colla coroncina tuttora in mano, e le donne si fecero la croce, tendendo le orecchie, mentre i cani nel cortile abbaiavano furiosamente.
Quasi subito rimbombò un'altra schioppettata di risposta nel vallone sotto la Rocca.
- Gesù e Maria, che sarà mai? - esclamò la fantesca sull'uscio della cucina.
- Zitti tutti! - esclamò il Canonico, pallido come il berretto da notte.
- Lasciatemi sentire -.
E si mise dietro l'imposta della finestra.
I cani si erano chetati, e fuori si udiva il vento nel vallone.
A un tratto riprese l'abbaiare più forte di prima, e in mezzo, a brevi intervalli, si udì bussare al portone con un sasso.
- Non aprite, non aprite a nessuno! - gridava il Canonico, correndo a prendere la carabina al capezzale del letto, sotto il crocifisso.
Le mani gli tremavano.
Poi, in mezzo al baccano, si udì gridare dietro al portone: - Aprite, signor Canonico; son io, Surfareddu! - E come finalmente il fattore del pianterreno escì a chetare i cani e a tirare le spranghe del portone, entrò il camparo, Surfareddu, scuro in viso e con lo schioppo ancora caldo in mano.
- Che c'è Grippino? cos'è successo? - chiese il Canonico spaventato.
- C'è, vossignoria, che mentre voi dormite e riposate, io arrischio la pelle per guardarvi la roba - rispose Surfareddu.
E raccontò cos'era successo, in piedi, sull'uscio, dondolandosi alla sua maniera.
Non poteva pigliar sonno, dal gran caldo, e s'era messo un momento sull'uscio della capanna, di là, sul poggetto, quando aveva udito rumore, nel vallone, dove era il frutteto, un rumore come le sue orecchie sole lo conoscevano, e la Bellina, una cagnaccia spelata e macilenta che gli stava alle calcagna.
Bacchiavano nel frutteto arance e altre frutta; un fruscìo che non fa il vento; e poi ad intervalli silenzio, mentre empivano i sacchi.
Allora aveva preso lo schioppo d'accanto all'uscio della capanna, quel vecchio schioppo a pietra con la canna lunga e i pezzi d'ottone che aveva in mano.
Quando si dice il destino! Perché quella era l'ultima notte che doveva stare a Santa Margherita.
S'era licenziato a Pasqua dal Canonico, d'amore e di accordo, e l'1 settembre doveva andare dal padrone nuovo, in quel di Vizzini.
Giusto il giorno avanti s'era fatta la consegna di ogni cosa col Canonico.
Ed era l'ultimo di agosto: una notte buia e senza stelle.
Bellina andava avanti, col naso al vento, zitta, come l'aveva insegnata lui.
Egli camminava adagio adagio, levando i piedi alti nel fieno perché non si udisse il fruscìo.
E la cagna si voltava ad ogni dieci passi per vedere se la seguiva.
Quando furono al vallone, disse piano a Bellina: - Dietro! - E si mise al riparo di un noce grosso.
Poi diede la voce: - Ehi!...-
Una voce, Dio liberi! - diceva il Canonico - che faceva accapponar la pelle quando si udiva da Surfareddu, un uomo che nella sua professione di camparo aveva fatto più di un omicidio.
- Allora - rispose Surfareddu - allora mi spararono addosso a bruciapelo - panf! - Per fortuna che risposi al lampo della fucilata.
Erano in tre, e udii gridare.
Andate a vedere nel frutteto, che il mio uomo dev'esserci rimasto.
- Ah! cos'hai fatto scellerato! - esclamava il Canonico, mentre le donne strillavano fra di loro.
- Ora verranno il giudice e gli sbirri, e mi lasci nell'imbroglio!
- Questo è il ringraziamento che mi fate, vossignoria? - rispose brusco Surfareddu.
- Se aspettavano a rubarvi sinché io me ne fossi andato dal vostro servizio, era meglio anche per me, che non ci avrei avuto quest'altro che dire con la giustizia.
- Ora vattene ai Grilli, e di' al fattore che ti mando io.
Domani poi ci avrai il tuo bisogno.
Ma che nessuno ti veda, per l'amor di Dio, ora ch'è tempo di fichidindia, e la gente è tutta per q