COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 13
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ELENA (ironicamente).
Per prender congedo?
IGNAZIO (spaventato).
Che!...
Ottavio, avrei da dire qualche cosa alla signora da parte di Carla.
OTTAVIO Me ne vado.
(Lo prende da parte.) Ma senti, una parola.
Se domani tu mi portassi l'oriolo e la catena, se proprio lo vuoi, rammentati di non dire a papà che domani è il mio compleanno.
IGNAZIO Si capisce, sta tranquillo.
(Ottavio raccoglie lentamente dal tavolo la penna, alcuni libri e se ne va.)
IGNAZIO Non posso prender congedo neppure da mio cognato.
ELENA Perché?
IGNAZIO È facile immaginarlo.
Ti ho già confessato che lascio dei creditori accaniti che certamente non lascierebbero in pace mio cognato.
Vorranno essere pagati da lui, perché per la maggior parte io ebbi sue raccomandazioni.
Egli non pagherà.
Ma sa che con me viaggia un pochino della sua buona fama.
Se sapesse della mia partenza, vorrebbe di certo trattenermi.
ELENA Oggi, dunque, di certo.
IGNAZIO (baciandole le mani).
Oh, grazie, grazie! Difficile, ma non impossibile! La mia vita non potrà compensare tanto sacrificio.
ELENA (con abbandono).
Non sacrificio, non sacrificio! Cosa posso fare di meglio per la mia felicità che fuggire con te? La menzogna a me sembra maggior colpa della colpa stessa, quella che gli altri chiamano colpa.
Oh, vivremo tanto bene insieme! Il tuo carattere allegro, vivace ti farà dimenticare qualche mio difettuccio.
Io te ne sarò grata, tanto da dimenticare i tuoi grandissimi.
IGNAZIO Ne ho tanti?
ELENA Non so.
Intanto l'ingratitudine.
Quella povera Carla!
IGNAZIO (seriamente).
Ho fatto male a sposarla.
Non era donna per me.
ELENA Ne parli troppo seriamente.
Temo tu abbia tutt'altro difetto che l'ingratitudine.
Uno maggiore!
IGNAZIO (ridendo).
Insomma per ambidue è stato meglio che ci sieno i nostri difettucci.
Oh, tanto tanto meglio! (L'abbraccia.)
ELENA Alle dieci in punto!
IGNAZIO Precisamente! Io durerò fatica a distogliere Carla dall'accompagnarmi, ma ci riuscirò.
(Hanno appena tempo di lasciarsi.)
SCENA TERZA
FORTUNATA e DETTI
FORTUNATA (che non ha veduto nulla).
Oh, la signora Elena! Ancora qui?
ELENA (esitante e confusa).
Attendevo il cofanetto che mi ha promesso.
FORTUNATA Glielo manderò giú come promesso fra una mezz'ora.
ELENA Volevo chiederglielo ancora una volta, per essere certa che me lo manderebbe...
Temevo di non aver ben compreso.
FORTUNATA Eh, non abbia timore, glielo invio appena posso! Se vuole però averlo subito, attenda un istante che glielo faccio avere subito.
ELENA No, no non occorre! La ringrazio nuovamente e di cuore.
Buon giorno, signora! (Fa per andarsene.)
FORTUNATA Buon giorno.
E Ottavio?
IGNAZIO È di là.
FORTUNATA (aprendo la porta).
Ottavio!
OTTAVIO (da fuori).
Sono qui!
FORTUNATA Perché non sei rimasto a studiare?
ELENA (ritornando con cautela ad Ignazio).
Non ha visto nulla lei?
IGNAZIO (calmo, guardando altrove, a bassa voce).
No.
(Fortunata rientra e resta sorpresa al vedere Elena tanto accosto ad Ignazio; poi si ricompone e risponde al saluto dell'amica.)
FORTUNATA (dopo una piccola pausa con voce un po' tremante).
Che cosa diceva?
IGNAZIO Chi?
FORTUNATA La signora Elena.
IGNAZIO (calmo).
Mi ha detto, mi pare, qualche cosa, prima di andarsene...
Ah, sí.
Di raggiungerla...
FORTUNATA (fermandolo).
No.
No.
Credo vi abbia salutato.
Volete parlare a Carlo?
IGNAZIO Sí, ero venuto per questo, ma poiché non c'è potrà lei riferirgli qualche cosa.
FORTUNATA Ben volentieri.
IGNAZIO Mi faccia il piacere di dirgli che per quell'affare...
quell'affare si potrà saper qualche cosa di preciso appena questa sera.
FORTUNATA Si può sapere di quale affare si tratta?
IGNAZIO Carlo comprenderà, perché non abbiamo che un affare in corso.
FORTUNATA Forse quello dei quindicimila franchi?
IGNAZIO No, è un affare che non ha tanta importanza.
SCENA QUARTA
OTTAVIO e DETTI
FORTUNATA Glielo dirò.
IGNAZIO Addio, Ottavio.
Siamo dunque intesi.
Arrivederci, signora! (Via.)
FORTUNATA Su che cosa intesi?
OTTAVIO Ah, su niente.
FORTUNATA Questa non è una risposta e sai che voglio che mi si risponda.
OTTAVIO Già non è un segreto.
Lo zio mi ha promesso un dono per domani ch'è il giorno del mio compleanno.
FORTUNATA E come sa ch'è domani?
OTTAVIO (alzando le spalle).
Glielo avrà detto Carla.
FORTUNATA Farà il suo dovere.
Per la prima volta però.
Eri tu qui, quando è venuta la signora Elena? E perché te ne sei andato?
OTTAVIO A dire il vero ho capito che desideravano restare soli.
FORTUNATA Da che cosa l'hai capito?
OTTAVIO Era facile capirlo.
Mi hanno detto di andarmene.
Lo zio disse che aveva da riferirle qualche cosa da parte di Carla; io me ne andai, quantunque compresi che non ci sarebbe stato bisogno che me ne andassi, se si fosse trattato di un'ambasciata di Carla (Ridendo.) Scommetterei che fanno all'amore!
FORTUNATA Ottavio!
OTTAVIO Ho detto per scherzo, mammina! Avranno probabilmente parlato delle declinazioni latine.
SCENA QUINTA
CARLO e DETTI
CARLO (porta un pacchetto che va a rinchiudere nel cassetto di destra).
FORTUNATA Cosa rinchiudi?
CARLO Delle lettere ricevute adesso.
FORTUNATA Tante?
CARLO (amaramente).
Non troppe! Sono circolari, alcuni conti correnti ed una commissione che ammonterà a cento franchi.
Ho poca speranza anche oggi di guadagnare le spese.
FORTUNATA Muterà, muterà.
(Ottavio senza farsi veder dal padre esce.)
CARLO Sí, sí.
Muterà.
Attendo questo mutamento da un anno! (Scoppiando.) Sai cosa c'è in quel pacchetto? Non lettere, non circolari.
Son cinquemilaseicento franchi che devo mandare ad un mio creditore, altrimenti procede ad un sequestro.
A tanto siamo giunti.
E non son tutti, sai.
Mancano mille franchi.
Mille, capisci, una minuzia, ma non riesco a procurarmeli.
Adesso il mio stato dovrebbe esserti chiaro.
Siamo proprio sulla via del fallimento.
FORTUNATA Cosa vuoi farci? Tu non ne hai colpa! Alla peggio fallirai! Hanno fallito tanti prima di te, e sono ricchi e rispettati piú di te, e marciano in carrozza...
Briganti!
CARLO Briganti! Cosí diresti anche di me.
FORTUNATA No, perché tu hai fatto quanto è stato nelle tue forze per risparmiarti questa vergogna.
Io anche.
Non ho vissuto con una economia spinta all'eccesso? In tutto l'anno non mi sono fatta un solo vestito, eccetto questa camicetta.
Ma se ti obbligano, allora devi (con doppio senso) fallire...
come si deve.
CARLO (accorato).
Spero di non essere a questi estremi.
FORTUNATA Lo so.
Son due anni che vai dicendo di essere prossimo al fallimento.
(Improvvisamente.) Quanto ti deve Ignazio?
CARLO (tentando di apparire indifferente).
Non so.
FORTUNATA Temo che sieno piú di ventimila franchi.
CARLO Ma...
circa.
FORTUNATA Era qui poco fa e mi pregò di avvisarti che per quell'affare...
- quell'affare - non mi disse altro, potrete sapere qualche cosa di positivo appena dopopranzo.
CARLO (nervosamente).
E, dimmi, come appariva? Allegro?
FORTUNATA Ah, poveri noi! Tu hai qualche altra faccenda importante in corso con Ignazio!
CARLO Ma no! Te l'ho già detto! Ma perché avrei da tacertelo, se fosse? Ho forse l'abitudine di nasconderti le cose mie?...
Era allegro?
FORTUNATA Come al solito.
Da matto qual è.
Ma perché t'interessa tanto di sapere di quale umore fosse?
CARLO Oh, bella! Non ho da interessarmi come vadano gli affari a mio cognato! e per di piú un cognato che mi deve ancora ventimila franchi!
SCENA SESTA
EMILIO e DETTI
EMILIO (con un libro in mano).
Buon giorno...
CARLO (seccato).
Buon giorno.
Scommetto di indovinare cosa la conduce! Lei mi porta la sua opera nuova!
EMILIO Bravo! (Allegramente, porgendo il libro.) Eccolo.
Ne faccia l'uso che crede.
CARLO (aprendo il volume e pesandolo).
È straordinariamente grosso.
Le mie congratulazioni! (Leggendo.) "All'amico Carlo Almiti.
L'autore." Mille grazie.
EMILIO Non c'è di che.
CARLO (leggendo).
"Angelo Poliziano ed il Rinascimento".
Naturalmente un giudizio non glielo potrò dare, poiché non me ne intendo molto di belle lettere, ma lo leggerò attentamente e poi lo serberò per Ottavio.
Ci vorrà del tempo, ma spero sarà un lettore degno dell'autore.
EMILIO Grazie.
Senta, non sono venuto soltanto per il libro (imbarazzandosi) cioè, sarei...
venuto anche per quello, ma ho da parlarle anche di altre cose.
Quindici giorni or sono, o giú di lí, è venuto da me suo cognato, Lonelli, e mi pregò di prestargli fino a circa due ore dopo, cinquemila franchi.
Promise di portarmeli egli stesso.
Io non l'ho piú visto.
CARLO E le deve ancor sempre quella somma?
EMILIO Si capisce.
Se parlassi con lui glieli chiederci senza riguardo, ma è strano! Da quel giorno non lo vedo piú.
Forse anche perché il mio libro è già stampato da quindici giorni.
(Carlo fa un gesto interrogativo.) Sí, suo cognato s'interessava molto alla stampa del lavoro e veniva ogni due o tre giorni a veder come procedesse.
CARLO Non comprendo come Ignazio possa aver avuto bisogno di cinquemila franchi.
Ad ogni modo glielo chiederò.
Dev'essere una delle sue solite dimenticanze.
EMILIO Non ne dubito.
Non ne ho mai dubitato.
SCENA SETTIMA
MARCO LONELLI e DETTI
MARCO Buon dí.
FORTUNATA Buon giorno.
CARLO Signor Lonelli!
MARCO Non c'è qui mio nipote?
CARLO No, c'era però un quarto d'ora fa.
MARCO Meno male.
CARLO Perché meno male?
MARCO (ridendo).
Ah, niente, niente...
per una mia idea particolare.
Ma non sapeva ch'era in procinto di cambiare di abitazione.
CARLO Ignazio cambia di casa? Chi l'ha detto?
MARCO Nessuno.
Nella loro casa abita altra gente.
Si capisce che loro non vi stanno piú.
FORTUNATA Impossibile! Ce ne avrebbero pur detto qualche cosa!...
MARCO Allora sono fuggiti.
Loro non sanno davvero dove abitino ora?
CARLO Se non sapevamo neppure che volesse cambiar casa...
MARCO Ah, il brigante! Me l'ha fatta o me la vuol fare!
CARLO Che cosa intende?
MARCO Mi risponda prima lei! Ho scontato ieri ad Ignazio un suo "Pagherò".
Eccolo.
È suo? (Gli mostra una cambiale.)
CARLO Ma sí; è la mia firma.
(Guarda con piú attenzione.) Ma questa cambiale è falsa!
MARCO (correndo verso l'uscita).
Allora so cosa mi rimane a fare!...
CARLO (trattenendolo).
Un momento, signor Lonelli! Se questa cambiale fu falsificata da Ignazio, con l'intenzione di danneggiare lei, suo zio...
FORTUNATA (interrompendolo)....
A te deve sempre ancora ventimila franchi?
CARLO (agitatissimo).
Che c'entra questo? Egli mi deve questo ed anche di piú.
Ma pagherà, pagherà di certo!
MARCO Ma possibile che non abbiate ancora compreso di che si tratta?
CARLO (risoluto).
No, non l'ho compreso, e sono anzi certo che voi v'ingannate! Vi dico che non può essere...
EMILIO (scoraggiato).
Ma non sarebbe neanche impossibile.
MARCO Ho capito che voi ci perdete piú di me e toccherebbe a voi sporgere denunzia.
Se volete farlo, vi do la cambiale con la firma falsificata.
CARLO No.
Non ancora! Da qui ad un'ora Ignazio sarà qui.
MARCO Un'ora? Volete attendere un'ora? Datemi la cambiale.
(La prende e la intasca.) Attendetelo con calma.
Vi garantisco che ve lo conduco.
(Via.)
EMILIO Capisco che i miei cinquemila franchi se ne sono iti.
Voi perdete molto di piú.
CARLO (cade seduto piangendo e nascondendosi la faccia).
Oh, s'è vero, povera la mia famiglia!
FORTUNATA (vicina a lui).
Senz'avvisarmene avevi dato dell'altro denaro ad Ignazio.
CARLO (prendendole la mano e tenendosi ancora la faccia coperta).
Sí, Fortunata, perdonami! Ho fatto male.
Ho fatto male, perché nel mio stato attuale non avevo diritto di affidare tanto ad un sol uomo.
Ma egli mi diceva sempre che per salvare i primi danari datigli, gliene occorrevano degli altri, e mi sono lasciato abbindolare.
FORTUNATA E quanto in tutto?
EMILIO (imbarazzato è andato verso la porta).
Dato che lei non crede ancora che il signor Ignazio sia fuggito, c'è sempre tempo a disperarsi.
Per i miei cinquemila franchi io non farò alcun passo.
Attenderò ciò che lei vorrà comunicarmi in proposito.
Coraggio! Si ricordi, ad ogni modo che lei ha dei buoni amici!
CARLO Mille grazie, signor Emilio! (Emilio via.)
FORTUNATA Tu non esci? Non vai ad accertarti del fatto? Eventualmente a provvedere.
CARLO Sí, andrò subito, ma non farti vane lusinghe, povera moglie mia! Provvedere? e a che? Se il marito di mia sorella è fuggito, vuol dire che non poteva provvedere ai suoi impegni, neppure a quelli contratti con me.
Ma forse non è fuggito.
Chissà!!
SCENA OTTAVA
CARLA e DETTI
CARLO Carla! E tuo marito? (Veemente.)
CARLA (vestita a nero, pallida addolorata è rimasta in fondo della scena).
Mio marito?
CARLO Non è dunque fuggito? È sempre con te?
CARLA (piangendo cade seduta sulla sedia presso la porta di fondo).
Dio mio!
CARLO (si copre il volto con le mani).
Dunque era vero! Era vero! Oh, l'infame!
CARLA (sempre singhiozzando).
No, Carlo! È stata la forza delle circostanze che lo ha spinto! Egli poveretto lottava, faceva di tutto per sortirne con onore, ma alla fine è stato vinto.
CARLO Ma perché nei suoi sforzi per salvarsi ha rovinato me? Oh, il traditore! (Furibondo.) Tu sai, Fortunata, se io sia stato leggero, se abbia mai confidato alla cieca in altri! Quelle furono lotte! Tutta la mia vita ci misi! Tutte le mie forze, tutta la mia intelligenza! Ero attivo fino alla esagerazione ed economo.
E costringevo anche te ad essere tale.
Tanta perfidia, tanta dissimulazione mi vinsero che non mi vergogno di essermi confidato come un bambino! Io credeva di conoscere il mondo, gli uomini e adesso che sono stato ingannato lo credo ancora! Perché...
chi poteva attendersi di scoprire un ladro in un congiunto?
CARLA Oh, Carlo!
CARLO Benedette le lagrime che t'impediscono di parlare per difenderlo! Io ti perdono.
Sono stato ingannato io, sei stata ingannata anche tu sua moglie.
Tu, probabilmente non sai nulla, o almeno non sai tutto.
CARLA Oh, egli mi raccontava tutto!
CARLO No, ti dico.
Non può essere! Non piangeresti o almeno non piangeresti che per me.
Ti ricordi che davanti a te, un anno fa, mi chiese di partecipare ad un suo affare prestandogli diecimila lire? Già allora egli sapeva che non sarebbe stato in condizione di restituirmeli.
CARLA (debolmente).
No!
CARLO Ti dico di sí Carla, ti dico di sí.
Tu non sapevi nulla, ma io ben presto mi accorsi, no, non mi accorsi, sentii, ch'era cosí.
Era un istinto, ma io lo soffocai per vari motivi, di cui non ti dirò che uno: era tuo marito.
Tutto ad un tratto, all'epoca precisa in cui doveva pagarmi una parte del debito, mi chiese invece altri denari.
Mi mostrò delle merci preziose che pel momento gli era difficile di realizzare, dei libri di un valore considerevole.
Se quei libri fossero stati veridici, se quelle merci fossero state sue, a quest'ora il suo stato non avrebbe potuto mutarsi talmente da un istante all'altro.
CARLA Perdette poi tutto in fallimenti...
CARLO Non è vero! Giuocava a carte e può aver perduto al circolo i denari rubatimi; ma mi meraviglierebbe, perché non gli sarà stato facile trovare un uomo piú ladro di lui.
CARLA Io non posso rettificare queste orribili accuse, ma t'inganni.
Non è giusto attaccare in tal modo un assente.
Io non mi lagno per me, ma vorrei essere morta piuttosto che essere qui in questo stato.
(Piange.)
CARLO (la guarda un istante intenerito).
Siamo due disgraziati, è vero!
FORTUNATA (abbracciando Carla).
Povera donna!
CARLO Io non intendevo farti del male.
Chissà! Forse anche questa volta riuscirò a cavarmela col lavoro, con l'aiuto di amici che conoscono la mia onestà.
Ma il colpo è stato forte, molto forte! Perché continuai a dargli denari; si trattava di salvare una grossa somma con sacrifici, relativamente piccoli, ed io lo feci.
(Rialzandosi con energia.) Insomma, meglio l'agonia che la morte.
Sono piú avanti con gli anni, ma non mi trovo in uno stato peggiore di quello in cui mi trovavo sei anni or sono (con leggero rimprovero) allorché tu ti sposasti.
Ricordi? Io ti scongiurava di non sposarti o almeno di aspettare.
CARLA Io non potevo.
CARLO O meglio non volevi.
Anche adesso hai avuto dei torti.
Tu sapevi che il colpo si preparava e hai taciuto.
CARLA (esitante).
Non sapevo.
CARLO Non mentire, Carla!
CARLA (ad un tratto agitata).
Chi ti dice ch'io menta?
CARLO Se lo sappiamo che da parecchi giorni avete abbandonato la vostra casa.
Non so dove avete passato tutto questo tempo, ma dal vostro contegno, dal tuo contegno è facile comprendere che non volevi si sappia questo cambiamento.
CARLA Ebbene, è vero.
Io sapevo che Ignazio doveva fuggire e non dissi nulla.
Dovevo tradire mio marito?
FORTUNATA (si allontana da lei).
Tradire tuo fratello?
CARLA E che cosa avrebbe servito a Carlo sapere di questa fuga? Avrebbe danneggiato Ignazio senza alcun suo utile.
CARLO E tu, disgraziata, che cosa speri, ora, da tuo marito?
CARLA Che cosa io spero da lui? Intanto che egli giunga in salvo.
Poi mi ama, mi ama sempre come il primo giorno del nostro matrimonio.
Appena potrà mi chiamerà presso di sé.
CARLO E tu andrai? Ti affiderai di nuovo a quell'individuo?
CARLA Ma con gioia! S'è l'unica felicità che mi rimanga vivergli accanto!
CARLO Tu sei perduta per noi, capisco.
È anche naturale.
(Riscaldandosi.) Ma però al vederti cosí tranquilla, cosí indifferente alla mia disgrazia, preoccupata soltanto di te, della tua sorte, provo un intimo senso di disgusto.
CARLA Di me chi ci pensa?
CARLO È vero, ho sbagliato, di lui ch'è causa di tutto.
Eppure io ti amai, ti protessi, ti feci da padre per molti e molti anni.
Non ho mai chiesto un compenso, ma non mi aspettavo di venir pagato con tanta tanta ingratitudine.
CARLA Non saprei in qual modo avrei da dimostrarti la mia gratitudine in queste circostanze.
La gratitudine possono dimostrarla le persone felici, io non lo potrei mai! Capisco che la mia vista deve riescirti incresciosa.
Io non ne ho colpa.
Non voglio fartela perciò sopportare piú a lungo.
Addio.
(Si avvia risolutamente verso l'uscita.)
FORTUNATA Eh, via, Carla!
CARLA No, mi lasci, mi lasci! Io me ne vado.
FORTUNATA E dove?
CARLA Via di qua, intanto.
CARLO Non sono io che ti scaccio! Sei tu che fai di tutto per accrescere il mio dolore con scenate! Insomma, finiamola! Tu rimani qui.
Manderemo Maria a invigilare la tua casa.
CARLA Non ho casa.
In quest'ultime settimane abbiamo vissuto all'albergo.
SCENA NONA
MARIA e DETTI
MARIA Il signor Emilio manda a veder se la signora Elena è qui.
FORTUNATA No, sarà probabilmente da sua madre.
MARIA La madre della signora Elena mandò a dire che non la vede da questa mane.
FORTUNATA Ma qui non c'è.
MARIA Perdonino il disturbo.
Buona sera!
CALA LA TELA
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
CATINA che introduce IGNAZIO LONELLI
CATINA Ho da chiamare la signora Carla?
IGNAZIO È nella sua stanza?
CATINA No, è con la signora Fortunata.
IGNAZIO Non avvisarla, allora, Catina.
Catina, non è vero ch'io ti trattai sempre bene? Brava! Mi son dimenticato di darti la strenna a capo d'anno.
Ecco qui.
Cinque franchi.
Li tenni sempre in questo taschino per darteli all'occasione.
Dunque.
Io ti trattai sempre bene e posso fidarmi di te.
Tu devi, fino a nuovo ordine, non avvisare nessuno che io sono qui.
All'infuori di mia moglie è meglio che nessuno lo sappia, e lei devi avvisarla appena sarà sola.
Dove potrei nascondermi?
CATINA (additando la porta in fondo).
In quel camerino, ch'è vuoto.
IGNAZIO E non ci viene nessuno?
CATINA Nessuno, mai.
Ma perché si nasconde?
IGNAZIO Dimmi un poco, sinceramente, non sai nulla, tu? (La fissa.)
CATINA Nulla? Che cosa nulla?
IGNAZIO Dammi la mano.
Sei una brava donna.
E, dimmi ancora: Sei religiosa? (Catina lo guarda.) Credi in Dio?
CATINA Oh, se ci credo! Farei un buon affare, vecchia come sono, a non crederci.
IGNAZIO Ebbene, giurami sulla salute dell'anima tua che dirai solo a Carla di avermi visto!
CATINA Ma perché?
IGNAZIO Si tratta di uno scherzo, ma voglio essere sicuro del fatto mio.
Eccoti altri cinque franchi, ma te ne prego, Catina, giura!
CATINA Se vi preme tanto, giuro.
IGNAZIO Ricordati che per gli spergiuri ci son le pene dell'inferno! E adesso su questo punto sono tranquillo.
(Si sente suonare.) Puoi andare ad aprire.
(Catina via.
Si suona una seconda volta con insistenza.
Ignazio si ritira nello stanzino.)
SCENA SECONDA
CARLO, MARCO LONELLI, poi CATINA
CARLO (entrando con Marco).
Catina, non senti?
CATINA Ero già andata ad aprire, quando il signore suonò per la seconda volta.
MARCO Lasciateci soli.
(Catina con un complimento, via.) Senta, Almiti.
Le porto delle nuove che poco le potranno piacere.
Anzitutto bisogna che sappia che non sporgo denunzia contro mio nipote.
CARLO Io non ho che a lodarla per questa omissione.
MARCO L'accusa era già stata fatta dal signor Marchini al quale Ignazio diede oro falso in cambio di oro buono che gli era stato affidato per il lavoro.
Lei ora può accorgersi qual fior di birbante sia suo cognato.
Ma non è per dirle questo che sono venuto qui.
Il piú importante di tutto si è che Ignazio è preso o quasi.
CARLO Ciò significa?
MARCO ...
ch'è stato messo nella impossibilità di sfuggire alla pena dovutagli.
Non ancora, ma quanto prima, perché Ignazio si trova ancora qui, in questa città.
CARLO Come lo sapete?
MARCO So che non è partito ed ecco come.
Marchini piú svelto di noi due fece la denunzia in tempo debito.
Allorché i carabinieri si presentarono in casa sua per eseguire l'arresto, il portinaio disse loro quello che non aveva voluto dire a me, cioè l'indirizzo nuovo d'Ignazio.
All'Hotel de la Ville era andato ad abitare, quell'imbecille! All'hotel si seppe ch'era uscito dieci minuti prima con un fattorino che gli portava il baule.
Alla stazione infine lo si vide presentarsi al bigoncio per il biglietto, senza prelevarlo, lasciò là cento franchi.
Pare si sia accorto in tempo del tranello.
Che le pare?
CARLO Penso anch'io che sia ancora in città.
MARCO Ma dove? Son ben dodici ore che lo si cerca inutilmente.
CARLO Che ne so io? (Con impazienza.)
MARCO Devo dirle che non sono venuto qui principalmente per informarla di tutto ciò, perché in fondo, non mi serve a nulla che lei lo sappia...
Dica, non ha visto Ignazio, quest'oggi?
CARLO Lei suppone che io l'abbia nascosto? ch'egli abbia cercato riparo in casa mia?
MARCO (esitante).
E chi lo sa?
CARLO Non è stato qui.
Ma, dica un po', se ci fosse, che farebbe lei? (Sorridendo.)
MARCO Non capisco! Che farei? Andrei alla polizia, notificherei il soggiorno del malfattore e non me ne occuperei piú oltre.
CARLO Eh, via! Lei tradirebbe un nipote per quella cambialuccia! Non ha da avere altro da lui?
MARCO Non si tratta della cambialuccia, caro il mio signore; si tratta del modo! Io, vecchio negoziante, venir ingannato in tal modo! Estorcermi in tal modo gli ultimi denari occorrenti alla fuga! Dopo che per anni ero riuscito a salvarmi da lui! Un tale atto merita vendetta e me la procurerò.
Ancora una domanda, e poi me ne vado.
SCENA TERZA
ELENA e DETTI, poi CARLA
ELENA Si può?
CARLO Entri, signora.
Ieri suo marito mandò a vedere se lei era qui.
ELENA Fu un malinteso.
CARLA (entrando).
Oh, Elena (Le getta le braccia al collo e si mette a piangere.)
CARLO (a Marco).
Si ricordi di non dire nulla a mia sorella di quanto lei disse or ora!
MARCO Come vuole.
Ma a sua volta - n'è sicuro? - sua sorella non saprà nulla di nuovo sul conto del marito? Questa era la domanda che ancora avevo da farle.
CARLO Carla è da ieri sera con mia moglie.
Non la lasciò un minuto.
MARCO (dopo un po' di esitazione).
Ebbene, mi do per vinto.
(Rivolto a Carla.) Nipote mia, devi darti pace! Sono cose che accadono tutti i giorni, anche piú volte al giorno...
CARLA E non avete sue nuove?
MARCO Nessuna.
Fu visto alla stazione...
(Un movimento di Carlo lo interrompe.) Fu visto, insomma, partire e poi piú nulla...
Sai tu qualche cosa di piú preciso?
CARLA (giungendo le mani con gioia).
Allora è in salvo!
MARCO (alzando le spalle).
Se ciò ti fa piacere! Buon giorno! (Via.)
CARLO (a Carla).
Adesso spero di vederti piú tranquilla.
Come vedi io sopporto molto bene le mie disgrazie.
Fa tu lo stesso.
(Avviandosi.) Di' a Fortunata che a mezzodí sarò a casa.
(Ad Elena.) Buon giorno, signora! (Via.)
ELENA (a Carla).
Oh, finalmente! Carla! Dov'è Ignazio? A me lo puoi confidare...
CARLA A quest'ora in Svizzera.
A meno che non gli sia toccato una disgrazia.
ELENA Davvero? E non ne sai di piú?
CARLA No, assolutamente.
Null'altro.
ELENA (disperandosi).
Povera me! Come fare, allora?
CARLA (allarmata).
Che c'entri tu?
ELENA Non per lui, non per lui! Ha con sé tutte le mie gioie, oro e pietre preziose per ventimila franchi...
CARLA Di questo né Ignazio né tu mi diceste mai una parola!
ELENA Da quando ti sei sposata per i miei gioielli mi servivo da lui...
CARLA Ma tutte le tue gioie?
ELENA (disperata).
Oh, sí, tutte.
Non mi rimangono che questi orecchini che non gli diedi, perché volevo tenerli addosso.
Come farò? Come farò, mio Dio? Cosa dirò a mio marito?
CARLA (calma con sforzo).
Ma perché gliele desti?
ELENA Non ti dissi ch'era il mio gioielliere?
CARLA Ma tutte.
Tutte?
ELENA Ma sí.
Alcune volevo far rilegare, altre soltanto pulire, ad altre infine occorrevano delle riparazioni.
CARLA Tu dirai a tuo marito la verità, ecco tutto.
Cosa c'è da disperarsi?
ELENA Ma mio marito non sapeva che io le aveva date ad Ignazio.
SCENA QUARTA
FORTUNATA, DETTI, poi CATINA
FORTUNATA La signora Elena! Ieri sera...
ELENA Lo so signora.
Fu un malinteso.
Mio marito mi aveva compreso male.
FORTUNATA Cosí? Me l'ero immaginato.
ELENA Le distrazioni di Emilio producono spesso tali malintesi.
Adesso l'ho reso avvertito che mi trovo qui, ma chissà che lui non mandi a cercarmi? È meglio che scenda un istante; poi ritornerò a fare un po' di compagnia a Carla.
Addio, Carla! (La bacia.) Buon giorno.
(Via.)
FORTUNATA Ha l'aria di una fuga.
Ieri a sera la signora scomparve tutto ad un tratto senza lasciare notizie di sé, neppure al marito.
Poco prima s'era fatto prestare da me un cofanetto che può servire anche per viaggio.
Chissà quale mistero si cela qui sotto! qualche appuntamento andato a male! Dev'essere stato proprio un malinteso; ce lo ha detto ella stessa.
Intanto ecco una cosa che in te mi dispiaceva...
quest'amica che ci fece tanto del male...
Intanto, facendoti fare quel brutto matrimonio.
CATINA (in orecchio a Carla).
In quello stanzino c'è qualcuno che l'attende.
CARLA Chi mi attende?
CATINA (strizzando l'occhio verso Fortunata).
St! Suo marito.
CARLA (minaccia di cadere).
Mio marito...
qui?
FORTUNATA Tuo marito?
CARLA Ignazio, qui? Ma dunque non è salvo? Ignazio! Ignazio! (Apre la porta, si vede Ignazio nel mezzo del camerino che beve da una tazza.) Tu, qui! tu qui! Quale imprudenza! Se ti prendono! Perché non sei fuggito? Qui ti cercano, sai! Oh, se ti trovano! Io ne morrei!
IGNAZIO Calma, calma, mio tesoruccio! Non sono preso ancora! (Nel sortire vede Fortunata.) Ma Carla, tu mi tradisci...
Io non voleva esser veduto!
FORTUNATA (ironicamente).
E questo desiderio era molto fondato.
IGNAZIO Sfido io! Mi si cerca e tanto minor numero di occhi che mi vedono, tanto minore è il pericolo di venir preso! Non mica ch'io diffidi di lei, signora cognata, ma una parola imprudente è detta presto!
FORTUNATA Potrebbe deporre quella tazza! (Additando la tazza che Ignazio tiene in mano.)
IGNAZIO È vero! (La vuota e la depone sul tavolo.) Scusi, se bevevo il suo latte senza chiedergliene il permesso.
Ma avevo molta fame.
Sono piú di dodici ore che non mangio con calma!
CARLA Ma perché, perché non sei fuggito?
IGNAZIO Io voleva fuggire, ma...
non mi si lasciò.
Alla stazione mi accorsi d'essere sorvegliato, e già sul punto di partire trovai piú prudente rimanere.
FORTUNATA Cosí, lei, dopo fatti tutti i preparativi, ha dovuto abbandonare tutto?
IGNAZIO (con dispiacere).
Tutto, sí, tutto.
FORTUNATA (con intenzione).
Tutto? Tutto?
IGNAZIO (sorpreso).
Se glielo dico.
Tutto, si, tutto.
FORTUNATA E la signora Elena?
CARLA Che dici?
IGNAZIO La signora Elena non è in casa sua?
FORTUNATA Sí, ci è ritornata poco fa.
Quasi contemporaneamente a voi.
Son cose che non mi concernono.
Sentite! Se volete rimanere nascosto qui, rimanete pure.
Naturalmente quando Carlo verrà a casa, io lo avvertirò che ci siete.
Del resto non abbiate timore; egli non è uomo che si vendichi, che vi accusi.
(Via.)
IGNAZIO (irritato).
Vedi, tuttociò è molto noioso.
Avrei preferito di non aver piú a parlare con Carlo.
CARLA (turbata).
Che cosa diceva Fortunata di Elena?
IGNAZIO (ridendo).
Che ne so io? Pare che anche la signora Elena abbia tentato contemporaneamente a me una specie di fuga e col medesimo esito.
Ma noi adesso tenteremo la fuga insieme, sai, mio tesoruccio; e se ci riesce, potremo essere ancora felici in lidi piú ospitali.
Vedi questa piccola saccoccia? Contiene la somma di trentamila franchi.
È quanto ci basta pei nostri gusti modesti.
SCENA QUINTA
ELENA e DETTI
ELENA (agitatissima).
Catina mi ha detto che eravate qui.
Sentite, Ignazio! Datemi le gioie o io sono una donna perduta.
IGNAZIO Ve le darò.
Ve le darò.
(Sottovoce.) Calma, calma!
ELENA Le avete qui, nevvero? Già oggi mio marito si accorse che mancavano.
Gli dissi ch'erano dal gioielliere.
Adesso non potrei piú oltre mentire, dirgli che le ho date a voi, gioielliere, perché sarebbe stato mio dovere avvertimelo almeno quando siete scomparso.
(Carla comprende, si alza, vuole parlare, non può, esce vacillando e chiude la porta dietro di sé.)
IGNAZIO Ma Carla, ove vai? Oh, Elena, Elena! Tu mi rovini.
Io dicevo sempre che le donne mi rovinerebbero.
Ecco le tue gioie! Occorreva lasciarti trasportare da tale passione per quattro miserabili pezzi d'oro? (Le consegna un cofanetto.)
ELENA (aprendo il cofanetto con vivacità e guardandoci dentro per verificare).
Oh, bravo, bravo! Mi ridonate il respiro! Grazie! (Dopo una piccola pausa.) E adesso addio.
(Va verso la porta.)
IGNAZIO Cosí, dunque, Elena, mi abbandoni anche tu? Questo addio significa proprio una separazione definitiva?
ELENA Sí, Ignazio, ho sofferto troppo.
Ho capito ch'è meglio annoiarsi e non aver da temere niente da nessuno.
Quando mi sono vista sola con voi in quella stazione e poi mi avvertiste ch'eravamo perseguitati, fuggii spinta proprio da vergogna e da paura; poi vissi molte ore in angoscia per queste malaugurate gioie...
Addio! (Via.)
IGNAZIO (chiamando).
Catina!
SCENA SESTA
CATINA e IGNAZIO
IGNAZIO Bella creanza questa di lasciarmi solo.
Favorisci dire alla mia signora moglie che venga un poco a tenermi compagnia.
CATINA Sta appunto salendo le scale il signor Carlo.
IGNAZIO Brava! Verrà lui a tenermi compagnia...
SCENA SETTIMA
IGNAZIO, CARLO poi CARLA
CARLO Voi qui?
IGNAZIO Sí, Carlo (stendendogli la mano).
Ero in procinto di partire e non n'ebbi il coraggio pensando a te, allo stato in cui ti lasciavo...
CARLO Lo so e ve ne ringrazio, ma a quanto sento i carabinieri vi confermarono in questo proposito.
CARLA (entrando improvvisamente).
E cosí non credergli, perché mente, mente sempre.
IGNAZIO La signora stava ad origliare?
CARLA Sono ritornata appena adesso.
Del vostro dialogo con Elena non avevo piú nulla da udire.
Se avevo già compreso tutto...
(piangendo al collo di Carlo).
Oh, Carlo! Consegnalo alla polizia.
Liberamene!
IGNAZIO La signora ha uno speciale affetto per il suo marito legittimo...
CARLA Quel riso ironico mi fa male!...
Come seppi udirlo tante volte e non odiarvi, non disprezzarvi come meritate!
IGNAZIO Le insolenze sono troppe! Bada a te, Carla!
CARLA Mai troppe, a te, miserabile! Perché, sai, Carlo! Ci tradí, ci rovinò tutti.
E me, me trascinò per tali sozzure, per tali infamie che mai, mai piú saprò quietare la mia coscienza.
Sappi che allorché per la prima volta ti estorse denari io sapeva ch'era già fallito e non dissi una parola.
È ben vero che per un istante, ad onta che sapessi tutto, fui ingannata dal tono d'ingenuità con cui ti parlava, ma solo per un istante! Eppure tacqui.
Io ti tradii già dal primo giorno in cui lo vidi! Allorché tu, poveretto, chiedesti quella dilazione che ti occorreva, con due parole egli mi convinse a non concedertela.
Che cosa potevo farci? Mi sembrava di essere una cosa con lui.
IGNAZIO (a Carlo).
E ciò le avrebbe continuato a sembrare, se non mi avesse scoperto in fallo di lesa fedeltà coniugale! Avrei altrimenti potuto continuare col suo mezzo chissà per quanto tempo ancora!
CARLA (piú calma).
È vero, è vero.
Tutto tutto gli perdonai meno questo.
Ma non è il dolore di venir tradita che mi strappa queste parole.
Tradendo me che gli sacrificai tutto, egli si rivelò anche a me per quello che era.
Io feci sempre ciò che volle, fino all'ultimo, anche quando volle fuggire a tua insaputa, e mi obbligai alla menzogna, all'ipocrisia che tanto mi doleva, specialmente ad usarla con te.
Ma adesso è finita.
Oh, davvero, mi sento lieta che ciò sia avvenuto! Mi sento libera di agire secondo la mia coscienza e secondo giustizia.
Non piú dissimulazioni, non piú misfatti! Non lasciarlo fuggire, Carlo! Egli ha con sé trentamila franchi e sono tuoi.
IGNAZIO Suoi? Sono in gran parte dello zio e di altri.
Se però li vuole, eccoli!
CARLO (con nausea).
Io non accetto denari rubati.
CARLA Perché? Se sono rubati a te.
CARLO Neppure.
Vieni, Carla.
Lascia che fugga, che se ne vada dove vuole, e tu ritorna con noi.
IGNAZIO Se voi non mi aiutate, se non mi celate per qualche giorno, la fuga sarà alquanto difficile.
Vedi, Carlo, io lascio a te quindicimila franchi; tengo soltanto la metà per vivere all'estero, finché trovo una occupazione qualunque che non mi sarà difficile di trovare con una tua buona raccomandazione.
CARLA Va bene va bene! (Vedendo che Carlo esita a prendere i denari offerti, li prende lei.) Sono tuoi, li prendo io.
CARLO Carla!
IGNAZIO Ma io li do volentieri.
Chi piú contento di me di poter riparare almeno in parte al mal fatto?
SCENA OTTAVA
CATINA e DETTI
CATINA Era venuto il signor Marco Lonelli.
Io gli dissi che poteva entrare ma egli se ne andò dicendo che sarebbe ritornato subito.
IGNAZIO (con spavento).
Ho capito.
CARLO Temi che tuo zio ti tradisca?
IGNAZIO Non temo, ne sono sicuro.
CARLA Era qui poco fa, e si lagnava con noi della tua scomparsa.
(È agitatissima.)
IGNAZIO (osservandola con attenzione).
Non capisco perché ti agiti tanto, tu, all'idea ch'io possa venir preso.
CARLA Mi duolerebbe lo scandalo.
(Si vede che soffre.)
IGNAZIO (comprendendo).
Oppure ti dispiacerebbe si sappia che partecipasti agli utili dei miei furti?
CARLA (indignata).
Oh, no.
So che ognuno riconoscerebbe il mio, il suo (additando Carlo) diritto di prendere questi denari.
Non temo che lo si sappia.
Tu procura di fuggire.
Sei ancora in tempo.
IGNAZIO E se non volessi?
CARLA Oh, è tanto tanto basso ciò che pensi e ciò che vuoi! Aumenta la mia vergogna a doverti confessare che...
soffrirei sapendoti in carcere.
IGNAZIO (la guarda esitante, quasi commosso, poi fa le spallucce).
Son cose che si dicono in tali momenti.
Parlando d'altro; per la mia fuga io ho già disposto con un padrone di barca, il quale però parte appena dopodomani.
Ma comprenderete che qualcun altro dovrebbe andare a trattare...
CARLO Ci andrò io.
IGNAZIO Sta bene! Abbiamo qualche poco di tempo e dovreste approfittarne per darmi da mangiare.
Mi sento molto debole.
SCENA NONA
CATINA, ELENA, FORTUNATA e DETTI
CATINA Ho visto entrare in casa i carabinieri.
IGNAZIO Ahi, ahi!
ELENA Sono i carabinieri.
IGNAZIO Abbiamo inteso! Ad ogni modo, grazie per la premura.
ELENA Non vengo soltanto per avvisarvi; vengo anche a salvarvi.
Questa casa è sorvegliata: Io conosco un mezzo per farvi uscire da una casa qui accanto.
IGNAZIO Sentiamo.
ELENA Potete entrarvi salendo sul tetto della casa qui a destra.
IGNAZIO (ironicamente).
Se però Carla mi permette di approfittare di un vostro consiglio.
(Le due donne retrocedono spaventate a tanta insolenza.) Ma, dunque, andiamo! (ad Elena.)
ELENA (a Catina).
Catina, tu conosci quel passaggio in casa Doritti.
Mostraglielo!
IGNAZIO Io non vi ho offeso, signora, perché non volete rendermi voi questo supremo servigio? (Le tende la mano.) Ebbene, se non volete, datemi la mano in segno almeno, che non l'avete con me!
ELENA Eccola! Siate felice!
IGNAZIO (la guarda fisso).
Peccato! (Si volge a Carlo.) E voi, Carlo, datemi la mano in segno di perdono.
Sapete, non volli farvi del male.
Mi vedevo cadere e volli sostenermi.
(Carlo dà la mano.
Ignazio si volge.) Ebbene, Carla, che ne dici? È l'ultima volta che ci vediamo.
A te non chiedo perdono.
Che cosa ti feci? Puerilità.
Ed occorreva una sciocca gelosia per offenderti! Siamo uomini tutti e tu avevi torto di credermi fedele.
CARLA Hai ragione.
Ma fuggi, Ignazio, ed io ti sarò riconoscente come se mettessi in salvo anche me.
Fuggi! Il tempo incalza!
IGNAZIO Addio, Carla! (La bacia, quantunque ella dimostri ribrezzo.) Andiamo, Catina, e conducimi bene! Tu sei causa ch'io non ho potuto mangiare in pace.
Addio, tutti! (Via con Catina.)
ELENA (a Carla).
Carla, io non ho voluto mai offenderti!
CARLA Adesso non ne parliamo! Ch'egli si salvi ed io non porto rancore a nessuno.
Ho perdonato a lui ch'è il piú colpevole! (Le dà la mano ch'Elena stringe.)
ELENA Grazie.
SCENA DECIMA
Il MARESCIALLO dei carabinieri.
Poi MARCO, poi CATINA e DETTI
MARESCIALLO Il signor Ignazio Lonelli?
CARLA (nello spavento).
Ma se qui non c'è! Manca da casa da ieri mattina!
MARESCIALLO (a Carlo).
In base a questo mandato mi permetterete di perquisire questa abitazione?
CARLO Faccia pure, signore.
MARCO (entrando).
Signor maresciallo, le annuncio che vidi mio nipote salire le scale...
io dico che vuole fuggire per il tetto.
MARESCIALLO Chi è suo nipote? (Carla sta per mancare.)
MARCO Il malfattore che lei cerca.
MARESCIALLO Ah, grazie.
(Esce.)
ELENA Pfui! Vergognatevi!
CARLO Avete commesso un'azione infame.
MARCO Lasciatemi in pace! Non commise Ignazio un'azione piú infame ancora? (Esce.)
CARLO Coraggio, Carla, forse riesce ancora a fuggire!
CARLA E come? Adesso sanno dove si trova.
CATINA (entra correndo.) Aiuto! aiuto! Il signor Ignazio è caduto dal tetto!
CARLA Ah! (Cade svenuta).
CARLO Come? Caduto dal tetto?
CATINA Sí.
Io lo vidi tutto ad un tratto scivolare, scivolare, trattenersi con le mani e i piedi, ma inutilmente.
Se ne andava come su ruote.
Io gridava: Ma si tenga, ma si tenga! Non serviva! Poi scomparve.
ELENA Carla è svenuta.
FORTUNATA (che guarda dalla finestra).
Ma è là, è là! Lo salveranno ancora! Si tiene ad una grondaia.
Un carabiniere si mostra già sul tetto! (Elena e Carlo accorrono alla finestra.) La grondaia cede! (Inorridita Elena fugge dalla finestra.)
CARLO È salvo! è salvo, se si tiene! Il carabiniere è giunto ad afferrare la grondaia.
Oh! (Fugge anch'egli.)
ELENA (fuori di sé).
È caduto, è caduto.
Aiuto! Aiuto! (Gridando verso la strada, donde si sente un rumore confuso.)
FORTUNATA Signora, signora! Forse è salvo! Chissà! Tante volte si è udito di cadute simili.
MARCO (entra).
Un bicchiere d'acqua! Dammi un bicchiere d'acqua! Quale spettacolo!
FORTUNATA È morto?
MARCO Morto? Non soltanto.
Per mettere in bara tutti quei pezzi occorrerà la scopa.
CALA LA TELA
Una commedia inedita
Scherzo drammatico in un atto
PERSONAGGI
Il signor PENINI
ELENA, sua moglie
ADOLFO
ROSA
L'azione si svolge in una stanza riccamente ammobiliata con porta d'entrata di fondo.
A sinistra dello spettatore c'è la porta che conduce alla stanza di Elena e un poco piú verso il fondo una porta che conduce al suo gabinetto da lavoro.
SCENA PRIMA
Il signor PENINI e ELENA
ELENA (sorte dalla porta a destra, è agitatissima).
No! No! No! (Siede.)
PENINI (che le viene dietro col sigaro in mano e calmo).
Ma perché?
ELENA Oh! perché Venezia non mi piace!
PENINI Non ti piace? Io credeva invece che fosse il tuo ideale.
Al viaggio di nozze tu avresti voluto rimanere in quella città il tempo che avevamo destinato all'intero viaggio.
Mi facevi correre tutto il giorno dietro al cicerone, in cerca di cose che a me non interessavano punto; quadri, puttini nudi, chiese che avevano tutte, poco su poco giú, il medesimo aspetto.
Tu ti entusiasmavi, io sopportava quella tortura per amore tuo.
Piazza San Marco ed il caffè Florian mi piacevano ma tu non mi lasciavi mai starci in pace.
È vero che dopo tutto, l'Italia, città per città, apportò a te il medesimo piacere ed a me la medesima tortura, ma Venezia specialmente.
ELENA Rimanere a Venezia otto, dieci, venti giorni, un mese, sí.
Di piú no, stabilirvisi mai piú; piuttosto morire.
In quelle viuzze ove non si può tenere aperto l'ombrello se piove io non potrei vivere; mi mancherebbe l'aria.
Anche tutta quell'acqua, mi annoia, quei ponti che possono cadere, tutta la città è pericolante e può da un momento all'altro andare a picco come un naviglio.
PENINI Ohibò!
ELENA Capisco che è un'idea mia ma non mi sentirei sicura.
E poi quei veneziani che fanno tutti i fatti loro in strada.
Vi dormono persino! (Con ira.) Davvero che io ne ho visto uno dormire, ma profondamente.
PENINI Se vuoi vederne anche qui dei dormienti in strada non hai che da fare quattro passi fuori della villa.
ELENA Insomma io a Venezia non vengo.
PENINI Il tuo volere conta relativamente.
ELENA Se proprio lo vuoi, vacci tu! io rimango.
PENINI (dopo una piccola pausa, scherzando).
Ehi! Elena diventi matta? È tuo dovere seguirmi; se io volessi potrei costringerti con l'aiuto della legge, (ridendo) ma scommetto che riuscirò a convincerti altrimenti.
Senti, ti piace di vivere bene, di mangiare cose buone e in buona misura, dormire in letto soffice? Tu non lo dici ma so che ti piace ed è perciò che devi venire a Venezia.
Noi non siamo poveri ma non tanto ricchi da poter vivere come viviamo.
Tu con quella toilette, io senza guadagnare un centesimo...
un centesimo! Mi sono dato tutta la cura possibile, ho seccato amici e non amici; da tre anni che siamo sposati, ti posso mostrare il mio libro senserie, ho guadagnato tanto da pagare i sigari che fumo.
ELENA Bravo!
PENINI Non è colpa mia.
La piazza ha piú sensali che affari; di ogni dieci persone una è sensale.
ELENA A Venezia sarà la stessa cosa.
PENINI Non lo so ma se ci vado ho il pane sicuro e forse qualche cosa di piú.
Velfi e figlio di qui mi fanno loro rappresentante.
A Venezia non dovrò perdere tutta la giornata a correre dietro agli affari e potrò cosí dedicarmi un poco di piú a te, moglietta mia che veramente ho trascurato.
ELENA (superba).
Io non me ne sono mai lagnata.
PENINI E non potevi lagnartene perché sapevi che io era occupato con qualche cosa di piú serio.
ELENA Essendo io per te tanto poco importante da divenirti pensiero poco serio potrai lasciarmi qui.
PENINI (abbracciandola).
Ma tu mi sei la cosa piú seria di questo mondo.
ELENA (respingendolo fredda).
A Venezia non vengo, è inutile...
almeno per il momento (come se avesse ragionato da sé).
PENINI Per il momento! Meno male! Non si tratta mica di partire subito! Io conosco le donne e ho provveduto acciocché abbi tempo di salutare le tue amiche, mettere ordine con tutta calma nei tuoi fronzoli, andare a vedere tutta la città prima di abbandonarla per tanto tempo.
Io aveva già deciso di non partire che alla fine...
alla fine...
alla fine...
ELENA Ebbene?
PENINI (calmo).
Alla fine della prossima settimana.
ELENA Alla fine della prossima settimana? Ah! mai piú! (Molto commossa.) Da vero, da vero che non vengo.
Io mi ritiro presso mamma e ti lascio partire solo! Io non vengo!
PENINI E come ho da fare? A questa sola condizione ho ottenuto il mio impiego.
SCENA SECONDA
ROSA e DETTI
ROSA Scusino, ho da prontare la cena?
PENINI Abbiamo cenato fuori.
Cioè io.
ELENA Io non ceno.
PENINI A me porta una tazza di caffè.
(Rosa via.)
PENINI Fammi il piacere di non piangere.
Per ora mostrami il tuo bel volto allegro come l'avevi il primo anno.
Non so perché l'abbi smesso poi.
Lo volle forse la moda?
ELENA (alza le spalle).
PENINI Io domando per sapere, non mica per irritarti.
ELENA (piangendo).
Mi vedi tanto afflitta che potresti risparmiarmi i tuoi scherzi.
PENINI Scherzi? Non sono scherzi! E poi hai torto di essere afflitta! C'è tempo ancora! Nel fratempo possono morire i miei principali padre o figlio o posso morire io o tu e l'affare se ne va o lo mando.
ELENA Grazie.
Davvero che fo meglio ad andarmene a letto.
(Via.)
PENINI Ma Elena...
ROSA (con il caffè).
Ecco il caffè!
PENINI C'è zucchero?
ROSA Lo ha qui!
PENINI Senti, che umore ha la signora quando io non sono in casa?
ROSA Che umore?
PENINI Ride, piange, si adira?
ROSA Si adira di spesso con me.
PENINI Questa è una risposta.
Me ne occorrono tre.
Ride?
ROSA Ora ride...
ora non ride.
PENINI E piange?
ROSA Sa, signore, non dica alla signora che io gliel'ho detto.
Adesso, in corridoio, mi sono accorta che la signora piangeva.
PENINI (ammirando).
Brava!
ROSA Comandi?
PENINI Nulla, nulla, puoi andartene.
Di' alla signora che venga un solo istante a salutarmi.
Devo uscire! Aspetta un momento, intelligentissima donna.
(Togliendo dal tavolo una busta da lettere colossale.) Che cosa ha ricevuto mia moglie in questa busta?
ROSA Dal signor Adolfo ma non so che cosa.
PENINI (ridendo).
Ah! la commedia.
(Leggendo il frontispizio di un libro.) Postuma...
Lorenzo Stecchetti.
Chi porta in casa mia questi libracci?
ROSA (spaventata).
Il signor Adolfo l'ha prestato alla signora.
Io non so leggere.
PENINI (adiratissimo vedendo una rosa sul petto di Rosa).
Te l'ho detto già che non voglio vengano prese rose dal giardino.
Se il padrone di casa se ne accorge si adira con me.
ROSA (dice e poi scappa).
Io non l'ho presa in giardino; l'ho presa da un mazzo di fiori che il signor Adolfo ha mandato alla signora.
SCENA TERZA
PENINI poi ELENA
PENINI (da sé).
Il signor Adolfo! (Pensieroso.)
ELENA Volevi dirmi ancora qualche gentilezza.
PENINI (con voce dolce).
Ti avevo pregata di non togliere altri fiori dal giardino! Ne hai i piú belli sempre fra' capelli.
ELENA Me li ha donati il signor Adolfo.
PENINI Ah! il signor Adolfo! (Dopo una piccola pausa, esitante.) Non so se è proprio necessario che io sorta questa sera.
(Ridendo.) A proposito del signor Adolfo.
Come ti piace la sua commedia?
ELENA Non ne ho letti che due atti e non leggerò gli altri due.
Non mi piace.
PENINI (contento).
Vedi povera moglie mia che impicci che ti prendi.
Ad onta della noia ti toccherà sorbirtela tutta e poi dirne bene.
ELENA No! il signor Adolfo è un giovane di tanto spirito che senza esitazioni gli dirò la mia opinione.
PENINI Lui è spiritoso e la commedia è cattiva? Non è una contraddizione?
ELENA Anche i piú grandi hanno sbagliato.
PENINI (affettando indifferenza).
Il signor Adolfo ha la fronte molto bassa...
schiacciata.
(Elena alza le spalle.) Io sorto anzi! Puoi essere tranquilla che prima della mezzanotte non ritorno.
ELENA (con tutta tranquillità mette un lume sul davanzale).
Come, tranquilla?
PENINI (guarda, comprendendo, il lume sul davanzale).
Voglio dire che se anche non ritornassi prima della mezzanotte non devi inquietarti.
Addio.
(La bacia in fronte e via.)
ELENA Addio, Rosa! (Chiamando.)
ROSA Comanda signora!
ELENA Accompagna prima col lume mio marito e chiudi bene la porta.
Poi sta attenta se qualcuno suona di andare ad aprire.
(Si sente chiudere il portone della campagna.) To'! mio marito è sortito da solo.
Se venisse qualcuno...
se venisse qui il signor Adolfo introducilo qui.
(Si guarda nello specchio.) Io vado in camera mia e ritorno subito.
SCENA QUARTA
Il signor PENINI e ROSA
ROSA (Spaventata).
Il Signore!
PENINI Silenzio, sciocca! (Le mette una moneta in mano.) Voglio fare uno scherzo a mia moglie.
Non attende essa qualcuno?
ROSA Sí, il signor Adolfo.
PENINI Ti ha ordinato di condurlo qui?
ROSA Sí, signore!
PENINI Io mi nasconderò in quel gabinetto.
(Il campanello viene scosso.) Potrebbe avvenire che lo scherzo andasse male ed allora sortirei dalla finestra.
Tu non cercarmi e se io non ne parlo non dire nulla alla tua signora.
Capisci? (Le dà un'altra moneta.) Altrimenti ti rimando alla tua campagna.
(Il campanello suona.)
ROSA (guardando la moneta).
Oh! grazie.
(Penini entra nel gabinetto; suona il campanello.)
PENINI (guardando fuori del gabinetto Rosa che è immersa nella contemplazione della moneta).
Imbecille! non senti il campanello? (Rosa scappa, dopo una piccola pausa si sente di nuovo il campanello.)
SCENA QUINTA
ELENA, poi ADOLFO e ROSA
ELENA Rosa, Rosa, ma Rosa! (Guarda dalla finestra e si pacifica, prende il lume e lo pone sul tavolo, si guarda nello specchio; deve essersi nel frattempo cambiato vestito.
A pena entra Rosa senza prima salutare Adolfo la sgrida.) Non sentivi il campanello? (A Adolfo.) Io l'ho sentito due volte e credeva che dopo la prima, con la solita calma della signorina, si fosse mossa ad aprirle.
Scusi, sa.
ADOLFO Scusi me, anzi, che sono un poco impaziente! (Rosa sorte.)
ADOLFO (le stringe la mano e si china per baciarla, ella gliela ritira).
Volevo soltanto guardarla, ella poteva lasciarmela; era uno studio che da sé potrebbe completare un'educazione artistica.
ELENA Grazie! Avevo paura anzi di rovinarle il gusto.
ADOLFO (ridendo).
Certamente perché a noi veristi piacciono piú le mani ossute dei quasi scheletri.
(Le offre da sedere e le si siede accanto.)
ELENA Lei mi fece un piacere che non può credere, venendo; sono sola affatto.
Per curiosità soltanto le chiedo qual buon vento la conduca a quest'ora.
ADOLFO (rimane un istante sorpreso.) Passavo di qua.
Ho veduto lume (accentuando) sulla sua finestra e sono venuto.
Ho fatto bene a quanto lei mi disse.
ELENA (con complimento).
Benissimo!
ADOLFO (dopo una piccola pausa).
Eccoci di nuovo signora nel tono di conversazione, quel noiosissimo che veramente stona, qui, in questa camera, in un duetto.
ELENA Duetto?
ADOLFO Mi comprenda, ossia, voglio spiegarmi meglio.
Sa perché esiste l'etichetta? Esiste in riguardo ai terzi.
Perché, vede, una parola piú franca, un accento sincero non offende mai la persona alla quale è diretto.
È il terzo, l'invidioso, che se ne offende.
Qui di terzi non ne vedo.
ELENA (ridendo).
Lei parla bene ma ho paura che dimentichi il significato che solitamente si dà a duetto.
ADOLFO Via, signora Elena, non mi ricacci nuovamente da un terreno che ho conquistato tanto difficilmente.
Io credeva di essere entrato nella sua intimità e perciò la parola duetto mi sembrava adatta.
ELENA Insomma lei è tanto abile che talvolta riesce a divenire poco accorto.
Entra, si scusa di aver suonato il campanello, loda le mie mani, non parla francamente del lume che ho posto là sulla finestra per chiamarla; ha seguito l'invito.
ADOLFO Grazie della buona lezione.
(Le bacia la mano piú volte.)
ELENA Basta! (Dopo una piccola pausa.) Io parto la prossima settimana.
ADOLFO Ah! Per pochi giorni?
ELENA Per sempre!
ADOLFO Lei scherza?
ELENA Non scherzerei di cosa tanto seria.
Mio marito va a stabilirsi a Venezia ed io debbo seguirlo.
ADOLFO Ma questa è una disgrazia per me!
ELENA Seriamente?
ADOLFO Oh! Signora! ne può dubitare? (Le bacia nuovamente la mano ch'essa dolcemente ritira.) Tanto grande disgrazia! Io non posso seguirla!
ELENA Senta! abbiamo stabilito di parlarci francamente.
Per me è forse una fortuna che parto.
ADOLFO (ridendo e tentando di attirarla a sé).
Causa mia signora? Oh! dica di sí! la scongiuro.
ELENA (ritirandosi).
La prego di non toccarmi.
Lei pensa che io abbia confessato di partire volentieri per una semiconfessione da civetta.
Oh! via! lei mi fa torto! Abbiamo detto di parlare francamente; io parlo francamente e sinceramente.
Lei è un giovinetto, piú giovine di me e so che cosa pensi avvicinandomisi; mi creda, io ho pensieri piú seri lasciandola avvicinare.
Lei, giovinetto, non provò mai un'ora di quello sconforto, di quella sfiducia che fa dire a se stessi: Io sono inutile, a me e agli altri.
Forse non comprenderà perciò quello che io senta.
ADOLFO Oh! me lo dica! di certo la comprenderò.
ELENA Dovrebbe avere già compreso! A che cosa servo io in questa vita? A chi? Ragazzina, io pensavo che la vita avesse ad essere ben diversa per me.
Mi vedevo attiva, tendente a qualche scopo, o aiutando qualcuno a raggiungere qualche scopo.
Già allora sentiva che quando mi vedeva troppo utile, necessaria, era una sciocca illusione da cervello giovine.
Ma cosí, cosí, inutile, vivente solo per vivere, no, non poteva mai credere di divenire.
ADOLFO (sorridendo).
In verità, non so risolvermi a vederla inutile.
ELENA E a chi sono utile? A me? Io mi annoio, mi annoio tanto, sempre.
Figli, la natura mi volle negare.
Mio marito, per me, a dirittura non esiste che in quanto mi annoia.
(Si sente un piccolo rumore nel gabinetto.)
ADOLFO Sia utile a me se ha bisogno di essere utile a qualcuno.
Ma non sa che tutto il mondo desidererebbe di avere vantaggi da lei? (Le bacia la mano.) Senta, io il suo sentimento non lo provai giammai ma me ne posso figurare l'intensità da un sentimento simile che io provai di spesso e provo.
Io sento il bisogno di venir appoggiato, di venir aiutato, di venir amato infine.
Io lavoro, penso, e non ho nessuno che a questi miei lavori, pensieri, prenda parte.
Sarà sentimento da fanciullo ma io con orrore mi avvio alla carriera che mi sono scelta perché penso che il giorno in cui sdrucciolassi, diventassi ridicolo, non vi sarebbe nessuno per il quale rimanessi non ridicolo, stimabile.
ELENA È meglio che io parta perché quest'uno di cui lei parla sarei potuta essere io.
ADOLFO E perciò è meglio che lei parta?
ELENA Sí (dopo una piccola pausa).
Io so con quali intenzioni lei si avvicinò a me; non mi faccio illusioni.
ADOLFO (caldo).
Io queste intenzioni non gliele ho nascoste.
So che per lei esse sono un'offesa.
Naturalmente! Lei prova per me amicizia, ma nemmeno l'ombra del sentimento che io provo per lei.
ELENA (con calore).
Naturalmente, io non ho la parola facile quanto lei.
ADOLFO (allacciandola).
Ma il sentimento? Ma il cuore? (Elena guarda a terra, egli si alza e guarda le porte per vedere se sono chiuse, poi le si avvicina, le mette un braccio intorno alla vita.)
ELENA Adolfo!
ADOLFO Hai letto la mia commedia?
ELENA Ne ho letto i due primi atti! Lasciami te ne prego! (Si svincola.)
ADOLFO (raddrizzandosi).
E come ti sono piaciuti?
ELENA Affatto!
ADOLFO Come affatto? Perché?
ELENA Davvero che da quella commedia si direbbe che l'autore è un pazzo.
Come si può pensare che il pubblico rimanga tante ore a vedere quei personaggi che vanno su e giú per la scena al solo scopo di dirsi sciocchezze? (Con convinzione.) Devi cambiare metodo, sai! Io ti parlo franca.
Manca d'intreccio eppoi è sucida.
Con il tempo non dubito che riuscirai a fare qualche cosa, ma intanto (allegramente) quella non vale nulla.
ADOLFO (sforzandosi a ridere).
Sai che per giudicare una commedia bisogna intendersene.
ELENA (lo guarda un momento sorpresa e offesa).
Io non me ne intenderò! Lei sa che noi donne non possiamo intendercene come loro!
ADOLFO (come pentendosi).
Ma io non voleva offenderla! Come è che tutto ad un tratto ha cambiato parere? L'aveva pur convinta ieri! Lei diceva che non si sarebbe lasciata influenzare dal giudizio dato dalla Società Drammatica!
ELENA E non mi sono lasciata influenzare.
ADOLFO Capirà che di questo suo giudizio debbo sorprendermi.
Ieri le ho parlato per mezz'ora per farle comprendere il mio sistema.
Pare che sia stata fatica sprecata.
ELENA (adirandosi).
Oh! basta! Non mi piace, non leggerò avanti.
Lei mi parlò di ambiente, di verità, ma non mi parlò di tanta, oh, di tanta noia e sconcezza.
ADOLFO (guardandosi attorno).
Non occorre che gridi! ho compreso! Il suo giudizio ora lo conosco! Procurerò di ottenerne anche qualche altro da altra parte.
ELENA Potrà essere diverso, non ne dubito; io, però dedicherò tutta la mia disistima a chi glielo darà.
ADOLFO Ho avuto il torto di chiedere questo giudizio ad una donna.
Già le donne d'oggidí sono perdute per la natura.
ELENA (lo guarda adirata, corre nel gabinetto, ove è rinchiuso Penini, dà un grido di sorpresa vedendolo, si ricompone con fatica; porta un copione).
Ecco il suo copione.
Adesso è tardi; mi scusi se debbo congedarla.
ADOLFO (prende il copione, lo guarda e se lo caccia in tasca).
Signora!
ELENA Signore! (Adolfo via.
Elena apre il gabinetto.) Tu qui?
PENINI Ero geloso e mi pare non senza fondamento! Eravate giunti abbastanza innanzi.
ELENA Io non mi scuso! Hai inteso ciò che ho detto di te? Quella è la mia scusa! Fa' ora ciò che vuoi!
PENINI Io so ciò che farò! Prima di tutto ti condurrò a Venezia...
e poi...
e poi...
ti chiederò consigli.
CALA LA TELA
Prima del Ballo
CLARA (verso l'ingresso).
Sí, cara mamma, sarò modesta, non farò chiasso, dirò che tutto e tutti mi piacciono, e non ballerò molto.
(Verso il pubblico.) Già in collegio mi dicevano ch'era una buona figliuola e come tale quando mammà consiglia è mio dovere di stare a udire e promettere obbedienza.
Cosí ella dorme quieta qui ed io ballo con la coscienza tranquilla là.
È il mio secondo ballo appena, ma siamo già tanto lontane per esperienza una dall'altra che non è piú possibile d'intenderci.
Povera mamma! Ha frequentati tanti balli e...
non ne ha mai capito niente.
A meno che i balli ed i cavalieri del tempo di mamma non fossero stati differenti!
(In ascolto.) La carrozza! No! è passata! La signora zia ha l'abitudine di andarci tardi al ballo, per chic, e per quest'idea d'altri tempi o degli sciocchi del nostro, si perdono i veri ballerini, che son pochi a dire il vero.
A forza di modestia e di riguardi come mi sono annoiata all'altro ballo! Delle grandi illusioni non vi portai e rideva già prima dell'ingenuità di mamma che andava descrivendomi a modo suo il divertimento che mi aspettava.
Ma la realtà istessa mi sorprese.
Costoro né sanno fare la corte, né vogliono, costoro vengono al ballo per accompagnare la sorella o la cognata o magari la moglie o vi vengono trascinati dall'amico che vi ha la sorella o la cognata o la moglie, ma non ci sono mai trascinati da un proprio desiderio.
Ponete loro di fronte una ragazzina modesta e tranquilla ed essi non domanderanno di meglio.
La lasceranno in un cantuccio e andranno pei fatti loro.
E non sono soltanto le mie esperienze che mi fanno pensare cosí quantunque basterebbero anche solo quelle.
Osservai come vengono trattate quelle di cui si dice che sono le piú corteggiate.
Hanno molti uomini d'intorno, ma tutti sembrano disposti piuttosto a farsi far la corte che a corteggiare.
La Finelli, per esempio, una delle piú nominate.
Asserí ad una vecchia che mi stava accanto, che non aveva preferenze, e che tutti le erano indifferenti, e visto che c'era dell'ira nella sua voce io le credetti.
Devono essere certe corti quelle che le vengono fatte! Scommetto che valeva meglio un'occhiatina del mio professore di letteratura al collegio! È vero che la Finelli, a quanto ne dicono, è molto stupida, ma non ve ne sono altre di corteggiate.
Ah! sí! ha fama di esserlo quella bionda color gran turco di cui non rammento il nome, e quell'altra di cui ammirano la figura, un vero manico di scopa.
Perché gli uomini moderni quando poi dimostrano delle preferenze dimostrano nello stesso tempo un certo gusto...! Il signor Mastroni me le lodava tutt'e tre ed io interruppi le sue parole entusiastiche dicendo: «Sí, vestite bene, molto bene!».
Poi dissi che della Finelli mi piaceva il naso, un certo naso curioso che fa la guardia alla bocca; del manico di scopa le orecchie...
a vela, e dell'altra il fronte perché almeno quello non si vede, coperto com'è da una chioma scapigliata che vuol cacciarsi negli occhi della gente ma inutilmente.
(Toccandosi la testa.) Non occorrono mica tanti capelli quando hanno il voluto colore!
Per un primo ballo e con le raccomandazioni di mammà in corpo non c'è male.
In quanto a me, ho il conforto di non venir corteggiata, né bene, né male.
Ecco il carnet dell'altra volta; povero cadaverino! Due contraddanze vuote e le altre male riempite.
Voglio serbarlo per godere di piú della rivincita che saprò prendermi!.
(Tenta di leggere nel carnet.) Nome illeggibile, il mio primo ballerino, ma individuo indimenticabile.
Per non dover perdere il mio tempo al ballo con lui, modestamente, ma con tutta risolutezza, gli ho levato intanto ieri il saluto! Imbecille! Mi portò al posto senza aprir bocca, ma sorridendo come se promettesse delle cose molto spiritose.
Durante la prima figura mi disse: «Come si diverte?».
Poi tacque per mezz'ora.
Poi mi disse: «Questa è la prima quadriglia!».
E nuovamente tacque meditabondo.
E, infine, poco prima di lasciarmi, sempre sorridendo spiritosamente disse: «A me il ballo piace molto!».
Ed io pensai: "Non si capisce perché!".
Da dire non c'era nulla e, per quanto mi sentissi stanca la bocca per la lunga inerzia.
(Leggendo.) Rialti.
Altro individuo da evitarsi.
Non mi aveva ancora ben stretto la mano in segno di aver fatto la mia conoscenza che cominciò a lagnarsi, sí a lagnarsi e con certo suono di pianto nella voce, ch'era una pietà a sentirlo.
Si lagnò della direzione per una causa, dei soci per un'altra, e poi del colore della sala, e che la galleria veniva frequentata meglio che la sala, e che la sala di lettura non era situata nell'altro ingresso, e che le signorine s'impegnavano un mese prima...
«Peccato che tutto questo non posso mutarlo!» scoppiai io.
Non serví! Poco dopo piagnucolò sul troppo lusso e che oggidí piú non si sapeva ballare né aver spirito.
Si trattava di una lancieri...
un vero miserere!
Gli altri (guardando il carnet) senza lode e senza infamia.
Un po' di spirito, molta presunzione, e quando sanno qualche cosa cercano di ammazzare la poverina che si è confidata loro.
Ma Mastroni, oh! il piú odioso di tutti! Mi viene presentato al principio del ballo da un direttore che poi mi racconta che la presentazione gli era stata espressamente domandata.
"Buon principio" dissi a me stessa "e una intanto." Ingannatore! La noia ineffabile delle prime ore mi viene diminuita dalla sorpresa di vedere che il signor Mastroni piú non si fa vivo.
La mia voce gli era dispiaciuta forse? Sarebbe stato un altro indizio del gusto decaduto del tempo! No! Dopo cena osservo che in un canto della sala infila i guanti, si specchia e poi si muove.
Non capivo bene verso chi perché lo osservava in uno specchio e la geometria descrittiva non è stata mai il mio forte.
Lo vedo tutt'ad un tratto dinanzi a me e allora appena capisco: Prima di cena non aveva avuto il coraggio e per procurarselo aveva avuto bisogno del bicchiere di marsala.
Non v'era ragione per serbargli rancore, anzi!
Rispondo gentilmente al suo saluto: «Si diverte, signorina?».
"Non per causa tua, tanghero!" pensai e gli dissi invece: «Sí molto.» «Io, invece, no!» dice lui sinceramente.
«Il ballo non fa per me!».
"E in allora non ci si viene" penso io, e dico, guardandolo con interesse perché si capiva che cosí voleva: «Ah!».
«Ballo malvolentieri; se mi permette che senza ballare le faccia un po' di compagnia, la festa muterà d'aspetto per me.» "Ecco uno ch'è in procinto di offrirmi la sua mano" pensai e guardai intorno disperatamente in cerca di qualche amica, dalla quale avessi potuto informarmi sulla posizione di quel signore.
Invece non m'invitò neppure ad una contraddanza e quantunque ne avesse veduta una di libera sul mio carnet.
Parlava bene quel signore ma a me non la dava ad intendere.
Basta aver letto qualche romanzo di Kock per parlar bene ad un ballo.
Mi disse ch'egli si doleva profondamente di non saper divertirsi, ma non era colpa sua.
«Appartengo alla mia epoca ch'è seria» mi disse, ciò che significava: "Ho il cervello troppo sviluppato per poter divertirmi, e voi che ballate siete sciocchi!".
Questa sera, se mi ripete le stesse cose, gli dirò francamente: «Chi è fatto per gli studii rimanga agli studii; è peccato per gli studii se li abbandona.»
E con questi individui modestia? Lasciarsi seccare cosí? Vedremo questa sera! Le insolenze capiteranno anche a chi non se le attende.
Se mi parlano del tempo, per esempio: «È il mio secondo ballo» dirò «e so già tutto quello che sul tempo invernale si può dire.
Attendete l'estate e ne riparleremo.» Proveremo questo sistema!
Il male si è che il carnet è ancora vuoto, meno la prima quadriglia che mi tocca ballare con un vecchio amico di papà.
Questi vecchi! Preferirei non ballare affatto; ballando con vecchi corro il rischio di diventare troppo rispettabile.
Se potessi eliminarlo...!
Ecco la carrozza! Vengo subito! (Resta meditabonda.) Basta! Se trovo pronto, pronto, un giovine come va, lascio in asso l'amico di papà! Chissà! Forse ne risulta un duello! Peccato che il vecchio non si dimostri troppo disposto ad arrischiare la pelle.
Mi vengono i brividi quando penso che forse balla...
per salute!
La verità
Commedia in un atto
PERSONAGGI
SILVIO ARCETRI
FANNY, sua moglie
ALFONSO BERTET
EMILIA, sua moglie
LUIGI, servitore
La scena rappresenti la stanza da lavoro di un ricco signore.
Mobili grevi e solidi.
Una porta di fondo ed una a sinistra dello spettatore.
Molte sedie disposte disordinatamente.
Sul tavolo delle carte ed un cappello schiacciato.
SCENA PRIMA
SILVIO ARCETRI e LUIGI
SILVIO (seduto al tavolo pensieroso, la testa poggiata su una mano).
Mi disturbi, te ne avverto.
LUIGI (che si dà da fare nella stanza).
Oggi dovrei spazzolare bene questi mobili.
SILVIO Lascia stare te ne prego finché sono qui.
È stato nessuno a domandare di me?
LUIGI Sí, signore.
Una persona della quale però il signor padrone m'ha proibito di parlare.
SILVIO La piccola Elena? Nessun altro?
LUIGI Come nessun altro? La piccola Elena!
SILVIO Hai capito sí o no che se mi parli ancora una volta di lei ti scaccio sul momento? Non ti vergogni di aver fatto e di voler fare eternamente quel mestiere?
LUIGI (risentito).
È stato il signore che me l'ha imposto e insegnato.
SILVIO E adesso ti dico di abbandonarlo.
Io non so piú se fosti tu ad offrirti d'ajutarmi o se io te l'imposi...
La storia data da tanto tempo.
Ma ora t'impongo di ritornare con me alla virtú.
LUIGI (dopo un breve istante di riflessione).
Signore! Mi dispiace ma io non posso accompagnarla in questo lungo viaggio alla virtú perché da lungo tempo ho risolto di avviarmi da solo...
abbandonando naturalmente questa casa.
SILVIO Oh! Oh! La mia metamorfosi non ti va?
LUIGI Non mi va infatti.
Pareva una brutta nube di passaggio e invece ora sono convinto che il sole non si vedrà piú.
Sono otto giorni che la signora ha abbandonata questa casa.
Nel frattempo avvisate Dio sa da chi della sua assenza si presentarono qui la piccola Elena, la grande Maria, la rossa...
Come si chiama?
SILVIO Tusnelda.
LUIGI A tutte la porta fu chiusa in faccia e Lei continua a fare questa bella vita, là a quel tavolo mentre la signora non si risolve a venire.
Del resto ho perduta anche la fiducia nel Suo spirito.
Come può immaginare che la signora Fanny perdoni dopo tutto quello che ha visto?
SILVIO Visto? Non ha visto niente.
LUIGI La povera signora lo gridava per la casa di aver visto tutto.
Tutti potevano sentirlo.
SILVIO (borbotta).
Non basta mica vedere...
Del resto non te ne incaricare tu.
LUIGI Capirà! Noi poveri non possiamo mica passare con tanta disinvoltura dal vizio alla virtú! Ci si abitua a varie comodità cui è doloroso rinunziare e che non si potrebbero soddisfare se si fosse obbligati di non far altro che spazzolare dei mobili.
SILVIO Ah! Se si tratta di solo denaro io sono disposto ad aumentare la tua paga anche di venti franchi mensili.
LUIGI (con amarezza).
Oh! Signore! Neppure Lei sa quanto mi rendevano quei Suoi magnifici slanci giovanili che ora chiama vizio.
Ella ormai è veramente virtuoso.
Lo vedo anche dalla Sua offerta.
SILVIO Ebbene! Quanto ti rendevano?
LUIGI Su per giú cento franchi al mese e talvolta anche molto di piú.
SILVIO (con ammirazione).
Possibile! (Fuori suona un campanello.) Vai a vedere chi è.
Se fosse mia moglie fischia per avvisarmene.
Eccoti...
dieci franchi per dimostrarti che anche la virtú sa pagare.
LUIGI Grazie! (Borbotta.) Trattandosi della moglie non è pagata male.
(Esce e subito si ode un fischio leggero.)
SCENA SECONDA
ALFONSO BERTET e SILVIO
SILVIO (all'udire il fischio s'è gettato a sedere in un atteggiamento di tristezza).
Mia moglie! Finalmente!
ALFONSO (uomo di media età, vestito da persona che poco bada alle forme esteriori, cappello a cencio che non leva.
Si ferma alla porta a contemplare Silvio che non lo guarda).
L'uno fischia e l'altro piange.
Che ci sia relazione fra le due azioni? (Ad alta voce.) Buon giorno.
SILVIO (stupito).
Tu? Sei tu? (Riprendendosi.) Finalmente, amico mio! Ti sei deciso di frammetterti per regolare una storia che getta tale disordine nella nostra famiglia?
ALFONSO (molto freddo).
Sí! Sono venuto precisamente a questo scopo.
SILVIO Ebbene! Siedi! Che cosa vuole dunque mia moglie da me?
ALFONSO Non lo sai ancora? Essa vuole che tu confessi.
Non domanda altro.
SILVIO Si è data mai tortura maggiore della mia? Che cosa vuole essa ch'io confessi quando sono innocente?
ALFONSO (seccato).
Uff! (Calmo.) Mia sorella non ha quest'opinione.
Sai! Noialtri Bertet non siamo letterati come te ma una certa dose di buon senso ce l'abbiamo anche noi.
SILVIO È però la vera pratica della vita ch'io dico vi manchi, non il buon senso.
Il buon senso! È il senso comune, il senso volgare, stupido, basato sulla conoscenza di certe leggi costanti che poi non s'avverano che raramente.
A voi manca l'immaginazione per vedere e capire come le piú varie circostanze campate in aria ai quattro poli possano riunirsi e cadere in dato luogo e in un dato tempo sulla testa di un disgraziato per schiacciarlo.
ALFONSO Di' pure la parola: Un cumulo di circostanze.
È parola bellissima e l'hai impiegata varie volte con mia sorella.
Ne abbiamo riso abbastanza.
Cioè per parlare esattamente sono stato io a ridere di quella parola; mia sorella ne piange.
Piange non soltanto delle circostanze ma anche del cumulo.
Non soltanto mi tradisce - essa dice - ma mi disprezza ritenendomi tanto sciocca da potermi far credere una cosa simile.
Vediamo caro amico! Mia sorella entra in una stanza e ti trova in letto con una donna.
Nella stanza una dolce semioscurità; le finestre ermeticamente chiuse ma la porta aperta.
Tu dici che basta il fatto di quella porta aperta a provare la tua innocenza.
Noi Bertet crediamo invece che certi uomini in certi momenti dimentichino di chiudere quello che veramente andrebbe chiuso.
Sta bene! Tu ti sei gettato per caso, per una stanchezza fisica e morale che noi Bertet diciamo invece immorale su un letto ove c'era una donna.
Come va che questa donna non si sorprese affatto di vederti nel letto ove essa dormiva?
SILVIO Se dormiva non poteva sorprendersi.
ALFONSO (accalorandosi).
Ma per non destarla tu devi essere entrato in quella stanza sulla punta dei piedi, devi aver badato di non far cigolare la porta...
SILVIO Infatti non cigolò! (Sorpreso.) Doveva essere stata unta di fresco.
ALFONSO A mia sorella parve anche di aver visto che la testa della donna poggiasse su un tuo braccio.
SILVIO È un'invenzione cotesta.
Questo poi mi meraviglia di Fanny.
ALFONSO Essa disse: «Mi parve.» È onesta! Se ne fosse certa, allora, credo, non avrebbe neppure il bisogno di avere la tua confessione.
SILVIO Credo io! Come potrei negare allora?
ALFONSO Oh! Tu potresti negare ancora! Che cosa proverebbe quella testa sul tuo braccio? Semplicemente che certo fosti tu ad entrare per primo in quella stanza e che fu la donna tanto smemorata da gettarsi su quel letto quando tu c'eri già addormentato.
Figurati quale sorpresa al tuo ridestarti di scoprire quella donna che al tuo arrivo sicuramente non c'era stata.
(Ridono ambedue.)
SILVIO Hai della fantasia tu.
ALFONSO Ho rimorso di aver riso di cosa tanto triste.
Ho torto di discutere le tue bugie.
Sono tanto piramidali che non si possono discutere.
SILVIO Già! tu sei mio nemico.
ALFONSO Non crederlo.
Non siamo amici perché tu, il tuo carattere e la tua immaginazione mi sono avverse.
Però siamo alleati naturali.
Infatti che cosa ne faccio io di mia sorella, io che non ho bisogno dei suoi denari? Figurati che l'ho tutto il santo giorno fra' piedi a lagnarsi di te e della sua sventura; è una bella seccatura ed anche uno scandalo.
La sorpresi ieri che non trovando altri confidava le sue pene a mia figlia.
Dovetti proibirle di confondere le idee a quella innocente.
Fammi il piacere di riprendertela al piú presto.
SILVIO Sei un bel Tizio tu! Io vi sono dispostissimo, lo sai bene! Oh! se tu volessi aiutarmi con una sola parola! Sarebbe cosa tanto facile! Senti, Alfonso.
È evidente che tu non puoi tenere in casa mia moglie.
Io la conosco.
Quando è gelosa dice...
tutto.
Poveretta quella tua figliuola; deve sentirne di grosse.
Bisogna assolutamente che tu m'aiuti.
ALFONSO Ed io sono pronto di farlo.
SILVIO Io ti domando una cosa semplicissima.
A me basta che tu dica a Fanny che sai che da molto tempo io mi trovo in cura per una grave malattia nervosa; di tutto il resto m'incarico io.
ALFONSO Io non dico delle bugie.
SILVIO Ed io non voglio delle bugie.
Vieni con me dal dottor Cirri ed egli ti confermerà che già da tre mesi mi fa delle applicazioni elettriche.
ALFONSO Quel dottor Cirri col quale tu passi le notti quando Fanny è ai bagni?
SILVIO Uff! che uomo! Il dottor Cirri è mio amico ed io ti prego di non mettere in dubbio la sua onestà.
ALFONSO Sai che tu fai a me l'impressione di un uomo corto di mente? Ti arrovelli a combinare delle bugie che in nessun caso ti potrebbero condurre allo scopo.
Perché piuttosto non confessi? Siamo giusti; mia sorella ha ragione.
Essa dice: Lo vedessi pentito di quanto ha fatto, volesse scusarsi e cercare di meritarsi il mio perdono.
Invece mi deride.
Se gli perdono - date le premesse - ricomincerà domani se non addirittura oggi.
Ebbene! Io le do ragione.
SILVIO Eh! già! tu vuoi rovinarmi!
ALFONSO Voglio salvarti invece! Io, sai, contadino arricchito non ho che un solo grande amore a questo mondo: La verità.
Essa è la grande purificatrice e pacificatrice.
Io l'amo! Dove essa è passata là c'è pace, dolcezza e virtú ed ogni mio sforzo è fatto per farla entrare in casa mia.
SILVIO Ti assicuro che anche io l'amo.
ALFONSO Dàlle albergo in casa tua e in te stesso e vedrai come la tua vita diverrà lieta e semplice.
Un altro al mio posto potrebbe domandarti non so che atti di contrizione.
Io invece convincerò mia sorella di non domandarti altro che la verità.
Quella sola sarà l'espressione dei tuo pentimento.
E quando la dirai sarai nello stesso tempo perdonato e corretto.
Confessa! Racconta tutta la tua vita passata.
Piú misfatti racconterai non costretto come per quest'ultimo ma di tua libera volontà e maggiore sarà la commozione di mia sorella che correrà al perdono.
Ne sono certo! Di' una parola e fra pochi minuti essa sarà qui.
SILVIO (guardandolo con ammirazione).
Sei un grande poeta, tu.
Quasi, quasi...
ALFONSO (accorgendosi di aver trionfato).
Di' questa parola ed io corro da mia sorella.
SILVIO (risoluto).
Ebbene! Dille che venga e saprà il mio delitto il mio nero delitto.
A patto che tu poi mi aiuti ad ottenere il suo perdono.
ALFONSO Ma io in questo caso sarò tutto tuo.
Fra un quarto d'ora al piú sono di ritorno con lei.
(Via.)
SCENA TERZA
SILVIO e LUIGI
SILVIO Luigi! Luigi!
LUIGI Comanda?
SILVIO T'avevo detto di fischiare soltanto quando viene mia moglie.
LUIGI A me parve piú prudente di fischiare anche quando venne il fratello suo.
O che sono d'accordo forse loro due?
SILVIO (guardandolo ammirato).
Ha ragione il briccone.
Il fischio però non mi piace.
Per mettermi in guardia quando viene qualcuno basterà che tu chiuda con grande forza la porta di casa.
LUIGI Trovo anch'io che sia meglio.
Quando fischiai il signor Bertet mi guardò a lungo per capire la melodia che volevo esprimere.
SILVIO Eh! perché sei poco accorto.
C'è modo e modo di fischiare.
(Suono di campanello.) Che mia moglie sia già qui? Impossibile! La verità non potrebbe poi darle le ali! (Luigi esce e subito dopo si ode un gran fracasso di porta che si chiude.)
SCENA QUARTA
EMILIA e SILVIO
EMILIA (indignata).
Che maniera!
SILVIO (alza guardingo la testa e resta stupito al vedere Emilia).
Tu! Ma è un po' troppo.
EMILIA Che cosa è troppo?
SILVIO (un tempo).
Non hai incontrato tuo marito?
EMILIA L'ho visto ma era tanto agitato che gesticolava parlando da sé come un pazzo.
Non ho creduto di dover fermarlo; forse m'avrebbe impedito di venire da te.
Come hai fatto ad agitarlo tanto?
SILVIO Ho io agitato lui? Credo sia stato piuttosto lui ad agitare me.
EMILIA In qual modo?
SILVIO M'indusse a promettergli di dire tutta la verità a mia moglie...
EMILIA (ridendo).
Ah! Ah! Ci sei cascato! Finalmente potrai raccontare anche a me come la è andata.
Mi piace di sentire anche l'altra campana.
Scommetto che tua moglie esagera un pochino le tue colpe senza dubbio molto gravi.
Dice per esempio che al vederla tu avevi l'aria piuttosto di uomo seccato che addolorato.
Quella povera Fanny! Mi dispiace le sia accaduto un fatto simile ma giacché fu tale il suo destino m'avrebbe piaciuto di vedere il viso che fece al momento.
SILVIO Brava, volevi esserci anche tu.
EMILIA Ma come hai potuto dimenticare di chiudere quella porta?
SILVIO La chiave non girava ed io non avevo tempo.
Eppoi! Noi siamo in questa città centosettantamila persone circa: centosessantanovemila e novecento e novantanove avrebbero potuto entrare ed io non avrei alzata la testa.
Giusto quell'una cui l'ingresso era proibito capita da un miglio di distanza, passa dinanzi a migliaia di case ed entra giusto in quella.
E in quella casa ci sono cinque piani e mia moglie s'arresta al primo.
E al primo piano ci sono due porte e mia moglie infila giusto quella a sinistra.
Non a destra ma a sinistra! Che casi!
EMILIA Io non lo so ma si dice che i casi sieno ridotti ad uno soltanto.
Pare che il caso abbia voluto che la donna con la quale ti trovavi fosse la sarta di tua moglie.
Certo che allora si capirebbe perché tua moglie abbia trascurate tutte quelle case e sia entrata proprio in quella.
SILVIO Giuro che non è vero.
EMILIA E non hai promesso a mio marito di dire la verità?
SILVIO Sí, anzi! la verità, la pura verità.
Visto che ho promesso dovete tutti credermi.
Ma credi che io sia uomo capace di sedurre la sarta di mia moglie? (Emilia ha un gesto espressivo.) E perché credi ciò?
EMILIA Ne so di peggio sul tuo conto.
SILVIO (dopo un istante di riflessione).
Ah! Già! Perché una volta feci la corte a te che sei mia cognata? Che relazione c'è fra te e una sarta? Anzi come puoi credere che l'uomo che amò te possa abbassarsi fino ad una sarta? Pensi poco altamente di te stessa.
Mi avvilisci e nel tempo stesso avvilisci anche te stessa.
E poi tu non crederai mica che io abbia voluto tradire quel povero Alfonso.
Ohibò! Io volevo arrivare a un'intima comunione di pensieri con te, a un'intesa intellettuale che m'avrebbe portato di nuovo alla poesia.
EMILIA E cominciavi col toccarmi i piedi sotto la tavola.
SILVIO Non ricordo! Non ricordo! Deve essere stato un caso.
Non vedi come sono irrequieto coi piedi, io?
EMILIA E dire che sei in vena di dire la verità!
SILVIO Sempre! Sempre la santa verità: Io offenderti coll'attaccarti dai piedi in su? Io che miravo al tuo intelletto? Prendevo la strada piú lunga in questo modo.
E tu naturalmente hai raccontata questa storia a mia moglie?
EMILIA No! Io non sono affatto obbligata di dire a Fanny una verità che aumenterebbe la sua disgrazia.
Non sono mica sposata con essa.
SILVIO E a tuo marito l'hai raccontata?
EMILIA (arrossendo).
No! Neppure! Io non avevo nulla da rimproverarmi.
Era una cosa che riguardava te solo e non volevo mettere male fra mio marito e la famiglia di sua sorella.
SILVIO (riflessivo).
Dunque ci sono delle verità che vanno taciute?
EMILIA Per me, sí, per mio marito no.
A sua giustizia debbo dirtelo: Egli dice sempre tutta la verità.
Ne ho le prove.
SILVIO Diancine! Tientelo caro quell'uomo straordinario.
E cosí tu sai di essere stata tradita?
EMILIA (con ira).
Come lo sai? Mio marito racconta anche agli altri le sue avventure?
SILVIO Oh! No! Ma se ti dice la verità...
in quindici anni di matrimonio...
EMILIA Capisco! Giudichi da te e da...
lui.
(Con disprezzo.)
SILVIO (guardandola).
Povero Alfonso!
EMILIA Non m'ha tradita ma quasi.
Se tardavo qualche giorno di ritornare a casa chissà cosa sarebbe avvenuto.
SILVIO E questo "quasi" egli te lo ha raccontato? Dio benigno! Esiste dunque una cosa simile? Ma se io mi fossi dedicato a raccontare a mia moglie tutti i "quasi" della mia vita non ci sarebbe stato del tempo per parlare d'altro.
Come anche tu lo sai, io sono fortissimo nei "quasi".
EMILIA (ride, poi).
Sono stata mandata qui da tua moglie.
Appena partito Alfonso essa ebbe una nuova idea.
Non le basta piú la confessione ma la vuole in iscritto e firmata.
Allora soltanto ritornerà a te e promette che non se ne parlerà altro.
SILVIO È pazza! Io scrivere e firmare.
È una condizione avvilente.
Che ne dici?
EMILIA A me pare che quando si è peccato bisogni fare la penitenza.
SILVIO E non faccio penitenza io da otto giorni a questa parte? Oh! tu non puoi immaginare quello che passo chiuso qui fra queste quattro mura in attesa di dire questa verità che ha da liberare tutti.
E faccio una vita esemplare.
(Emilia ride di gusto.) Ah! Tu ridi birichina! Se sapessi come penso con rancore a te.
Perché se tu avessi voluto non sarei capitato in simili frangenti.
Probabilmente Fanny sarebbe andata in quella casa mentre io mi sarei trovato in tutt'altra.
EMILIA (ridendo).
Chissà? Dopo un anno e piú.
SILVIO Oh! Te lo giuro! Tu saresti stata la donna che avrebbe saputo incatenarmi per sempre.
Oh! Se tu avessi un po' di cuore! Se vedendomi tanto abbattuto ti venisse il desiderio di risollevare un uomo che pure voglio o non voglio ha qualche valore.
EMILIA Ricominci mi pare.
SILVIO Pensa come sarebbe interessante un legame fra due persone di spirito come siamo noi due in un ambiente improntato all'amore di verità di tuo marito e di mia moglie.
E se la nostra relazione cominciasse dall'accordarmi un po'....
(Suono di campanello seguito presto dal solito rumore.) un po' di aiuto per imbrogliare quell'energumena di mia moglie...
(Si getta disperatamente al tavolo e si copre gli occhi col fazzoletto.)
SCENA QUINTA
ALFONSO e DETTI
ALFONSO (guardando dietro di sé).
Asinaccio! Quasi mi schiacciava il piede nella porta.
EMILIA Anch'io ho osservato che quel tuo cameriere ha un modo di chiudere la porta addirittura pericoloso.
Che sia ubbriaco?
SILVIO Certo no! Soffre della follia del dubbio.
Crede sempre di non avere chiusa la porta e per accertarsene la sbatte a quel modo.
Ma non occupiamoci d'inezie.
Che cosa apporti tu Alfonso?
ALFONSO Lasciami pigliar fiato.
(Siede, poi a Emilia.) E tu hai raggiunto il tuo scopo? Hai la confessione scritta?
EMILIA Non volle darmela.
SILVIO Ma Fanny?
ALFONSO Non ha voluto venire.
Chi vi capisce voi due? Tu ti sei ostinato per tanto tempo in una bugia stupida e colpevole; lei, poi, al sentire la verità...
(Piglia fiato).
Vado da lei sicuro del fatto mio e le dico: Adesso puoi andare da tuo marito perché mi ha confessato tutto e non vuole altro che vederti subito per ripetere la sua confessione anche a te e ottenere il tuo perdono...
Santi del paradiso! Saltò su come una furia e corse in cerca del cappello.
Capii che non voleva correre a perdonarti ma bensí venire a cavarti gli occhi.
Gridò per ben cinque minuti le cose piú pazze e contraddittorie.
Si strappò di testa il cappello come se le avesse pesato.
Rideva e piangeva.
S'arrabbiò perché io non m'ero fermato a ricevere la tua confessione intera.
Parlava il desiderio della verità fin là e lo capivo.
Ma poi mi saltò al collo piangendo e gridò: Vedi se avevo ragione vedi se avevo capito.