COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 21
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Devi darne la colpa a te stesso.
EMILIA Volete che me ne vada?
FANNY (piú dura).
Non ve n'è assolutamente bisogno.
SILVIO (guarda lungamente in aria di rimprovero e di minaccia Emilia, poi a Fanny).
Credi sia proprio mia la colpa? Tutti ne sono tanto convinti che comincio a convincermene anch'io.
Ho tentato di convincere Alfonso della mia innocenza.
Non ci fu verso.
È partito burlandomi.
(Tenta di riprenderle la mano.)
FANNY (ritirandola).
Te ne prego.
SILVIO Capisco! Vuoi evitare ogni contatto con me (Con affettazione si ritira molto lontano.) Parliamo allora.
Parliamo calmi, sereni! Dacché sei partita è la prima volta che riesco ad ordinare le mie idee in modo da veder sino in fondo agli orribili fatti che mi sono avvenuti.
Io ormai capisco tutto.
Guarda, la tua presenza per quanto passeggera ha già servito a calmarmi.
Sta ora a vedere se riuscirò a comunicare a te la stessa mia chiarezza.
FANNY Io non desidero altro che di crederti.
Parla francamente.
Dimmi tutto.
Darei qualche anno della mia vita per poter convincermi.
Ma la verità, te ne prego! Quanto finora mi mandasti a dire aveva l'aspetto tanto evidente di bugia.
SILVIO So! So! Sei andata anche in collera per una parola: Cumulo di circostanze! Ma come ho da chiamarlo questo...
cumulo? Devi pur permettermi di usare le parole proprie!
FANNY Provami tu che sono proprie e non andrò piú in collera.
SILVIO Ebbene! Cercherò di provartelo.
Procediamo con ordine ma però per farti entrare meglio nel viluppo degli avvenimenti andiamo a ritroso e cominciamo dalla fine.
Esaminiamo perciò prima di tutto quello che avvenne a te.
Almeno su quanto avvenne a te non posso mentire.
Tu esci di casa.
Vai diritta diritta in via Corsi N.4 1° piano a sinistra a scoprirmi in quello stato che sai.
Dimmi! Sei stata tu avvisata che mi avresti trovato in quella stanza?
FANNY No.
Ma la cosa è semplice.
La mia sarta sta al primo piano stesso.
(Piú violenta.) Non sbagliai neppure di quartiere perché tutto il piano appartiene alla mia sarta.
Sbagliai soltanto la porta perché quella a sinistra non è destinata alle clienti.
È il quartiere privato della mia sarta.
Della mia sarta; capisci?
SILVIO (avvilito).
Allora tu Emilia avevi ragione quando dicesti che quello era il quartiere della sua sarta.
Può dire Emilia quale non fu la mia sorpresa all'apprenderlo.
E credevo essa s'ingannasse perché ricordo che la tua sarta abitava in tutt'altra parte della città.
Deve essere andata a stare in via Corsi da poco?
FANNY Era la prima volta ch'io dava una commissione a quella sarta.
(Guardandolo indagando in faccia.) Però essa veniva a lavorare in casa nostra.
Ebbe non so da chi i denari per mettere su un laboratorio ed io fui la sua prima cliente.
SILVIO Puoi dirmi quale aspetto avesse questa tua sarta?
FANNY Una biondina...
magra...
alta...
elegante...
SILVIO (urlando).
E tu non hai visto la donna ch'era a me da canto?
FANNY (sdegnosa).
No.
Era oscuro ed io non mi degnai di esaminare una simile donna.
SILVIO (con rabbia).
E cosí sono condannato.
Non solo ti tradisco ma ti tradisco con la tua sarta.
Tu non ti degnasti di guardare ma ti degni di condannare, di uccidere.
Oh! Avessi tu guardato! Avresti visto che quella donna non era e non poteva essere la tua sarta.
Né magra, né alta, né elegante.
Un piccolo elefante.
E non bionda...
FANNY Bionda sí.
Un raggio di luce pioveva nell'oscurità giusto sui suoi capelli ch'erano biondi, proprio biondi.
SILVIO Neppur io la vidi tanto bene.
Ma bionda non era.
Devi pensare, Fanny, che ogni raggio di luce nell'oscurità è piuttosto biondo che bruno.
Ammetto sia stata di un colore indeciso né biondo né bruno ma una bionda, una vera bionda, no! Cerca di ricordare, Fanny.
FANNY (indecisa).
Ammetto che io possa essermi ingannata sul colore di quei capelli.
SILVIO (decisissimo).
Dunque è evidente che non si trattava della tua sarta.
E ne puoi avere un'altra prova.
Va dalla tua sarta e fatti mostrare il suo quartiere.
Vedrai ch'esso non ha che un ingresso a sinistra e che a destra abita tutt'altra gente.
FANNY E come va che anche sulla porta a destra c'è il nome della sarta? Io distrattamente mi lasciai condurre da quel nome e sono entrata in quella stanza.
Tant'è vero che aperta la porta e trovatami nell'oscurità guardai due volte quel nome prima di varcare la soglia.
SILVIO (stupefatto).
Ma ne sei proprio sicura? Oh! Fanny! Cerca di ricordare.
Hai tu visto quel nome e per di piú due volte?
FANNY (subito dubbiosa).
Ma io credo di sí.
SILVIO E non è possibile che tu abbia letto quel nome a destra, due o piú volte e sii entrata tuttavia a sinistra?
FANNY (accasciata).
Io credo di no.
Sarebbe stato un eccesso di distrazione.
Io credo di averlo visto proprio a sinistra.
SILVIO Eccesso di distrazione! Io ammetto qualsiasi eccesso di distrazione.
Anche a proposito del posto a cui è situato quel nome, l'eccesso di distrazione c'è stato di sicuro, vale a dire che fosti tu a caderci od io.
La tua sicurezza mi rende dubbioso.
(Riflettendo.) Vuoi che facciamo quello che in questi frangenti è la cosa piú semplice e piú logica? Andiamo ad accertarcene! Vieni?
FANNY (freddamente).
Oh! A quest'ora...
SILVIO (avvilito).
Già! A quest'ora io mi sarei messo d'accordo con la tua sarta per trasportare a sinistra il nome che si trovava a destra.
FANNY Non dico questo...
SILVIO E allora perché non vuoi venire ad accertarti di un fatto che senza la tua diffidenza potrebbe essere verificato con sí piccola fatica? Se tu m'impedisci di provarti i fatti piú evidenti allora è vano ch'io tenti di convincerti della realtà di un viluppo ch'io stesso che ne sono stato l'eroe e la vittima stento di ammettere.
FANNY (impaziente).
Già quel nome non ha tutta l'importanza che tu gli accordi.
SILVIO (esitante ricomincia l'esposizione).
Ebbene! Dove eravamo rimasti? Io ti diceva...
(S'arresta.) Non posso! M'è impossibile! Lasciamo stare.
Io non mi difendo piú.
Sono colpevole! Dal momento che ad ogni piè sospinto m'imbatto nella tua diffidenza, non posso difendermi.
Mi hai condannato ed io mi rassegno.
Lo dissi anche ad Emilia: La nostra felicità sarà anche maggiore di prima se sarà basata su di una fede assoluta.
Se non altro per riconoscenza per la sua fede io l'adorerò piú di prima.
FANNY Ma io ti credo a condizione che tu mi convinca di tutto il resto.
SILVIO (con fuoco).
Ripensaci, Fanny.
Cerca di ricordare ogni movimento che facesti prima di varcare quella soglia.
Aiutami almeno cercando di ricordare ogni tuo gesto ogni tuo movimento in quell'istante.
È certo che mentre afferrasti la maniglia guardasti dietro di te verso la porta di destra.
Non è cosí, Fanny?
FANNY (pensierosa).
Devo ammettere che possa essere stato cosí.
SILVIO Ancora dubiti...
Io, invece non ho piú dubbii di sorta.
Quel nome non c'è a destra.
La tua sarta non ha nulla da fare in quella casa ove abita, come sentirai, tutt'altra razza di gente.
Ma io cominciai a parlarti solo di quanto facesti tu in quella giornata per dimostrarti che c'era in quel giorno campata in aria una specie di congiura contro di me.
Ammettiamo pure per un momento che io sia stato colpevole.
Non è un caso atroce che giusto in quel preciso istante tu ti sia pensata di andare dalla tua sarta? E non è anche piú meraviglioso che tu sii entrata in un quartiere dove la tua sarta non ha nulla a vederci?
FANNY È infatti un caso...
SILVIO (interrompendola).
Tanto meraviglioso ch'io i primi giorni pensai si sia trattato di un tranello di qualche nemico.
La spiegazione piú semplice sarebbe stata infatti che qualche nemico m'abbia propinato un sonnifero, mi abbia adagiato in quella bella posizione che sai e sia poi corso a chiamarti.
Ma tu mi assicuri che sei venuta da te e che nessuno t'ha chiamata...
FANNY Oh! Certo! Nessuno m'ha chiamata.
SILVIO (guardandola).
Dici la verità? Posso fidarmi? (Fanny protesta.) Perché se ci fosse un terzo, un nemico, tutto sarebbe facilmente spiegato.
Ma già...
anche cosí tutto si spiega e tutto s'è già spiegato...
pur troppo! Devi però ammettere che si tratta di un vero e proprio cumulo di circostanze.
Cumulo di circostanze tanto piú sorprendente quando si pensa che poche ore prima io parlai con Emilia qui presente raccontandole tutti i miei segreti.
Essa subito mi disse che se nella stessa giornata io non t'avessi detto tutto essa sarebbe venuta da te a dirtelo lei perché essa riteneva non si dovesse tener celata una cosa simile ad una moglie.
Pensa dunque che quello stesso giorno io sarei venuto da te a dirti tutto perché vi ero obbligato.
Pensa! (Con ira.)
FANNY (spaventata).
Ma di che cosa si tratta infine?
SILVIO E pensa come le cose avrebbero camminato diversamente se io fossi venuto da te a confidarmi.
Tu, quel giorno, non saresti certo andata dalla tua sarta.
Certo, adesso è difficile di convincerti della mia innocenza.
FANNY Ma, Emilia, parla tu levami di pensiero.
È avvenuta qualche sventura che finora mi si celò?
SILVIO Non inquietarti! La sventura tocca a me e non a te.
Tu non c'entri!...
Se ti fossi soffermata a guardar meglio le cose e le persone saresti arrivata da te stessa alle giuste conclusioni.
Hai visto tanto male e esaminato tutto tanto superficialmente che per amore alla stessa verità dovresti cercare di dimenticare tutto e tutto apprendere dalla mia bocca.
(Dopo una pausa.) Hai l'ostinazione impronta in faccia...
Ma io debbo parlare...
(Dopo un'altra pausa.) Non posso piú avere dei riguardi e debbo dirtelo: Io, come mi vedi, sono un uomo condannato...
probabilmente.
FANNY Non capisco.
SILVIO (quasi piangendo).
Io sono un ammalato, un povero ammalato e probabilmente senza rimedio.
Finché ho potuto te l'ho nascosto ma ora è impossibile.
FANNY Malato? E me lo dici a questo proposito! Che c'entra?
SILVIO Ti perdono la calma con la quale ricevi questa notizia perché capisco che non ci credi.
Ma almeno di questo posso fornirti le prove.
Oggi, dovendo partire, pagai questo conto del dottor Cirri.
Centoventotto applicazioni elettriche.
Eccolo.
(Prende dal tavolo una carta e gliela dà.)
FANNY Cirri non è quello ch'è stato all'Università con te?
SILVIO No! Suo fratello.
E del resto se anche fosse stato lui si sarebbe fatto pagare lo stesso! Nell'ultimo tempo avevo abbandonata l'elettricità.
Diffidavo del Cirri e volevo avere la parola sicura di uno scienziato.
Consultai il dottor Seppi, primario all'ospitale.
FANNY (spaventata).
Ma che malattia hai dunque?
SILVIO Finora nessuno lo sa.
Non lo so io, non lo sa il Cirri e non lo sa il dottor Seppi che, come sai, è ora gravemente malato.
Quest'ultimo dubitava si trattasse di una paralisi progressiva, incipiente però.
Ciò significa che di qui a un mese o circa si saprà se la malattia farà il suo corso o no.
FANNY Ed è per curarti della tua malattia ch'eri là in via Corsi N.
4? Ah! Ah! Ah! Rido per non piangere.
SILVIO (violentemente).
Ebbene! Dividiamoci pure! Non piú spiegazioni! Dividiamoci! Tu fingi di non credermi perché vuoi arrivare al tuo scopo.
Ho piacere di avere tenuta qui Emilia per testimonia.
Essa può oramai giudicare fra di noi.
Anche se essa dubitasse della mia innocenza darebbe certo torto a te e non a me.
Ha visto un saggio del tuo amore.
Apprendi la malattia incurabile di tuo marito e ti metti a ridere.
(Sempre piú veemente.) Oh! Deploro di non averti tradita perché una donna amante come sei tu non merita di meglio.
(Gridando.) E quando m'arrovello per convincerti, il mio male si ridesta.
Lo sento camminare per tutto il corpo quasi volesse uscirne e gridare: Sí, è vero, egli è malato, sono io la causa di tutto.
(Si getta esausto sulla sedia mentre Fanny lo guarda titubante; poi con voce fioca.) Te ne prego, Fanny.
Lí su quel tavolo c'è una fiala e un bicchierino.
Versane dieci goccie in un po' d'acqua.
(Fanny eseguisce.) Presto, te ne prego.
Ho la fronte sudata...
sudori freddi.
Presto.
FANNY (con un grido).
Dio mio! Credo di aver versate quindici goccie in luogo di dieci.
SILVIO Fa niente! Dammele tuttavia.
Ne berrò la metà.
(Fanny eseguisce.) Questo mi protegge per qualche ora almeno.
Con l'affetto che tu mi dimostri non mi sarebbe mancato altro che di cominciare a farneticare.
Avresti certo raccolto le mie parole, le avresti analizzate per farmi un secondo processo.
Non posso continuare queste spiegazioni.
Il tuo atteggiamento mi fa troppo male.
Sai ferire, tu.
Puoi vantartene.
FANNY (esitante).
Io non volevo...
Oh! mi dispiace di averti fatto tanto male.
(Poi.) E il dottor Seppi ti diede buone speranze?
SILVIO (debole).
A me in faccia, sí.
Peccato che sia anche lui tanto ammalato.
Altrimenti t'avrei pregata di andare da lui e ne avresti saputo piú di quanto ne so io.
Un mese fa avevo veramente pregata Emilia di andarci lei.
Ma essa si schermí dicendo che quello era l'ufficio della moglie e non della cognata.
FANNY E aveva ragione.
Ma ebbe torto di non avvisarmi subito, subito.
(Con un'occhiata di rimprovero a Emilia che alza le spalle.) Perché non lo facesti? Vedi quanti dispiaceri mi risultarono dal non aver saputo il vero stato delle cose.
(Quasi piangendo.)
SILVIO (fioco).
Non sgridarla, poverina.
Sono stato io ad impedirglielo.
Credevo che tu mi amassi e non volevo procurarti un simile dolore.
Speravo di poter dirtelo quando ogni pericolo fosse scomparso.
FANNY (sempre piú commossa).
Ed io ti amo sí...
ma...
SILVIO Capisco.
Lo capisco tanto bene che mi vedi qui affranto dallo sforzo di spiegarti tutto.
Ma se mi schernisci io perdo la parola, il fiato.
Non ti domando di credermi.
Dispero anzi di farti credere.
Io lo so: lo sforzo che faccio è del tutto vano.
Avrei soltanto voluto che tu mi stessi ad ascoltare fino in fondo senza ridere, senza deridermi.
Ora non credo che potrò piú proseguire.
FANNY (molto commossa).
Io ti prometto di starti ad ascoltare.
Ma non ora.
Cerca di riposare, di rimetterti.
Io sarò sempre a tua disposizione per starti a sentire.
SILVIO (calcola, poi).
No! Neppur questo non va.
È meglio che ne usciamo subito.
Io non posso sopportare il pensiero di aver a dirti una cosa simile.
(Si leva e cerca di rinfrancarsi.) Vuoi starmi ad ascoltare? Io ti dico tutto in poche parole.
Poi toccherà a te.
Allora riposerò e tu deciderai.
Potrai indagare, recarti in quella casa, parlare con Cirri o con Seppi...
pur troppo malato.
Poi deciderai ed io non aprirò piú bocca per non influenzarti.
(Lieve pausa per raccogliersi.) Soffersi molto, cara Fanny.
Non della malattia che si limitava a una debolezza generale, a qualche forte male di capo, a una distrazione fatta di languore e a qualche rarissimo accesso, simile a quello cui poco mancò assistessi tu poco fa.
Naturalmente il peggio di tutto era la preoccupazione.
Sai! Si può essere attaccati piú o meno alla vita.
Certo non fa piacere di morire.
Ed io lo confesso volontieri.
Avevo paura di morire.
(Si commove.) Circondato da tutti gli agi e dal tuo amore non è meraviglia.
Avevo anzi paura.
Perché non dovrei chiamarla col suo vero nome? Ma non potevo supporre che l'insidiosa malattia prima di togliermi la vita m'avrebbe tolto il tuo affetto.
Prima di proseguire devo domandarti un particolare che a me importa molto.
Cerca di ricordare, Fanny: Quel giorno, uscendo di casa ti dissi che dovevo andare in via Corsi N.
34 a prendere un bagno?
FANNY No! Non ricordo!
SILVIO (avvilito).
To'! E io che credevo di avertelo detto.
FANNY Ma non lo dicesti.
Ne sono sicura.
SILVIO Ebbene! Ciò non ha importanza.
Ma pure è interessante per spiegare come io abbia potuto finire in quella stanza.
Esco credendo di averti detto che ho da andare in via Corsi N.
34 a prendere un bagno.
Era una bugia ma innocente ve', perché invece io dovevo andare dal dottor Seppi in via del Bosco numero quattro ciò che naturalmente volevo celarti.
Ecco qui il biglietto col quale egli accettava di ricevermi per la seconda volta e mi dava l'appuntamento.
Eccolo! C'è la data?
FANNY (guardando).
No!
SILVIO Scrive "oggi alle quattro pomeridiane" e non mette la data.
Curioso! Nella mia povera testa ammalata avevo dunque due idee confuse.
Dovevo andare in via Corsi N.
34 come avevo detto a te o via del Bosco N.
4 ove mi attendeva il Seppi.
Nota la coincidenza di quel quattro.
Io finii dunque e non so davvero in qual modo coll'andare né in via dei Bosco N.
4 né in via Corsi N.
34 ma bensí in via Corsi N.4 (con enfasi) ove nessuno mi attendeva o mi voleva, lo dico, lo ripeto, lo giuro.
FANNY (spaventata).
Te ne prego, non agitarti.
SILVIO (sempre piú agitato).
E perché mi sono poi fermato al primo piano? Cosí volle il mio destino.
Pensa, Fanny, che Seppi sta al secondo piano mentre lo Stabilimento dei Bagni è situato a piano terra.
Perché dunque al primo piano?
FANNY Calmati, Silvio, calmati.
SILVIO Ora veramente ho bisogno di calma.
La porta del primo piano era socchiusa.
Improvvisamente ero stato colto dal mio male in una forma mai prima sperimentata.
Non te la descriverò.
Ti dirò solo che avevo la coscienza di dover morire subito, subito.
Dio mio, che miseria.
La vita poco prima intensa, piena, s'affievoliva, spariva.
Approfittai del primo rifugio offertomisi: Quell'uscio socchiuso! Entro e non so se la stanza sia oscura o se io stia perdendo la vista.
Intravvedo una sedia e mi vi accomodo.
Sto per perdere i sensi e non ho accanto un amico! Ricordo ancora benissimo di aver intravvisto un letto e di aver avuto il desiderio di arrivarci ma non domandarmi come ci sia arrivato perché non lo so.
FANNY Calma, te ne prego.
Ti esponi ad una ricaduta.
Vuoi altre di quelle goccie?
SILVIO Non interrompermi.
Non so neppure quanto tempo io abbia giaciuto in quel letto non mio.
Vengo destato da un grido, il tuo.
Apro gli occhi e ti vedo accennare verso il letto: Con una donna, infame.
Se ben ricordi, io, piú che sorpreso di vedere te, fui sorpreso di vedere un'altra donna dall'altra parte.
Udisti il mio grido: Una donna.
Lo udisti?
FANNY Veramente io non udii nulla ma quando lo dici...
SILVIO Fuggisti infatti come una pazza...
Avresti dovuto vedere la donna.
Destata dal tuo grido e dal mio, corse ad aprire le imposte urlando: Mamma, mamma! Capitò subito fuori un donnone che mi venne addosso minaccioso, domandandomi spiegazioni e mettendomi i pugni sotto il naso.
Io allora capisco tutto, tutto.
Tante minaccie mi stordiscono ma intravvedo in un lampo la mia disperata situazione causa la mia malattia e causa la tua gelosia che - subito lo previdi - avrebbe di tanto aggravata la mia salute m'avrebbe tolta ogni speranza di salvezza.
(Gridando mentre Fanny protesta; poi piglia fiato e rimessosi continua calmo.) Il partito migliore era di fuggire.
Prendo il cappello e infilo le scale.
Le donne mi corrono dietro urlando.
Per le scale il portinaio mi arresta.
Con uno sforzo supremo arrivo a svincolarmi e fuggire ma prima di lasciarmi, quell'energumeno mi lascia andare sulla testa un colpo poderoso che mi schiaccia il cappello e quasi mi stordisce.
È una vera fortuna se arrivai a fuggire perché altrimenti oggi il mio nome figurerebbe in questo giornale.
(Prende un giornale dal tavolo.) Leggi! Qui!
FANNY (legge).
Un malandrino sonnolento! Apprendiamo un fatto alquanto strano avvenuto tre giorni or sono in via Corsi.
La persona che ce lo racconta merita piena fede altrimenti...
(Continua da sé.)
SILVIO Tre giorni fa...
il giornale è del 12.
FANNY (finisce di leggere a voce alta)...
non senza aver ricevuta una benché inadeguata punizione in un pugno poderoso sulla testa.
SILVIO Ecco il cappello.
Fu un colpo ti dico.
FANNY Povero Silvio.
SILVIO Raccontai tutto al Cirri.
Puoi interrogarlo.
Egli disse che benché tutto ciò non provi un aggravamento del mio male pure l'avventura potrebbe essere considerata come un accesso epilettiforme cui in avvenire potrei andare esposto.
Ma tu mi starai sempre accanto nevvero? Non permetterai che durante un accesso simile io resti in mano di estranei esposto a villanie o peggio.
FANNY (con un bacio).
Sí, sempre.
SILVIO Se sapessi come mi sento bene di averti accanto a me, non piú minacciosa ma mite, buona carezzevole.
Oh! mi sento tanto bene che voglio subito distruggere quella boccetta delle goccie.
Certo, se tu mi resti affezionata, io non ne avrò piú bisogno...
checché ne dica Cirri.
FANNY Che cosa dice Cirri?
SILVIO Andrai a parlargli tu.
Io credo che a me non dica la verità.
Dice che in complesso non ho nulla, cioè che non c'è pericolo imminente.
Ma forse - chi lo sa? - a te dirà altrimenti cioè la verità.
Anzi devi promettermi di dirmi tutto.
Sia magari il peggio ma a me piace di avere intorno a me tutto limpido, chiaro, vero.
FANNY Te lo prometto.
(Carezzevole.) Vado a riprendere il mio posto in questa casa.
(Guardandosi stupita.) Sono vestita come se mi trovassi qui in visita.
Vieni con me, Emilia?
EMILIA No! Io devo andarmene subito, subito.
FANNY Allora arrivederci, Emilia.
(Abbracciandola.) Sai, non t'ho mai voluto bene come ora.
Hai fatto male di non dirmi subito tutto...
Ma sei piú che perdonata! Se non ci fosse stata la tua testimonianza io non avrei potuto credergli.
Grazie, grazie.
(La bacia replicatamente.
Poi esce accompagnata da Silvio fino alla porta.)
SCENA OTTAVA
EMILIA e SILVIO
EMILIA (corre per la scena respirando fragorosamente come fosse in cerca di aria).
Oh! Oh!
SILVIO (prende la boccetta della medicina e ne tracanna tutto il contenuto).
Di' la verità.
Hai mai visto un uomo piú innocente di me? Come mi sento puro.
EMILIA (avviandosi).
Tanto sei puro che mi togli il respiro.
SILVIO Oh! tu sei una donna strana! Disprezzi tuo marito perché ti dice la verità e me perché non la dico.
EMILIA (alza le spalle ed è in procinto di andarsene; poi si trattiene).
Mio marito! Questo debbo dirti! Io, ora, dopo di aver veduto te all'opera, io lo adoro.
Come sono stata ingiusta con lui.
Ne ho rimorso.
SILVIO Ed hai ragione.
Non ho parole abbastanza per dirti che sei stata con lui ingiusta e cattiva.
EMILIA (fuori di sé).
In quanto a te non è detta l'ultima parola.
Spero bene che prima o dopo Fanny aprirà gli occhi sul tuo conto.
SILVIO (ridendo sgangheratamente).
Io davvero non lo credo.
CALA LA TELA
Terzetto spezzato
Fantasia in un atto
PERSONAGGI
CLELIA
IL MARITO
L'AMANTE
L'atto si svolge in un salotto finemente ammobiliato.
Si vede però ch'è poco usato.
Le sedie sono accumulate in un canto a destra dello spettatore.
Nell'altro canto, pure fuori di posto, un sofà.
Al proscenio a destra una poltrona club.
Due porte: Una di fondo ed una a sinistra dello spettatore.
SCENA PRIMA
IL MARITO e L'AMANTE
Il marito e l'amante.
Ambedue sui trent'anni circa e tutt'e due vestiti a lutto.
IL MARITO La cena non era male.
L'AMANTE (poco d'accordo).
Si mangia tuttavia.
IL MARITO Anche le ore passate saranno per me indimenticabili.
Ella non era con noi, ma la speranza di rivederla bastava a dar luce a quella solitudine.
(Guarda l'orologio.) Ho mangiato un po' troppo presto e me ne risento.
Mi pareva che mangiando presto facevo camminare piú celermente il tempo.
L'AMANTE (stringendosi nelle spalle).
Come vivi nelle tue illusioni.
Io, davvero, t'invidio.
IL MARITO Illusioni? Sappi che io ho la certezza ch'essa verrà.
Non ti raccontai ancora tutto.
Dopo la lettura di quel libro, iersera subito, mi misi ad evocarla.
Anelavo di rivederla.
Le domandai un segno tangibile ch'essa mi stava accanto.
La pregai: Toccami il braccio...
qui, e designai esattamente il posto ove volevo ch'essa toccasse.
Ebbene: Dopo pochi istanti d'intensa meditazione ricevetti proprio su quel punto un colpo che per poco non mi fece perdere l'equilibrio.
L'AMANTE Si sente raccontare ogni giorno di casi d'illusioni simili.
IL MARITO Illusioni? Guarda qui.
(Denuda il braccio.) Vedi che botta? Ha tutti i colori dell'iride.
L'AMANTE Sarai caduto, ti sarai fatto male su uno dei tuoi mobili mastodontici.
IL MARITO Ma no! Ne sono certo!
L'AMANTE E si limitò a darti quella legnata? Non arrivaste a parlarvi?
IL MARITO Noi due siamo amici da tanti anni che voglio essere sincero con te.
Io invocavo con tutta tranquillità lo spettro di mia moglie, ma è certo che il mio coraggio era dovuto alla convinzione di fare opera vana.
Quando mi giunse quel messaggio anche troppo chiaro ch'essa sarebbe venuta...
vuoi crederlo?...
ebbi paura.
(L'amante ride.) Non ridere te ne prego!
L'AMANTE (ridendo sgangheratamente).
Scusa...
solo un momento.
E tua moglie...
starebbe tranquilla nella tomba...
ma tu la chiami...
essa viene...
e tu hai paura.
Che idea si sarà fatta del tuo affetto.
Ammettendo anche, per un istante, ch'essa fosse stata in procinto di venire, ora, offesa, non verrà piú.
IL MARITO Io credo che i morti capiscano tutto.
Da viva aveva anch'essa tanta paura degli spettri.
Guarda! Ricordo persino che una volta scherzando le dissi che dopo morto sarei venuto a trovarla e ch'essa divenne subito pallida a quell'idea.
Volle che sul serio le promettessi di lasciarla in pace quando fossi morto prima di lei.
Dunque dinanzi a lei non ho da vergognarmi della mia paura.
Mi perdonerà! (Guarda per la seconda volta l'orologio e lo ripone.) Io credo che se tu mi resti da canto io non avrò paura.
Pensai a te perché per te era quasi una sorella.
L'AMANTE (con tristezza).
Certo, certo! Io la consideravo quale una sorella.
Purtroppo non so avere la fede che hai tu.
I morti sono morti e dànno ancora meno peso a noi di quanto noi diamo loro.
IL MARITO Non discutiamo ora che siamo in procinto di provare.
Da te non domando altro che serietà.
Hai capito bene le istruzioni? Di qui a dieci minuti siederemo ai due canti della stanza.
Prenderemo ambedue una posizione comoda come se volessimo dormire e penseremo invece intensamente a lei.
Le istruzioni dicono di non dirigerle alcun ordine.
No! Penseremo, vivremo come se essa fosse qui.
Io me la figurerò come se la tenessi qui sul mio cuore.
Tu te la figurerai...
(L'amante presta grande attenzione.) Anche tu te la figurerai fra le mie braccia.
L'AMANTE Io non l'ho mai vista fra le tue braccia.
IL MARITO Ebbene! Mi farai il piacere di pensarla cosí.
L'AMANTE Non ti fa niente ch'io me la rappresenti come ero uso di vederla fra noi due quando ci offriva il caffè dopo pranzo? Mi sarebbe piú facile di pensare a lei cosí.
IL MARITO No! La prova riuscirà piú facilmente evocandola col pensiero ad un istante piú serio della sua vita.
Ricordi quando fui ammalato ed ella in tua presenza mi passava la mano sulla testa scottante?
L'AMANTE (commosso).
Ricordo, ricordo quell'epoca.
Tu eri esiliato in un letto.
Ricordo, ricordo...
IL MARITO Ebbene! Figuratela cosí accanto al mio letto di dolore.
L'AMANTE Ti toccava la testa per vedere se avevi la febbre.
IL MARITO Sí! Devi figurartela in quel momento tanto serio della sua vita.
Puoi immaginare che in quel momento il suo cuore di moglie amante batteva all'idea di vedermi ammalare.
Il suo spirito sarà potentemente evocato a quel ricordo.
L'AMANTE (un po' spazientito).
Insomma farò in modo di pensarla in un momento serio della sua vita.
Non in quello che dici tu perché ricordo ch'essa trovò fresca la tua testa e subito rise e ti derise.
IL MARITO Dovresti, almeno, dirmi in quale posizione vuoi figurartela perché se tu non puoi aiutare il mio pensiero io possa almeno collaborare al tuo.
L'AMANTE (imbarazzato).
E dev'essere una posizione seria? È una cosa difficile perché - a dire il vero - fino alle smorfie che le fece fare l'agonia, io la vidi sempre ridere e sorridere.
Fu la gioia della tua vita e anche di tutti coloro che frequentavano questa casa.
Però ciò ridonda a tutto tuo onore.
IL MARITO Tu non la ricordi bene! Il suo fondo era sempre serio.
La superficie soltanto rideva e sorrideva.
L'AMANTE Ma perché discutere? Io sono qui per esserti utile.
Dunque penserò tua moglie nel modo che vuoi, fra le tue braccia.
IL MARITO Grazie! Cosí la prova non può fallire.
Essa sa che dopo due mesi io sono ancora tutto col pensiero a lei.
Sa che ogni giorno dopo Borsa vado al cimitero a salutarla.
L'AMANTE (con slancio).
E non faresti meglio di accontentarti di quella pietra e non fare questa prova che mi pare persino offensiva per lei? (Disdegnato.) Io me ne vado.
IL MARITO (spaventato).
Hai paura anche tu?
L'AMANTE Paura? Un certo genere di paura l'ho ed è di apparire ridicolo.
IL MARITO Tu vuoi ingannarmi! Hai paura! Vuoi sottrarti alla prova con miseri pretesti.
Come potresti apparire ridicolo per avermi aiutato in una prova mia? Il ridicolo può colpire me soltanto.
L'AMANTE (scosso).
È vero! Io non c'entro.
IL MARITO Dunque resta! Se tu te ne vai io non resto qui solo.
Vado a dormire in un albergo.
Non saprei restare in una casa ove attesi uno spirito.
E per colpa tua tutte le ansie che oggi soffersi sarebbero vane e dovrei domani ricominciare da capo.
L'AMANTE Povero amico mio! Il dolore ti ha fatto dar di volta al cervello.
Non ti accorgi da te che farnetichi?
IL MARITO E sia! Farnetico! Ma tu mi devi tolleranza anche se farnetico.
Me la devi.
Finché in questa casa c'era la gioia tu ne eri partecipe.
Io e lei, la povera Clelia, non avevamo l'occasione di un solo passatempo senza pensare a te.
Talvolta essa mi diceva: Ma perché invitarlo? Non possiamo star soli una buona volta?
L'AMANTE (con stizza).
Davvero diceva cosí?
IL MARITO (bonario).
Non che ti volesse male, sai.
Anzi, tutt'altro.
Te lo assicuro.
Ma un celibe come te non può sapere come si desideri talvolta fra marito e moglie restare soli.
Capirai!
L'AMANTE Io ho sempre sentito dire che il male del matrimonio è precisamente il contrario cioè che marito e moglie restino soli troppo spesso e troppo a lungo.
IL MARITO (amaramente).
Troppo spesso e troppo a lungo!
L'AMANTE (commosso).
Via, calmati!
IL MARITO (guarda l'orologio).
Com'è lenta questa macchina.
(Attaccandosi al braccio dell'amico.) E mi prometti di restar serio fino in ultimo? Se la cosa è fatta con serietà deve riuscire! Ho piacere che anche tu sia in lutto...
Scusa! Un parente forse?
L'AMANTE Sí! ma lontanissimo!
IL MARITO T'ha lasciati dei denari?
L'AMANTE Miserie!
IL MARITO (ritornando alla sua idea dominante).
Dunque serietà? Me lo prometti?
L'AMANTE Ma sí! Giacché lo vuoi! S'intende che lo faccio senza convinzione e solo per compiacerti.
Di me, perciò, non si potrà mai ridere.
IL MARITO Chi potrà riderne, chi ne saprà qualche cosa? Se essa non viene certo non ne parleremo con nessuno.
E se essa viene...
Ma che pensi? Ti pare ch'essa stessa si faccia beffe di noi?
L'AMANTE (seccato).
Ma non dico questo! Se anche l'avessi creduta capace di farsi beffe di noi da viva...
Che diamine! La morte rende serii!
IL MARITO (con stizza).
Te lo ripeto! Tu non la conoscevi! Per convincerti quanto essa fosse in fondo seria, avresti dovuto conoscerla nei primi anni del nostro matrimonio.
Era tanto giovine eppure era anche troppo seria.
La mia posizione non era ancora bene stabilita.
Avevo dei pensieri di cui la rendevo partecipe.
Ebbi torto e me ne accorgo.
L'AMANTE Perché vai a rammaricarti cosí? Sei stato un ottimo marito, tu! Vorrei poter dire altrettanto di me...
se fossi stato sposato ed ora fossi vedovo.
IL MARITO Quante eventualità!
L'AMANTE Lo dico per rattristarmi e mettermi nello stato d'animo che occorre alla tua esperienza.
IL MARITO Vi sei già! Io ti trovo serio, anzi triste! Quasi eccessivamente! Finirai coll'impressionarmi anche di piú!
L'AMANTE Certo! Se io fossi vedovo, sono sicuro che dovrei avere dei rimorsi.
Io le donne non le posso soffrire.
Parlo naturalmente di quelle che conosco io.
Quando le attendi non vengono mai e quando son venute non vanno mai via.
Di' la verità! Con me puoi essere sincero! Mai ti avvenne di augurarti che tua moglie da una dolce forza imperiosa che non le torcesse un capello fosse trasportata lontano da te, per esempio sul Monte Bianco?
IL MARITO Come sei crudele! Un simile augurio! Mai e poi mai!
L'AMANTE Protesti cosí perché hai paura dello spettro di tua moglie.
IL MARITO Te ne prego, non dire cosí.
Giuro che non desiderai giammai che mia moglie si fosse allontanata da me!
L'AMANTE Perciò sei fatto in modo diverso di me.
È quello che sospettavo.
Io, vedi, amo talvolta di avere la mia donna a cena.
Ma averla ogni giorno con me, anche a pranzo...
IL MARITO Tu, disgraziato, non hai conosciuto che certe donne!
L'AMANTE (pensieroso).
Già, soltanto certe donne.
Credo però che tutte per me somiglierebbero un poco.
Non parlo naturalmente della povera signora Clelia, tua moglie.
IL MARITO (agitatissimo).
Io ti leggo fino in fondo all'anima: eccettui Clelia perché hai paura del suo spettro.
L'AMANTE (rassegnato).
Sí, solo per questo!
IL MARITO E allora, se ambedue abbiamo paura, te ne prego, lasciami stare.
Io credevo che tu fossi piú coraggioso!
L'AMANTE Non credere ch'io abbia paura.
Ora insisto io di fare quest'esperimento.
Sto scrivendo qualche cosa per cui tale esperienza può essermi utile.
Andiamo!
IL MARITO Ma sarai coraggioso? Eventualmente mi difenderai?
L'AMANTE Non t'ho assistito sempre quando ho potuto?
IL MARITO (dopo di aver guardato l'orologio).
Ecco l'ora.
Tu siederai su quella poltrona.
Io mi sdraierò su quel sofà.
(Si getta sul sofà in fondo alla scena; chiude gli occhi e resta immobile.
Dopo qualche secondo apre le braccia.) Qui! Clelia!
L'AMANTE (resta lungamente a guardarlo sdegnoso.
Poi si sdraia sulla poltrona.
Dopo qualche tempo chiude anche lui gli occhi e mormora).
Oh! Clelia!
IL MARITO (si erge spaventato).
Chi ha parlato?
L'AMANTE (resta immobile a sognare mentre il marito in piedi resta a guardarlo.
Quando il marito sta per avviarsi al suo sofà, l'amante spalancando le braccia grida).
Ma insomma, Clelia, vieni, vieni!
IL MARITO (esterrefatto).
Che dici?
L'AMANTE (ritorna in sé).
Chi è?
IL MARITO Tu sei pazzo!
L'AMANTE (totalmente rinvenuto).
Che cosa ho detto?
IL MARITO (fuori di sé).
Oh! Basta! Basta! L'esperimento è finito.
L'AMANTE Ma vediamo! Saresti ora geloso di uno spettro e per di piú di uno spettro che non viene?
IL MARITO Taci! Non parlarmene piú.
Usciamo di qui?
L'AMANTE Hai paura?
IL MARITO No! No! Voglio dimenticare quello che ho udito.
Mi fece troppo male! (Quasi piangendo.)
L'AMANTE (veramente accorato).
Via! A quelle mie parole non devi dare un peso che non meritano.
Evocavo! Evocavo con tanta...
coscienziosità che alla fine mi parve di evocare per conto mio.
Già, quando si chiama nel buio risponde chi c'è e talvolta chi non c'è.
A me rispose una donna mia, ben mia e purtroppo non c'era neppure lei.
Si chiama non Clelia, ma Clara.
Se dissi il nome di tua moglie ciò avvenne perché nella mia incoscienza ero sempre accompagnato dal proposito di evocare per conto tuo.
IL MARITO Non ti credo! (Poi, dopo una pausa.) Di' la verità: tu desideravi Clelia.
Confessalo! Se l'hai già confessato.
L'AMANTE Mi sembrerebbe di offenderti negandolo.
Del resto io desidero molte donne, direi anzi quasi tutte.
È il modo mio di odiarle perché me ne danno motivo.
(Con esagerata umiltà.) Non ne vogliono sapere di me.
IL MARITO Ora capisco l'invincibile avversione che Clelia aveva per te.
Era inutile ch'io le parlassi delle tue buone qualità.
Essa non ne voleva sapere di te.
Sentiva il tuo turpe desiderio e ne era offesa.
Non me lo disse mai, te lo assicuro! Ma ora intendo perché tanto fece per allontanarti da noi.
Le facevi schifo!
L'AMANTE (offeso).
Schifo? Via esageri un po'!
IL MARITO (sempre piú accanito).
Sí! Schifo! Ed io, imbecille, che lottavo per toglierle un'avversione che ritenevo non fondata.
L'AMANTE (è in procinto di parlare, poi si pente e, piú calmo, dice).
Già ai morti si possono attribuire gli odii e gli amori che si vogliono.
Essi non ci sono e non possono protestare.
IL MARITO Ma io posso darti le prove di quanto ti dico.
Ho delle lettere di Clelia da cui trapela chiara la sua antipatia per te.
Domani te le farò vedere.
L'AMANTE (beffardo).
Puoi tenerle per te!
IL MARITO Giacché non mi credi vado a prenderle subito.
(Si avvia.)
SCENA SECONDA
Apparisce CLELIA e DETTI
Lampo di polvere di resina.
CLELIA (a voce alta).
Vergognatevi!
IL MARITO Che è ciò? Clelia! Lo spettro! Noi non ti chiamavamo piú! (Cerca di fuggire, arriva al sofà in fondo e vi cade svenuto.)
L'AMANTE Non lasciarti truffare.
È un trucco! Ma fatto tanto bene che non so adirarmene.
CLELIA Ascoltami te ne prego.
Egli è svenuto e vorrei parlare con te prima ch'egli rinvenga.
L'AMANTE (ridendo).
Prendi la tua parte proprio sul serio! Anch'io, sai, non rido.
Che tu sia o non sia Clelia...
(L'attira affannosamente a sé.
Poi, dolorosamente.) Aria...
aria.
Sola aria...
vestita.
CLELIA (con tristezza).
Si! Amavo tanto i vestiti ed ora non ho piú che quelli.
L'AMANTE (si riprende a stento.
Rasserenato parla con maggiore freddezza).
Povera Clelia! Sono però tanto lieto di rivederti.
(Va per abbracciarla e si ricrede.) Chissà? Forse il fatto di averti rivista cosí basterà a darmi la quiete.
CLELIA È perciò che sono venuta.
L'AMANTE Già! Adesso appena so che quello che desideravo non esiste piú.
Certo me ne deriverà la tranquillità.
Eppoi...
eppoi m'ha fatto piacere di rivederti.
Perché fra noi due c'era anche l'amicizia.
Una vera, grande amicizia.
Mi fa piacere di ritrovarti in buona salute...
se cosí si può dire.
Se sapessi quale disastro è stata per me la tua morte! Addio casa, addio famiglia...
CLELIA Famiglia altrui!
L'AMANTE E corro le vie della città in cerca di un'idea, di un interesse...
CLELIA Di una donna.
L'AMANTE Non sei uno spettro tu? Non vedi nel mio cuore? E non sai perciò ch'io ancora oggi non penso che a te?
CLELIA Lo sento, lo sento...
poverino!
L'AMANTE (resta imbarazzato a guardare Clelia come se studiasse quello che potrebbe farne.
Poi, con un sospiro va al marito).
Che sia morto anche lui?! Sarebbe un'adunanza allegra.
CLELIA No! No! È soltanto svenuto.
L'AMANTE (accanto al sofà).
Un po' d'acqua lo farebbe rinvenire.
Non vuoi parlare con lui?
CLELIA Te ne prego, non litigare con mio manto ora che io non ci sono piú.
L'AMANTE (guardandola con curiosità).
È per questo che sei venuta?
CLELIA Sí! È per questo!
L'AMANTE Non sono mica stato io ad iniziare il litigio.
Lui che voleva farmi credere ch'io ti abbia ispirato schifo.
È lui che devi tenere in riga.
CLELIA (con tristezza).
Ambedue! Finché io ero viva la tua discrezione era tanto grande! Ricordi che ci fu un'epoca in cui io volevo dividermi da lui per restare sempre, sempre con te? Fosti tu che me ne dissuadesti.
L'AMANTE Egli non sa quanto mi deve.
Faglielo intendere tu perché non sia tanto pretensioso.
CLELIA Sí! Voi uomini avete sempre diritto alla riconoscenza di tutti.
Figurati che appena arrivata all'altro mondo trovai Augusto...
L'AMANTE (amareggiato).
Ah! Sei con lui?
CLELIA (seccata).
Uff! (Poi.) Voleva farmi credere che quell'altro mondo l'avesse riparato tutto lui da capo a fondo e che prima non ci si poteva stare.
L'AMANTE E tu credesti a quel fatuo?
CLELIA Ma se siete fatti tutti cosí voialtri uomini.
Il mio paradiso l'hai fatto tu, l'ha fatto lui.
E lui non sa che il suo paradiso caldo, comodo, sarebbe stato sufficiente a farmi morire di noia se non ci fossi stato tu.
E tu non ricordi ch'eri fatto in modo che mi ricevevi come una dea e mi congedavi come una ancella.
L'AMANTE Sí! Perché dicevi sempre delle cose che ripugnavano all'uno o all'altro dei miei delicatissimi sensi.
CLELIA Sí! I tuoi sensi! Proprio quelli! Ma quando me ne andavo da te trovavo pure un po' di conforto nell'affetto calmo, uguale, benché un po' brontolone di mio marito.
Egli non vedeva in me né la dea né l'ancella.
Qualche volta penso che avrei fatto meglio di restare onesta.
L'AMANTE (gridando).
Saresti morta lo stesso.
La tua morte è stata la grande, la sola disgrazia.
Si andava tanto bene innanzi...
CLELIA Sarei morta, ma dopo morta sarei stata piú tranquilla.
Ecco che se non accorro tu annebbi la mia dolce figura nell'animo di mio marito ed egli la guasta nel tuo.
Ad una donna nelle mie condizioni non è dunque neppur permesso di morire?
L'AMANTE Magari non lo fosse! Ed io serbo rancore a costui anche perché ti lasciò morire.
Poteva stare piú attento.
Tutti dicono che la tua morte sia stata provocata da un'infreddatura che ti fece prendere per avarizia.
Non volle prendere una vettura dopo un ballo...
CLELIA Non è vero! Lo giuro.
L'AMANTE E allora non posso averla che con te perché sei morta.
Potevi badare un po' meglio alla tua salute.
Che cosa non ho fatto io per dimenticarti! E finora la sofferenza è sempre la stessa.
Ricordi che ti dicevo di aver cominciato un romanzo, il mio capolavoro! Non sarà finito mai...
se tu non ritorni tutta, intera.
CLELIA Eppure il Petrarca divenne poeta piú alto ancora dopo la morte di Laura.
L'AMANTE Io da buon letterato italiano non lessi mai il Petrarca, ma conoscevo il fatto.
Sembra che per lui Laura fosse tutt'altra cosa.
Di me so che sto per giornate intere dinanzi alle mie cartelle e fumo, fumo, fumo.
Eppoi ho da sopportare quel tuo marito che crede d'essere stato il solo a perdere per la tua morte...
CLELIA E che fa a te? Lasciagli quest'illusione.
L'AMANTE Non posso! Non posso! È piú forte di me.
Questa gelosia è ormai stupida.
Ti mantiene ora lui, forse? Io lo evito! Perché mi ricerca? E finirò con lo scoppiare (Abbassa la voce perché gli pare che il marito si mova) e col raccontargli tutto.
Ne avrò un grande alleggerimento, un'illusione che mi farà rivivere! Mi sembrerà d'essere stato scoperto in flagrante.
CLELIA Non farlo! Te ne prego!
L'AMANTE T'importa tanto? E allora dammi tu un'illusione maggiore.
Come sei ritornata cosí in apparenza, (Supplice) ritorna intera.
Dammi la vita e la quiete e la possibilità del lavoro.
Scommetto che lo puoi...
Fallo! Fallo!
CLELIA Sei pazzo!
L'AMANTE Non vuoi? E allora qui, in tua presenza, come rinviene, gli schiaffo tutta la verità in faccia.
CLELIA Se si potesse, tu, volentieri, mi faresti uccidere.
L'AMANTE Adesso ho due ragioni di rancore con te.
La prima è che sei morta e la seconda che vieni a stuzzicarmi in tale stato.
CLELIA (accorata).
Cosí non mi ti dimostrasti mai.
L'AMANTE (furente).
Né tu a me.
CLELIA (dopo un istante di esitazione).
Vorrei parlare con mio marito.
IL MARITO (rinvenendo).
Dove sono?
CLELIA Fra persone che ti amano.
L'AMANTE (ridendo rabbiosamente).
Sí! Fra persone - se persone possono dirsi - che ti amano.
Io vi lascio soli! Fra moglie e marito...
(S'avvia.)
IL MARITO (rinvenendo del tutto).
Te ne prego, amico mio, non lasciarmi solo.
Me l'hai promesso!
L'AMANTE Ma di che hai paura? Essa piuttosto passò un brutto quarto d'ora.
Se morivi dallo spavento ritornavi sul serio con lei.
Vuoi vedere come io tratti con questo spettro? (S'avvicina a Clelia, la prende per una mano e le dice a bassa voce.) Senti! Se vuoi rimettere la pace fra di noi, ritorna intera...
col tuo cadavere.
(Via.)
SCENA TERZA
IL MARITO e CLELIA
IL MARITO (tuttavia molto timido).
Se sapessi quanto piacere m'ha fatto di rivederti dopo tanto tempo.
Hai visto! È dal piacere che sono svenuto.
CLELIA Sí! Poverino! Mi dispiace di averti fatto paura.
Come sono fatte le cose umane.
Chi t'avrebbe detto che avresti potuto aver paura di me?
IL MARITO (anche piú spaventato).
Hai da lagnarti di me? Io t'ho trattata sempre col massimo riguardo.
Ed ora non ho paura.
CLELIA Tu m'hai trattata sempre benissimo e non avresti alcuna ragione di aver paura.
Mi pare però che tuttavia tremi.
Vuoi che me ne vada? lo non sono mica venuta per farti soffrire.
IL MARITO Qui è molto oscuro.
Ti darebbe fastidio se accendessi qualche altra fiamma?
CLELIA Accomodati.
IL MARITO (eseguisce).
Cosí tu non sei come quegli altri spiriti che spariscono alla luce? Ciò mi piace.
Noi di famiglia siamo stati sempre sinceri e amanti della luce.
Mi pare di sentirmi meglio.
(Sempre balbettando dalla paura.) Anelavamo tanto di rivederci e...
finalmente...
ci rivediamo.
CLELIA (impaziente).
Il tempo corre! Presto devo andarmene.
IL MARITO Davvero sei finalmente occupata? (Clelia ride.) Ridi? Dunque non c'è da aver paura (Veramente rinfrancato.)
CLELIA (sorridendo).
Mi ricorda il nostro primo incontro.
Anche allora tremavi.
IL MARITO Sí.
Lo ricordo anch'io.
CLELIA Poi ti rinfrancasti.
In ultimo divenisti un po' imperioso.
Parlasti anche di menagère cosí che quando te ne andasti dovetti ricorrere al vocabolario.
IL MARITO Sai! Voialtre donne ci fate un po' di paura quando dobbiamo sposarvi.
Con te non ci sarebbe stato bisogno di tante raccomandazioni, ma io allora non ti conoscevo.
CLELIA (guardandolo con curiosità).
Curioso che dovetti morire per essere giudicata cosí da te.
IL MARITO No! Io sempre pensai cosí di te.
Se non te lo dissi è che speravo sempre di renderti migliore.
Non si è mai contenti del bene e se tu non fossi morta tanto prematuramente chissà quanto buona saresti divenuta.
CLELIA Pare insomma che dopo la mia morte tu hai fatto delle tristi esperienze.
IL MARITO (esitante).
Già! (Lieve pausa.) Devo dirlo però.
In complesso si spende meno.
Molto, ma molto meno.
CLELIA Stimo io.
C'è anche una persona di meno.
IL MARITO Magari si spendesse il doppio e tu fossi qui con me.
Ma si spende tanto di meno come se dalla casa fossero sparite molte ma molte persone.
CLELIA Eh! Via!
IL MARITO Vuoi vedere i conti? Li ho chiusi iersera.
CLELIA No! No! Grazie! Ma spendendo di meno starai anche peggio.
IL MARITO Certo! Si mangia male! Si spende poco ed io tuttavia ho la convinzione di essere derubato.
Non ci baderei se ti avessi accanto.
Cosí, invece, m'adiro.
CLELIA Vedi che non c'è modo di contentarti.
Io sospetto che quella povera Giovanna che dirige la casa non sappia fare i conti e ti regali del suo.
Quasi, quasi le apparirei per avvertirla.
IL MARITO (del tutto rinfrancato).
Fammi il piacere di non ingerirti in cose che piú non ti riguardano.
CLELIA (offesa).
Sto già ingerendomi di cose che piú non mi riguardano.
(S'avvia.)
IL MARITO No! Te ne prego Clelia.
Perdonami.
Non volevo offenderti.
Sai, sono tuttavia agitato all'idea di parlare con uno spettro e forse perciò non uso le parole adatte.
CLELIA M'indirizzasti una parola che mi ricordò molto il modo come venivo trattata quando ancora non ero uno spettro.
IL MARITO Se sempre ti adorai!
CLELIA (rabbonita).
Sí! sí! Le cose piccole sono dimenticate.
In complesso quasi sempre ebbi tutto quello che volli.
IL MARITO E i miei rari rifiuti erano fatti a fine di bene.
CLELIA Non ne ebbi un grande vantaggio.
IL MARITO Già, come tutte le donne, tu giudichi dal risultato.
Ma figurati che, come sarebbe stato giusto perché sono piú vecchio di te, fossi morto io pel primo e ti avessi lasciata vedova! Non ti sarebbero state bene le mie lezioni di economia?
CLELIA Erano alquanto rudi quelle lezioni.
IL MARITO (avvilito).
Capisco che m'hai amato poco.
Io, invece, vado ogni giorno al cimitero per ricordarti sempre, sempre.
CLELIA Lo so! Sei molto gentile! Ma io come potrei dimostrarti il mio affetto? Potrei augurarti la morte per essere subito riunita a te!
IL MARITO (come respingendo uno scongiuro).
No! No!
CLELIA Vedi ch'è meglio io sia alquanto indifferente.
IL MARITO (ipocrita).
Non è mica per me, sai! La vita di un uomo è molto piú importante che quella di una donna! Se io morissi ne risulterebbe la rovina di tutti coloro che vivono e lavorano intorno a me.
Sarebbe un disastro, te l'assicuro.
Un vero, un grande disastro che mi fa rabbrividire.
Certo per me sarebbe un grande piacere di venire con te.
Ma che ne direbbero gli altri? Tu non sai quale sviluppo abbiano preso i miei affari.
Sono il maggiore importatore di caffè del Regno.
CLELIA Guadagni molto?
IL MARITO (con importanza).
In questa città vi sono pochissime case che facciano dei bilanci come il mio.
Naturalmente...
acqua in bocca.
L'agente delle imposte non ne sa nulla.
CLELIA Ed io ne so solo ora che sono morta.
Quando morii la mia anima correva traverso lo spazio e m'imbattei nei pensieri che tu avesti nei pochi giorni in cui durò la mia malattia.
IL MARITO Come? I miei pensieri giacciono cosí aperti nello spazio? Quale indiscrezione!
CLELIA Sí! Ma non temere! Nessuno li guarda e, inosservati, poi dileguano.
Il dottore ti aveva detto: Pericolo non credo ci sia, ma ne avremo per alcuni mesi.
Sarà un affare lunghissimo.
Tu subito pensasti: La piccola bestiola...
(Il marito protesta.) Proprio cosí: La piccola bestiola ammalata per tanto tempo! Vorrà avere ogni giorno un letto nuovo e quello alla ultima moda.
IL MARITO Non essere ingiusta, Clelia.
Non ricordi come poi ti ho assistita?
CLELIA Sí! Anche quell'asino di dottore quando ritornò dovette accorgersi che il cuore della bestiola era troppo debole e non poteva reggere a tanto affanno.
Te lo disse ed è vero che allora avresti pagati diversi letti pur di non perdermi.
IL MARITO E trovasti nello spazio anche tutta la mia disperazione.
CLELIA Sí! La via ne era addirittura ingombra.
IL MARITO E posso credere che almeno in vita m'amavi o almeno amavi solo me.
CLELIA Che vuoi dire?
IL MARITO (scandendo le sillabe).
Sai, dalla tua morte mi derivarono due dolori: Il mio e quello di quel mio grande amico.
CLELIA M'hai chiamata qui per offendermi?
IL MARITO Quell'uomo lí ha un contegno stranissimo.
Sembrerebbe che la moglie l'abbia perduta lui.
T'invocava con le braccia aperte come s'invoca una moglie o una amante.
CLELIA Io non lo sentii.
Accorsi solo alla tua chiamata.
Rimasi stupita di trovarlo qui.
IL MARITO Queste sue manifestazioni mi stupirono.
Pareva che tu non lo avessi amato molto.
Dicevi che ti faceva schifo.
CLELIA È vero! Me ne pento, però! Il poverino ch'era tanto affezionato a noi due si sarebbe meritato un trattamento migliore da parte mia.
IL MARITO E perché mette ora il lutto? Dice ch'è per quel suo lontano parente.
Dove s'è visto piangere cosí un lontano parente che gli lasciò pochissimi denari? Chissà se poi questo lontano parente sia mai esistito!
CLELIA Di questo puoi essere sicuro.
Lo vidi io...
dall'altra parte.
IL MARITO M'aveva inquietato anche il fatto che dacché tu sei morta, egli che m'aveva dimostrato tanto attaccamento finché c'eri tu, bruscamente non si fece piú vivo.
Dovetti pregarlo per farlo intervenire a questa seduta spiritistica e ci venne a malincuore.
CLELIA Si capisce che in questa casa tenuta con tanta economia nessuno venga volentieri.
Dovresti sposarti e vedresti come ritornerebbe a te.
Mi duole di vederti in lizza col tuo miglior amico.
Quello che al di là non si perdona è di seminare zizzania.
Ecco che senza mia colpa voi litigate causa mia e di ciò mi si serba rancore.
IL MARITO Davvero? Io non lo sapevo.
Se avessi saputo che i miei litigi ti danneggiavano io mai avrei litigato.
Povera bestiola mia! Causa mia non avrai da soffrire mai piú.
Io corro ad abbracciarlo.
CLELIA (tendendogli la mano).
Addio! Io me ne vado.
IL MARITO Un momento, te ne prego; un solo momento.
Adesso che a te mi sono abituato...
Che cosa fai tutto il santo giorno? Adesso non hai piú né pelle né unghie da nettare.
Dici che sei occupata.
Dirigi il mondo, tu?
CLELIA Io guardo!
IL MARITO E guardando tu vedi tutto, tutto?
CLELIA (con tristezza).
Molto, molto!
IL MARITO Senti, Clelia.
Hai visto con quale prontezza io mi sia deciso di accondiscendere alla tua domanda e di fare la pace con quel mio grande amico perché tu non ne abbia danno.
Non mi costa mica poco! È uno sforzo che non posso fare che per amore tuo.
Non ti pare che io meriti un premio?
CLELIA Certo! Di tempo in tempo verrò a trovarti.
IL MARITO Grazie! Mille grazie! Ma giusto oggi mi sarebbe di un'utilità enorme un'altra cosa.
A te non costerebbe nulla mentre a me potrebbe mutare addirittura la vita.
Sai se avremo a subire un ulteriore aumento del caffè?
CLELIA Aumento? Ce n'è già piú di prima?
IL MARITO (iroso).
Neppure dopo morta non capisci niente di affari? Sei davvero un bello spettro tu! Lascia che ti spieghi e poi ti sarà facile di prendere delle informazioni.
Devi sapere che la valorizzazione del caffè dipende esclusivamente...
CLELIA (dolcemente).
Lasciami andare!
IL MARITO Ma sei testarda! Cerca d'intendermi.
Hai conservato quel caratteraccio che finché fosti viva formò la mia infelicità.
Il prezzo del caffè è un fatto che dipende dal valore di pochi...
(A Clelia che s'avvia.) Stammi a sentire! Da te dipende ora la fortuna di tutta la nostra famiglia.
CLELIA Famiglia costituita da un individuo solo!
IL MARITO E non mi consigliasti tu stessa di prendere moglie? (Clelia esce ridendo clamorosamente; il suo riso echeggia lungamente e sparisce per la lontananza.)
SCENA QUARTA
IL MARITO e L'AMANTE
IL MARITO (dopo un'esitazione si rimette e va ad aprire la porta di fondo).
Sei stato a sentire?
L'AMANTE (triste).
No! Me ne sarei andato se, per uscire, non avessi dovuto passare per di qua e disturbarvi.
IL MARITO Io le domandai un piacere semplicissimo.
Me lo rifiutò e se ne andò ridendosi di me.
Queste sono le mogli del giorno d'oggi.
L'AMANTE Le domandasti il prezzo di domani del caffè?
IL MARITO Come lo sai?
L'AMANTE Me lo immagino.
Anch'io la pregai d'un piacere.
IL MARITO D'affari?
L'AMANTE No! D'arte, naturalmente.
IL MARITO Rifiutò? Rifiutò persino consigli che non hanno importanza? Che caratteraccio! Sai che se noi lo vogliamo possiamo costringerla di fare il nostro volere? Mi disse che le premeva enormemente che noi due si andasse d'accordo.
Io sospetto sia accorsa solo per metter pace fra noi.
Pare non si perdoni a chi ha provocati litigi.
Pigliamola per quella parte.
Facciamola soffrire.
Dovrà pur finire col venire e fare il nostro volere.
L'AMANTE (ammirato).
Come siete intraprendenti voialtri commercianti! Che vuoi fare?
IL MARITO Siamo subito decisi.
Picchiamoci!
L'AMANTE Se non vuoi altro.
(Si prendono a pugni.)
IL MARITO Ahi! Tu picchi sodo! (In lontananza si sente echeggiare il riso dello spettro.) Malvagia creatura! Mi deridi dopo quello che ho fatto per te.
Ma io in cimitero non ci vado piú!
CALA LA TELA
Atto unico
PERSONAGGI
AMELIA
CLEMENTE, suo marito
persone di servizio:
STEFANO
GIUSEPPE
ALFONSINA
ANNA
TERESA
Stanza da pranzo signorile.
Un tavolo in mezzo coperto per la colazione.
In un canto una scopa.
SCENA PRIMA
AMELIA e CLEMENTE
Il signor Clemente e la signora Amelia prendono il caffè.
AMELIA No posso darme pati della fortuna che go 'vuda.
In un sol giorno go trovà coga, camerier, cameriera e serva de cusina.
No gaverò piú da maneggiar quell'ordigno là (additando la scopa).
Una fortuna simile non me ga tocà dopo che son nata.
CLEMENTE E se no sbaglio me par che ti me gabia sposà dopo che ti xe nata.
AMELIA Dai! No arabiarte! No ti vorà meterte a confronto con quatro de loro: Coga, camerier, cameriera e serva de cusina.
CLEMENTE Ti gà bon tempo, ti!
AMELIA Eh! zà! scherzo! (Molto seria.)
CLEMENTE No capisso perché che no ti gà sposà un camerier.
Almeno non te gaveria ocorso de zercar quatro de loro ma tre.
AMELIA Anche ti ti ga bon tempo! Come se no se savessi che voialtri omini prima de sposarve prometé mari e monti e po...
El me gavaria promesso de tegnirme la casa in ordine, de lustrar e anche de cusinar e po el saria andà a spasso e a mi me gaveria istesso tocà de tor in casa un altro camerier un vero camerier.
CLEMENTE Ma se tuo marí fosse stado un vero camerier anche lú, no ti gaveria vú i soldi per pagar quell'altro.
AMELIA Ma no ti vedi che scherzo?
CLEMENTE Mi me par che ti sta diventando mata.
AMELIA Sí! Dal piazér un poco me gira la testa.
CLEMENTE E chissà che zente che ti gà tirà in casa.
I xe arivai qua stanchi morti alle quatro de matina.
Pareva che i gavesse caminà tutta la note.
AMELIA Sí! Iera un poco strano ma no se podeva miga butar fora de casa la fortuna.
No i me ga gnanca dito che can elo che li gà mandà.
I se ga messo subito a dormir e a russar tutti d'acordo.
Se doveria per questo creder che i sia in bona armonia fra de loro.
Se xe cussí basta che femo atenzion de no farli rabiar noi e i me resta per tutta la vita.
CLEMENTE Se no i me fa rabiar a mi, mi no li fazzo rabiar a loro.
AMELIA Come se fosse la stessa roba.
Ti, ti te rabi, ti va via e ghe xe meno da far.
Inveze se se rabia loro...
Intanto ti ti resti e ghe xe uno de piú da servir.
CLEMENTE Dopo tanti ani che ti xe parona de casa saria ora che ti savessi tegnir in ordine la tua servitú.
AMELIA Ma no ti xe proprio ti che ti me buta tuto per aria? Ti ti gà manda via Giacomo! E per una roba de niente.
CLEMENTE Per una roba de niente? El me ga dà un piato per la testa, el me ga dà!
AMELIA Per sbaglio! El credeva de meter un piato sul altro! Dopo el xe corso alla guardia medica e el te ga assistí quando che el dotor te ga cusido la testa! Ma no ga servido a niente e ti ti lo ga volesto fora de casa.
CLEMENTE Stimo mi! Lo go sentido mi a dir al dotor che el iera rimasto sorpreso della durezza della mia testa.
AMELIA Iera per tuo ben! El doveva pur dirghe al dotor tutto quel ch'el saveva de quela testa.
E cussí tutto xe andà per aria.
La coga iera la so sposa e la xe andada via anche ela.
La cameriera ga fato lo stesso disendo che la gaveva el stomigo debole e che no la voleva cambiar coga.
La serva po vedendosi sola con mi e con ti la se ga anoià e la xe scampada.
E xe un mese che sgobo sola e che no rieso a meter ordine in sta casa.
Fra ti e i tui fioi ghe voria almeno trenta de servitú.
CLEMENTE Quei poveri fioi che xe serai tuto el giorno in quella camera de drio.
AMELIA E ti voria che li lassassi sporcar anche de qua.
No son miga come la signora Berta quassú che tien la casa come una stala.
Go visto la sua casseta del carbon tutta nera.
CLEMENTE E che color la ga da aver?
AMELIA Stupido! El carbon ga da esser nero ma la casseta deve esser bela, pulita, bianca.
Ti ga finalmente finí de bever el cafè?
CLEMENTE Voria ancora una chichera.
AMELIA Lassa star che te fa mal de nervi.
CLEMENTE Lassa star che de nervi mi no ghe ne go.
(Si versa del caffè.)
AMELIA Ah! ti me ga macià la tovaia apena messa.
CLEMENTE Una macieta, no fa gnente.
AMELIA Come no fa gnente? Xe l'ultima tovaia che go del mio coredo.
Forse lavandola subito no ocore lissia! (Leva via dalla tavola tutto l'apparecchio e anche la tovaglia di cui mette un lembo in un bicchiere.
Clemente con la tazza in mano resta male.) Ti la ga finida con quel cafè? Ti sporcherà anche per tera.
(Gli leva dalle mani la tazza.)
CLEMENTE Uuff! (Dopo una pausa.) El Picolo? A che ora vien adesso el Picolo?
AMELIA Anche el Picolo ghe ocore apena dismissià! No ti pol tortelo quando che ti va in magazin?
CLEMENTE Xe per riguardo alla tua nova servitú che go de rinunziar a questa mia vecia abitudine?
AMELIA Che servitú d'Egitto! Xe el portiner che porta el Picolo! Scominzia a prender in urta la servitú! Mi te conosso, merlo! Un bel giorno ti te impizi e ti me la fa andar via tuta.
Ma no ti gaverà sto bàgolo.
Anzi voio che ti stia a sentir la regola nova che meto in sta casa.
Una regola assoluta e la deve valer per ti, per mi e per loro, per tutti.
CLEMENTE Sentiremo anche sta regola.
AMELIA Ti sentirà come che trato mi la servitú e voio che ti la trati nel stesso modo anche ti.
(Suona il campanello elettrico.) Una...
per el camerier, po due per la cameriera, tre per la coga e quatro per la serva.
SCENA SECONDA
GIUSEPPE, ALFONSINA, TERESA, ANNA e DETTI
AMELIA (maestosamente).
Ti vedi intanto come che i me ubidisse.
CLEMENTE Scova nova...
(Vede il "Piccolo" in mano a Giuseppe.) Tò! El Picolo! La senta! La me faria el piazer de imprestarme quel giornal?
GIUSEPPE No posso! Nol xe mio.
CLEMENTE E de chi el xe se se pol saver?
GIUSEPPE Mi no so! Lo ga portà el portiner.
CLEMENTE (glielo strappa di mano).
E allora el xe mio.
Bel ordine questo! No ti li ga gnanca avisadi che el giornal xe per mi! (Riscaldandosi) Ma come che el xe inteligente el tuo novo camerier.
Per chi el vol che sia el giornal? Per el gato forse?
GIUSEPPE Soio mi! No lo tignivo miga per mi.
Mi nel Picolo no lezo che el romanzo e questo xe presto fato.
AMELIA (minacciosa sotto voce a Clemente).
Ti vol star zito ti adesso?
CLEMENTE Aspeta! (cerimonioso a Giuseppe.) Se la vol lezer el romanzo del Picolo che lo taierò fora.
GIUSEPPE (contento).
Va ben cussí! Allora ghe porterò el giornal apena ch'el ariva.
AMELIA (con calore).
Grazie, Clemente (a bassa voce).
CLEMENTE (a bassa voce).
Se ti badi a mi buta subito fora quel muso de can.
(Si mette a leggere.)
AMELIA (stringendosi nelle spalle).
Ti xe mato ti.
Dunque, senti., Quà volemo andar ben d'acordo perciò che voialtri ve trové ben e anche mi.
Dunque mi ve dirò prima quel che mi domando e diseme pur francamente quel che ghe ne pensé.
Parlando se finisse col intenderse.
Prima de tuto voialtri conossé i regolamenti de polizia?
I QUATTRO (un po' intimiditi).
Polizia?
AMELIA Se no li conossé ve dirò intanto mi una delle legi che xe in sto regolamento.
(Poi scandendo le sillabe.) Per abbandonare un servizio bisogna dare un preavviso - me sté a sentir? - de...
de...
de sie mesi.
GIUSEPPE E mi che credevo che per lassar un servizio bastava meter insieme le proprie robe e andarsene? Sie mesi? Mi go leto el mio libreto e go visto che no ocore che un preavviso de ventiquatro ore.
AMELIA Oh! Bugiardo! In tuti i libreti sta scrito oto giorni.
GIUSEPPE Vada per oto giorni.
Ma dove la ga visto parlar de sie mesi?
AMELIA (imbarazzata).
Eh! in quel stesso libreto dove se parlava delle ventiquatro ore.
Ma se ti conossi el libreto perché ti vol darme da intender che no ti lo conossi? Questo me dispiasi.
Xe una mancanza de franchezza.
Come poderemo intenderse se fingemo de saver e de no saver? El libreto lo savemo tuti.
E po' no se trata de andar via adesso, se trata de restar.
Fin che mi son bona e vú fé el vostro dover de libreto no ghe né bisogno.
ALFONSINA E difatti noi no lo gavemo gnanca.
Lo ga solo lú Giuseppe.
AMELIA Diavolo! Se core rischio de pagar dele multe! Fame veder el tuo libreto.
GIUSEPPE El xe un poco sbagazzà...
ma no fa gnente! (Lo porge.)
AMELIA (guardando il libretto).
Oh! bela! Da quatro ani nol iera piú in servizio.
GIUSEPPE La guardi meio! No pol esser! (Guarda anche lui il libretto.) Quatro ani! Eh! sí! 1909! Quatro ani, quasi zinque anzi! Come che passa el tempo! E mi che sono ancora tuto stanco de lavorar!
AMELIA Ma come ti ga fato a viver tuto questo tempo?
GIUSEPPE Oh! Bela! (Imbarazzato.) Mi...
ALFONSINA (gli parla all'orecchio).
Dighe che ti ga eredità...
AMELIA Cossa xe sto parlarse in orecia?
GIUSEPPE (ad Alfonsina).
Ma sí! Cossa xe sto parlare in orecia? Go giusto mi bisogno dei tui sugerimenti! Siora squinzia!
ALFONSINA A mi squinzia? Toco de mus!
CLEMENTE Ve prego de no far barufa in sta camera!
GIUSEPPE Ah! basta dirmelo! In questa camera no se fa barufa! Ti ga sentí.
Nelle altre sie ghe xe abastanza posto!
CLEMENTE Nol me faza 'rabiar co' sto suo spirito de bacalà! Se el vol far spirito el vada in quela camereta là sul coridoio! In che casa el credi de esser?
GIUSEPPE To'! Mi credevo de esser in una casa pulita dove che quando i fa barufa i sta a sentir e no i ghe dà adosso a uno de loro! No xe casa per mi questa.
AMELIA (a Clemente).
Te prego Clemente de star zitto.
Se el va via lui te fazzo far de camerier a ti.
(Ai quattro a bassa soce.) No steghe badar a lú.
In casa, zà, no 'l ghe ne entra.
GIUSEPPE Nol xe suo marío?
AMELIA Sí! Giusto per questo no 'l ghe ne entra.
(A Giuseppe.) Ma cos' ti fa barufa con Alfonsina? No i me ga dito che ti sta per sposarla?
GIUSEPPE Sí! Ma fora de servizio! Apena che entremo in un servizio se fa barufa! Ela vol che mi neto tute ste camere e la vol far la siora! Apena entrai in sta aria serada se fa barufa.
Fin che se iera all'aria averta...
AMELIA Ma no podé lassar che mi fazzo la distribuzion del servizio? Almeno cussí no ghe saria barufe fra voialtri.
ALFONSINA Eh! sí! Xe meio barufar coi paroni.
AMELIA Con mi no gaveré mai barufe! Steme a sentir! Sé in due per le camere!
ALFONSINA In tre! La serva no ghe ne entra forse?
TERESA Mi gò abastanza da far in cusina.
AMELIA Ma ti pol anca ti darghe una man.
TERESA Ah! no ghe ne voio saver.
Prima se dà una man, po' due, po' tre.
No se sa dove che se va a finir! La serva xe maltratada da tuti.
Dai paroni e dai servi.
Finissi che l'unica che lavora in una casa xe la serva.
Quatro ani fa nel mio ultimo servizio i me gaveva ciolta per la cusina, po' i me ga dà i anditi e go finí in camera da leto.
E loro intanto se la blangiava.
AMELIA Da quatro ani ti xe anca ti fora de servizio?
GIUSEPPE E perché no dirghelo? Quatro ani fa xe morta la nostra ultima parona e la ne ga lassadi eredi universali.
AMELIA Che bona idea! Anca mi se sé boni e fe el vostro servizio ve lasso soldi in testamento.
GIUSEPPE Gavé senti? (Agli altri tre.) Cara parona! El servizio? Altro che! Ghe lustreremo le cosse fin che le va in frantumi.
AMELIA Ma se podaria calarve un poco la paga.
Dopo trovaré el dopio alla mia morte.
I QUATTRO Ah! no! (Disillusi.)
ALFONSINA La xe poco furba, ah?
GIUSEPPE De quel'orecia non ghe sentimo.
AMELIA (pensierosa).
Ma se podaria trovar un modo de andar d'acordo.
Per esempio de qua a qualche ano poderessi trovar un capitaleto.
GIUSEPPE Ma prima volemo la paga intiera.
AMELIA Ah! ben! Xe un poco difficile.
Prima volé tuto e po de novo tuto.
ALFONSINA Semo stati abituai cussí!
AMELIA Ben, ghe penseremo! Intanto andé al vostro lavor.
Mi no voio secarve.
Cerché de andar d'acordo.
Mi capisso che xe meio che no me missio tropo.
Nassaria malani da bel principio.
ALFONSINA (a Teresa).
E cussí ti ti filerà moscardinal
ANNA No badarghe! Ti ti resti in cusina.
ALFONSINA Due ore al giorno e no de piú.
(Tira a sé Teresa.)
ANNA (la strappa a sé).
Che vedo mi!
TERESA (piangendo ad Amelia).
La vedi siora parona cossa che le me fa.
AMELIA Meno mal che una almeno farà el suo servizio! Ben, coga! Cos' ti ne fa da magnar ogi?
ANNA Mi cusino una sola volta al giorno.
Per zena ghe xe el porzetér! O se no no xe possibile de tegnir neta la cusina.
AMELIA Sia! Ma per pranzo cos' ti ne fa?
ANNA Intanto gnochi de patate!
CLEMENTE (alzando gli occhi dal giornale).
No me dispiasi.
Ma almeno ti li sa far i gnochi?
ANNA Oh! bela! No savarò far i gnochi.
Ciogo prima le patate le piú giovani e le mastruzzo.
La capissi? (Gli va quasi addosso.)
TERESA Oh! Che bela coga! La se dimentica de spelàr le patate!
ANNA Ti vol taser bruta petegola? Spelar te toca a ti! Mi quando ciogo le patate per mastruzzarle le devi esser zà spelade.
CLEMENTE La vol cessar de meterme le man adosso?
ANNA La scusi! Mi me iera simpatico un omo che ghe piasi i gnochi.
AMELIA Ben andé, andé al vostro lavoro che xe tardi.
ANNA Ma mi oggi i gnochi no ghe li fazzo a sto omo.
Per ogi i dovaré andar dal porzetér anca a pranzo.
La cusina xe sporca come una stala.
Devo prima netarla.
CLEMENTE Ti vedi cos' che ti fa a forza de bontà? Gavemo la coga e saremo condanai al salame per tuta la vita.
AMELIA Lassa, lassa per ogi.
La gà in fondo ragion.
Ti pol imaginarte che sola come che iero no podevo miga meterme a netar anca la cusina.
CLEMENTE Ben, ma el pranzo...
AMELIA Coss' ti vol forse darme una filada davanti a tuta la servitú? Bel onor che ti me fa.
GIUSEPPE (a bassa voce).
Brava!
CLEMENTE (rimettendosi al suo giornale).
No la pol sfogarse con lori e cussí la se la ciapa con mi.
AMELIA Ben, andé, andé a lavorar.
No steve sfadigar tropo ma fé pur qualche cossa per tignir in ordine la casa.
Anche vú gavaré un poco de ambizion e se la casa spuzza i parlerà mal anca de voialtri.
GIUSEPPE La se fidi de mi siora Amelia.
Mi farà quel che posso.
Lavoro solo dò ore al giorno ma in quele ghe ribalto tuto el quartier.
(Esce.)
ALFONSINA Mi inveze lavoro tuto el giorno ma voio aver la serva a vizin per alzar le scovazze che fazzo.
(Esce trascinando con sé Teresa riluttante.)
ANNA Se i me porta via la serva no so quando che podarò scominziar a cusinar in quela cusina.
(Esce.)
SCENA TERZA
AMELIA e CLEMENTE
AMELIA (prende la scopa).
Capisso che con la servitú che gò no poderò star de bando.
(Pensierosa si mette a scopare.) Ancora coi altri se podaria andar d'acordo ma quela coga me fa paura.
(Scopa ancora.) To! Che idea! Senti, Clemente, e se ti ti ghe fazessi la corte alla coga?
CLEMENTE A quel folpo? Ti xe mata? Ancora ancora se se tratasse de quel boconzin de cameriera...
AMELIA Ciò! Sporcacion ti vol star zitto? Te dago la scova per la testa...
CLEMENTE No ti me ga ti proposto de darme la coga? Se go da ciorghene una me par che poderò sceglier.
AMELIA La coga te la proponevo perché non la me fa paura.
CLEMENTE (con brivido).
Ma la me fa ben paura a mi.
AMELIA (scopando pensierosa).
Ti sa che bel che saria de poderghe dir la prima volta che la ne manda dal porzetér: Te accuso per adulterio; te fazzo meter in cheba.
CLEMENTE Sí ma i me meteria in cheba anche a mi e con ragion.
AMELIA (scopando rabbiosamente).
Zà con la servitú no se la vinze mai.
(Pausa.)
CLEMENTE (eccitatissimo e spaventato a bassa voce).
Oh! Amelia! Cossa che ne nassi.
Ti sa chi che xe sta tua servitú?
AMELIA (scopando).
Eh! A sta ora so che no i val piú dei altri.
CLEMENTE Parla pian, te prego.
Ti sa cossa che i xe? (Porgendole il giornale.) Guarda, guarda.
I xe ladri forse assassini.
AMELIA (prende il giornale e lascia cadere la scopa).
Che vedo! Dove? Dove? (Cercando nel giornale.) "Una villa di via Rossetti svaligiata.
Una banda di ladri scomparsa." I xe loro? - "Una giovine bellina dall'aspetto petulante...
Una brutta dall'aspetto stupido..." Eh! I xe lori! "Un uomo di trent'anni circa dall'aspetto di manutengolo ben nutrito..." Eh! Xe Giuseppe.
"Un uomo grosso che è di solito travestito da donna." La mia Ana xe un A...
La mia coga xe un cogo.
Da tanti ani che volevo un cogo!
CLEMENTE No zigar! Legi pure avanti.
Mi intanto vado qua in via Scussa a avisar el comissario.
(Cerca il cappello.)
AMELIA Ti con pena no ti te moverà fin che no te digo mi.
(Lo obbliga a sedere.) Legemo avanti.
"La villa di via Rossetti fu trovata in pieno ordine, solo vi mancavano gli oggetti preziosi.
Anzi fu notato con sorpresa che la cucina fu pulita e lustrata dai ladri.
La signora Ameri, la proprietaria della villa, dice che mancava di servitú da un mese e che perciò la sua cucina era molto sucida." Oh! cari, cari, i ga netà prima de scampar.
CLEMENTE (con gesto analogo).
Ghe gira, certo ghe gira.
Forsi la paura...
AMELIA E come i sa sti diavoli che aspeto che ga la mia servitú? Oh! guarda! Iera con lori un cúcer e quel i lo ga becà.
Che pecà! A noi che ne ocoreva giusto anche el cúcer.
CLEMENTE Mi vado dal comissario...
AMELIA Ti adesso ti farà quel che voio mi.
Ti anderà in magazin...
CLEMENTE Vado! Vado! Meno mal che no te me oblighi de star in sta casa piena de ladri...
Gnanca a pranzo no vegno.
Zà per andar dal porzetér posso andarghe solo.
AMELIA Ti ti vegnerà a pranzo e ti trovarà un bel pranzo coi fiochi: Gnochi de patate, carne in tecia e strucolo de pomi.
Oh! Ma come che xe stupidi sti omini.
No te capissi, insempià, che finalmente saremo servidi non da servitú ma da briganti? Finalmente no gavarà piú servitú.
Che liberazion! Me parerà d'esser in paradiso! Dunque ti ti andarà in magazin e ti me manderà el tuo grosso Stefano, quel che ghe somiglia a Raicevich.
El magnerà e el dormirà qua.
Ti te ciolerà un altro fachin e Stefano starà sempre in casa a aiutarme a diriger sta zente pericolosa.
Ben, ti te distrighi?
CLEMENTE Ti vol Stefano? Ma ti sa che ogni sera el xe imbriago?
AMELIA Mandimelo istesso! Ghe darò una bela mancia perciò che nol beva.
CLEMENTE Se ti ghe dà la mancia el sarà imbriago anche prima de sera.
AMELIA Ben! Fin a stasera ghe penseremo.
Intanto mandilo subito su.
Va presto!
CLEMENTE (in procinto di uscire ritorna ad Amelia).
E no ti ga paura de restar sola coi briganti? (Entra Giuseppe ed egli s'arresta ed esce mormorando.) Forsi che i me la copa.
SCENA QUARTA
GIUSEPPE e AMELIA
GIUSEPPE Adesso gavaria de meter in ordine questa stala.
Ma da che parte go de scominziàr?
AMELIA (tradisce un po' di paura).
El fazza pur pian, pianin, un poco al giomo!
GIUSEPPE Intanto Alfonsina deve meter in ordine la tavola.
Cossa ghe ne entro mi coi crepi? (Va al campanello elettrico.) Per Alfonsina se ciama due volte? (Suoni.)
SCENA QUINTA
ALFONSINA e DETTI
ALFONSINA Se la me ciama continuamente se sa che no ariverò a far niente.
AMELIA Cara Alfonsina, no te go miga ciamada mi.
GIUSEPPE Siora squinzia! La go ciamada mi.
La spareci la tavola che no xe afar mio.
ALFONSINA La tavola va ben, ma i crepi xe afar de Teresa.
Per Teresa se sona tre volte? (Eseguisce.)
SCENA SESTA
TERESA e DETTI
ALFONSINA Ciò Teresa! Distrighite! Porta via quei crepi.
TERESA Mi no posso perché la coga me ga dà de netar le molete.
(Sta per andarsene.)
GIUSEPPE (la trattiene rudemente per la spalla).
Ti vol far el tuo lavor toco de asina?
TERESA (spaventata).
Sí, subito.
Che maniere.
GIUSEPPE Ma cossa la fa lei siora parona? Se la lassa che ne manchi de rispeto la serva alora dove se va a finir?
AMELIA Eh! se sa! La serva doveria ubidirghe a tuti...
GIUSEPPE Sí! Anche ala parona.
SCENA SETTIMA
ANNA e DETTI
ANNA Cossa ti me lassi impiantade le molete tute sporche de grasso? Te le dago per la testa, ti sa?
GIUSEPPE Le molete ga tempo! Lassa che la finissa prima sta camera.
ANNA (ad Amelia).
Ma che parona del diavolo la xe ela? La lassa che tuti comandi.
La diga ela una bona volta: Con chi ga da star Teresa? Qua altrimenti anderemo a pugni! (Suona il campanello.)
AMELIA Aspeté un momento e mi ve dirò subito con chi che ga da star Teresina.
Vado a averzer mi perciò che voialtri no perde tempo.
(Esce.)
GIUSEPPE Mi me par che per sta volta ghe la gavemo fata ala polizia.
Pecà che quel mato de cúcer se ga lassà ciapar.
ALFONSINA Eh! podemo star tranquili.
Se comportemo come se fossimo stai in servizio tuta la nostra vita.
ANNA Solo ste cotole me seca.
Chissà per quanto tempo che me tocherà portarle.
GIUSEPPE Oh! Per un meseto! Dopo nessun ghe pensa piú e podaremo andar per la nostra strada.
ALFONSINA Ma a mi sta casa me piasi.
La parona xe tanto geiitile e el paron tanto stupido che xe un piazer.
SCENA OTTAVA
AMELIA, STEFANO una frusta in mano e DETTI
GIUSEPPE Chi selo sto quà?
AMELIA El vol star zito fin che no ghe dago mi la permission de parlar.
Dunque zà che volé saverlo ve presento el sior Stefano che sarà un altro vostro paron!
TERESA El suo moroso?
AMELIA (le dà uno schiaffo).
Ciò, bruta servazza, con chi ti credi de aver da far.
TERESA (piangendo).
Anche la parona me ga dà una sberla!
GIUSEPPE Cossa xe ste maniere? La ga bastonà la serva? Ah! No xe casa per noi.
(S'avvia.)
AMELIA Aspeta un momento perché anzi questa xe l'unica casa per voialtri.
El momento che passé per questa porta ve consegno ala polizia.
(Tableau.) Ah! credevi de vegnir in una casa pulita per robar? Intanto qua ve go messo la guardia.
Fin che staré boni e che faré el vostro lavor no gavé de aver paura de nessun...
GIUSEPPE Grazie, grazie parona.
La ne vol salvar...
AMELIA Altro che salvar, salvar per mi.
Ma contéme un poco come che ve sé pensadi de netar e lustrar la casa che gavé svodada.
ALFONSINA Ne fazeva schifo de moverse in quel logo cussí sporco.
AMELIA Bravi! Se mi fossi giudice ve assolveria.
Che sporcona quela siora Armeri.
E adesso poche ciàcole e marsch! Al vostro lavoro.
Ancora un momento! Capiré che mi tegno sto omo per voialtri, per sorvegliarvi.
Dunque la vostra paga resta quela che gavemo dito ma metà ghe la daremo a Stefano.
Sé d'acordo?
GIUSEPPE (ad Alfonsina che lo interroga).
Eh! Cossa volé che femo? Semo d'acordo.
AMELIA E ti Anna ti te caverà ste cotole! Perché mi voio aver un cogo.
ANNA Meno mal! Almeno questo!
AMELIA Ma dopo pranzà perché prima no ti gaverà tempo, cara Ana.
Ti ga da far i gnochi, cara Ana, ti ga da far la carne in tecia e po' un picolo strucolo de pomi.
ANNA Ma come! No andé dal porzetér?
AMELIA Del porzetér no se parla piú.
E ti netarà la cusina, sporcona.
(Dandole un calcio.) Che finora no ti ga netà che le molete.
Per dopopranzo voio vederla lustra come un specio! Va in malora! (La spinge fuori.)
ANNA E Teresa no vien a aiutarme?
AMELIA Teresa per stamatina no ga tempo (A Stefano.) Daghe una frustada che la vada al suo lavor.
E adesso marsch! Giuseppe e Teresa vien con mi a netar zinque camere da drio.
Per stamatina no ve domando altro.
Intanto Alfonsina netarà queste due.
Stefano te sorveglierà.
Mi vado con questi due.
Mi basto per due.
Marsch! (Esce con Giuseppe e Teresa ma subito rientra.) Dame la frusta a mi.
Ti ti ga da far con la sola Alfonsina e con quela te basta i pugni.
(Esce e subito dopo si sente un grido di dolore di Giuseppe e poi un altro di Teresa.)
SCENA NONA
STEFANO e ALFONSINA; voce di GIUSEPPE
STEFANO Ciò, moscardina, lavora! Son qua per starte a veder.
El momento che ti te fermi, me movo mi.
ALFONSINA Eh! La fa un bel mestier! Mi no me degneria.
El aguzin!
STEFANO Ti sa! De solito me sta a veder a mi el magazinier.
Del resto no son miga un cativo mulo e se no ghe fosse quela marantega te lassaria far quel che te par e piasi.
Quanti ani ti ga?
ALFONSINA Ventidue.
STEFANO E ti ga el moroso?
VOCE DI GIUSEPPE.
Aiuto la me copa.
ALFONSINA Sí, quel che ziga.
(Piangendo.) Se la xe un bon mulo la ghe dia un fraco de lignade a quela baba.
STEFANO No me mancheria altro.
Fame piutosto ti el piazer e metite a zigar come se te bastonasse.
ALFONSINA Ahi! Ahi! (Urlando.)
STEFANO Brava! Cussí va ben.
Ma gavé vu una bela fortuna de imbrocar sta casa dove che i zercava giusto tanta zente.
Eh! La polizia come mi la conosso no ve trova mai piú.
E la siora Amelia no ve lasserà meter gnanche el naso fora de la porta.
Sastu dove che i tien el vin in sta casa? El paron me ga dito che i me daria un bicer de vin!
ALFONSINA A pranzo iera stabilí che i ne lo daria anche a noi.
Ma adesso no so gnanche se i ne lasserà bever Nabresina.
STEFANO Eh! Fin a pranzo ti vol che aspeti? (Inquieto.) Noi, in magazin gavemo la petesseria alla porta e femo ogni tanto un scampon.
Mi bevo poco, assai poco, ma sempre.
(Guarda negli armadii e trova una bottiglia; la guarda con sospetto.) Chissà che roba da gnente! Qualche vin franzèse! (Lo prova e poi giocondamente.) Qua fora i scrivi che se trata de vin e drento inveze xe rum! E stagno, ti sa! Ti ghe ne vol una iozza?
ALFONSINA Mi de matina no ciogo che el cafè.
STEFANO E alora beverò anche mi la tua parte.
(Ripete la bevuta e rimette la bottiglia al suo posto.) Adesso per quindise minuti almeno son bon.
Te prego scova un poco perciò che la parona no se rabi con noi.
Voria almeno finir quela botiglia.
Aspeta che te aiuto.
(Lui scopa ed essa si dà da fare alla tavola.)
SCENA DECIMA
AMELIA e DETTI
AMELIA Che beleza! Anche el guardian lavora.
STEFANO No me piasi de star cole man in man e cussí...
(Imbarazzato.)
AMELIA Ma anzi! Lavora pur! Mi me piasi la zente che lavora! Ti vol una iozza de rum?
STEFANO No xe veramente la mia ora ma se la xe cussí bona no voio farghe el smaco de rifiutar.
(Beve il bicchierino offertogli.)
AMELIA De là i lavora che xe un piazer.
In oto giorni gaverà la casa piú lustra de Trieste.
Adesso vado in cusina a conzar la coga.
SCENA UNDICESIMA
CLEMENTE e DETTI
CLEMENTE Oh! Amelia! Xe la polizia! I ga circondà tuta la casa e i xe zà sule scale!
AMELIA Ciò! Se vengo a saver che ti xe sta ti dal comissario ti passi un bruto quarto d'ora.
CLEMENTE Mi? Ti xe mata? Son sta avisà per telefono che la polizia ga ocupà la casa e son corso qua.
AMELIA Ma mi la mia servitú no la dago fora.
La polizia no ghe entra in casa mia.
Mi no ghe averzo la porta.
ALFONSINA Brava, siora Amelia! La ne difendi!
CLEMENTE Sta atenta Amelia che no andemo in dispiazeri.
AMELIA Go un'idea! Noi dò e Stefano se vestimo de servi e loro li vestimo da paroni.
La polizia ga la descrizion dei ladri ma no la zercherà quei conotati nei paroni.
Zà quando che se ghe cambia la scorza no se sa piú se se trata de paroni o de servi.
(Essa suona il campanello e nello stesso tempo grida.) Ana! Giuseppe! Teresa!
SCENA DODICESIMA
ANNA, GIUSEPPE con la testa bendata, TERESA con un occhio tumefatto e DETTI
AMELIA Sentí! Ghe xe la polizia! Ma mi go un piano de salvarve.
Son sicura de riuscir.
GIUSEPPE Ma mi no voio salvarme.
Mi voio andar in preson.
Dove xe la polizia? Che la vegni che xe ora.
AMELIA Te prego Giuseppe.
No esser cativo.
No te darò piú per la testa.
La credevo piú dura.
Guarda a quel che ti fa! Ti no ti sa quel che xe la preson.
GIUSEPPE Come no so quel che sia la preson; ghe iero tante volte!
TERESA E anca mi! In confronto de sta casa la preson xe un paradiso.
Intanto là no i domanda che se lustri e che se freghi! E po' no i dà pugni nei oci.
AMELIA Ben quel xe sta un sbaglio; scusime.
Senti! La polizia xe sule scale.
Se vede che i sta visitando un pian dopo l'altro.
Dunque ghe saria tempo de meter in ordine sta povera casa.
Mi gò butà tuto per aria credendo de aver el tempo de far tuta la casa in grande.
Ve dago una setimana de paga se me lavoré per un'oreta.
ALFONSINA De paga intiera, de mezza o de un quarto de paga?
GIUSEPPE La ne dia qua i soldi e po' faremo quel che podemo.
AMELIA Ma se la polizia no me lassa tuta l'ora de tempo mi no pago niente.
GIUSEPPE Furbona! La lassi che andemo a riposar un poco anca noi.
AMELIA Sentí! Quando che gavaré scontà la pena no volé tornar da mi? Mi go finí col volerve ben e ve aspeteria.
GIUSEPPE La ne aspeti pur! Mi spero de no vederla che in quel logo dove che no ghe xe né case de lustrar né paroni né servi.
Vegní, fioi! Che altrimenti le siore guardie le perdi la pazienza e le va via.
Andémo! (Esce con Teresa, Alfonsina e Anna.
Fuori c'è un momento di confusione e poi silenzio.)
SCENA TREDICESIMA
AMELIA, STEFANO e CLEMENTE
AMELIA Ciò, Stefano! Ti me darà ti una man a meter in ordine sta casa.
STEFANO Volentieri siora parona.
Solo che questa saria la mia ora.
AMELIA De cossa?
STEFANO De un bicerin.
AMELIA (velenosa).
Ah! ti vol bever?
STIEFANO Bever poco, s'intende.
Mi bevo sempre poco! Fazzo in modo de no esser imbriago prima dele sete de sera.
AMELIA Te darò mi el bicerin per la testa.
Va al tuo lavor birbante.
CLEMENTE Cussí ne toca andar a pranzo dal porzetér?
AMELIA (urla).
Oh! che odor de brusà! Me se brusa i gnochi! Birbante de Ana! No la podeva avisarne? (Corre via seguita da Clemente.)
SCENA QUATTORDICESIMA
STEFANO solo
STEFANO Senza bicerin la vol lassarme? (Prende la bottiglia dall'armadio.) Ogi sicuro no arivo ale sete de sera.
(Beve lungamente.)
CALA LA TELA
Un marito
Commedia in tre atti
PERSONAGGI
Avv.
FEDERICO ARCETRI
BICE, sua moglie
Professore ALFREDO REALI, fratello di Bice
PAOLO MANSI
AMELIA, sua moglie
ARIANNA PARETI
AUGUSTO, direttore di studio dell'avv.
Arcetri
UNA VECCHIA CAMERIERA
UNA DONNA
ATTO PRIMO
Studio dell'avvocato Arcetri.
Ambiente di severa eleganza.
Porta di fondo.
Il tavolo da scrivere addossato alla parete a destra dello spettatore.
Nel mezzo un tavolo e d'intorno il mobilio di un salottino.
Sulla parete di fondo un ritratto di donne.
SCENA PRIMA
AUGUSTO occupato a metter ordine sul tavolo dell'avvocato, poi ARIANNA
ARIANNA (una vecchia dama sofferente vestita in lutto profondo).
C'è il signor avvocato Arcetri?
AUGUSTO (aspetto di vecchio impiegato; giubba d'ufficio consunta ma pulita.
Guarda Arianna lungamente prima di riconoscerla).
Lei qui, signora Arianna? (Sorpreso e non piacevolmente.)
ARIANNA (spazientita).
C'è il signor avvocato?
AUGUSTO (umile).
No, signora! Non c'è; mi dispiace.
Se vuole accomodarsi intanto.
È uscito poco fa con suo cognato.
Credo sieno insieme con la signora Bice.
(Poi aggiunge.) Ritorneranno insieme...
credo.
ARIANNA (borbotta).
Allora me ne vado.
(S'avvia.) Quando crede che potrò trovarlo solo?
AUGUSTO Non lo so.
Le assicuro che non lo so.
La signora o il cognato sono qui di spesso.
Il signor Reali si ferma a scrivere su quel tavolo per delle ore intere.
ARIANNA Ciò che mi dite è vero oppure avete