COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 37
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Mai, mai le augurai la morte.
Viva e mi torturi! Vuoi la prova ch'io non le auguro la morte? La trovai febbricitante, in delirio.
Una vecchia donna che l'assisteva mi raccontò che il medico non l'aveva ancora visitata.
Mi misi alla sua ricerca e lo trovai.
Come mi fece bene di cercare quel medico; mi quietai correndo! Quando egli, dopo visitatala, mi disse che nutriva poche speranze sentii un dolore profondo.
Era proprio il sentimento con cui si sente annunziare la morte della propria madre.
Mi analizzai con voluttà! Rinascevo alla vita! Poi non ebbi cuore di lasciarla sola e andai a chiamare Augusto che le posi accanto.
Ora sto arrovellandomi per trovare la persona da metterle accanto.
Te lo confesso! Sarei andato volentieri ad assisterla io stesso.
Ma io non so! Ho già provato! Io non so né sostenere dolcemente né porgere a delle labbra paralizzate a mezzo il refrigerio della medicina.
L'aspetto di un delirio mi terrorizza.
Oh! se questi ammalati sapessero dire: Voglio questo, voglio quello; allora saprei.
Ma cosí...
Voi donne avete invece la facoltà d'indovinare...
(Stiracchia le parole.)
BICE (con ribrezzo).
Oh! Federico!
FEDERICO (la studia, poi, risoluto).
Sia come non detto!
BICE E se questa donna, uscita dal delirio, trovasse accanto al suo letto me ch'essa sopra tutto odia, non potrebbe averne una scossa da farla morire?
FEDERICO (negando sprezzantemente).
Oh! (Poi.) Ma non parliamone piú! Tu provi del ribrezzo per quella povera donna, dunque non sarebbe certo te ch'io metterei a lei da canto.
(Pausa.)
BICE (meditabonda).
Almeno potessi comprendere quello che tu senti.
FEDERICO Eppure ti dissi a chiare note quello ch'io sento.
BICE Sí! Ma quando mi dicesti che avendo quella lettera, prova della mia innocenza, ti saresti quietato, parlavi anche a chiare note.
FEDERICO (gridando).
Ma io ora non domando piú di essere quietato perché io sono quieto e sereno.
Quieto e sereno! (Si costringe alla calma.) Io ho la mia via chiaramente delineata dinanzi e non ho dubbi.
Io sono sereno! Naturalmente posso spazientirmi al vedermi creare intorno delle difficoltà che veramente non avevo previsto.
Dovevi comprendere che la bontà mia ch'io cerco, ch'io voglio doveva cominciare da Arianna.
Non vuoi seguirmi? Farò da solo.
BICE (esitante).
Io vorrei seguirti.
FEDERICO L'idea di condurti al letto di Arianna mi fu suggerita da lei stessa.
Vedeva Clara, te e me e lei stessa su di un'erta che l'affannava e la faceva piangere.
Non pare neppure che una tale immaginazione possa essere stata creata da un delirio.
Corrisponde in modo meraviglioso al mio proposito di pace.
E la mia pace cominciava là, a quel letto.
Col tuo aiuto avrei potuto mitigare gli ultimi anni di vita di quella povera donna.
Nell'opera d'amore ci saremmo ritrovati anche noi due.
Dove vai? (A Bice che s'avvia per uscire.)
BICE A vestirmi per uscire con te.
FEDERICO (con entusiasmo).
Aspetta! Aspetta prima! L'opera di riparazione comincia qui; lascia ch'io ne gusti ogni fase.
(Prendendole la mano che bacia piú volte.) Grazie! Grazie! Grazie!
BICE È inutile, Federico! Io resto l'ultima nel tuo pensiero.
FEDERICO Oh! non rimproveri, ora! Non sei l'ultima, tu, in nessun luogo, se sai essere tanto buona.
SCENA QUARTA
CAMERIERA e DETTI
CAMERIERA C'è la signora Amelia Mansi che desidererebbe di parlarle.
BICE Ditele che ora non posso.
Mi voglia scusare.
CAMERIERA Perdoni, signora, se credo di dover dirle che la signora Amelia mi parve agitatissima.
Mi parve persino avesse gli occhi arrossati dal pianto.
FEDERICO E allora ricevila! Io t'attenderò.
Per un istante di ritardo non monta.
(S'avvia alla propria stanza, ma, udite le prime parole di Amelia s'arresta alla porta.
Bice s'accorge subito ch'egli sta ad ascoltare.)
SCENA QUINTA
AMELIA e DETTI
BICE Oh! Amelia! A quest'ora?
AMELIA (concitata).
Volevo vedere se non ci fosse qui mio marito.
BICE No! Non c'è! Ma che hai?
AMELIA Sono stanca del tuo e del suo agire.
Avreste dovuto almeno imporvi un po' di riserbo.
Avete fatto di me il ludibrio vostro.
Dinanzi ai miei occhi egli osò carezzarti.
È troppo! Ti consiglio di non passare piú la soglia di casa mia.
Te ne farei scacciare come una ladra.
BICE Amelia!
AMELIA Ladra e falsa! Sai! Ad onta dell'evidenza del vostro tradimento, non osai manifestarmi.
E pensai a quell'atto cui voleste ch'io assistessi, quella breve carezza che lo fece scolorire.
Mi parve talmente incredibile che ora appena, appena ora lo compresi.
Il dolore fu immediato, eppure esitai ed arrivai sino a stenderti anche una volta la mano.
Ma se avessi a vederti ancora in casa mia o a lui da canto, io saprei andare ad accusarti a chi saprebbe punirti secondo i tuoi meriti.
FEDERICO (avanzandosi).
Ed io sono qui ad ascoltarla signora Amelia.
AMELIA (estenuata dal terrore dà un grido).
Dio mio! (Pausa, poi tenta la commedia.) Sa! Io sono venuta da Bice per incarico di Paolo, per fare uno scherzo...
dovevo spaventarla.
FEDERICO Non si affatichi di fare la commedia.
Non ve n'è di bisogno.
(Molto serio.)
AMELIA Allora! (Vuole scappare, poi ritorni).
Senta, signor Federico.
Io sono una donna gelosa; tutti lo sanno.
La scena che feci ora a Bice io l'ho fatta due, anzi (contando) tre volte ad altre mie amiche, e, credo, sempre senza motivo.
Ora che sono ritornata in me che cosa posso rimproverare a Bice e a Paolo? In carrozza egli appoggiò la mano su una mano di lei.
Parve una carezza ma poteva anche essere qualche cosa d'altro.
Poteva essere ch'essendosi sbandata la vettura egli sia stato obbligato di fare quella carezza per tenersi in equilibrio.
(Federico, pensieroso, siede sul sofà; Amelia va a lui e lo scruta.) Voi siete tutto sconvolto? Oh! ve ne prego! Ridete, sorridete e andrò via tranquilla.
(Poi, adirata.) E, sappiatelo, in tutto ciò non v'è nessuna ragione di uccidere.
(Piange.)
BICE Ma Amelia! Federico mi sa innocente!
AMELIA Ti sa innocente? (Guardandolo.) Vorrei sentirlo da lui.
FEDERICO (con sforzo).
Sí! La so innocente.
AMELIA (va a Bice e le parla in orecchio).
A me non pare ch'egli abbia l'aspetto molto rassicurante! Io, se fossi in te, non mi ci fiderei.
Oh! vieni via e rifugiati in casa mia.
BICE (sorridendo).
Poco fa non mi ci volevi vedere...
Puoi andare tranquilla.
AMELIA Ho da raccontare a Paolo la scena che ho fatta?
BICE Non occorre! Ridonami la tua stima e il tuo affetto e sei perdonata.
AMELIA (sempre sospettosa verso Federico).
Buona notte, signor Federico.
FEDERICO Buona notte.
AMELIA (da sé).
Ha risposto! (Pensa, non capisce nulla, si rassegna e va a Bice.) Addio, Bice! (Molto commossa.) Perdonami! Se avviene qualche cosa io non ci ho colpa.
(Le bacia la mano e poi, attratta da Bice, la faccia.) Addio! (Molto esitante esce.)
SCENA SESTA
BICE e FEDERICO
BICE Ebbene! Federico! Comincia da me l'esercizio della tua bontà! Perdonami! (S'inginocchia a lui dinanzi ch'è seduto sul sofà.)
FEDERICO (pensieroso).
Perché tu sei dunque colpevole?
BICE Adesso che per la prima volta tu vuoi accettare la mia confessione, il cuore mi batte qui in gola.
Dio mi dia di trovare la parola, quella che ti dica la verità ma che nello stesso tempo ti faccia comprendere tutto.
FEDERICO Non cosí, Bice.
Alzati, te ne prego.
Io credo che giammai mi fu dato di veder tanto chiaro in me e negli altri.
Ecco il destino! Una donna come Amelia viene a levare l'ultimo velo che m'offuscava la vista.
Io so, Bice, che tu volevi tradirmi; so anche che, non per tua virtú, tu non m'hai tradito.
Sei perdonata! Hai altro a dirmi?
BICE Sí.
Se tu credessi di aver a subire qualsiasi umiliazione causa mia, scacciami! Io me ne andrò senza mormorare!
FEDERICO (meditabondo).
Ma io non posso essere umiliato da sommissioni altrui!
BICE Sommissioni? La parola è ben forte! E dici altrui? Io sono tua!
FEDERICO Io penso a Clara! (Poi.) Sí! Questa è la via!
SCENA SETTIMA
REALI e DETTI
REALI (fosco).
Ho veduto entrare qui il padre di Cerigni.
Viene ad assaltarti in casa tua! Sono rientrato per annunziarlo io stesso.
FEDERICO (molto serio).
Non faticarti, Reali.
Io non riceverò Cerigni né accetterò la sua difesa.
REALI Oh! grazie! grazie! Già è affare che puoi respingere perché esce dalla tua cerchia d'attività.
FEDERICO Anzi non ne esce affatto.
Non saprei difenderlo perché oggidí non saprei difendere me stesso.
Auguro al Cerigni una pena piú mite di quella ch'abbia avuta io.
SCENA OTTAVA
AUGUSTO e DETTI
AUGUSTO La signora Arianna è ritornata in sé e domanda di Lei.
FEDERICO Io vengo! Ora potrò assisterla! Non ho nulla da domandarle piú!
BICE Io sono con te, Federico!
FEDERICO Ebbene! Vieni! Da te potrebbe derivarle un ultimo conforto.
Nel delirio potrebbe scambiarti con Clara.
CALA LA TELA
14.
6.
903
L'avventura di Maria
Commedia in tre atti
PERSONAGGI
ALBERTO GALLI, commerciante
GIULIA, sua moglie
MARIA TARELLI, violinista
IL SIGNOR TARELLI, zio di Maria
IL PROF.
GIORGIO, fratello di Giulia
PIERO, figlio di Alberto e di Giulia
IL SIGNOR MAINERI, maestro di piano
IL SIGNOR CUPPI
AMELIA, la cameriera
ATTO PRIMO
Tinello in casa Galli.
SCENA PRIMA
ALBERTO che dorme su di una ottomana, GIULIA e GIORGIO
GIULIA (a Giorgio che entra).
Pst! Piano, che dorme!
GIORGIO Te l'avevo detto io che non c'era da impensierirsi! Eccolo là che dorme e il rimorso di aver tolto a te il sonno di una notte intera non lo inquieta punto.
GIULIA Non ne ha colpa.
Per distrazione ha perduto due treni.
Telegrafò subito, ma per un caso malaugurato il dispaccio mi venne consegnato soltanto pochi minuti fa.
GIORGIO Due treni ha perduto e i suoi dispacci da Firenze ci mettono ventiquattr'ore? Sono cose che non toccano che a lui! Fammi vedere il dispaccio!
GIULIA L'ho gettato via.
GIORGIO Perché non indirizzare un reclamo all'ufficio telegrafico? Io non tollererei per massima un simile disordine!...
GIULIA Che vuoi che ora importi a me che mettano ordine in quell'ufficio? Chissà quanti anni trascorreranno prima ch'io abbia a ricevere un altro dispaccio!...
Come dorme! (Guardando Alberto con affetto).
Mi dispiace che presto dovrò destarlo per l'arrivo di Maria Tarelli e di suo zio...
Senza conoscerli non li ama molto.
Se incominciano poi dall'impedirgli il sonno, li amerà anche meno, e saranno poco gradevoli i giorni che Maria passerà con noi, perché franco e sincero com'è non saprà celare la sua antipatia.
GIORGIO Spero che almeno non dirà loro in faccia che li ritiene per istrioni.
A me indispone sentirlo parlare in tal modo di una grande artista.
GIULIA Che vuoi farci! Alberto è un buon borghese che ci tiene alla sua vita regolare e non ama la gente nomade come Maria e suo zio.
GIORGIO Sí, sí.
(Con un po' di disprezzo.) È tuo degno marito!
GIULIA Che vuoi farci! Siamo felici cosí.
Tu sogni arte e scienza; noi vogliamo calma e felicità.
Ritengo però che Maria finirà col conquistarsi le simpatie di Alberto...
Delle tue può andar sicura...
anche troppo! E bada, ch'io terrò gli occhi molto aperti!
GIORGIO Non temere! Certo che parlare con Maria Tarelli mi divertirà meglio che con la gente solita che mi tocca frequentare qui.
Però non ho tempo da perdere, io, e devo riservarmi ad altre cose.
GIULIA Maria è molto bella; è inoltre distinta e cara.
All'infuori di certi accenti bruschi, maschili, sorprendenti nella sua voce, ch'è adorabile, troverai in lei una dama.
SCENA SECONDA
AMELIA, PIERO e DETTI
AMELIA C'è fuori un signore che vuol parlare col signor Alberto.
GIULIA Pst! Va a vedere tu, Giorgio! (Giorgio via.)
PIERO Mamma, papà non ti ha detto niente del regalo?
GIULIA No.
Gliene parleremo allorché si sarà svegliato.
Zitto, ora!
ALBERTO (svegliandosi si guarda intorno con sorpresa).
Mi pareva di essere ancora in viaggio...
Quanto tempo ho dormito?
GIULIA Circa due ore.
Il sonno, no, non lo hai perduto...
ALBERTO Hai ragione di farmene un rimprovero.
Dopo quindici giorni di assenza doveva bastare la vista della mia cara moglie per tenermi desto.
Ma sono precisamente i quindici giorni di fatiche che mi fanno essere cosí.
Ho faticato molto.
(Stirandosi.)
GIULIA C'è fuori un signore che domanda di te.
Amelia, chiama il signor Giorgio.
ALBERTO (ancora assonnato).
Chi domanda di me?
GIULIA Non lo so; Giorgio ce lo dirà.
(Siede accanto a lui e attira a sé Piero.) Piero chiedeva se gli hai portato qualche dono.
ALBERTO (dapprima sorpreso).
Un dono? Ah, sí...
Me ne sono dimenticato.
GIULIA (sorpresa ed offesa).
Davvero?
ALBERTO Ho pensato di fare tale acquisto qui, ove tutto è piú a buon mercato.
PIERO Allora potrò scegliere io? (Alberto lo bacia ridendo.)
GIULIA Avrei preferito che tu avessi fatto tale acquisto fuori.
Sarebbe stata una prova che anche lontano da noi, ci pensi egualmente.
ALBERTO (scherzosamente).
Io non ci ho mica pensato che il dono a Piero poteva valere per te quale una prova del mio affetto.
Altrimenti gli avrei portato non uno, ma dieci doni.
PIERO Dieci doni! Peccato che tu non ci abbia pensato!
ALBERTO Bravo Piero! Tu trovi sempre la parola giusta.
SCENA TERZA
CUPPI, GIORGIO e DETTI
GIORGIO Si accomodi.
(Presenta.) Il signor Cuppi, mia sorella, mio cognato Alberto Galli...
CUPPI (esageratamente cortese).
Ho tanto, tanto piacere.
(Stringe la mano a Giulia, poi ad Alberto.) Li conosco di vista da parecchio tempo, e sempre mi auguravo di fare una conoscenza piú intima...
(correggendosi)...
sí...
piú vicina, piú vicina, sí.
Ora l'occasione si è presentata, perché io attendo i signori Tarelli.
ALBERTO Ah, cosí? Sono raccomandati a Lei? Non avranno piú bisogno di noi?
CUPPI No, no.
Non sono raccomandati a me.
Ma come? Loro non mi conoscono affatto? Bisognerà che mi presenti da me? Non sanno ch'io sono l'amico degli artisti? Se non faccio altro io a questo mondo! Come si fa ad abitare questa città e non conoscermi! Oso asserire, sí, oso, che in questa città di provincia io sono la cosa...
la persona piú preziosa per gli artisti.
Sono loro servo devoto e li aiuto in tutto quello di cui possono abbisognare.
È una occupazione che rende poco, ma che fa passare magnificamente, sí, gradevolmente la vita.
La Ristori diceva di questa città: Di bello non c'è che la statua a Dante e Cuppi; paragone che non calza perfettamente, perché io servo a qualche cosa...
a molto, anzi.
Peccato che i signori Tarelli trovino qui l'alloggio pronto; ne avevo uno bellissimo da porre a loro disposizione, una vera occasione.
ALBERTO Se preferiscono quello che si servano.
GIULIA Ma Alberto! (Poi a Cuppi.) Ho promesso a Maria di tenerla con me.
Viene qui piú allo scopo di vedermi che di dare quei due concerti.
CUPPI (ammirandola).
Era proprio amica Sua intrinseca?
GIULIA Ma sí.
Amica di collegio.
CUPPI Tanto giovane e in poche settimane è divenuta famosa.
Tutti i giornali parlano di lei.
SCENA QUARTA
AMELIA e DETTI.
Poi MAINERI, TARELLI e MARIA
AMELIA Sono qui, ma in tre.
ALBERTO In tre? Vanno aumentando continuamente.
AMELIA Una signora e due signori.
Sono giú dinanzi alla porta di casa.
CUPPI Vuole che li vada a chiamare io?
MARIA (entra seguita da Maineri e Tarelli).
Ne parleremo piú tardi...
E Giulia? Come stai? (La bacia affettuosamente.) Uh, che pezzo di donna! Hai il volume che in passato avevamo in due.
Sei cambiata, molto cambiata.
Sempre una bella persona, ma non sei piú quella.
Che peccato! Io che sperava di ritrovare in te quella mia antica dolce amica cui mi piaceva tanto di fare del male per vedere fin dove arrivasse la sua indulgenza.
Certo hai perduto quell'indulgenza.
Chissà quanto cattiva sarai divenuta invecchiando!
GIULIA Tu sei sempre la stessa coi tuoi occhi seri e dolci.
(Presentando.) Mio marito...
ALBERTO (con lieve sorpresa).
Signorina!...
MARIA (ridendo dopo un istante di sorpresa).
Ooh...
Una vecchia conoscenza!
ALBERTO Infatti abbiamo fatto una parte di viaggio insieme.
Da Bologna a Firenze.
MARIA Ancona, cioè...
ALBERTO In Ancona non sono stato questa volta.
(Un po' confuso.)
MARIA (sorpresa).
Ah, cosí?
ALBERTO (a Giulia).
L'altr'ieri siamo stati insieme...
Da Bologna a Firenze.
MARIA (molto sorpresa).
L'altr'ieri?
GIULIA E non vi siete conosciuti?
MARIA Non ve n'è stata l'occasione.
ALBERTO (cortesemente a Maria).
Ha fatto buon viaggio?
MARIA (freddamente).
Sí, grazie.
GIORGIO (a mezza voce, fra sé).
Strano! Ella è stata con lui in Ancona; egli, invece, non si rammenta che di essere stato a Firenze.
GIULIA (presentando).
Mio fratello Giorgio, professore di Liceo...
GIORGIO Ho tanto piacere di fare la sua conoscenza! Ne chieda a mia sorella.
Contavo i giorni che mancavano al suo arrivo qui, perché per me è una vera fortuna che la casa di mia sorella divenga un po' artistica.
MARIA Grazie del complimento, ma non posso accettarlo.
Non rendo mica artistici i luoghi che tocco!
GIULIA (a Maria).
Bisogna sapere che mio fratello, oltre che professore, è artista e dotto.
Si occupa di storia patria.
MARIA Anche questo paese ha una storia?
TARELLI (intervenendo).
Ma che dici, Maria? Offendi i signori, e poi ti sbagli.
Questo paese? Non è per di qua che sono passati i Romani?
GIORGIO Questa è una colonia romana.
TARELLI Naturalmente, Maria, ti sei dimenticata di presentarmi
MARIA Mi pareva non occorresse.
Mio zio, Giulio Tarelli.
TARELLI (stringendo la mano a Giulia)...
il quale accetta con gratitudine l'ospitalità che gli è stata tanto gentilmente offerta.
(Poi ridendo ad Alberto).
Veramente, peccato che a Bologna nessuno ci abbia presentati.
Avremmo fatto molto piú gradevolmente il tratto fra Bologna e Firenze, poiché quello è il tratto che abbiamo percorso insieme.
MAINERI Signorina, io debbo andarmene.
Io sono legato alle mie lezioni...
MARIA Incatenato, mi pare, addirittura.
Rimanga soltanto un istante ancora che la presenti ai padroni di casa, poiché lei dovrà venire qui spesso per causa mia.
Il professor Maineri che gentilmente si è offerto di accompagnarmi al piano nei due concerti che ho da dare qui....
Ha avuto la gentilezza di venirmi a ricevere alla stazione.
GIULIA Ci sarei venuta anch'io, se mio marito non fosse stato ancora molto stanco del viaggio.
MARIA (abbracciandola).
Oh, non avevo mica l'intenzione di farti un rimprovero! Perché ridi?
GIULIA Perché hai conservato quel tuo ooh maschile che in collegio ci piaceva tanto.
MARIA Delle cattive qualità non ne ho perduta nessuna.
MAINERI Col suo permesso io ritornerò qui domattina.
MARIA E la ringrazio.
Mi piace tanto di trovare al mio arrivo in una città, alla stazione, dei volti amici.
MAINERI Non ha di che ringraziare.
Due mesi fa ho assistito ad un suo concerto a Milano, e mi è nato in cuore il desiderio di sedere io una volta al pianoforte e accompagnare quel suo violino che da sé solo è una vera orchestra.
Quasi quasi compio un voto.
A domattina!
TARELLI Scusi, signor professore Giorgio, (subito amichevolmente) Ella, quale professore di belle lettere, se bene ho udito, dovrebbe pur conoscere qualche critico musicale in questa città.
GIORGIO No, affatto.
Vivo a scuola e in casa, e con giornalisti non ebbi finora nulla da fare.
È gente che a me non piace.
TARELLI Peccato! Di solito sono i critici che vengono a cercare di noi, ma capisco che qui toccherà a noi di cercare loro.
Le faccio del resto i miei complimenti se non conosce dei giornalisti.
Anch'io, se potessi, farei a meno di loro.
Canaglie! Però dico "peccato" per il caso nostro.
Non conosce neppure nessuno che pratichi dei giornalisti? Eh! Già.
Capisco.
Non volendo aver che fare con giornalisti è bene tenersi lontano da chi li pratica.
CUPPI Son qua io! È proprio il momento di presentarmi.
Critici musicali? Ma io li conosco tutti.
Uno cioè, che però è l'unico.
Valzini.
Vado a chiamarlo.
ALBERTO (ridendo).
Ce n'eravamo dimenticati.
Il signor Cuppi, amico degli artisti...
CUPPI La presentazione è completa.
Non c'è piú nulla da dire sul mio conto.
Amico degli artisti! Dalla Ristori alla grande riformatrice del teatro moderno, la Mara, di tutti...
di tutte sono stato o sono amico.
TARELLI Ha nominato solo gli artisti drammatici.
Si dedicherà poi col medesimo zelo ai musicisti?
CUPPI Solo ai violinisti.
Ho una passione speciale io pel violino, per il re degli istrumenti! Non amo i sonatori di piano e neppure il nostro pubblico li ama, a quanto ho potuto osservare.
Ho già conquistato dei titoli di benemerenza per i violinisti.
Il celebre Janson ch'è stato qui due mesi fa, mangiò, alloggiò e quasi quasi anche suonò col mio aiuto.
TARELLI Janson è stato qui?
CUPPI Ma sí, non lo sapeva?
TARELLI E quale successo si ebbe? (Piccola pausa.)
CUPPI Perché celarlo? Enorme.
Molto grande.
Per otto giorni la città non si occupò che di lui; il teatro era pieno zeppo e vi erano rappresentate tutte le classi sociali...
o quasi.
Janson era un ospite ricercato da tutte le famiglie della città.
I poeti gl'indirizzavano versi, i giornalisti articoli di fondo.
Partendo mi disse che avrebbe voluto essere nostro concittadino, naturalmente...
se non fosse stato svedese.
TARELLI Allora, poveri noi, nevvero?
CUPPI Oh, no.
Al contrario, onorando Janson la città dimostrò quanto apprezzava il vero merito e saprà dimostrarlo anche per la signorina.
TARELLI Valzini è molto reputato in città?
CUPPI Moltissimo.
Si racconta che autori principali, come Verdi e Wagner, (pronunzia Wagner all'italiana) quel tedesco, leggano sempre le sue critiche...
TARELLI (a mezza voce, con gesto espressivo).
Scusi, in confidenza,...
bisogna ungere?...
CUPPI Ah, no.
Da noi non ne troverà di questo stampo.
Valzini è ricco, ossia ha tutto il denaro di cui abbisogna.
È gentile però ed una parola mia servirà a sufficienza.
Ma denaro...
denaro...
ohibò!
TARELLI Ho chiesto per la buona regola.
Naturalmente che s'è ricco e stimato da Wagner (imita Cuppi) non si lascerà pagare.
CUPPI A rivederci.
In mezz'ora o poco piú ritorno con Valzini.
GIORGIO (congedandosi).
Signorina, interverrò anch'io, se permette, alle prove di domani, quantunque io non sia molto musicale.
Anzi, io, e con me parecchi scrittori moderni, siamo contrari alla musica.
Tuttavia me ne interesso.
MARIA Con tali premesse, certo, io non ci tengo molto ad essere onorata della sua presenza.
Ad ogni modo, se verrà, suonerò lo stesso.
(Giorgio via.)
GIULIA Perché lo tratti cosí? Egli ti tratta con una deferenza che non puoi apprezzare, perché non sai com'egli tratti gli altri.
MARIA (abbracciandola con effusione).
Oh, se sapessi, quanto felice mi renda il sapermi trattata bene da te! Se lo vuoi, farò dei complimenti anche a tuo fratello, quantunque le persone antimusicali non mi piacciano.
GIULIA Sai pure che non bisogna tener conto di tutto ciò che dicono i dotti.
TARELLI Lasciamo qui queste valigie?
GIULIA No.
Le farò trasportare nella stanza a Lei destinata.
Amelia!
TARELLI Non si scomodi! Le posso portare io stesso.
Dov'è la stanza?
GIULIA Di qua.
In fondo a questo corridoio.
(Via.)
TARELLI Mi dispiace incomodarla (La segue.)
SCENA QUINTA
ALBERTO e MARIA
Maria vuol seguire Tarelli
ALBERTO Scusi, signorina Maria, una sola parola! Non è Maria ch'ella si chiama? Dolce nome! L'avessi conosciuta ieri!
MARIA (ridendo).
L'altr'ieri, cioè...
ALBERTO L'altr'ieri o ieri fa lo stesso.
Non è una bugia, è una distrazione.
Avevo raccontato a mia moglie di aver lasciata Firenze l'altr'ieri.
Mi dispiace di lasciarmi smentire.
MARIA Rammento che mi aveva detto ch'era stata sua intenzione di lasciare Firenze l'altr'ieri.
A sua moglie raccontò quindi la intenzione.
ALBERTO Sí.
La prima intenzione, perché la seconda, debbo confessarlo, era di rimanere a Firenze finché c'era lei, e poi di seguirla per otto o dieci giorni o magari per un mese.
MARIA E Giulia?
ALBERTO A mia moglie avrei scritto che gli affari mi trattenevano.
MARIA Piuttosto che ritrovarla cosí, volentieri avrei rinunziato a vederla.
ALBERTO Perché? Chi le dice ch'io sia un cattivo marito? Ne chieda a Giulia e le dirà che migliore non potrei essere.
Il modello dei mariti.
MARIA Dunque tanto peggio.
Tradita ed ingannata.
ALBERTO No.
Né tradita né ingannata.
Adesso io la conosco; so chi è: una grande artista e al tempo stesso una fanciulla onorata.
Ma prima...
MARIA (seria).
Prima aveva potuto credere ch'io non fossi una fanciulla onorata?
ALBERTO Mi scusi e non si adiri.
Mi lasci parlare francamente, perché altrimenti non potremo intenderci.
MARIA Non capisco quale bisogno ci sia d'intenderci...
ALBERTO Vedrà.
Grandissimo bisogno.
O meglio sono io quello che sente tale bisogno.
Via! Non sarà tanto buona da rendermi un lieve servigio, qual è quello di starmi ad ascoltare? Glielo chiedo quale marito di Giulia.
MARIA Non è il titolo ch'ella potrebbe invocare, ma parli, mi rassegno.
ALBERTO Non ha bisogno di rassegnarsi a nulla, perché mi farebbe un torto credendo ch'io avessi l'intenzione di offenderla.
Sull'anima mia! Respingerei con indignazione un'idea che potesse essere meno rispettosa per lei.
Non la penserei neppure.
Si sente sicura? Posso parlare senz'altra preoccupazione che di esprimermi sinceramente e chiaramente? (Maria annuisce.) Ecco.
Io non ho altro scopo che di provarle che la sua amica Giulia è piú felice di quanto ella sembra di credere.
Per darle tale prova basterà dirle che anche quando corro dietro ad altre donne, in quel medesimo istante, quando sono intento a raggiungere il mio scopo e mi trovo in quello stato di esaltazione in cui ella, per mia disgrazia, mi vide, anche allora amo mia moglie appassionatamente e le darei in quel medesimo istante il bacio affettuoso di ogni sera.
MARIA Beata Giulia, allora.
ALBERTO Perché, vede, le altre donne, quelle cui corro dietro io, non sono le stesse donne.
Che cosa può importare a Giulia di quei fuochi di paglia accesi da altre, di quei desideri che non somigliano per nulla affatto all'affetto che porto a lei?
MARIA Ma che razza di gente credeva lei dunque di trovare in me e in mio zio?
ALBERTO Non feci alcuna supposizione sul suo stato.
Poteva essere quello di una donna ricca o di una grande artista; poteva essere la moglie di un banchiere o di un nobile; per me era indifferente.
Le donne sono donne e l'esito della mia avventura non dipendeva da queste circostanze.
Quello che a bella prima pensai e che mi diede la massima speranza fu ch'ella fosse la moglie di suo zio.
(Maria ride.) Io vedeva in lei una di quelle brave mogli borghesi dal marito troppo vecchio e le quali per prudenza non lo tradiscono che quando sono in viaggio.
E...
in viaggio eravamo.
MARIA Ma come l'è venuta l'idea ch'io fossi la moglie di mio zio?
ALBERTO Mi auguravo che cosí fosse ed io vedo spesso le cose come desidero che sieno.
Quando appresi d'essermi ingannato mi avvolsi nella mia pelliccia e mi affrettai a rimpatriare.
MARIA Immediatamente.
Aveva il timore di contrarre degli impegni troppo duri?
ALBERTO No, ma temevo di perdere il mio tempo inutilmente, ciò che anche in istato di esaltazione, se posso, evito.
MARIA (non molto lusingata).
Ah, cosí.
Assolutamente, allora, il suo proposito correndomi dietro era di passare meno peggio qualche giorno e niente piú?
ALBERTO No, no.
S'ella mi avesse trattato bene, molto bene, i miei affari si sarebbero tirati molto, ma molto in lungo.
Mi si dice che la sua ambizione sia di venir considerata e trattata come un uomo.
Sono certo che in questo riguardo non avrà da lagnarsi di me.
MARIA E non me ne lagno, nemmeno.
Di qualche altra cosa però vorrei lagnarmi.
Ecco, non mi è dispiaciuto di sentirla parlare; ella parla bene di queste cose, e sono curiosa di sentirla parlare d'altro, di quello di cui parla a Giulia.
Anzi, ne ho ritratto anche un altro piacere, cioè, la certezza di non venir mai piú disturbata da lei e di sentirmi piú sicura in casa sua.
ALBERTO Certo certo.
La mia simpatia è delle piú rispettose.
MARIA Ma quello che assolutamente non so indovinare si è la ragione che la indusse a raccontarmi tutte queste belle cose che non avevo chiesto di conoscere.
ALBERTO Non l'ha ancora capita? Mi meraviglio.
Le ho detto, è vero, che prima di tutto mi premeva di provarle che la sua amica Giulia è una donna felice.
Mi pare che su questo punto siamo d'accordo.
Ora devo prevenirla che questa felicità scomparirebbe, se Giulia sapesse che oltre ad amarla moltissimo...
io l'amo nel modo che le spiegai.
MARIA (ridendo, ma con voce un po' stonata).
Ma basta cosí, allora.
Questo dunque era il nocciolo del frate grigio? Si tratta di non far capire a Giulia che nella noia del viaggio lei si è compiaciuta di guardare la sua umilissima serva; ma crede poi ch'io abbia avuto l'intenzione di vantarmene?
ALBERTO No.
Temevo soltanto che a tutta la faccenda ella avesse potuto dare tanto poca importanza da parlarne in un istante di buon umore come di un fatto che non concernesse né lei né Giulia.
Ora, se, come purtroppo è vero, per lei io, le mie parole, le mie azioni sono cosí indifferenti, per Giulia la cosa è ben diversa.
La mia casa è delle piú borghesi.
Tutto vi è basato sulla cieca fede che portiamo l'una all'altro.
La felicità di Giulia è formata dalla sua fede in me.
Mi porta un affetto quasi esclusivo; cioè, fra me e Piero, diviso.
Vuole un po' di bene anche a Giorgio, il fratello professore che ha conosciuto or ora, quel pedante,...
il resto del mondo per Giulia non esiste.
Ella è perciò tanto irragionevole da sembrarle naturale ch'io l'ami come essa ama me, cioè esclusivamente.
Il primo dubbio potrebbe distruggere questo castello in aria e la mia e la sua felicità.
È perciò che formalmente la prego di essere cauta.
Avrei potuto, come lei stessa ebbe ad osservare, risparmiarmi la fatica di farle questa preghiera e affidarmi alla sua naturale discrezione, ma la cosa era troppo importante per lasciarla in balía del caso.
Glielo assicuro.
Basterebbe una sola parola detta scherzosamente per destare la diffidenza in Giulia, e capirà che se giungesse al punto di diffidare poco le costerebbe di procurarsi la certezza del mio tradimento.
MARIA Diamine! Con le sue massime si esporrà continuamente a dei pericoli.
ALBERTO Mi creda, meno spesso di quanto sembri! (Con qualche calore.) Oh me lo creda! Non basta mica ogni gonnella per farmi pericolare...
MARIA (ridendo).
Adesso ch'è sicuro della mia discrezione, pare che voglia ricominciare.
ALBERTO Oh, no.
Voglio essere un buon ospite e rispettoso; renderà felice Giulia che crederà che le mie gentilezze siano usate a lei per riguardo suo.
MARIA Molto compito!
SCENA SESTA
CUPPI e DETTI
CUPPI (correndo).
Valzini è qui.
Verrà subito.
ALBERTO e MARIA.
Chi è questo Valzini?
CUPPI Il critico, il giornalista ch'ero stato incaricato di far venire qui.
MARIA Prego, signor Alberto, ne faccia avvisare mio zio.
ALBERTO Vado io stesso.
CUPPI (stanco).
Auff! Sono corso per arrivare prima di Valzini! Volevo avvisarla di certe particolarità, di certi fatti ch'è bene ch'ella conosca.
Prima di tutto tenga presente che il nonno di Valzini è stato un grande musicista, sí, abbastanza conosciuto.
Per fargli piacere bisogna dirgli che lei lo conosce di fama, di nome.
Anche suo padre ha scritto un'opera che è stata data a Milano, capisce! Poi bisognerà che io le indichi i nomi delle romanze, tutte per soprano, scritte dal nostro Valzini.
Eccole: "L'usignolo sul mandorlo"...
"Primavera campagnola"...
MARIA (fin qui distratta lo interrompe bruscamente).
È roba che a me non importa...
Con permesso.
(Via.)
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
La stessa stanza.
ALBERTO, poi MARIA con TARELLI e dietro la scena GIULIA ed AMELIA
ALBERTO (ha cappello e bastone; sembra diretto verso la porta di fondo, lentamente, e si ferma; vuole far credere che sta per uscire; ritorna sui suoi passi e rifà la stessa via).
TARELLI Il signor Alberto! Guarda combinazione! È già il terzo giorno che c'incontriamo, sempre alla stessa ora e quando precisamente munito di cappello e di bastone sta per uscire.
ALBERTO (un poco imbarazzato).
Eh, sono molto metodico, io!
TARELLI Ed è ciò che mi meraviglia, perché io non lo sono affatto.
Esco dalla mia camera fra le otto e le dieci.
Del resto non mi lamento, perché è sempre un piacere per me di vederla.
MARIA Buon giorno, zio! Buon giorno! (Ad Alberto.)
ALBERTO (dimenticando Tarelli completamente).
Come sta, signorina? Ieri sera accusava male di testa...
MARIA Sono ristabilita del tutto.
Per quanto io sia corazzata, la freddezza di questo pubblico mi sconcertò alquanto.
ALBERTO Vedrà che al secondo concerto questa freddezza sparirà.
Glielo garantisco io.
Oh, sarebbe un pubblico ben villano, se continuasse a contenersi cosí.
Io di musica non me ne intendo affatto, ma mi pare che lei abbia suonato molto bene.
GIULIA (dietro la scena).
Amelia! Il padrone è già uscito?
AMELIA Da piú di mezz'ora, signora.
ALBERTO Devo andarmene disgraziatamente per un affare.
Con permesso.
(Stringe la mano a Maria.) Fra un'oretta sarò di ritorno.
(Via.)
MARIA Faccia il suo comodo.
SCENA SECONDA
TARELLI e MARIA
TARELLI (guardando dietro ad Alberto).
Povero diavolo! Pare non possa uscire da casa senza vedermi! Perché...
Attende me, nevvero? (Ridendo a Maria.)
MARIA (seccata).
Attenda chi vuole...
TARELLI Ma dunque, se neppure l'amore di questo negoziante lusinga il tuo amor proprio, perché ti contieni in modo da aizzarlo sempre piú?
MARIA (meravigliata).
Io?!
TARELLI Ma sí.
Proprio tu! Lo tratti ruvidamente.
Non gli rispondi che a monosillabi ed anche questi poco gentili.
C'è di che far perdere la testa anche alla persona meno disposta.
Figurati poi costui non domanda di meglio!
MARIA Davvero? Sarò cosí pericolosa? Già tu conosci il cuore umano, e se lo dici, dev'essere.
D'ora innanzi vedrai come sarò gentile! Non ho mica l'intenzione di portar via il marito a Giulia!...
Voglio colmarlo di gentilezze, acciocch'egli cessi di seccarmi.
TARELLI Bada, non occorre mica esagerare adesso! Da qualche giorno però ti vedo molto seria, preoccupata.
È forse l'insuccesso che ti duole o l'articolo sciocco che ti dedicò Valzini?
MARIA Oh, chi ci pensa!
TARELLI E allora sei innamorata.
MARIA (stupefatta).
Quale idea! (Poi.) Francamente non mi sento bene in questa casa.
Ci ero venuta con le migliori intenzioni di questo mondo...
Volevo passare con Giulia otto giorni di fanciullezza.
Invece ella è seria, mummificata nella sua dignità matronale, una donna impossibile che non capisce niente all'infuori del suo bimbo e del suo adorato marito, della sua bella casa.
Il professore mi secca con dotte dichiarazioni d'amore e dalla sua parte mi minaccia una formale richiesta di matrimonio (facendo atto di bastonare) che accoglierò, vedrai, con l'arco del violino.
L'unico allegro sarebbe il piccolo Piero, quando lo lasciano giuocare in pace, ma è proprio lui che di me non ne vuol sapere.
Ieri ero là per mettermi a giuocare con lui.
Immediatamente egli cessò meravigliato e seccato.
TARELLI Eppure con te mi paiono gentili.
MARIA (molto contenta).
Con te no? Ecco una buona ragione per abbandonare questa casa.
TARELLI Oibò! Io non c'entro nelle decisioni che hai da prendere tu.
Eppoi non mi maltrattano mica.
Mi trattano soltanto alquanto superficialmente.
Pare che si sieno rassegnati di fare la relazione dell'artista, ma non ancora quella dell'impresario.
Non hanno torto, in fondo.
Per questi borghesi io non sono altro che uno speculatore che per suo interesse t'induce a fare questa vita nomade.
MARIA Povero zio!
TARELLI Ma che povero! A chi può importare il parere di costoro? Io voglio che tu rimanga in questa casa, perché la buona fama borghese di cui gode è una buona reclame per te.
Se finora in questa città non abbiamo potuto sentirne gli effetti, è colpa di troppi elementi contrari che vi abbiamo.
Intanto, l'indifferenza assoluta per la musica.
Non mi serví né di farti dir nevrotica, né di far raccontar da Valzini che soffrivi di un'affezione polmonare per cui pochissima vita ancora ti era concessa.
È bene corazzata questa gente.
Pochi vennero al concerto.
Non ne compresero nulla e ne dissero male.
Le tue note mi facevano pietà al vederle sprecate a quel modo.
MARIA Dalla critica si capisce però che anche Valzini si è annoiato.
Lui che ama tanto la musica!
TARELLI Ha compreso meno degli altri.
Si trovò obbligato a scriverne bene per rispetto ai critici che lo avevano preceduto e poi anche in riguardo nostro che lo avevamo trattato molto bene.
È abile, però.
Ha saputo far capire a tutti che il suo entusiasmo era preso a prestito.
Non si espone mica al pericolo di perdere, e, cara mia, bisogna rassegnarsi a riconoscerlo.
In questa città verrebbe considerato poco intelligente chiunque avesse il coraggio di dir bene di te.
(Scherzosamente.) Già, per consolarti tu hai quel tuo signor Alberto...
MARIA Bella consolazione! Non hai capito che vorrei abbandonare questa casa?
TARELLI Incomincio a credere che diffidi di te, perché non vorrai darmi ad intendere che tale fuga sia meditata per un riguardo alla tua amica.
Che male sarà, se il signor Galli si riscalderà ancora un poco e se la signora Galli diventerà dal canto suo un po' gelosa? Avremmo apportato nella loro sciocca vita borghese un po' di animazione.
MARIA Dubito però che abbiano a serbarcene gratitudine.
SCENA TERZA
MAINERI e DETTI
MAINERI Ho anticipato di un quarto d'ora pel timore di farla attendere; preferisco attendere io.
Mi permette di baciarle le mani? Ambedue.
Anche quella dell'arco.
MARIA Entusiasta, dunque, l'unico?
MAINERI È il mio vanto.
Avendola compresa mi pare quasi che le sue note siano opera mia.
Citano Janson! È altra cosa.
Egli non possiede né il suo senso artistico né la sua esattezza: è un violinista straordinario e nulla piú.
Ella invece è musicista, anzitutto musicista ed è perciò che il pianoforte s'inchina a lei.
TARELLI Peccato che non ci sia qui uno stenografo per raccogliere queste parole e consegnarle ad un giornale.
MAINERI Non servirebbe a nulla; quando i fatti, quando la musica stessa non serví...
TARELLI Non serví? Ella, dunque, lo confessa? Crede che valga la pena di dare un altro concerto?
MAINERI Anzi anzi, bisogna darlo.
A me non basta il primo.
Sarebbe una vigliaccheria di non darlo dopo di averlo annunciato.
Che importa a lei l'applauso?
MARIA Devo confessare che ci tengo un pochino.
(Ridendo.) Avrei suonato tanto meglio, se ieri sera avessi ottenuto un applauso, almeno uno solo.
(Con dolore.) Fu un fiasco assoluto.
MAINERI Non assoluto.
Posso però parlarle con franchezza, perché l'entusiasmo che le dimostrai mi salva dal pericolo di essere preso per poco rispettoso, e poi perché ella non è uno di quegli artisti cui occorra usare dei riguardi nell'apprezzare i loro successi.
Ecco il fatto.
Il nostro pubblico, un pubblico musicalmente poco colto, è abituato alla maniera di Janson e non vuol sentire altro.
Per esso quello soltanto è il modo di suonare il violino.
Il ricordo di Janson gli è tanto caro che quasi non vorrebbe sentire altri pezzi all'infuori di quelli uditi da lui.
Son quelli i pezzi che si eseguiscono sul violino e non altri.
TARELLI Se questa veramente è la disposizione del pubblico, a Maria non resta altro che abbandonare la lotta.
MAINERI Perché? La lotta è bella, specialmente quando in essa non si arrischia nulla.
Che cosa vi arrischia la signorina? Non certo la sua fama, perché la nostra città né dà né toglie fama.
Specie a lei, signorina, alla dea della musica.
TARELLI Sí, una dea.
La sua bellezza la decantò anche il signor Valzini, il quale pare nato piuttosto a cronista che a critico musicale.
Parlò unicamente della splendida figura e della magnifica toeletta.
MAINERI Sono imbarazzi della vita del critico.
TARELLI (con ira).
Avrebbe potuto non essere imbarazzato, se fosse stato un buon critico!
MARIA Ma, zio! Noi dobbiamo essere grati al signor Valzini che pur non essendo stato troppo soddisfatto del mio modo di suonare, volle dimostrarsi tale per favorirmi.
MAINERI Ben detto, ben detto, signorina.
Ella parla come suona.
Infatti, quale altro merito avrebbe avuto egli, se non avesse avuto altro da fare che di sedersi al tavolo e notare il suo entusiasmo? Se l'articolo non dimostra molto entusiasmo, dimostra molta benevolenza.
Specialmente la prima parte.
La seconda (si leva di tasca un giornale e contemporaneamente anche Tarelli) è meno simpatica.
«La signorina Tarelli regalò le Arie ungheresi, ma quello è un pezzo che bisogna lasciare a Janson.»
TARELLI Ho capito subito che in provincia quella frase bastava per annullare l'effetto di tutto l'articolo.
SCENA QUARTA
CUPPI e DETTI
CUPPI È permesso?
TARELLI Il signor Cuppi.
Avanti, avanti, si accomodi.
Ella capita a proposito.
Sa lei, dove abita il signor Valzini?
CUPPI Sí.
Perché?
TARELLI Devo andare a ringraziarlo per il simpatico articolo che dedicò a mia nipote.
MARIA Ringrazialo anche da parte mia, zio, e digli che non ho potuto accompagnarti, perché proprio ora ho le prove.
TARELLI Mi farebbe un favore, se venisse con me.
CUPPI Ben volentieri.
TARELLI Vado a prendere il soprabito ed il cappello e sono con lei.
CUPPI (a Maria).
Ella ha già deciso e proposto come passare la sera?
MARIA Rimango in casa con la mia amica.
Mi resta ancora poco da passare con lei.
CUPPI Cosí, di me, assolutamente non ha bisogno?
MARIA Se le piace venga qui a tenerci compagnia.
(A Maineri.) Ci mettiamo a queste prove? Vado a prendere la musica.
Dev'essere sul tavolo nella mia stanza.
(Via.)
CUPPI Scusi, maestro, a lei è piaciuta molto la signorina quale violinista?
MAINERI Moltissimo.
Perché me lo chiede?
CUPPI Non chiedo piú nulla, io, ma...
dirò sí...
Ella è il primo che trovo entusiasta.
MAINERI Davvero?
CUPPI Intanto, in quanto a me, parlo di me che non me ne intendo affatto, io mi sono annoiato mortalmente; molto, ma molto.
MAINERI E perché è qui a continuare ad annoiarsi quando nessuno ve la obbliga?
CUPPI Non mi annoio qui, io.
Quantunque si tratti di una pessima violinista, cioè una violinista che suona male il violino, la compagnia della signorina mi è piú cara di quella di tutto il resto della città.
Naturalmente non piú cara di quella di Janson.
(Con passione.) Oh, se Janson ritornasse! A lui potevo offrire oltre alla mia amicizia anche la mia ammirazione...
sí...
la mia approvazione cosicché la relazione con un artista diviene subito piú bella...
piú gradevole.
Mentre qui...
(Risoluto a Maineri.) Scusi, maestro, ma io dubito del suo entusiasmo.
Che diamine! Io sono...
sí...
una bestia...
una persona che di violino non capisce niente...
ma infine è impossibile...
difficile ch'ella capisca qualche cosa di ciò che a me sembra...
niente, cioè una stonatura senza sentimento.
Eh, capisco.
Dubito che un pochino della sua ammirazione per la musica sia dovuta alla bella personcina della signorina Maria.
A forza di accompagnarla al pianoforte...
naturalmente...
TARELLI (rientra).
Andiamo?
CUPPI Eccomi.
E la signorina? (A Maria che rientra con la musica sotto il braccio.) Buon giorno, signorina! (Le stringe la mano.) Approfitterò sicuramente del suo gentile invito per questa sera.
TARELLI (a Maineri a bassa voce).
Sa, io con Valzini sarò perfettamente cortese.
Non creda mica per quello che ha udito ch'io abbia l'intenzione di dimostrarmi offeso.
Non ne vale la pena, e anzi la prego di non riferire a nessuno le mie parole.
Per essere del tutto sincero con lei, le dirò che per avere la magra soddisfazione di mostrare il mio disappunto, non mi privo della speranza che Valzini al secondo concerto non muti opinione.
Come si chiama di nome, Valzini?
MAINERI Venanzio.
TARELLI Ebbene, Venanzio.
Lo interpellerò sempre col nome di battesimo.
"Signor Venanzio..." Peccato che non abbia un nome piú bello! Chissà se gli piacerà di venir chiamato con un tal nome!...
MAINERI Cosí lo chiamano tutti.
TARELLI Ci sarà dunque abituato.
(Gli stringe la mano e via con Cuppi.)
MAINERI (subito al pianoforte con la sua parte in mano).
Il concerto di Beethoven.
Proviamo soltanto quello?
MARIA Sí.
Non occorre altro.
MAINERI Ho da suonare il preludio intiero? Solitamente quando non si dispone di un'orchestra lo si omette o non lo si eseguisce che a metà.
MARIA (leva il violino dalla cassetta).
Io desidero di udirlo intiero, altrimenti il concerto mi appare monco e disordinato.
(Dolcemente.) Il preludio mi dà la disposizione occorrente per suonare.
M'influisce perfino sulle dita, mi sento le falangi piú libere, piú volonterose.
Attendo che tocchi a me con impazienza, quasi con curiosità, curiosità di udire quello che farò, come fosse la prima volta che avessi a suonarlo.
Quel preludio mi pone immediatamente faccia a faccia con Beethoven.
(Con asprezza.) Naturalmente che, se mentre lo suonano, ho dinanzi a me un pubblico distratto ed inquieto, ch'io vedo dall'alto come un raccolto di zucche vuote, allora invece di ascoltare il concerto mi metto a contare le zucche, meravigliato che il Creatore abbia commesso tanti errori.
MAINERI Lei pensa al nostro pubblico?
MARIA Oh, a lei e col violino in mano non voglio mentire.
Il mio insuccesso, come lo chiamano qui, mi addolorò abbastanza.
Non ho mai sofferto tanto ad un concerto, ed ho paura che il secondo sia ancor peggio.
Come dice lo zio, dovrei essere superiore a queste cose.
Ma come si fa a non alterarsi nel vedere la gente che mi circonda essere d'accordo col giudizio del pubblico, non solo, ma anche dubitare che in altri luoghi si sia potuto giudicare altrimenti sul mio conto.
Lasciamo stare.
(Accorda il violino.) Ella ha già eseguito questo concerto in pubblico?
MAINERI Sí, con Janson.
MARIA (ironicamente).
Cosí? Il signor Janson si degnava di uscire una volta dalle sue arie ungheresi, russe, valacche e di eseguire Beethoven?
MAINERI Sí; l'applauso del pubblico però era provocato unicamente alla cadenza del primo tempo, una cadenza brillante, composta, credo, da uno spagnuolo.
Il pubblico non apprezzerà mai il concerto, e francamente, credo che nemmeno ora gli piacerà.
MARIA V'era dunque la sua brava cadenza spagnuola? (Siede.) Suoni, la prego, come se non sapesse che presto deve sopraggiungere il violino a toglierle la prima parte.
SCENA QUINTA
GIULIA e DETTI
GIULIA Buon giorno! Ah, son le prove! (A Maineri che si è alzato.) Non si disturbi.
Se me lo permettete starò un pochino ad ascoltare.
MAINERI Ma senza dubbio.
Ella rappresenta per noi un elemento ch'è bene vi sia anche alle prove: il pubblico.
GIULIA Peccato che non potrò rimanere a lungo, perché di là ho molto da fare.
MARIA Cose di premura?
GIULIA Non di premura, ma di regola.
Bisogna lavorare ogni giorno, altrimenti in fine d'anno si trova d'aver perduto molto tempo.
MARIA Mi pare di sentir parlare la nostra brava monaca.
Te ne rammenti? (Imitando la voce della vecchia monaca.) «Bisogna lavorare tre volte tanto quanto si lavora! Soltanto cosí si può contare sulla pace dell'anima e del corpo.»
GIULIA Via, Maria! Non deridere quella santa donna! Io le devo tanto!
MARIA (meravigliata).
Davvero, cosa le devi?
GIULIA Quale domanda! Si è affaticata per me...
mi ha insegnato, mi ha voluto bene!
MARIA A me, invece, ha dato tanto noia! Devi confessare che il suono della sua voce non era bello.
(Imitando di nuovo la vecchia): «Signorina, lei è una zingara!».
Ecco che hai evocato un ricordo poco gradevole! Incominci, signor Maineri! Giulia ci fa compagnia.
GIULIA Sta bene, se mi permettete di portare qui il mio telaio...
MARIA Perché no? Se vuoi puoi metterti persino a far quadri qui.
Me non disturbi di certo.
Già a te non basta di starmi ad ascoltare.
GIULIA Starò ad ascoltare certamente.
Ho un lavoro che soltanto qua e là esige attenzione...
Di solito quando lavoro ripasso la lezione al mio figliuolo.
MARIA Fai ancora piú di quanto quella santa donna consigliasse.
Ella si sarebbe accontentata di un solo lavoro alla volta...
GIULIA (che non le fa attenzione).
Porterò con me Piero.
Vedrai come starà quieto e attento! (Via.)
MAINERI (con ironia).
Questa sí ch'è una donna di casa perfetta!
MARIA (ridendo).
Si; ma c'è di peggio.
Pare impossibile, ma è pur nata madre di famiglia.
Me la rammento già in collegio cosí.
SCENA SESTA
ALBERTO e DETTI
MAINERI (sempre seduto al pianoforte).
Ecco il signor Alberto.
Qui non ci mancherà il pubblico.
Venga, venga, signor Alberto.
Anche la signora Giulia ritorna subito.
ALBERTO (ridendo).
Anche mia moglie si dedica all'arte? Ma se disturba lo dica con tutta franchezza.
MARIA Ma no.
L'ho pregata io stessa di farci compagnia.
ALBERTO Ho da scrivere delle lettere e vado nella mia stanza, ma se permettono lascierò aperte le porte.
Cosí mi sarà piú facile di prestar attenzione.
(A Maria a bassa voce in tono di complimento.) Sa benissimo che la sua vista mi distrae...
(Si allontana e grida dalla sua stanza): Potete incominciare!
MARIA Tutti vogliono starci a sentire in questa casa, ma nessuno rinunzia al suo lavoro.
MAINERI Lei deve sentirsi molto male in questa casa...
MARIA No.
Per un poco questi borghesi mi servono di distrazione.
SCENA SETTIMA
GIULIA, PIERO, AMELIA che porta il telaio; poi GIORGIO
GIULIA (con l'aiuto di Amelia dispone il telaio, e senza guardarla parla a Maria).
Senti, Maria, perdonami, se mentre suoni, sto ad ascoltare la lezione di Piero.
La leggerà molto a bassa voce.
Deve studiarla e se non gli concedi il piacere di leggerla, non si decide mai piú a guardarla.
MARIA Fa il comodo tuo.
Si va di bene in meglio.
Adesso ti senti già capace di badare a tre cose...
Incominci, maestro!
GIORGIO Si può star ad ascoltare della buona musica?
MAINERI (mormora).
Altro che buona!
GIORGIO Non ne dubito! Non ho chiesto se sarà buona...
soltanto se potrò ascoltarla...
GIULIA Non disturbare, però.
Siedi qui quieto accanto a me.
MARIA Le sieda molto vicino, perché tiene lezione; e ciò, lo confessò lei stessa, le si confà meglio della mia musica.
(Al ragazzo.) Su, Piero, incomincia!
PIERO Sí, se starete un poco zitti!
GIORGIO Come va, Piero? Sei stato contento del regalo del babbo?
PIERO Ha fatto un viaggio tanto lungo che avrebbe potuto portare qualche cosa di meglio.
GIORGIO Il ragionamento è buono.
Va da sé che il dono deve stare in proporzione alla durata del viaggio.
Io mi siederò là dall'altra parte, cosí che, contrariamente a quanto voleva la signorina, starò a sentire unicamente la musica.
(Va a sedere a destra dello spettatore.)
MAINERI (con un po' d'impazienza).
Posso finalmente incominciare questo preludio?
GIORGIO Ah, c'è un preludio! Che cosa suonate?
MAINERI Il concerto di Beethoven.
GIORGIO Lo conosco.
Il preludio è un po' lungo.
(Ritorna accanto a Piero.) Lo starò ad ascoltare da qui.
(Maineri comincia a suonare il preludio.)
PIERO Come posso parlare con questo fracasso?
GIORGIO Pròvati! Saremo indulgenti.
PIERO (legge una pagina a parte.
Giorgio gli corregge spesso l'intonazione.) Ah, va da sé che con lo strepito che fa quel signore non posso declamare bene!...
MARIA (cerca di stare attenta al piano, ma non le riesce.
Si avvicina lentamente al gruppo di sinistra e dice a Giulia che lavora) Quale divertimento c'è nel disporre tanto filo sulla tela?
GIULIA Mentre la mano lavora, il pensiero corre ad altre cose.
MARIA Ed a quali, s'è lecito?
GIULIA Tante e bellissime.
Col suo movimento uniforme la mano accompagna, accarezza, quasi, un pensiero calmo e lieto.
Quando alzo gli occhi, vedo accanto a me questa testa bruna (sorride accennando al figliuolo) e l'unico sforzo che devo fare si è di non alzarli troppo di spesso.
MARIA E desideri, e aspetti cosí, senz'ansia, con la solita calma?
GIULIA Non desidero, né aspetto.
O meglio desidero che tutto ciò continui cosí e che ogni giorno mi sia dato di fare quello che faccio oggi e quello che feci ieri.
MARIA Cioè disporre dell'altro filo sulla tela.
GIULIA (già offesa).
Non è il mio solo lavoro.
MARIA E quali sono gli altri?
GIULIA A te non lo dico.
Non mi comprenderesti.
MARIA Io credo di poter comprendere tutto.
GIULIA No.
Certe cose non si capiscono, se non si vivono.
Non si tratta mica di ragionare, di calcolare; si tratta di sentire.
MARIA Insomma, spiegati, e procurerò di capire.
Sii buona, Giulia! Ti accerto che non ho la minima intenzione di deriderti.
GIULIA Ma non è per questo timore che non voglio parlare.
È che non saprei spiegarmi.
Non sono mica da tanto da farti vivere la mia vita!
MAINERI (dopo aver atteso per un istante).
Tocca a lei, signorina.
MARIA Ah, sí; Beethoven.
No, maestro, non posso, adesso.
Sia tanto buono, mi faccia il favore di ritornare alle quattro (Con calore.)
MAINERI (mormora).
Ha ragione.
GIULIA Ma se disturbiamo possiamo andarcene.
MARIA No, adesso non posso suonare piú.
Ho perduto il momento.
Sarebbe per me un supplizio di suonare tutta quella roba.
MAINERI (rassegnato).
Come desidera.
Sa bene che per me sarebbe stata una vera festa "quella roba" come dice lei, sul suo violino.
Vuol dire che sarà per dopopranzo.
Arrivederci.
(Via.)
MARIA (ripone il violino e gli parla).
E dormi bene, povero violino! (A Giulia.) Dunque, ritornando a noi...
La tua felicità è tale che non la puoi neppur descrivere?
GIULIA Questa è di nuovo ironia e su questo tono non possiamo intenderci.
Perché, ti dispiace ch'io abbia detto di essere felice?
MARIA Che mi sia dispiaciuto di sentirti dire felice? Oh, no.
Ma non comprendo e mi sorprende.
Ti dirò anche il perché, visto che a me è sempre facile di spiegare quello che penso e quello che sento.
In questo luogo voialtri non potete crederlo, perché qui ho avuto un insuccesso, ma già alla mia età ho conosciuto delle gioje, dei piaceri, lo confesso, che neppure tu sai ch'esistano.
Ho visto una capitale per giorni e giorni non occuparsi che di me, offrirmi tutte le soddisfazioni piccole e grandi che la vanità e l'ambizione umana possano chiedere.
L'interesse era tale che, figurati! mi dissero persino bellissima, e piú ancora amabile e cortese, ciò che non sono.
Dei principi pregarmi di onorare i loro salotti, persone fra le piú rispettabili ed eminenti d'Italia ambire la mia amicizia, la mia stima, cosa che mi faceva ridere, quando si calmava l'ambizione che in me ha tutto l'aspetto della febbre.
Sorpresi degli sguardi d'invidia nelle persone piú fortunate, quando facevo vibrare con me, col mio violino migliaia di cuori.
E tuttavia mai...
mai, capisci? ho potuto dire quella tua frase: «Sono felice e voglio restare sempre cosí!».
Ho detto e pensato: «Passi presto questa giornata e ne venga un'altra piú lieta e meno noiosa!».
GIORGIO Strano!
MARIA Strano, dice? Ma no.
Questa è la vita, o almeno questa è la vita come la sentono le persone intelligenti.
Ho goduto, sí, quando la musica passava nel mio cervello e dal cervello alle dita, senza resistenza.
Allora l'orgoglio soddisfatto mi fa godere.
Disprezzo gli altri miei simili che non sentono con me e godo.
Però è una gioia che dura poco.
Non so figurarmi uno stato di felicità per me.
E per gli altri? Oh, francamente! Credo che mentano tutti coloro che dicono di essere felici.
GIORGIO (parla da professore e Maria lo sta ad ascoltare con disprezzo).
Oh, senta! Ho conosciuto un tale il quale diceva che gli alberi dovevano essere fatti di legno soltanto e senza foglie.
D'estate andò in un bosco, ove, disse, non v'era alcun albero.
Aveva ragione.
Chissà cosa intende lei con la parola felicità.
Se la vita che ci descrisse, non è felicità, allora la felicità non esiste.
GIULIA No, non è questo.
Sai, Maria cosa manca a te per essere felice? La famiglia.
Noi donne siamo delle creature che non bastano a sé stesse, che non possono vivere a parte, solitarie e nomadi.
A noi occorrono le nostre quattro mura e qualcuno cui sacrificarci.
Il nostro mondo dev'essere piccolo, ma tale che sia tutto nostro.
Piccolo, sí, in realtà, ma pur anche grande, poiché in esso dobbiamo trovare tutto quello che tu cercasti invano in quella vasta capitale che per alcuni giorni ti sembrò tutta tua.
Il tuo violino? È un istrumento bellissimo, e farà passare qualche ora piacevole alla persona cui vorrai bene.
MARIA Lo spezzerei in tal caso.
GIULIA Non volli mica disprezzare la tua arte destinandola all'ufficio di rendere piú gradevole il soggiorno nella casa! Oh, perché non appresi anch'io un'arte acciocché mio marito, i miei figliuoli vi si possano beare!
MARIA Un'arte non vive che a scopi maggiori.
GIULIA È lo scopo massimo.
Sai perché ti parlo con tanto coraggio? Ti vedo spesso da che sei qui, pensierosa, distratta; or ora confessasti di non essere felice.
Qualche cosa a te manca, dunque, ed anelo ad aiutarti.
Di poco, ma credo di essere piú giovane di te, eppure mi pare di sentirmi molto, ma molto piú vecchia.
Io infatti so o credo di sapere.
Non sento piú il bisogno di affannarmi a cercare.
Ho la tranquillità della persona che sa tutto quello che ha da succedere, proprio da persona vecchia che nulla piú chiede.
Tu sei una giovinetta, invece.
Cerchi ancora, perché hai battuto una via che non fa per te.
GIORGIO Ma, via, Giulia, vorresti ch'ella abbandonasse il suo violino, la sua arte per diventare una buona massaia! La signorina Maria parla cosí in un momento di malumore.
Forse anche si sente meno felice del solito, perché in questa città le sono mancate le solite soddisfazioni.
MARIA (con ironia evidente).
Bravo, professore! Io e lei c'intendiamo perfettamente!
SCENA OTTAVA
ALBERTO e DETTI
ALBERTO E questo concerto? Io ho finito e voi non avete neppur incominciato! Quando suonerete?
MARIA Non piú per questa mattina.
ALBERTO (confuso).
Sarebbe il colmo della distrazione, se voi aveste suonato ed io non vi avessi udito!
MARIA Non si confonda.
Non abbiamo suonato affatto.
Suoneremo dopopranzo.
ALBERTO Peccato ch'io non potrò udirvi, perché al dopopranzo gli affari mi rubano tutto il mio tempo.
Arrivederci da qui ad un'oretta, a pranzo.
Oggi pranzo di gala a quanto sento.
Ho inteso un certo odorino passando davanti alla cucina...
GIULIA Alla una in punto.
Non tardare, te ne prego!
ALBERTO (bacia Piero.
A Giulia).
Non dubitare! Ha studiato?
GIULIA No, ma studierà adesso.
ALBERTO Dovreste attenervi a maggior regolarità.
Ve l'ho raccomandato tante volte! Cosí avete perduto l'intera mattina.
PIERO Avevo da leggere a mamma la poesia che m'avevano dato da studiare.
Cera però un fracasso qui...
MARIA Sí, sí.
La colpevole sono io.
Con le mie prove ho impedito a Giulia di far studiare il signorino, il quale del resto ne dimostrava pochissima voglia.
Nella vita di un bambino la giornata ha poca importanza.
Se non ha studiato oggi studierà domani, la prossima settimana o il prossimo mese...
ALBERTO Si capisce che di pedagogia lei non si è mai occupata.
Io desidero che col mio figliuolo venga già adesso adottato un energico sistema.
MARIA Mi scusi, dunque, perché di cosí grave mancanza son io la causa.
ALBERTO Mi scusi lei, anzi.
Non avevo mica l'intenzione di farle un rimprovero.
Si figuri!
MARIA (ironicamente).
Non si scusi, perché son troppo lieta di aver potuto accertare quanto lei sia un buon marito e la mia amica una donna felice.
ALBERTO (ridendo e mettendo una mano sotto al mento di Giulia).
Ne dubitava, eh? (S'avvia.) Con permesso.
Bada, Piero, di non riposare dopopranzo delle fatiche che hai avuto questa mattina! (Via.)
MARIA Strano! Strano! Cosí non me lo sarei figurato.
GIULIA Ma perché, Maria?
MARIA Un padre di famiglia cosí buono, attento, amoroso...
GIULIA Cosí si è incaricato egli stesso di spiegarti la mia felicità.
MARIA Diamine! Capisco che ora le tue parole dovrebbero essermi chiare, ma...
vorrei dire una bella bestemmia toscana...
La rimando in gola, perché ti scandalizzerebbe.
(Ride.) Eppure mi darebbe uno sfogo e non avrei bisogno di dire altro.
GIULIA Non capisco.
MARIA (scoppiando).
Ecco.
Se a me toccasse di essere, ammettiamo, la manutengola di un ladro e di vedere che questo ladro la sapesse dare ad intendere in modo che tutti lo avessero a ritenere l'uomo piú onesto della terra, non saprei trattenermi dal gridare: «Ladro! ladro!» anche a costo ch'egli mi risponda: «E tu manutengola!».
Non essendo poi sua manutengola, come potrei tacere?
GIULIA (con violenza).
Non lo sei? non lo sei?
MARIA No.
Figurati! Io con un borghese commerciante.
GIULIA Basta.
(Molto commossa.) Mi lascio traviare anch'io! Sembra che tu Maria, abbia perduto il senno...
Non capisco e non voglio capire...
MARIA Lascia (ridendo, contenta) che ti racconti tutto.
È cosa innocentissima...
e forse, sembrerà tale anche a te.
GIULIA No, basta! Dinanzi al mio figliuolo, almeno, trattieni...
la tua fantasia di artista! Quello che vuoi dirmi son cose che, se anche vere, non vanno dette a me, non in questa casa.
MARIA L'abbandonerò, perché io ho l'abitudine della franchezza.
GIULIA (dopo un brevissimo istante di esitazione).
Oh, via, farai quello che a te piacerà.
Vieni, Piero.
PIERO Che cosa ti ha fatto?
GIULIA Vieni, vieni.
(Via col figliuolo.)
Pausa.
GIORGIO (accorato).
Come, lei conosceva già mio cognato? Oh, ciò mi dispiace, signorina Maria.
Ed io che l'ho sempre considerata come l'immagine stessa della sincerità! Lei avere dei segreti con mio cognato! (Rimproverando.)
MARIA Professore, ha ragione.
Il mio torto è stato di non averne parlato subito...
l'unico mio torto.
GIORGIO Oh, mi dispiace tanto, signorina! Capisco.
L'unico colpevole è mio cognato...
MARIA La ringrazio ch'è tanto buono di crederlo.
Io neppur conoscevo suo cognato...
Sapevo unicamente di piacergli.
Mi perseguitò per tre giorni prima a Bologna, poi a Firenze ed in fine a Venezia.
Ecco tutto.
GIORGIO (con qualche ansietà.) E adesso, adesso?
MARIA Oh, bah! Qualche occhiatina, qualche parolina piú che cortese e nient'altro.
Può, tranquillizzare sua sorella.
Io abbandonerò questa casa subito, oggi stesso.
Ma intanto dica a sua sorella che vorrei fare la pace per evitare scandali.
Già, infine, che cosa le ho fatto?
GIORGIO Certamente farò del mio meglio per farle fare la pace con mia sorella.
Non creda assolutamente che vi sia bisogno di abbandonare questa casa.
Ed io lo saprò impedire.
È su mio cognato che deve riversarsi tutta la nostra collera.
MARIA Davvero? Crede che Giulia gli terrà il broncio?
GIORGIO Il broncio soltanto? E non le pare che abbia ragione.
Ma di ciò piú tardi.
Desidero anzitutto che si riconcili con mia sorella.
Non indovina, perché vi do tanto peso? No...
no?
MARIA No, davvero.
GIORGIO Allora non glielo dico, non glielo dico ancora...
Insomma, entro oggi o domani...
sentirà...
Vado da Giulia...
(Via.)
MARIA (pensa un poco, poi capisce ed alza le spalle).
SCENA NONA
TARELLI e MARIA
TARELLI Che hai?
MARIA Oh, zio, peccato che non sei venuto qualche istante prima! Mi avresti impedito di fare una sciocchezza.
TARELLI Quale? Hai gettato fuori di casa Maineri, perché ha sbagliato qualche nota?
MARIA Peggio, molto peggio.
Mi son fatta licenziare da questa casa.
TARELLI Come sei giunta a tanto?
MARIA Ho raccontato a Giulia che suo marito era innamorato di me.
TARELLI (stupefatto).
Davvero?!
MARIA Ma sí davvero.
TARELLI Ah, è uno scherzo, non ci credo.
MARIA Cosí inaudita è la mia azione da sorprendere persino te?
TARELLI (serio).
Inaudita! La parola è precisa.
Ma perché? Scherzando, forse, per leggerezza?
MARIA No, con la massima serietà di questo mondo.
Ella voleva farsi invidiare da me.
Diceva che io non poteva essere interamente felice, perché non possedevo la stessa felicità di cui essa gode...
Allora non ho saputo piú trattenermi.
Egli venne, parlò seriamente...
TARELLI Chi egli?
MARIA Il signor Alberto.
TARELLI Ah, cosí.
"Egli" è il signor Alberto...
MARIA (di nuovo esitante).
Sí.
(Poi.) Si comportò come fosse il miglior marito di questo mondo e Giulia mi guardava ironicamente.
Mi dispiace, sai, oh, mi dispiace tanto! Anche verso il signor Alberto ho mancato, perché avevo promesso, espressamente, di non far parola del suo affetto...
del suo capriccio per me.
Non ti pare che potrei andare da Giulia a dirle che ho mentito, che in quanto le ho detto non c'è una parola di vero? No; questo no.
Oh, zio, andiamo via subito da questa casa, da questa città! Lasciamo ch'essi sbrighino le loro faccende come possono...
Cosí non si riparerebbe a tutto? (Piangendo gli getta le braccia al collo.) Oh, zio mio, sono tanto disgraziata!
TARELLI (accarezzandola commosso).
Cosí fai sempre quando vuoi farti perdonare qualche scappata...
Povera zingara!
MARIA Oh, zio, questa volta non mi capisci neppure tu! E come potrebbe essere altrimenti? Non mi capisco neppure io stessa...
TARELLI Attenta, Maria! Ecco la signora Giulia.
Almeno adesso procura di contenerti bene!
SCENA DECIMA
GIULIA e DETTI
GIULIA (molto seria).
Senti, Maria.
Giorgio mi ha detto che tu hai l'intenzione di abbandonare la mia casa prima dell'epoca stabilita.
Perché?
TARELLI Mia nipote l'ha detto soltanto, perché oggi abbiamo ricevuto un dispaccio che c'invitava di recarci a Genova.
Ella non sapeva ancora che avevo già rifiutato.
GIULIA Ah, cosí! (A Maria.) Sai che finché resti in questa città, hai il dovere di approfittare di questa casa.
Non siamo forse vecchie amiche? Una parola detta in fretta si dimentica facilmente.
Io l'ho già dimenticata...
(Freddamente.) E tu?
MARIA (freddamente).
Anch'io.
(S'avvicina a Giulia.) Rimango, dunque.
(Le porge la mano, poi si pente non vedendo subito pronta quella di Giulia, la quale ritira pure la sua.)
GIULIA Grazie.
Vado ancora a dare alcune disposizioni per il pranzo.
(Via.)
TARELLI Qui sarebbe stato a posto un piccolo segno affettuoso che avrebbe fatto piú bene di tutte le spiegazioni.
Perché non le hai stretto la mano?
MARIA Aveva già ritirato la sua.
Oh, se crede ch'io abbia un tale bisogno di venir perdonata, s'inganna! Del resto si vede che non saprebbe perdonarmi.
(Contenta.) L'ho toccata in un punto debole.
Giulia si contiene cosí, per quel grande rispetto che tutte le donne borghesi portano alle convenienze.
L'avrei amata di piú, se mi avesse graffiata.
TARELLI Vedi, Maria, comincio anch'io a desiderare che si parta al piú presto.
Non sono piú tranquillo.
MARIA Non capisco io, adesso.
TARELLI Oh, vorrei che non mi comprendessi! Se avessi la certezza che non puoi comprendermi, sarei subito tranquillo di nuovo.
Come vuoi che non dubiti di te, vedendo che hai provato il bisogno di vantarti della corte che ti ha fatto quel signor Alberto e che ancora adesso ti compiaci di aver offesa, ferita la tua amica d'infanzia? Non dirmi nulla; non negare, non scusarti.
Non sono mica un ragazzo da non capire che la piú sciocca azione che si possa fare in tali frangenti si è di seccare, di far parlare continuamente il malato della propria malattia.
Non una parola sull'argomento.
Andrò ora dalla signora Giulia per cercare di disporla un po' meglio in tuo favore, e nei pochi giorni che rimarremo ancora qui, non si parli piú di questa avventura.
(Si avvia.
Poi.) Sono stato da Valzini.
Daremo anche il secondo concerto.
Ma ho perduto del tutto la speranza che il pubblico ti diventi favorevole.
Basta comprendere ciò che ne pensa Valzini; non che abbia chiesto dei consigli a quell'imbecille, ma la sua opinione mi dà una chiara idea dell'opinione prevalente in paese.
Figurati che sono andato da lui per fargli i miei ringraziamenti con tutta serietà, quasi gli fossi realmente debitore di riconoscenza, e mi attendevo di sorprenderlo, di confonderlo; invece, invece i miei ringraziamenti furono accolti con la medesima serietà con cui furon fatti, con la differenza che la serietà di Valzini non era simulata.
Ritiene assolutamente di meritare gratitudine, e di aver scritto di te molto, ma molto meglio di quanto meriti.
MARIA (che non è stata ad ascoltare).
E...
se vedo il signor Alberto, devo informarlo della indiscrezione commessa con Giulia?
TARELLI (in tono di rimprovero).
Ah, sei ancora là col pensiero?
MARIA (confusa).
Che mi dicevi?
TARELLI Niente, niente...
Se vedi il signor Alberto, comportati come se nulla di nuovo fosse avvenuto.
Come hai detto tu stessa, lasciamoli sbrigare i loro affari da soli.
Per liberarti da quella inquietudine che ti vedo ancora in volto, vado dalla signora Giulia, e cercherò di farvi fare la pace oggi stesso.
Attendimi qui.
(Via.)
SCENA UNDICESIMA
ALBERTO e MARIA
ALBERTO Signorina Maria!
MARIA (che non lo ha visto, improvvisamente imbarazzata).
Oh, lei!
ALBERTO (lietamente).
Oh, finalmente! Una volta ch'io la veda sola! Tra la mia e la sua famiglia, tra gli artisti ed i critici non c'è mai caso di scambiare con lei una parola! (Ridendo.) C'è poi quel mio signor cognato che sembra cucito alle sue gonne.
Che voglia finire in un matrimonio?
MARIA (seriamente).
Oh, come può crederlo?
ALBERTO Non occorre dirmelo tanto seriamente! Io non l'ho mai creduto.
Volevo dire soltanto che si stava meglio quando si stava peggio.
Cioè si stava meglio a Firenze, a Bologna, a Venezia se pur non ci conoscevamo.
Mi perdoni lo scherzo.
(Subito piú serio.) Se ne accorge anche lei che non sono né tranquillo né lieto.
So di non esser capace di fare delle dichiarazioni troppo gentili.
Le donne che, all'infuori di mia moglie, ho conosciute, non mi hanno dato quest'abitudine.
Sono pochi giorni da che lei è qui, e mi pare un anno, perché, con tutta franchezza, non vedo l'ora che se ne vada.
MARIA (che fin qui sarà stata ad ascoltare con evidente compiacimento).
Oh, sarà presto soddisfatto.
ALBERTO Oh, mi permetta che glielo spieghi.
Si ricorda di ciò che le dissi al suo arrivo? Sembrava, e lo credeva io stesso, che lei non era com'io la riteneva, io dovessi ritornare prontamente ai miei doveri di marito e dimenticare tutto il resto.
Non le avevo detto ch'io sarei capace di soffocare in me ogni altro sentimento pur di non turbare la mia felicità domestica? Ebbene, ora diffido di me stesso.
Alle volte quando mi metto a riflettere, ma che riflettere! quando mi abbandono senza ritegno alla mia passione ed esco cosí dalla monotonia macchinale della mia vita, dal freno che impongo al mio contegno verso di lei, verso mia moglie, dall'abitudine per cui faccio quel dato gesto, dico quella certa parola...
che non penso piú e che non approvo...
allora...
(Timidamente.)
MARIA (incoraggiante).
Allora...
ALBERTO (sorpreso, poi).
Penso allora che se fossi un altr'uomo, meno metodico, meno preoccupato dall'idea del futuro, quel futuro che finisce sempre coll'ammazzare il presente, dovrei dare un'alzata di spalle tale da liberarmi da tutto quanto mi inceppa, m'impedisce la felicità e...
e correre precisamente dietro a questa felicità.
MARIA Ma posso credere che parlando di questa felicità cosí grande che la indurrebbe ad abbandonare ogni altra, lei...
pensi a me, una donna che nemmeno è capace di render gelosa sua moglie?
ALBERTO Oh, non mi rammenti quelle frasi disgraziate di cui ora non approvo una sola parola.
Basterebbe un suo cenno per farmi cadere ai suoi piedi anche in presenza di mia moglie.
MARIA (sottovoce indagando in se stessa).
Mi par di sentirmi piú sollevata.
ALBERTO Che dice? (Le prende una mano.)
MARIA (svincolandosi con energia).
Mi lasci! (Freddamente.) Sono al caso di porla immediatamente alla prova.
Senta, poco fa ho messo a parte sua moglie delle assiduità di cui mi onora.
ALBERTO Ah, no, lei scherza...
MARIA (seria).
Sull'anima mia! Ho raccontato a sua moglie che lei è innamorato di me, ad ogni modo ho voluto farglielo credere, che sia vero o no.
ALBERTO (mortificato).
Davvero?
MARIA (avviandosi tristemente verso l'uscita).
La prova è fatta.
ALBERTO (dopo una breve esitazione).
No, Maria, rimanga, non mi lasci cosí dopo avermi fatto tanto male!
MARIA Le ho fatto del male? Lo riconosce?
ALBERTO Lei forse ancora non sa quanto.
Mi ascolti! Io non amavo mia moglie, è vero, ma il rispetto che le portavo, e piú ancora il sapermi tanto amato da lei, rispettato, venerato addirittura come un essere perfetto, m'induceva a fare tutti gli sforzi possibili per continuare ad apparirle meritevole del suo affetto.
Ora, invece! Oh, certo.
Quanto piú comprenderà d'essere stata cieca finora, tanto piú grande sarà la sua disillusione.
Mi disprezzerà.
MARIA (di nuovo per uscire).
Sta bene.
La prova è fatta.
(Sulla soglia si ferma.) Perdoni il male che le ho fatto.
Da qui a poco, già, quando sarò lontana, si rappattumeranno e il male sarà stato minore di quanto ora le sembra.
(Alberto accenna di no.) No? Ebbene, deve riconoscerlo.
Questo male se lo sarà meritato.
Ricorda ciò che le dissi, quando per la prima volta mi diede quelle spiegazioni che poi volle ripetermi a sazietà? «Ma per chi mi prende?» le chiesi.
Le ripeto oggi la stessa domanda: «Per chi mi prende?».
Io potrei non essere una fanciulla onorata nel senso borghese della parola, e ascoltare le sue dichiarazioni pur sapendo che facendomele si rende colpevole verso la famiglia, verso la legge.
Ma dopo quanto m'ha detto, esse significano crudamente: «Vorrei passare con te qualche giorno.
Assecondami!...» ed ascoltarla...
io! Oh, via! Per chi mi prende? Poco fa ero già pentita del mio agire, ma ora lo trovo giustificato e ne ho piacere.
Tanto! (Molto commossa.)
ALBERTO (sorpreso, dopo un momento di sospensione).
Mi perdoni! So di averla offesa.
Darei la mia vita per asciugare quella lagrima!
MARIA Ebbene! Se vuole farò tuttavia uno sforzo e andrò a dire a Giulia che ho mentito.
(Vicinissima a lui.) Rinunzio anche al piacere di essermi vendicata delle sue offese.
Vedrà che riuscirò a farmi credere.
(Alberto accenna di no, che non lo crede.) Le dirò ch'è stata una mia fantasia di artista...
Chissà cosa ella si figura per fantasia di artista!
ALBERTO Non vada, Maria! (Attirandola a sé e guardandosi attorno con paura.) Io preferisco il suo amore...
MARIA (svincolandosi).
Mi lasci! Lo sappia! Io non amerò mai un uomo che non sia libero o che per me non si sia reso libero.
ALBERTO Oh, Maria! Io non posso abbandonare il mio figliuolo!
MARIA (ironicamente).
Ecco.
È giusto.
Il suo figliuolo! Non ci avevo pensato! Ebbene! Allora stia lontano da me! Ascolti! Nella mia vita attiva io non ho molto sognato l'amore, ma non lo ignoro tanto da non comprendere che quello che mi offre non è amore.
ALBERTO (con forza).
È amore.
Se non è amore un sentimento per cui forse vedrò rovinare la mia vita, la mia felicità, allora...
MARIA Non è amore, finché lei sa che la sua felicità non è affatto compromessa.
Di parole non mi accontento, io!
ALBERTO (con piú forza).
È amore.
Lo sento forse per la prima volta in vita mia.
È un misto di rispetto e di desiderio che mi confonde.
Lei sa, glielo ho già detto.
Nella mia vita sono passate parecchie figure di donna.
La sua...
Ah, come si distingue da tutte le altre! Non posso neppure concepire l'idea che ben presto debba rimanere privo di lei! (Con fuoco.) Lei calcola, lei ragiona...
Io sento solamente, e se mi oppongo, se resisto, è invano...
Io l'amo! Lei non mi ama!
MARIA (pacatamente).
S'inganna.
Ascolti! io l'amo.
(Alberto si avvicina.) Mi lasci! Non so, non arrivo a comprendere la ragione di questo amore.
Che una fanciulla come sono io giunga a confessarlo è tale prova di amore, quale non mi ebbi da lei finora.
Lo so da poco; lo compresi dalla collera che mi assalse un'ora fa nel vedere quante cure lei prodigava a Giulia...
in mia presenza.
Ma pur amando, io riconosco, purtroppo, che mai una donna fu piú volgarmente desiderata.
Sappia perciò che questa è la prima e l'ultima volta che sente da me una simile confessione.
D'ora in poi sul mio volto non vedrà che indifferenza.
È tanto ingiusto il sentimento che provo che mi sarà facile ben presto di soffocarlo e di sostituirlo con l'indifferenza anche nel cuore.
ALBERTO Ma che vuole che faccia? Mi comandi!
MARIA (in collera).
A me lo chiede? Io le ripeto che il suo modo di amarmi, che le sue parole mi offendono.
(Ironicamente.) Vuole amarmi fra le pareti domestiche ed allo stesso tempo tener delle prediche a sua moglie sul modo di allevare il figliuolo...
ALBERTO Oh, Maria! Se veramente mi amasse, parlerebbe altrimenti! Non merito tanta ironia!
MARIA Me lo dimostri!...
Vogliamo...
fuggire insieme? Vuole abbandonare tutto per me?...
No! (Pausa.) E allora mi lasci in pace e attenda alla sua famiglia.
ALBERTO (confuso).
Non ho detto di no...
MARIA (avviandosi).
Ma neppure di sí, mi pare...
ALBERTO Fra noi due...
chi ha maggior esperienza per l'età (esitante, cercando le parole)...
sono io.
Lasci, quindi, ch'io...
veda il bene di tutti e due.
MARIA (ironicamente)....
di tutti e due?
ALBERTO Di tutti e due, sí.
(Deciso.) Può esservi dubbio che per egoismo io rifiuti la felicità che mi offre? Io sono un uomo in età, ed una giovinetta bella, divina, che amo mi offre il suo amore.
Può esservi dubbio che per egoismo rifiuti? Impossibile! Dunque...
Ma potrà una tanto cara creatura accontentarsi della vita modesta che potrò offrirle? Ci ha pensato? Abituata com'è alla vita di artista, alle soddisfazioni dell'amor proprio, della vanità, dell'ambizione...
MARIA (sorridendo).
Oh, sí.
All'arte chi ci pensa piú? Desidero anzi di condurre una vita tutta diversa da quella menata fin qui...
ALBERTO Sarà una vita, naturalmente, molto modesta.
La mia proprietà appartiene, ben inteso, a Giulia ed a mio figlio.
(Maria assente.) Bisognerà vivere in qualche cantuccio della terra, molto lontano da qui...
in una casa un po' meno ricca di questa.
MARIA (con entusiasmo).
Piccola e povera, ma nostra.
La felicità mite e quieta di gente modesta...
ALBERTO Oh, sei divinamente bella cosí! Maria! (L'abbraccia, con violenza.) Un bacio! Maria!...
Un solo bacio!
MARIA (difendendosi debolmente).
No, no...
Laggiú nella nostra casa...
Ivi sarò tutta tua!...
ALBERTO (la bacia lungamente).
Come pegno...
MARIA Via! Alberto...
SCENA DODICESIMA
GIORGIO e DETTI
GIORGIO (dà un grido).
Ah!
MARIA (si svincola e si allontana lentamente).
ALBERTO Oh, Giorgio!
GIORGIO (ironicamente).
Scusino l'incomodo!...
(Via.)
MARIA Non c'è dubbio.
Quello lí è corso a raccontarlo a Giulia.
Mi dispiace per lei, per le scene che ne deriveranno...
ALBERTO (smaniando).
Oh, sí.
Anche a me dispiace per questo...
(Grida.) Giorgio! (Va alla porta.) Giorgio!
MARIA (osservandolo).
Ecco che l'entusiasmo è caduto e ben presto.
Badi ch'è sempre libero! Badi!...
Vedrà che riuscirà facilmente a calmare Giulia, anche se il professore ci ha già denunziati.
ALBERTO Oh, non è questo che m'importa! È lo scandalo! È Giulia.
Per piacere, Maria, mi lasci solo con mia moglie! Non vorrei che fra voi due vi fosse uno scambio di parole troppo dure.
(L'accompagna alla porta.
Ravvedendosi le bacia una mano prima di lasciarla.)
Maria via.
Entra Giulia.
GIULIA E Maria?...
È fuggita?
ALBERTO Non scene, Giulia, te ne prego!
GIULIA Chi ti dice che ne voglia fare? Maria avrebbe potuto rimanere...
L'avrei pregata pulitamente di andare a far all'amore con te fuori di casa mia.
Gliel'ho già detto...
(Grida.) Non voglio che insozzi questa casa! (Piú calma.) No, no.
Voglio mostrarti che sono calma e che quanto ancora ho da dirti, non è ispirato dall'ira.
Che Maria rimanga.
Può rimanere per questo poco di tempo.
Già so che tu saprai contenerti.
Però, in ogni caso, sappi che...
ti farò sorvegliare...
da tuo figlio.
Cosí su questo riguardo sono tranquilla.
Ti pare?
ALBERTO Ma Giulia, credi! Non è cosa sí grave che meriti il tuo risentimento!...
GIULIA Niente bugie, te ne prego! Posso disprezzare Maria, ritenere che sia stata fatta com'è dall'arte sua, non una ganza volgare, insomma, ma una donna passionale, trascinata dalle tue persuasioni, dal tuo amore.
Non si tratta di una inclinazione ideale, di quelle che...
una donna per bene saprebbe celare e combattere, né di una tresca futile che una donna onesta può scusare e fingere d'ignorare.
Si tratta di una concatenazione di ambedue i casi, e a me non resta che piegare la testa (con un singhiozzo represso)...
vinta.
Non mi sento abbassata affatto e nel mio dolore non vi è traccia di vanità e di amor proprio offeso.
E perciò che non tollero piú proteste, perché non so che farmene.
Da poco tempo so di essere stata tradita in modo sí grave, però mi è abbisognato ben poco tempo per decidere la via da seguire.
Rimango in questa casa per mio figlio, (vinta dalla commozione parla piú rapidamente) vivremo l'uno accanto all'altro come due fratelli...
due fratelli che non si amano.
(Si avvia.)
ALBERTO (vuole fermarla).
Giulia!
GIULIA (calmissima).
Di questo argomento, basta! Già non potresti dirmi nulla ch'io non sappia, a meno che non fossero delle bugie.
Dunque, basta! (Via.)
ALBERTO (si cela il volto e cade seduto).
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AMELIA Signore, la padrona l'avverte che il pranzo è in tavola.
CALA LA TELA
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
TARELLI e MARIA
MARIA (sta gettando della biancheria in una cassa e canta).
«Ed io lieto me ne vado al reggimento...
».
TARELLI (infastidito).
Te ne prego, non cantare! La tua voce e la tua gioia mi ricordano quella di uno stupido animale...
che non voglio precisare.
MARIA Grazie.
TARELLI Tanta gioia dopo l'insuccesso di ieri.
Sta bene non curarsi di questi cretini, ma in un'artista dovrebbe pur esserci un po' di dolore dopo un insuccesso.
MARIA E se nel mio cuore non c'è questo dolore, che farci? Il mio non sarà un cuore di artista...
TARELLI Oh, questa frase in bocca tua mi addolora anche piú del tuo canto e della tua falsa gioia.
Hai suonato tanto male ieri sera che in luogo dell'archetto pareva tu maneggiassi una scopa.
Quell'adagio poi! Ne accelerasti il tempo a tal segno! Non era un adagio quello! Era un cavallo ansioso di giungere alla sua stalla.
MARIA (allegramente).
Davvero? Cosí ad un tratto, ora suono tanto male?
TARELLI Con trascuratezza.
Lo riconobbe persino Maineri, il buon Maineri che di solito s'inginocchia davanti ad ogni tua nota.
"Ha poca voglia questa sera" mi disse.
Per me era troppo indulgente.
Io ero là là per dare il segnale dei fischi.
Oh, peggio ancora! Ti avrei bastonata! Pochi momenti prima il professore mi viene a dire di averti vista abbracciata al signor Alberto! Non credo che siano stati i miei rimproveri ad impedirti di suonar bene.
Temo tu abbia qualche altra preoccupazione.
Oh, Maria! È la prima volta, questa, in vita mia che anelo proprio di allontanarmi da un luogo! Chi me lo avrebbe mai detto che sarei fuggito in questo modo da una innocua e ridicola casa borghese come questa!
MARIA Povero zio mio!
TARELLI E attendo ancor sempre le spiegazioni promesse...
per calmare la mia collera...
Avevi da darmele al piú tardi entro la mattina? Hai cambiato parere?
MARIA No zio.
Mi permetti, però, di dartele...
in iscritto?
TARELLI Perché in iscritto?
MARIA Perché...
scrivendo si arrossisce meno.
TARELLI (minaccioso).
Ah, hai dunque da arrossire? Anche tu?
MARIA Sai che arrossisco facilmente.
Dici anch'io! Anzi, francamente, se qualcuno ha da arrossire sono io solo quella.
Egli, poveretto, è del tutto innocente.
Mi prometti di non dirgli manco una parola di rimprovero?
TARELLI Me lo hai già fatto promettere.
MARIA (che fin qui avrà sempre lavorato intorno al baule).
Intanto io ho terminato i miei preparativi per la partenza.
È la prima volta che faccio questo lavoro da sola e non lo trovo mica noioso! Ho pregato Amelia di occuparsi dei tuoi bauli.
Ora andrò nella mia camera a scriverti una lunga lunga lettera.
TARELLI Ma è ridicolo scrivere ad una persona con la quale ci si può intendere in breve a voce.
È tanto piú facile.
MARIA Piú facile, sí, ma solo in certi casi.
Insomma che tu lo voglia o no questa volta sarai obbligato di decifrare le mie zampe di mosca.
La prefazione soltanto vorrei fare a viva voce, perché non so maneggiare tanto bene la penna da esplicare certe cose in iscritto.
TARELLI Ebbene?
MARIA (gettandogli le braccia al collo).
Senti, zio, sei convinto che ti voglio bene? Qualunque cosa avessi da scriverti sapresti perdonarmelo subito, senza esitazione?
TARELLI Capirai, pazzerella, che la spiegazione non potrà mai farmi andare in collera piú del fatto stesso.
(Accarezzandola.) Ora anche senza i tuoi schiarimenti penso che sei molto, ma molto colpevole, eppure, come vedi non ti tengo il broncio.
(Dolcemente.)
MARIA Qualche volta quando le spiegazioni son date con tutta franchezza aggravano i fatti.
(E ridendo.) E vedrai come son franca io, quando scrivo.
TARELLI Ti diverti a tormentarmi facendo la sfinge.
MARIA Abbi pazienza, ancora per poco.
Volevo dirti, zio, che ti voglio molto, molto bene.
Tu mi hai fatto da padre e da madre.
Oh, non l'ho dimenticato, (ad un gesto di protesta di Tarelli) meglio ancora di quanto avrebbero potuto farlo essi stessi.
Sei tu che hai scoperto, o forse inventato il mio genio.
Che ne so io? Voglio anzi darti una prova del mio amore.
Figurati che nei miei sogni di fanciulla io previdi il momento in cui tu, troppo vecchio, non avresti piú potuto continuare questa vita.
Ebbene.
Fra i miei sogni e te non ho mai esitato.
Avrei abbandonato il violino per seguirti e menare con te una vita ritirata e tranquilla.
Non mi stai a sentire? Sono cose molto importanti quelle che ti dico e dovresti imprimerti nella memoria ogni mia singola parola.
TARELLI Sto a sentire, ma non vedo l'importanza dei tuoi discorsi.
Ho io mai dubitato del tuo affetto per me?
MARIA Eppure potresti dubitarne ed io non voglio.
Dunque, ammettiamo, ch'io dovessi cambiare condizione...
TARELLI Questo non ammetto.
MARIA Ammettilo solo per un istante, acciocché io possa parlare con piú facilità.
Ammesso, dunque, ch'io avessi a cambiar condizione anche allora, specialmente allora, ti vedrei tanto tanto volentieri accanto a me.
Capisci, mio buon zio? (Lo abbraccia commossa.)
TARELLI (riflettendo).
Non capisco.
MARIA (sorridendo).
E la prefazione è terminata.
Adesso lascia che vada a scrivere il volume.
TARELLI Potrò stare dietro alla tua sedia a leggere oltre alla tua spalla mentre scrivi? Cosí il mezzo di comunicazione sarebbe pur sempre piú rapido.
MARIA No, lasciami sola.
Fra due orette circa avrai la lettera.
Fino allora cercati una occupazione qualunque per passare il tempo.
TARELLI &n