COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 24
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Egli è svenuto e vorrei parlare con te prima ch'egli rinvenga.
L'AMANTE (ridendo).
Prendi la tua parte proprio sul serio! Anch'io, sai, non rido.
Che tu sia o non sia Clelia...
(L'attira affannosamente a sé.
Poi, dolorosamente.) Aria...
aria.
Sola aria...
vestita.
CLELIA (con tristezza).
Si! Amavo tanto i vestiti ed ora non ho piú che quelli.
L'AMANTE (si riprende a stento.
Rasserenato parla con maggiore freddezza).
Povera Clelia! Sono però tanto lieto di rivederti.
(Va per abbracciarla e si ricrede.) Chissà? Forse il fatto di averti rivista cosí basterà a darmi la quiete.
CLELIA È perciò che sono venuta.
L'AMANTE Già! Adesso appena so che quello che desideravo non esiste piú.
Certo me ne deriverà la tranquillità.
Eppoi...
eppoi m'ha fatto piacere di rivederti.
Perché fra noi due c'era anche l'amicizia.
Una vera, grande amicizia.
Mi fa piacere di ritrovarti in buona salute...
se cosí si può dire.
Se sapessi quale disastro è stata per me la tua morte! Addio casa, addio famiglia...
CLELIA Famiglia altrui!
L'AMANTE E corro le vie della città in cerca di un'idea, di un interesse...
CLELIA Di una donna.
L'AMANTE Non sei uno spettro tu? Non vedi nel mio cuore? E non sai perciò ch'io ancora oggi non penso che a te?
CLELIA Lo sento, lo sento...
poverino!
L'AMANTE (resta imbarazzato a guardare Clelia come se studiasse quello che potrebbe farne.
Poi, con un sospiro va al marito).
Che sia morto anche lui?! Sarebbe un'adunanza allegra.
CLELIA No! No! È soltanto svenuto.
L'AMANTE (accanto al sofà).
Un po' d'acqua lo farebbe rinvenire.
Non vuoi parlare con lui?
CLELIA Te ne prego, non litigare con mio manto ora che io non ci sono piú.
L'AMANTE (guardandola con curiosità).
È per questo che sei venuta?
CLELIA Sí! È per questo!
L'AMANTE Non sono mica stato io ad iniziare il litigio.
Lui che voleva farmi credere ch'io ti abbia ispirato schifo.
È lui che devi tenere in riga.
CLELIA (con tristezza).
Ambedue! Finché io ero viva la tua discrezione era tanto grande! Ricordi che ci fu un'epoca in cui io volevo dividermi da lui per restare sempre, sempre con te? Fosti tu che me ne dissuadesti.
L'AMANTE Egli non sa quanto mi deve.
Faglielo intendere tu perché non sia tanto pretensioso.
CLELIA Sí! Voi uomini avete sempre diritto alla riconoscenza di tutti.
Figurati che appena arrivata all'altro mondo trovai Augusto...
L'AMANTE (amareggiato).
Ah! Sei con lui?
CLELIA (seccata).
Uff! (Poi.) Voleva farmi credere che quell'altro mondo l'avesse riparato tutto lui da capo a fondo e che prima non ci si poteva stare.
L'AMANTE E tu credesti a quel fatuo?
CLELIA Ma se siete fatti tutti cosí voialtri uomini.
Il mio paradiso l'hai fatto tu, l'ha fatto lui.
E lui non sa che il suo paradiso caldo, comodo, sarebbe stato sufficiente a farmi morire di noia se non ci fossi stato tu.
E tu non ricordi ch'eri fatto in modo che mi ricevevi come una dea e mi congedavi come una ancella.
L'AMANTE Sí! Perché dicevi sempre delle cose che ripugnavano all'uno o all'altro dei miei delicatissimi sensi.
CLELIA Sí! I tuoi sensi! Proprio quelli! Ma quando me ne andavo da te trovavo pure un po' di conforto nell'affetto calmo, uguale, benché un po' brontolone di mio marito.
Egli non vedeva in me né la dea né l'ancella.
Qualche volta penso che avrei fatto meglio di restare onesta.
L'AMANTE (gridando).
Saresti morta lo stesso.
La tua morte è stata la grande, la sola disgrazia.
Si andava tanto bene innanzi...
CLELIA Sarei morta, ma dopo morta sarei stata piú tranquilla.
Ecco che se non accorro tu annebbi la mia dolce figura nell'animo di mio marito ed egli la guasta nel tuo.
Ad una donna nelle mie condizioni non è dunque neppur permesso di morire?
L'AMANTE Magari non lo fosse! Ed io serbo rancore a costui anche perché ti lasciò morire.
Poteva stare piú attento.
Tutti dicono che la tua morte sia stata provocata da un'infreddatura che ti fece prendere per avarizia.
Non volle prendere una vettura dopo un ballo...
CLELIA Non è vero! Lo giuro.
L'AMANTE E allora non posso averla che con te perché sei morta.
Potevi badare un po' meglio alla tua salute.
Che cosa non ho fatto io per dimenticarti! E finora la sofferenza è sempre la stessa.
Ricordi che ti dicevo di aver cominciato un romanzo, il mio capolavoro! Non sarà finito mai...
se tu non ritorni tutta, intera.
CLELIA Eppure il Petrarca divenne poeta piú alto ancora dopo la morte di Laura.
L'AMANTE Io da buon letterato italiano non lessi mai il Petrarca, ma conoscevo il fatto.
Sembra che per lui Laura fosse tutt'altra cosa.
Di me so che sto per giornate intere dinanzi alle mie cartelle e fumo, fumo, fumo.
Eppoi ho da sopportare quel tuo marito che crede d'essere stato il solo a perdere per la tua morte...
CLELIA E che fa a te? Lasciagli quest'illusione.
L'AMANTE Non posso! Non posso! È piú forte di me.
Questa gelosia è ormai stupida.
Ti mantiene ora lui, forse? Io lo evito! Perché mi ricerca? E finirò con lo scoppiare (Abbassa la voce perché gli pare che il marito si mova) e col raccontargli tutto.
Ne avrò un grande alleggerimento, un'illusione che mi farà rivivere! Mi sembrerà d'essere stato scoperto in flagrante.
CLELIA Non farlo! Te ne prego!
L'AMANTE T'importa tanto? E allora dammi tu un'illusione maggiore.
Come sei ritornata cosí in apparenza, (Supplice) ritorna intera.
Dammi la vita e la quiete e la possibilità del lavoro.
Scommetto che lo puoi...
Fallo! Fallo!
CLELIA Sei pazzo!
L'AMANTE Non vuoi? E allora qui, in tua presenza, come rinviene, gli schiaffo tutta la verità in faccia.
CLELIA Se si potesse, tu, volentieri, mi faresti uccidere.
L'AMANTE Adesso ho due ragioni di rancore con te.
La prima è che sei morta e la seconda che vieni a stuzzicarmi in tale stato.
CLELIA (accorata).
Cosí non mi ti dimostrasti mai.
L'AMANTE (furente).
Né tu a me.
CLELIA (dopo un istante di esitazione).
Vorrei parlare con mio marito.
IL MARITO (rinvenendo).
Dove sono?
CLELIA Fra persone che ti amano.
L'AMANTE (ridendo rabbiosamente).
Sí! Fra persone - se persone possono dirsi - che ti amano.
Io vi lascio soli! Fra moglie e marito...
(S'avvia.)
IL MARITO (rinvenendo del tutto).
Te ne prego, amico mio, non lasciarmi solo.
Me l'hai promesso!
L'AMANTE Ma di che hai paura? Essa piuttosto passò un brutto quarto d'ora.
Se morivi dallo spavento ritornavi sul serio con lei.
Vuoi vedere come io tratti con questo spettro? (S'avvicina a Clelia, la prende per una mano e le dice a bassa voce.) Senti! Se vuoi rimettere la pace fra di noi, ritorna intera...
col tuo cadavere.
(Via.)
SCENA TERZA
IL MARITO e CLELIA
IL MARITO (tuttavia molto timido).
Se sapessi quanto piacere m'ha fatto di rivederti dopo tanto tempo.
Hai visto! È dal piacere che sono svenuto.
CLELIA Sí! Poverino! Mi dispiace di averti fatto paura.
Come sono fatte le cose umane.
Chi t'avrebbe detto che avresti potuto aver paura di me?
IL MARITO (anche piú spaventato).
Hai da lagnarti di me? Io t'ho trattata sempre col massimo riguardo.
Ed ora non ho paura.
CLELIA Tu m'hai trattata sempre benissimo e non avresti alcuna ragione di aver paura.
Mi pare però che tuttavia tremi.
Vuoi che me ne vada? lo non sono mica venuta per farti soffrire.
IL MARITO Qui è molto oscuro.
Ti darebbe fastidio se accendessi qualche altra fiamma?
CLELIA Accomodati.
IL MARITO (eseguisce).
Cosí tu non sei come quegli altri spiriti che spariscono alla luce? Ciò mi piace.
Noi di famiglia siamo stati sempre sinceri e amanti della luce.
Mi pare di sentirmi meglio.
(Sempre balbettando dalla paura.) Anelavamo tanto di rivederci e...
finalmente...
ci rivediamo.
CLELIA (impaziente).
Il tempo corre! Presto devo andarmene.
IL MARITO Davvero sei finalmente occupata? (Clelia ride.) Ridi? Dunque non c'è da aver paura (Veramente rinfrancato.)
CLELIA (sorridendo).
Mi ricorda il nostro primo incontro.
Anche allora tremavi.
IL MARITO Sí.
Lo ricordo anch'io.
CLELIA Poi ti rinfrancasti.
In ultimo divenisti un po' imperioso.
Parlasti anche di menagère cosí che quando te ne andasti dovetti ricorrere al vocabolario.
IL MARITO Sai! Voialtre donne ci fate un po' di paura quando dobbiamo sposarvi.
Con te non ci sarebbe stato bisogno di tante raccomandazioni, ma io allora non ti conoscevo.
CLELIA (guardandolo con curiosità).
Curioso che dovetti morire per essere giudicata cosí da te.
IL MARITO No! Io sempre pensai cosí di te.
Se non te lo dissi è che speravo sempre di renderti migliore.
Non si è mai contenti del bene e se tu non fossi morta tanto prematuramente chissà quanto buona saresti divenuta.
CLELIA Pare insomma che dopo la mia morte tu hai fatto delle tristi esperienze.
IL MARITO (esitante).
Già! (Lieve pausa.) Devo dirlo però.
In complesso si spende meno.
Molto, ma molto meno.
CLELIA Stimo io.
C'è anche una persona di meno.
IL MARITO Magari si spendesse il doppio e tu fossi qui con me.
Ma si spende tanto di meno come se dalla casa fossero sparite molte ma molte persone.
CLELIA Eh! Via!
IL MARITO Vuoi vedere i conti? Li ho chiusi iersera.
CLELIA No! No! Grazie! Ma spendendo di meno starai anche peggio.
IL MARITO Certo! Si mangia male! Si spende poco ed io tuttavia ho la convinzione di essere derubato.
Non ci baderei se ti avessi accanto.
Cosí, invece, m'adiro.
CLELIA Vedi che non c'è modo di contentarti.
Io sospetto che quella povera Giovanna che dirige la casa non sappia fare i conti e ti regali del suo.
Quasi, quasi le apparirei per avvertirla.
IL MARITO (del tutto rinfrancato).
Fammi il piacere di non ingerirti in cose che piú non ti riguardano.
CLELIA (offesa).
Sto già ingerendomi di cose che piú non mi riguardano.
(S'avvia.)
IL MARITO No! Te ne prego Clelia.
Perdonami.
Non volevo offenderti.
Sai, sono tuttavia agitato all'idea di parlare con uno spettro e forse perciò non uso le parole adatte.
CLELIA M'indirizzasti una parola che mi ricordò molto il modo come venivo trattata quando ancora non ero uno spettro.
IL MARITO Se sempre ti adorai!
CLELIA (rabbonita).
Sí! sí! Le cose piccole sono dimenticate.
In complesso quasi sempre ebbi tutto quello che volli.
IL MARITO E i miei rari rifiuti erano fatti a fine di bene.
CLELIA Non ne ebbi un grande vantaggio.
IL MARITO Già, come tutte le donne, tu giudichi dal risultato.
Ma figurati che, come sarebbe stato giusto perché sono piú vecchio di te, fossi morto io pel primo e ti avessi lasciata vedova! Non ti sarebbero state bene le mie lezioni di economia?
CLELIA Erano alquanto rudi quelle lezioni.
IL MARITO (avvilito).
Capisco che m'hai amato poco.
Io, invece, vado ogni giorno al cimitero per ricordarti sempre, sempre.
CLELIA Lo so! Sei molto gentile! Ma io come potrei dimostrarti il mio affetto? Potrei augurarti la morte per essere subito riunita a te!
IL MARITO (come respingendo uno scongiuro).
No! No!
CLELIA Vedi ch'è meglio io sia alquanto indifferente.
IL MARITO (ipocrita).
Non è mica per me, sai! La vita di un uomo è molto piú importante che quella di una donna! Se io morissi ne risulterebbe la rovina di tutti coloro che vivono e lavorano intorno a me.
Sarebbe un disastro, te l'assicuro.
Un vero, un grande disastro che mi fa rabbrividire.
Certo per me sarebbe un grande piacere di venire con te.
Ma che ne direbbero gli altri? Tu non sai quale sviluppo abbiano preso i miei affari.
Sono il maggiore importatore di caffè del Regno.
CLELIA Guadagni molto?
IL MARITO (con importanza).
In questa città vi sono pochissime case che facciano dei bilanci come il mio.
Naturalmente...
acqua in bocca.
L'agente delle imposte non ne sa nulla.
CLELIA Ed io ne so solo ora che sono morta.
Quando morii la mia anima correva traverso lo spazio e m'imbattei nei pensieri che tu avesti nei pochi giorni in cui durò la mia malattia.
IL MARITO Come? I miei pensieri giacciono cosí aperti nello spazio? Quale indiscrezione!
CLELIA Sí! Ma non temere! Nessuno li guarda e, inosservati, poi dileguano.
Il dottore ti aveva detto: Pericolo non credo ci sia, ma ne avremo per alcuni mesi.
Sarà un affare lunghissimo.
Tu subito pensasti: La piccola bestiola...
(Il marito protesta.) Proprio cosí: La piccola bestiola ammalata per tanto tempo! Vorrà avere ogni giorno un letto nuovo e quello alla ultima moda.
IL MARITO Non essere ingiusta, Clelia.
Non ricordi come poi ti ho assistita?
CLELIA Sí! Anche quell'asino di dottore quando ritornò dovette accorgersi che il cuore della bestiola era troppo debole e non poteva reggere a tanto affanno.
Te lo disse ed è vero che allora avresti pagati diversi letti pur di non perdermi.
IL MARITO E trovasti nello spazio anche tutta la mia disperazione.
CLELIA Sí! La via ne era addirittura ingombra.
IL MARITO E posso credere che almeno in vita m'amavi o almeno amavi solo me.
CLELIA Che vuoi dire?
IL MARITO (scandendo le sillabe).
Sai, dalla tua morte mi derivarono due dolori: Il mio e quello di quel mio grande amico.
CLELIA M'hai chiamata qui per offendermi?
IL MARITO Quell'uomo lí ha un contegno stranissimo.
Sembrerebbe che la moglie l'abbia perduta lui.
T'invocava con le braccia aperte come s'invoca una moglie o una amante.
CLELIA Io non lo sentii.
Accorsi solo alla tua chiamata.
Rimasi stupita di trovarlo qui.
IL MARITO Queste sue manifestazioni mi stupirono.
Pareva che tu non lo avessi amato molto.
Dicevi che ti faceva schifo.
CLELIA È vero! Me ne pento, però! Il poverino ch'era tanto affezionato a noi due si sarebbe meritato un trattamento migliore da parte mia.
IL MARITO E perché mette ora il lutto? Dice ch'è per quel suo lontano parente.
Dove s'è visto piangere cosí un lontano parente che gli lasciò pochissimi denari? Chissà se poi questo lontano parente sia mai esistito!
CLELIA Di questo puoi essere sicuro.
Lo vidi io...
dall'altra parte.
IL MARITO M'aveva inquietato anche il fatto che dacché tu sei morta, egli che m'aveva dimostrato tanto attaccamento finché c'eri tu, bruscamente non si fece piú vivo.
Dovetti pregarlo per farlo intervenire a questa seduta spiritistica e ci venne a malincuore.
CLELIA Si capisce che in questa casa tenuta con tanta economia nessuno venga volentieri.
Dovresti sposarti e vedresti come ritornerebbe a te.
Mi duole di vederti in lizza col tuo miglior amico.
Quello che al di là non si perdona è di seminare zizzania.
Ecco che senza mia colpa voi litigate causa mia e di ciò mi si serba rancore.
IL MARITO Davvero? Io non lo sapevo.
Se avessi saputo che i miei litigi ti danneggiavano io mai avrei litigato.
Povera bestiola mia! Causa mia non avrai da soffrire mai piú.
Io corro ad abbracciarlo.
CLELIA (tendendogli la mano).
Addio! Io me ne vado.
IL MARITO Un momento, te ne prego; un solo momento.
Adesso che a te mi sono abituato...
Che cosa fai tutto il santo giorno? Adesso non hai piú né pelle né unghie da nettare.
Dici che sei occupata.
Dirigi il mondo, tu?
CLELIA Io guardo!
IL MARITO E guardando tu vedi tutto, tutto?
CLELIA (con tristezza).
Molto, molto!
IL MARITO Senti, Clelia.
Hai visto con quale prontezza io mi sia deciso di accondiscendere alla tua domanda e di fare la pace con quel mio grande amico perché tu non ne abbia danno.
Non mi costa mica poco! È uno sforzo che non posso fare che per amore tuo.
Non ti pare che io meriti un premio?
CLELIA Certo! Di tempo in tempo verrò a trovarti.
IL MARITO Grazie! Mille grazie! Ma giusto oggi mi sarebbe di un'utilità enorme un'altra cosa.
A te non costerebbe nulla mentre a me potrebbe mutare addirittura la vita.
Sai se avremo a subire un ulteriore aumento del caffè?
CLELIA Aumento? Ce n'è già piú di prima?
IL MARITO (iroso).
Neppure dopo morta non capisci niente di affari? Sei davvero un bello spettro tu! Lascia che ti spieghi e poi ti sarà facile di prendere delle informazioni.
Devi sapere che la valorizzazione del caffè dipende esclusivamente...
CLELIA (dolcemente).
Lasciami andare!
IL MARITO Ma sei testarda! Cerca d'intendermi.
Hai conservato quel caratteraccio che finché fosti viva formò la mia infelicità.
Il prezzo del caffè è un fatto che dipende dal valore di pochi...
(A Clelia che s'avvia.) Stammi a sentire! Da te dipende ora la fortuna di tutta la nostra famiglia.
CLELIA Famiglia costituita da un individuo solo!
IL MARITO E non mi consigliasti tu stessa di prendere moglie? (Clelia esce ridendo clamorosamente; il suo riso echeggia lungamente e sparisce per la lontananza.)
SCENA QUARTA
IL MARITO e L'AMANTE
IL MARITO (dopo un'esitazione si rimette e va ad aprire la porta di fondo).
Sei stato a sentire?
L'AMANTE (triste).
No! Me ne sarei andato se, per uscire, non avessi dovuto passare per di qua e disturbarvi.
IL MARITO Io le domandai un piacere semplicissimo.
Me lo rifiutò e se ne andò ridendosi di me.
Queste sono le mogli del giorno d'oggi.
L'AMANTE Le domandasti il prezzo di domani del caffè?
IL MARITO Come lo sai?
L'AMANTE Me lo immagino.
Anch'io la pregai d'un piacere.
IL MARITO D'affari?
L'AMANTE No! D'arte, naturalmente.
IL MARITO Rifiutò? Rifiutò persino consigli che non hanno importanza? Che caratteraccio! Sai che se noi lo vogliamo possiamo costringerla di fare il nostro volere? Mi disse che le premeva enormemente che noi due si andasse d'accordo.
Io sospetto sia accorsa solo per metter pace fra noi.
Pare non si perdoni a chi ha provocati litigi.
Pigliamola per quella parte.
Facciamola soffrire.
Dovrà pur finire col venire e fare il nostro volere.
L'AMANTE (ammirato).
Come siete intraprendenti voialtri commercianti! Che vuoi fare?
IL MARITO Siamo subito decisi.
Picchiamoci!
L'AMANTE Se non vuoi altro.
(Si prendono a pugni.)
IL MARITO Ahi! Tu picchi sodo! (In lontananza si sente echeggiare il riso dello spettro.) Malvagia creatura! Mi deridi dopo quello che ho fatto per te.
Ma io in cimitero non ci vado piú!
CALA LA TELA
Atto unico
PERSONAGGI
AMELIA
CLEMENTE, suo marito
persone di servizio:
STEFANO
GIUSEPPE
ALFONSINA
ANNA
TERESA
Stanza da pranzo signorile.
Un tavolo in mezzo coperto per la colazione.
In un canto una scopa.
SCENA PRIMA
AMELIA e CLEMENTE
Il signor Clemente e la signora Amelia prendono il caffè.
AMELIA No posso darme pati della fortuna che go 'vuda.
In un sol giorno go trovà coga, camerier, cameriera e serva de cusina.
No gaverò piú da maneggiar quell'ordigno là (additando la scopa).
Una fortuna simile non me ga tocà dopo che son nata.
CLEMENTE E se no sbaglio me par che ti me gabia sposà dopo che ti xe nata.
AMELIA Dai! No arabiarte! No ti vorà meterte a confronto con quatro de loro: Coga, camerier, cameriera e serva de cusina.
CLEMENTE Ti gà bon tempo, ti!
AMELIA Eh! zà! scherzo! (Molto seria.)
CLEMENTE No capisso perché che no ti gà sposà un camerier.
Almeno non te gaveria ocorso de zercar quatro de loro ma tre.
AMELIA Anche ti ti ga bon tempo! Come se no se savessi che voialtri omini prima de sposarve prometé mari e monti e po...
El me gavaria promesso de tegnirme la casa in ordine, de lustrar e anche de cusinar e po el saria andà a spasso e a mi me gaveria istesso tocà de tor in casa un altro camerier un vero camerier.
CLEMENTE Ma se tuo marí fosse stado un vero camerier anche lú, no ti gaveria vú i soldi per pagar quell'altro.
AMELIA Ma no ti vedi che scherzo?
CLEMENTE Mi me par che ti sta diventando mata.
AMELIA Sí! Dal piazér un poco me gira la testa.
CLEMENTE E chissà che zente che ti gà tirà in casa.
I xe arivai qua stanchi morti alle quatro de matina.
Pareva che i gavesse caminà tutta la note.
AMELIA Sí! Iera un poco strano ma no se podeva miga butar fora de casa la fortuna.
No i me ga gnanca dito che can elo che li gà mandà.
I se ga messo subito a dormir e a russar tutti d'acordo.
Se doveria per questo creder che i sia in bona armonia fra de loro.
Se xe cussí basta che femo atenzion de no farli rabiar noi e i me resta per tutta la vita.
CLEMENTE Se no i me fa rabiar a mi, mi no li fazzo rabiar a loro.
AMELIA Come se fosse la stessa roba.
Ti, ti te rabi, ti va via e ghe xe meno da far.
Inveze se se rabia loro...
Intanto ti ti resti e ghe xe uno de piú da servir.
CLEMENTE Dopo tanti ani che ti xe parona de casa saria ora che ti savessi tegnir in ordine la tua servitú.
AMELIA Ma no ti xe proprio ti che ti me buta tuto per aria? Ti ti gà manda via Giacomo! E per una roba de niente.
CLEMENTE Per una roba de niente? El me ga dà un piato per la testa, el me ga dà!
AMELIA Per sbaglio! El credeva de meter un piato sul altro! Dopo el xe corso alla guardia medica e el te ga assistí quando che el dotor te ga cusido la testa! Ma no ga servido a niente e ti ti lo ga volesto fora de casa.
CLEMENTE Stimo mi! Lo go sentido mi a dir al dotor che el iera rimasto sorpreso della durezza della mia testa.
AMELIA Iera per tuo ben! El doveva pur dirghe al dotor tutto quel ch'el saveva de quela testa.
E cussí tutto xe andà per aria.
La coga iera la so sposa e la xe andada via anche ela.
La cameriera ga fato lo stesso disendo che la gaveva el stomigo debole e che no la voleva cambiar coga.
La serva po vedendosi sola con mi e con ti la se ga anoià e la xe scampada.
E xe un mese che sgobo sola e che no rieso a meter ordine in sta casa.
Fra ti e i tui fioi ghe voria almeno trenta de servitú.
CLEMENTE Quei poveri fioi che xe serai tuto el giorno in quella camera de drio.
AMELIA E ti voria che li lassassi sporcar anche de qua.
No son miga come la signora Berta quassú che tien la casa come una stala.
Go visto la sua casseta del carbon tutta nera.
CLEMENTE E che color la ga da aver?
AMELIA Stupido! El carbon ga da esser nero ma la casseta deve esser bela, pulita, bianca.
Ti ga finalmente finí de bever el cafè?
CLEMENTE Voria ancora una chichera.
AMELIA Lassa star che te fa mal de nervi.
CLEMENTE Lassa star che de nervi mi no ghe ne go.
(Si versa del caffè.)
AMELIA Ah! ti me ga macià la tovaia apena messa.
CLEMENTE Una macieta, no fa gnente.
AMELIA Come no fa gnente? Xe l'ultima tovaia che go del mio coredo.
Forse lavandola subito no ocore lissia! (Leva via dalla tavola tutto l'apparecchio e anche la tovaglia di cui mette un lembo in un bicchiere.
Clemente con la tazza in mano resta male.) Ti la ga finida con quel cafè? Ti sporcherà anche per tera.
(Gli leva dalle mani la tazza.)
CLEMENTE Uuff! (Dopo una pausa.) El Picolo? A che ora vien adesso el Picolo?
AMELIA Anche el Picolo ghe ocore apena dismissià! No ti pol tortelo quando che ti va in magazin?
CLEMENTE Xe per riguardo alla tua nova servitú che go de rinunziar a questa mia vecia abitudine?
AMELIA Che servitú d'Egitto! Xe el portiner che porta el Picolo! Scominzia a prender in urta la servitú! Mi te conosso, merlo! Un bel giorno ti te impizi e ti me la fa andar via tuta.
Ma no ti gaverà sto bàgolo.
Anzi voio che ti stia a sentir la regola nova che meto in sta casa.
Una regola assoluta e la deve valer per ti, per mi e per loro, per tutti.
CLEMENTE Sentiremo anche sta regola.
AMELIA Ti sentirà come che trato mi la servitú e voio che ti la trati nel stesso modo anche ti.
(Suona il campanello elettrico.) Una...
per el camerier, po due per la cameriera, tre per la coga e quatro per la serva.
SCENA SECONDA
GIUSEPPE, ALFONSINA, TERESA, ANNA e DETTI
AMELIA (maestosamente).
Ti vedi intanto come che i me ubidisse.
CLEMENTE Scova nova...
(Vede il "Piccolo" in mano a Giuseppe.) Tò! El Picolo! La senta! La me faria el piazer de imprestarme quel giornal?
GIUSEPPE No posso! Nol xe mio.
CLEMENTE E de chi el xe se se pol saver?
GIUSEPPE Mi no so! Lo ga portà el portiner.
CLEMENTE (glielo strappa di mano).
E allora el xe mio.
Bel ordine questo! No ti li ga gnanca avisadi che el giornal xe per mi! (Riscaldandosi) Ma come che el xe inteligente el tuo novo camerier.
Per chi el vol che sia el giornal? Per el gato forse?
GIUSEPPE Soio mi! No lo tignivo miga per mi.
Mi nel Picolo no lezo che el romanzo e questo xe presto fato.
AMELIA (minacciosa sotto voce a Clemente).
Ti vol star zito ti adesso?
CLEMENTE Aspeta! (cerimonioso a Giuseppe.) Se la vol lezer el romanzo del Picolo che lo taierò fora.
GIUSEPPE (contento).
Va ben cussí! Allora ghe porterò el giornal apena ch'el ariva.
AMELIA (con calore).
Grazie, Clemente (a bassa voce).
CLEMENTE (a bassa voce).
Se ti badi a mi buta subito fora quel muso de can.
(Si mette a leggere.)
AMELIA (stringendosi nelle spalle).
Ti xe mato ti.
Dunque, senti., Quà volemo andar ben d'acordo perciò che voialtri ve trové ben e anche mi.
Dunque mi ve dirò prima quel che mi domando e diseme pur francamente quel che ghe ne pensé.
Parlando se finisse col intenderse.
Prima de tuto voialtri conossé i regolamenti de polizia?
I QUATTRO (un po' intimiditi).
Polizia?
AMELIA Se no li conossé ve dirò intanto mi una delle legi che xe in sto regolamento.
(Poi scandendo le sillabe.) Per abbandonare un servizio bisogna dare un preavviso - me sté a sentir? - de...
de...
de sie mesi.
GIUSEPPE E mi che credevo che per lassar un servizio bastava meter insieme le proprie robe e andarsene? Sie mesi? Mi go leto el mio libreto e go visto che no ocore che un preavviso de ventiquatro ore.
AMELIA Oh! Bugiardo! In tuti i libreti sta scrito oto giorni.
GIUSEPPE Vada per oto giorni.
Ma dove la ga visto parlar de sie mesi?
AMELIA (imbarazzata).
Eh! in quel stesso libreto dove se parlava delle ventiquatro ore.
Ma se ti conossi el libreto perché ti vol darme da intender che no ti lo conossi? Questo me dispiasi.
Xe una mancanza de franchezza.
Come poderemo intenderse se fingemo de saver e de no saver? El libreto lo savemo tuti.
E po' no se trata de andar via adesso, se trata de restar.
Fin che mi son bona e vú fé el vostro dover de libreto no ghe né bisogno.
ALFONSINA E difatti noi no lo gavemo gnanca.
Lo ga solo lú Giuseppe.
AMELIA Diavolo! Se core rischio de pagar dele multe! Fame veder el tuo libreto.
GIUSEPPE El xe un poco sbagazzà...
ma no fa gnente! (Lo porge.)
AMELIA (guardando il libretto).
Oh! bela! Da quatro ani nol iera piú in servizio.
GIUSEPPE La guardi meio! No pol esser! (Guarda anche lui il libretto.) Quatro ani! Eh! sí! 1909! Quatro ani, quasi zinque anzi! Come che passa el tempo! E mi che sono ancora tuto stanco de lavorar!
AMELIA Ma come ti ga fato a viver tuto questo tempo?
GIUSEPPE Oh! Bela! (Imbarazzato.) Mi...
ALFONSINA (gli parla all'orecchio).
Dighe che ti ga eredità...
AMELIA Cossa xe sto parlarse in orecia?
GIUSEPPE (ad Alfonsina).
Ma sí! Cossa xe sto parlare in orecia? Go giusto mi bisogno dei tui sugerimenti! Siora squinzia!
ALFONSINA A mi squinzia? Toco de mus!
CLEMENTE Ve prego de no far barufa in sta camera!
GIUSEPPE Ah! basta dirmelo! In questa camera no se fa barufa! Ti ga sentí.
Nelle altre sie ghe xe abastanza posto!
CLEMENTE Nol me faza 'rabiar co' sto suo spirito de bacalà! Se el vol far spirito el vada in quela camereta là sul coridoio! In che casa el credi de esser?
GIUSEPPE To'! Mi credevo de esser in una casa pulita dove che quando i fa barufa i sta a sentir e no i ghe dà adosso a uno de loro! No xe casa per mi questa.
AMELIA (a Clemente).
Te prego Clemente de star zitto.
Se el va via lui te fazzo far de camerier a ti.
(Ai quattro a bassa soce.) No steghe badar a lú.
In casa, zà, no 'l ghe ne entra.
GIUSEPPE Nol xe suo marío?
AMELIA Sí! Giusto per questo no 'l ghe ne entra.
(A Giuseppe.) Ma cos' ti fa barufa con Alfonsina? No i me ga dito che ti sta per sposarla?
GIUSEPPE Sí! Ma fora de servizio! Apena che entremo in un servizio se fa barufa! Ela vol che mi neto tute ste camere e la vol far la siora! Apena entrai in sta aria serada se fa barufa.
Fin che se iera all'aria averta...
AMELIA Ma no podé lassar che mi fazzo la distribuzion del servizio? Almeno cussí no ghe saria barufe fra voialtri.
ALFONSINA Eh! sí! Xe meio barufar coi paroni.
AMELIA Con mi no gaveré mai barufe! Steme a sentir! Sé in due per le camere!
ALFONSINA In tre! La serva no ghe ne entra forse?
TERESA Mi gò abastanza da far in cusina.
AMELIA Ma ti pol anca ti darghe una man.
TERESA Ah! no ghe ne voio saver.
Prima se dà una man, po' due, po' tre.
No se sa dove che se va a finir! La serva xe maltratada da tuti.
Dai paroni e dai servi.
Finissi che l'unica che lavora in una casa xe la serva.
Quatro ani fa nel mio ultimo servizio i me gaveva ciolta per la cusina, po' i me ga dà i anditi e go finí in camera da leto.
E loro intanto se la blangiava.
AMELIA Da quatro ani ti xe anca ti fora de servizio?
GIUSEPPE E perché no dirghelo? Quatro ani fa xe morta la nostra ultima parona e la ne ga lassadi eredi universali.
AMELIA Che bona idea! Anca mi se sé boni e fe el vostro servizio ve lasso soldi in testamento.
GIUSEPPE Gavé senti? (Agli altri tre.) Cara parona! El servizio? Altro che! Ghe lustreremo le cosse fin che le va in frantumi.
AMELIA Ma se podaria calarve un poco la paga.
Dopo trovaré el dopio alla mia morte.
I QUATTRO Ah! no! (Disillusi.)
ALFONSINA La xe poco furba, ah?
GIUSEPPE De quel'orecia non ghe sentimo.
AMELIA (pensierosa).
Ma se podaria trovar un modo de andar d'acordo.
Per esempio de qua a qualche ano poderessi trovar un capitaleto.
GIUSEPPE Ma prima volemo la paga intiera.
AMELIA Ah! ben! Xe un poco difficile.
Prima volé tuto e po de novo tuto.
ALFONSINA Semo stati abituai cussí!
AMELIA Ben, ghe penseremo! Intanto andé al vostro lavor.
Mi no voio secarve.
Cerché de andar d'acordo.
Mi capisso che xe meio che no me missio tropo.
Nassaria malani da bel principio.
ALFONSINA (a Teresa).
E cussí ti ti filerà moscardinal
ANNA No badarghe! Ti ti resti in cusina.
ALFONSINA Due ore al giorno e no de piú.
(Tira a sé Teresa.)
ANNA (la strappa a sé).
Che vedo mi!
TERESA (piangendo ad Amelia).
La vedi siora parona cossa che le me fa.
AMELIA Meno mal che una almeno farà el suo servizio! Ben, coga! Cos' ti ne fa da magnar ogi?
ANNA Mi cusino una sola volta al giorno.
Per zena ghe xe el porzetér! O se no no xe possibile de tegnir neta la cusina.
AMELIA Sia! Ma per pranzo cos' ti ne fa?
ANNA Intanto gnochi de patate!
CLEMENTE (alzando gli occhi dal giornale).
No me dispiasi.
Ma almeno ti li sa far i gnochi?
ANNA Oh! bela! No savarò far i gnochi.
Ciogo prima le patate le piú giovani e le mastruzzo.
La capissi? (Gli va quasi addosso.)
TERESA Oh! Che bela coga! La se dimentica de spelàr le patate!
ANNA Ti vol taser bruta petegola? Spelar te toca a ti! Mi quando ciogo le patate per mastruzzarle le devi esser zà spelade.
CLEMENTE La vol cessar de meterme le man adosso?
ANNA La scusi! Mi me iera simpatico un omo che ghe piasi i gnochi.
AMELIA Ben andé, andé al vostro lavoro che xe tardi.
ANNA Ma mi oggi i gnochi no ghe li fazzo a sto omo.
Per ogi i dovaré andar dal porzetér anca a pranzo.
La cusina xe sporca come una stala.
Devo prima netarla.
CLEMENTE Ti vedi cos' che ti fa a forza de bontà? Gavemo la coga e saremo condanai al salame per tuta la vita.
AMELIA Lassa, lassa per ogi.
La gà in fondo ragion.
Ti pol imaginarte che sola come che iero no podevo miga meterme a netar anca la cusina.
CLEMENTE Ben, ma el pranzo...
AMELIA Coss' ti vol forse darme una filada davanti a tuta la servitú? Bel onor che ti me fa.
GIUSEPPE (a bassa voce).
Brava!
CLEMENTE (rimettendosi al suo giornale).
No la pol sfogarse con lori e cussí la se la ciapa con mi.
AMELIA Ben, andé, andé a lavorar.
No steve sfadigar tropo ma fé pur qualche cossa per tignir in ordine la casa.
Anche vú gavaré un poco de ambizion e se la casa spuzza i parlerà mal anca de voialtri.
GIUSEPPE La se fidi de mi siora Amelia.
Mi farà quel che posso.
Lavoro solo dò ore al giorno ma in quele ghe ribalto tuto el quartier.
(Esce.)
ALFONSINA Mi inveze lavoro tuto el giorno ma voio aver la serva a vizin per alzar le scovazze che fazzo.
(Esce trascinando con sé Teresa riluttante.)
ANNA Se i me porta via la serva no so quando che podarò scominziar a cusinar in quela cusina.
(Esce.)
SCENA TERZA
AMELIA e CLEMENTE
AMELIA (prende la scopa).
Capisso che con la servitú che gò no poderò star de bando.
(Pensierosa si mette a scopare.) Ancora coi altri se podaria andar d'acordo ma quela coga me fa paura.
(Scopa ancora.) To! Che idea! Senti, Clemente, e se ti ti ghe fazessi la corte alla coga?
CLEMENTE A quel folpo? Ti xe mata? Ancora ancora se se tratasse de quel boconzin de cameriera...
AMELIA Ciò! Sporcacion ti vol star zitto? Te dago la scova per la testa...
CLEMENTE No ti me ga ti proposto de darme la coga? Se go da ciorghene una me par che poderò sceglier.
AMELIA La coga te la proponevo perché non la me fa paura.
CLEMENTE (con brivido).
Ma la me fa ben paura a mi.
AMELIA (scopando pensierosa).
Ti sa che bel che saria de poderghe dir la prima volta che la ne manda dal porzetér: Te accuso per adulterio; te fazzo meter in cheba.
CLEMENTE Sí ma i me meteria in cheba anche a mi e con ragion.
AMELIA (scopando rabbiosamente).
Zà con la servitú no se la vinze mai.
(Pausa.)
CLEMENTE (eccitatissimo e spaventato a bassa voce).
Oh! Amelia! Cossa che ne nassi.
Ti sa chi che xe sta tua servitú?
AMELIA (scopando).
Eh! A sta ora so che no i val piú dei altri.
CLEMENTE Parla pian, te prego.
Ti sa cossa che i xe? (Porgendole il giornale.) Guarda, guarda.
I xe ladri forse assassini.
AMELIA (prende il giornale e lascia cadere la scopa).
Che vedo! Dove? Dove? (Cercando nel giornale.) "Una villa di via Rossetti svaligiata.
Una banda di ladri scomparsa." I xe loro? - "Una giovine bellina dall'aspetto petulante...
Una brutta dall'aspetto stupido..." Eh! I xe lori! "Un uomo di trent'anni circa dall'aspetto di manutengolo ben nutrito..." Eh! Xe Giuseppe.
"Un uomo grosso che è di solito travestito da donna." La mia Ana xe un A...
La mia coga xe un cogo.
Da tanti ani che volevo un cogo!
CLEMENTE No zigar! Legi pure avanti.
Mi intanto vado qua in via Scussa a avisar el comissario.
(Cerca il cappello.)
AMELIA Ti con pena no ti te moverà fin che no te digo mi.
(Lo obbliga a sedere.) Legemo avanti.
"La villa di via Rossetti fu trovata in pieno ordine, solo vi mancavano gli oggetti preziosi.
Anzi fu notato con sorpresa che la cucina fu pulita e lustrata dai ladri.
La signora Ameri, la proprietaria della villa, dice che mancava di servitú da un mese e che perciò la sua cucina era molto sucida." Oh! cari, cari, i ga netà prima de scampar.
CLEMENTE (con gesto analogo).
Ghe gira, certo ghe gira.
Forsi la paura...
AMELIA E come i sa sti diavoli che aspeto che ga la mia servitú? Oh! guarda! Iera con lori un cúcer e quel i lo ga becà.
Che pecà! A noi che ne ocoreva giusto anche el cúcer.
CLEMENTE Mi vado dal comissario...
AMELIA Ti adesso ti farà quel che voio mi.
Ti anderà in magazin...
CLEMENTE Vado! Vado! Meno mal che no te me oblighi de star in sta casa piena de ladri...
Gnanca a pranzo no vegno.
Zà per andar dal porzetér posso andarghe solo.
AMELIA Ti ti vegnerà a pranzo e ti trovarà un bel pranzo coi fiochi: Gnochi de patate, carne in tecia e strucolo de pomi.
Oh! Ma come che xe stupidi sti omini.
No te capissi, insempià, che finalmente saremo servidi non da servitú ma da briganti? Finalmente no gavarà piú servitú.
Che liberazion! Me parerà d'esser in paradiso! Dunque ti ti andarà in magazin e ti me manderà el tuo grosso Stefano, quel che ghe somiglia a Raicevich.
El magnerà e el dormirà qua.
Ti te ciolerà un altro fachin e Stefano starà sempre in casa a aiutarme a diriger sta zente pericolosa.
Ben, ti te distrighi?
CLEMENTE Ti vol Stefano? Ma ti sa che ogni sera el xe imbriago?
AMELIA Mandimelo istesso! Ghe darò una bela mancia perciò che nol beva.
CLEMENTE Se ti ghe dà la mancia el sarà imbriago anche prima de sera.
AMELIA Ben! Fin a stasera ghe penseremo.
Intanto mandilo subito su.
Va presto!
CLEMENTE (in procinto di uscire ritorna ad Amelia).
E no ti ga paura de restar sola coi briganti? (Entra Giuseppe ed egli s'arresta ed esce mormorando.) Forsi che i me la copa.
SCENA QUARTA
GIUSEPPE e AMELIA
GIUSEPPE Adesso gavaria de meter in ordine questa stala.
Ma da che parte go de scominziàr?
AMELIA (tradisce un po' di paura).
El fazza pur pian, pianin, un poco al giomo!
GIUSEPPE Intanto Alfonsina deve meter in ordine la tavola.
Cossa ghe ne entro mi coi crepi? (Va al campanello elettrico.) Per Alfonsina se ciama due volte? (Suoni.)
SCENA QUINTA
ALFONSINA e DETTI
ALFONSINA Se la me ciama continuamente se sa che no ariverò a far niente.
AMELIA Cara Alfonsina, no te go miga ciamada mi.
GIUSEPPE Siora squinzia! La go ciamada mi.
La spareci la tavola che no xe afar mio.
ALFONSINA La tavola va ben, ma i crepi xe afar de Teresa.
Per Teresa se sona tre volte? (Eseguisce.)
SCENA SESTA
TERESA e DETTI
ALFONSINA Ciò Teresa! Distrighite! Porta via quei crepi.
TERESA Mi no posso perché la coga me ga dà de netar le molete.
(Sta per andarsene.)
GIUSEPPE (la trattiene rudemente per la spalla).
Ti vol far el tuo lavor toco de asina?
TERESA (spaventata).
Sí, subito.
Che maniere.
GIUSEPPE Ma cossa la fa lei siora parona? Se la lassa che ne manchi de rispeto la serva alora dove se va a finir?
AMELIA Eh! se sa! La serva doveria ubidirghe a tuti...
GIUSEPPE Sí! Anche ala parona.
SCENA SETTIMA
ANNA e DETTI
ANNA Cossa ti me lassi impiantade le molete tute sporche de grasso? Te le dago per la testa, ti sa?
GIUSEPPE Le molete ga tempo! Lassa che la finissa prima sta camera.
ANNA (ad Amelia).
Ma che parona del diavolo la xe ela? La lassa che tuti comandi.
La diga ela una bona volta: Con chi ga da star Teresa? Qua altrimenti anderemo a pugni! (Suona il campanello.)
AMELIA Aspeté un momento e mi ve dirò subito con chi che ga da star Teresina.
Vado a averzer mi perciò che voialtri no perde tempo.
(Esce.)
GIUSEPPE Mi me par che per sta volta ghe la gavemo fata ala polizia.
Pecà che quel mato de cúcer se ga lassà ciapar.
ALFONSINA Eh! podemo star tranquili.
Se comportemo come se fossimo stai in servizio tuta la nostra vita.
ANNA Solo ste cotole me seca.
Chissà per quanto tempo che me tocherà portarle.
GIUSEPPE Oh! Per un meseto! Dopo nessun ghe pensa piú e podaremo andar per la nostra strada.
ALFONSINA Ma a mi sta casa me piasi.
La parona xe tanto geiitile e el paron tanto stupido che xe un piazer.
SCENA OTTAVA
AMELIA, STEFANO una frusta in mano e DETTI
GIUSEPPE Chi selo sto quà?
AMELIA El vol star zito fin che no ghe dago mi la permission de parlar.
Dunque zà che volé saverlo ve presento el sior Stefano che sarà un altro vostro paron!
TERESA El suo moroso?
AMELIA (le dà uno schiaffo).
Ciò, bruta servazza, con chi ti credi de aver da far.
TERESA (piangendo).
Anche la parona me ga dà una sberla!
GIUSEPPE Cossa xe ste maniere? La ga bastonà la serva? Ah! No xe casa per noi.
(S'avvia.)
AMELIA Aspeta un momento perché anzi questa xe l'unica casa per voialtri.
El momento che passé per questa porta ve consegno ala polizia.
(Tableau.) Ah! credevi de vegnir in una casa pulita per robar? Intanto qua ve go messo la guardia.
Fin che staré boni e che faré el vostro lavor no gavé de aver paura de nessun...
GIUSEPPE Grazie, grazie parona.
La ne vol salvar...
AMELIA Altro che salvar, salvar per mi.
Ma contéme un poco come che ve sé pensadi de netar e lustrar la casa che gavé svodada.
ALFONSINA Ne fazeva schifo de moverse in quel logo cussí sporco.
AMELIA Bravi! Se mi fossi giudice ve assolveria.
Che sporcona quela siora Armeri.
E adesso poche ciàcole e marsch! Al vostro lavoro.
Ancora un momento! Capiré che mi tegno sto omo per voialtri, per sorvegliarvi.
Dunque la vostra paga resta quela che gavemo dito ma metà ghe la daremo a Stefano.
Sé d'acordo?
GIUSEPPE (ad Alfonsina che lo interroga).
Eh! Cossa volé che femo? Semo d'acordo.
AMELIA E ti Anna ti te caverà ste cotole! Perché mi voio aver un cogo.
ANNA Meno mal! Almeno questo!
AMELIA Ma dopo pranzà perché prima no ti gaverà tempo, cara Ana.
Ti ga da far i gnochi, cara Ana, ti ga da far la carne in tecia e po' un picolo strucolo de pomi.
ANNA Ma come! No andé dal porzetér?
AMELIA Del porzetér no se parla piú.
E ti netarà la cusina, sporcona.
(Dandole un calcio.) Che finora no ti ga netà che le molete.
Per dopopranzo voio vederla lustra come un specio! Va in malora! (La spinge fuori.)
ANNA E Teresa no vien a aiutarme?
AMELIA Teresa per stamatina no ga tempo (A Stefano.) Daghe una frustada che la vada al suo lavor.
E adesso marsch! Giuseppe e Teresa vien con mi a netar zinque camere da drio.
Per stamatina no ve domando altro.
Intanto Alfonsina netarà queste due.
Stefano te sorveglierà.
Mi vado con questi due.
Mi basto per due.
Marsch! (Esce con Giuseppe e Teresa ma subito rientra.) Dame la frusta a mi.
Ti ti ga da far con la sola Alfonsina e con quela te basta i pugni.
(Esce e subito dopo si sente un grido di dolore di Giuseppe e poi un altro di Teresa.)
SCENA NONA
STEFANO e ALFONSINA; voce di GIUSEPPE
STEFANO Ciò, moscardina, lavora! Son qua per starte a veder.
El momento che ti te fermi, me movo mi.
ALFONSINA Eh! La fa un bel mestier! Mi no me degneria.
El aguzin!
STEFANO Ti sa! De solito me sta a veder a mi el magazinier.
Del resto no son miga un cativo mulo e se no ghe fosse quela marantega te lassaria far quel che te par e piasi.
Quanti ani ti ga?
ALFONSINA Ventidue.
STEFANO E ti ga el moroso?
VOCE DI GIUSEPPE.
Aiuto la me copa.
ALFONSINA Sí, quel che ziga.
(Piangendo.) Se la xe un bon mulo la ghe dia un fraco de lignade a quela baba.
STEFANO No me mancheria altro.
Fame piutosto ti el piazer e metite a zigar come se te bastonasse.
ALFONSINA Ahi! Ahi! (Urlando.)
STEFANO Brava! Cussí va ben.
Ma gavé vu una bela fortuna de imbrocar sta casa dove che i zercava giusto tanta zente.
Eh! La polizia come mi la conosso no ve trova mai piú.
E la siora Amelia no ve lasserà meter gnanche el naso fora de la porta.
Sastu dove che i tien el vin in sta casa? El paron me ga dito che i me daria un bicer de vin!
ALFONSINA A pranzo iera stabilí che i ne lo daria anche a noi.
Ma adesso no so gnanche se i ne lasserà bever Nabresina.
STEFANO Eh! Fin a pranzo ti vol che aspeti? (Inquieto.) Noi, in magazin gavemo la petesseria alla porta e femo ogni tanto un scampon.
Mi bevo poco, assai poco, ma sempre.
(Guarda negli armadii e trova una bottiglia; la guarda con sospetto.) Chissà che roba da gnente! Qualche vin franzèse! (Lo prova e poi giocondamente.) Qua fora i scrivi che se trata de vin e drento inveze xe rum! E stagno, ti sa! Ti ghe ne vol una iozza?
ALFONSINA Mi de matina no ciogo che el cafè.
STEFANO E alora beverò anche mi la tua parte.
(Ripete la bevuta e rimette la bottiglia al suo posto.) Adesso per quindise minuti almeno son bon.
Te prego scova un poco perciò che la parona no se rabi con noi.
Voria almeno finir quela botiglia.
Aspeta che te aiuto.
(Lui scopa ed essa si dà da fare alla tavola.)
SCENA DECIMA
AMELIA e DETTI
AMELIA Che beleza! Anche el guardian lavora.
STEFANO No me piasi de star cole man in man e cussí...
(Imbarazzato.)
AMELIA Ma anzi! Lavora pur! Mi me piasi la zente che lavora! Ti vol una iozza de rum?
STEFANO No xe veramente la mia ora ma se la xe cussí bona no voio farghe el smaco de rifiutar.
(Beve il bicchierino offertogli.)
AMELIA De là i lavora che xe un piazer.
In oto giorni gaverà la casa piú lustra de Trieste.
Adesso vado in cusina a conzar la coga.
SCENA UNDICESIMA
CLEMENTE e DETTI
CLEMENTE Oh! Amelia! Xe la polizia! I ga circondà tuta la casa e i xe zà sule scale!
AMELIA Ciò! Se vengo a saver che ti xe sta ti dal comissario ti passi un bruto quarto d'ora.
CLEMENTE Mi? Ti xe mata? Son sta avisà per telefono che la polizia ga ocupà la casa e son corso qua.
AMELIA Ma mi la mia servitú no la dago fora.
La polizia no ghe entra in casa mia.
Mi no ghe averzo la porta.
ALFONSINA Brava, siora Amelia! La ne difendi!
CLEMENTE Sta atenta Amelia che no andemo in dispiazeri.
AMELIA Go un'idea! Noi dò e Stefano se vestimo de servi e loro li vestimo da paroni.
La polizia ga la descrizion dei ladri ma no la zercherà quei conotati nei paroni.
Zà quando che se ghe cambia la scorza no se sa piú se se trata de paroni o de servi.
(Essa suona il campanello e nello stesso tempo grida.) Ana! Giuseppe! Teresa!
SCENA DODICESIMA
ANNA, GIUSEPPE con la testa bendata, TERESA con un occhio tumefatto e DETTI
AMELIA Sentí! Ghe xe la polizia! Ma mi go un piano de salvarve.
Son sicura de riuscir.
GIUSEPPE Ma mi no voio salvarme.
Mi voio andar in preson.
Dove xe la polizia? Che la vegni che xe ora.
AMELIA Te prego Giuseppe.
No esser cativo.
No te darò piú per la testa.
La credevo piú dura.
Guarda a quel che ti fa! Ti no ti sa quel che xe la preson.
GIUSEPPE Come no so quel che sia la preson; ghe iero tante volte!
TERESA E anca mi! In confronto de sta casa la preson xe un paradiso.
Intanto là no i domanda che se lustri e che se freghi! E po' no i dà pugni nei oci.
AMELIA Ben quel xe sta un sbaglio; scusime.
Senti! La polizia xe sule scale.
Se vede che i sta visitando un pian dopo l'altro.
Dunque ghe saria tempo de meter in ordine sta povera casa.
Mi gò butà tuto per aria credendo de aver el tempo de far tuta la casa in grande.
Ve dago una setimana de paga se me lavoré per un'oreta.
ALFONSINA De paga intiera, de mezza o de un quarto de paga?
GIUSEPPE La ne dia qua i soldi e po' faremo quel che podemo.
AMELIA Ma se la polizia no me lassa tuta l'ora de tempo mi no pago niente.
GIUSEPPE Furbona! La lassi che andemo a riposar un poco anca noi.
AMELIA Sentí! Quando che gavaré scontà la pena no volé tornar da mi? Mi go finí col volerve ben e ve aspeteria.
GIUSEPPE La ne aspeti pur! Mi spero de no vederla che in quel logo dove che no ghe xe né case de lustrar né paroni né servi.
Vegní, fioi! Che altrimenti le siore guardie le perdi la pazienza e le va via.
Andémo! (Esce con Teresa, Alfonsina e Anna.
Fuori c'è un momento di confusione e poi silenzio.)
SCENA TREDICESIMA
AMELIA, STEFANO e CLEMENTE
AMELIA Ciò, Stefano! Ti me darà ti una man a meter in ordine sta casa.
STEFANO Volentieri siora parona.
Solo che questa saria la mia ora.
AMELIA De cossa?
STEFANO De un bicerin.
AMELIA (velenosa).
Ah! ti vol bever?
STIEFANO Bever poco, s'intende.
Mi bevo sempre poco! Fazzo in modo de no esser imbriago prima dele sete de sera.
AMELIA Te darò mi el bicerin per la testa.
Va al tuo lavor birbante.
CLEMENTE Cussí ne toca andar a pranzo dal porzetér?
AMELIA (urla).
Oh! che odor de brusà! Me se brusa i gnochi! Birbante de Ana! No la podeva avisarne? (Corre via seguita da Clemente.)
SCENA QUATTORDICESIMA
STEFANO solo
STEFANO Senza bicerin la vol lassarme? (Prende la bottiglia dall'armadio.) Ogi sicuro no arivo ale sete de sera.
(Beve lungamente.)
CALA LA TELA
Un marito
Commedia in tre atti
PERSONAGGI
Avv.
FEDERICO ARCETRI
BICE, sua moglie
Professore ALFREDO REALI, fratello di Bice
PAOLO MANSI
AMELIA, sua moglie
ARIANNA PARETI
AUGUSTO, direttore di studio dell'avv.
Arcetri
UNA VECCHIA CAMERIERA
UNA DONNA
ATTO PRIMO
Studio dell'avvocato Arcetri.
Ambiente di severa eleganza.
Porta di fondo.
Il tavolo da scrivere addossato alla parete a destra dello spettatore.
Nel mezzo un tavolo e d'intorno il mobilio di un salottino.
Sulla parete di fondo un ritratto di donne.
SCENA PRIMA
AUGUSTO occupato a metter ordine sul tavolo dell'avvocato, poi ARIANNA
ARIANNA (una vecchia dama sofferente vestita in lutto profondo).
C'è il signor avvocato Arcetri?
AUGUSTO (aspetto di vecchio impiegato; giubba d'ufficio consunta ma pulita.
Guarda Arianna lungamente prima di riconoscerla).
Lei qui, signora Arianna? (Sorpreso e non piacevolmente.)
ARIANNA (spazientita).
C'è il signor avvocato?
AUGUSTO (umile).
No, signora! Non c'è; mi dispiace.
Se vuole accomodarsi intanto.
È uscito poco fa con suo cognato.
Credo sieno insieme con la signora Bice.
(Poi aggiunge.) Ritorneranno insieme...
credo.
ARIANNA (borbotta).
Allora me ne vado.
(S'avvia.) Quando crede che potrò trovarlo solo?
AUGUSTO Non lo so.
Le assicuro che non lo so.
La signora o il cognato sono qui di spesso.
Il signor Reali si ferma a scrivere su quel tavolo per delle ore intere.
ARIANNA Ciò che mi dite è vero oppure avete ricevuti degli ordini speciali che mi riguardino?
AUGUSTO Come può credere una cosa simile oh signora! Il signor Federico le ha portato sempre il massimo rispetto.
ARIANNA (subito adirata).
Pare ch'Ella, caro Augusto, abbia perduto il senno.
(Dopo lieve pausa.) Posso sperare di trovarlo solo a mezzodí?
AUGUSTO È possibile.
ARIANNA E non prima?
AUGUSTO Non credo.
ARIANNA (avviandosi).
Dio mio! Che cosa farò sino a mezzodí? (Si ferma dinanzi al ritratto di donna e dà un urlo di sorpresa.) Il ritratto di Clara qui! Vedo bene? È il ritratto di Clara.
AUGUSTO (con precipitazione).
Sí, signora! È il ritratto della signora Clara! Il signor Federico non ha mai voluto separarsene.
ARIANNA (stupita).
Lui? Lui non ha mai voluto separarsene?
AUGUSTO Sí! signora! (Poi, timido.) Il signor Federico dice che quel ritratto gli ricorda non una persona, ma bensí un'epoca...
(Piú franco.) L'epoca piú felice della sua vita.
ARIANNA (grida).
Ma è un'irrisione cotesta!
AUGUSTO Come può crederlo? Il signor Federico irridere...? (Accenna al ritratto.) Se lo vedesse talvolta solo dinanzi a quel ritratto, pensare, serio e triste, non direbbe cosí!
ARIANNA E che cosa ne dice la sua seconda moglie di quel ritratto?
AUGUSTO (pensando).
Nulla! Dinanzi a me non ne ha mai parlato.
Pare sia d'accordo che resti là.
ARIANNA (sempre contemplando il ritratto).
Guardate, guardate, Augusto! Non c'è in quegli occhi il presentimento, la tristezza della sua fine? (In contemplazione.) Assassino! Assassino!
AUGUSTO Signora! Si dia pace, la prego!
ARIANNA Oh! avessi potuto prevedere! Come sarebbe stato facile fuggire! (Ad Augusto.) Ma egli mi baciò, mi baciò due ore prima.
Oh, Giuda! (Di nuovo in contemplazione mormora dinanzi al quadro.) Sí! Sí! Cara! Sí! Sí! (Promettendo).
È bene l'abbia trovata qui! Come mi sento forte, rinfrancata! Posso attendere fino a mezzodí ed oltre! Gli parlerò qui, nevvero? Dinanzi a lei! Lei in questo luogo? Oh! mi parve imbattermi in lei viva.
AUGUSTO Vuole dica qualche cosa al signor Federico?
ARIANNA No! Niente! Anzi, caro Augusto, mi faccia il piacere di non dirgli ch'io sono stata qui.
AUGUSTO Ecco una cosa che non posso fare.
ARIANNA Perché?
AUGUSTO Perché credo, mi scusi, che questa sua visita, cosí di sorpresa, non debba avere un motivo gradevole per lui.
ARIANNA (ironica).
Ah! lo sapete anche voi?
AUGUSTO (serio).
E chi non lo sa? Oh! signora! Perché non dimenticare, perdonare? Quella povera anima lí non invoca certo vendette! Ricorda quando avevamo lo studio unito al suo quartiere? Io mi permettevo di darle qualche consiglio e lei talvolta m'ascoltava.
Purtroppo non m'ha ascoltato quando avevo visto il male e consigliavo di chiudere la porta in faccia a qualcuno.
ARIANNA (torbida).
Come siete ingenuo! Niente sarebbe giovato a niente! Colui voleva sangue e l'ha avuto; Dio sa che l'avrebbe preso in qualunque caso.
SCENA SECONDA
BICE e DETTI
BICE (cappellino, veletta, mantellina sul braccio, negligentemente).
Mio marito non è ancora di ritorno? (Le due donne si guardano; Bice s'inchina, mentre Arianna la misura da capo a piedi con offensiva curiosità.) Augusto! Fate accomodare la signora! (Augusto offre una sedia mentre Arianna continua a guardare Bice la quale, turbata, con un passo verso Arianna dice) Ella desidera?
ARIANNA (lentamente).
Niente...
da voi.
(Esce strascicandosi.)
BICE È una pazza costei? Chi è? La conoscete?
AUGUSTO (evasivo).
Una cliente...
una vecchia cliente...
BICE Un'usuraia, una malfattrice certo!
AUGUSTO (rivoltandosi).
Signora! È la madre di...
(Mostra il ritratto.)
BICE Lei!...
(Pentita abbassa gli occhi; un momento di silenzio.) Povera vecchia! Non l'avrei riconosciuta piú! In quella faccia non c'è di vivo che l'occhio e quello cattivo tanto! Che cosa voleva qui?
AUGUSTO Non lo so! Non volle dirmelo!
BICE Ho inteso dire che una volta tentò di gettare sul viso a mio marito dell'acido solforico! Federico lo nega ma mi pare d'aver capito ch'ella pur abbia tentato qualche cosa di simile contro di lui!
AUGUSTO (non protesta né afferma; poi).
Sarebbe pur bene ch'Ella inducesse il signor Federico a non ricevere da solo quella donna!
BICE (sorpresa).
Io? (Poi subito.) Glielo dirò! Ma pure l'ha ricevuta spesso da solo!
AUGUSTO Ella aveva altro sospetto di oggi.
Veniva con carte e documenti sempre accompagnata dal suo avvocato a trattare l'eterna questione della dote della defunta signora.
Quale affare fu quello! Gli affari piú semplici furono intricati con un'abilità d'inferno.
Sembrava tanto piú avida quanto piú il signor Federico era corrente e infine, a conti fatti, trovammo che la signora Arianna aveva ricevuta la dote della figlia con gli interessi di un mezzo secolo.
BICE E prima? Prima della morte di Clara?
AUGUSTO Prima? (Pensando.) È difficile ricordare quale aspetto abbia avuto! Viveva in disparte all'ombra della felicità della figlia, non chiedendo nulla per sé, tutt'intenta ad ammirare il bene altrui e a goderne.
Guardi! A me pare come se questa vecchia fosse nata il giorno in cui la giovine è morta.
SCENA TERZA
PAOLO MANSI e DETTI
PAOLO (vestito elegantemente di chiaro con cappello di paglia).
L'avvocato non c'è? Oh! la signora!
BICE Io stessa attendo mio marito.
Se tarda ancora un poco addio gita a Villa Luisa.
AUGUSTO (si rimette a scartabellare fra i documenti sul tavolo).
I signori permettono?
PAOLO (caricato).
Ma si figuri! (Gli fa un versaccio dietro la schiena come mettendolo fuori dell'uscio; Bice ride.) Come è pieno d'ostacoli il mondo! I momenti opportuni non sono mai abbastanza opportuni! Maledetto destino! (Comicamente accenna ad Augusto e ridiviene serio allorché questi all'esclamazione si rivolge.) L'avvocato non c'è; gli affari non camminano e la mattina si perde...
AUGUSTO Io non so dirle quando l'avvocato ritornerà!
PAOLO Grazie, signor Augusto! Sono già rassegnato ad attenderlo.
(Si avvicina alla finestra.) Un dolce, signora? (Mostrandole un sacchettino di dolci e con gli occhi invitandola a venire a lui.) Mia moglie me li fa prendere per Guido e poi se li divora.
(Stizzito ad Augusto che volge la testa.) Vuole un dolce, signor Augusto?
AUGUSTO No! grazie! (Si rimette a cercare.)
PAOLO Pare che negli studii d'avvocato si dimentichi la cortesia.
Non ho offerto una seggiola alla signora.
(Gliel'offre e intanto le prende la mano e tenta baciargliela.) Santa pazienza! Bisogna pure che mi distragga! Non vuole? Discorriamo allora! (Ad alta voce.) Bel tempo! Il barometro è alto; mia moglie si vuol vestire di lawn tennis...
(Ad Augusto che si rivolge.) Il signor Augusto s'intende di stoffe, mi pare; ha subito teso l'orecchio...
(Piano a Bice.) Gli fosse rimasto assordato!
BICE (s'allontana e gl'impone scherzosamente di tacere).
Non ricordo se siamo rimasti d'accordo con Amelia di attenderla qui o di andarla a prendere.
PAOLO Si doveva trovarsi insieme qui.
Scommetto che il mio tegame ritarderà come al solito! Oggi bisogna scusarla.
Il nostro Guido, che Dio ci ha dato (con esagerato accenno al cielo) si sentiva la gola infiammata stanotte; stette sveglio per mezz'ora, ruppe il sonno ad Amelia e questa avrebbe voluto interromperlo a me...
Io dormivo però come un giusto e tanto bastò perché la signora consorte si eccitasse contro la mia insensibilità...
Me lo confessò stamane quando si levò con tanto di livido sotto gli occhi.
BICE Pare che il marito non sia dunque un modello e che il padre non valga meglio.
SCENA QUARTA
FEDERICO e DETTI
FEDERICO (uomo di media età dall'aspetto un po' piú vecchio di quanto la sua età comporterebbe).
Mi avete aspettato!
PAOLO Finalmente! Non lodo il vento che ti porta perché mi son fatto tener compagnia dalla tua signora.
FEDERICO Scusatemi entrambi.
Avevo fino adesso le mani legate.
PAOLO Stavo spiegando alla signora Bice le mie teorie pedagogiche.
A guisa di penitenza starai ad ascoltarle anche tu.
FEDERICO (s'inchina).
Permettetemi soltanto.
(Ad Augusto.) Ella cercava qualche cosa?
AUGUSTO L'ho trovata.
La ricevuta di Verri C.
L'hanno mandata a prendere stamane.
FEDERICO Altro di nuovo?
AUGUSTO È stata qui la signora Arianna.
(A bassa voce.)
FEDERICO (contrariato).
E vuole?
AUGUSTO Ritornerà a mezzodí.
FEDERICO (c.s.) A mezzodí! (Augusto, inchinatosi, esce.)
BICE Che cosa ci hai a mezzogiorno? È l'ora del convegno per andare a Villa Luisa.
FEDERICO Lo so, lo so.
Vuol dire che mi scuserai.
Per quest'ora un mio cliente s'è fatto annunciare e devo rimanere ai suoi ordini.
BICE (guardando altrove).
Non potresti sacrificarci il cliente?
FEDERICO (sempre inquieto).
No, no, impossibile.
Del resto ti trovi con Paolo e con la sua signora.
Subito, non appena posso, io prendo una vettura e vi raggiungo.
BICE (dopo una lieve esitazione, s'avvicina a Federico, a bassa voce alterata da emozione).
Federico! Avrei da domandarti un favore.
FEDERICO (sorpreso la guarda).
Un favore? Parla!
PAOLO Se disturbo me ne vado! (Nessuno gli dà bada ed egli s'avvicina alla porta con l'intenzione di non uscire.)
BICE (supplichevole).
Vieni con noi.
FEDERICO Perché?
BICE Non ricevere quella donna che ti vuol male.
FEDERICO Ah! sai anche tu? (Ridendo con sforzo ad alta voce.) Ma non è mica per essa ch'io resto nello studio.
Quella è una visita che non ha importanza.
Se essa verrà la riceverò.
Non vedi che Paolo sta per andarsene?
PAOLO (molto seccato).
Stimo io! Mi pare di essere di troppo.
FEDERICO Quale idea! Resta! Non disturbi nessuno.
O anzi non avete da andare a prendere la signora Amelia?
PAOLO No! l'appuntamento l'abbiamo qui.
Evidentemente ti secchiamo tanto che se non ci fosse di mezzo la tua signora t'offrirei d'attendere in anticamera.
BICE Vuoi che accetti la proposta del signor Paolo e che andiamo ad attendere Amelia in anticamera?
FEDERICO Ma che idea! Se vi dico che non mi seccate niente affatto! Anzi attendo con impazienza che Paolo mi spieghi le sue teorie pedagogiche che ho interrotte con la mia venuta.
(Siede al suo tavolo.)
PAOLO Dove eravamo rimasti?
BICE Mi spiegava quel sistema d'educazione che lo lascia cosí comodamente dormire quando Amelia veglia per il bambino.
PAOLO Ah! sí! Vede, signora, tutti gli educatori moderni hanno la grulla idea di abituare i fanciulli alla giustizia, di far credere loro che le piú grandi soddisfazioni stanno nel compiere il proprio dovere.
A questo modo il fanciullo che vien fuori dalle sante mani entra nella vita come in un tribunale dove le opere cattive si puniscono e le buone si premiano.
Appena poi l'allievo ha compiuto qualche cosa di buono e non trova premio eccolo abbattuto dallo sconforto subito disilluso, sfibrato ed eccovi le imprecazioni dei cattivi poeti e i suicidi dei giovinetti cui la donna amata ha detto di no.
Il mio Guido invece è abituato alla piú rigorosa ingiustizia.
Quando fa bene trovo sempre di punirlo per motivi insignificanti, quando fa male anche ma non sempre.
Lo lodo soltanto quando io mi sento molto bene fisicamente e moralmente.
Egli ha già capito con ciò di non poter disporre del suo destino, ma di doversi sottomettere a un capriccioso e irragionevole caso.
BICE Povero figliuolo!
PAOLO Tuttavia, finora, egli è sempre attonito di vedersi maltrattato mentre le rare altrettanto ingiuste carezze sono accettate da lui senza dubbi o esitazioni, ciò che mi irrita non poco perché non dimostra in lui molta ragionevolezza.
Dovreste vedere quando lo maltratto! Par quasi dubitare ch'io faccia sul serio; ma quando una volta se ne è convinto bisogna vedere come si dispera! Non è di me che gl'importi, non me ne lusingo, ma si dispera alla visione improvvisa di un mondo fosco annebbiato dalla severità e dall'ingiustizia.
Di qui a qualche anno avrà perdute gran parte delle illusioni congenite.
BICE Io credo che lei ha torto.
Per un'illusione che ammazziamo ce ne nascono cento e verrà il giorno in cui Ella potrà avere il rimorso d'aver amareggiata la piú bella parte dell'esistenza di suo figlio.
PAOLO E tu, Federico, che ne pensi?
FEDERICO Io? Oh! quelli sono anni che neppure la tua pedagogia può guastare.
PAOLO Ve ne prego! Non toccate quest'argomento dinanzi a mia moglie.
Essa s'è rassegnata ai miei sistemi ma non vuole che ne venga parlato fuori di casa, come essa dice.
SCENA QUINTA
AMELIA e DETTI
AMELIA (di fuori).
Si può?
PAOLO Lupus in fabula.
BICE (va ad incontrare Amelia).
T'aspettiamo da un pezzo.
AMELIA Ma io non potevo venire prima.
Ho dovuto aspettare il dottore.
Avevo pregato Paolo di attendere anche lui ma lui...
(Accennando l'indifferenza del marito.)
PAOLO Io sono corso qui per un affare della massima premura.
FEDERICO (stupito).
Per un affare?
PAOLO Te ne parlerò dopo; è fatto in un momento.
AMELIA L'affare ha potuto attendere fino adesso e fino adesso potevi attendere anche tu.
PAOLO Ma io avevo due affari; questo e un altro che ho già liquidato.
AMELIA (brontola).
E se non bastassero due ne inventeresti tre.
PAOLO E che cosa disse di Guido il dottore?
AMELIA Che non ha nulla e che lo si porti all'aria.
(Subito decisa.) Perciò verrà con noi a Villa Luisa.
PAOLO Capisco che il tono non ammette replica.
Io però se fossi in te ci penserei prima di rischiare un tanto.
Abbiamo potuto capire tutt'e due che questa notte il bambino aveva la febbre; non fidiamoci della parola di un dottore cui non duole la testa.
E se gli ritorna la febbre? (Bice e Federico ridono.)
AMELIA (adirata).
Già si capisce; tu non puoi soffrire che ti stia accanto.
BICE Oh! venga, venga con noi! Per me il divertimento ne è raddoppiato.
Quando un bambino mi saltella dinanzi, io capisco meglio il verde, i fiori, gli alberi, tutte le cose dei poeti.
AMELIA Brava, Bice!
PAOLO Andiamo allora.
Giacché le due signore sono convinte che la salute di Guido non corre alcun pericolo, non ho nulla piú da obbiettare.
Tu, Federico, ci raggiungi, nevvero?
FEDERICO Sicuramente.
PAOLO E allora moviamoci.
E vostro fratello? È forse già ripartito?
SCENA SESTA
Dottor REALI e DETTI
REALI Buon giorno.
Siete incamminati? Tanto piú facilmente farete senza di me che ho da parlare a lungo con Federico.
PAOLO Non potresti rimandare questo colloquio a stasera?
REALI Eh! capisco! Tu hai parlato e adesso vorresti impedire a me di agirti contro.
PAOLO Io? Mi credi troppo furbo! Ti do la mia parola d'onore ch'io con Federico non parlai ancora.
In quest'istante avevo risolto di rimandare il tutto a questa sera.
Fai anche tu cosí e vieni a festeggiare il nostro armistizio a Villa Luisa.
REALI Io parto domattina e voglio prima regolare con Federico quest'affare.
PAOLO E allora senti! Che bisogno c'è che parliamo ambedue dello stesso affare a Federico? Parla tu solo! È la migliore risposta ch'io possa fare a quella tua accusa di doppiezza.
Promettimi soltanto che metterai una buona parola anche in vantaggio del mio patrocinato.
REALI No! Questo non posso promettere!
PAOLO E non occorre neppur questo allora! Io so già di aver vinto la mia causa perché conosco il modo di pensare di Federico.
BICE Di che si tratta?
REALI Un affare legale qualunque.
BICE E che a te preme tanto?
REALI È il mestiere di noi medici di appassionarci per gli affari altrui.
BICE (lo guarda indagando e non comprendendo niente, lo saluta).
Ci raggiungi poi con Federico? Vieni qui per trovarci e tanto poco sei stato con noi.
REALI Scusami sai povera Bice.
Sempre quel mestiere di cui ti parlavo.
Arrivato qui mi saltarono addosso amici e conoscenti a confidarmi tutti i loro affari e per i miei, che siete voi due, non mi restò tempo.
Non potrò venire da voi neppure piú tardi.
AMELIA Ella parte domani...
già? (Timidamente e dispiacente.)
PAOLO A proposito degli affari altrui...
Essa desidera che tu guardi un po' in gola a nostro figlio.
REALI (compiacente).
Signora! Se le è comodo verrò questa sera.
AMELIA (commossa).
Oh! grazie! È da tanto tempo che desideravo di sentire la sua parola.
Lei potrebbe dirmi come debba comportarmi con Guido.
Ho talvolta di tali angoscie! Paolo dice che Guido è tanto malaticcio causa la mia bontà.
REALI Oh! la bontà non crea mai la malattia.
AMELIA (a Paolo).
Vedi?
PAOLO Bisogna saper distinguere.
REALI Seccatore! Vorrai lasciare la signora in pace? Arrivederci dunque questa sera.
BICE Tanta fretta hai di parlare con Federico che ci congedi?
REALI No! Non vi congedo! (A bassa voce.) Te ne prego! Vattene e conduci teco tutta questa gente! (A voce alta.) Perderete le piú belle ore di campagna.
BICE Hai ragione! Andiamo! Addio, Federico!
FEDERICO (s'alza e va a congedare Amelia, Paolo e Bice).
Addio! Buon divertimento!
AMELIA Arrivederci, professore!
PAOLO (a Reali).
Vedrai come perdi il fiato e come lo risparmi a me.
SCENA SETTIMA
REALI e FEDERICO
REALI (guardando dietro a Paolo).
Strana la mia relazione con quest'uomo.
Non lo posso digerire e mi tocca fare come se lo amassi e solo perché egli dice di amarmi e crede di averne il diritto.
Fui tanto stupido da studente da ammirare il suo spirito e da trovarmi bene con lui nelle baldorie.
Lo trovo sempre uguale! Affetta un carattere, ne affetta un altro, solo per farti ridere.
Auff!
FEDERICO Bice ci si diverte.
(Senz'alcun accento.)
REALI Pensa che come lo vedi ha nelle sue mani la vita di un uomo, di un congiunto! Ed egli se ne va a Villa Luisa a fare dello spirito anche a spalle della propria moglie e del proprio figlio.
Ora a noi! (Siede accanto al tavolo di Federico.)
FEDERICO La vita di un uomo affidata a Paolo! Di che si tratta? (Siede al proprio tavolo.)
REALI Io ho da parlarti dello stesso argomento di cui egli era incaricato d'intrattenerti.
Egli è incaricato di officiarti a difensore di Vincenzo Cerigni suo cugino; io poi sono incaricato di pregarti di non commettere una corbelleria simile.
FEDERICO (attento e attonito).
Non capisco niente! Chi è questo Vincenzo Cerigni e che cosa ha commesso?
REALI Io ho da parlarti dello stesso argomento di cui da due settimane s'occupa la città intera? Ma dove vivi tu?
FEDERICO Nei miei affari.
REALI E non leggi giornali?
FEDERICO Di rado e superficialmente.
REALI E allora devo cominciare coll'esporti il delitto commesso dal Cerigni.
Esso non ebbe altri testimoni che il suo autore e quindi te lo racconto come lo racconta lui stesso.
Dieci giorni or sono, invitato a cena da alcuni amici, Cerigni di sera tardi saluta la giovine moglie, non so se piú o meno affettuosamente, ed esce.
Un accidente toccato alla sua carrozza lo inzacchera, leggermente lo ferisce ad una mano, insomma lo obbliga a ritornare immediatamente in casa.
Trova la cameriera dinanzi alla porta della camera da letto la quale, vedendolo, si smarrisce, urla: «Il padrone, il padrone!» e fugge.
Cerigni, dopo lunghi sforzi, riesce a forzare la porta che non vuole aprirsi.
Entra.
La moglie mezzo svestita gli corre incontro, cade in ginocchio e domanda perdono di una colpa ch'egli ancora non ha indovinata.
Cerigni come un forsennato si mette alla ricerca dell'amante, sotto il letto, nella stanza da bagno, persino negli armadii.
Vuole che la moglie gli dica dove si trovi e poiché costei vi si rifiuta egli le spacca la testa con un colpo di rivoltella.
FEDERICO (ch'è stato ad ascoltare attentamente).
E tu?
REALI (stupito).
Ed io?
FEDERICO Volevo domandarti se eri incaricato tu d'impedirmi d'assumere la difesa di questo disgraziato.
REALI Sí! Hai capito esattamente di che si tratti.
FEDERICO E perché vuoi impedirmi tale difesa?
REALI (quasi timidamente).
Te lo dirò.
Hai capito perché il padre di Cerigni, quella vecchia volpe, ci tenga tanto a conquistare te a difensore del figlio?
FEDERICO Sí!
REALI Capisci bene che non vogliono in te l'avvocato dotto od eloquente! Tu non godi neppure piú di questa fama.
Da molti anni il tuo nome non appare che in cause d'indole economica.
Vogliono dunque attrarti in un campo che non è neppure il tuo e perché?
FEDERICO Si capisce!
REALI (con calore).
Essi sperano che tu dal tuo pulpito faccia allusione al tuo proprio caso.
Sperano che tu abbia a gridare ai giurati: Come potreste condannare costui se io nel caso medesimo sono stato assolto? Insomma ti mettono sul pulpito perché tu a un dato momento ne scenda e ti ponga da te alla gogna accanto all'accusato.
FEDERICO (offeso).
Alla gogna? A un posto d'onore! Non solo da buon avvocato ma anche da uomo convinto io non respingerò alcuno degli argomenti che potrebbero favorire il mio difeso.
Non farò soltanto quello che il Cerigni spera.
Farò di piú.
Dirò ai giurati: Io commisi lo stesso misfatto dieci anni or sono e mi vedete tanto convinto di quanto ho fatto che vengo a difendere me stesso in altrui perché se voi condannerete costui avrete condannato con lo stesso verdetto anche me e qualunque si sia trovato obbligato di difendere il proprio onore con un'azione crudele.
REALI Ma forse ingannerai cosí i giurati.
Chi ti dice che il caso di Cerigni sia tanto simile al tuo?
FEDERICO Mi pare identico.
REALI A me vien detto che al Cerigni si attribuiscano ogni sorta di mancanze verso la moglie.
FEDERICO (con calore ed ira).
Vedi, Alfredo! Mi offendi, mi torturi! Da ogni tua parola io capisco che tu stesso includi me e il Cerigni nel medesimo giudizio e che con un'ipocrisia veramente indegna di te lo celi per non offendermi, per non turbarmi.
(Tenta di calmarsi invano.) Ma fratello! Leva la maschera; è l'unico modo per non ferirmi.
Questa è la barriera sollevatasi fra noi.
Prima del mio matrimonio con tua sorella, eravamo piú amici che dopo.
Adesso ne capisco il perché.
Stimo io! Con me tu non sai piú parlare come pensi.
(Ancora s'arresta e poi) Io sarei stato sincero con te! Te lo giuro! Nel caso tuo, se avessi avuto da discutere il fatto Cerigni ma io...
io...
(iroso) io avrei preso il toro per le corna, proprio per le corna (con gesto analogo sulla propria testa) giacché ci sono.
T'avrei detto: Tu, fratello, facesti male in allora e perciò fai male adesso.
REALI Barriere fra noi! Io amo Bice e amo te.
Non sono venuto qui solo per passare qualche giorno fra voi? Io non posso parlare come tu mi suggerisci semplicemente perché cosí non penso.
FEDERICO E allora parlami come pensi ma esattamente come pensi.
Mi conosci dacché son nato, si può dire! All'intellettualità siamo nati insieme! Puoi credermi una coscienza semplice che dopo commessa un'azione, e quale azione!, riposi inerte e non la disamini e non la discuta? Tutto quello che potrai dirmi me lo sarò già detto da me stesso.
Una cosa sola non posso tollerare ed è di vedermi trattato come un pazzo che bisogna secondare.
Può avvenire che un uomo come te, il quale visse solitario in compagnia della sola, pura, secca scienza mi consideri quale...
come dirò?, quale un semplice assassino.
Da te tollererò anche questa parola ma non che tu abbia a pensarla senza dirmela.
La discuterò!
REALI E io non pensai mai una parola simile, ma niente che le avvicini neppure, per gettarla addosso alla tua persona sempre nobile e generosa.
Sai! La scienza non è mai secca quando è vera scienza.
Io posso comprendere tutte le passioni, anche quelle ch'io non ho provate.
Io, per essere sincero, del tutto sincero, posso riferirti la mia esclamazione quando dieci anni or sono appresi la sventura che ti era toccata: «Quale disgrazia!» esclamai.
E volli definire cosí tanto il fatto che la donna che amavi t'aveva tradito quanto quello che tu l'avevi uccisa.
Altra lesione alla nostra amicizia non vi fu perché io non m'opposi al tuo matrimonio con Bice mentre se t'avessi stimato meno non l'avrei permesso.
Ma tu ora vuoi codificare le azioni che la passione commette, vuoi renderle addirittura legali!
FEDERICO (sorridendo).
La passione! Quella ha da scusarci! Come mi capisci male! Come è allora che l'azione commessa nella passione non lascia rimorsi? Bisognerebbe concludere che da me la passione continui eterna.
Perché adesso, a mente serena, rifarei quello che ho fatto.
Vedi pure! Io difenderò Cerigni e con una certa voluttà, anzi, te lo confesso.
Mi vendico una seconda volta.
REALI (scorato).
Se la passione continua tuttavia, allora povera la mia sorella.
FEDERICO (accalorandosi).
Comprendimi, te ne prego! Non è di amore che parlo! È di odio! Dell'odio per un delitto di cui io ho sofferto tanto! Tu mi trovi mutato, nevvero? Sappi che dacché ci siamo visti l'ultima volta nulla di nuovo è avvenuto nella mia vita.
No! Ogni anno che passa conta per me per due, per cinque e invecchio e avvizzisco nell'odio, nel livore.
Oh! Avessi potuto ammazzare anche lui sarei piú giovine, piú forte; potrei dimenticare, rivolgere tutta la mia intelligenza ad altre cose, alla scienza che, tu lo sai, fu la mia pura vera felicità.
REALI (costernato).
Povera la mia sorella.
FEDERICO Ma tu ripeti una cosa che non pensi, che non pensi che non puoi pensare.
Tutto quello ch'io dico a te sono pronto a ripetere a Bice e vedrai ch'essa non se ne sentirà lesa.
REALI Se cosí fosse, avrei qualche cosa a ridire sull'amore coniugale di mia sorella.
FEDERICO Oh! tu non ci conosci! Io guardo costantemente dietro di me ed essa che cominciò ad amarmi proprio per avermi visto tanto energico prima alla difesa del mio onore e poi di me stesso, m'ama come sono e sono sempre quegli ch'ella amò.
REALI Ma lasciamo stare voi ch'io vorrei escludere da quest'argomento.
È anzi questo ch'io da te esigo.
Abbiamo da trattare il fatto Cerigni e non il tuo.
Io mi appello al legale, allo scienziato.
Spogliati delle tue passioni e comprendi tutti i diritti degli altri, il diritto d'amare e di vivere prima di tutto.
FEDERICO (con voce roca).
Non comprendo neppure quello che tu vuoi dire!
REALI Federico! Federico! T'ho già offeso proclamando il diritto d'amare degli altri? Ma dove è la possibilità che ci sia offesa per te nel fatto che la moglie del Cerigni abbia amato altri che il proprio marito?
FEDERICO (c.s.).
Tu non la vedi?
REALI (deciso).
No! Senti! Tu sai che all'amore io ci ho pensato poco.
Già da giovine incominciai a teorizzare a considerare la mia vita quale una vita a parte, da contemplatore.
Oggi poi invecchiato, all'amore non ci penso che con la curiosità che può sentire un altro sentendo parlare di paesi che non vedrà giammai.
Ebbene! Io muterei il mio destino tanto sereno pieno del godimento della mia inerzia contemplativa che non mi turba e che mi svaga, col fosco destino del giovine Arbe il quale seppe ispirare e sentire un tale amore.
FEDERICO Chi è costui?
REALI L'amante della Cerigni.
FEDERICO (ironico).
A quest'ora naturalmente tutti sanno ch'egli è il fortunato mortale che costò la vita ad una donna e l'onore ad un uomo.
REALI Non è certo lui che lo divulgò!
FEDERICO (c.s.).
Ma tutti lo sanno meno il marito probabilmente.
REALI Non tutti! Io, però, lo so esattamente e sta a sentire come.
Ero a trovare all'ospitale tempo fa il dottor Emmo.
Volle consultarmi sull'opportunità di precipitare l'amputazione di due arti lesi gravemente.
Sai che cosa sia una lesione grave? (A un gesto ripulsivo di Federico.) Lascia che te lo spieghi.
Quando nel nostro corpo un osso si spezza, talvolta esso diventa un'arma micidiale.
Taglia muscoli, carne e pelle e si sporge ad offrire al contatto dell'aria contaminata il proprio midollo.
Il possessore delle due gambe sfortunate era il povero Arbe.
(A Federico che alza le spalle.) Oh! non ebbi a commuovermi alla vista delle gambe.
Io credo d'aver visto in vita mia tutto quello di peggio che può avvenire a questo nostro povero corpo! L'Arbe era perfettamente in sé dopo aver passato varii giorni in delirio in seguito alla scossa cerebrale riportata.
Oramai si sa esattamente tutto quello che gli è avvenuto.
Destato dal suo sogno d'amore dal grido d'allarme gettato dalla cameriera egli senz'altro si gettò dalla finestra.
Tentò di giungere al primo piano almeno sulle sporgenze decorative del ricco palazzo; ne fanno fede le sue mani orribilmente escoriate.
Non poté e precipitò pesantemente al suolo producendosi quelle ferite che t'ho detto.
Ma egli non fu trovato al posto ove cadde.
Con una forza veramente sovrumana con le sole mani che si trovavano nello stato che t'ho detto s'allontanò da quel palazzo quanto poté.
Pochi passi, è vero, e fu facile capire da quale punto egli giungesse perché un filo di sangue marcava il suo passaggio.
Quale viaggio dovette essere quel breve percorso! Dall'infermiera, una suora, seppi il resto.
Il delirio lo ricondusse immediatamente all'amore da cui era stato strappato in modo sí rude.
La suora, cui l'amore è interdetto, lagrimava riferendoci le espressioni d'amore ch'essa aveva udite.
Lo trovarono col fazzoletto in bocca per impedirsi di gridare.
Anche ora diffida di tutti e la madre che passa anch'essa la vita al suo letto non poté ancora avere una confessione da lui.
Tutti sanno tutto ma non possono dirglielo.
Sarebbero obbligati di dirgli nello stesso tempo che Elena Cerigni per colpa sua fu uccisa e ciò significherebbe forse ammazzarlo.
FEDERICO Un bravo giovine, ma ciò non prova nulla.
REALI Lo conosci tu? Una testa d'adolescente corretta da un maschio sguardo aperto.
Si anima quando vede una faccia nuova.
Procura di ciarlare per spingere alla ciarla gli altri.
Ti ficca gli occhi neri in faccia e tu che sai tutto indovini la domanda che ti fa.
A me domandò quali famiglie frequentassi qui.
Aveva cominciato col dirmi che la parte piú grave della sua malattia era la noia che provava.
Dimenticava le sue gambe spezzate! Poi s'interessò dell'esser mio e con una politica meravigliosa arrivò a chiedermi in modo che non poteva destare sospetti quali famiglie io qui frequentassi.
E di ognuna s'intrattenne con uno spirito che veramente sarebbe stato a posto in un salotto di conversazione.
Era uno sforzo il suo per arrecarmi diletto e farmi ciarlare.
Senza malizia, te lo assicuro, io nominai i Cerignola.
Lo misi a dura prova.
Accortomi della somiglianza del nome, sulla seconda sillaba mi fermai e fu peggio.
Se tu avessi visto quel volto emaciato come si contrasse nello sforzo di non tradire l'ansia.
Avrei voluto liberarlo almeno da quello sforzo doloroso e gridargli: Ma a che serve il tuo eroismo? Il marito ha già divulgato tutto.
FEDERICO (con ironia).
Già.
Se non ci fosse stato il marito, nulla di male sarebbe avvenuto.
REALI Oh! Federico! Una volta io dicevo di te che le piú alte intelligenze dovevano inchinarsi alla tua.
Oggi io dico che a te manca il piú comune buon senso.
(S'avvia, poi s'arresta.) No! il mio dovere m'impone di dirti tutto.
Senti! Se tu accetterai la difesa del Cerigni vedrai comparire il tuo nome non solo quale avvocato difensore.
Sarai tirato in causa in tutti i modi: Quale marito che uccise la moglie e quale scienziato che scrisse in modo da non far supporre in lui un difensore dell'odio e della violenza.
FEDERICO Si fa allusione a quei miei opuscoli giovanili dimenticati da tutti e da me stesso.
REALI Sí e specialmente ad uno: La Morale Scientifica moderna, un opuscolo tenuto in stile quasi arido scientifico ma di cui ogni pagina appare animata dalla fiducia nella bontà umana.
È tuo quel detto: Il delinquente può meritar castigo ma non odio.
All'epoca in cui pubblicasti quell'opuscolo l'idea parve audace.
Oggi è ammessa da tutti meno che da te...
a quanto pare.
FEDERICO La minaccia di ripubblicare quella raccolta di bestialità ch'è quel mio opuscolo non mi spaventa.
Chi fece tale minaccia?
REALI Un congiunto della Cerigni indignato d'apprendere per quali vie subdole si voglia arrivare all'assoluzione del marito che non è, te lo ripeto, degno del tuo appoggio.
FEDERICO (calmo e risoluto).
Non è di lui che si tratta e non di Arbe; di me solo si tratta qui.
Difenderò Cerigni per ottenere una seconda volta la mia assoluzione.
Come puoi credere che le tue parole per quanto ben confezionate non abbiano ad apparirmi quale una condanna del mio passato? T'invito al processo Cerigni; è là che discuterò la mia causa.
Può essere ch'io manchi di senso comune; vedrai però come saprò soggiogare il senso comune altrui.
REALI (con disdegno).
Della retorica!
SCENA OTTAVA
AUGUSTO, poi ARIANNA e DETTI
AUGUSTO (va a Federico e gli parla a bassa voce).
FEDERICO Venga pure! (Seccato e rassegnato, Augusto esce.) A proposito! È la madre di Clara! Un'altra che mi considera un assassino, ma almeno quella me lo dice in faccia.
REALI (con slancio).
Ma Federico, hai bisogno tu ch'io ti dica quanto ti stimi e ti ami? Io ti rimprovero il tuo presente e non il tuo passato.
È solo una divergenza di opinioni fra noi e dovremmo perciò odiarci?
FEDERICO (lo guarda negli occhi, poi gli stringe la mano).
Ti credo! Grazie!
ARIANNA Ho chiesto di parlare all'avvocato Arcetri.
FEDERICO Ed io sono qui ad ascoltarla.
Mio cognato Alfredo Reali può forse assistere al nostro colloquio?
ARIANNA No!
REALI (che la guarda attentamente).
Tuttavia io vorrei rimanere qui.
ARIANNA Vi fu raccontato dell'attentato che commisi su vostro cognato? Oh! rassicuratevi! Sono inerme del tutto! Visitatemi! (Alza le braccia.)
FEDERICO Te ne prego, Alfredo, lasciaci soli.
Non temere di nulla.
Quell'attentato di cui essa parla fu una cosa veramente inoffensiva.
ARIANNA Inoffensiva perché non riuscí.
A me importa che il vostro signor cognato sappia ch'io ho fatto quanto ho potuto per danneggiarvi.
FEDERICO Sta bene! Sia come volete! Ma tuttavia resto con voi solo.
Addio Alfredo! (Lo accompagna alla porta poi ritorna al suo tavolo.) Eccomi a voi! Accomodatevi!
ARIANNA Non occorre! Sarò breve! (Solleva la propria veletta, Federico ha un gesto di sorpresa.) Mi trovate mutata molto? Vi sorprende di trovarmi in tale stato? Ho lasciato da pochi giorni il letto ove stetti quasi un anno.
FEDERICO (con premura).
Ammalata?
ARIANNA Sí! Il medico che mi avevano chiamato mi trovava ammalata ma mi diceva sempre che per vivere avrei dovuto alzarmi e girare per la città o andarmene in campagna.
Ma io non sapevo che fare né in città né in campagna e restavo in letto spossata esaminandomi se forse riposando tanto mi sarebbe venuta la forza per tentare infine qualche cosa di piú efficace contro di voi.
Invece morivo! Avevo sempre intorno al mio letto il fantasma della mia Clara e a voi pensavo poco.
Ora l'affievolirsi del mio odio per voi significava certo l'affievolirsi della mia vita stessa.
Voi con la mia morte guadagnavate poco o niente perché io nulla ho potuto contro di voi.
Ho tentato di ammazzarvi, di deturparvi e voi sapete come il mio braccio fu debole, e come ebbi bisogno della vostra misericordia! Quanto male mi fece quella misericordia! Ho pensato di colpirvi nelle sostanze, di togliervi fino all'ultimo centesimo della dote di Clara.
Eravate povero quando l'avete sposata; volevo che tornaste povero.
E dovetti accorgermi che restavate ricco anche se vi toglievo gli averi della poveretta.
Che cosa potevo fare di piú? A forza di perseguitarvi divenni ricca io stessa, ricca, ah! ah! ricca! (Con una risata da pazza.) Che cosa potevo fare di piú? Anziché fare del male a voi, feci del bene a me! Ah! Ah! E non potevo fare altro! Vi stimano, vi amano, vi proteggono! V'hanno assolto! Mi posi in quel letto e vi stetti come vi dissi per attendere e anche per nascondermi.
Sapete voi che cosa evitavo con la massima gelosia? La luce del giorno! Ne arrossivo! E sapete perché? (Con grande violenza.)
FEDERICO Io non so attribuirvi alcun delitto meno che il vostro odio per me.
Vi fu un tempo in cui parve che tale odio s'attenuasse.
Ve ne ricordate? Un giorno, in carcere, piangeste con me!
ARIANNA Me lo ricorda! Me lo ricorda! È perciò, è perciò ch'io evito la luce del giorno! Mai, mai non s'attenuò il mio odio pel vostro misfatto! Voi non avete capito niente, voi mentite! Io mai vi approvai! La stupefazione che in me si produsse all'apprendere il vostro misfatto mi lasciò per molto tempo istupidita! Mi doleva e non sapevo neppure dove.
È vero! è vero! Al primo istante ho potuto soffrire oltre che per la perdita di Clara anche per aver perduto voi! E nella mia disperazione quando pregavo Dio vi facesse assolvere, non immaginavo, non pensavo che Clara sarebbe rinata ma veramente qualche cosa di simile.
Era stupido, talmente, che non arrivo piú a capirmi, ma era cosí! Tutto un periodo di sogno fu quello e per uscirne ci volle tanto tempo! Mi pareva impossibile che la morte di Clara fosse eterna! Sognavo - che so io? - che assolto voi avreste potuto assolvere a vostra volta Clara e ridarle la vita.
Era fatto cosí il mio stupido cuore allora! Nessun ragionamento valeva a convincermi che, morta Clara, dovesse nello stesso tempo morire il mio affetto materno per voi.
Io credo che il sentimento piú forte ch'io provassi allora fosse la compassione per voi! Oh! povero il mio figliuolo! pensavo credendo di conoscervi.
Perché non è morto nello stesso tempo? Lo assolvano pure ma come potrà egli vivere? Vi credevo martoriato dai rimorsi! (Federico, alza le spalle.) Oh! non protestare! Oramai so che non avete rimorsi! Ma potevo crederlo! Anch'io posso ricordarvi le lagrime che spargeste in carcere! Ve le ricordate? Eravate ai miei piedi torcendovi nella polvere gridando che non piangevate il vostro proprio destino, la prigionia, forse l'ergastolo, ma quello di Clara e del vostro amore.
Mi baciaste la gonna e i piedi...
Ve ne ricordate?
FEDERICO (vivamente commosso).
Io piangevo la moglie fedele che avevo perduto prima, molto tempo prima della sua morte.
Volete che la piangiamo insieme ancora?
ARIANNA (alzando le mani al cielo).
Oh! Oh! turpe proposta!
FEDERICO (domando la propria commozione, dopo breve pausa).
Se non erro siete venuta per comunicarmi qualche cosa di nuovo?
ARIANNA Sí! Lasciate però che vi dica ancora una cosa che potrà sembrarvi nuova.
Voi commetteste non uno ma due misfatti.
Avete uccisa Clara e tentaste di convincere me, sua madre, ch'essa aveva meritata la morte.
Piangere Clara ins