COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 34
...
.
Come ti senti?
AUGUSTO Non è nulla, signor Federico.
Non sarei caduto se non avessi questa mia gamba reumatizzata.
Che sia rotta? Io non sento dolori ma il male è che la gamba era sempre alquanto insensibile.
FEDERICO (spaventato).
Rotta? Oh! prova di alzarti, te ne prego!
AUGUSTO (con sforzo s'alza in piedi).
Oh! non è nulla.
Non c'è nulla di rotto.
La carcassa è intera.
(Siede di nuovo.)
FEDERICO E allora perché rimani seduto? Hai preso spavento? (Vede il fiasco d'acqua e corre a versarne un bicchiere che offre ad Augusto.) Prendi!
AUGUSTO Ma non ne ho bisogno, signor Federico.
Se le fa piacere, però...
(Beve.) Non ho preso paura! Io già sapevo che Lei non m'avrebbe fatto del male.
FEDERICO Io non ne ero tanto sicuro.
Hai fatto male, tu, di metterti fra la mia ira e quella donna.
Capisci che se in luogo di te ci fosse stata lei, là, a terra, l'avrei uccisa.
Prova ancora di alzarti, te ne prego!
AUGUSTO Mi lasci perché io sto benissimo! Ma come? È dunque proprio vero che Lei è tanto adirato con la signora Bice? Ma Lei, signor Federico, non ha capito niente di tutto quello che ho capito io, di tutto quello che m'è saltato agli occhi, ai miei poveri occhi a mezzo ciechi? Quale fortuna ch'Ella m'abbia permesso di restare là ad ascoltare! Non s'avvede che tutto ciò non è altro che una commedia montata per agitarla?
FEDERICO (fosco).
Sarebbe un'infamia!
AUGUSTO (giocondamente).
Infamia? Tutt'altro! È l'amore, è la vecchia storia dell'amore che si crede negletto e che tenta di rifarsi suscitando gelosie.
FEDERICO (c.s.) E perché credi ciò?
AUGUSTO Ma via! Ancora non se ne accorge? Cerchi di ricordare le parole dette dalla signora Bice! A me che stavo a sentire e che non so niente dei fatti loro appariva infatti che fra loro due ci fosse un colpevole.
Ma questi, in fede mia, non era la signora Bice.
FEDERICO (c.s.) Dunque il colpevole sarei io? Ma di che?
AUGUSTO (sempre bonario).
Oh! non Le saprei dire un tanto.
Per l'innocenza della signora Bice io garantisco; per la Sua, no! (Commosso.) La nostra buona padrona, la signora Bice! È la prima volta ch'io l'amo tanto.
Adesso, signor Federico, la chiami di nuovo, le dichiari ch'essa ha torto di dubitare del Suo amore e poi vedremo.
Ma io me ne vado, sa! Vedo dinanzi ai miei occhi la scena che immancabilmente va a succedere fra loro due e non vorrei rappresentarvi la parte di pubblicità.
FEDERICO (distratto).
In quanto a me puoi rimanere!
AUGUSTO (lo guarda lungamente).
E se a quest'ora io dovessi riconoscere che la signora Bice ha ragione?
FEDERICO (amaramente).
Ragione di deridermi in tale modo?
AUGUSTO Ragione di credersi poco amata e anche ragione di ricorrere a tutte le arti che il suo ingegno le suggerisce per attirare la Sua attenzione.
Oh! la brava, l'ammirabile signora! Non ha visto che pur di riuscire a scuoterla si sarebbe fatta uccidere?
FEDERICO Io temo che tu ti fidi troppo del tuo spirito d'osservazione!
AUGUSTO Oh! signor Federico! Son cose tanto evidenti che ci vuole aver l'occhio offuscato dalla passione per non vederle.
FEDERICO (senz'ironia, quasi con curiosità).
Perciò tu trovi che io sono un marito felicissimo?
AUGUSTO Oh! come può avvenire che tocchi a me, un povero vecchio, che l'amore ricorda solo perché gli altri di tempo in tempo gliene parlano, di spiegarle certe cose?
FEDERICO (dopo un istante di riflessione).
Sta bene! Parlerò con Bice, ma non oggi.
Voglio prima calmarmi e lasciare che anch'essa si calmi.
Anzi giacché è sicuro, come tu hai capito benissimo, ch'essa è innocente, pregherò mio cognato d'assistere alle nostre spiegazioni.
Ci comprenderemo meglio in sua presenza.
AUGUSTO Povera la signora Bice! Faccia Lei come vuole! In tutti i casi io qui sono superfluo! Spero che Lei troverà parole per spiegare alla signora la mia presenza qui! Già, io, la prima volta che m'imbatterò nella signora Bice le bacerò umilmente la mano.
Essa intenderà quanto rispetto e quanta ammirazione io le porti.
Buona sera signor Federico.
(Via.)
SCENA NONA
FEDERICO solo, poi BICE
FEDERICO (s'è assiso al tavolo; come per immergersi meglio in un pensiero ha poggiato i gomiti sul tavolo e la testa fra le mani.
Lentamente la testa scivola finché la fronte va a toccare il tavolo.
Dopo una pausa, egli s'alza con un gemito d'orrore).
Oh! Oh! (Corre alla porta di destra e chiama) Bice! Bice! te ne prego! Vieni! te ne prego!
BICE (ha gli occhi rossi di pianto ma l'attitudine ferma).
Che vuoi? Sei poi solo?
FEDERICO Te ne prego! Avrei da parlarti, da parlarti calmamente e di cose che pur possono avere qualche valore per te.
Perdonami se ho fatto assistere Augusto al nostro colloquio! Sai! Io mi conosco troppo pronto e violento e ritenevo di aver bisogno della presenza di qualcuno che mi freni.
Credimelo! È stato bene, molto bene per ambedue ch'egli si sia trovato presente al nostro colloquio.
BICE Io non m'accorgo del vantaggio avutone.
FEDERICO Oh! smetti, te ne prego, quest'amarezza che m'affanna.
Come l'ho meritata io? Ho dubitato di te ed ho avuto torto.
Ecco le tue lettere! Te le restituisco.
Io le ho già dimenticate.
Non ti domando neppure a chi fossero dirette.
BICE (le pone sul tavolo).
Lasciamole lí! Si capisce che non hanno importanza né per me né per te.
FEDERICO (ha un movimento d'ira; padroneggiatosi parla con dolcezza).
Vieni qua Bice; cerchiamo d'intenderci, te ne prego! Voglio guardarti nei tuoi occhi, nei tuoi begli occhi.
Forse mi diranno essi qualche cosa giacché tu non vuoi dirmi nulla.
Senti! Ricordi che cosa io ti dicevo dei tuoi occhi quando eravamo fidanzati? (Bice annuisce.) Ebbene! Che cosa ti dicevo di essi?
BICE Dicevi ch'erano tanto vivi che, guardandoli, si dimenticava la morte.
Ed io, innocente, consideravo ciò quale un'espressione d'amore.
FEDERICO Perciò li amavo! Oh! tanto li amavo! Erano la vita! Dovevano cancellare la morte della mia vita.
BICE E poi perché non li amasti piú?
FEDERICO Io non lo sapevo fino ad oggi.
Oggi lo so! Era la colpa che vi passava.
BICE Non la colpa; forse il desiderio, il bisogno della colpa.
FEDERICO Ed è la stessa cosa.
La minaccia della colpa.
Una minaccia orrenda! E allora quegli occhi ch'erano la vita, divennero la morte, la morte data da me.
E mi guardano già adesso quando hanno ancora tutta la loro luce, rimproverando, pieni di lagrime, pieni delle ultime lagrime.
(Bice si rasciuga gli occhi.) Sí! Non è mica vero che si possa uccidere e dimenticare.
Io ho ucciso e dovetti farlo e - te l'ho già detto - lo farei di nuovo.
Ma poi tutta la vita si muta e diventa seria e fosca.
Il colpo di coltello che diedi a Clara colpí me pure.
Non avevo ancora raggiunto col mio coltello il suo cuore e già compresi che ferivo pur me.
E tu devi comprendere come sia stato difficile per un uomo come me, reso mite, dolce, indulgente dalla scienza, di fare una cosa simile.
Ci volle un'energia che ancora adesso, dopo tanti anni, me ne sento spossato.
E almeno ella si fosse difesa! Come avrei amato che mi avesse ficcato le unghie negli occhi! Ma no! Essa pose la piccola mano bianca sugli occhi per schermirsi, per non vedermi e mi lasciò fare.
(S'incanta per un istante in quella visione.)
BICE (esterrefatta).
Oh! comprendo! ora comprendo.
FEDERICO (risvegliandosi).
Tu comprendi? Cosa comprendi tu? Il male che m'hai fatto oggi? Io non ci pensavo da lungo tempo perché io lavoro, lavoro, lavoro e non c'è tempo per immaginazioni e sogni.
Quello ch'è passato dorme lontano.
Ma poi (adirandosi) non bisognava rimettermi nella stessa posizione, farmi rifare una parte di quella tragedia.
Ero agl'inizii, ma mi vedevo già arrivato all'ultimo atto e oltre a difendermi, a spiegare a tutti e a me stesso la mia azione.
Io mi sento ora come se avessi ucciso Clara pochi minuti or sono.
Un momento fa, abbandonatomi a quel tavolo ai miei sogni, mi ritrovai che uccidevo senza riposo.
E quando guardo te, istintivamente il mio occhio cerca sul tuo corpo il punto ove dovrei colpire per farti soffrire meno.
BICE (c.s.).
Oh! tu hai rimorsi!
FEDERICO (con falsa energia).
Rimorso, no! Avendo fatto quello che bisognava fare, non c'è rimorso! Ma mai piú non devi mettermi a simile prova! Mai piú! Senti! Io voglio che tu comprenda come il mio interesse e il tuo esigano che tu accetti la posizione quale è: Io non ti amo e tu non ami me! Ma la tua fedeltà deve essere assoluta, tale da non ammettere dubbio! Guai se fosse altrimenti, guai a te e a me.
Tu avrai tutto nella vita, tutto, fuorché l'amore.
Ed io ti darò sempre di piú, sempre di piú.
Io lavoro già molto ma lavorerò il doppio.
Ma viviamo in modo da essere meno infelici insieme.
Senti Bice! Tu non hai alcuna idea della nostra ricchezza.
In questi ultimi anni io guadagnai delle somme imponenti.
Non te lo dissi perché...
non v'era scopo.
Con Clara impoverivo ogni anno di piú.
Si viveva allegramente mangiando il capitale.
Io non lavoravo affatto; studiavo.
Studiavo! (S'incanta come se cercasse di ricordare.) Studiavo di togliere con dei bei ragionamenti il carattere d'odiosità che pesa sul delinquente.
Quando trovai poi il delinquente in casa mia con la faccia scomposta dall'irrisione e dalla menzogna, lo uccisi.
Lo studio non era piú possibile e divenni un bravissimo fariseo che in ogni affare vede il proprio vantaggio.
Sono molto accorto, sai.
Se domani vuoi conoscere lo stato della tua fortuna vieni nel mio studio; è tutto tuo, io te ne farò donazione.
Che cosa ne farei io? È anzi un favore che mi rendi obbligandomi di lavorare ancora, sempre.
Almeno avrò uno scopo.
(Insistente.)
BICE Ma io non ne avrò!
FEDERICO (furente).
E allora bada a te! Io non indagherò, io non spierò, io agirò subito, subito come devo.
Perché avrei da agonizzare cosí? T'ucciderò, sai, t'ucciderò! (L'afferra per le braccia.) Giammai ti sei trovata tanto vicina alla morte! Taci! Taci! Se non è per protestare la tua innocenza, taci! (Lunga pausa dopo la quale egli, affranto, cade seduto.)
BICE (toccandosi le braccia).
M'hai fatto male!
FEDERICO (coprendosi la faccia).
Vidi negli occhi tuoi la sofferenza.
Vai, Bice, vai! meglio che proviamo ambedue di calmarci! (Dolcemente.) Io sono stato brutale ma non avrei potuto fare altrimenti.
Sono il piú forte...
ma sei tu che hai picchiato piú sodo.
Ne ho il corpo rotto.
Hai spiato, hai indovinato dove sia la piaga e là sulla ferita aperta spingi e picchi e mordi.
Io invece ho tentato in tutti i modi di ferirti ma è difficile! Ti dici innocente! Perciò io non posso ucciderti e farti male altrimenti è impossibile.
Mentre io sono in mano di tutti.
Stimo io! Il mio passato è tanto complicato e tanto doloroso! Basta toccarlo...
E pensare che io, unendomi a te, pensava di elevare fra me e il mio passato una barriera! Sei tu che mi vi ripiombi interamente cancellando con un soffio tutta, tutta l'opera riparatrice del tempo! Pareva quasi che tu amassi in me prima di tutto il mio delitto e ora me lo ricordi soltanto per farmi soffrire.
BICE (dolcemente).
Si! Io amavo te interamente e in te era compreso il tuo delitto.
Io sposai l'eroe! Sapevo che in te v'era una coscienza delicata come quella di una donna e tanto piú ammiravo che avevi saputo soffocarla per vendicare virilmente il tuo onore offeso.
Io sapevo da mio fratello che ti conobbe fin dalla prima infanzia che tu non avresti saputo far del male ad un insetto.
Eppure sapesti uccidere la donna che amavi! Ma ora! Hai dubbi, pentimenti, rimorsi...
FEDERICO Oh! parla, parla ancora cosí, te ne scongiuro!
BICE Eppoi chi può dubitare del tuo diritto di uccidere Clara? Come ha potuto tradirti? Nessuna donna commise mai un delitto maggiore! L'amavi tanto che l'ami oggi ancora!
FEDERICO (senza energia).
No! No! Non l'amo!
BICE E perché sarei io tanto infelice?
FEDERICO (la guarda meravigliato).
Ma tu dunque, tu, tu sei innocente fino in fondo all'anima?
BICE Sí, finora.
FEDERICO Se lo sei finora, lo sarai sempre.
Perché credi che io non possa amarti? Vuoi che ti provi il contrario? (L'attira a sé.) Sei tanto bella! Perché non dovrei amarti?
BICE (un istante dubbiosa, poi s'abbandona).
Ma l'hai dimenticata?
FEDERICO (fingendo un ardore che non sente).
Chi? Io non ricordo altri che te se lo vuoi!
BICE (appoggiandosi i lui).
Se lo voglio! E me lo domandi!
FEDERICO (baciandola).
Cara! Cara! Vedrai! Io ritornerò con doppia lena al mio lavoro.
BICE Io non voglio il tuo lavoro.
Ritorna ai tuoi studii.
Che bisogno abbiamo noi d'arricchirci?
FEDERICO Io farò quello che tu vorrai.
Ma sei innocente? Giuralo!
BICE Io non lo giuro, lo dico.
(In un bacio.)
FEDERICO Provamelo!
BICE Non ne ho il mezzo.
Ma non ti bastano le mie parole? Non ti basta quanto avresti già dovuto intendere? Non vedi che non posso averti tradito?
FEDERICO Eppure hai scritto queste lettere! Io le lessi, sai! Forse non ho saputo intenderle come avrei dovuto, forse da esse stesse risulta chiara la tua innocenza.
Tu che le hai scritte rammenti qualche frase dalla quale tale innocenza risulti chiara? Pensaci Bice!
BICE Ma perché desideri ciò?
FEDERICO (dopo un istante d'incertezza).
Sai! Io, in fondo, oltre che marito sono sempre un po' avvocato e mi piacciono i documenti.
La mia convinzione è fatta, incrollabile.
Tu mi ami, nevvero? Perciò si dovrebbero gittar via tutte le carte scritte e prestar fede ai documenti vivi.
Ma tu non saprai guardarmi sempre come poco fa quando ti baciai.
Io allora ruminerò, ruminerò come faccio sempre e mi riapparirà dinanzi agli occhi la tua colpa come mi fu presentata oggi.
In quei frangenti sarebbe una bella cosa di poter levare dalla tasca una carta, ficcarci gli occhi dentro e tranquillarsi subito, subito.
M'intendi?
BICE (che l'ha osservato intensamente, gelida).
Io t'intendo meglio di quanto tu non possa credere.
Non è per te che domandi tale documento; è per convincere altri.
Tu non abbisogni di ciò; confessalo.
FEDERICO (confuso).
Non dico mica d'abbisognarne subito, ma in futuro, chissà?
BICE Senti, se fosse per te, per conquistare il tuo amore io mi farei a pezzi per darti il documento che domandi.
Ma per altri? Forse si trova in quelle lettere stesse ma io non mi degno di cercarlo, certo l'ho nel mio armadio ma non faccio un passo per andar a prenderlo! Vuoi ora comprarmi fingendo amore come poco fa lo tentavi offrendomi denaro.
FEDERICO Ma Bice!
BICE Io non ho colpe; te lo dichiaro; a te, se me lo domandassi per te e non per gli altri, ne darei anche la prova.
Ma cosí no! (Commossa.) Mi sono avvilita abbastanza! Basta cosí! Tu puoi fare quello che vuoi, ora.
Per parte mia ho esauriti tutti i miei mezzi.
E questo posso dirti ancora, Federico: Tu, con me, non hai agito da gentiluomo.
Addio!
FEDERICO Te ne prego, Bice, resta! Vediamo d'intenderci!
BICE (fermandosi esitante).
Non possiamo intenderci piú!
FEDERICO Te ne prego! (Poi, a voce bassissima.) In nome del tuo amore! Del tuo, non del mio.
Guarda come parlo sincero e esatto.
Te ne prego! (Scongiura.) Siedi, là, lontano da me.
Io ti rispetterò! Vedrai che non avrai a pentirti d'avermi ascoltato! (Siede sul sofà ove dà in smanie.) Sono vile! Sono vile! (Piangendo.)
BICE (piena di compassione).
Federico!
FEDERICO Sí! Io ho voluto comperarti! Prima col denaro e poi offrendoti un amore che non sento.
Amore! Io, amare! (Ridendo sinistramente.) Ora voglio essere sincero con te, come lo si è con una madre, con una sorella! Io ho bisogno che tu mi sia sorella, madre, tutto, tutto, fuori che amante.
Io non ti amo! Ma che! Io non amo! Io non so piú amare, né te, né altri! Odio le donne che mi fecero tanto del male! Perché vorresti essere gelosa? Di chi? Io non ho piú amore, non posso perciò offrirtelo.
Vuoi farmi del male perché sono ammalato? Tu mi ami! Te ne ho strappata la confessione in modo vigliacco.
Me ne dolgo, me ne pento, ma non dimentico perché io ho bisogno del tuo amore.
Ho sempre udito dire che nell'amore delle donne c'è del materno.
Dimmi! Esamina la tua coscienza! C'è in te qualche cosa che si muova dinanzi al mio dolore? Qualche cosa che non domandi altro che la mia felicità o almeno la mia vita? In questo solo caso potrò ancora vivere; altrimenti m'uccido subito, subito, dinanzi ai tuoi occhi, perché tu sola puoi salvarmi.
BICE (spaventata corre a lui e lo abbraccia).
Io voglio salvarti.
FEDERICO (dolcemente respingendola).
Grazie! Non cosí però! Poni la tua fresca mano sulla mia fronte scottante e non abbracciarmi.
Tutta la sincerità di parola e di gesto sia fra di noi.
Salvami e non domandarmi niente in compenso.
Io ti dirò tutta la mia bassezza, tutta la mia infelicità e tu mi salverai tutelando la mia dignità alla quale portai tanti sacrifici.
Per tutti voglio essere un uomo, un uomo dal busto eretto, dallo sguardo fiero.
Per te, solo per te, uno straccio d'uomo abietto, animato solo dal tuo volere, dal tuo consiglio.
La responsabilità della mia vita è troppo grave.
Eppoi io ho smarrito il senso comune che fa distinguere il bene dal male.
Io non so piú niente.
Dirigimi tu!
BICE (commossa).
Voglio! Voglio! Farò tutto quello che mi domanderai.
FEDERICO Non ne dubitavo! Grazie! Siedi qui.
(Ella siede sul sofà; egli si inginocchia a lei dinanzi e cela la faccia nel suo grembo.) Non ti guarderò nella faccia giovanile! Ascoltami bene! Sai chi mi ha consegnate quelle lettere? La madre di Clara! Mi disse: Voi avete uccisa mia figlia perché vi tradiva.
Uccidete ora questa la quale vi tradisce anch'essa.
Che cosa dovrei fare ora?
BICE Un uomo come te, potrebbe, non credendoci, non curarsi di convincere del suo errore quella vecchia donna.
FEDERICO Aspetta! Tu ancora non sai tutto.
Quella non è una vecchia donna! Quella è per me la persona piú importante di questo mondo.
Incominciò ad esserlo al processo.
Tutti credevano ch'io attendessi con ansia il giudizio dei giudici impostimi dalla società.
Invece, per me, nella vasta sala esisteva una sola persona importante: La madre di Clara.
Quando essa non c'era il processo m'agitava tanto poco che mi pareva d'assistervi in qualità d'avvocato difensore di un altro accusato.
Essa v'era quale testimonio e invece, per me, fungeva da giudice.
Parlai per difendermi e cercai solo le ragioni che avrebbero potuto convincere la madre di Clara, mia madre.
Perciò convinsi tutti meno lei, la madre di Clara la quale, quando i giudici m'assolsero, mi gettò un'occhiata terribile con la quale mi condannava.
Poi compresi che sarebbe stato vano ogni sforzo per rabbonirla eppure non seppi difendermi dal farlo ogni qualvolta me se ne presentò l'occasione.
Io sentivo il suo odio campato in aria pronto a cadermi sulla testa a schiacciarmi.
E se sapessi quale odio! Non addolcito, reso piú terribile da uno strano amore materno perdurante nel suo vecchio cuore ad onta di tutto.
Forse se quella donna morisse, io potrei rasserenarmi, ma cosí, come posso? Ora quelle tue lettere note a quella donna, sono nelle sue mani una cosa terribile.
Lo intendi anche tu, Bice? (Bice esita.) Per comprendermi, Bice, fa il massimo sforzo della persona intelligente.
Cerca di sentire come sento io.
Figurati di vivere nelle mie azioni e nella mia debolezza.
Lo so! Sono ammalato ma sono cosí! M'intendi ora? Te ne supplico! Intendimi!
BICE (dolcissimamente e accarezzandogli i capelli).
Piuttosto che intenderti, una madre tenterebbe di curarti.
FEDERICO Ma io le direi: Madre mia, non si può.
Io sono, io stesso sono la malattia.
Guarirò morendo.
Anch'io, da solo, cercai la salute, ma non venne.
Oh! come lottai per poter vedere quella donna con gli occhi coi quali possono vederla tutti! Non vi riuscii! Per me essa è gigantesca, il mio giudice.
Intendi ora?
BICE (esitante).
Capisco!
FEDERICO E non debbo io ora spiegare a questa donna il fatto che io non ti ho uccisa? Io, il giustiziere di Clara! (Dopo una pausa.) Perciò, intendi, perciò mi occorre un documento che provi la tua innocenza.
È proprio per gli altri che io voglio tale documento.
Anzi non per gli altri, per essa.
BICE Ed io questo documento troverò.
Se non ci fosse in queste lettere una parola che provasse quello che cerchi, potremo fabbricarci la prova scritta occorrente.
FEDERICO (stupito ma quasi convinto).
Un falso? E sapremo farlo?
BICE No! Non un falso! Scriverò all'individuo da cui queste lettere provengono una lettera con la quale gli accorderò un appuntamento ed esigerò una pronta risposta.
Questa risposta conterrà sicuramente quanto cerchiamo! Sorpresa...
anzi stupefazione!
FEDERICO (riflettendo).
Come prova basterebbe già.
Chissà se avremo fortuna e se il tuo...
quel signore userà proprio la parola che ci occorre?
BICE Ma io farò quello che tu vorrai.
FEDERICO Cerca, te ne prego, guarda nei tuoi scrigni.
BICE Dovrei avere qui l'ultima sua lettera.
(Trae dalla tasca una lettera.) Eccola! È di ieri! A quanto ricordo dovrebb'essere chiara abbastanza! Se tu avessi guardato intorno a te di questi documenti ne avresti trovati parecchi.
Li spargevo per la casa.
Erano destinati a scuoterti, a commoverti.
Allora non sapevo ancora d'essere destinata a divenire tua sorella, tua madre.
FEDERICO Oh! non lagnartene! Dalla mia infanzia in poi non ho voluto tanto bene a nessuno come ne voglio ora a te.
(Prende la lettera.) Permetti? (Legge.) Signora Bice! M permette di venire da Lei nel pomeriggio? Avrei qualche cosa d'importante a dirle.
Si tratta di trovare un modo di tranquillare quell'oca di mia moglie che comincia a dimostrarsi gelosa.
Ella sa come, pur troppo, una volta di piú in sua vita, mia moglie abbia torto.
Quando sarò un po' indennizzato di tante pene? Ora e sempre Suo Paolo Mansi.
BICE Non occorre dire che per indennizzarlo io lo congedai.
FEDERICO (che non l'ascolta).
Ed è di ieri.
Grazie, Bice.
Mi pare d'essere sollevato.
Ecco un documento che nessuno può trarre dubbio.
Che cosa potrebbero obiettare? Che le altre lettere sieno indirizzate ad altri?
BICE (offesa).
Oh! Federico!
FEDERICO (non l'ascolta).
Grazie! (S'avvia.)
BICE Dove vai?
FEDERICO Vado da lei, da Arianna.
BICE Non da Paolo! La mia confidenza non dev'essere punita con uno scandalo.
FEDERICO Da chi? Ah! (Sovvenendosi.) No! No! (S'avvia.)
BICE E non ti turberà coi suoi rimproveri?
FEDERICO No! Tutto quello ch'ella potrà dirmi, non potrà agitarmi piú di quanto lo sono.
Io ho ucciso sua figlia, ma io voglio, io posso piangerla con lei.
(Piangendo.) La pregherò di lasciarmi piangere con lei.
Tutto s'attenuerà nella nostra comune grande infelicità.
Ambisco lagrime, lagrime, sole lagrime.
Mi salveranno.
(Via.)
BICE (siede, cela la faccia fra le mani e singhiozza con violenza).
CALA LA TELA
ATTO TERZO
La stessa scena.
Tarda sera.
SCENA PRIMA
BICE e REALI
REALI (alla finestra).
E ancora non ritorna.
BICE (disfatta da lungo pianto).
Forse non ritornerà piú.
REALI Non credo alla possibilità di un suo suicidio.
BICE Dio mio! (Spaventata.) Non avevo voluto dirlo ma al suicidio egli piú volte deve aver pensato.
Disse parole che significavano tutt'altra cosa ma che non si dicono che quando si ha rinunziato alla vita.
(Vedendo che Reali si ritira dalla finestra esclama piena di speranza.) Viene?
REALI No! Come l'ami! Eccoti tutta colorita dall'attesa di rivederlo.
Con un simile amore accanto egli è salvo.
BICE Come t'inganni! Se la sua salvezza ha da venire da me, egli, semplicemente, è perduto.
Non s'accorge neppure ch'io esista.
Quelle mie folli lettere lo agitarono prima di tutto perché gli furono consegnate dalla madre di Clara.
Se esse gli fossero state consegnate da altri non avrebbero avuto importanza alcuna per lui.
Ne fui punita in modo veramente inatteso.
REALI Povera Bice! Vedendoti in tale stato non ho neppure il coraggio di farti dei rimproveri.
BICE Meriterei la piú forte delle punizioni.
Mi disse: Con un solo tratto hai annullata tutta l'opera riparatrice del tempo.
E poi ancora: Mi sento come se avessi uccisa Clara da poche ore.
Oh! lo avessi lasciato vivere come avrebbe potuto per lunghi anni sempre attento di stordirsi nel lavoro.
REALI Io invece non so preferire un male all'altro.
Mi bastarono pochi giorni per indovinare come Federico fosse un uomo infelicissimo.
Come era difficile di parlare con lui e specialmente quando si trattava di argomenti un po' elevati di scienza.
Ogni parola serena gli sembrava un'offesa.
BICE Cosí che tu condanni Federico per aver ucciso la donna che lo tradí!
REALI Io non condanno, io anzi capisco.
Ma lo biasimai vivamente quando trovai che dopo tanti anni egli non sapeva fare di meglio a questo mondo che di continuare ad ammazzare sua moglie ogni giorno una volta.
Una dualità bizzarra lottava in lui.
Uno dei due esseri che lo componevano ingannava l'altro e cercava d'ingannare anche te che gli parlavi.
Io conosco esattamente la storia del suo delitto.
Dopo anni d'amore egli scopre il tradimento di Clara che glielo confessa subito.
Egli la uccide.
Quando lo arrestano lo trovano inebetito dalla passione e dall'orrore.
Fin qui egli è un innocente colpito dal destino.
Il delitto comincia quando, dinanzi ai giurati, egli si difende col dichiarare il suo diritto d'ammazzare la donna che lo tradí.
E da allora lui, l'uomo veramente moderno che fino ad allora aveva ammesso e sentito il diritto di tutti e persino i delitti di tutti, diventa un teorista medievalmente spietato.
BICE Come sei fatto tu! Tanto differente da tutti gli altri.
REALI Chi mi consigliava molto era l'antico Federico Arcetri.
Di questi giorni avevano cercato di tirarlo dentro in un bruttissimo affare.
La difesa di un uxoricida.
Per trattenerlo dall'accettare un simile incarico cercai e trovai un opuscolo pubblicato da lui poco dopo finiti gli studii.
È magnifico di entusiasmo; contiene vera scienza enunciata da un poeta.
La Morale Scientifica.
La citazione sotto il titolo è la sincera sintesi del lavoro: Molto sarà perdonato a chi molto ha amato, ma molto sarà perdonato anche a chi non ha amato affatto.
BICE Strano ch'io non abbia mai visto quest'opuscolo.
REALI Lo cela accuratamente.
Ora appena è giunto il momento di farglielo vedere.
Egli può perdonare a se stesso tanto piú che appartiene alla schiera di coloro che molto amarono.
BICE Lasciamelo! (Sta per guardare il libro; un rumore alla porta attrae la sua attenzione.) È lui! (Va alla porta; sconfortata.) No! Non ancora.
REALI Vedi! tu lo ami anche cosí! Perché volevi farmi credere quando mi obbligasti di dare il mio consenso al vostro matrimonio che lo amavi di piú perché aveva ucciso una donna? Che perciò egli ti appariva quale un eroe?
BICE Oh! non fu mai tanto eroe come ora nel suo grande dolore.
REALI (sorridendo).
Si capisce che per te egli potrebbe subire ogni giorno una metamorfosi e restare ogni giorno un eroe.
BICE (alla finestra).
Quanta gente! Una barella! Oh! lui di certo!
SCENA SECONDA
FEDERICO e DETTI
FEDERICO Bice! (Vede Reali ed ha un lieve moto di sorpresa non gradita.) Reali! Tu qui!
REALI Sono rimasto ad attenderti.
Mi sono immaginato - forse a torto - che un mio segno d'affetto in tale istante potesse giungerti gradito.
FEDERICO (gli stringe esitante la mano e guarda Bice con aria di rimprovero).
Tu gli hai raccontato la strana scena che t'ho fatta? Già tu Reali avrai capito che stavo poco bene.
Tutto mi agita, ma in che modo! Figuratevi che poco fa ho quasi picchiato Augusto! Povero uomo! Dovrò domandargli scusa.
(Reali e Bice lo guardano stupiti; egli cerca di rompere tale silenzio che lo turba.) Tu hai ragione, Reali...
REALI (rasserenato e con qualche impeto).
Ah! io ho ragione? (La sorpresa di Federico lo arresta.)
FEDERICO (rude).
Ma di che cosa credevi ch'io parlassi? Volevo dire che tu hai ragione quando dici ch'io lavoro troppo.
Non altro! Indovino quello che tu pensavi al sentirti dare ragione.
Tu mi vedevi abbattuto dai rimorsi e disposto di rifiutare quella tal difesa.
REALI Sí! Sí!, Questo pensavo.
FEDERICO E tutto ciò in seguito a quanto ti raccontò Bice? Oh! Bice! E tu mi hai creduto? Ma se fosse vero tutto ciò che ti dissi, a noi non resterebbe di far altro che di dividerci! Ti dissi che non ti amavo perché non ti potevo amare e mille altre sciocchezze.
Devo essere malato! Adesso, dopo poche ore, vedo dinanzi a me quel breve intervallo di tempo passato con te (ne rabbrividisce) riempito da un dolore irragionevole e piú da una follia completa.
Io non ti domando perdono, Bice, perché anche tu hai fallato.
Io l'ho già dimenticato! Hai raccontato tutto a Reali?
BICE Sí.
REALI Io so tutto ossia credevo di saper tutto.
FEDERICO Naturalmente tutto non puoi sapere.
Non puoi sapere come io ora sia grato a mia moglie d'avermi risparmiato tanto dolore e tanto delitto.
Vedi dove sta la verità, Reali.
Io ora amo mia moglie; l'amo piú che non il primo giorno.
(Attira a sé Bice, la quale dubbiosa e sconvolta si lascia fare.) E sono felice, felicissimo.
REALI (freddo ma non ironico).
Non ne ho mai dubitato io.
FEDERICO (guarda fisso Reali cercando d'indovinarne il pensiero, poi vi rinunzia, freddo).
È vero! Ti dico delle cose che a te non importano.
REALI Non importano? Importano moltissimo.
Sai però come io son fatto.
Preferisco gli uomini sereni ai felici.
FEDERICO (stizzito).
Ma io sono anche sereno.
REALI Insomma...
(Con lieve impazienza) mi fa piacere.
FEDERICO E puoi dire a chi incaricò d'invitarmi a non assumere la difesa di...
di...
REALI Di Cerigni!
FEDERICO Sí! Cerigni! Che io assumerò tale difesa con gioia ed orgoglio.
Diglielo, diglielo subito.
REALI (alzandosi, stanco).
Io preferisco lasciarti il tempo di pensarci su.
FEDERICO Non abbisogno di ciò, io.
REALI Farai come vorrai.
Vado a fare in fretta alcune ultime visite.
Spero di poter essere qui per l'ora di cena, ma non aspettatemi.
Addio, Federico.
FEDERICO (seduto sul sofà gli porge la mano in ritardo come se avesse voluto dirgli ancora qualche cosa).
REALI (s'accosta a Bice, a bassa voce).
Io spero che la commedia esisterà per me soltanto e ch'egli non desideri altro che di restar solo con te.
(Via.)
SCENA TERZA
FEDERICO e BICE
BICE (s'avvicina a Federico, dolcemente).
Ebbene, Federico.
FEDERICO (sempre seduto).
Ebbene?
BICE (dolcemente).
Non hai nulla a dirmi?
FEDERICO (sorridendo con sforzo).
Nulla! Solo che le agitazioni di questa giornata mi lasciarono una stanchezza come se avessi percorse cento miglia.
Cento miglia! E per di piú carico come un somaro o, meglio, come un cammello.
(Si sdraia sul sofà e chiude gli occhi.) Dovresti lasciarmi dormire un pochino prima di cena.
BICE (dopo un istante d'esitazione).
Tu sei stato dalla signora Arianna?
FEDERICO (vivamente).
Te ne prego, non parliamone.
Anche essa appartiene alle agitazioni di questa giornata.
Non parliamone piú.
Dimentichiamo tutto quanto è successo fra di noi oggi.
Da parte mia, facendo ciò, io metto abbastanza generosità; esigo che da parte tua tu sii generosa altrettanto e si ritorni insieme alla calma di prima.
BICE Alla calma? A quella calma? Mai! Se tu volessi impormi una cosa simile io me ne andrei con mio fratello.
Io non voglio tutta questa simulazione; non so sopportarla.
Potevo sopportare, sí, che tu con una sincerità tale che m'appariva quale una manifestazione d'affetto, mi dichiarassi di non amarmi, di non poter amarmi.
Non so sopportare che tu abbia da continuare con me la commedia cominciata dinanzi ad Alfredo.
Mi respingi, mi respingi sempre piú lontano da te.
FEDERICO (rizzandosi vivamente a sedere).
E allora voglio dirtelo.
Non hai visto quale aspetto avessi quando sono entrato e t'ho chiamata prima di veder Reali? Venivo confidente a raccontarti tutto quanto io avevo pensato dacché t'avevo lasciata.
La vista di Reali m'agghiacciò e piú ancora quando appresi che tu gli avevi raccontate tutte le mie debolezze, tutti i miei dubbi.
BICE Ma Alfredo è mio fratello ed anche tuo.
FEDERICO Ma la coscienza non ammette fratelli.
Io voglio stare solo, solo con la mia.
Se ho da discuterla con altri allora non capirò mai niente.
Io ammetterei di confidarmi a qualcuno.
Forse nella viva parola troverei maggior chiarezza ma questo qualcuno dovrebbe essere una parte di me stesso.
BICE E non lo sono io?
FEDERICO Sí! tu potresti esserlo!
BICE Io lo sono! (Con forza.)
FEDERICO (sorridendo).
Basta il desiderio per divenirlo.
Povera Bice! (Subito commosso.) Ti adatti a tutto.
Chissà quando mi sarà dato di compensarti?
BICE (sorridendo esitante e timida.) Basterebbe il desiderio!
FEDERICO Non basta! Stammi a sentire! Poi capirai tutto.
Io sono stato da Arianna e te ne parlerò poi.
Importante è soltanto quello ch'io pensai ritornando a te solitario per le vie dopo di quella visita.
Per spiegarmi io debbo raccontarti un'avventura della mia vita.
Ero ancora adolescente e malcontento di me e di tutti come tanti altri adolescenti.
Studiavo, sognavo ma non mi bastava.
Mi pareva ora di valer meno di quanto dovessi, ora di esser considerato da meno di quanto valevo.
Non bisogna sorridere di quell'infelicità di certi adolescenti; è addirittura un'infelicità fisica.
Somiglia quella ch'io provai fino a poco fa.
Allora mi fu dato di liberarmi da ogni oppressione e oggi ne ricordai il modo.
Con la piú semplice delle azioni mi liberai dalla tristezza come altri si leva di dosso un peso incomodo.
Mi fu dato di salvare un povero vecchio levandolo di sotto alle zampe di un cavallo dal quale era stato travolto.
Ne ebbi una ferita all'avambraccio e vi restò una cicatrice che per fortuna talvolta mi duole.
Oh! se sapessi quale gioia provai di aver salvato un uomo! Il povero vecchio stupito dal grave pericolo corso, poi dall'impensata salvezza fu infine anche piú attonito dai doni di cui lo colmai.
Ma io gli dovevo tanto! Mi parve che da quel giorno fosse cominciata la mia virilità! Fu un'azione quella che persino m'accompagnò e mi diresse nei miei studii.
BICE (commossa).
So che tu sei buono!
FEDERICO Lo sai perché te l'hanno detto, ma quando mi conoscesti buono? Ho tentato io in alcun modo di cancellare il ricordo dell'azione sanguinaria cui fui costretto altrimenti che attendendo quietamente, da buon borghese, ai miei affari? Come se a me, omicida, potesse essere concessa una vita normale! Perciò, perciò provo qualche cosa che tu senz'esitazione chiameresti rimorso.
Le furie moderne! È l'aspetto e lo spavento della mia crudeltà che mi sconvolgono.
Quando sogno quando medito vedo correr sangue per opera mia.
(Con virile risoluzione.) È ora di cancellare quell'azione.
Non esiste piú.
BICE (con ammirazione).
Mi pare di udire Reali.
FEDERICO (vivamente).
No! No! (Poi.) Dimmi: Credi ch'io non pecchi di soverchia vanità ritenendo ch'io, Federico Arcetri, sia uomo tale da poter trascinare col mio esempio i miei simili almeno nella piccola, ristretta cerchia della mia città natale?
BICE Oh! lo credo!
FEDERICO Ebbene! Questo esempio deve essere benefico.
Sai, Bice.
Io sempre ho sentito ch'io vivo oltre che per me, per tutti.
Io mi sento una parte dell'organismo mondiale.
Ho ucciso Clara e sia! Devo perciò servire d'esempio d'illibato onore; fui persino crudele per salvarlo.
Difenderò Cerigni; lo devo difendere e rinnoverò nel suo il mio esempio.
(Poi, con entusiasmo.) Ma accanto a tutto ciò io voglio porre dei tesori di bontà, di mitezza.
Voglio tentar di lenire ogni dolore in cui mi imbatta; il piú miserabile fra gli uomini mi troverà suo amico entusiasta.
Io toccherò colpe e dolori con la stessa mano carezzevole.
Anche se m'imbatterò in colpe non confessate, io non domanderò la confessione ma tenterò di lenirne il dolore e il rimorso.
Perché a questo mondo non c'è altro d'importante che il dolore.
Il torto e la ragione spariscono subito dove nel nostro miserabile organismo comincia il dolore.
BICE (con preghiera).
Bisognerebbe non difendere Cerigni.
FEDERICO Oh! mio fiato sprecato! Non appartiene certo alla bontà abbandonare alla sua sorte questo disgraziato Cerigni che, forse, m'ha imitato.
Parlandoti come t'ho parlato mi sentivo gonfiare il petto di gioia e d'orgoglio come quando giovinetto speravo tutto per me e per gli altri, e tu mi avvilisci proponendomi una rinunzia a tutto il mio passato!
BICE (abbattutissima).
Perdonami!
FEDERICO E accetto il mio passato intero.
Giacché Arianna vive io voglio darle tutte le soddisfazioni, anche quella di torturarmi.
Eppure vedi che parlandotene rimango calmo.
Povera vecchia! Essa sí, colpita innocente e da me! (Subito commosso.) Come ho potuto darle tanta importanza, poco fa, parlandotene! Come ho potuto considerarla quale il mio cattivo genio.
Mai, mai le augurai la morte.
Viva e mi torturi! Vuoi la prova ch'io non le auguro la morte? La trovai febbricitante, in delirio.
Una vecchia donna che l'assisteva mi raccontò che il medico non l'aveva ancora visitata.
Mi misi alla sua ricerca e lo trovai.
Come mi fece bene di cercare quel medico; mi quietai correndo! Quando egli, dopo visitatala, mi disse che nutriva poche speranze sentii un dolore profondo.
Era proprio il sentimento con cui si sente annunziare la morte della propria madre.
Mi analizzai con voluttà! Rinascevo alla vita! Poi non ebbi cuore di lasciarla sola e andai a chiamare Augusto che le posi accanto.
Ora sto arrovellandomi per trovare la persona da metterle accanto.
Te lo confesso! Sarei andato volentieri ad assisterla io stesso.
Ma io non so! Ho già provato! Io non so né sostenere dolcemente né porgere a delle labbra paralizzate a mezzo il refrigerio della medicina.
L'aspetto di un delirio mi terrorizza.
Oh! se questi ammalati sapessero dire: Voglio questo, voglio quello; allora saprei.
Ma cosí...
Voi donne avete invece la facoltà d'indovinare...
(Stiracchia le parole.)
BICE (con ribrezzo).
Oh! Federico!
FEDERICO (la studia, poi, risoluto).
Sia come non detto!
BICE E se questa donna, uscita dal delirio, trovasse accanto al suo letto me ch'essa sopra tutto odia, non potrebbe averne una scossa da farla morire?
FEDERICO (negando sprezzantemente).
Oh! (Poi.) Ma non parliamone piú! Tu provi del ribrezzo per quella povera donna, dunque non sarebbe certo te ch'io metterei a lei da canto.
(Pausa.)
BICE (meditabonda).
Almeno potessi comprendere quello che tu senti.
FEDERICO Eppure ti dissi a chiare note quello ch'io sento.
BICE Sí! Ma quando mi dicesti che avendo quella lettera, prova della mia innocenza, ti saresti quietato, parlavi anche a chiare note.
FEDERICO (gridando).
Ma io ora non domando piú di essere quietato perché io sono quieto e sereno.
Quieto e sereno! (Si costringe alla calma.) Io ho la mia via chiaramente delineata dinanzi e non ho dubbi.
Io sono sereno! Naturalmente posso spazientirmi al vedermi creare intorno delle difficoltà che veramente non avevo previsto.
Dovevi comprendere che la bontà mia ch'io cerco, ch'io voglio doveva cominciare da Arianna.
Non vuoi seguirmi? Farò da solo.
BICE (esitante).
Io vorrei seguirti.
FEDERICO L'idea di condurti al letto di Arianna mi fu suggerita da lei stessa.
Vedeva Clara, te e me e lei stessa su di un'erta che l'affannava e la faceva piangere.
Non pare neppure che una tale immaginazione possa essere stata creata da un delirio.
Corrisponde in modo meraviglioso al mio proposito di pace.
E la mia pace cominciava là, a quel letto.
Col tuo aiuto avrei potuto mitigare gli ultimi anni di vita di quella povera donna.
Nell'opera d'amore ci saremmo ritrovati anche noi due.
Dove vai? (A Bice che s'avvia per uscire.)
BICE A vestirmi per uscire con te.
FEDERICO (con entusiasmo).
Aspetta! Aspetta prima! L'opera di riparazione comincia qui; lascia ch'io ne gusti ogni fase.
(Prendendole la mano che bacia piú volte.) Grazie! Grazie! Grazie!
BICE È inutile, Federico! Io resto l'ultima nel tuo pensiero.
FEDERICO Oh! non rimproveri, ora! Non sei l'ultima, tu, in nessun luogo, se sai essere tanto buona.
SCENA QUARTA
CAMERIERA e DETTI
CAMERIERA C'è la signora Amelia Mansi che desidererebbe di parlarle.
BICE Ditele che ora non posso.
Mi voglia scusare.
CAMERIERA Perdoni, signora, se credo di dover dirle che la signora Amelia mi parve agitatissima.
Mi parve persino avesse gli occhi arrossati dal pianto.
FEDERICO E allora ricevila! Io t'attenderò.
Per un istante di ritardo non monta.
(S'avvia alla propria stanza, ma, udite le prime parole di Amelia s'arresta alla porta.
Bice s'accorge subito ch'egli sta ad ascoltare.)
SCENA QUINTA
AMELIA e DETTI
BICE Oh! Amelia! A quest'ora?
AMELIA (concitata).
Volevo vedere se non ci fosse qui mio marito.
BICE No! Non c'è! Ma che hai?
AMELIA Sono stanca del tuo e del suo agire.
Avreste dovuto almeno imporvi un po' di riserbo.
Avete fatto di me il ludibrio vostro.
Dinanzi ai miei occhi egli osò carezzarti.
È troppo! Ti consiglio di non passare piú la soglia di casa mia.
Te ne farei scacciare come una ladra.
BICE Amelia!
AMELIA Ladra e falsa! Sai! Ad onta dell'evidenza del vostro tradimento, non osai manifestarmi.
E pensai a quell'atto cui voleste ch'io assistessi, quella breve carezza che lo fece scolorire.
Mi parve talmente incredibile che ora appena, appena ora lo compresi.
Il dolore fu immediato, eppure esitai ed arrivai sino a stenderti anche una volta la mano.
Ma se avessi a vederti ancora in casa mia o a lui da canto, io saprei andare ad accusarti a chi saprebbe punirti secondo i tuoi meriti.
FEDERICO (avanzandosi).
Ed io sono qui ad ascoltarla signora Amelia.
AMELIA (estenuata dal terrore dà un grido).
Dio mio! (Pausa, poi tenta la commedia.) Sa! Io sono venuta da Bice per incarico di Paolo, per fare uno scherzo...
dovevo spaventarla.
FEDERICO Non si affatichi di fare la commedia.
Non ve n'è di bisogno.
(Molto serio.)
AMELIA Allora! (Vuole scappare, poi ritorni).
Senta, signor Federico.
Io sono una donna gelosa; tutti lo sanno.
La scena che feci ora a Bice io l'ho fatta due, anzi (contando) tre volte ad altre mie amiche, e, credo, sempre senza motivo.
Ora che sono ritornata in me che cosa posso rimproverare a Bice e a Paolo? In carrozza egli appoggiò la mano su una mano di lei.
Parve una carezza ma poteva anche essere qualche cosa d'altro.
Poteva essere ch'essendosi sbandata la vettura egli sia stato obbligato di fare quella carezza per tenersi in equilibrio.
(Federico, pensieroso, siede sul sofà; Amelia va a lui e lo scruta.) Voi siete tutto sconvolto? Oh! ve ne prego! Ridete, sorridete e andrò via tranquilla.
(Poi, adirata.) E, sappiatelo, in tutto ciò non v'è nessuna ragione di uccidere.
(Piange.)
BICE Ma Amelia! Federico mi sa innocente!
AMELIA Ti sa innocente? (Guardandolo.) Vorrei sentirlo da lui.
FEDERICO (con sforzo).
Sí! La so innocente.
AMELIA (va a Bice e le parla in orecchio).
A me non pare ch'egli abbia l'aspetto molto rassicurante! Io, se fossi in te, non mi ci fiderei.
Oh! vieni via e rifugiati in casa mia.
BICE (sorridendo).
Poco fa non mi ci volevi vedere...
Puoi andare tranquilla.
AMELIA Ho da raccontare a Paolo la scena che ho fatta?
BICE Non occorre! Ridonami la tua stima e il tuo affetto e sei perdonata.
AMELIA (sempre sospettosa verso Federico).
Buona notte, signor Federico.
FEDERICO Buona notte.
AMELIA (da sé).
Ha risposto! (Pensa, non capisce nulla, si rassegna e va a Bice.) Addio, Bice! (Molto commossa.) Perdonami! Se avviene qualche cosa io non ci ho colpa.
(Le bacia la mano e poi, attratta da Bice, la faccia.) Addio! (Molto esitante esce.)
SCENA SESTA
BICE e FEDERICO
BICE Ebbene! Federico! Comincia da me l'esercizio della tua bontà! Perdonami! (S'inginocchia a lui dinanzi ch'è seduto sul sofà.)
FEDERICO (pensieroso).
Perché tu sei dunque colpevole?
BICE Adesso che per la prima volta tu vuoi accettare la mia confessione, il cuore mi batte qui in gola.
Dio mi dia di trovare la parola, quella che ti dica la verità ma che nello stesso tempo ti faccia comprendere tutto.
FEDERICO Non cosí, Bice.
Alzati, te ne prego.
Io credo che giammai mi fu dato di veder tanto chiaro in me e negli altri.
Ecco il destino! Una donna come Amelia viene a levare l'ultimo velo che m'offuscava la vista.
Io so, Bice, che tu volevi tradirmi; so anche che, non per tua virtú, tu non m'hai tradito.
Sei perdonata! Hai altro a dirmi?
BICE Sí.
Se tu credessi di aver a subire qualsiasi umiliazione causa mia, scacciami! Io me ne andrò senza mormorare!
FEDERICO (meditabondo).
Ma io non posso essere umiliato da sommissioni altrui!
BICE Sommissioni? La parola è ben forte! E dici altrui? Io sono tua!
FEDERICO Io penso a Clara! (Poi.) Sí! Questa è la via!
SCENA SETTIMA
REALI e DETTI
REALI (fosco).
Ho veduto entrare qui il padre di Cerigni.
Viene ad assaltarti in casa tua! Sono rientrato per annunziarlo io stesso.
FEDERICO (molto serio).
Non faticarti, Reali.
Io non riceverò Cerigni né accetterò la sua difesa.
REALI Oh! grazie! grazie! Già è affare che puoi respingere perché esce dalla tua cerchia d'attività.
FEDERICO Anzi non ne esce affatto.
Non saprei difenderlo perché oggidí non saprei difendere me stesso.
Auguro al Cerigni una pena piú mite di quella ch'abbia avuta io.
SCENA OTTAVA
AUGUSTO e DETTI
AUGUSTO La signora Arianna è ritornata in sé e domanda di Lei.
FEDERICO Io vengo! Ora potrò assisterla! Non ho nulla da domandarle piú!
BICE Io sono con te, Federico!
FEDERICO Ebbene! Vieni! Da te potrebbe derivarle un ultimo conforto.
Nel delirio potrebbe scambiarti con Clara.
CALA LA TELA
14.
6.
903
L'avventura di Maria
Commedia in tre atti
PERSONAGGI
ALBERTO GALLI, commerciante
GIULIA, sua moglie
MARIA TARELLI, violinista
IL SIGNOR TARELLI, zio di Maria
IL PROF.
GIORGIO, fratello di Giulia
PIERO, figlio di Alberto e di Giulia
IL SIGNOR MAINERI, maestro di piano
IL SIGNOR CUPPI
AMELIA, la cameriera
ATTO PRIMO
Tinello in casa Galli.
SCENA PRIMA
ALBERTO che dorme su di una ottomana, GIULIA e GIORGIO
GIULIA (a Giorgio che entra).
Pst! Piano, che dorme!
GIORGIO Te l'avevo detto io che non c'era da impensierirsi! Eccolo là che dorme e il rimorso di aver tolto a te il sonno di una notte intera non lo inquieta punto.
GIULIA Non ne ha colpa.
Per distrazione ha perduto due treni.
Telegrafò subito, ma per un caso malaugurato il dispaccio mi venne consegnato soltanto pochi minuti fa.
GIORGIO Due treni ha perduto e i suoi dispacci da Firenze ci mettono ventiquattr'ore? Sono cose che non toccano che a lui! Fammi vedere il dispaccio!
GIULIA L'ho gettato via.
GIORGIO Perché non indirizzare un reclamo all'ufficio telegrafico? Io non tollererei per massima un simile disordine!...
GIULIA Che vuoi che ora importi a me che mettano ordine in quell'ufficio? Chissà quanti anni trascorreranno prima ch'io abbia a ricevere un altro dispaccio!...
Come dorme! (Guardando Alberto con affetto).
Mi dispiace che presto dovrò destarlo per l'arrivo di Maria Tarelli e di suo zio...
Senza conoscerli non li ama molto.
Se incominciano poi dall'impedirgli il sonno, li amerà anche meno, e saranno poco gradevoli i giorni che Maria passerà con noi, perché franco e sincero com'è non saprà celare la sua antipatia.
GIORGIO Spero che almeno non dirà loro in faccia che li ritiene per istrioni.
A me indispone sentirlo parlare in tal modo di una grande artista.
GIULIA Che vuoi farci! Alberto è un buon borghese che ci tiene alla sua vita regolare e non ama la gente nomade come Maria e suo zio.
GIORGIO Sí, sí.
(Con un po' di disprezzo.) È tuo degno marito!
GIULIA Che vuoi farci! Siamo felici cosí.
Tu sogni arte e scienza; noi vogliamo calma e felicità.
Ritengo però che Maria finirà col conquistarsi le simpatie di Alberto...
Delle tue può andar sicura...
anche troppo! E bada, ch'io terrò gli occhi molto aperti!
GIORGIO Non temere! Certo che parlare con Maria Tarelli mi divertirà meglio che con la gente solita che mi tocca frequentare qui.
Però non ho tempo da perdere, io, e devo riservarmi ad altre cose.
GIULIA Maria è molto bella; è inoltre distinta e cara.
All'infuori di certi accenti bruschi, maschili, sorprendenti nella sua voce, ch'è adorabile, troverai in lei una dama.
SCENA SECONDA
AMELIA, PIERO e DETTI
AMELIA C'è fuori un signore che vuol parlare col signor Alberto.
GIULIA Pst! Va a vedere tu, Giorgio! (Giorgio via.)
PIERO Mamma, papà non ti ha detto niente del regalo?
GIULIA No.
Gliene parleremo allorché si sarà svegliato.
Zitto, ora!
ALBERTO (svegliandosi si guarda intorno con sorpresa).
Mi pareva di essere ancora in viaggio...
Quanto tempo ho dormito?
GIULIA Circa due ore.
Il sonno, no, non lo hai perduto...
ALBERTO Hai ragione di farmene un rimprovero.
Dopo quindici giorni di assenza doveva bastare la vista della mia cara moglie per tenermi desto.
Ma sono precisamente i quindici giorni di fatiche che mi fanno essere cosí.
Ho faticato molto.
(Stirandosi.)
GIULIA C'è fuori un signore che domanda di te.
Amelia, chiama il signor Giorgio.
ALBERTO (ancora assonnato).
Chi domanda di me?
GIULIA Non lo so; Giorgio ce lo dirà.
(Siede accanto a lui e attira a sé Piero.) Piero chiedeva se gli hai portato qualche dono.
ALBERTO (dapprima sorpreso).
Un dono? Ah, sí...
Me ne sono dimenticato.
GIULIA (sorpresa ed offesa).
Davvero?
ALBERTO Ho pensato di fare tale acquisto qui, ove tutto è piú a buon mercato.
PIERO Allora potrò scegliere io? (Alberto lo bacia ridendo.)
GIULIA Avrei preferito che tu avessi fatto tale acquisto fuori.
Sarebbe stata una prova che anche lontano da noi, ci pensi egualmente.
ALBERTO (scherzosamente).
Io non ci ho mica pensato che il dono a Piero poteva valere per te quale una prova del mio affetto.
Altrimenti gli avrei portato non uno, ma dieci doni.
PIERO Dieci doni! Peccato che tu non ci abbia pensato!
ALBERTO Bravo Piero! Tu trovi sempre la parola giusta.
SCENA TERZA
CUPPI, GIORGIO e DETTI
GIORGIO Si accomodi.
(Presenta.) Il signor Cuppi, mia sorella, mio cognato Alberto Galli...
CUPPI (esageratamente cortese).
Ho tanto, tanto piacere.
(Stringe la mano a Giulia, poi ad Alberto.) Li conosco di vista da parecchio tempo, e sempre mi auguravo di fare una conoscenza piú intima...
(correggendosi)...
sí...
piú vicina, piú vicina, sí.
Ora l'occasione si è presentata, perché io attendo i signori Tarelli.
ALBERTO Ah, cosí? Sono raccomandati a Lei? Non avranno piú bisogno di noi?
CUPPI No, no.
Non sono raccomandati a me.
Ma come? Loro non mi conoscono affatto? Bisognerà che mi presenti da me? Non sanno ch'io sono l'amico degli artisti? Se non faccio altro io a questo mondo! Come si fa ad abitare questa città e non conoscermi! Oso asserire, sí, oso, che in questa città di provincia io sono la cosa...
la persona piú preziosa per gli artisti.
Sono loro servo devoto e li aiuto in tutto quello di cui possono abbisognare.
È una occupazione che rende poco, ma che fa passare magnificamente, sí, gradevolmente la vita.
La Ristori diceva di questa città: Di bello non c'è che la statua a Dante e Cuppi; paragone che non calza perfettamente, perché io servo a qualche cosa...
a molto, anzi.
Peccato che i signori Tarelli trovino qui l'alloggio pronto; ne avevo uno bellissimo da porre a loro disposizione, una vera occasione.
ALBERTO Se preferiscono quello che si servano.
GIULIA Ma Alberto! (Poi a Cuppi.) Ho promesso a Maria di tenerla con me.
Viene qui piú allo scopo di vedermi che di dare quei due concerti.
CUPPI (ammirandola).
Era proprio amica Sua intrinseca?
GIULIA Ma sí.
Amica di collegio.
CUPPI Tanto giovane e in poche settimane è divenuta famosa.
Tutti i giornali parlano di lei.
SCENA QUARTA
AMELIA e DETTI.
Poi MAINERI, TARELLI e MARIA
AMELIA Sono qui, ma in tre.
ALBERTO In tre? Vanno aumentando continuamente.
AMELIA Una signora e due signori.
Sono giú dinanzi alla porta di casa.
CUPPI Vuole che li vada a chiamare io?
MARIA (entra seguita da Maineri e Tarelli).
Ne parleremo piú tardi...
E Giulia? Come stai? (La bacia affettuosamente.) Uh, che pezzo di donna! Hai il volume che in passato avevamo in due.
Sei cambiata, molto cambiata.
Sempre una bella persona, ma non sei piú quella.
Che peccato! Io che sperava di ritrovare in te quella mia antica dolce amica cui mi piaceva tanto di fare del male per vedere fin dove arrivasse la sua indulgenza.
Certo hai perduto quell'indulgenza.
Chissà quanto cattiva sarai divenuta invecchiando!
GIULIA Tu sei sempre la stessa coi tuoi occhi seri e dolci.
(Presentando.) Mio marito...
ALBERTO (con lieve sorpresa).
Signorina!...
MARIA (ridendo dopo un istante di sorpresa).
Ooh...
Una vecchia conoscenza!
ALBERTO Infatti abbiamo fatto una parte di viaggio insieme.
Da Bologna a Firenze.
MARIA Ancona, cioè...
ALBERTO In Ancona non sono stato questa volta.
(Un po' confuso.)
MARIA (sorpresa).
Ah, cosí?
ALBERTO (a Giulia).
L'altr'ieri siamo stati insieme...
Da Bologna a Firenze.
MARIA (molto sorpresa).
L'altr'ieri?
GIULIA E non vi siete conosciuti?
MARIA Non ve n'è stata l'occasione.
ALBERTO (cortesemente a Maria).
Ha fatto buon viaggio?
MARIA (freddamente).
Sí, grazie.
GIORGIO (a mezza voce, fra sé).
Strano! Ella è stata con lui in Ancona; egli, invece, non si rammenta che di essere stato a Firenze.
GIULIA (presentando).
Mio fratello Giorgio, professore di Liceo...
GIORGIO Ho tanto piacere di fare la sua conoscenza! Ne chieda a mia sorella.
Contavo i giorni che mancavano al suo arrivo qui, perché per me è una vera fortuna che la casa di mia sorella divenga un po' artistica.
MARIA Grazie del complimento, ma non posso accettarlo.
Non rendo mica artistici i luoghi che tocco!
GIULIA (a Maria).
Bisogna sapere che mio fratello, oltre che professore, è artista e dotto.
Si occupa di storia patria.
MARIA Anche questo paese ha una storia?
TARELLI (intervenendo).
Ma che dici, Maria? Offendi i signori, e poi ti sbagli.
Questo paese? Non è per di qua che sono passati i Romani?
GIORGIO Questa è una colonia romana.
TARELLI Naturalmente, Maria, ti sei dimenticata di presentarmi
MARIA Mi pareva non occorresse.
Mio zio, Giulio Tarelli.
TARELLI (stringendo la mano a Giulia)...
il quale accetta con gratitudine l'ospitalità che gli è stata tanto gentilmente offerta.
(Poi ridendo ad Alberto).
Veramente, peccato che a Bologna nessuno ci abbia presentati.
Avremmo fatto molto piú gradevolmente il tratto fra Bologna e Firenze, poiché quello è il tratto che abbiamo percorso insieme.
MAINERI Signorina, io debbo andarmene.
Io sono legato alle mie lezioni...
MARIA Incatenato, mi pare, addirittura.
Rimanga soltanto un istante ancora che la presenti ai padroni di casa, poiché lei dovrà venire qui spesso per causa mia.
Il professor Maineri che gentilmente si è offerto di accompagnarmi al piano nei due concerti che ho da dare qui....
Ha avuto la gentilezza di venirmi a ricevere alla stazione.
GIULIA Ci sarei venuta anch'io, se mio marito non fosse stato ancora molto stanco del viaggio.
MARIA (abbracciandola).
Oh, non avevo mica l'intenzione di farti un rimprovero! Perché ridi?
GIULIA Perché hai conservato quel tuo ooh maschile che in collegio ci piaceva tanto.
MARIA Delle cattive qualità non ne ho perduta nessuna.
MAINERI Col suo permesso io ritornerò qui domattina.
MARIA E la ringrazio.
Mi piace tanto di trovare al mio arrivo in una città, alla stazione, dei volti amici.
MAINERI Non ha di che ringraziare.
Due mesi fa ho assistito ad un suo concerto a Milano, e mi è nato in cuore il desiderio di sedere io una volta al pianoforte e accompagnare quel suo violino che da sé solo è una vera orchestra.
Quasi quasi compio un voto.
A domattina!
TARELLI Scusi, signor professore Giorgio, (subito amichevolmente) Ella, quale professore di belle lettere, se bene ho udito, dovrebbe pur conoscere qualche critico musicale in questa città.
GIORGIO No, affatto.
Vivo a scuola e in casa, e con giornalisti non ebbi finora nulla da fare.
È gente che a me non piace.
TARELLI Peccato! Di solito sono i critici che vengono a cercare di noi, ma capisco che qui toccherà a noi di cercare loro.
Le faccio del resto i miei complimenti se non conosce dei giornalisti.
Anch'io, se potessi, farei a meno di loro.
Canaglie! Però dico "peccato" per il caso nostro.
Non conosce neppure nessuno che pratichi dei giornalisti? Eh! Già.
Capisco.
Non volendo aver che fare con giornalisti è bene tenersi lontano da chi li pratica.
CUPPI Son qua io! È proprio il momento di presentarmi.
Critici musicali? Ma io li conosco tutti.
Uno cioè, che però è l'unico.
Valzini.
Vado a chiamarlo.
ALBERTO (ridendo).
Ce n'eravamo dimenticati.
Il signor Cuppi, amico degli artisti...
CUPPI La presentazione è completa.
Non c'è piú nulla da dire sul mio conto.
Amico degli artisti! Dalla Ristori alla grande riformatrice del teatro moderno, la Mara, di tutti...
di tutte sono stato o sono amico.
TARELLI Ha nominato solo gli artisti drammatici.
Si dedicherà poi col medesimo zelo ai musicisti?
CUPPI Solo ai violinisti.
Ho una passione speciale io pel violino, per il re degli istrumenti! Non amo i sonatori di piano e neppure il nostro pubblico li ama, a quanto ho potuto osservare.
Ho già conquistato dei titoli di benemerenza per i violinisti.
Il celebre Janson ch'è stato qui due mesi fa, mangiò, alloggiò e quasi quasi anche suonò col mio aiuto.
TARELLI Janson è stato qui?
CUPPI Ma sí, non lo sapeva?
TARELLI E quale successo si ebbe? (Piccola pausa.)
CUPPI Perché celarlo? Enorme.
Molto grande.
Per otto giorni la città non si occupò che di lui; il teatro era pieno zeppo e vi erano rappresentate tutte le classi sociali...
o quasi.
Janson era un ospite ricercato da tutte le famiglie della città.
I poeti gl'indirizzavano versi, i giornalisti articoli di fondo.
Partendo mi disse che avrebbe voluto essere nostro concittadino, naturalmente...
se non fosse stato svedese.
TARELLI Allora, poveri noi, nevvero?
CUPPI Oh, no.
Al contrario, onorando Janson la città dimostrò quanto apprezzava il vero merito e saprà dimostrarlo anche per la signorina.
TARELLI Valzini è molto reputato in città?
CUPPI Moltissimo.
Si racconta che autori principali, come Verdi e Wagner, (pronunzia Wagner all'italiana) quel tedesco, leggano sempre le sue critiche...
TARELLI (a mezza voce, con gesto espressivo).
Scusi, in confidenza,...
bisogna ungere?...
CUPPI Ah, no.
Da noi non ne troverà di questo stampo.
Valzini è ricco, ossia ha tutto il denaro di cui abbisogna.
È gentile però ed una parola mia servirà a sufficienza.
Ma denaro...
denaro...
ohibò!
TARELLI Ho chiesto per la buona regola.
Naturalmente che s'è ricco e stimato da Wagner (imita Cuppi) non si lascerà pagare.
CUPPI A rivederci.
In mezz'ora o poco piú ritorno con Valzini.
GIORGIO (congedandosi).
Signorina, interverrò anch'io, se permette, alle prove di domani, quantunque io non sia molto musicale.
Anzi, io, e con me parecchi scrittori moderni, siamo contrari alla musica.
Tuttavia me ne interesso.
MARIA Con tali premesse, certo, io non ci tengo molto ad essere onorata della sua presenza.
Ad ogni modo, se verrà, suonerò lo stesso.
(Giorgio via.)
GIULIA Perché lo tratti cosí? Egli ti tratta con una deferenza che non puoi apprezzare, perché non sai com'egli tratti gli altri.
MARIA (abbracciandola con effusione).
Oh, se sapessi, quanto felice mi renda il sapermi trattata bene da te! Se lo vuoi, farò dei complimenti anche a tuo fratello, quantunque le persone antimusicali non mi piacciano.
GIULIA Sai pure che non bisogna tener conto di tutto ciò che dicono i dotti.
TARELLI Lasciamo qui queste valigie?
GIULIA No.
Le farò trasportare nella stanza a Lei destinata.
Amelia!
TARELLI Non si scomodi! Le posso portare io stesso.
Dov'è la stanza?
GIULIA Di qua.
In fondo a questo corridoio.
(Via.)
TARELLI Mi dispiace incomodarla (La segue.)
SCENA QUINTA
ALBERTO e MARIA
Maria vuol seguire Tarelli
ALBERTO Scusi, signorina Maria, una sola parola! Non è Maria ch'ella si chiama? Dolce nome! L'avessi conosciuta ieri!
MARIA (ridendo).
L'altr'ieri, cioè...
ALBERTO L'altr'ieri o ieri fa lo stesso.
Non è una bugia, è una distrazione.
Avevo raccontato a mia moglie di aver lasciata Firenze l'altr'ieri.
Mi dispiace di lasciarmi smentire.
MARIA Rammento che mi aveva detto ch'era stata sua intenzione di lasciare Firenze l'altr'ieri.
A sua moglie raccontò quindi la intenzione.
ALBERTO Sí.
La prima intenzione, perché la seconda, debbo confessarlo, era di rimanere a Firenze finché c'era lei, e poi di seguirla per otto o dieci giorni o magari per un mese.
MARIA E Giulia?
ALBERTO A mia moglie avrei scritto che gli affari mi trattenevano.
MARIA Piuttosto che ritrovarla cosí, volentieri avrei rinunziato a vederla.
ALBERTO Perché? Chi le dice ch'io sia un cattivo marito? Ne chieda a Giulia e le dirà che migliore non potrei essere.
Il modello dei mariti.
MARIA Dunque tanto peggio.
Tradita ed ingannata.
ALBERTO No.
Né tradita né ingannata.
Adesso io la conosco; so chi è: una grande artista e al tempo stesso una fanciulla onorata.
Ma prima...
MARIA (seria).
Prima aveva potuto credere ch'io non fossi una fanciulla onorata?
ALBERTO Mi scusi e non si adiri.
Mi lasci parlare francamente, perché altrimenti non potremo intenderci.
MARIA Non capisco quale bisogno ci sia d'intenderci...
ALBERTO Vedrà.
Grandissimo bisogno.
O meglio sono io quello che sente tale bisogno.
Via! Non sarà tanto buona da rendermi un lieve servigio, qual è quello di starmi ad ascoltare? Glielo chiedo quale marito di Giulia.
MARIA Non è il titolo ch'ella potrebbe invocare, ma parli, mi rassegno.
ALBERTO Non ha bisogno di rassegnarsi a nulla, perché mi farebbe un torto credendo ch'io avessi l'intenzione di offenderla.
Sull'anima mia! Respingerei con indignazione un'idea che potesse essere meno rispettosa per lei.
Non la penserei neppure.
Si sente sicura? Posso parlare senz'altra preoccupazione che di esprimermi sinceramente e chiaramente? (Maria annuisce.) Ecco.
Io non ho altro scopo che di provarle che la sua amica Giulia è piú felice di quanto ella sembra di credere.
Per darle tale prova basterà dirle che anche quando corro dietro ad altre donne, in quel medesimo istante, quando sono intento a raggiungere il mio scopo e mi trovo in quello stato di esaltazione in cui ella, per mia disgrazia, mi vide, anche allora amo mia moglie appassionatamente e le darei in quel medesimo istante il bacio affettuoso di ogni sera.
MARIA Beata Giulia, allora.
ALBERTO Perché, vede, le altre donne, quelle cui corro dietro io, non sono le stesse donne.
Che cosa può importare a Giulia di quei fuochi di paglia accesi da altre, di quei desideri che non somigliano per nulla affatto all'affetto che porto a lei?
MARIA Ma che razza di gente credeva lei dunque di trovare in me e in mio zio?
ALBERTO Non feci alcuna supposizione sul suo stato.
Poteva essere quello di una donna ricca o di una grande artista; poteva essere la moglie di un banchiere o di un nobile; per me era indifferente.
Le donne sono donne e l'esito della mia avventura non dipendeva da queste circostanze.
Quello che a bella prima pensai e che mi diede la massima speranza fu ch'ella fosse la moglie di suo zio.
(Maria ride.) Io vedeva in lei una di quelle brave mogli borghesi dal marito troppo vecchio e le quali per prudenza non lo tradiscono che quando sono in viaggio.
E...
in viaggio eravamo.
MARIA Ma come l'è venuta l'idea ch'io fossi la moglie di mio zio?
ALBERTO Mi auguravo che cosí fosse ed io vedo spesso le cose come desidero che sieno.
Quando appresi d'essermi ingannato mi avvolsi nella mia pelliccia e mi affrettai a rimpatriare.
MARIA Immediatamente.
Aveva il timore di contrarre degli impegni troppo duri?
ALBERTO No, ma temevo di perdere il mio tempo inutilmente, ciò che anche in istato di esaltazione, se posso, evito.
MARIA (non molto lusingata).
Ah, cosí.
Assolutamente, allora, il suo proposito correndomi dietro era di passare meno peggio qualche giorno e niente piú?
ALBERTO No, no.
S'ella mi avesse trattato bene, molto bene, i miei affari si sarebbero tirati molto, ma molto in lungo.
Mi si dice che la sua ambizione sia di venir considerata e trattata come un uomo.
Sono certo che in questo riguardo non avrà da lagnarsi di me.
MARIA E non me ne lagno, nemmeno.
Di qualche altra cosa però vorrei lagnarmi.
Ecco, non mi è dispiaciuto di sentirla parlare; ella parla bene di queste cose, e sono curiosa di sentirla parlare d'altro, di quello di cui parla a Giulia.
Anzi, ne ho ritratto anche un altro piacere, cioè, la certezza di non venir mai piú disturbata da lei e di sentirmi piú sicura in casa sua.
ALBERTO Certo certo.
La mia simpatia è delle piú rispettose.
MARIA Ma quello che assolutamente non so indovinare si è la ragione che la indusse a raccontarmi tutte queste belle cose che non avevo chiesto di conoscere.
ALBERTO Non l'ha ancora capita? Mi meraviglio.
Le ho detto, è vero, che prima di tutto mi premeva di provarle che la sua amica Giulia è una donna felice.
Mi pare che su questo punto siamo d'accordo.
Ora devo prevenirla che questa felicità scomparirebbe, se Giulia sapesse che oltre ad amarla moltissimo...
io l'amo nel modo che le spiegai.
MARIA (ridendo, ma con voce un po' stonata).
Ma basta cosí, allora.
Questo dunque era il nocciolo del frate grigio? Si tratta di non far capire a Giulia che nella noia del viaggio lei si è compiaciuta di guardare la sua umilissima serva; ma crede poi ch'io abbia avuto l'intenzione di vantarmene?
ALBERTO No.
Temevo soltanto che a tutta la faccenda ella avesse potuto dare tanto poca importanza da parlarne in un istante di buon umore come di un fatto che non concernesse né lei né Giulia.
Ora, se, come purtroppo è vero, per lei io, le mie parole, le mie azioni sono cosí indifferenti, per Giulia la cosa è ben diversa.
La mia casa è delle piú borghesi.
Tutto vi è basato sulla cieca fede che portiamo l'una all'altro.
La felicità di Giulia è formata dalla sua fede in me.
Mi porta un affetto quasi esclusivo; cioè, fra me e Piero, diviso.
Vuole un po' di bene anche a Giorgio, il fratello professore che ha conosciuto or ora, quel pedante,...
il resto del mondo per Giulia non esiste.
Ella è perciò tanto irragionevole da sembrarle naturale ch'io l'ami come essa ama me, cioè esclusivamente.
Il primo dubbio potrebbe distruggere questo castello in aria e la mia e la sua felicità.
È perciò che formalmente la prego di essere cauta.
Avrei potuto, come lei stessa ebbe ad osservare, risparmiarmi la fatica di farle questa preghiera e affidarmi alla sua naturale discrezione, ma la cosa era troppo importante per lasciarla in balía del caso.
Glielo assicuro.
Basterebbe una sola parola detta scherzosamente per destare la diffidenza in Giulia, e capirà che se giungesse al punto di diffidare poco le costerebbe di procurarsi la certezza del mio tradimento.
MARIA Diamine! Con le sue massime si esporrà continuamente a dei pericoli.
ALBERTO Mi creda, meno spesso di quanto sembri! (Con qualche calore.) Oh me lo creda! Non basta mica ogni gonnella per farmi pericolare...
MARIA (ridendo).
Adesso ch'è sicuro della mia discrezione, pare che voglia ricominciare.
ALBERTO Oh, no.
Voglio essere un buon ospite e rispettoso; renderà felice Giulia che crederà che le mie gentilezze siano usate a lei per riguardo suo.
MARIA Molto compito!
SCENA SESTA
CUPPI e DETTI
CUPPI (correndo).
Valzini è qui.
Verrà subito.
ALBERTO e MARIA.
Chi è questo Valzini?
CUPPI Il critico, il giornalista ch'ero stato incaricato di far venire qui.
MARIA Prego, signor Alberto, ne faccia avvisare mio zio.
ALBERTO Vado io stesso.
CUPPI (stanco).
Auff! Sono corso per arrivare prima di Valzini! Volevo avvisarla di certe particolarità, di certi fatti ch'è bene ch'ella conosca.
Prima di tutto tenga presente che il nonno di Valzini è stato un grande musicista, sí, abbastanza conosciuto.
Per fargli piacere bisogna dirgli che lei lo conosce di fama, di nome.
Anche suo padre ha scritto un'opera che è stata data a Milano, capisce! Poi bisognerà che io le indichi i nomi delle romanze, tutte per soprano, scritte dal nostro Valzini.
Eccole: "L'usignolo sul mandorlo"...
"Primavera campagnola"...
MARIA (fin qui distratta lo interrompe bruscamente).
È roba che a me non importa...
Con permesso.
(Via.)
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
La stessa stanza.
ALBERTO, poi MARIA con TARELLI e dietro la scena GIULIA ed AMELIA
ALBERTO (ha cappello e bastone; sembra diretto verso la porta di fondo, lentamente, e si ferma; vuole far credere che sta per uscire; ritorna sui suoi passi e rifà la stessa via).
TARELLI Il signor Alberto! Guarda combinazione! È già il terzo giorno che c'incontriamo, sempre alla stessa ora e quando precisamente munito di cappello e di bastone sta per uscire.
ALBERTO (un poco imbarazzato).
Eh, sono molto metodico, io!
TARELLI Ed è ciò che mi meraviglia, perché io non lo sono affatto.
Esco dalla mia camera fra le otto e le dieci.
Del resto non mi lamento, perché è sempre un piacere per me di vederla.
MARIA Buon giorno, zio! Buon giorno! (Ad Alberto.)
ALBERTO (dimenticando Tarelli completamente).
Come sta, signorina? Ieri sera accusava male di testa...
MARIA Sono ristabilita del tutto.
Per quanto io sia corazzata, la freddezza di questo pubblico mi sconcertò alquanto.
ALBERTO Vedrà che al secondo concerto questa freddezza sparirà.
Glielo garantisco io.
Oh, sarebbe un pubblico ben villano, se continuasse a contenersi cosí.
Io di musica non me ne intendo affatto, ma mi pare che lei abbia suonato molto bene.
GIULIA (dietro la scena).
Amelia! Il padrone è già uscito?
AMELIA Da piú di mezz'ora, signora.
ALBERTO Devo andarmene disgraziatamente per un affare.
Con permesso.
(Stringe la mano a Maria.) Fra un'oretta sarò di ritorno.
(Via.)
MARIA Faccia il suo comodo.
SCENA SECONDA
TARELLI e MARIA
TARELLI (guardando dietro ad Alberto).
Povero diavolo! Pare non possa uscire da casa senza vedermi! Perché...
Attende me, nevvero? (Ridendo a Maria.)
MARIA (seccata).
Attenda chi vuole...
TARELLI Ma dunque, se neppure l'amore di questo negoziante lusinga il tuo amor proprio, perché ti contieni in modo da aizzarlo sempre piú?
MARIA (meravigliata).
Io?!
TARELLI Ma sí.
Proprio tu! Lo tratti ruvidamente.
Non gli rispondi che a monosillabi ed anche questi poco gentili.
C'è di che far perdere la testa anche alla persona meno disposta.
Figurati poi costui non domanda di meglio!
MARIA Davvero? Sarò cosí pericolosa? Già tu conosci il cuore umano, e se lo dici, dev'essere.
D'ora innanzi vedrai come sarò gentile! Non ho mica l'intenzione di portar via il marito a Giulia!...
Voglio colmarlo di gentilezze, acciocch'egli cessi di seccarmi.
TARELLI Bada, non occorre mica esagerare adesso! Da qualche giorno però ti vedo molto seria, preoccupata.
È forse l'insuccesso che ti duole o l'articolo sciocco che ti dedicò Valzini?
MARIA Oh, chi ci pensa!
TARELLI E allora sei innamorata.
MARIA (stupefatta).
Quale idea! (Poi.) Francamente non mi sento bene in questa casa.
Ci ero venuta con le migliori intenzioni di questo mondo...
Volevo passare con Giulia otto giorni di fanciullezza.
Invece ella è seria, mummificata nella sua dignità matronale, una donna impossibile che non capisce niente all'infuori del suo bimbo e del suo adorato marito, della sua bella casa.
Il professore mi secca con dotte dichiarazioni d'amore e dalla sua parte mi minaccia una formale richiesta di matrimonio (facendo atto di bastonare) che accoglierò, vedrai, con l'arco del violino.
L'unico allegro sarebbe il piccolo Piero, quando lo lasciano giuocare in pace, ma è proprio lui che di me non ne vuol sapere.
Ieri ero là per mettermi a giuocare con lui.
Immediatamente egli cessò meravigliato e seccato.
TARELLI Eppure con te mi paiono gentili.
MARIA (molto contenta).
Con te no? Ecco una buona ragione per abbandonare questa casa.
TARELLI Oibò! Io non c'entro nelle decisioni che hai da prendere tu.
Eppoi non mi maltrattano mica.
Mi trattano soltanto alquanto superficialmente.
Pare che si sieno rassegnati di fare la relazione dell'artista, ma non ancora quella dell'impresario.
Non hanno torto, in fondo.
Per questi borghesi io non sono altro che uno speculatore che per suo interesse t'induce a fare questa vita nomade.
MARIA Povero zio!
TARELLI Ma che povero! A chi può importare il parere di costoro? Io voglio che tu rimanga in questa casa, perché la buona fama borghese di cui gode è una buona reclame per te.
Se finora in questa città non abbiamo potuto sentirne gli effetti, è colpa di troppi elementi contrari che vi abbiamo.
Intanto, l'indifferenza assoluta per la musica.
Non mi serví né di farti dir nevrotica, né di far raccontar da Valzini che soffrivi di un'affezione polmonare per cui pochissima vita ancora ti era concessa.
È bene corazzata questa gente.
Pochi vennero al concerto.
Non ne compresero nulla e ne dissero male.
Le tue note mi facevano pietà al vederle sprecate a quel modo.
MARIA Dalla critica si capisce però che anche Valzini si è annoiato.
Lui che ama tanto la musica!
TARELLI Ha compreso meno degli altri.
Si trovò obbligato a scriverne bene per rispetto ai critici che lo avevano preceduto e poi anche in riguardo nostro che lo avevamo trattato molto bene.
È abile, però.
Ha saputo far capire a tutti che il suo entusiasmo era preso a prestito.
Non si espone mica al pericolo di perdere, e, cara mia, bisogna rassegnarsi a riconoscerlo.
In questa città verrebbe considerato poco intelligente chiunque avesse il coraggio di dir bene di te.
(Scherzosamente.) Già, per consolarti tu hai quel tuo signor Alberto...
MARIA Bella consolazione! Non hai capito che vorrei abbandonare questa casa?
TARELLI Incomincio a credere che diffidi di te, perché non vorrai darmi ad intendere che tale fuga sia meditata per un riguardo alla tua amica.
Che male sarà, se il signor Galli si riscalderà ancora un poco e se la signora Galli diventerà dal canto suo un po' gelosa? Avremmo apportato nella loro sciocca vita borghese un po' di animazione.
MARIA Dubito però che abbiano a serbarcene gratitudine.
SCENA TERZA
MAINERI e DETTI
MAINERI Ho anticipato di un quarto d'ora pel timore di farla attendere; preferisco attendere io.
Mi permette di baciarle le mani? Ambedue.
Anche quella dell'arco.
MARIA Entusiasta, dunque, l'unico?
MAINERI È il mio vanto.
Avendola compresa mi pare quasi che le sue note siano opera mia.
Citano Janson! È altra cosa.
Egli non possiede né il suo senso artistico né la sua esattezza: è un violinista straordinario e nulla piú.
Ella invece è musicista, anzitutto musicista ed è perciò che il pianoforte s'inchina a lei.
TARELLI Peccato che non ci sia qui uno stenografo per raccogliere queste parole e consegnarle ad un giornale.
MAINERI Non servirebbe a nulla; quando i fatti, quando la musica stessa non serví...
TARELLI Non serví? Ella, dunque, lo confessa? Crede che valga la pena di dare un altro concerto?
MAINERI Anzi anzi, bisogna darlo.
A me non basta il primo.
Sarebbe una vigliaccheria di non darlo dopo di averlo annunciato.
Che importa a lei l'applauso?
MARIA Devo confessare che ci tengo un pochino.
(Ridendo.) Avrei suonato tanto meglio, se ieri sera avessi ottenuto un applauso, almeno uno solo.
(Con dolore.) Fu un fiasco assoluto.
MAINERI Non assoluto.
Posso però parlarle con franchezza, perché l'entusiasmo che le dimostrai mi salva dal pericolo di essere preso per poco rispettoso, e poi perché ella non è uno di quegli artisti cui occorra usare dei riguardi nell'apprezzare i loro successi.
Ecco il fatto.
Il nostro pubblico, un pubblico musicalmente poco colto, è abituato alla maniera di Janson e non vuol sentire altro.
Per esso quello soltanto è il modo di suonare il violino.
Il ricordo di Janson gli è tanto caro che quasi non vorrebbe sentire altri pezzi all'infuori di quelli uditi da lui.
Son quelli i pezzi che si eseguiscono sul violino e non altri.
TARELLI Se questa veramente è la disposizione del pubblico, a Maria non resta altro che abbandonare la lotta.
MAINERI Perché? La lotta è bella, specialmente quando in essa non si arrischia nulla.
Che cosa vi arrischia la signorina? Non certo la sua fama, perché la nostra città né dà né toglie fama.
Specie a lei, signorina, alla dea della musica.
TARELLI Sí, una dea.
La sua bellezza la decantò anche il signor Valzini, il quale pare nato piuttosto a cronista che a critico musicale.
Parlò unicamente della splendida figura e della magnifica toeletta.
MAINERI Sono imbarazzi della vita del critico.
TARELLI (con ira).
Avrebbe potuto non essere imbarazzato, se fosse stato un buon critico!
MARIA Ma, zio! Noi dobbiamo essere grati al signor Valzini che pur non essendo stato troppo soddisfatto del mio modo di suonare, volle dimostrarsi tale per favorirmi.
MAINERI Ben detto, ben detto, signorina.
Ella parla come suona.
Infatti, quale altro merito avrebbe avuto egli, se non avesse avuto altro da fare che di sedersi al tavolo e notare il suo entusiasmo? Se l'articolo non dimostra molto entusiasmo, dimostra molta benevolenza.
Specialmente la prima parte.
La seconda (si leva di tasca un giornale e contemporaneamente anche Tarelli) è meno simpatica.
«La signorina Tarelli regalò le Arie ungheresi, ma quello è un pezzo che bisogna lasciare a Janson.»
TARELLI Ho capito subito che in provincia quella frase bastava per annullare l'effetto di tutto l'articolo.
SCENA QUARTA
CUPPI e DETTI
CUPPI È permesso?
TARELLI Il signor Cuppi.
Avanti, avanti, si accomodi.
Ella capita a proposito.
Sa lei, dove abita il signor Valzini?
CUPPI Sí.
Perché?
TARELLI Devo andare a ringraziarlo per il simpatico articolo che dedicò a mia nipote.
MARIA Ringrazialo anche da parte mia, zio, e digli che non ho potuto accompagnarti, perché proprio ora ho le prove.
TARELLI Mi farebbe un favore, se venisse con me.
CUPPI Ben volentieri.
TARELLI Vado a prendere il soprabito ed il cappello e sono con lei.
CUPPI (a Maria).
Ella ha già deciso e proposto come passare la sera?
MARIA Rimango in casa con la mia amica.
Mi resta ancora poco da passare con lei.
CUPPI Cosí, di me, assolutamente non ha bisogno?
MARIA Se le piace venga qui a tenerci compagnia.
(A Maineri.) Ci mettiamo a queste prove? Vado a prendere la musica.
Dev'essere sul tavolo nella mia stanza.
(Via.)
CUPPI Scusi, maestro, a lei è piaciuta molto la signorina quale violinista?
MAINERI Moltissimo.
Perché me lo chiede?
CUPPI Non chiedo piú nulla, io, ma...
dirò sí...
Ella è il primo che trovo entusiasta.
MAINERI Davvero?
CUPPI Intanto, in quanto a me, parlo di me che non me ne intendo affatto, io mi sono annoiato mortalmente; molto, ma molto.
MAINERI E perché è qui a continuare ad annoiarsi quando nessuno ve la obbliga?
CUPPI Non mi annoio qui, io.
Quantunque si tratti di una pessima violinista, cioè una violinista che suona male il violino, la compagnia della signorina mi è piú cara di quella di tutto il resto della città.
Naturalmente non piú cara di quella di Janson.
(Con passione.) Oh, se Janson ritornasse! A lui potevo offrire oltre alla mia amicizia anche la mia ammirazione...
sí...
la mia approvazione cosicché la relazione con un artista diviene subito piú bella...
piú gradevole.
Mentre qui...
(Risoluto a Maineri.) Scusi, maestro, ma io dubito del suo entusiasmo.
Che diamine! Io sono...
sí...
una bestia...
una persona che di violino non capisce niente...
ma infine è impossibile...
difficile ch'ella capisca qualche cosa di ciò che a me sembra...
niente, cioè una stonatura senza sentimento.
Eh, capisco.
Dubito che un pochino della sua ammirazione per la musica sia dovuta alla bella personcina della signorina Maria.
A forza di accompagnarla al pianoforte...
naturalmente...
TARELLI (rientra).
Andiamo?
CUPPI Eccomi.
E la signorina? (A Maria che rientra con la musica sotto il braccio.) Buon giorno, signorina! (Le stringe la mano.) Approfitterò sicuramente del suo gentile invito per questa sera.
TARELLI (a Maineri a bassa voce).
Sa, io con Valzini sarò perfettamente cortese.
Non creda mica per quello che ha udito ch'io abbia l'intenzione di dimostrarmi offeso.
Non ne vale la pena, e anzi la prego di non riferire a nessuno le mie parole.
Per essere del tutto sincero con lei, le dirò che per avere la magra soddisfazione di mostrare il mio disappunto, non mi privo della speranza che Valzini al secondo concerto non muti opinione.
Come si chiama di nome, Valzini?
MAINERI Venanzio.
TARELLI Ebbene, Venanzio.
Lo interpellerò sempre col nome di battesimo.
"Signor Venanzio..." Peccato che non abbia un nome piú bello! Chissà se gli piacerà di venir chiamato con un tal nome!...
MAINERI Cosí lo chiamano tutti.
TARELLI Ci sarà dunque abituato.
(Gli stringe la mano e via con Cuppi.)
MAINERI (subito al pianoforte con la sua parte in mano).
Il concerto di Beethoven.
Proviamo soltanto quello?
MARIA Sí.
Non occorre altro.
MAINERI Ho da suonare il preludio intiero? Solitamente quando non si dispone di un'orchestra lo si omette o non lo si eseguisce che a metà.
MARIA (leva il violino dalla cassetta).
Io desidero di udirlo intiero, altrimenti il concerto mi appare monco e disordinato.
(Dolcemente.) Il preludio mi dà la disposizione occorrente per suonare.
M'influisce perfino sulle dita, mi sento le falangi piú libere, piú volonterose.
Attendo che tocchi a me con impazienza, quasi con curiosità, curiosità di udire quello che farò, come fosse la prima volta che avessi a suonarlo.
Quel preludio mi pone immediatamente faccia a faccia con Beethoven.
(Con asprezza.) Naturalmente che, se mentre lo suonano, ho dinanzi a me un pubblico distratto ed inquieto, ch'io vedo dall'alto come un raccolto di zucche vuote, allora invece di ascoltare il concerto mi metto a contare le zucche, meravigliato che il Creatore abbia commesso tanti errori.
MAINERI Lei pensa al nostro pubblico?
MARIA Oh, a lei e col violino in mano non voglio mentire.
Il mio insuccesso, come lo chiamano qui, mi addolorò abbastanza.
Non ho mai sofferto tanto ad un concerto, ed ho paura che il secondo sia ancor peggio.
Come dice lo zio, dovrei essere superiore a queste cose.
Ma come si fa a non alterarsi nel vedere la gente che mi circonda essere d'accordo col giudizio del pubblico, non solo, ma anche dubitare che in altri luoghi si sia potuto giudicare altrimenti sul mio conto.
Lasciamo stare.
(Accorda il violino.) Ella ha già eseguito questo concerto in pubblico?
MAINERI Sí, con Janson.
MARIA (ironicamente).
Cosí? Il signor Janson si degnava di uscire una volta dalle sue arie ungheresi, russe, valacche e di eseguire Beethoven?
MAINERI Sí; l'applauso del pubblico però era provocato unicamente alla cadenza del primo tempo, una cadenza brillante, composta, credo, da uno spagnuolo.
Il pubblico non apprezzerà mai il concerto, e francamente, credo che nemmeno ora gli piacerà.
MARIA V'era dunque la sua brava cadenza spagnuola? (Siede.) Suoni, la prego, come se non sapesse che presto deve sopraggiungere il violino a toglierle la prima parte.
SCENA QUINTA
GIULIA e DETTI
GIULIA Buon giorno! Ah, son le prove! (A Maineri che si è alzato.) Non si disturbi.
Se me lo permettete starò un pochino ad ascoltare.
MAINERI Ma senza dubbio.
Ella rappresenta per noi un elemento ch'è bene vi sia anche alle prove: il pubblico.
GIULIA Peccato che non potrò rimanere a lungo, perché di là ho molto da fare.
MARIA Cose di premura?
GIULIA Non di premura, ma di regola.
Bisogna lavorare ogni giorno, altrimenti in fine d'anno si trova d'aver perduto molto tempo.
MARIA Mi pare di sentir parlare la nostra brava monaca.
Te ne rammenti? (Imitando la voce della vecchia monaca.) «Bisogna lavorare tre volte tanto quanto si lavora! Soltanto cosí si può contare sulla pace dell'anima e del corpo.»
GIULIA Via, Maria! Non deridere quella santa donna! Io le devo tanto!
MARIA (meravigliata).
Davvero, cosa le devi?
GIULIA Quale domanda! Si è affaticata per me...
mi ha insegnato, mi ha voluto bene!
MARIA A me, invece, ha dato tanto noia! Devi confessare che il suono della sua voce non era bello.
(Imitando di nuovo la vecchia): «Signorina, lei è una zingara!».
Ecco che hai evocato un ricordo poco gradevole! Incominci, signor Maineri! Giulia ci fa compagnia.
GIULIA Sta bene, se mi permettete di portare qui il mio telaio...
MARIA Perché no? Se vuoi puoi metterti persino a far quadri qui.
Me non disturbi di certo.
Già a te non basta di starmi ad ascoltare.
GIULIA Starò ad ascoltare certamente.
Ho un lavoro che soltanto qua e là esige attenzione...
Di solito quando lavoro ripasso la lezione al mio figliuolo.
MARIA Fai ancora piú di quanto quella santa donna consigliasse.
Ella si sarebbe accontentata di un solo lavoro alla volta...
GIULIA (che non le fa attenzione).
Porterò con me Piero.
Vedrai come starà quieto e attento! (Via.)
MAINERI (con ironia).
Questa sí ch'è una donna di casa perfetta!
MARIA (ridendo).
Si; ma c'è di peggio.
Pare impossibile, ma è pur nata madre di famiglia.
Me la rammento già in collegio cosí.
SCENA SESTA
ALBERTO e DETTI
MAINERI (sempre seduto al pianoforte).
Ecco il signor Alberto.
Qui non ci mancherà il pubblico.
Venga, venga, signor Alberto.
Anche la signora Giulia ritorna subito.
ALBERTO (ridendo).
Anche mia moglie si dedica all'arte? Ma se disturba lo dica con tutta franchezza.
MARIA Ma no.
L'ho pregata io stessa di farci compagnia.
ALBERTO Ho da scrivere delle lettere e vado nella mia stanza, ma se permettono lascierò aperte le porte.
Cosí mi sarà piú facile di prestar attenzione.
(A Maria a bassa voce in tono di complimento.) Sa benissimo che la sua vista mi distrae...
(Si allontana e grida dalla sua stanza): Potete incominciare!
MARIA Tutti vogliono starci a sentire in questa casa, ma nessuno rinunzia al suo lavoro.
MAINERI Lei deve sentirsi molto male in questa casa...
MARIA No.
Per un poco questi borghesi mi servono di distrazione.
SCENA SETTIMA
GIULIA, PIERO, AMELIA che porta il telaio; poi GIORGIO
GIULIA (con l'aiuto di Amelia dispone il telaio, e senza guardarla parla a Maria).
Senti, Maria, perdonami, se mentre suoni, sto ad ascoltare la lezione di Piero.
La leggerà molto a bassa voce.
Deve studiarla e se non gli concedi il piacere di leggerla, non si decide mai piú a guardarla.
MARIA Fa il comodo tuo.
Si va di bene in meglio.
Adesso ti senti già capace di badare a tre cose...
Incominci, maestro!
GIORGIO Si può star ad ascoltare della buona musica?
MAINERI (mormora).
Altro che buona!
GIORGIO Non ne dubito! Non ho chiesto se sarà buona...
soltanto se potrò ascoltarla...
GIULIA Non disturbare, però.
Siedi qui quieto accanto a me.
MARIA Le sieda molto vicino, perché tiene lezione; e ciò, lo confessò lei stessa, le si confà meglio della mia musica.
(Al ragazzo.) Su, Piero, incomincia!
PIERO Sí, se starete un poco zitti!
GIORGIO Come va, Piero? Sei stato contento del regalo del babbo?
PIERO Ha fatto un viaggio tanto lungo che avrebbe potuto portare qualche cosa di meglio.
GIORGIO Il ragionamento è buono.
Va da sé che il dono deve stare in proporzione alla durata del viaggio.
Io mi siederò là dall'altra parte, cosí che, contrariamente a quanto voleva la signorina, starò a sentire unicamente la musica.
(Va a sedere a destra dello spettatore.)
MAINERI (con un po' d'impazienza).
Posso finalmente incominciare questo preludio?
GIORGIO Ah, c'è un preludio! Che cosa suonate?
MAINERI Il concerto di Beethoven.
GIORGIO Lo conosco.
Il preludio è un po' lungo.
(Ritorna accanto a Piero.) Lo starò ad ascoltare da qui.
(Maineri comincia a suonare il preludio.)
PIERO Come posso parlare con questo fracasso?
GIORGIO Pròvati! Saremo indulgenti.
PIERO (legge una pagina a parte.
Giorgio gli corregge spesso l'intonazione.) Ah, va da sé che con lo strepito che fa quel signore non posso declamare bene!...
MARIA (cerca di stare attenta al piano, ma non le riesce.
Si avvicina lentamente al gruppo di sinistra e dice a Giulia che lavora) Quale divertimento c'è nel disporre tanto filo sulla tela?
GIULIA Mentre la mano lavora, il pensiero corre ad altre cose.
MARIA Ed a quali, s'è lecito?
GIULIA Tante e bellissime.
Col suo movimento uniforme la mano accompagna, accarezza, quasi, un pensiero calmo e lieto.
Quando alzo gli occhi, vedo accanto a me questa testa bruna (sorride accennando al figliuolo) e l'unico sforzo che devo fare si è di non alzarli troppo di spesso.
MARIA E desideri, e aspetti cosí, senz'ansia, con la solita calma?
GIULIA Non desidero, né aspetto.
O meglio desidero che tutto ciò continui cosí e che ogni giorno mi sia dato di fare quello che faccio oggi e quello che feci ieri.
MARIA Cioè disporre dell'altro filo sulla tela.
GIULIA (già offesa).
Non è il mio solo lavoro.
MARIA E quali sono gli altri?