COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 11
...
.) Che non ti veda piú! Capito?
EMILIA Oh, questa la vedremo! (Via.)
Carla cade singhiozzando sul divano nascondendosi gli occhi col fazzoletto.
ELENA Carla! Carla! Ma via, Carla, non ti riconosco piú! Per una disputa con la domestica agitarsi tanto!
CARLA (singhiozzando) Ah, tu non sai! Non sai!
ELENA Cosa non so?
CARLA (rimettendosi).
È passata.
Mettiti in libertà.
(Reprimendo un singhiozzo.) Qual buon vento?
ELENA Niente di nuovo.
Sono passata per di qua per andare a casa.
Ero dalla mamma e dovrò andarmene subito, perché Emilio mi attende a cena.
Dimmi veramente cosa ti faceva pianger cosí! Era proprio l'Emilia?
CARLA (singhiozza).
ELENA (ridendo schiettamente).
Ha, ha! Davvero che mi fai ridere!
CARLA Non sai perché è tanto impertinente?
ELENA Perché?
CARLA Perché...
lui...
ELENA Basta! Ho capito! (Dopo una pausa.) Questi mariti!
CARLA Due o tre volte l'ho veduto scherzare con lei.
Io non ci davo molta importanza, ma otto giorni fa volevo licenziarla ed egli si è opposto.
ELENA Cosa ti ha detto?
CARLA Che sono una sciocca! Che a cambiare non si può che perdere...
E tante altre cose di cui nessuna era la vera ragione per la quale egli voleva che rimanesse...
ELENA E come sai tu che ciò che diceva non era la vera ragione...
ecc...
CARLA Lo so, benissimo.
Di solito quando egli dice una cosa per me è vangelo e non ribatto.
Lunedí non so perché ebbi con Emilia un'altra disputa e finii coi licenziarla.
Martedí Carlo tanto fece finché dovetti io pregarla di rimanere.
Capirai che gli uomini in queste cose non usano immischiarsi e se lo fanno, vuol dire che ne hanno il motivo.
ELENA Eh, capisco! Fai bene, benissimo a mandarla via, ma fai malissimo ad agitarti che proprio non ne vale la pena.
CARLA Non ne vale la pena! Per te che non ami tuo marito è tutt'altra cosa!
ELENA Tu fai bene ad amarlo, quantunque...
Via, questo non c'entra! Dico soltanto che fai male ad adirarti, perché basta mandarla via e la faccenda è terminata.
CARLA (agitandosi daccapo).
E sarà presto terminata! Te l'assicuro! Se si opponesse non so cosa farei! Fuori di casa lei o fuori io!
ELENA Vedrai che Carlo non si opporrà.
Tuo marito non è ostinato.
Può avere tutte le cattive qualità, ma ostinato non è.
Il mio, vedi, se si mette qualche cosa in testa non si lascia piú convincere!
CARLA Non occorre che tu lo convinca.
È sempre ragionevole, lui! Non vuole che il tuo bene, la pace in famiglia...
ELENA E non la voglio forse anch'io questa pace?
CARLA Sí, ma diversa da quella ch'egli desidera.
Egli ama la quiete.
Fosse anche questo il desiderio di Carlo!
ELENA Non augurartelo che commetti un peccato! Sapessi quanto ho sofferto da che mi sono sposata! Quell'uomo lí ha commesso un delitto sposandosi! Non ama che i suoi libri! Ed ha legato l'esistenza ad una giovinetta! Avrebbe dovuto sposare una vecchia che avesse i miei centomila franchi di dote e gli tenesse in ordine la casa!
CARLA Ma Elena!
ELENA Oh, lo so da molto tempo che non mi ha sposata che per la dote!
CARLA Conosco tanto bene Emilio da poterlo giudicare in modo molto diverso.
ELENA Ah, già tu lo conosci! Tutti lo conoscono! Uno scienziato che si degnò di sposare una ignorante...
Scrive libroni grossi cosí...
che nessuno legge, perché nessuno legge i suoi libri, o almeno chi li legge non li paga.
Si lagna tante volte che dopo tanti studi non ha in premio che lodi.
Tutti lodano e nessuno legge.
Quando lo sposai, te lo confido, era in cattivissime condizioni finanziarie...
CARLA Ma perché lo sposasti? Non lo ami?
ELENA Era un bell'uomo quella volta.
Aveva ancora tutti i suoi capelli, un occhio meno smorto e talvolta pareva spiritoso.
Tutti intorno a me lo colmavano di elogi ed io perdetti la testa.
Ma adesso sapessi! No.
Prima promettimi che non ne farai parola ad alcuno!
CARLA Di che?
ELENA Ora non ero mica da mia madre.
Ero da un avvocato!
CARLA Perché?
ELENA Io non vivo piú con quell'uomo! Assolutamente!
SCENA TERZA
EMILIA e DETTE, Poi MARCO
EMILIA C'è il signor Marco.
(Marco entra subito.
Ha una tromba all'orecchio e gli occhiali.)
MARCO Buona sera.
Ignazio non è ancora venuto?
CARLA No, zio, non ancora.
ELENA (alzandosi).
Con permesso.
MARCO Sono io che la faccio scappare?
ELENA Diceva appunto a Carla che debbo andarmene.
Vede che non ho nemmeno tolto il cappello.
Buona sera.
(Gli dà la mano.) Addio, Carla! Vedrai che sarai contenta domani.
SCENA QUARTA
IGNAZIO e DETTI
IGNAZIO (s'imbatte in Elena, le stringe la mano e gliela tiene durante tutta la scena).
Ah, la signora Elena! In partenza?
ELENA Sí, e ne sono dispiacentissima.
IGNAZIO Non glielo credo, se non rimane ancora un poco a farci compagnia.
Hi, hi, hi!
ELENA È troppo tardi.
E se anche volessi...
IGNAZIO E se anche volessi vuol dire precisamente: non voglio.
Hi, hi, hi! Sono appena le sette e mezzo.
Rimanga a cena! Ci sarà poco, probabilmente, ma di buon cuore, gliel'assicuro.
Non è vero, Carla?
CARLA (forzatamente).
Oh, certamente.
L'avrei invitata di già, se non mi avesse detto subito che deve andarsene assolutamente.
ELENA Ha inteso? Assolutamente debbo andarmene!
IGNAZIO In ogni caso non permetterò che lei vada sola per la strada a quest'ora.
Mi permetterò di accompagnarla.
ELENA Ma non si disturbi! È tanto vicino!
IGNAZIO Mi offendo, se rifiuta.
(Le offre il braccio.)
ELENA (prima di accettare).
Carla, permetti?
CARLA Oh, fate pure!
IGNAZIO Ritorno immediatamente, zio!
ELENA Buona sera.
(Via.
Un momento di pausa.
Carla e Marco riflettono, sorpresi.)
MARCO E mi manda a chiamare! Sai tu cosa voleva dirmi?
CARLA Io no.
MARCO Guarda! (Le mostra un biglietto.) «La prego, signor zio di favorirmi alle sette e mezzo in casa mia.
Voglia essere esatto, perché ho da parlarle di cosa della massima importanza.» Che il diavolo se lo porti! Io sono puntuale, mentr'egli viene, mi vede e se ne va a fare il cascamorto a quella...
CARLA Crede sul serio che le faccia il cascamorto?
MARCO Io non so nulla, ma tanto peggio per lui, se non ha nemmeno quella scusa per lasciarmi qua in asso.
CARLA (va alla finestra).
Eccoli! (In collera, tornando indietro.) Sono là, fermi sul portone di Elena.
MARCO (guardandola curiosamente).
Sei gelosa, Carla?
CARLA Io gelosa? (Dopo una piccola pausa.) Sarebbe ridicolo da parte mia di essere gelosa della mia migliore amica! È dessa che ha fatto il mio matrimonio.
Invitava lui e me in pari tempo in casa sua.
E spesso usciva con qualche pretesto e ci lasciava soli.
È stata proprio lei che l'ha voluto, dunque...
(Ritorna alla finestra.)
MARCO Dunque vuol dire che adesso parleranno di te.
Non c'è nulla di male!
CARLA Ah, la prego, se vuol scherzare, lo faccia almeno con un po' piú di decenza!
MARCO Ma dovendo andar via a me preme soltanto che ritorni Ignazio.
CARLA (sempre alla finestra).
Adesso ritorna con passo frettoloso.
(Dopo un po' si ritira dalla finestra.) Eccolo! (Lunga pausa.)
SCENA QUINTA
Entra IGNAZIO
CARLA (a bruciapelo, ma calma).
Ignazio, sai, ho licenziato Emilia.
IGNAZIO (sorpreso il primo momento).
Ebbene...
che c'entro io?
CARLA Volevo avvisartene, ecco.
Credevo...
IGNAZIO Che cosa?
CARLA Oh, nulla, nulla.
Cosí...
la posso mandar via subito?
IGNAZIO (abbracciandola).
Che tipo ah, zio, la mogliettina mia! Tu sei signora e regina qui.
CARLA (commossa).
Allora, scusami Ignazio.
IGNAZIO (accarezzandola).
Di che?
CARLA Non te lo dico per non farti entrare la malizia in corpo...
MARCO Guarda! Pare quasi non sia stato scritto da lui! O non rammenti di avermi mandato a chiamare per un affare importante?
IGNAZIO Ah, bravo! Sul serio che me n'era quasi dimenticato.
MARCO Ed io ad attenderti qui!
CARLA Volete che vi lasci soli?
IGNAZIO Ohibò! Sono, anzi, cose che interessano anche te.
MARCO E adesso spicciati chi io devo andarmene.
IGNAZIO È presto detto.
Zio mio, è la prima volta che la disturbo.
Ma a me occorrono assolutamente per domani diecimila franchi.
(Marco si leva la tromba e Carla dà in un'esclamazione di sorpresa.) Perché non risponde? (Si accorge che Marco si è levata la tromba e dà in uno scoppio di risa.) Questa trovata è bellissima.
Guarda, guarda, Carla.
(Carla ride forzatamente.) Via, zio, l'aiuterò a rimettere a posto la tromba...
(Lo forza gentilmente a mettersi a posto la tromba.) Come le dicevo a me occorrono diecimila franchi.
MARCO Spero che tu scherzi, eh?
IGNAZIO Purtroppo no! domani una mia accettazione viene protestata.
CARLA E se viene protestata cosa accade?
IGNAZIO Vengo dichiarato fallito.
CARLA Dio mio! Dio mio! Me lo immaginava che cosí non avremmo potuto andare avanti!
MARCO Come cosí? Cosa avete fatto?
IGNAZIO Cosa possiamo aver fatto? Sciocca, non sai quello che dici, tu!
MARCO Se non avete fatto niente voi, ancor meno io.
Non so perché dovrei io venir multato.
Non hai parenti piú stretti a cui rivolgerti?
IGNAZIO Dunque lei questi diecimila franchi non me li vuol dare?
MARCO Non voglio! Non voglio! Non posso.
Dove avrei a pescare per domani diecimila franchi?
IGNAZIO Se sono sicuro di averli posso attendere fino a dopodomani.
MARCO Non attender, perché sarebbe inutile.
IGNAZIO Dunque allora dovrò fallire?
MARCO Se non trovi altro rimedio bisognerà fallire.
Come sei capitato in questo imbroglio? Un mese fa ti vantavi che le tue condizioni non erano mai state tanto floride.
Io l'ho sempre detto che era mal fatto consegnare a te l'eredità di tuo padre.
IGNAZIO Aveva torto, zio.
Io promisi di averne cura.
MARCO Ora si vede quanta cura ne hai avuta!
IGNAZIO Oh, via! Sono stato sfortunato! Sono cose che possono capitare a chiunque.
Anche a lei.
MARCO A me no, assolutamente.
Se avessero lasciato i danari a me, io li avrei amministrati in modo che a quest'ora sarebbero ancora tuoi.
IGNAZIO E finora di che cosa avrei vissuto?
MARCO Del tuo lavoro.
IGNAZIO Manuale? non so cosa avrei potuto fare senza capitali...
MARCO Allora eri celibe.
Io non ero d'accordo che ti sposassi.
(A Carla.) Non dico mica per te.
In massima egli non aveva carattere di prender moglie.
IGNAZIO Tutto questo non entra per nulla in quanto abbiamo a trattare.
Zio, a me occorrono diecimila franchi.
Me li può dare?
MARCO (fissandolo ironico).
E quando me lo potrai restituire questo denaro?
IGNAZIO Le darò accettazioni ad un anno data.
MARCO E queste accettazioni quando le pagherai?
IGNAZIO Oh, bella! In scadenza, a meno che non sia giorno festivo.
MARCO Davvero? E con quali danari?
IGNAZIO Fino a quel tempo le mie condizioni saranno mutate.
Ho degli affari per le mani e se mi fruttano...
MARCO (ironico).
Hai tentato un terno al lotto?
IGNAZIO Ma zio!
MARCO Zio finché vuoi, ma bisognerà che cerchi questi danari altrove, perché non te li do.
IGNAZIO A meno che non volesse regalarmeli non posso darle torto.
MARCO Oh, bravo!
IGNAZIO E non me li regala?
MARCO Ah!
IGNAZIO Ma non sarò io il suo erede universale?
MARCO Chissà!
IGNAZIO (ridendo a Carla).
Pare che invece dei diecimila franchi voglia regalarmi un cugino.
MARCO Dunque hai deciso di fallire?
IGNAZIO Farò di necessità virtú! Hi, hi!
CARLA Oh, come puoi ridere, come puoi ridere parlando di fallire?
IGNAZIO Penso al muso che farà quell'usuraio di Nerini quando gli dirò che legalmente non pagherò né capitale né interessi.
CARLA Dio! Dio mio che vergogna!
MARCO E hai fatto le cose in ordine?
IGNAZIO Non troppo.
Avrei potuto portare anche la bottega a nome di Carla.
MARCO Vi è molto valore?
IGNAZIO Cinquemila franchi, circa; metà in oggetti di valore, metà in biglietti del monte di pietà.
MARCO Era un bel tradimento il tuo! Chiedermi diecimila franchi! Sarebbe stato come gettare una goccia ove occorreva un mare.
CARLA Ma non mettono in prigione per fallimento?
IGNAZIO Ah, che!...
Zio, vuol rimanere a cena con noi?
MARCO No, grazie.
C'è Lena che mi aspetta.
Addio.
(Gli stringe la mano.)
IGNAZIO Emilia! Un lume! Gli faccia chiaro! Buona notte!...
Zio, ancora una parola! Dopo il fallimento...
mi raccomando!
MARCO Cercherò di procurarti un impiego.
IGNAZIO Non è per me che parlo.
Per Carla.
CARLA A me non occorre nulla.
MARCO La senti? Buona notte! (Poi ritorna.
Emilia rimane fuori della porta.) E non ci sarebbe nessuno che potrebbe prestarteli questi denari?
IGNAZIO Se mi sono rivolto a lei (ridendo) vuol dire che non c'era proprio piú nessuno.
MARCO E tuo cognato?
IGNAZIO Crede che gli avanzino diecimila franchi da regalarmi?
MARCO Chissà! Ho inteso dire che quest'anno ha fatto ottimi affari...
Insomma fa tu, perché è cosa che concerne piú te che me.
Ma prova! Mi dispiace che tu abbia a fallire!
IGNAZIO Troppo buono, zio! Guardi di non rovinarsi la salute per la troppa commozione...
MARCO (ridendo).
Matto! (Via.)
IGNAZIO (ritorna ridendo).
E adesso a cena!
CARLA (rasserenandosi per un istante).
Non era dunque vero? Hai detto di essere in procinto di fallire soltanto perché avevi bisogno dei diecimila franchi?
IGNAZIO No, carissima.
Questa volta è proprio necessario fallire.
Ma sta allegra.
Vedi pure come io me la prendo.
Figurati che metà dei commercianti, fra i piú ricchi, hanno fallito almeno una volta.
CARLA Carlo non ha fallito mai.
IGNAZIO Carlo non è nemmeno fra i piú ricchi.
Mi pare che tu sii malcontenta.
CARLA Oh, io! Già io non c'entro.
IGNAZIO (abbracciandola).
Si sa tu non centri.
Manda via l'Emilia.
CARLA Chi ci pensa piú...
E dove andremo dopo?
IGNAZIO Dove? Resteremo qui.
La casa è a tuo nome.
Ho sempre pagato il fitto a tuo nome.
Dopo scriverò anche la bottega a tuo nome.
Pensa che tu figurerai quale ditta di piazza.
CARLA (già piú contenta).
Se vuoi verrò giú a lavorare, a registrare, a scrivere.
IGNAZIO Questo non occorrerà.
Le donne devono rimanere a casa.
CARLA Oh, Ignazio! Siccome purtroppo non ho da aver figliuoli, sarebbe realizzato un mio sogno, se potessi occupare tante ore che mi rimangono.
IGNAZIO Se lo desideri tanto, proverai.
Scommetto però che dopo uno o due mesi ne sarai annoiata.
CARLA Oh.
no.
Io sento proprio desiderio di occuparmi in qualche cosa.
È anzi la mancanza di occupazione che mi annoia.
EMILIA (rientrando).
Sono qui i signori Almiti.
IGNAZIO Dove?
EMILIA Li ho veduti sulle scale.
IGNAZIO Sapevi che avevano da venire?
CARLA No.
IGNAZIO Che noia! Andrei volentieri a letto.
SCENA SESTA
CARLO, FORTUNATA e DETTI.
EMILIA passa la scena
CARLA Che bella sorpresa! Mi fate proprio un vero piacere!
FORTUNATA Siamo passati per di qua e abbiamo vedute illuminate le vostre finestre.
Sono io che ho consigliato Carlo di salire.
IGNAZIO Ben fatto! La ringrazio.
Ma si accomodi!
CARLO Siamo venuti soltanto per un momento...
FORTUNATA (a Carla che le vuol levare il cappello).
No, no, non ne vale la pena.
Dopo costa mezz'ora di fatica a fare questo nodo.
CARLA Ma che furia!
FORTUNATA C'è Ottavio che non va a letto finché non siamo di ritorno.
IGNAZIO (vedendo Carlo che sbadiglia).
Tu hai sonno già a quest'ora?
CARLO Non sonno.
Sbadiglio per male di nervi.
Si lavora tutto il santo giorno che non c'è meraviglia se alla sera si è un po' stanchi.
IGNAZIO Ma almeno quando si è lavorato tutto il giorno, alla sera si mette la mano in tasca e...
dlin dlin...
si sente che è piú pesante.
CARLO Guai se non si avesse almeno questa consolazione.
FORTUNATA E voialtri andate tardi a letto?
IGNAZIO Oh, beh! Ceniamo presto e andiamo a letto col boccone in gola, quantunque si sia occupati fino a sera.
È una gran schiavitú questa vita.
Se tornassi a nascere farei lo spaccalegna, non il negoziante.
CARLO È vero, è una schiavitú questa vita.
IGNAZIO E poi le rabbie che si prendono! Si presenta un affare che renderebbe molto.
Occorrono, per esempio, diecimila franchi in contanti e non ci sono.
CARLO Simili affari, però, si presentano raramente.
IGNAZIO E le rare volte che si presentano non si può approfittare.
CARLO A quanto pare tu ne hai qualcuno per le mani.
IGNAZIO Precisamente oggi.
Conosci il vecchio Zulino? Quello che fallí l'anno scorso?
CARLO Quel vecchio che fu tanto furbo da farsi trovare con la pistola in mano per far credere che voleva uccidersi?
IGNAZIO Appunto.
La settimana scorsa gli morí la moglie e lo lasciò erede di molti gioielli.
Non è perfettamente appurato se lei li abbia regalati a lui.
Certo è che adesso appartengono legalmente a lui, e ch'egli li vende.
Ne potrebbe ricavare ventimila franchi.
Da me non ne otterrà piú di quindicimila.
Capirai che l'utile non sarebbe piccolo ma...
(Dopo una pausa.) A meno che non li abbia tu questi diecimila franchi.
FORTUNATA Ah, talvolta gliene mancano per coprire perfino le sue accettazioni.
IGNAZIO Eh, via queste cose si raccontano alle donne acciocché facciano economia.
CARLA Carlo no, ma tu fai alle volte cosí.
Se sapeste quale paura mi fece prendere poco fa! Adesso capisco.
Era, dunque, per questo che ti occorrevano i diecimila franchi! Tanto meglio! Tanto meglio!
IGNAZIO Eh, sí era appunto perciò che ne avevo bisogno.
CARLO E che cosa ti ha raccontato?
IGNAZIO Nulla.
Le cantavo la solita canzone della miseria.
CARLA Figuratevi che raccontava a me e allo zio Marco...
IGNAZIO ...
che, insomma, gli affari vanno male, e che se non miglioreranno, dovrò ritirarmi dal commercio realizzando il mio avere, e vivere senza lavorare piuttosto che lavorare e perdere.
(Carla rimane sorpresa.)
CARLO Io diecimila franchi disponibili per qualche mese...
li troverei...
FORTUNATA Gli affari si sa come principiano, non come finiscono.
IGNAZIO (riscaldandosi un poco).
Ma io so come finiscono.
Se faccio l'affare, sono certo di avere cinquemila in tasca di piú, già per il valore reale della merce, senza calcolare gli utili della vendita.
Insomma sono tanto certo di ciò che mi obbligo con mia firma di pagarti da qui a sei mesi, non soltanto i diecimila franchi, ma anche duemila di utili.
CARLO (a Fortunata).
Che te ne pare?
FORTUNATA Io lascio che tu faccia come vuoi.
Io al tuo posto non rischierei...
(Carlo riflette.)
IGNAZIO Questo suo consiglio mi offende un poco, ma non posso dir nulla, perché lei ha il diritto di darlo.
FORTUNATA Carlo, mi pare che sia ora di andarsene.
(Carlo si alza un poco perplesso.)
IGNAZIO Peccato che causa la crisi commerciale che attraversiamo ci sia scarsezza di cassa sulla piazza, altrimenti troverei questo denaro con tutta facilità.
FORTUNATA (a Carla).
Che ne dici tu?
CARLA Non so, non me ne intendo.
(Con voce esitante, procurando di sorridere.)
CARLO Insomma, ascolta.
Domani mattina vieni da me che ne riparleremo.
Ad ogni modo dovresti firmare la cambiale di cui parlasti.
IGNAZIO Te l'ho offerto io!
CARLO Vorrei vedere la merce.
IGNAZIO Naturalmente.
CARLO Arrivederci.
IGNAZIO Buona notte.
(Stringendo la mano a Fortunata.) Sono piú di otto giorni che non vedo Ottavio.
Come sta? Mi pare che giorni or sono si è chiuso l'anno scolastico.
Avrà riportato un certificato stupendo.
FORTUNATA È il primo della classe.
IGNAZIO Beato lui che riesce a studiare il latino! Io ho tentato.
Ma...
già non è mia colpa.
Dipende dalla maggiore o minore svegliatezza d'ingegno.
Io ne ho tanta da poter fare...
il gioielliere.
Gli porti i miei saluti.
FORTUNATA Grazie, non mancherò.
Addio, Carla.
(Le due donne si baciano.) Buona sera, signor Ignazio.
CARLO (sempre pensieroso, stringe la mano a Carla che lo guarda con compassione).
Addio.
(Stringe la mano ad Ignazio.)
IGNAZIO Arrivederci domani!...
Emilia! Lume!
SCENA SETTIMA
IGNAZIO e CARLA
CARLA (con voce commossa).
Oh, è molto male ciò che tu fai!
IGNAZIO Perché?
CARLA Perché tu sai che non potrai restituire quell'importo.
IGNAZIO Chissà! Come lo puoi sapere?
CARLA Poco fa lo dicevi tu stesso allo zio.
Oh, Ignazio! Non prendere quei denari da Carlo!
IGNAZIO Sei pazza?
CARLA Carlo è povero.
Non ti rammenti con che fatica riuscí a darti la mia dote?
IGNAZIO Ma adesso pare che gli affari gli vadano meglio.
CARLA Sí, ma la perdita di diecimila franchi lo rovinerebbe.
IGNAZIO Insomma io non posso farne a meno.
Del resto è mia intenzione di restituirglieli anche con l'utile promesso.
Non hai da temere nulla per il tuo Carlo.
E la cena?
CARLA La porterà subito.
IGNAZIO Ti dà molto pensiero questo prestito?
CARLA (commossa).
Oh, Sí.
Molto.
IGNAZIO (l'attira sulle ginocchia).
Oh, la mia povera Carla! Mi fa piacere.
Davvero! Si vede che hai buon cuore.
Ascolta, però.
Tu sei giovane.
Hai illusioni.
Io vedo il mondo da un lato un poco piú pratico.
Dimmi sinceramente: Sei certa che se avessi detto a Carlo con la solita franchezza: Ho bisogno di diecimila franchi, altrimenti non posso soddisfare ai miei impegni, credi tu che me li avrebbe dati? Allora si sarebbe ricordato che siamo parenti e che se a te vanno male le cose, a me non vanno bene? Ohibò! «Non possumus» avrebbe risposto.
Non avrebbe detto cosí?
CARLA Sí, ma...
IGNAZIO Che ma...
che ma d'Egitto! Non me li avrebbe dati! Per ottenere diecimila bisognava promettergliene dodicimila.
Anima di fango! Non avrebbe arrischiato diecimila per salvare la sorella dalla fame, ma li arrischia per aumentarli.
CARLA (sempre commossa).
Sí, sí è vero, ma è doloroso...
IGNAZIO Se ci sono affetti veri, disinteressati a questo mondo vi sono fra marito e moglie.
Vivono insieme, dividono il pane di farina o di segala, se c'è, e se non c'è non mangiano.
Altri parenti all'infuori di me non hai o non dovresti avere.
Mi pare che c'è nel codice.
Ti rammenti? Il sindaco ci ha letto quei famosi paragrafi.
CARLA Povero Carlo! A me ha fatto molto del bene.
IGNAZIO Ti prometto che se Carlo avesse a trovarsi a mal partito, ed io fossi nel caso di aiutarlo, lo aiuterei.
È anche con questo fermo proposito che accetto senza esitazione il suo aiuto.
Oggi lui, domani io.
E adesso la cena, perché sono sfinito.
CARLA (alzandosi).
Emilia!
EMILIA (piange).
La cena è pronta.
Posso portare?
IGNAZIO (piano a Carla).
Guarda, come piange!
CARLA (guarda un istante Emilia, poi Ignazio che, indifferente, volge lo sguardo altrove).
Allora, puoi rimanere.
(Emilia le bacia la mano.)
IGNAZIO Brava Carla! Nella donna la bontà è per il morale quello che la bianchezza della pelle è per il fisico.
CALA LA TELA
ATTO TERZO
Scena come nell'atto primo.
SCENA PRIMA
ELENA e OTTAVIO, poi IGNAZIO
ELENA Mamma non c'è?
OTTAVIO (che scrive al tavolo).
Sí, è di là in cucina.
ELENA Vuoi farmi il piacere di andarla a chiamare?
OTTAVIO (continuando a scrivere).
Subito...
ELENA (dopo una piccola pausa, in collera).
Capisco.
(Esce dalla porta laterale.
Segue una piccola pausa durante la quale Ottavio scrive con movimenti della testa e della mano.)
Entra Ignazio che si guarda intorno con cautela.
IGNAZIO Poh! Nessuno.
OTTAVIO (alzandosi).
Cioè...
io.
IGNAZIO (ridendo).
Tu sei qualcuno?
OTTAVIO Almeno due.
Domani compisco dodici anni.
IGNAZIO Mi avverti ch'è il giorno del tuo compleanno?
OTTAVIO Ohibò! Già, doni tu non ne fai.
IGNAZIO Chi te lo dice?
OTTAVIO Ho già avuto dodici compleanni, ho quindi acquistato dell'esperienza.
IGNAZIO (piegandosi verso di lui).
E che cosa mi daresti tu, se ti facessi un dono, ma superbo, come ne so fare io, da gioielliere?
OTTAVIO Un oriolo, per esempio?
IGNAZIO Precisamente.
Ma di oro e con catena.
OTTAVIO Anch'essa di oro?
IGNAZIO Sí, ma domani.
OTTAVIO E che cosa vuoi ch'io ti possa dare in cambio?
IGNAZIO (ridendo).
Nulla.
La tua amicizia, nient'altro che la tua buona amicizia.
OTTAVIO (esitante gli offre la mano).
Se basta!...
IGNAZIO (stringendogliela con forza, ironicamente).
Una buona amicizia non è mai pagata abbastanza.
Stanno tutti bene? Mamma? Papà? Papà è uscito?
OTTAVIO Sí, esce alle sei.
IGNAZIO Ogni mattina?
OTTAVIO Ogni mattina.
Anch'io alle sei.
Mi sveglia il babbo.
IGNAZIO Le mie congratulazioni! Siete gente attiva.
OTTAVIO Papà del resto dice che non dorme mai.
Dice che ha pensieri.
(Con aria d'importanza.)
IGNAZIO Come al solito.
OTTAVIO No, di piú.
IGNAZIO Ah, ah!
OTTAVIO Mi sgrida piú del solito, mangia poco e dice che il cibo è cattivo.
È segno che ha pensieri.
Vuoi che chiami mamma?
IGNAZIO Non occorre.
(Fa per andarsene.)
OTTAVIO È in cucina.
Dev'esserci anche la signora Elena.
IGNAZIO (si ferma).
La signora Elena? Per uscire dalla cucina alla scala c'è altra via di questa?
OTTAVIO Hanno fatto chiudere quella porta.
IGNAZIO (siede).
Allora va bene.
SCENA SECONDA
ELENA e DETTI
IGNAZIO Oh, signora, lei qui?
ELENA E lei?
IGNAZIO Io sono venuto in cerca del signor Carlo.
ELENA (ironicamente).
Per prender congedo?
IGNAZIO (spaventato).
Che!...
Ottavio, avrei da dire qualche cosa alla signora da parte di Carla.
OTTAVIO Me ne vado.
(Lo prende da parte.) Ma senti, una parola.
Se domani tu mi portassi l'oriolo e la catena, se proprio lo vuoi, rammentati di non dire a papà che domani è il mio compleanno.
IGNAZIO Si capisce, sta tranquillo.
(Ottavio raccoglie lentamente dal tavolo la penna, alcuni libri e se ne va.)
IGNAZIO Non posso prender congedo neppure da mio cognato.
ELENA Perché?
IGNAZIO È facile immaginarlo.
Ti ho già confessato che lascio dei creditori accaniti che certamente non lascierebbero in pace mio cognato.
Vorranno essere pagati da lui, perché per la maggior parte io ebbi sue raccomandazioni.
Egli non pagherà.
Ma sa che con me viaggia un pochino della sua buona fama.
Se sapesse della mia partenza, vorrebbe di certo trattenermi.
ELENA Oggi, dunque, di certo.
IGNAZIO (baciandole le mani).
Oh, grazie, grazie! Difficile, ma non impossibile! La mia vita non potrà compensare tanto sacrificio.
ELENA (con abbandono).
Non sacrificio, non sacrificio! Cosa posso fare di meglio per la mia felicità che fuggire con te? La menzogna a me sembra maggior colpa della colpa stessa, quella che gli altri chiamano colpa.
Oh, vivremo tanto bene insieme! Il tuo carattere allegro, vivace ti farà dimenticare qualche mio difettuccio.
Io te ne sarò grata, tanto da dimenticare i tuoi grandissimi.
IGNAZIO Ne ho tanti?
ELENA Non so.
Intanto l'ingratitudine.
Quella povera Carla!
IGNAZIO (seriamente).
Ho fatto male a sposarla.
Non era donna per me.
ELENA Ne parli troppo seriamente.
Temo tu abbia tutt'altro difetto che l'ingratitudine.
Uno maggiore!
IGNAZIO (ridendo).
Insomma per ambidue è stato meglio che ci sieno i nostri difettucci.
Oh, tanto tanto meglio! (L'abbraccia.)
ELENA Alle dieci in punto!
IGNAZIO Precisamente! Io durerò fatica a distogliere Carla dall'accompagnarmi, ma ci riuscirò.
(Hanno appena tempo di lasciarsi.)
SCENA TERZA
FORTUNATA e DETTI
FORTUNATA (che non ha veduto nulla).
Oh, la signora Elena! Ancora qui?
ELENA (esitante e confusa).
Attendevo il cofanetto che mi ha promesso.
FORTUNATA Glielo manderò giú come promesso fra una mezz'ora.
ELENA Volevo chiederglielo ancora una volta, per essere certa che me lo manderebbe...
Temevo di non aver ben compreso.
FORTUNATA Eh, non abbia timore, glielo invio appena posso! Se vuole però averlo subito, attenda un istante che glielo faccio avere subito.
ELENA No, no non occorre! La ringrazio nuovamente e di cuore.
Buon giorno, signora! (Fa per andarsene.)
FORTUNATA Buon giorno.
E Ottavio?
IGNAZIO È di là.
FORTUNATA (aprendo la porta).
Ottavio!
OTTAVIO (da fuori).
Sono qui!
FORTUNATA Perché non sei rimasto a studiare?
ELENA (ritornando con cautela ad Ignazio).
Non ha visto nulla lei?
IGNAZIO (calmo, guardando altrove, a bassa voce).
No.
(Fortunata rientra e resta sorpresa al vedere Elena tanto accosto ad Ignazio; poi si ricompone e risponde al saluto dell'amica.)
FORTUNATA (dopo una piccola pausa con voce un po' tremante).
Che cosa diceva?
IGNAZIO Chi?
FORTUNATA La signora Elena.
IGNAZIO (calmo).
Mi ha detto, mi pare, qualche cosa, prima di andarsene...
Ah, sí.
Di raggiungerla...
FORTUNATA (fermandolo).
No.
No.
Credo vi abbia salutato.
Volete parlare a Carlo?
IGNAZIO Sí, ero venuto per questo, ma poiché non c'è potrà lei riferirgli qualche cosa.
FORTUNATA Ben volentieri.
IGNAZIO Mi faccia il piacere di dirgli che per quell'affare...
quell'affare si potrà saper qualche cosa di preciso appena questa sera.
FORTUNATA Si può sapere di quale affare si tratta?
IGNAZIO Carlo comprenderà, perché non abbiamo che un affare in corso.
FORTUNATA Forse quello dei quindicimila franchi?
IGNAZIO No, è un affare che non ha tanta importanza.
SCENA QUARTA
OTTAVIO e DETTI
FORTUNATA Glielo dirò.
IGNAZIO Addio, Ottavio.
Siamo dunque intesi.
Arrivederci, signora! (Via.)
FORTUNATA Su che cosa intesi?
OTTAVIO Ah, su niente.
FORTUNATA Questa non è una risposta e sai che voglio che mi si risponda.
OTTAVIO Già non è un segreto.
Lo zio mi ha promesso un dono per domani ch'è il giorno del mio compleanno.
FORTUNATA E come sa ch'è domani?
OTTAVIO (alzando le spalle).
Glielo avrà detto Carla.
FORTUNATA Farà il suo dovere.
Per la prima volta però.
Eri tu qui, quando è venuta la signora Elena? E perché te ne sei andato?
OTTAVIO A dire il vero ho capito che desideravano restare soli.
FORTUNATA Da che cosa l'hai capito?
OTTAVIO Era facile capirlo.
Mi hanno detto di andarmene.
Lo zio disse che aveva da riferirle qualche cosa da parte di Carla; io me ne andai, quantunque compresi che non ci sarebbe stato bisogno che me ne andassi, se si fosse trattato di un'ambasciata di Carla (Ridendo.) Scommetterei che fanno all'amore!
FORTUNATA Ottavio!
OTTAVIO Ho detto per scherzo, mammina! Avranno probabilmente parlato delle declinazioni latine.
SCENA QUINTA
CARLO e DETTI
CARLO (porta un pacchetto che va a rinchiudere nel cassetto di destra).
FORTUNATA Cosa rinchiudi?
CARLO Delle lettere ricevute adesso.
FORTUNATA Tante?
CARLO (amaramente).
Non troppe! Sono circolari, alcuni conti correnti ed una commissione che ammonterà a cento franchi.
Ho poca speranza anche oggi di guadagnare le spese.
FORTUNATA Muterà, muterà.
(Ottavio senza farsi veder dal padre esce.)
CARLO Sí, sí.
Muterà.
Attendo questo mutamento da un anno! (Scoppiando.) Sai cosa c'è in quel pacchetto? Non lettere, non circolari.
Son cinquemilaseicento franchi che devo mandare ad un mio creditore, altrimenti procede ad un sequestro.
A tanto siamo giunti.
E non son tutti, sai.
Mancano mille franchi.
Mille, capisci, una minuzia, ma non riesco a procurarmeli.
Adesso il mio stato dovrebbe esserti chiaro.
Siamo proprio sulla via del fallimento.
FORTUNATA Cosa vuoi farci? Tu non ne hai colpa! Alla peggio fallirai! Hanno fallito tanti prima di te, e sono ricchi e rispettati piú di te, e marciano in carrozza...
Briganti!
CARLO Briganti! Cosí diresti anche di me.
FORTUNATA No, perché tu hai fatto quanto è stato nelle tue forze per risparmiarti questa vergogna.
Io anche.
Non ho vissuto con una economia spinta all'eccesso? In tutto l'anno non mi sono fatta un solo vestito, eccetto questa camicetta.
Ma se ti obbligano, allora devi (con doppio senso) fallire...
come si deve.
CARLO (accorato).
Spero di non essere a questi estremi.
FORTUNATA Lo so.
Son due anni che vai dicendo di essere prossimo al fallimento.
(Improvvisamente.) Quanto ti deve Ignazio?
CARLO (tentando di apparire indifferente).
Non so.
FORTUNATA Temo che sieno piú di ventimila franchi.
CARLO Ma...
circa.
FORTUNATA Era qui poco fa e mi pregò di avvisarti che per quell'affare...
- quell'affare - non mi disse altro, potrete sapere qualche cosa di positivo appena dopopranzo.
CARLO (nervosamente).
E, dimmi, come appariva? Allegro?
FORTUNATA Ah, poveri noi! Tu hai qualche altra faccenda importante in corso con Ignazio!
CARLO Ma no! Te l'ho già detto! Ma perché avrei da tacertelo, se fosse? Ho forse l'abitudine di nasconderti le cose mie?...
Era allegro?
FORTUNATA Come al solito.
Da matto qual è.
Ma perché t'interessa tanto di sapere di quale umore fosse?
CARLO Oh, bella! Non ho da interessarmi come vadano gli affari a mio cognato! e per di piú un cognato che mi deve ancora ventimila franchi!
SCENA SESTA
EMILIO e DETTI
EMILIO (con un libro in mano).
Buon giorno...
CARLO (seccato).
Buon giorno.
Scommetto di indovinare cosa la conduce! Lei mi porta la sua opera nuova!
EMILIO Bravo! (Allegramente, porgendo il libro.) Eccolo.
Ne faccia l'uso che crede.
CARLO (aprendo il volume e pesandolo).
È straordinariamente grosso.
Le mie congratulazioni! (Leggendo.) "All'amico Carlo Almiti.
L'autore." Mille grazie.
EMILIO Non c'è di che.
CARLO (leggendo).
"Angelo Poliziano ed il Rinascimento".
Naturalmente un giudizio non glielo potrò dare, poiché non me ne intendo molto di belle lettere, ma lo leggerò attentamente e poi lo serberò per Ottavio.
Ci vorrà del tempo, ma spero sarà un lettore degno dell'autore.
EMILIO Grazie.
Senta, non sono venuto soltanto per il libro (imbarazzandosi) cioè, sarei...
venuto anche per quello, ma ho da parlarle anche di altre cose.
Quindici giorni or sono, o giú di lí, è venuto da me suo cognato, Lonelli, e mi pregò di prestargli fino a circa due ore dopo, cinquemila franchi.
Promise di portarmeli egli stesso.
Io non l'ho piú visto.
CARLO E le deve ancor sempre quella somma?
EMILIO Si capisce.
Se parlassi con lui glieli chiederci senza riguardo, ma è strano! Da quel giorno non lo vedo piú.
Forse anche perché il mio libro è già stampato da quindici giorni.
(Carlo fa un gesto interrogativo.) Sí, suo cognato s'interessava molto alla stampa del lavoro e veniva ogni due o tre giorni a veder come procedesse.
CARLO Non comprendo come Ignazio possa aver avuto bisogno di cinquemila franchi.
Ad ogni modo glielo chiederò.
Dev'essere una delle sue solite dimenticanze.
EMILIO Non ne dubito.
Non ne ho mai dubitato.
SCENA SETTIMA
MARCO LONELLI e DETTI
MARCO Buon dí.
FORTUNATA Buon giorno.
CARLO Signor Lonelli!
MARCO Non c'è qui mio nipote?
CARLO No, c'era però un quarto d'ora fa.
MARCO Meno male.
CARLO Perché meno male?
MARCO (ridendo).
Ah, niente, niente...
per una mia idea particolare.
Ma non sapeva ch'era in procinto di cambiare di abitazione.
CARLO Ignazio cambia di casa? Chi l'ha detto?
MARCO Nessuno.
Nella loro casa abita altra gente.
Si capisce che loro non vi stanno piú.
FORTUNATA Impossibile! Ce ne avrebbero pur detto qualche cosa!...
MARCO Allora sono fuggiti.
Loro non sanno davvero dove abitino ora?
CARLO Se non sapevamo neppure che volesse cambiar casa...
MARCO Ah, il brigante! Me l'ha fatta o me la vuol fare!
CARLO Che cosa intende?
MARCO Mi risponda prima lei! Ho scontato ieri ad Ignazio un suo "Pagherò".
Eccolo.
È suo? (Gli mostra una cambiale.)
CARLO Ma sí; è la mia firma.
(Guarda con piú attenzione.) Ma questa cambiale è falsa!
MARCO (correndo verso l'uscita).
Allora so cosa mi rimane a fare!...
CARLO (trattenendolo).
Un momento, signor Lonelli! Se questa cambiale fu falsificata da Ignazio, con l'intenzione di danneggiare lei, suo zio...
FORTUNATA (interrompendolo)....
A te deve sempre ancora ventimila franchi?
CARLO (agitatissimo).
Che c'entra questo? Egli mi deve questo ed anche di piú.
Ma pagherà, pagherà di certo!
MARCO Ma possibile che non abbiate ancora compreso di che si tratta?
CARLO (risoluto).
No, non l'ho compreso, e sono anzi certo che voi v'ingannate! Vi dico che non può essere...
EMILIO (scoraggiato).
Ma non sarebbe neanche impossibile.
MARCO Ho capito che voi ci perdete piú di me e toccherebbe a voi sporgere denunzia.
Se volete farlo, vi do la cambiale con la firma falsificata.
CARLO No.
Non ancora! Da qui ad un'ora Ignazio sarà qui.
MARCO Un'ora? Volete attendere un'ora? Datemi la cambiale.
(La prende e la intasca.) Attendetelo con calma.
Vi garantisco che ve lo conduco.
(Via.)
EMILIO Capisco che i miei cinquemila franchi se ne sono iti.
Voi perdete molto di piú.
CARLO (cade seduto piangendo e nascondendosi la faccia).
Oh, s'è vero, povera la mia famiglia!
FORTUNATA (vicina a lui).
Senz'avvisarmene avevi dato dell'altro denaro ad Ignazio.
CARLO (prendendole la mano e tenendosi ancora la faccia coperta).
Sí, Fortunata, perdonami! Ho fatto male.
Ho fatto male, perché nel mio stato attuale non avevo diritto di affidare tanto ad un sol uomo.
Ma egli mi diceva sempre che per salvare i primi danari datigli, gliene occorrevano degli altri, e mi sono lasciato abbindolare.
FORTUNATA E quanto in tutto?
EMILIO (imbarazzato è andato verso la porta).
Dato che lei non crede ancora che il signor Ignazio sia fuggito, c'è sempre tempo a disperarsi.
Per i miei cinquemila franchi io non farò alcun passo.
Attenderò ciò che lei vorrà comunicarmi in proposito.
Coraggio! Si ricordi, ad ogni modo che lei ha dei buoni amici!
CARLO Mille grazie, signor Emilio! (Emilio via.)
FORTUNATA Tu non esci? Non vai ad accertarti del fatto? Eventualmente a provvedere.
CARLO Sí, andrò subito, ma non farti vane lusinghe, povera moglie mia! Provvedere? e a che? Se il marito di mia sorella è fuggito, vuol dire che non poteva provvedere ai suoi impegni, neppure a quelli contratti con me.
Ma forse non è fuggito.
Chissà!!
SCENA OTTAVA
CARLA e DETTI
CARLO Carla! E tuo marito? (Veemente.)
CARLA (vestita a nero, pallida addolorata è rimasta in fondo della scena).
Mio marito?
CARLO Non è dunque fuggito? È sempre con te?
CARLA (piangendo cade seduta sulla sedia presso la porta di fondo).
Dio mio!
CARLO (si copre il volto con le mani).
Dunque era vero! Era vero! Oh, l'infame!
CARLA (sempre singhiozzando).
No, Carlo! È stata la forza delle circostanze che lo ha spinto! Egli poveretto lottava, faceva di tutto per sortirne con onore, ma alla fine è stato vinto.
CARLO Ma perché nei suoi sforzi per salvarsi ha rovinato me? Oh, il traditore! (Furibondo.) Tu sai, Fortunata, se io sia stato leggero, se abbia mai confidato alla cieca in altri! Quelle furono lotte! Tutta la mia vita ci misi! Tutte le mie forze, tutta la mia intelligenza! Ero attivo fino alla esagerazione ed economo.
E costringevo anche te ad essere tale.
Tanta perfidia, tanta dissimulazione mi vinsero che non mi vergogno di essermi confidato come un bambino! Io credeva di conoscere il mondo, gli uomini e adesso che sono stato ingannato lo credo ancora! Perché...
chi poteva attendersi di scoprire un ladro in un congiunto?
CARLA Oh, Carlo!
CARLO Benedette le lagrime che t'impediscono di parlare per difenderlo! Io ti perdono.
Sono stato ingannato io, sei stata ingannata anche tu sua moglie.
Tu, probabilmente non sai nulla, o almeno non sai tutto.
CARLA Oh, egli mi raccontava tutto!
CARLO No, ti dico.
Non può essere! Non piangeresti o almeno non piangeresti che per me.
Ti ricordi che davanti a te, un anno fa, mi chiese di partecipare ad un suo affare prestandogli diecimila lire? Già allora egli sapeva che non sarebbe stato in condizione di restituirmeli.
CARLA (debolmente).
No!
CARLO Ti dico di sí Carla, ti dico di sí.
Tu non sapevi nulla, ma io ben presto mi accorsi, no, non mi accorsi, sentii, ch'era cosí.
Era un istinto, ma io lo soffocai per vari motivi, di cui non ti dirò che uno: era tuo marito.
Tutto ad un tratto, all'epoca precisa in cui doveva pagarmi una parte del debito, mi chiese invece altri denari.
Mi mostrò delle merci preziose che pel momento gli era difficile di realizzare, dei libri di un valore considerevole.
Se quei libri fossero stati veridici, se quelle merci fossero state sue, a quest'ora il suo stato non avrebbe potuto mutarsi talmente da un istante all'altro.
CARLA Perdette poi tutto in fallimenti...
CARLO Non è vero! Giuocava a carte e può aver perduto al circolo i denari rubatimi; ma mi meraviglierebbe, perché non gli sarà stato facile trovare un uomo piú ladro di lui.
CARLA Io non posso rettificare queste orribili accuse, ma t'inganni.
Non è giusto attaccare in tal modo un assente.
Io non mi lagno per me, ma vorrei essere morta piuttosto che essere qui in questo stato.
(Piange.)
CARLO (la guarda un istante intenerito).
Siamo due disgraziati, è vero!
FORTUNATA (abbracciando Carla).
Povera donna!
CARLO Io non intendevo farti del male.
Chissà! Forse anche questa volta riuscirò a cavarmela col lavoro, con l'aiuto di amici che conoscono la mia onestà.
Ma il colpo è stato forte, molto forte! Perché continuai a dargli denari; si trattava di salvare una grossa somma con sacrifici, relativamente piccoli, ed io lo feci.
(Rialzandosi con energia.) Insomma, meglio l'agonia che la morte.
Sono piú avanti con gli anni, ma non mi trovo in uno stato peggiore di quello in cui mi trovavo sei anni or sono (con leggero rimprovero) allorché tu ti sposasti.
Ricordi? Io ti scongiurava di non sposarti o almeno di aspettare.
CARLA Io non potevo.
CARLO O meglio non volevi.
Anche adesso hai avuto dei torti.
Tu sapevi che il colpo si preparava e hai taciuto.
CARLA (esitante).
Non sapevo.
CARLO Non mentire, Carla!
CARLA (ad un tratto agitata).
Chi ti dice ch'io menta?
CARLO Se lo sappiamo che da parecchi giorni avete abbandonato la vostra casa.
Non so dove avete passato tutto questo tempo, ma dal vostro contegno, dal tuo contegno è facile comprendere che non volevi si sappia questo cambiamento.
CARLA Ebbene, è vero.
Io sapevo che Ignazio doveva fuggire e non dissi nulla.
Dovevo tradire mio marito?
FORTUNATA (si allontana da lei).
Tradire tuo fratello?
CARLA E che cosa avrebbe servito a Carlo sapere di questa fuga? Avrebbe danneggiato Ignazio senza alcun suo utile.
CARLO E tu, disgraziata, che cosa speri, ora, da tuo marito?
CARLA Che cosa io spero da lui? Intanto che egli giunga in salvo.
Poi mi ama, mi ama sempre come il primo giorno del nostro matrimonio.
Appena potrà mi chiamerà presso di sé.
CARLO E tu andrai? Ti affiderai di nuovo a quell'individuo?
CARLA Ma con gioia! S'è l'unica felicità che mi rimanga vivergli accanto!
CARLO Tu sei perduta per noi, capisco.
È anche naturale.
(Riscaldandosi.) Ma però al vederti cosí tranquilla, cosí indifferente alla mia disgrazia, preoccupata soltanto di te, della tua sorte, provo un intimo senso di disgusto.
CARLA Di me chi ci pensa?
CARLO È vero, ho sbagliato, di lui ch'è causa di tutto.
Eppure io ti amai, ti protessi, ti feci da padre per molti e molti anni.
Non ho mai chiesto un compenso, ma non mi aspettavo di venir pagato con tanta tanta ingratitudine.
CARLA Non saprei in qual modo avrei da dimostrarti la mia gratitudine in queste circostanze.
La gratitudine possono dimostrarla le persone felici, io non lo potrei mai! Capisco che la mia vista deve riescirti incresciosa.
Io non ne ho colpa.
Non voglio fartela perciò sopportare piú a lungo.
Addio.
(Si avvia risolutamente verso l'uscita.)
FORTUNATA Eh, via, Carla!
CARLA No, mi lasci, mi lasci! Io me ne vado.
FORTUNATA E dove?
CARLA Via di qua, intanto.
CARLO Non sono io che ti scaccio! Sei tu che fai di tutto per accrescere il mio dolore con scenate! Insomma, finiamola! Tu rimani qui.
Manderemo Maria a invigilare la tua casa.
CARLA Non ho casa.
In quest'ultime settimane abbiamo vissuto all'albergo.
SCENA NONA
MARIA e DETTI
MARIA Il signor Emilio manda a veder se la signora Elena è qui.
FORTUNATA No, sarà probabilmente da sua madre.
MARIA La madre della signora Elena mandò a dire che non la vede da questa mane.
FORTUNATA Ma qui non c'è.
MARIA Perdonino il disturbo.
Buona sera!
CALA LA TELA
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
CATINA che introduce IGNAZIO LONELLI
CATINA Ho da chiamare la signora Carla?
IGNAZIO È nella sua stanza?
CATINA No, è con la signora Fortunata.
IGNAZIO Non avvisarla, allora, Catina.
Catina, non è vero ch'io ti trattai sempre bene? Brava! Mi son dimenticato di darti la strenna a capo d'anno.
Ecco qui.
Cinque franchi.
Li tenni sempre in questo taschino per darteli all'occasione.
Dunque.
Io ti trattai sempre bene e posso fidarmi di te.
Tu devi, fino a nuovo ordine, non avvisare nessuno che io sono qui.
All'infuori di mia moglie è meglio che nessuno lo sappia, e lei devi avvisarla appena sarà sola.
Dove potrei nascondermi?
CATINA (additando la porta in fondo).
In quel camerino, ch'è vuoto.
IGNAZIO E non ci viene nessuno?
CATINA Nessuno, mai.
Ma perché si nasconde?
IGNAZIO Dimmi un poco, sinceramente, non sai nulla, tu? (La fissa.)
CATINA Nulla? Che cosa nulla?
IGNAZIO Dammi la mano.
Sei una brava donna.
E, dimmi ancora: Sei religiosa? (Catina lo guarda.) Credi in Dio?
CATINA Oh, se ci credo! Farei un buon affare, vecchia come sono, a non crederci.
IGNAZIO Ebbene, giurami sulla salute dell'anima tua che dirai solo a Carla di avermi visto!
CATINA Ma perché?
IGNAZIO Si tratta di uno scherzo, ma voglio essere sicuro del fatto mio.
Eccoti altri cinque franchi, ma te ne prego, Catina, giura!
CATINA Se vi preme tanto, giuro.
IGNAZIO Ricordati che per gli spergiuri ci son le pene dell'inferno! E adesso su questo punto sono tranquillo.
(Si sente suonare.) Puoi andare ad aprire.
(Catina via.
Si suona una seconda volta con insistenza.
Ignazio si ritira nello stanzino.)
SCENA SECONDA
CARLO, MARCO LONELLI, poi CATINA
CARLO (entrando con Marco).
Catina, non senti?
CATINA Ero già andata ad aprire, quando il signore suonò per la seconda volta.
MARCO Lasciateci soli.
(Catina con un complimento, via.) Senta, Almiti.
Le porto delle nuove che poco le potranno piacere.
Anzitutto bisogna che sappia che non sporgo denunzia contro mio nipote.
CARLO Io non ho che a lodarla per questa omissione.
MARCO L'accusa era già stata fatta dal signor Marchini al quale Ignazio diede oro falso in cambio di oro buono che gli era stato affidato per il lavoro.
Lei ora può accorgersi qual fior di birbante sia suo cognato.
Ma non è per dirle questo che sono venuto qui.
Il piú importante di tutto si è che Ignazio è preso o quasi.
CARLO Ciò significa?
MARCO ...
ch'è stato messo nella impossibilità di sfuggire alla pena dovutagli.
Non ancora, ma quanto prima, perché Ignazio si trova ancora qui, in questa città.
CARLO Come lo sapete?
MARCO So che non è partito ed ecco come.
Marchini piú svelto di noi due fece la denunzia in tempo debito.
Allorché i carabinieri si presentarono in casa sua per eseguire l'arresto, il portinaio disse loro quello che non aveva voluto dire a me, cioè l'indirizzo nuovo d'Ignazio.
All'Hotel de la Ville era andato ad abitare, quell'imbecille! All'hotel si seppe ch'era uscito dieci minuti prima con un fattorino che gli portava il baule.
Alla stazione infine lo si vide presentarsi al bigoncio per il biglietto, senza prelevarlo, lasciò là cento franchi.
Pare si sia accorto in tempo del tranello.
Che le pare?
CARLO Penso anch'io che sia ancora in città.
MARCO Ma dove? Son ben dodici ore che lo si cerca inutilmente.
CARLO Che ne so io? (Con impazienza.)
MARCO Devo dirle che non sono venuto qui principalmente per informarla di tutto ciò, perché in fondo, non mi serve a nulla che lei lo sappia...
Dica, non ha visto Ignazio, quest'oggi?
CARLO Lei suppone che io l'abbia nascosto? ch'egli abbia cercato riparo in casa mia?
MARCO (esitante).
E chi lo sa?
CARLO Non è stato qui.
Ma, dica un po', se ci fosse, che farebbe lei? (Sorridendo.)
MARCO Non capisco! Che farei? Andrei alla polizia, notificherei il soggiorno del malfattore e non me ne occuperei piú oltre.
CARLO Eh, via! Lei tradirebbe un nipote per quella cambialuccia! Non ha da avere altro da lui?
MARCO Non si tratta della cambialuccia, caro il mio signore; si tratta del modo! Io, vecchio negoziante, venir ingannato in tal modo! Estorcermi in tal modo gli ultimi denari occorrenti alla fuga! Dopo che per anni ero riuscito a salvarmi da lui! Un tale atto merita vendetta e me la procurerò.
Ancora una domanda, e poi me ne vado.
SCENA TERZA
ELENA e DETTI, poi CARLA
ELENA Si può?
CARLO Entri, signora.
Ieri suo marito mandò a vedere se lei era qui.
ELENA Fu un malinteso.
CARLA (entrando).
Oh, Elena (Le getta le braccia al collo e si mette a piangere.)
CARLO (a Marco).
Si ricordi di non dire nulla a mia sorella di quanto lei disse or ora!
MARCO Come vuole.
Ma a sua volta - n'è sicuro? - sua sorella non saprà nulla di nuovo sul conto del marito? Questa era la domanda che ancora avevo da farle.
CARLO Carla è da ieri sera con mia moglie.
Non la lasciò un minuto.
MARCO (dopo un po' di esitazione).
Ebbene, mi do per vinto.
(Rivolto a Carla.) Nipote mia, devi darti pace! Sono cose che accadono tutti i giorni, anche piú volte al giorno...
CARLA E non avete sue nuove?
MARCO Nessuna.
Fu visto alla stazione...
(Un movimento di Carlo lo interrompe.) Fu visto, insomma, partire e poi piú nulla...
Sai tu qualche cosa di piú preciso?
CARLA (giungendo le mani con gioia).
Allora è in salvo!
MARCO (alzando le spalle).
Se ciò ti fa piacere! Buon giorno! (Via.)
CARLO (a Carla).
Adesso spero di vederti piú tranquilla.
Come vedi io sopporto molto bene le mie disgrazie.
Fa tu lo stesso.
(Avviandosi.) Di' a Fortunata che a mezzodí sarò a casa.
(Ad Elena.) Buon giorno, signora! (Via.)
ELENA (a Carla).
Oh, finalmente! Carla! Dov'è Ignazio? A me lo puoi confidare...
CARLA A quest'ora in Svizzera.
A meno che non gli sia toccato una disgrazia.
ELENA Davvero? E non ne sai di piú?
CARLA No, assolutamente.
Null'altro.
ELENA (disperandosi).
Povera me! Come fare, allora?
CARLA (allarmata).
Che c'entri tu?
ELENA Non per lui, non per lui! Ha con sé tutte le mie gioie, oro e pietre preziose per ventimila franchi...
CARLA Di questo né Ignazio né tu mi diceste mai una parola!
ELENA Da quando ti sei sposata per i miei gioielli mi servivo da lui...
CARLA Ma tutte le tue gioie?
ELENA (disperata).
Oh, sí, tutte.
Non mi rimangono che questi orecchini che non gli diedi, perché volevo tenerli addosso.
Come farò? Come farò, mio Dio? Cosa dirò a mio marito?
CARLA (calma con sforzo).
Ma perché gliele desti?
ELENA Non ti dissi ch'era il mio gioielliere?
CARLA Ma tutte.
Tutte?
ELENA Ma sí.
Alcune volevo far rilegare, altre soltanto pulire, ad altre infine occorrevano delle riparazioni.
CARLA Tu dirai a tuo marito la verità, ecco tutto.
Cosa c'è da disperarsi?
ELENA Ma mio marito non sapeva che io le aveva date ad Ignazio.
SCENA QUARTA
FORTUNATA, DETTI, poi CATINA
FORTUNATA La signora Elena! Ieri sera...
ELENA Lo so signora.
Fu un malinteso.
Mio marito mi aveva compreso male.
FORTUNATA Cosí? Me l'ero immaginato.
ELENA Le distrazioni di Emilio producono spesso tali malintesi.
Adesso l'ho reso avvertito che mi trovo qui, ma chissà che lui non mandi a cercarmi? È meglio che scenda un istante; poi ritornerò a fare un po' di compagnia a Carla.
Addio, Carla! (La bacia.) Buon giorno.
(Via.)
FORTUNATA Ha l'aria di una fuga.
Ieri a sera la signora scomparve tutto ad un tratto senza lasciare notizie di sé, neppure al marito.
Poco prima s'era fatto prestare da me un cofanetto che può servire anche per viaggio.
Chissà quale mistero si cela qui sotto! qualche appuntamento andato a male! Dev'essere stato proprio un malinteso; ce lo ha detto ella stessa.
Intanto ecco una cosa che in te mi dispiaceva...
quest'amica che ci fece tanto del male...
Intanto, facendoti fare quel brutto matrimonio.
CATINA (in orecchio a Carla).
In quello stanzino c'è qualcuno che l'attende.
CARLA Chi mi attende?
CATINA (strizzando l'occhio verso Fortunata).
St! Suo marito.
CARLA (minaccia di cadere).
Mio marito...
qui?
FORTUNATA Tuo marito?
CARLA Ignazio, qui? Ma dunque non è salvo? Ignazio! Ignazio! (Apre la porta, si vede Ignazio nel mezzo del camerino che beve da una tazza.) Tu, qui! tu qui! Quale imprudenza! Se ti prendono! Perché non sei fuggito? Qui ti cercano, sai! Oh, se ti trovano! Io ne morrei!
IGNAZIO Calma, calma, mio tesoruccio! Non sono preso ancora! (Nel sortire vede Fortunata.) Ma Carla, tu mi tradisci...
Io non voleva esser veduto!
FORTUNATA (ironicamente).
E questo desiderio era molto fondato.
IGNAZIO Sfido io! Mi si cerca e tanto minor numero di occhi che mi vedono, tanto minore è il pericolo di venir preso! Non mica ch'io diffidi di lei, signora cognata, ma una parola imprudente è detta presto!
FORTUNATA Potrebbe deporre quella tazza! (Additando la tazza che Ignazio tiene in mano.)
IGNAZIO È vero! (La vuota e la depone sul tavolo.) Scusi, se bevevo il suo latte senza chiedergliene il permesso.
Ma avevo molta fame.
Sono piú di dodici ore che non mangio con calma!
CARLA Ma perché, perché non sei fuggito?
IGNAZIO Io voleva fuggire, ma...
non mi si lasciò.
Alla stazione mi accorsi d'essere sorvegliato, e già sul punto di partire trovai piú prudente rimanere.
FORTUNATA Cosí, lei, dopo fatti tutti i preparativi, ha dovuto abbandonare tutto?
IGNAZIO (con dispiacere).
Tutto, sí, tutto.
FORTUNATA (con intenzione).
Tutto? Tutto?
IGNAZIO (sorpreso).
Se glielo dico.
Tutto, si, tutto.
FORTUNATA E la signora Elena?
CARLA Che dici?
IGNAZIO La signora Elena non è in casa sua?
FORTUNATA Sí, ci è ritornata poco fa.
Quasi contemporaneamente a voi.
Son cose che non mi concernono.
Sentite! Se volete rimanere nascosto qui, rimanete pure.
Naturalmente quando Carlo verrà a casa, io lo avvertirò che ci siete.
Del resto non abbiate timore; egli non è uomo che si vendichi, che vi accusi.
(Via.)
IGNAZIO (irritato).
Vedi, tuttociò è molto noioso.
Avrei preferito di non aver piú a parlare con Carlo.
CARLA (turbata).
Che cosa diceva Fortunata di Elena?
IGNAZIO (ridendo).
Che ne so io? Pare che anche la signora Elena abbia tentato contemporaneamente a me una specie di fuga e col medesimo esito.
Ma noi adesso tenteremo la fuga insieme, sai, mio tesoruccio; e se ci riesce, potremo essere ancora felici in lidi piú ospitali.
Vedi questa piccola saccoccia? Contiene la somma di trentamila franchi.
È quanto ci basta pei nostri gusti modesti.
SCENA QUINTA
ELENA e DETTI
ELENA (agitatissima).
Catina mi ha detto che eravate qui.
Sentite, Ignazio! Datemi le gioie o io sono una donna perduta.
IGNAZIO Ve le darò.
Ve le darò.
(Sottovoce.) Calma, calma!
ELENA Le avete qui, nevvero? Già oggi mio marito si accorse che mancavano.
Gli dissi ch'erano dal gioielliere.
Adesso non potrei piú oltre mentire, dirgli che le ho date a voi, gioielliere, perché sarebbe stato mio dovere avvertimelo almeno quando siete scomparso.
(Carla comprende, si alza, vuole parlare, non può, esce vacillando e chiude la porta dietro di sé.)
IGNAZIO Ma Carla, ove vai? Oh, Elena, Elena! Tu mi rovini.
Io dicevo sempre che le donne mi rovinerebbero.
Ecco le tue gioie! Occorreva lasciarti trasportare da tale passione per quattro miserabili pezzi d'oro? (Le consegna un cofanetto.)
ELENA (aprendo il cofanetto con vivacità e guardandoci dentro per verificare).
Oh, bravo, bravo! Mi ridonate il respiro! Grazie! (Dopo una piccola pausa.) E adesso addio.
(Va verso la porta.)
IGNAZIO Cosí, dunque, Elena, mi abbandoni anche tu? Questo addio significa proprio una separazione definitiva?
ELENA Sí, Ignazio, ho sofferto troppo.
Ho capito ch'è meglio annoiarsi e non aver da temere niente da nessuno.
Quando mi sono vista sola con voi in quella stazione e poi mi avvertiste ch'eravamo perseguitati, fuggii spinta proprio da vergogna e da paura; poi vissi molte ore in angoscia per queste malaugurate gioie...
Addio! (Via.)
IGNAZIO (chiamando).
Catina!
SCENA SESTA
CATINA e IGNAZIO
IGNAZIO Bella creanza questa di lasciarmi solo.
Favorisci dire alla mia signora moglie che venga un poco a tenermi compagnia.
CATINA Sta appunto salendo le scale il signor Carlo.
IGNAZIO Brava! Verrà lui a tenermi compagnia...
SCENA SETTIMA
IGNAZIO, CARLO poi CARLA
CARLO Voi qui?
IGNAZIO Sí, Carlo (stendendogli la mano).
Ero in procinto di partire e non n'ebbi il coraggio pensando a te, allo stato in cui ti lasciavo...
CARLO Lo so e ve ne ringrazio, ma a quanto sento i carabinieri vi confermarono in questo proposito.
CARLA (entrando improvvisamente).
E cosí non credergli, perché mente, mente sempre.
IGNAZIO La signora stava ad origliare?
CARLA Sono ritornata appena adesso.
Del vostro dialogo con Elena non avevo piú nulla da udire.
Se avevo già compreso tutto...
(piangendo al collo di Carlo).
Oh, Carlo! Consegnalo alla polizia.
Liberamene!
IGNAZIO La signora ha uno speciale affetto per il suo marito legittimo...
CARLA Quel riso ironico mi fa male!...
Come seppi udirlo tante volte e non odiarvi, non disprezzarvi come meritate!
IGNAZIO Le insolenze sono troppe! Bada a te, Carla!
CARLA Mai troppe, a te, miserabile! Perché, sai, Carlo! Ci tradí, ci rovinò tutti.
E me, me trascinò per tali sozzure, per tali infamie che mai, mai piú saprò quietare la mia coscienza.
Sappi che allorché per la prima volta ti estorse denari io sapeva ch'era già fallito e non dissi una parola.
È ben vero che per un istante, ad onta che sapessi tutto, fui ingannata dal tono d'ingenuità con cui ti parlava, ma solo per un istante! Eppure tacqui.
Io ti tradii già dal primo giorno in cui lo vidi! Allorché tu, poveretto, chiedesti quella dilazione che ti occorreva, con due parole egli mi convinse a non concedertela.
Che cosa potevo farci? Mi sembrava di essere una cosa con lui.
IGNAZIO (a Carlo).
E ciò le avrebbe continuato a sembrare, se non mi avesse scoperto in fallo di lesa fedeltà coniugale! Avrei altrimenti potuto continuare col suo mezzo chissà per quanto tempo ancora!
CARLA (piú calma).
È vero, è vero.
Tutto tutto gli perdonai meno questo.
Ma non è il dolore di venir tradita che mi strappa queste parole.
Tradendo me che gli sacrificai tutto, egli si rivelò anche a me per quello che era.
Io feci sempre ciò che volle, fino all'ultimo, anche quando volle fuggire a tua insaputa, e mi obbligai alla menzogna, all'ipocrisia che tanto mi doleva, specialmente ad usarla con te.
Ma adesso è finita.
Oh, davvero, mi sento lieta che ciò sia avvenuto! Mi sento libera di agire secondo la mia coscienza e secondo giustizia.
Non piú dissimulazioni, non piú misfatti! Non lasciarlo fuggire, Carlo! Egli ha con sé trentamila franchi e sono tuoi.
IGNAZIO Suoi? Sono in gran parte dello zio e di altri.
Se però li vuole, eccoli!
CARLO (con nausea).
Io non accetto denari rubati.
CARLA Perché? Se sono rubati a te.
CARLO Neppure.
Vieni, Carla.
Lascia che fugga, che se ne vada dove vuole, e tu ritorna con noi.
IGNAZIO Se voi non mi aiutate, se non mi celate per qualche giorno, la fuga sarà alquanto difficile.
Vedi, Carlo, io lascio a te quindicimila franchi; tengo soltanto la metà per vivere all'estero, finché trovo una occupazione qualunque che non mi sarà difficile di trovare con una tua buona raccomandazione.
CARLA Va bene va bene! (Vedendo che Carlo esita a prendere i denari offerti, li prende lei.) Sono tuoi, li prendo io.
CARLO Carla!
IGNAZIO Ma io li do volentieri.
Chi piú contento di me di poter riparare almeno in parte al mal fatto?
SCENA OTTAVA
CATINA e DETTI
CATINA Era venuto il signor Marco Lonelli.
Io gli dissi che poteva entrare ma egli se ne andò dicendo che sarebbe ritornato subito.
IGNAZIO (con spavento).
Ho capito.
CARLO Temi che tuo zio ti tradisca?
IGNAZIO Non temo, ne sono sicuro.
CARLA Era qui poco fa, e si lagnava con noi della tua scomparsa.
(È agitatissima.)
IGNAZIO (osservandola con attenzione).
Non capisco perché ti agiti tanto, tu, all'idea ch'io possa venir preso.
CARLA Mi duolerebbe lo scandalo.
(Si vede che soffre.)
IGNAZIO (comprendendo).
Oppure ti dispiacerebbe si sappia che partecipasti agli utili dei miei furti?
CARLA (indignata).
Oh, no.
So che ognuno riconoscerebbe il mio, il suo (additando Carlo) diritto di prendere questi denari.
Non temo che lo si sappia.
Tu procura di fuggire.
Sei ancora in tempo.
IGNAZIO E se non volessi?
CARLA Oh, è tanto tanto basso ciò che pensi e ciò che vuoi! Aumenta la mia vergogna a doverti confessare che...
soffrirei sapendoti in carcere.
IGNAZIO (la guarda esitante, quasi commosso, poi fa le spallucce).
Son cose che si dicono in tali momenti.
Parlando d'altro; per la mia fuga io ho già disposto con un padrone di barca, il quale però parte appena dopodomani.
Ma comprenderete che qualcun altro dovrebbe andare a trattare...
CARLO Ci andrò io.
IGNAZIO Sta bene! Abbiamo qualche poco di tempo e dovreste approfittarne per darmi da mangiare.
Mi sento molto debole.
SCENA NONA
CATINA, ELENA, FORTUNATA e DETTI
CATINA Ho visto entrare in casa i carabinieri.
IGNAZIO Ahi, ahi!
ELENA Sono i carabinieri.
IGNAZIO Abbiamo inteso! Ad ogni modo, grazie per la premura.
ELENA Non vengo soltanto per avvisarvi; vengo anche a salvarvi.
Questa casa è sorvegliata: Io conosco un mezzo per farvi uscire da una casa qui accanto.
IGNAZIO Sentiamo.
ELENA Potete entrarvi salendo sul tetto della casa qui a destra.
IGNAZIO (ironicamente).
Se però Carla mi permette di approfittare di un vostro consiglio.
(Le due donne retrocedono spaventate a tanta insolenza.) Ma, dunque, andiamo! (ad Elena.)
ELENA (a Catina).
Catina, tu conosci quel passaggio in casa Doritti.
Mostraglielo!
IGNAZIO Io non vi ho offeso, signora, perché non volete rendermi voi questo supremo servigio? (Le tende la mano.) Ebbene, se non volete, datemi la mano in segno almeno, che non l'avete con me!
ELENA Eccola! Siate felice!
IGNAZIO (la guarda fisso).
Peccato! (Si volge a Carlo.) E voi, Carlo, datemi la mano in segno di perdono.
Sapete, non volli farvi del male.
Mi vedevo cadere e volli sostenermi.
(Carlo dà la mano.
Ignazio si volge.) Ebbene, Carla, che ne dici? È l'ultima volta che ci vediamo.
A te non chiedo perdono.
Che cosa ti feci? Puerilità.
Ed occorreva una sciocca gelosia per offenderti! Siamo uomini tutti e tu avevi torto di credermi fedele.
CARLA Hai ragione.
Ma fuggi, Ignazio, ed io ti sarò riconoscente come se mettessi in salvo anche me.
Fuggi! Il tempo incalza!
IGNAZIO Addio, Carla! (La bacia, quantunque ella dimostri ribrezzo.) Andiamo, Catina, e conducimi bene! Tu sei causa ch'io non ho potuto mangiare in pace.
Addio, tutti! (Via con Catina.)
ELENA (a Carla).
Carla, io non ho voluto mai offenderti!
CARLA Adesso non ne parliamo! Ch'egli si salvi ed io non porto rancore a nessuno.
Ho perdonato a lui ch'è il piú colpevole! (Le dà la mano ch'Elena stringe.)
ELENA Grazie.
SCENA DECIMA
Il MARESCIALLO dei carabinieri.
Poi MARCO, poi CATINA e DETTI
MARESCIALLO Il signor Ignazio Lonelli?
CARLA (nello spavento).
Ma se qui non c'è! Manca da casa da ieri mattina!
MARESCIALLO (a Carlo).
In base a questo mandato mi permetterete di perquisire questa abitazione?
CARLO Faccia pure, signore.
MARCO (entrando).
Signor maresciallo, le annuncio che vidi mio nipote salire le scale...
io dico che vuole fuggire per il tetto.
MARESCIALLO Chi è suo nipote? (Carla sta per mancare.)
MARCO Il malfattore che lei cerca.
MARESCIALLO Ah, grazie.
(Esce.)
ELENA Pfui! Vergognatevi!
CARLO Avete commesso un'azione infame.
MARCO Lasciatemi in pace! Non commise Ignazio un'azione piú infame ancora? (Esce.)
CARLO Coraggio, Carla, forse riesce ancora a fuggire!
CARLA E come? Adesso sanno dove si trova.
CATINA (entra correndo.) Aiuto! aiuto! Il signor Ignazio è caduto dal tetto!
CARLA Ah! (Cade svenuta).
CARLO Come? Caduto dal tetto?
CATINA Sí.
Io lo vidi tutto ad un tratto scivolare, scivolare, trattenersi con le mani e i piedi, ma inutilmente.
Se ne andava come su ruote.
Io gridava: Ma si tenga, ma si tenga! Non serviva! Poi scomparve.
ELENA Carla è svenuta.
FORTUNATA (che guarda dalla finestra).
Ma è là, è là! Lo salveranno ancora! Si tiene ad una grondaia.
Un carabiniere si mostra già sul tetto! (Elena e Carlo accorrono alla finestra.) La grondaia cede! (Inorridita Elena fugge dalla finestra.)
CARLO È salvo! è salvo, se si tiene! Il carabiniere è giunto ad afferrare la grondaia.
Oh! (Fugge anch'egli.)
ELENA (fuori di sé).
È caduto, è caduto.
Aiuto! Aiuto! (Gridando verso la strada, donde si sente un rumore confuso.)
FORTUNATA Signora, signora! Forse è salvo! Chissà! Tante volte si è udito di cadute simili.
MARCO (entra).
Un bicchiere d'acqua! Dammi un bicchiere d'acqua! Quale spettacolo!
FORTUNATA È morto?
MARCO Morto? Non soltanto.
Per mettere in bara tutti quei pezzi occorrerà la scopa.
CALA LA TELA
Una commedia inedita
Scherzo drammatico in un atto
PERSONAGGI
Il signor PENINI
ELENA, sua moglie
ADOLFO
ROSA
L'azione si svolge in una stanza riccamente ammobiliata con porta d'entrata di fondo.
A sinistra dello spettatore c'è la porta che conduce alla stanza di Elena e un poco piú verso il fondo una porta che conduce al suo gabinetto da lavoro.
SCENA PRIMA
Il signor PENINI e ELENA
ELENA (sorte dalla porta a destra, è agitatissima).
No! No! No! (Siede.)
PENINI (che le viene dietro col sigaro in mano e calmo).
Ma perché?
ELENA Oh! perché Venezia non mi piace!
PENINI Non ti piace? Io credeva invece che fosse il tuo ideale.
Al viaggio di nozze tu avresti voluto rimanere in quella città il tempo che avevamo destinato all'intero viaggio.
Mi facevi correre tutto il giorno dietro al cicerone, in cerca di cose che a me non interessavano punto; quadri, puttini nudi, chiese che avevano tutte, poco su poco giú, il medesimo aspetto.
Tu ti entusiasmavi, io sopportava quella tortura per amore tuo.
Piazza San Marco ed il caffè Florian mi piacevano ma tu non mi lasciavi mai starci in pace.
È vero che dopo tutto, l'Italia, città per città, apportò a te il medesimo piacere ed a me la medesima tortura, ma Venezia specialmente.
ELENA Rimanere a Venezia otto, dieci, venti giorni, un mese, sí.
Di piú no, stabilirvisi mai piú; piuttosto morire.
In quelle viuzze ove non si può tenere aperto l'ombrello se piove io non potrei vivere; mi mancherebbe l'aria.
Anche tutta quell'acqua, mi annoia, quei ponti che possono cadere, tutta la città è pericolante e può da un momento all'altro andare a picco come un naviglio.
PENINI Ohibò!
ELENA Capisco che è un'idea mia ma non mi sentirei sicura.
E poi quei veneziani che fanno tutti i fatti loro in strada.
Vi dormono persino! (Con ira.) Davvero che io ne ho visto uno dormire, ma profondamente.
PENINI Se vuoi vederne anche qui dei dormienti in strada non hai che da fare quattro passi fuori della villa.
ELENA Insomma io a Venezia non vengo.
PENINI Il tuo volere conta relativamente.
ELENA Se proprio lo vuoi, vacci tu! io rimango.
PENINI (dopo una piccola pausa, scherzando).
Ehi! Elena diventi matta? È tuo dovere seguirmi; se io volessi potrei costringerti con l'aiuto della legge, (ridendo) ma scommetto che riuscirò a convincerti altrimenti.
Senti, ti piace di vivere bene, di mangiare cose buone e in buona misura, dormire in letto soffice? Tu non lo dici ma so che ti piace ed è perciò che devi venire a Venezia.
Noi non siamo poveri ma non tanto ricchi da poter vivere come viviamo.
Tu con quella toilette, io senza guadagnare un centesimo...
un centesimo! Mi sono dato tutta la cura possibile, ho seccato amici e non amici; da tre anni che siamo sposati, ti posso mostrare il mio libro senserie, ho guadagnato tanto da pagare i sigari che fumo.
ELENA Bravo!
PENINI Non è colpa mia.
La piazza ha piú sensali che affari; di ogni dieci persone una è sensale.
ELENA A Venezia sarà la stessa cosa.
PENINI Non lo so ma se ci vado ho il pane sicuro e forse qualche cosa di piú.
Velfi e figlio di qui mi fanno loro rappresentante.
A Venezia non dovrò perdere tutta la giornata a correre dietro agli affari e potrò cosí dedicarmi un poco di piú a te, moglietta mia che veramente ho trascurato.
ELENA (superba).
Io non me ne sono mai lagnata.
PENINI E non potevi lagnartene perché sapevi che io era occupato con qualche cosa di piú serio.
ELENA Essendo io per te tanto poco importante da divenirti pensiero poco serio potrai lasciarmi qui.
PENINI (abbracciandola).
Ma tu mi sei la cosa piú seria di questo mondo.
ELENA (respingendolo fredda).
A Venezia non vengo, è inutile...
almeno per il momento (come se avesse ragionato da sé).
PENINI Per il momento! Meno male! Non si tratta mica di partire subito! Io conosco le donne e ho provveduto acciocché abbi tempo di salutare le tue amiche, mettere ordine con tutta calma nei tuoi fronzoli, andare a vedere tutta la città prima di abbandonarla per tanto tempo.
Io aveva già deciso di non partire che alla fine...
alla fine...
alla fine...
ELENA Ebbene?
PENINI (calmo).
Alla fine della prossima settimana.
ELENA Alla fine della prossima settimana? Ah! mai piú! (Molto commossa.) Da vero, da vero che non vengo.
Io mi ritiro presso mamma e ti lascio partire solo! Io non vengo!
PENINI E come ho da fare? A questa sola condizione ho ottenuto il mio impiego.
SCENA SECONDA
ROSA e DETTI
ROSA Scusino, ho da prontare la cena?
PENINI Abbiamo cenato fuori.
Cioè io.
ELENA Io non ceno.
PENINI A me porta una tazza di caffè.
(Rosa via.)
PENINI Fammi il piacere di non piangere.
Per ora mostrami il tuo bel volto allegro come l'avevi il primo anno.
Non so perché l'abbi smesso poi.
Lo volle forse la moda?
ELENA (alza le spalle).
PENINI Io domando per sapere, non mica per irritarti.
ELENA (piangendo).
Mi vedi tanto afflitta che potresti risparmiarmi i tuoi scherzi.
PENINI Scherzi? Non sono scherzi! E poi hai torto di essere afflitta! C'è tempo ancora! Nel fratempo possono morire i miei principali padre o figlio o posso morire io o tu e l'affare se ne va o lo mando.
ELENA Grazie.
Davvero che fo meglio ad andarmene a letto.
(Via.)
PENINI Ma Elena...
ROSA (con il caffè).
Ecco il caffè!
PENINI C'è zucchero?
ROSA Lo ha qui!
PENINI Senti, che umore ha la signora quando io non sono in casa?
ROSA Che umore?
PENINI Ride, piange, si adira?
ROSA Si adira di spesso con me.
PENINI Questa è una risposta.
Me ne occorrono tre.
Ride?
ROSA Ora ride...
ora non ride.
PENINI E piange?
ROSA Sa, signore, non dica alla signora che io gliel'ho detto.
Adesso, in corridoio, mi sono accorta che la signora piangeva.
PENINI (ammirando).
Brava!
ROSA Comandi?
PENINI Nulla, nulla, puoi andartene.
Di' alla signora che venga un solo istante a salutarmi.
Devo uscire! Aspetta un momento, intelligentissima donna.
(Togliendo dal tavolo una busta da lettere colossale.) Che cosa ha ricevuto mia moglie in questa busta?
ROSA Dal signor Adolfo ma non so che cosa.
PENINI (ridendo).
Ah! la commedia.
(Leggendo il frontispizio di un libro.) Postuma...
Lorenzo Stecchetti.
Chi porta in casa mia questi libracci?
ROSA (spaventata).
Il signor Adolfo l'ha prestato alla signora.
Io non so leggere.
PENINI (adiratissimo vedendo una rosa sul petto di Rosa).
Te l'ho detto già che non voglio vengano prese rose dal giardino.
Se il padrone di casa se ne accorge si adira con me.
ROSA (dice e poi scappa).
Io non l'ho presa in giardino; l'ho presa da un mazzo di fiori che il signor Adolfo ha mandato alla signora.
SCENA TERZA
PENINI poi ELENA
PENINI (da sé).
Il signor Adolfo! (Pensieroso.)
ELENA Volevi dirmi ancora qualche gentilezza.
PENINI (con voce dolce).
Ti avevo pregata di non togliere altri fiori dal giardino! Ne hai i piú belli sempre fra' capelli.
ELENA Me li ha donati il signor Adolfo.
PENINI Ah! il signor Adolfo! (Dopo una piccola pausa, esitante.) Non so se è proprio necessario che io sorta questa sera.
(Ridendo.) A proposito del signor Adolfo.
Come ti piace la sua commedia?
ELENA Non ne ho letti che due atti e non leggerò gli altri due.
Non mi piace.
PENINI (contento).
Vedi povera moglie mia che impicci che ti prendi.
Ad onta della noia ti toccherà sorbirtela tutta e poi dirne bene.
ELENA No! il signor Adolfo è un giovane di tanto spirito che senza esitazioni gli dirò la mia opinione.
PENINI Lui è spiritoso e la commedia è cattiva? Non è una contraddizione?
ELENA Anche i piú grandi hanno sbagliato.
PENINI (affettando indifferenza).
Il signor Adolfo ha la fronte molto bassa...
schiacciata.
(Elena alza le spalle.) Io sorto anzi! Puoi essere tranquilla che prima della mezzanotte non ritorno.
ELENA (con tutta tranquillità mette un lume sul davanzale).
Come, tranquilla?
PENINI (guarda, comprendendo, il lume sul davanzale).
Voglio dire che se anche non ritornassi prima della mezzanotte non devi inquietarti.
Addio.
(La bacia in fronte e via.)
ELENA Addio, Rosa! (Chiamando.)
ROSA Comanda signora!
ELENA Accompagna prima col lume mio marito e chiudi bene la porta.
Poi sta attenta se qualcuno suona di andare ad aprire.
(Si sente chiudere il portone della campagna.) To'! mio marito è sortito da solo.
Se venisse qualcuno...
se venisse qui il signor Adolfo introducilo qui.
(Si guarda nello specchio.) Io vado in camera mia e ritorno subito.
SCENA QUARTA
Il signor PENINI e ROSA
ROSA (Spaventata).
Il Signore!
PENINI Silenzio, sciocca! (Le mette una moneta in mano.) Voglio fare uno scherzo a mia moglie.
Non attende essa qualcuno?
ROSA Sí, il signor Adolfo.
PENINI Ti ha ordinato di condurlo qui?
ROSA Sí, signore!
PENINI Io mi nasconderò in quel gabinetto.
(Il campanello viene scosso.) Potrebbe avvenire che lo scherzo andasse male ed allora sortirei dalla finestra.
Tu non cercarmi e se io non ne parlo non dire nulla alla tua signora.
Capisci? (Le dà un'altra moneta.) Altrimenti ti rimando alla tua campagna.
(Il campanello suona.)
ROSA (guardando la moneta).
Oh! grazie.
(Penini entra nel gabinetto; suona il campanello.)
PENINI (guardando fuori del gabinetto Rosa che è immersa nella contemplazione della moneta).
Imbecille! non senti il campanello? (Rosa scappa, dopo una piccola pausa si sente di nuovo il campanello.)
SCENA QUINTA
ELENA, poi ADOLFO e ROSA
ELENA Rosa, Rosa, ma Rosa! (Guarda dalla finestra e si pacifica, prende il lume e lo pone sul tavolo, si guarda nello specchio; deve essersi nel frattempo cambiato vestito.
A pena entra Rosa senza prima salutare Adolfo la sgrida.) Non sentivi il campanello? (A Adolfo.) Io l'ho sentito due volte e credeva che dopo la prima, con la solita calma della signorina, si fosse mossa ad aprirle.
Scusi, sa.
ADOLFO Scusi me, anzi, che sono un poco impaziente! (Rosa sorte.)
ADOLFO (le stringe la mano e si china per baciarla, ella gliela ritira).
Volevo soltanto guardarla, ella poteva lasciarmela; era uno studio che da sé potrebbe completare un'educazione artistica.
ELENA Grazie! Avevo paura anzi di rovinarle il gusto.
ADOLFO (ridendo).
Certamente perché a noi veristi piacciono piú le mani ossute dei quasi scheletri.
(Le offre da sedere e le si siede accanto.)
ELENA Lei mi fece un piacere che non può credere, venendo; sono sola affatto.
Per curiosità soltanto le chiedo qual buon vento la conduca a quest'ora.
ADOLFO (rimane un istante sorpreso.) Passavo di qua.
Ho veduto lume (accentuando) sulla sua finestra e sono venuto.
Ho fatto bene a quanto lei mi disse.
ELENA (con complimento).
Benissimo!
ADOLFO (dopo una piccola pausa).
Eccoci di nuovo signora nel tono di conversazione, quel noiosissimo che veramente stona, qui, in questa camera, in un duetto.
ELENA Duetto?
ADOLFO Mi comprenda, ossia, voglio spiegarmi meglio.
Sa perché esiste l'etichetta? Esiste in riguardo ai terzi.
Perché, vede, una parola piú franca, un accento sincero non offende mai la persona alla quale è diretto.
È il terzo, l'invidioso, che se ne offende.
Qui di terzi non ne vedo.
ELENA (ridendo).
Lei parla bene ma ho paura che dimentichi il significato che solitamente si dà a duetto.
ADOLFO Via, signora Elena, non mi ricacci nuovamente da un terreno che ho conquistato tanto difficilmente.
Io credeva di essere entrato nella sua intimità e perciò la parola duetto mi sembrava adatta.
ELENA Insomma lei è tanto abile che talvolta riesce a divenire poco accorto.
Entra, si scusa di aver suonato il campanello, loda le mie mani, non parla francamente del lume che ho posto là sulla finestra per chiamarla; ha seguito l'invito.
ADOLFO Grazie della buona lezione.
(Le bacia la mano piú volte.)
ELENA Basta! (Dopo una piccola pausa.) Io parto la prossima settimana.
ADOLFO Ah! Per pochi giorni?
ELENA Per sempre!
ADOLFO Lei scherza?
ELENA Non scherzerei di cosa tanto seria.
Mio marito va a stabilirsi a Venezia ed io debbo seguirlo.
ADOLFO Ma questa è una disgrazia per me!
ELENA Seriamente?
ADOLFO Oh! Signora! ne può dubitare? (Le bacia nuovamente la mano ch'essa dolcemente ritira.) Tanto grande disgrazia! Io non posso seguirla!
ELENA Senta! abbiamo stabilito di parlarci francamente.
Per me è forse una fortuna che parto.
ADOLFO (ridendo e tentando di attirarla a sé).
Causa mia signora? Oh! dica di sí! la scongiuro.
ELENA (ritirandosi).
La prego di non toccarmi.
Lei pensa che io abbia confessato di partire volentieri per una semiconfessione da civetta.
Oh! via! lei mi fa torto! Abbiamo detto di parlare francamente; io parlo francamente e sinceramente.
Lei è un giovinetto, piú giovine di me e so che cosa pensi avvicinandomisi; mi creda, io ho pensieri piú seri lasciandola avvicinare.
Lei, giovinetto, non provò mai un'ora di quello sconforto, di quella sfiducia che fa dire a se stessi: Io sono inutile, a me e agli altri.
Forse non comprenderà perciò quello che io senta.
ADOLFO Oh! me lo dica! di certo la comprenderò.
ELENA Dovrebbe avere già compreso! A che cosa servo io in questa vita? A chi? Ragazzina, io pensavo che la vita avesse ad essere ben diversa per me.
Mi vedevo attiva, tendente a qualche scopo, o aiutando qualcuno a raggiungere qualche scopo.
Già allora sentiva che quando mi vedeva troppo utile, necessaria, era una sciocca illusione da cervello giovine.
Ma cosí, cosí, inutile, vivente solo per vivere, no, non poteva mai credere di divenire.
ADOLFO (sorridendo).
In verità, non so risolvermi a vederla inutile.
ELENA E a chi sono utile? A me? Io mi annoio, mi annoio tanto, sempre.
Figli, la natura mi volle negare.
Mio marito, per me, a dirittura non esiste che in quanto mi annoia.
(Si sente un piccolo rumore nel gabinetto.)
ADOLFO Sia utile a me se ha bisogno di essere utile a qualcuno.
Ma non sa che tutto il mondo desidererebbe di avere vantaggi da lei? (Le bacia la mano.) Senta, io il suo sentimento non lo provai giammai ma me ne posso figurare l'intensità da un sentimento simile che io provai di spesso e provo.
Io sento il bisogno di venir appoggiato, di venir aiutato, di venir amato infine.
Io lavoro, penso, e non ho nessuno che a questi miei lavori, pensieri, prenda parte.
Sarà sentimento da fanciullo ma io con orrore mi avvio alla carriera che mi sono scelta perché penso che il giorno in cui sdrucciolassi, diventassi ridicolo, non vi sarebbe nessun