COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 8
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Io penso che tu scherzi.
ALBERTO E tu pensa ciò che vuoi.
Io so intanto che le leggi dell'eredità vennero scoperte sulle bestie.
Pochi matti si sono azzardati applicarle all'uomo.
Senza fare eccezioni si ammisero per i cavalli e si capisce, perché là la potenza che possiamo esercitare mediante l'educazione è minima; ma per l'uomo nel quale esiste il volere, la potenza modificatrice per eccellenza, la legge patisce tante eccezioni che diventa eccezione essa stessa.
REDELLA Ah! bah! tu sragioni! tu cadi nell'errore fondamentale antropocentrico.
ALBERTO Tu sragioni! Presuppone la mia osservazione che l'uomo sia il centro della creazione? No, ma senza dubbio l'uomo oggidí è diverso dalle bestie; ha facoltà di cui in alcune di esse v'è tutt'al piú rudimenti.
Ogni cosa diversa merita trattamento diverso o che con questo metodo finiremo con l'adoperare 300 gradi di calore per sciogliere il burro perché cosí facciamo per liquefare metalli.
REDELLA L'esempio non calza.
Vi sono leggi applicabili a tutte le cose, vi sono leggi applicabili agli esseri organici, altre ve ne sono per gli esseri viventi ed infine alcune per gli uomini soltanto.
Questa mania di accomunare le cose non l'ha certamente la scienza.
Non divagare! La scienza ti dice: Questa è una legge generale applicabile a tutti gli esseri viventi e tu, se lo puoi, attaccala; ma non attaccarne una che essa non ha posta; perché essa non asserí giammai che si debba sciogliere il burro a 300 gradi.
ALBERTO Era dato a guisa di esempio.
Io non aveva altro a dirti all'infuori che io non credo alle vostre leggi, alle vostre osservazioni, alle vostre statistiche.
Le leggi le ponete ben grosse, importanti, e piú diversificano dal comune modo di pensare piú vi piacciono.
Le vostre osservazioni le fate attraverso alle lenti dei vostri pregiudizi facendo precedere la sintesi all'analisi.
Le vostre statistiche mi fanno ridere.
REDELLA E perché signor mio?
ALBERTO Perché voi studiate gli atti degli uomini e non gli uomini.
A te sembra la medesima cosa l'atto che commette l'uomo e l'uomo stesso?
REDELLA Non ho mai detto questo.
L'uomo è l'antecedente! Il fatto è la conseguenza del fattore.
ALBERTO Sei troppo esplicito carissimo.
Non è vero, l'idea della palla per te va intimamente congiunta a quella del rotolare?
REDELLA Senza dubbio!
ALBERTO E quella del corpo a base piana a quella della fissità?
REDELLA Senza dubbio!
ALBERTO Ebbene, prendi un corpo piano e ponilo su di un'erta tale che perda l'equilibrio e rotolerà.
Prendi la palla, ponila su un piano orizzontale e starà ferma.
Dunque il fatto casualmente può essere del tutto diverso da quello che si prevedeva dopo studiate le qualità di un corpo.
REDELLA Ciò è molto sottile, tanto sottile che credo non basti condurti a conclusioni maggiori.
ALBERTO No, perché la conclusione massima è già fatta.
Io dico che l'uomo può essere un corpo rotondo ad una base piana.
Tende a rotolare, a fare del male supponiamo, o tende a star inerte sulla via prescrittagli dalla legge; invece, se tende a stare inerte capita in posizione verticale e precipita, se tende a rotolare il piano orizzontale glielo impedisce.
REDELLA Ah! Ah! quali sciocchezze!
ALBERTO Non ridere perché il tuo riso non mi convince.
Del resto non mi convincerebbero nemmeno i tuoi argomenti.
È dunque inutile che discutiamo; io mi tengo la mia convinzione, tu tienti la tua.
REDELLA Ma la tua è una convinzione sciocca; tu, lasciatelo dire, sei moralmente decaduto.
Che l'amore ti avesse posto in questo stato?
ALBERTO (con violenza).
Che c'entra qui l'amore? Oh! l'amore all'umanità sí! Dacché mi si aprí la mente a riconoscere la verità, davvero che mi sento migliore, e piú libero.
REDELLA Migliore può essere! Hai riacquistato la bontà dell'ignorante! Ti sarà riservato un posto nel regno dei cieli.
(Poi.) Davvero che provo un reale dolore al vederti in questo stato.
Io ti voglio bene! È impossibile lasciarti nei paradossi in cui ora navighi a gonfie vele.
ALBERTO Non curarti di me! Io ora sono felice!
REDELLA Ma anche per amore della scienza io non posso lasciar vituperare la statistica in questo modo.
ALBERTO Basta! Basta!
REDELLA Mi lascerai finire? Io ho il dovere di parlare.
Sappi che la statistica non viene mica condotta tanto superficialmente quanto tu credi.
Se un uomo commette un delitto, la statistica raccoglie tutti i dati che può ottenere intorno a quest'uomo e distingue l'uomo che ruba il pezzo di pane quando ha fame da colui che lo ruba per rubarlo.
ALBERTO Insomma io non vi credo.
REDELLA Ma sei impazzito? (Dopo una piccola pausa.) Eppoi anche chi ruba per bisogno modifica in tale modo l'organismo che alla seconda generazione anche non essendovi il bisogno potrà comparire il delitto.
È precisamente il corpo a base piana che rotolando si arrotonda.
ALBERTO Sogni sono questi!
REDELLA (adirato).
Carissimo mio capisco che con te è fiato sprecato.
Per tuo bene però ti consiglio di studiare il carattere dei nonni quando comperi cavalli e pel bene dei tuoi figliuoli dei genitori quando prendi moglie.
ALBERTO (agitatissimo).
Tu mi consigli questo? Bada Redella che io principio a credere che tu voglia offendermi.
REDELLA Io offenderti?
ALBERTO Certe allusioni non le so sopportare.
REDELLA Allusioni? (Dopo un istante di esitazione rimane confuso.) Principio a comprendere.
(Pausa.)
ALBERTO (accorgendosi che Redella ha capito).
Hai veduto quale angolo facciale, quale occhio diritto, quale voce incorrotta e tono eguale?
REDELLA Certamente! Hai ragione! Io sono stato un po' ingiusto! Sai come è nelle discussioni che si vuole mantenere il proprio punto.
La teoria dell'eredità ammette ogni dubbio! Altro che ne ammette!
ALBERTO Vedi che ti ho convinto?
REDELLA (un istante ripugnante).
Convinto? Eh! certamente! Sono convinto, convinto, convinto.
Addio Alberto e sii felice!
ALBERTO Felice? Lo sarò certamente! Dovrai fra qualche settimana rifare la tua strada per venire ad assistere al mio matrimonio.
REDELLA Con tutto il cuore se avrà tempo.
ALBERTO Dunque accetti il mio sistema? Rinneghi almeno in gran parte l'atavismo?
REDELLA Cosa c'entra qui l'atavismo? Senti, Alberto, una mia idea.
Dalla creazione del mondo in poi vi sono stati tanti malfattori che sarebbe impossibile trovare per sposa una donna di cui qualche antenato non lo sia stato.
ALBERTO Io non abbisogno di questa osservazione; dopo studiato l'oggetto stesso non m'interessa piú la sua derivazione.
Questa è la mia teoria.
REDELLA Mi comunicherai esattamente il giorno in cui avverrà il tuo matrimonio?
ALBERTO Certamente!
REDELLA Addio Alberto mio! (Si abbracciano.)
ALBERTO Addio! (Redella via.) Anna! Anna!
Viene Anna e rimane esitante sulla soglia.
ALBERTO (le prende una mano e si inginocchia).
Perdonami! perdonami!
ANNA Se ti perdono? Ma sei convinto, sei sicuro che formi con me la tua felicità? Hai intera fiducia in me?
ALBERTO Oh! intera! intera!
ANNA (dubitando).
Bada, Alberto, siamo ancora in tempo!
ALBERTO Per far che? Per far che? Io non ti avrei abbandonata mai piú! nemmeno se avessi ancora continuato ad avere quelle convinzioni esagerate! Guarda! raramente per la mia felicità ho da ringraziare qualcuno all'infuori di me stesso! Quando ciò mi accade, dal mio cuore esce come un inno di ringraziamento alla natura.
Ecco! Deploro che tu non possa udire quell'inno di gioia che ora vi sorte per averti incontrata la prima volta per caso.
Ti rammenti? Alla stazione.
CALA LA TELA
Il ladro in casa
Scene della vita borghese
PERSONAGGI
CARLO
FORTUNATA, moglie di Carlo
OTTAVIO (decenne) loro figlio
ELENA
CARLA
IGNAZIO
MARCO, zio di Ignazio
EMILIO
EMILIA, serva di Carla
CATINA, serva di Carlo
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ELENA, CARLA e OTTAVIO
CARLA (che sta abbigliando Ottavio).
Cosí oggi farai delle conquiste...
OTTAVIO (durante una lunga pausa si guarda i pantaloni).
Delle conquiste...
giusto...
giusto...
non me ne importa...
ELENA La risposta si è fatta attendere...
OTTAVIO (a Carla).
Guarda, se ho fuori la camicia di dietro...
CARLA Bello! Bello! Io direi di prenderti una cameriera.
(Lo aiuta.)
ELENA Io, per esempio non gli avrei mai permesso di prendersi tanta libertà da darmi degli ordini...
OTTAVIO Lei...
taccia, lei!
ELENA E perché ho da tacere, mio bel bimbo?
OTTAVIO ...
perché lei non c'entra...
ELENA (alza le spalle; poi a Carla).
E tu non sei ancora abbigliata? Davvero, non sembrerebbe che oggi tu abbia a ricevere per la prima volta lo sposo.
CARLA E dove ho da trovare il tempo per vestirmi? Mi son levata alle nove, un po' per servire Fortunata...
un po' per vestire questo "mulo"...
OTTAVIO Chi è "mulo"?
CARLA Non parlavo con te.
ELENA E adesso non sei capace di ribellarti? Fra pochi giorni non avrai piú bisogno di loro...
CARLA Appunto perciò non merita fare baruffa...
ELENA Intanto una persona che ha un po' di sangue nelle vene, si vendica.
CARLA (ad Ottavio).
Cosí...
Adesso puoi andartene!
OTTAVIO No, resterò ancora un poco qui.
CARLA Non parlare davanti a lui che riporta tutto alla sua mamma...
ELENA Principierai, per esempio, prima di abbandonare la casa col dare una buona lezione a questo malcreato.
OTTAVIO Cosa farebbe lei?
ELENA Nulla! (Con gesto espressivo.) Un movimento di mano su e giú Piff! Paff!
OTTAVIO Io le permetto di provare, se vuole!
ELENA Ah, vuoi lottare con me? Vediamo! (Gli prende le braccia e gliele tiene ferme.)
OTTAVIO Io...
(Lottando e sbuffando.) Io le rompo il muso!...
ELENA Ah, mi rompi il muso, manigoldo! (Lascia andare il braccio e gli dà uno schiaffo, poi lo riprende.)
OTTAVIO (c.s.) Stia attenta!
ELENA (ripete diverse volte il giuoco, c.s.).
A che cosa devo stare attenta?
OTTAVIO (piangendo e gridando).
Mi lasci! Mi lasci! Ma mi lasci! (Si svincola piangendo.) Villanaccia!
CARLA Ah, perché bastonarlo?
ELENA Digli che stia zitto o che ripeta il giuoco.
Ma faccio processo corto! Vieni un po' giú, vieni! che almeno ci lascieranno quiete!
CARLA Ma ho da vestirmi!
ELENA Ti vestirai dopo.
Anche cosí egli non ti troverà brutta.
(Via con Carla.)
SCENA SECONDA
FORTUNATA ed OTTAVIO
OTTAVIO (piange.
Quando vede Fortunata, si mette a piangere piú forte.)
FORTUNATA (spaventata).
Che hai, Ottavio? Sei caduto? (Chiamando.) Carla! Carla! Dove ti sei fatto male? (Scotendolo.) Ottavio! Ottavio!
OTTAVIO Non sono caduto...
Mi hanno bastonato! (Piangendo forte.)
FORTUNATA Chi ti ha bastonato? Su, dimmi, chi? Carla, forse?
OTTAVIO No, non Carla.
FORTUNATA Papà?
OTTAVIO No, la signora Elena.
FORTUNATA La signora Elena?!
OTTAVIO Sí, mi ha schiaffeggiato.
FORTUNATA Ma perché, perché?...
OTTAVIO Per nulla.
FORTUNATA Tu le avrai detto qualche insolenza...
OTTAVIO No, loro me ne hanno dette a me.
FORTUNATA Chi, loro?
OTTAVIO Carla mi ha detto...
"mulo".
SCENA TERZA
CARLO e DETTI
CARLO Mulo, perché?
FORTUNATA Non è una cattiveria? L'ultimo giorno che appartiene ancora alla nostra famiglia!
CARLO Ma tu per primo le avrai detto qualche insolenza.
OTTAVIO No, io, nulla.
La signora Elena diceva che prima di uscire da questa casa si sarebbe vendicata...
FORTUNATA Vendicata di che cosa?
OTTAVIO Di te, mamma, di me...
FORTUNATA Che cosa abbiamo fatto noi alla signora Elena?
OTTAVIO (impazientito).
No, non la signora Elena! Diceva che se lei fosse stata Carla si sarebbe vendicata.
CARLO Dov'è Carla?
OTTAVIO È andata al primo piano.
FORTUNATA Guarda, ha marcato sul viso tutte le cinque dita!
CARLO (chiamando).
Catina!
FORTUNATA Che cosa vuoi da Catina?
CARLO Che vada a chiamare Carla.
FORTUNATA Catina si sta vestendo.
E poi che cosa vuoi dire a Carla?
SCENA QUARTA
CARLA e DETTI
CARLA Ho inteso fino in primo piano le grida di Ottavio.
Che cosa è accaduto?
FORTUNATA Fa lo gnorri, carina, che ti sta tanto bene! Eri presente e non hai saputo impedire che la signora Elena lo bastonasse.
CARLA Eh, bastonasse! L'ha appena toccato! Sapete ch'è smorfioso.
OTTAVIO Eh, già smorfioso! Vorrei che le avessi pigliate tu! (Piange.)
CARLA Ma io non l'ho bastonato! Che c'entro io! Rivolgetevi ad Elena.
CARLO (mite).
Potevi però impedire ch'Elena lo bastonasse...
CARLA Credevo che scherzassero da principio.
Lottavano ed egli non piangeva.
OTTAVIO (singhiozzando).
Causa tua! Hai detto che dinanzi a me non si può parlare di nulla, perché lo riporto alla mammina...
CARLA (arrossendo).
L'ho detto cosí...
non mica perché mi sarebbe dispiaciuto che riportasse qualche cosa!...
Sapete che tra amiche si hanno tante cose da raccontarsi!
FORTUNATA Immagino quello che queste amiche si raccontano!
CARLA Non puoi immaginarlo.
FORTUNATA Non credevo di doverti rimproverare ancora oggi la tua ingratitudine.
Vieni, Ottavio! (Lo trascina via.)
CARLA Tu, poi, quando tua moglie ha parlato, non c'è piú verso di convincerti...
CARLO Tu sei cattiva! È inutile che perdiamo parole su questo argomento! Va ad aiutare Fortunata a finir di preparare la stanzetta qui accanto.
Qui firmeremo il contratto.
(Carlo via.)
SCENA QUINTA
EMILIO e DETTO
EMILIO (entrando).
Buon giorno.
Ha veduto mia moglie?
CARLO (ridendo).
Era qui poco fa, ma credo che adesso sia discesa.
EMILIO Perché ride?
CARLO Perché la signora ha lasciato tracce del suo passaggio.
EMILIO Quali tracce?
CARLO Ha bastonato il mio figliuolo.
EMILIO Ah! E cosa dirà la signora Fortunata?
CARLO Ha già detto, e speriamo che non dirà piú nulla.
EMILIO Io le chiedo scusa.
CARLO Oh, non ne vale la pena! Obbligherò io Ottavio a chiedere scusa alla signora Elena.
EMILIO Questo poi no.
Senza nulla sapere della questione fra suo figlio e mia moglie, penso che mia moglie abbia avuto torto.
CARLO Badi che riporterò questo suo giudizio alla signora Elena!
EMILIO (indifferente).
Faccia pure.
(Guarda l'orologio.) A che ora firmano il contratto?
CARLO Appena dopopranzo, sa.
Questa mane voglio trattare io con lo zio dello sposo avendo da porre alcune condizioni.
EMILIO Allora per questa mane non ha bisogno di me?
CARLO Bisogno no.
Ma avrei piacere che rimanesse a farmi un po' di compagnia.
EMILIO Mi dispiace, ma non posso! Questa mattina andrò a lavorare e dopopranzo verrò qui.
CARLO So già quale sacrificio lei fa dedicandoci un po' del suo tempo prezioso!
EMILIO Oh, col sommo piacere! La saluto!
SCENA SESTA
ELENA e DETTI
ELENA Dove vai, adesso?
EMILIO Giú nel mio stanzino.
ELENA Va pure.
EMILIO (piano ad Elena, imperativo).
Dopo vieni nel mio studio.
Ho da parlarti.
ELENA (fingendo indifferenza).
Va bene.
EMILIO A rivederci.
(Via.)
ELENA (a Carlo).
La prego, senta.
Prima il suo figliuolo mi ha detto qualche insolenza e mi sono lasciata trascinare.
Mi scusi, la prego, e dica a sua moglie ch'è stato un momento di dimenticanza che non avrei dovuto avere.
Lo ha raccontato a mio marito?
SCENA SETTIMA
FORTUNATA e DETTI
ELENA Buon giorno, signora.
FORTUNATA Signora, perdoni la libertà, ma non permetto che altri tocchino i miei figliuoli...
ELENA Ne parlavo appunto al signor Carlo.
FORTUNATA Se io voglio castigarlo son padrona; lei sa che non ha questo diritto e non so come spiegarmi il fatto che lo abbia dimenticato...
ELENA Le chiedo scusa.
Mi sono lasciata trascinare e le chiedo scusa.
Se vuole vendicarsi, bastoni me!...
FORTUNATA (rabbonita).
Sa, signora, Ottavio è un ragazzo cosí debole che fino a un anno fa lo credevamo malaticcio.
Ora è un po' rimesso, ma gli usiamo ogni cura.
È per questo...
(Si stringono la mano.)
CARLO Non credevo che finisse tanto presto.
(Si sente il campanello.
A Fortunata.) Va a chiamare Carla!
ELENA Permetta che vada io! È nella sua stanza, nevvero?
FORTUNATA Sissignora.
Chissà se sono loro! (Elena via.
Fortunata e Carlo vanno alla porta.)
SCENA OTTAVA
MARCO, IGNAZIO LONELLI e DETTI
CARLO Si accomodino, signori!
IGNAZIO (ridendo).
Hi, hi! Piuttosto, non si scomodino loro! La signora, poi!...
(Entrano.
Carlo porge delle sedie; Ignazio guarda attorno.)
CARLO Carla verrà subito.
(Presentando.) Mia moglie Fortunata, il signor Marco Lonelli, il signor Ignazio lo conosci già...
(Tutti s'inchinano.)
MARCO (non avendo inteso, in atto di domanda).
La signora?
IGNAZIO (gridando).
La signora Fortunata.
Mio zio è un po' duro.
(Mostrando l'orecchio.)
MARCO Avevo inteso, però, un nome piú lungo...
IGNAZIO Hi, hi...
Erano i nostri nomi...
Il signore ci presentava...
CARLO Una bella giornata, oggi.
IGNAZIO Sí, però un po' caldo...
FORTUNATA Strano! Invece io ho un po' freddo...
IGNAZIO Ognuno sente diversamente.
(Gridando.) Mio zio poi ha sempre freddo.
MARCO Ohibò! Anzi, ho sempre caldo.
Qui per esempio fa molto caldo.
Questa stanza è posta a mezzodí?
CARLO No, signore.
(Poi piú forte.) No, signore.
SCENA NONA
CARLA, ELENA e DETTI
CARLO (andando loro incontro).
Oh, finalmente! (Presentando.) Mia sorella Carla, la signora Elena Morfi.
Il signor Marco Lonelli (Complimenti.)
CARLA (a Ignazio) Perché grida tanto Carlo?
IGNAZIO Lo zio è un poco sordo.
CARLA Poveretto!
MARCO (andando da Ignazio).
Quale delle due è la tua sposa?
IGNAZIO Hi, hi! (Fa un piccolo segno verso Carla.)
MARCO Signorina, finora io ho fatto da padre ad Ignazio.
Spero che d'ora innanzi, anziché uno avrò due figliuoli.
CARLA (imbarazzata).
Grazie! (Lunga pausa.)
ELENA (tossendo).
Una bella giornata quest'oggi.
IGNAZIO Hi, hi, hi! Tanto è vero che anche il signor Carlo lo aveva osservato.
CARLO Oggi, signori, mi favoriranno a pranzo e dopo firmeremo il contratto.
IGNAZIO Senza chiedere il permesso a mio zio, accetto per me e per lui.
Hi, hi, hi! Zio, il signor Carlo c'invita a pranzo...
MARCO (inchinandosi).
La ringrazio, molto.
Ma ho già un precedente impegno.
IGNAZIO Ma è che appena dopopranzo firmeremo il contratto.
MARCO Lo so.
Allora ritorneremo dopopranzo.
CARLO Mi dispiace di non averli avvertiti prima.
Lei, almeno, rimarrà.
IGNAZIO (accettando).
Mille grazie.
ELENA (ridendo).
Badi che qui al venerdí si mangia di magro.
IGNAZIO Hi, hi, hi! Cosa fa? Mangerò di magro.
(Guardando Carla.) Già mi è indifferente, perché ho paura che non mangerò nulla.
CARLO Non è mica causa mia che mangiamo di magro il venerdí.
È un'abitudine importata in famiglia da mia moglie.
Io non credo affatto.
FORTUNATA Come, causa mia? A me non importerebbe affatto.
Son tutte fiabe.
IGNAZIO Allora causa sua, signorina.
CARLA (ridendo).
Ha!
IGNAZIO Ma di chi allora? Hi, hi, hi!
CARLO È l'abitudine.
Mio padre, poveretto, mangiava di magro il venerdí.
Io mi sono abituato da bambino.
Dopo, quasi per pregiudizio, ho mantenuto l'uso.
IGNAZIO Dunque, lei crede.
CARLO Ah, niente affatto.
IGNAZIO Allora lei non crede, ma mangia di magro, il venerdí.
In casa di mio zio si mangia di magro, perché cosí vuole la cuoca.
TUTTI La cuoca?!
MARCO La cuoca?
IGNAZIO Dicevo che lei, zio, ha un magnifico cavallo.
MARCO Ah, sí.
Bellissimo! Mi è costato un occhio della testa.
CARLO Ma perché il signor zio non usa una tromba?
IGNAZIO (gridando).
Il signor Carlo domanda, perché lei non usa una tromba.
MARCO (violento).
Neanche per idea! Sarebbe bello veder penzolare dall'orecchio quel coso lungo!
IGNAZIO Nemmeno la sua cuoca ha potuto ancora convincerlo di portarla.
Hi, hi, hi! (Nessuno ride.
Imbarazzo generale per alcuni secondi.
Egli se ne accorge.) Mica che ci sia da pensar male! Solamente scommetto che da qui ad un mese mio zio porterà la tromba.
Hi, hi!
CARLO (traendo in disparte Ignazio).
Potremmo noi parlare un poco seriamente a quattr'occhi? Vuole?
IGNAZIO Ha da dirmi qualcosa, signor cognato...
futuro?
CARLO Sí, con mio dispiacere.
IGNAZIO Del matrimonio?
CARLO Mah!...
Circa.
IGNAZIO Allora, parli con mio zio.
CARLO Credendo di poterlo fare, finora non mi rivolsi a lei.
Ma ora mi pare che sia difficile...
(Imbarazzato guarda Marco.)
MARCO Comandi?
FORTUNATA (gridando).
Vuol vedere la nostra casa?
MARCO (alzandosi).
Sí, signora.
CARLO Dopo puoi rimanere coi signori qui, nella stanzetta qui accanto.
FORTUNATA Io la precedo.
(Via con Marco.)
ELENA E loro, signori, non vengono?
CARLO Verremo subito.
IGNAZIO (piano a Carla conducendola alla porta).
Procurerò di sbrigarmi al piú presto da questa seccatura.
Seccatura...
non mica, perché ho da stare con suo fratello, ma perché starei piú volentieri con lei.
(Carla via.)
ELENA (a Carlo).
È stato sprecato poco spirito in questo primo incontro.
Non ha ragione di offendersi, per questa osservazione, perché c'ero anch'io.
CARLO Da questa riunione attendevamo non spirito, ma felicità.
ELENA Ben venga la felicità, ma che non sia una felicità troppo noiosa.
(Via.)
CARLO Pettegola!
SCENA DECIMA
IGNAZIO e CARLO
IGNAZIO Gridando un poco si poteva però parlare anche con lo zio.
CARLO Vado soggetto a mali di gola.
IGNAZIO Peccato che siano morti tutti gli altri miei zii.
Ne avevo tre da parte materna.
Adesso, carissimo cognato, ché credo poterti già chiamare cosí, ti faccio una proposta: Diamoci del tu.
Si può parlare meglio ed è piú affettuoso.
(Gli offre la mano.)
CARLO (stringendogliela).
Grazie, era anche mio desiderio.
IGNAZIO E veniamo al fatto che di là ci aspettano.
CARLO Si tratta di una piccola questioncella d'interesse.
IGNAZIO (con una smorfia).
S'è piccola, non fa nulla.
CARLO Oh, piccolissima! Almeno credo.
Come forse saprai ho da dare in dote a mia sorella ventimila franchi.
IGNAZIO (s'inchina).
CARLO Di questi ventimila franchi, diecimila ci devono venir pagati sopra una polizza di assicurazione fatta dal nostro povero padre.
Gli altri diecimila li ho io, e, finora, come ne ho diritto, fino al dí dopo il matrimonio di Carla, li ho adoperati nel mio commercio di legnami.
Dei miei affari non mi ho da lagnare; mantengo benino la mia famiglia, non le faccio mancar nulla e posso portar alta la testa, perché non feci giammai cattiva figura.
IGNAZIO Lo so.
Ognuno lo sa.
CARLO Io posso pagare i diecimila franchi.
Quando vuoi, magari subito.
Ma vediamo un poco.
A che cosa ti servirebbero? Tu hai la bottega ben avviata, a quanto mi hai detto tu stesso, e capitali sufficienti.
Hai anche un ramo in cui piú del necessario non occorre, poiché non hai da fare contratti come me, che talvolta ascendono a somme che eguagliano tutto il mio avere, né da fidare.
Ho da farti una proposta.
Lasciali a me quei fondi, e io ti pagherò un interesse del sei per cento all'anno.
Dimmi un chiaro sí o no, senza titubanze.
Mi pare che nemmeno tu non ne ricaveresti tanto.
Vuoi? A me non importa tanto, perché capirai che per diecimila franchi non mi rovino.
Faccio la proposta per vostro bene, perché cosí investite un capitale in modo sicuro e conveniente.
IGNAZIO Se non te ne importa tanto, non ho allora nessun ritegno di confessartelo.
Anche a me quei diecimila franchi starebbero bene.
CARLO E perché farne?
IGNAZIO Eh, lo sai tu pure che ti è toccato metter su casa tua propria.
Sono cose che costano.
CARLO Ma i diecimila franchi...
IGNAZIO (con segno di sprezzo).
Pf!...
CARLO (turbato).
Ne aggiungerò quattromila.
IGNAZIO No, perché? Dammeli tutti.
CARLO (piú sostenuto).
Bene, come vuole.
Ho solamente da aggiungere una cosa.
Il matrimonio non si farà che da qui a sei mesi.
IGNAZIO Non avevamo già stabilito che doveva aver luogo fra un mese?
CARLO Ora lo dilazioniamo.
IGNAZIO Ma io desidererei di sposarmi fra un mese, e anche Carla.
CARLO Lei sa che sono il tutore di Carla.
Ho almeno il diritto di fissare l'epoca del matrimonio.
IGNAZIO Ma perché, perché?
CARLO Carla è giovanissima e può attendere.
IGNAZIO Sei mesi non contano mica tanto nella vita di una ragazza.
CARLO Allora le dirò semplicemente e francamente il perché di questo mio desiderio.
Io le ho detto che il mio negozio va bene, ed è vero, ma prima di sei mesi io non posso pagare i diecimila franchi.
IGNAZIO E non può farseli prestare? Un uomo come lei troverà sempre credito per diecimila franchi.
CARLO Non è facile come a lei sembra, e poi...
non so perché lei avrebbe ad essere tanto dispiacente per una dilazione di sei mesi.
IGNAZIO Oh, è noioso.
Molto piú noioso di quello che crede.
Mi permette di parlare un momento con Carla?
CARLO Sí.
Però a Carla devo dire prima io qualche cosa.
Oh, appena un minuto! (Via con Ignazio.
Dopo un istante ritorna con Carla.)
SCENA UNDICESIMA
CARLA e CARLO
CARLA Siete d'accordo?
CARLO Ah, che d'accordo! Senti, credi, nevvero, che il signor Ignazio ti voglia sposare per amore? Ebbene, t'inganni.
È per interesse.
CARLA Perché mi dici questo?
CARLO Tu sapessi con quale impudenza...
come parlava francamente quasi si trattasse di un semplice affare! Se tu fossi stata dietro quella porta, non lo sposeresti piú.
CARLA Ma cosa ha detto?
CARLO (abbracciandola).
Tu mi vuoi bene, nevvero? Devi ora salvarmi la vita.
Tu sai che non sono ricco.
Mi vedi talvolta addirittura affranto dai pensieri e mi hai udito raccontare a Fortunata quanto mi costi mantenere con decoro la mia famiglia e far fronte a tutti i miei impegni.
Ho ventimila franchi tuoi, ma almeno pel momento non li posso dare tutti.
CARLA E come farai?
CARLO Io ho fatto tanto per te che ti domando questo favore senza timore che me lo neghi, perché alla fin dei conti è tuo dovere il farlo.
Carla, tu sei giovane.
Quei piccoli litigi che hai avuto con noi perché sono recenti, ti fanno piú impressione dei benefici che hai da noi ricevuto.
Quand'eri ancora ragazzina, orfana ti presi con me e ti fui padre.
Io non fui mai giovanotto causa tua, perché a diciotto anni io dovevo già pensare ad una famiglia.
Eri tu.
Poi, naturalmente, ebbi anch'io un'altra famiglia, ma non per questo diminuí l'affetto che sempre ti portai.
Ti vidi talvolta vendicativa, astiosa.
Dal primo momento in cui Fortunata entrò in questa casa, tu non avesti per essa un segno di affetto.
Pensai, naturalmente, che tu non mi volessi piú bene...
CARLA Oh, a te ho sempre voluto bene.
CARLO Ma non me lo hai dimostrato.
Un giorno ti trovai là sulle scale con Lonelli.
Invece di dirgli come una ragazza per bene: Va, rivolgiti al mio tutore, tu facevi all'amore come usa la gente bassa.
Era come un segno di diffidenza verso di me; era come se tu avessi detto: La felicità mia devo cercarla io.
CARLA Oh!
CARLO Non protestare! Un giorno me lo dicesti che io non avevo tempo di pensare a te.
CARLA Non mi rivolgevi da un mese la parola.
CARLO Perché avevi litigato con Fortunata.
Ma vedi come ti eri ingannata sul mio conto.
Io chiesi informazioni su questo giovane e non l'ebbi cattive.
Dicevano ch'era di famiglia onesta, che lavorava tutto il giorno e che solo alla sera faceva un po' il discolo.
Ma tutti a quell'età lo fanno, meno io per tuo riguardo.
Lo invitai in casa.
Invitai poi anche lo zio per giungere presto alla conclusione.
Ebbene, a mio credere questa conclusione è impossibile.
CARLA Ma perché?
CARLO Io ho sposato Fortunata povera senza ricevere un centesimo dai suoi parenti.
Il signor Lonelli non vuole soltanto la dote, ma la vuole subito.
CARLA Ah!
CARLO In buona fede gli proposi di lasciare da me il capitale, e gli avrei pagato un grosso interesse.
Non volle.
CARLA Ma ti disse la ragione?
CARLO No, semplicemente non vuole.
A te, Carla, non mancheranno buoni partiti, migliori di questo.
In nome dei nostri genitori lascia ch'io rompa questa relazione.
Non può apportarti che del male.
Io potrei comandare in nome dei nostri genitori, ma voglio lasciarti libera la volontà.
Guarda, è presto fatto.
Tu ti ritiri ed io vado a congedare quei signori.
(Si avvia e si ferma presso la porta.) Sí?
CARLA No no, te ne prego! Cosa disse, quando gli proponesti di trattenere il denaro per qualche mese?
CARLO ...
che non può.
CARLA E null'altro?
CARLO (asciugandosi la fronte).
È difficile convincere una ragazza incapricciata! Te, poi, che sei stata sempre tanto ostinata, impossibile! (Voltandosi in fondo, freddamente.) Fa quello che vuoi.
CARLA Invece di arrabbiarsi pensiamo assieme come si potrebbe fare...
CARLO Cosa fare?
CARLA Ho un'idea.
Lascia ch'io parli con Lonelli.
CARLO (irritato).
Cosí sei fermamente decisa di sposare quest'individuo!...
CARLA Lascia ch'io parli con Ignazio! Vedrai ch'io farò in modo che sarai contento.
CARLO Io sarei contento, se tu non parlassi piú affatto col signor Lonelli.
CARLA A questo non pensare...
CARLO Eh, tu lo sai, che fra pochi mesi, diventando maggiorenne, ti potrai togliere a questa mia insopportabile tirannia...
CARLA Vedrai che Ignazio non è cattivo quanto a te sembra.
CARLO Vedremo.
E tu vuoi indurlo a rinunciare a parte della dote per sei mesi?
CARLA Sí, e credo basti una mia sola parola.
CARLO Allora, vedremo.
(Via.
Poco dopo entra Ignazio.)
SCENA DODICESIMA
IGNAZIO e DETTA
IGNAZIO Sai, che per quanto non sembri, tuo fratello è un buon diavolo? Mi manda di qua.
Io vengo a malincuore credendo di trovare il notaio, ed invece trovo il mio bocconcino.
(Le prende le mani e la fa sedere.)
CARLA Mio fratello è molto adirato con te.
IGNAZIO Oh, via! Non parliamo noi due di affari d'interesse! Non ci mancherebbe altro! È già molto che lo sposo vi sia costretto.
CARLA Tu non mi vuoi tanto bene quanto dici.
(Egli la bacia.) No, perché se me ne volessi tanto lascieresti correre e non ti ostineresti tanto su di una questione d'interesse.
IGNAZIO Ah, carissima la mia sposina! Grandiosi possono essere quelli che hanno il padre che li costringa, poveretti, a tutelare il loro interesse.
Ma io, anzi noi due, perché non è solo per me che parlo, dobbiamo vederci dentro da noi.
Non possiamo assumere l'aria di eroi da romanzo, che a voi ragazze piace tanto.
Non vi è nessuno che pensi per noi al futuro.
Mio zio per non essere seccato non vede l'ora di firmare il contratto.
CARLA Ma a me non importa nulla!
IGNAZIO Vedi, dunque, che sono il solo che ancora si occupi di queste bazzecole.
Adesso non te ne importa; ma vorrei vedere il tuo viso nel giorno in cui a casa non ci fosse da mangiare!
CARLA (offesa).
Oh, ma come parli! Io non ti riconosco piú.
Qui non c'è nessuno che ti voglia derubare! Mio fratello per pagare la dote vuole una dilazione di sei mesi.
Mi pare che gliela puoi accordare.
IGNAZIO Se avessi a rimanere celibe, per far piacere ad un cognato, gli abbandonerei, non diecimila, ma il doppio, per sempre...
Ma adesso si tratta di te, si tratta di una famiglia a cui ho da pensare.
CARLA Temi che Carlo non te li restituisca?
IGNAZIO Questo precisamente no.
Ma bisogna che tu consideri che, se tuo fratello, una delle prime ditte della città, si trova in difficoltà per sborsare diecimila franchi, a me, piccolo mercantuzzo è impossibile sborsare quella somma.
CARLA E come facevi prima?
IGNAZIO M'ingegnavo come potevo, ma avevo sempre sul capo la spada di Damocle.
Allora potevo arrischiarmi di starci sotto, ma ora una disgrazia sarebbe la morte, perché prima di veder te in miseria mi ucciderei.
CARLA Ti uccideresti per me?
IGNAZIO (abbracciandola).
Che domanda!
SCENA TREDICESIMA
CARLO e DETTI
CARLO Di là sono meravigliati della vostra lunga assenza.
Avete finito?
IGNAZIO Mi pare di sí.
Io vado intanto a tranquillizzare le signore.
(Via.)
CARLA Pare che gli occorra, proprio, quella somma.
Mi disse che non può farne a meno.
CARLO Cosí tu trovi ch'egli ha ragione, ed io torto.
Capisco.
CARLA Dice che ad una delle prime ditte della città sarebbe facile trovare un tale importo.
CARLO Vi sposerete il giorno preciso in cui tu sarai maggiorenne.
Giacché debbo sborsarli, questi denari, non preoccuparti, se mi riuscirà facile o difficile di trovarli.
A te importa di avere la tua dote in tempo utile.
Ora guarda di là se il pranzo è pronto e finiamola.
(Carlo via.)
SCENA QUATTORDICESIMA
ELENA e DETTO.
Poi FORTUNATA
ELENA Dov'è Carla, per piacere?
CARLO In cucina, credo.
ELENA La saluti per me.
Devo andare giú, perché è tardi.
Come le piace lo sposo? Che fortuna per Carla! Le mie sincere congratulazioni! (A Fortunata che entra.) Buon giorno, signora! (Via.)
FORTUNATA Hai parlato per quell'affare, nevvero?
CARLO Sí, e inutilmente.
Da qui a due mesi dovrò pagare tutto l'importo.
FORTUNATA E non hai il diritto di pagarla quando vuoi?
CARLO Te ne prego, non dire sciocchezze, ché non sono in grado di stare a sentirle.
FORTUNATA Che so io! Tu di solito tanto agitato anche per pagamenti minori, eri cosí tranquillo!
CARLO Non pensavo di trovare opposizione al mio piano.
Ma se avessi avuto diritto di non pagare non avrei chiesto, certamente, permesso a loro.
SCENA QUINDICESIMA
IGNAZIO, CARLA, MARCO, OTTAVIO e CATINA
CARLA Il signore vuole andarsene.
FORTUNATA Catina, il cappello del signore.
CATINA Non è di là.
FORTUNATA Dove ha messo il cappello? (Gridando rozzamente.) La prego di dirmi dove ha messo il suo cappello!...
MARCO Qui, qui, scusi.
Io li saluto, signori.
IGNAZIO Non dimentichi di venire alle tre.
(Marco s'inchina.) Hi, hi! Non avrà udito.
CARLO (sforzandosi di apparire allegro).
E andiamo a pranzo...
(Con sommo sforzo)...
straordinario.
IGNAZIO Oh, bravo! Quantunque di magro, procurerò di far onore alla cucina ch'è certo buona.
(Offrendo il braccio a Fortunata.) Signora!
FORTUNATA Mi scusi! Ho da dare prima alcune disposizioni.
IGNAZIO Mio bocc...
Signorina! (Carla ed Ignazio via.
Carlo si mette a sedere col volto fra le mani.)
FORTUNATA (dolcemente).
Carlo che hai?
CARLO Penso quanti dolori mi causerà questo esborso di danaro! Quanti anni di lavoro, quante notti insonni! (Rassegnato.) Dio mi aiuterà!
OTTAVIO Qual Dio? Tu credi in Dio? (Ridendo.) Mostramelo!
CARLO Se ancora una volta ti sento parlare cosí ti do uno schiaffo! (Glielo dà.
Ottavio rimane dapprima stupito, poi si mette a piangere.) Un ragazzo di dieci anni! Non farti piú sentire a dir queste eresie o vedrai cosa ti tocca! (Vuol di nuovo colpirlo, ma Fortunata si frammette.)
FORTUNATA Ma via! Basta! Le ha sentite tante volte da te queste eresie!
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
CARLA (vestita per uscire) ed EMILIA
CARLA (gridando fuori della porta).
Emilia! Emilia!...
Emilia...
EMILIA La mi chiama lei, signora?
CARLA Mi pare! Già da mezz'ora! Cosa faceva di là?
EMILIA Nulla! Se non c'era nulla da fare!
CARLA Ragione di piú per venire subito alla mia prima chiamata!
EMILIA Mi ero un po' addormentata.
CARLA E per le sette e mezzo dev'esser pronta la cena! Qui non vedo pronto nulla!
EMILIA Non mi aveva ordinato nulla però.
CARLA Ma non ceniamo ogni sera a quest'ora!
EMILIA Non c'era nessuno a casa ed io pensavo che avessero a cenare fuori.
CARLA Ah, sciocca! Quando non dico nulla, vuol dire che facciamo come ogni sera! (Si leva con impeto mantello e cappello.) Ora, invece di star qui a guardarmi imbecillita, si affretti!
EMILIA (con flemma).
Eh, non c'è tanta furia!
CARLA Allora preparerò io questa tavola.
Mi dia la tovaglia!
EMILIA Se vuole l'aiuto...
(Sempre calma.)
CARLA Ah, vuole aiutarmi! Sgualdrina! Crede che tenga la serva in casa per servirla io! (Arrabbiata.) Prepari subito la tavola o la licenzio immediatamente! Badi che gliel'ho già detto otto giorni fa.
EMILIA Io non sono una sgualdrina e Lei non ha il diritto d'insultarmi! Io non L'ho pregata di tenermi! È stata Lei che mi ha pregata di restare!
CARLA Io l'ho pregata di rimanere?! Io? Io!
EMILIA Precisamente.
Là in cucina.
Io stavo facendo il fuoco di mattina alle sei...
Lei si è alzata e non ancora vestita è venuta a dirmi: Vuol rimanere, Emilia? Si ricorda?
CARLA (affettando per un poco la calma).
Sí, me ne ricordo.
E adesso Le dico di ricordarselo anche lei per bene! Fra quindici giorni è libera.
Si cerchi un'altra casa, perché questa non fa per lei finché ci sono io!...
EMILIA Va bene.
CARLA (scoppiando).
Oh, andrà via! La vedremo se questa volta verrò io a pregarla di rimanere!...
EMILIA (sorridendo).
La vedremo!
CARLA (gridando e piangendo).
S'è impertinente la scaccio all'istante! (Si sente suonare il campanello e Carla cerca di ricomporsi.) Vada ad aprire la porta, adesso! (Emilia via.)
SCENA SECONDA
EMILIA, CARLA, ELENA
ELENA Cosa ti è accaduto che ti si sente gridar fin sulle scale?
CARLA (si asciuga le lagrime).
Nulla, nulla.
Accomodati! (Emilia accenna ad Elena che Carla è pazza, Carla se ne accorge.) Ah, pazza io?! Fuori subito da questa casa! Questa sera ancora! Metti insieme i tuoi quattro cenci e vattene! (Gridando ancor piú.) Che non ti veda piú! Capito?
EMILIA Oh, questa la vedremo! (Via.)
Carla cade singhiozzando sul divano nascondendosi gli occhi col fazzoletto.
ELENA Carla! Carla! Ma via, Carla, non ti riconosco piú! Per una disputa con la domestica agitarsi tanto!
CARLA (singhiozzando) Ah, tu non sai! Non sai!
ELENA Cosa non so?
CARLA (rimettendosi).
È passata.
Mettiti in libertà.
(Reprimendo un singhiozzo.) Qual buon vento?
ELENA Niente di nuovo.
Sono passata per di qua per andare a casa.
Ero dalla mamma e dovrò andarmene subito, perché Emilio mi attende a cena.
Dimmi veramente cosa ti faceva pianger cosí! Era proprio l'Emilia?
CARLA (singhiozza).
ELENA (ridendo schiettamente).
Ha, ha! Davvero che mi fai ridere!
CARLA Non sai perché è tanto impertinente?
ELENA Perché?
CARLA Perché...
lui...
ELENA Basta! Ho capito! (Dopo una pausa.) Questi mariti!
CARLA Due o tre volte l'ho veduto scherzare con lei.
Io non ci davo molta importanza, ma otto giorni fa volevo licenziarla ed egli si è opposto.
ELENA Cosa ti ha detto?
CARLA Che sono una sciocca! Che a cambiare non si può che perdere...
E tante altre cose di cui nessuna era la vera ragione per la quale egli voleva che rimanesse...
ELENA E come sai tu che ciò che diceva non era la vera ragione...
ecc...
CARLA Lo so, benissimo.
Di solito quando egli dice una cosa per me è vangelo e non ribatto.
Lunedí non so perché ebbi con Emilia un'altra disputa e finii coi licenziarla.
Martedí Carlo tanto fece finché dovetti io pregarla di rimanere.
Capirai che gli uomini in queste cose non usano immischiarsi e se lo fanno, vuol dire che ne hanno il motivo.
ELENA Eh, capisco! Fai bene, benissimo a mandarla via, ma fai malissimo ad agitarti che proprio non ne vale la pena.
CARLA Non ne vale la pena! Per te che non ami tuo marito è tutt'altra cosa!
ELENA Tu fai bene ad amarlo, quantunque...
Via, questo non c'entra! Dico soltanto che fai male ad adirarti, perché basta mandarla via e la faccenda è terminata.
CARLA (agitandosi daccapo).
E sarà presto terminata! Te l'assicuro! Se si opponesse non so cosa farei! Fuori di casa lei o fuori io!
ELENA Vedrai che Carlo non si opporrà.
Tuo marito non è ostinato.
Può avere tutte le cattive qualità, ma ostinato non è.
Il mio, vedi, se si mette qualche cosa in testa non si lascia piú convincere!
CARLA Non occorre che tu lo convinca.
È sempre ragionevole, lui! Non vuole che il tuo bene, la pace in famiglia...
ELENA E non la voglio forse anch'io questa pace?
CARLA Sí, ma diversa da quella ch'egli desidera.
Egli ama la quiete.
Fosse anche questo il desiderio di Carlo!
ELENA Non augurartelo che commetti un peccato! Sapessi quanto ho sofferto da che mi sono sposata! Quell'uomo lí ha commesso un delitto sposandosi! Non ama che i suoi libri! Ed ha legato l'esistenza ad una giovinetta! Avrebbe dovuto sposare una vecchia che avesse i miei centomila franchi di dote e gli tenesse in ordine la casa!
CARLA Ma Elena!
ELENA Oh, lo so da molto tempo che non mi ha sposata che per la dote!
CARLA Conosco tanto bene Emilio da poterlo giudicare in modo molto diverso.
ELENA Ah, già tu lo conosci! Tutti lo conoscono! Uno scienziato che si degnò di sposare una ignorante...
Scrive libroni grossi cosí...
che nessuno legge, perché nessuno legge i suoi libri, o almeno chi li legge non li paga.
Si lagna tante volte che dopo tanti studi non ha in premio che lodi.
Tutti lodano e nessuno legge.
Quando lo sposai, te lo confido, era in cattivissime condizioni finanziarie...
CARLA Ma perché lo sposasti? Non lo ami?
ELENA Era un bell'uomo quella volta.
Aveva ancora tutti i suoi capelli, un occhio meno smorto e talvolta pareva spiritoso.
Tutti intorno a me lo colmavano di elogi ed io perdetti la testa.
Ma adesso sapessi! No.
Prima promettimi che non ne farai parola ad alcuno!
CARLA Di che?
ELENA Ora non ero mica da mia madre.
Ero da un avvocato!
CARLA Perché?
ELENA Io non vivo piú con quell'uomo! Assolutamente!
SCENA TERZA
EMILIA e DETTE, Poi MARCO
EMILIA C'è il signor Marco.
(Marco entra subito.
Ha una tromba all'orecchio e gli occhiali.)
MARCO Buona sera.
Ignazio non è ancora venuto?
CARLA No, zio, non ancora.
ELENA (alzandosi).
Con permesso.
MARCO Sono io che la faccio scappare?
ELENA Diceva appunto a Carla che debbo andarmene.
Vede che non ho nemmeno tolto il cappello.
Buona sera.
(Gli dà la mano.) Addio, Carla! Vedrai che sarai contenta domani.
SCENA QUARTA
IGNAZIO e DETTI
IGNAZIO (s'imbatte in Elena, le stringe la mano e gliela tiene durante tutta la scena).
Ah, la signora Elena! In partenza?
ELENA Sí, e ne sono dispiacentissima.
IGNAZIO Non glielo credo, se non rimane ancora un poco a farci compagnia.
Hi, hi, hi!
ELENA È troppo tardi.
E se anche volessi...
IGNAZIO E se anche volessi vuol dire precisamente: non voglio.
Hi, hi, hi! Sono appena le sette e mezzo.
Rimanga a cena! Ci sarà poco, probabilmente, ma di buon cuore, gliel'assicuro.
Non è vero, Carla?
CARLA (forzatamente).
Oh, certamente.
L'avrei invitata di già, se non mi avesse detto subito che deve andarsene assolutamente.
ELENA Ha inteso? Assolutamente debbo andarmene!
IGNAZIO In ogni caso non permetterò che lei vada sola per la strada a quest'ora.
Mi permetterò di accompagnarla.
ELENA Ma non si disturbi! È tanto vicino!
IGNAZIO Mi offendo, se rifiuta.
(Le offre il braccio.)
ELENA (prima di accettare).
Carla, permetti?
CARLA Oh, fate pure!
IGNAZIO Ritorno immediatamente, zio!
ELENA Buona sera.
(Via.
Un momento di pausa.
Carla e Marco riflettono, sorpresi.)
MARCO E mi manda a chiamare! Sai tu cosa voleva dirmi?
CARLA Io no.
MARCO Guarda! (Le mostra un biglietto.) «La prego, signor zio di favorirmi alle sette e mezzo in casa mia.
Voglia essere esatto, perché ho da parlarle di cosa della massima importanza.» Che il diavolo se lo porti! Io sono puntuale, mentr'egli viene, mi vede e se ne va a fare il cascamorto a quella...
CARLA Crede sul serio che le faccia il cascamorto?
MARCO Io non so nulla, ma tanto peggio per lui, se non ha nemmeno quella scusa per lasciarmi qua in asso.
CARLA (va alla finestra).
Eccoli! (In collera, tornando indietro.) Sono là, fermi sul portone di Elena.
MARCO (guardandola curiosamente).
Sei gelosa, Carla?
CARLA Io gelosa? (Dopo una piccola pausa.) Sarebbe ridicolo da parte mia di essere gelosa della mia migliore amica! È dessa che ha fatto il mio matrimonio.
Invitava lui e me in pari tempo in casa sua.
E spesso usciva con qualche pretesto e ci lasciava soli.
È stata proprio lei che l'ha voluto, dunque...
(Ritorna alla finestra.)
MARCO Dunque vuol dire che adesso parleranno di te.
Non c'è nulla di male!
CARLA Ah, la prego, se vuol scherzare, lo faccia almeno con un po' piú di decenza!
MARCO Ma dovendo andar via a me preme soltanto che ritorni Ignazio.
CARLA (sempre alla finestra).
Adesso ritorna con passo frettoloso.
(Dopo un po' si ritira dalla finestra.) Eccolo! (Lunga pausa.)
SCENA QUINTA
Entra IGNAZIO
CARLA (a bruciapelo, ma calma).
Ignazio, sai, ho licenziato Emilia.
IGNAZIO (sorpreso il primo momento).
Ebbene...
che c'entro io?
CARLA Volevo avvisartene, ecco.
Credevo...
IGNAZIO Che cosa?
CARLA Oh, nulla, nulla.
Cosí...
la posso mandar via subito?
IGNAZIO (abbracciandola).
Che tipo ah, zio, la mogliettina mia! Tu sei signora e regina qui.
CARLA (commossa).
Allora, scusami Ignazio.
IGNAZIO (accarezzandola).
Di che?
CARLA Non te lo dico per non farti entrare la malizia in corpo...
MARCO Guarda! Pare quasi non sia stato scritto da lui! O non rammenti di avermi mandato a chiamare per un affare importante?
IGNAZIO Ah, bravo! Sul serio che me n'era quasi dimenticato.
MARCO Ed io ad attenderti qui!
CARLA Volete che vi lasci soli?
IGNAZIO Ohibò! Sono, anzi, cose che interessano anche te.
MARCO E adesso spicciati chi io devo andarmene.
IGNAZIO È presto detto.
Zio mio, è la prima volta che la disturbo.
Ma a me occorrono assolutamente per domani diecimila franchi.
(Marco si leva la tromba e Carla dà in un'esclamazione di sorpresa.) Perché non risponde? (Si accorge che Marco si è levata la tromba e dà in uno scoppio di risa.) Questa trovata è bellissima.
Guarda, guarda, Carla.
(Carla ride forzatamente.) Via, zio, l'aiuterò a rimettere a posto la tromba...
(Lo forza gentilmente a mettersi a posto la tromba.) Come le dicevo a me occorrono diecimila franchi.
MARCO Spero che tu scherzi, eh?
IGNAZIO Purtroppo no! domani una mia accettazione viene protestata.
CARLA E se viene protestata cosa accade?
IGNAZIO Vengo dichiarato fallito.
CARLA Dio mio! Dio mio! Me lo immaginava che cosí non avremmo potuto andare avanti!
MARCO Come cosí? Cosa avete fatto?
IGNAZIO Cosa possiamo aver fatto? Sciocca, non sai quello che dici, tu!
MARCO Se non avete fatto niente voi, ancor meno io.
Non so perché dovrei io venir multato.
Non hai parenti piú stretti a cui rivolgerti?
IGNAZIO Dunque lei questi diecimila franchi non me li vuol dare?
MARCO Non voglio! Non voglio! Non posso.
Dove avrei a pescare per domani diecimila franchi?
IGNAZIO Se sono sicuro di averli posso attendere fino a dopodomani.
MARCO Non attender, perché sarebbe inutile.
IGNAZIO Dunque allora dovrò fallire?
MARCO Se non trovi altro rimedio bisognerà fallire.
Come sei capitato in questo imbroglio? Un mese fa ti vantavi che le tue condizioni non erano mai state tanto floride.
Io l'ho sempre detto che era mal fatto consegnare a te l'eredità di tuo padre.
IGNAZIO Aveva torto, zio.
Io promisi di averne cura.
MARCO Ora si vede quanta cura ne hai avuta!
IGNAZIO Oh, via! Sono stato sfortunato! Sono cose che possono capitare a chiunque.
Anche a lei.
MARCO A me no, assolutamente.
Se avessero lasciato i danari a me, io li avrei amministrati in modo che a quest'ora sarebbero ancora tuoi.
IGNAZIO E finora di che cosa avrei vissuto?
MARCO Del tuo lavoro.
IGNAZIO Manuale? non so cosa avrei potuto fare senza capitali...
MARCO Allora eri celibe.
Io non ero d'accordo che ti sposassi.
(A Carla.) Non dico mica per te.
In massima egli non aveva carattere di prender moglie.
IGNAZIO Tutto questo non entra per nulla in quanto abbiamo a trattare.
Zio, a me occorrono diecimila franchi.
Me li può dare?
MARCO (fissandolo ironico).
E quando me lo potrai restituire questo denaro?
IGNAZIO Le darò accettazioni ad un anno data.
MARCO E queste accettazioni quando le pagherai?
IGNAZIO Oh, bella! In scadenza, a meno che non sia giorno festivo.
MARCO Davvero? E con quali danari?
IGNAZIO Fino a quel tempo le mie condizioni saranno mutate.
Ho degli affari per le mani e se mi fruttano...
MARCO (ironico).
Hai tentato un terno al lotto?
IGNAZIO Ma zio!
MARCO Zio finché vuoi, ma bisognerà che cerchi questi danari altrove, perché non te li do.
IGNAZIO A meno che non volesse regalarmeli non posso darle torto.
MARCO Oh, bravo!
IGNAZIO E non me li regala?
MARCO Ah!
IGNAZIO Ma non sarò io il suo erede universale?
MARCO Chissà!
IGNAZIO (ridendo a Carla).
Pare che invece dei diecimila franchi voglia regalarmi un cugino.
MARCO Dunque hai deciso di fallire?
IGNAZIO Farò di necessità virtú! Hi, hi!
CARLA Oh, come puoi ridere, come puoi ridere parlando di fallire?
IGNAZIO Penso al muso che farà quell'usuraio di Nerini quando gli dirò che legalmente non pagherò né capitale né interessi.
CARLA Dio! Dio mio che vergogna!
MARCO E hai fatto le cose in ordine?
IGNAZIO Non troppo.
Avrei potuto portare anche la bottega a nome di Carla.
MARCO Vi è molto valore?
IGNAZIO Cinquemila franchi, circa; metà in oggetti di valore, metà in biglietti del monte di pietà.
MARCO Era un bel tradimento il tuo! Chiedermi diecimila franchi! Sarebbe stato come gettare una goccia ove occorreva un mare.
CARLA Ma non mettono in prigione per fallimento?
IGNAZIO Ah, che!...
Zio, vuol rimanere a cena con noi?
MARCO No, grazie.
C'è Lena che mi aspetta.
Addio.
(Gli stringe la mano.)
IGNAZIO Emilia! Un lume! Gli faccia chiaro! Buona notte!...
Zio, ancora una parola! Dopo il fallimento...
mi raccomando!
MARCO Cercherò di procurarti un impiego.
IGNAZIO Non è per me che parlo.
Per Carla.
CARLA A me non occorre nulla.
MARCO La senti? Buona notte! (Poi ritorna.
Emilia rimane fuori della porta.) E non ci sarebbe nessuno che potrebbe prestarteli questi denari?
IGNAZIO Se mi sono rivolto a lei (ridendo) vuol dire che non c'era proprio piú nessuno.
MARCO E tuo cognato?
IGNAZIO Crede che gli avanzino diecimila franchi da regalarmi?
MARCO Chissà! Ho inteso dire che quest'anno ha fatto ottimi affari...
Insomma fa tu, perché è cosa che concerne piú te che me.
Ma prova! Mi dispiace che tu abbia a fallire!
IGNAZIO Troppo buono, zio! Guardi di non rovinarsi la salute per la troppa commozione...
MARCO (ridendo).
Matto! (Via.)
IGNAZIO (ritorna ridendo).
E adesso a cena!
CARLA (rasserenandosi per un istante).
Non era dunque vero? Hai detto di essere in procinto di fallire soltanto perché avevi bisogno dei diecimila franchi?
IGNAZIO No, carissima.
Questa volta è proprio necessario fallire.
Ma sta allegra.
Vedi pure come io me la prendo.
Figurati che metà dei commercianti, fra i piú ricchi, hanno fallito almeno una volta.
CARLA Carlo non ha fallito mai.
IGNAZIO Carlo non è nemmeno fra i piú ricchi.
Mi pare che tu sii malcontenta.
CARLA Oh, io! Già io non c'entro.
IGNAZIO (abbracciandola).
Si sa tu non centri.
Manda via l'Emilia.
CARLA Chi ci pensa piú...
E dove andremo dopo?
IGNAZIO Dove? Resteremo qui.
La casa è a tuo nome.
Ho sempre pagato il fitto a tuo nome.
Dopo scriverò anche la bottega a tuo nome.
Pensa che tu figurerai quale ditta di piazza.
CARLA (già piú contenta).
Se vuoi verrò giú a lavorare, a registrare, a scrivere.
IGNAZIO Questo non occorrerà.
Le donne devono rimanere a casa.
CARLA Oh, Ignazio! Siccome purtroppo non ho da aver figliuoli, sarebbe realizzato un mio sogno, se potessi occupare tante ore che mi rimangono.
IGNAZIO Se lo desideri tanto, proverai.
Scommetto però che dopo uno o due mesi ne sarai annoiata.
CARLA Oh.
no.
Io sento proprio desiderio di occuparmi in qualche cosa.
È anzi la mancanza di occupazione che mi annoia.
EMILIA (rientrando).
Sono qui i signori Almiti.
IGNAZIO Dove?
EMILIA Li ho veduti sulle scale.
IGNAZIO Sapevi che avevano da venire?
CARLA No.
IGNAZIO Che noia! Andrei volentieri a letto.
SCENA SESTA
CARLO, FORTUNATA e DETTI.
EMILIA passa la scena
CARLA Che bella sorpresa! Mi fate proprio un vero piacere!
FORTUNATA Siamo passati per di qua e abbiamo vedute illuminate le vostre finestre.
Sono io che ho consigliato Carlo di salire.
IGNAZIO Ben fatto! La ringrazio.
Ma si accomodi!
CARLO Siamo venuti soltanto per un momento...
FORTUNATA (a Carla che le vuol levare il cappello).
No, no, non ne vale la pena.
Dopo costa mezz'ora di fatica a fare questo nodo.
CARLA Ma che furia!
FORTUNATA C'è Ottavio che non va a letto finché non siamo di ritorno.
IGNAZIO (vedendo Carlo che sbadiglia).
Tu hai sonno già a quest'ora?
CARLO Non sonno.
Sbadiglio per male di nervi.
Si lavora tutto il santo giorno che non c'è meraviglia se alla sera si è un po' stanchi.
IGNAZIO Ma almeno quando si è lavorato tutto il giorno, alla sera si mette la mano in tasca e...
dlin dlin...
si sente che è piú pesante.
CARLO Guai se non si avesse almeno questa consolazione.
FORTUNATA E voialtri andate tardi a letto?
IGNAZIO Oh, beh! Ceniamo presto e andiamo a letto col boccone in gola, quantunque si sia occupati fino a sera.
È una gran schiavitú questa vita.
Se tornassi a nascere farei lo spaccalegna, non il negoziante.
CARLO È vero, è una schiavitú questa vita.
IGNAZIO E poi le rabbie che si prendono! Si presenta un affare che renderebbe molto.
Occorrono, per esempio, diecimila franchi in contanti e non ci sono.
CARLO Simili affari, però, si presentano raramente.
IGNAZIO E le rare volte che si presentano non si può approfittare.
CARLO A quanto pare tu ne hai qualcuno per le mani.
IGNAZIO Precisamente oggi.
Conosci il vecchio Zulino? Quello che fallí l'anno scorso?
CARLO Quel vecchio che fu tanto furbo da farsi trovare con la pistola in mano per far credere che voleva uccidersi?
IGNAZIO Appunto.
La settimana scorsa gli morí la moglie e lo lasciò erede di molti gioielli.
Non è perfettamente appurato se lei li abbia regalati a lui.
Certo è che adesso appartengono legalmente a lui, e ch'egli li vende.
Ne potrebbe ricavare ventimila franchi.
Da me non ne otterrà piú di quindicimila.
Capirai che l'utile non sarebbe piccolo ma...
(Dopo una pausa.) A meno che non li abbia tu questi diecimila franchi.
FORTUNATA Ah, talvolta gliene mancano per coprire perfino le sue accettazioni.
IGNAZIO Eh, via queste cose si raccontano alle donne acciocché facciano economia.
CARLA Carlo no, ma tu fai alle volte cosí.
Se sapeste quale paura mi fece prendere poco fa! Adesso capisco.
Era, dunque, per questo che ti occorrevano i diecimila franchi! Tanto meglio! Tanto meglio!
IGNAZIO Eh, sí era appunto perciò che ne avevo bisogno.
CARLO E che cosa ti ha raccontato?
IGNAZIO Nulla.
Le cantavo la solita canzone della miseria.
CARLA Figuratevi che raccontava a me e allo zio Marco...
IGNAZIO ...
che, insomma, gli affari vanno male, e che se non miglioreranno, dovrò ritirarmi dal commercio realizzando il mio avere, e vivere senza lavorare piuttosto che lavorare e perdere.
(Carla rimane sorpresa.)
CARLO Io diecimila franchi disponibili per qualche mese...
li troverei...
FORTUNATA Gli affari si sa come principiano, non come finiscono.
IGNAZIO (riscaldandosi un poco).
Ma io so come finiscono.
Se faccio l'affare, sono certo di avere cinquemila in tasca di piú, già per il valore reale della merce, senza calcolare gli utili della vendita.
Insomma sono tanto certo di ciò che mi obbligo con mia firma di pagarti da qui a sei mesi, non soltanto i diecimila franchi, ma anche duemila di utili.
CARLO (a Fortunata).
Che te ne pare?
FORTUNATA Io lascio che tu faccia come vuoi.
Io al tuo posto non rischierei...
(Carlo riflette.)
IGNAZIO Questo suo consiglio mi offende un poco, ma non posso dir nulla, perché lei ha il diritto di darlo.
FORTUNATA Carlo, mi pare che sia ora di andarsene.
(Carlo si alza un poco perplesso.)
IGNAZIO Peccato che causa la crisi commerciale che attraversiamo ci sia scarsezza di cassa sulla piazza, altrimenti troverei questo denaro con tutta facilità.
FORTUNATA (a Carla).
Che ne dici tu?
CARLA Non so, non me ne intendo.
(Con voce esitante, procurando di sorridere.)
CARLO Insomma, ascolta.
Domani mattina vieni da me che ne riparleremo.
Ad ogni modo dovresti firmare la cambiale di cui parlasti.
IGNAZIO Te l'ho offerto io!
CARLO Vorrei vedere la merce.
IGNAZIO Naturalmente.
CARLO Arrivederci.
IGNAZIO Buona notte.
(Stringendo la mano a Fortunata.) Sono piú di otto giorni che non vedo Ottavio.
Come sta? Mi pare che giorni or sono si è chiuso l'anno scolastico.
Avrà riportato un certificato stupendo.
FORTUNATA È il primo della classe.
IGNAZIO Beato lui che riesce a studiare il latino! Io ho tentato.
Ma...
già non è mia colpa.
Dipende dalla maggiore o minore svegliatezza d'ingegno.
Io ne ho tanta da poter fare...
il gioielliere.
Gli porti i miei saluti.
FORTUNATA Grazie, non mancherò.
Addio, Carla.
(Le due donne si baciano.) Buona sera, signor Ignazio.
CARLO (sempre pensieroso, stringe la mano a Carla che lo guarda con compassione).
Addio.
(Stringe la mano ad Ignazio.)
IGNAZIO Arrivederci domani!...
Emilia! Lume!
SCENA SETTIMA
IGNAZIO e CARLA
CARLA (con voce commossa).
Oh, è molto male ciò che tu fai!
IGNAZIO Perché?
CARLA Perché tu sai che non potrai restituire quell'importo.
IGNAZIO Chissà! Come lo puoi sapere?
CARLA Poco fa lo dicevi tu stesso allo zio.
Oh, Ignazio! Non prendere quei denari da Carlo!
IGNAZIO Sei pazza?
CARLA Carlo è povero.
Non ti rammenti con che fatica riuscí a darti la mia dote?
IGNAZIO Ma adesso pare che gli affari gli vadano meglio.
CARLA Sí, ma la perdita di diecimila franchi lo rovinerebbe.
IGNAZIO Insomma io non posso farne a meno.
Del resto è mia intenzione di restituirglieli anche con l'utile promesso.
Non hai da temere nulla per il tuo Carlo.
E la cena?
CARLA La porterà subito.
IGNAZIO Ti dà molto pensiero questo prestito?
CARLA (commossa).
Oh, Sí.
Molto.
IGNAZIO (l'attira sulle ginocchia).
Oh, la mia povera Carla! Mi fa piacere.
Davvero! Si vede che hai buon cuore.
Ascolta, però.
Tu sei giovane.
Hai illusioni.
Io vedo il mondo da un lato un poco piú pratico.
Dimmi sinceramente: Sei certa che se avessi detto a Carlo con la solita franchezza: Ho bisogno di diecimila franchi, altrimenti non posso soddisfare ai miei impegni, credi tu che me li avrebbe dati? Allora si sarebbe ricordato che siamo parenti e che se a te vanno male le cose, a me non vanno bene? Ohibò! «Non possumus» avrebbe risposto.
Non avrebbe detto cosí?
CARLA Sí, ma...
IGNAZIO Che ma...
che ma d'Egitto! Non me li avrebbe dati! Per ottenere diecimila bisognava promettergliene dodicimila.
Anima di fango! Non avrebbe arrischiato diecimila per salvare la sorella dalla fame, ma li arrischia per aumentarli.
CARLA (sempre commossa).
Sí, sí è vero, ma è doloroso...
IGNAZIO Se ci sono affetti veri, disinteressati a questo mondo vi sono fra marito e moglie.
Vivono insieme, dividono il pane di farina o di segala, se c'è, e se non c'è non mangiano.
Altri parenti all'infuori di me non hai o non dovresti avere.
Mi pare che c'è nel codice.
Ti rammenti? Il sindaco ci ha letto quei famosi paragrafi.
CARLA Povero Carlo! A me ha fatto molto del bene.
IGNAZIO Ti prometto che se Carlo avesse a trovarsi a mal partito, ed io fossi nel caso di aiutarlo, lo aiuterei.
È anche con questo fermo proposito che accetto senza esitazione il suo aiuto.
Oggi lui, domani io.
E adesso la cena, perché sono sfinito.
CARLA (alzandosi).
Emilia!
EMILIA (piange).
La cena è pronta.
Posso portare?
IGNAZIO (piano a Carla).
Guarda, come piange!
CARLA (guarda un istante Emilia, poi Ignazio che, indifferente, volge lo sguardo altrove).
Allora, puoi rimanere.
(Emilia le bacia la mano.)
IGNAZIO Brava Carla! Nella donna la bontà è per il morale quello che la bianchezza della pelle è per il fisico.
CALA LA TELA
ATTO TERZO
Scena come nell'atto primo.
SCENA PRIMA
ELENA e OTTAVIO, poi IGNAZIO
ELENA Mamma non c'è?
OTTAVIO (che scrive al tavolo).
Sí, è di là in cucina.
ELENA Vuoi farmi il piacere di andarla a chiamare?
OTTAVIO (continuando a scrivere).
Subito...
ELENA (dopo una piccola pausa, in collera).
Capisco.
(Esce dalla porta laterale.
Segue una piccola pausa durante la quale Ottavio scrive con movimenti della testa e della mano.)
Entra Ignazio che si guarda intorno con cautela.
IGNAZIO Poh! Nessuno.
OTTAVIO (alzandosi).
Cioè...
io.
IGNAZIO (ridendo).
Tu sei qualcuno?
OTTAVIO Almeno due.
Domani compisco dodici anni.
IGNAZIO Mi avverti ch'è il giorno del tuo compleanno?
OTTAVIO Ohibò! Già, doni tu non ne fai.
IGNAZIO Chi te lo dice?
OTTAVIO Ho già avuto dodici compleanni, ho quindi acquistato dell'esperienza.
IGNAZIO (piegandosi verso di lui).
E che cosa mi daresti tu, se ti facessi un dono, ma superbo, come ne so fare io, da gioielliere?
OTTAVIO Un oriolo, per esempio?
IGNAZIO Precisamente.
Ma di oro e con catena.
OTTAVIO Anch'essa di oro?
IGNAZIO Sí, ma domani.
OTTAVIO E che cosa vuoi ch'io ti possa dare in cambio?
IGNAZIO (ridendo).
Nulla.
La tua amicizia, nient'altro che la tua buona amicizia.
OTTAVIO (esitante gli offre la mano).
Se basta!...
IGNAZIO (stringendogliela con forza, ironicamente).
Una buona amicizia non è mai pagata abbastanza.
Stanno tutti bene? Mamma? Papà? Papà è uscito?
OTTAVIO Sí, esce alle sei.
IGNAZIO Ogni mattina?
OTTAVIO Ogni mattina.
Anch'io alle sei.
Mi sveglia il babbo.
IGNAZIO Le mie congratulazioni! Siete gente attiva.
OTTAVIO Papà del resto dice che non dorme mai.
Dice che ha pensieri.
(Con aria d'importanza.)
IGNAZIO Come al solito.
OTTAVIO No, di piú.
IGNAZIO Ah, ah!
OTTAVIO Mi sgrida piú del solito, mangia poco e dice che il cibo è cattivo.
È segno che ha pensieri.
Vuoi che chiami mamma?
IGNAZIO Non occorre.
(Fa per andarsene.)
OTTAVIO È in cucina.
Dev'esserci anche la signora Elena.
IGNAZIO (si ferma).
La signora Elena? Per uscire dalla cucina alla scala c'è altra via di questa?
OTTAVIO Hanno fatto chiudere quella porta.
IGNAZIO (siede).
Allora va bene.
SCENA SECONDA
ELENA e DETTI
IGNAZIO Oh, signora, lei qui?
ELENA E lei?
IGNAZIO Io sono venuto in cerca del signor Carlo.
ELENA (ironicamente).
Per prender congedo?
IGNAZIO (spaventato).
Che!...
Ottavio, avrei da dire qualche cosa alla signora da parte di Carla.
OTTAVIO Me ne vado.
(Lo prende da parte.) Ma senti, una parola.
Se domani tu mi portassi l'oriolo e la catena, se proprio lo vuoi, rammentati di non dire a papà che domani è il mio compleanno.
IGNAZIO Si capisce, sta tranquillo.
(Ottavio raccoglie lentamente dal tavolo la penna, alcuni libri e se ne va.)
IGNAZIO Non posso prender congedo neppure da mio cognato.
ELENA Perché?
IGNAZIO È facile immaginarlo.
Ti ho già confessato che lascio dei creditori accaniti che certamente non lascierebbero in pace mio cognato.
Vorranno essere pagati da lui, perché per la maggior parte io ebbi sue raccomandazioni.
Egli non pagherà.
Ma sa che con me viaggia un pochino della sua buona fama.
Se sapesse della mia partenza, vorrebbe di certo trattenermi.
ELENA Oggi, dunque, di certo.
IGNAZIO (baciandole le mani).
Oh, grazie, grazie! Difficile, ma non impossibile! La mia vita non potrà compensare tanto sacrificio.
ELENA (con abbandono).
Non sacrificio, non sacrificio! Cosa posso fare di meglio per la mia felicità che fuggire con te? La menzogna a me sembra maggior colpa della colpa stessa, quella che gli altri chiamano colpa.
Oh, vivremo tanto bene insieme! Il tuo carattere allegro, vivace ti farà dimenticare qualche mio difettuccio.
Io te ne sarò grata, tanto da dimenticare i tuoi grandissimi.
IGNAZIO Ne ho tanti?
ELENA Non so.
Intanto l'ingratitudine.
Quella povera Carla!
IGNAZIO (seriamente).
Ho fatto male a sposarla.
Non era donna per me.
ELENA Ne parli troppo seriamente.
Temo tu abbia tutt'altro difetto che l'ingratitudine.
Uno maggiore!
IGNAZIO (ridendo).
Insomma per ambidue è stato meglio che ci sieno i nostri difettucci.
Oh, tanto tanto meglio! (L'abbraccia.)
ELENA Alle dieci in punto!
IGNAZIO Precisamente! Io durerò fatica a distogliere Carla dall'accompagnarmi, ma ci riuscirò.
(Hanno appena tempo di lasciarsi.)
SCENA TERZA
FORTUNATA e DETTI
FORTUNATA (che non ha veduto nulla).
Oh, la signora Elena! Ancora qui?
ELENA (esitante e confusa).
Attendevo il cofanetto che mi ha promesso.
FORTUNATA Glielo manderò giú come promesso fra una mezz'ora.
ELENA Volevo chiederglielo ancora una volta, per essere certa che me lo manderebbe...
Temevo di non aver ben compreso.
FORTUNATA Eh, non abbia timore, glielo invio appena posso! Se vuole però averlo subito, attenda un istante che glielo faccio avere subito.
ELENA No, no non occorre! La ringrazio nuovamente e di cuore.
Buon giorno, signora! (Fa per andarsene.)
FORTUNATA Buon giorno.
E Ottavio?
IGNAZIO È di là.
FORTUNATA (aprendo la porta).
Ottavio!
OTTAVIO (da fuori).
Sono qui!
FORTUNATA Perché non sei rimasto a studiare?
ELENA (ritornando con cautela ad Ignazio).
Non ha visto nulla lei?
IGNAZIO (calmo, guardando altrove, a bassa voce).
No.
(Fortunata rientra e resta sorpresa al vedere Elena tanto accosto ad Ignazio; poi si ricompone e risponde al saluto dell'amica.)
FORTUNATA (dopo una piccola pausa con voce un po' tremante).
Che cosa diceva?
IGNAZIO Chi?
FORTUNATA La signora Elena.
IGNAZIO (calmo).
Mi ha detto, mi pare, qualche cosa, prima di andarsene...
Ah, sí.
Di raggiungerla...
FORTUNATA (fermandolo).
No.
No.
Credo vi abbia salutato.
Volete parlare a Carlo?
IGNAZIO Sí, ero venuto per questo, ma poiché non c'è potrà lei riferirgli qualche cosa.
FORTUNATA Ben volentieri.
IGNAZIO Mi faccia il piacere di dirgli che per quell'affare...
quell'affare si potrà saper qualche cosa di preciso appena questa sera.
FORTUNATA Si può sapere di quale affare si tratta?
IGNAZIO Carlo comprenderà, perché non abbiamo che un affare in corso.
FORTUNATA Forse quello dei quindicimila franchi?
IGNAZIO No, è un affare che non ha tanta importanza.
SCENA QUARTA
OTTAVIO e DETTI
FORTUNATA Glielo dirò.
IGNAZIO Addio, Ottavio.
Siamo dunque intesi.
Arrivederci, signora! (Via.)
FORTUNATA Su che cosa intesi?
OTTAVIO Ah, su niente.
FORTUNATA Questa non è una risposta e sai che voglio che mi si risponda.
OTTAVIO Già non è un segreto.
Lo zio mi ha promesso un dono per domani ch'è il giorno del mio compleanno.
FORTUNATA E come sa ch'è domani?
OTTAVIO (alzando le spalle).
Glielo avrà detto Carla.
FORTUNATA Farà il suo dovere.
Per la prima volta però.
Eri tu qui, quando è venuta la signora Elena? E perché te ne sei andato?
OTTAVIO A dire il vero ho capito che desideravano restare soli.
FORTUNATA Da che cosa l'hai capito?
OTTAVIO Era facile capirlo.
Mi hanno detto di andarmene.
Lo zio disse che aveva da riferirle qualche cosa da parte di Carla; io me ne andai, quantunque compresi che non ci sarebbe stato bisogno che me ne andassi, se si fosse trattato di un'ambasciata di Carla (Ridendo.) Scommetterei che fanno all'amore!
FORTUNATA Ottavio!
OTTAVIO Ho detto per scherzo, mammina! Avranno probabilmente parlato delle declinazioni latine.
SCENA QUINTA
CARLO e DETTI
CARLO (porta un pacchetto che va a rinchiudere nel cassetto di destra).
FORTUNATA Cosa rinchiudi?
CARLO Delle lettere ricevute adesso.
FORTUNATA Tante?
CARLO (amaramente).
Non troppe! Sono circolari, alcuni conti correnti ed una commissione che ammonterà a cento franchi.
Ho poca speranza anche oggi di guadagnare le spese.
FORTUNATA Muterà, muterà.
(Ottavio senza farsi veder dal padre esce.)
CARLO Sí, sí.
Muterà.
Attendo questo mutamento da un anno! (Scoppiando.) Sai cosa c'è in quel pacchetto? Non lettere, non circolari.
Son cinquemilaseicento franchi che devo mandare ad un mio creditore, altrimenti procede ad un sequestro.
A tanto siamo giunti.
E non son tutti, sai.
Mancano mille franchi.
Mille, capisci, una minuzia, ma non riesco a procurarmeli.
Adesso il mio stato dovrebbe esserti chiaro.
Siamo proprio sulla via del fallimento.
FORTUNATA Cosa vuoi farci? Tu non ne hai colpa! Alla peggio fallirai! Hanno fallito tanti prima di te, e sono ricchi e rispettati piú di te, e marciano in carrozza...
Briganti!
CARLO Briganti! Cosí diresti anche di me.
FORTUNATA No, perché tu hai fatto quanto è stato nelle tue forze per risparmiarti questa vergogna.
Io anche.
Non ho vissuto con una economia spinta all'eccesso? In tutto l'anno non mi sono fatta un solo vestito, eccetto questa camicetta.
Ma se ti obbligano, allora devi (con doppio senso) fallire...
come si deve.
CARLO (accorato).
Spero di non essere a questi estremi.
FORTUNATA Lo so.
Son due anni che vai dicendo di essere prossimo al fallimento.
(Improvvisamente.) Quanto ti deve Ignazio?
CARLO (tentando di apparire indifferente).
Non so.
FORTUNATA Temo che sieno piú di ventimila franchi.
CARLO Ma...
circa.
FORTUNATA Era qui poco fa e mi pregò di avvisarti che per quell'affare...
- quell'affare - non mi disse altro, potrete sapere qualche cosa di positivo appena dopopranzo.
CARLO (nervosamente).
E, dimmi, come appariva? Allegro?
FORTUNATA Ah, poveri noi! Tu hai qualche altra faccenda importante in corso con Ignazio!
CARLO Ma no! Te l'ho già detto! Ma perché avrei da tacertelo, se fosse? Ho forse l'abitudine di nasconderti le cose mie?...
Era allegro?
FORTUNATA Come al solito.
Da matto qual è.
Ma perché t'interessa tanto di sapere di quale umore fosse?
CARLO Oh, bella! Non ho da interessarmi come vadano gli affari a mio cognato! e per di piú un cognato che mi deve ancora ventimila franchi!
SCENA SESTA
EMILIO e DETTI
EMILIO (con un libro in mano).
Buon giorno...
CARLO (seccato).
Buon giorno.
Scommetto di indovinare cosa la conduce! Lei mi porta la sua opera nuova!
EMILIO Bravo! (Allegramente, porgendo il libro.) Eccolo.
Ne faccia l'uso che crede.
CARLO (aprendo il volume e pesandolo).
È straordinariamente grosso.
Le mie congratulazioni! (Leggendo.) "All'amico Carlo Almiti.
L'autore." Mille grazie.
EMILIO Non c'è di che.
CARLO (leggendo).
"Angelo Poliziano ed il Rinascimento".
Naturalmente un giudizio non glielo potrò dare, poiché non me ne intendo molto di belle lettere, ma lo leggerò attentamente e poi lo serberò per Ottavio.
Ci vorrà del tempo, ma spero sarà un lettore degno dell'autore.
EMILIO Grazie.
Senta, non sono venuto soltanto per il libro (imbarazzandosi) cioè, sarei...
venuto anche per quello, ma ho da parlarle anche di altre cose.
Quindici giorni or sono, o giú di lí, è venuto da me suo cognato, Lonelli, e mi pregò di prestargli fino a circa due ore dopo, cinquemila franchi.
Promise di portarmeli egli stesso.
Io non l'ho piú visto.
CARLO E le deve ancor sempre quella somma?
EMILIO Si capisce.
Se parlassi con lui glieli chiederci senza riguardo, ma è strano! Da quel giorno non lo vedo piú.
Forse anche perché il mio libro è già stampato da quindici giorni.
(Carlo fa un gesto interrogativo.) Sí, suo cognato s'interessava molto alla stampa del lavoro e veniva ogni due o tre giorni a veder come procedesse.
CARLO Non comprendo come Ignazio possa aver avuto bisogno di cinquemila franchi.
Ad ogni modo glielo chiederò.
Dev'essere una delle sue solite dimenticanze.
EMILIO Non ne dubito.
Non ne ho mai dubitato.
SCENA SETTIMA
MARCO LONELLI e DETTI
MARCO Buon dí.
FORTUNATA Buon giorno.
CARLO Signor Lonelli!
MARCO Non c'è qui mio nipote?
CARLO No, c'era però un quarto d'ora fa.
MARCO Meno male.
CARLO Perché meno male?
MARCO (ridendo).
Ah, niente, niente...
per una mia idea particolare.
Ma non sapeva ch'era in procinto di cambiare di abitazione.
CARLO Ignazio cambia di casa? Chi l'ha detto?
MARCO Nessuno.
Nella loro casa abita altra gente.
Si capisce che loro non vi stanno piú.
FORTUNATA Impossibile! Ce ne avrebbero pur detto qualche cosa!...
MARCO Allora sono fuggiti.
Loro non sanno davvero dove abitino ora?
CARLO Se non sapevamo neppure che volesse cambiar casa...
MARCO Ah, il brigante! Me l'ha fatta o me la vuol fare!
CARLO Che cosa intende?
MARCO Mi risponda prima lei! Ho scontato ieri ad Ignazio un suo "Pagherò".
Eccolo.
È suo? (Gli mostra una cambiale.)
CARLO Ma sí; è la mia firma.
(Guarda con piú attenzione.) Ma questa cambiale è falsa!
MARCO (correndo verso l'uscita).
Allora so cosa mi rimane a fare!...
CARLO (trattenendolo).
Un momento, signor Lonelli! Se questa cambiale fu falsificata da Ignazio, con l'intenzione di danneggiare lei, suo zio...
FORTUNATA (interrompendolo)....
A te deve sempre ancora ventimila franchi?
CARLO (agitatissimo).
Che c'entra questo? Egli mi deve questo ed anche di piú.
Ma pagherà, pagherà di certo!
MARCO Ma possibile che non abbiate ancora compreso di che si tratta?
CARLO (risoluto).
No, non l'ho compreso, e sono anzi certo che voi v'ingannate! Vi dico che non può essere...
EMILIO (scoraggiato).
Ma non sarebbe neanche impossibile.
MARCO Ho capito che voi ci perdete piú di me e toccherebbe a voi sporgere denunzia.
Se volete farlo, vi do la cambiale con la firma falsificata.
CARLO No.
Non ancora! Da qui ad un'ora Ignazio sarà qui.
MARCO Un'ora? Volete attendere un'ora? Datemi la cambiale.
(La prende e la intasca.) Attendetelo con calma.
Vi garantisco che ve lo conduco.
(Via.)
EMILIO Capisco che i miei cinquemila franchi se ne sono iti.
Voi perdete molto di piú.
CARLO (cade seduto piangendo e nascondendosi la faccia).
Oh, s'è vero, povera la mia famiglia!
FORTUNATA (vicina a lui).
Senz'avvisarmene avevi dato dell'altro denaro ad Ignazio.
CARLO (prendendole la mano e tenendosi ancora la faccia coperta).
Sí, Fortunata, perdonami! Ho fatto male.
Ho fatto male, perché nel mio stato attuale non avevo diritto di affidare tanto ad un sol uomo.
Ma egli mi diceva sempre che per salvare i primi danari datigli, gliene occorrevano degli altri, e mi sono lasciato abbindolare.
FORTUNATA E quanto in tutto?
EMILIO (imbarazzato è andato verso la porta).
Dato che lei non crede ancora che il signor Ignazio sia fuggito, c'è sempre tempo a disperarsi.
Per i miei cinquemila franchi io non farò alcun passo.
Attenderò ciò che lei vorrà comunicarmi in proposito.
Coraggio! Si ricordi, ad ogni modo che lei ha dei buoni amici!
CARLO Mille grazie, signor Emilio! (Emilio via.)
FORTUNATA Tu non esci? Non vai ad accertarti del fatto? Eventualmente a provvedere.
CARLO Sí, andrò subito, ma non farti vane lusinghe, povera moglie mia! Provvedere? e a che? Se il marito di mia sorella è fuggito, vuol dire che non poteva provvedere ai suoi impegni, neppure a quelli contratti con me.
Ma forse non è fuggito.
Chissà!!
SCENA OTTAVA
CARLA e DETTI
CARLO Carla! E tuo marito? (Veemente.)
CARLA (vestita a nero, pallida addolorata è rimasta in fondo della scena).
Mio marito?
CARLO Non è dunque fuggito? È sempre con te?
CARLA (piangendo cade seduta sulla sedia presso la porta di fondo).
Dio mio!
CARLO (si copre il volto con le mani).
Dunque era vero! Era vero! Oh, l'infame!
CARLA (sempre singhiozzando).
No, Carlo! È stata la forza delle circostanze che lo ha spinto! Egli poveretto lottava, faceva di tutto per sortirne con onore, ma alla fine è stato vinto.
CARLO Ma perché nei suoi sforzi per salvarsi ha rovinato me? Oh, il traditore! (Furibondo.) Tu sai, Fortunata, se io sia stato leggero, se abbia mai confidato alla cieca in altri! Quelle furono lotte! Tutta la mia vita ci misi! Tutte le mie forze, tutta la mia intelligenza! Ero attivo fino alla esagerazione ed economo.
E costringevo anche te ad essere tale.
Tanta perfidia, tanta dissimulazione mi vinsero che non mi vergogno di essermi confidato come un bambino! Io credeva di conoscere il mondo, gli uomini e adesso che sono stato ingannato lo credo ancora! Perché...
chi poteva attendersi di scoprire un ladro in un congiunto?
CARLA Oh, Carlo!
CARLO Benedette le lagrime che t'impediscono di parlare per difenderlo! Io ti perdono.
Sono stato ingannato io, sei stata ingannata anche tu sua moglie.
Tu, probabilmente non sai nulla, o almeno non sai tutto.
CARLA Oh, egli mi raccontava tutto!
CARLO No, ti dico.
Non può essere! Non piangeresti o almeno non piangeresti che per me.
Ti ricordi che davanti a te, un anno fa, mi chiese di partecipare ad un suo affare prestandogli diecimila lire? Già allora egli sapeva che non sarebbe stato in condizione di restituirmeli.
CARLA (debolmente).
No!
CARLO Ti dico di sí Carla, ti dico di sí.
Tu non sapevi nulla, ma io ben presto mi accorsi, no, non mi accorsi, sentii, ch'era cosí.
Era un istinto, ma io lo soffocai per vari motivi, di cui non ti dirò che uno: era tuo marito.
Tutto ad un tratto, all'epoca precisa in cui doveva pagarmi una parte del debito, mi chiese invece altri denari.
Mi mostrò delle merci preziose che pel momento gli era difficile di realizzare, dei libri di un valore considerevole.
Se quei libri fossero stati veridici, se quelle merci fossero state sue, a quest'ora il suo stato non avrebbe potuto mutarsi talmente da un istante all'altro.
CARLA Perdette poi tutto in fallimenti...
CARLO Non è vero! Giuocava a carte e può aver perduto al circolo i denari rubatimi; ma mi meraviglierebbe, perché non gli sarà stato facile trovare un uomo piú ladro di lui.
CARLA Io non posso rettificare queste orribili accuse, ma t'inganni.
Non è giusto attaccare in tal modo un assente.
Io non mi lagno per me, ma vorrei essere morta piuttosto che essere qui in questo stato.
(Piange.)
CARLO (la guarda un istante intenerito).
Siamo due disgraziati, è vero!
FORTUNATA (abbracciando Carla).
Povera donna!
CARLO &n