COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 5
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Io, ecco, non vorrei prestarmi ad un passo inconsiderato che potrebbe riuscir fatale a te ed anche ad Anna.
ALBERTO Ad Anna? In quale modo?
LORENZO Se tu ti pentissi Anna non sarebbe la piú felice delle donne.
ALBERTO Credi alla mia parola di onore? Ebbene, ti dò la mia parola di onore che dacché ho il lume di ragione qui entro (mostra la fronte) non mi sono mai pentito.
LORENZO Perché accettavi i fatti compiuti con la rassegnazione di uomo educato.
ALBERTO No, ma semplicemente perché dei fatti da me compiuti non c'era mai da pentirsi.
LORENZO Ah!
ALBERTO Ne dubiti?
LORENZO Tu che sei naturalista dovresti sapere che questa qualità di cui ti vanti è propria soltanto alle bestie che sono perfette ed infallibili.
ALBERTO Io non pretendo di essere infallibile ma è un fatto che nelle principali occasioni della mia vita quando precisamente si trattava di decidere di cose importanti decisive io ho dimostrato una chiaroveggenza incredibile.
Guarda persino in tenerissima età.
Sono nato a Dresda.
Dodicenne ero debole tanto che si temeva per la mia vita.
Un dottore ordinò di condurmi in clima piú mite e mia madre della quale io era l'unico amore mi condusse a Sorrento.
In un anno mi fortificai tanto che si pensava di ricondurmi in patria.
Ma io no! Non so se fosse gratitudine alla terra che mi aveva donata la salute o piú semplicemente un istinto prodotto dall'organismo che si riposava in clima a lui adatto rifiutai e tanto tenacemente che costrinsi mia madre a rinunziare alla sua patria e rimanere in Italia con me.
Non so se feci male ma se allora era cieco oggi lo sono di piú e ciò che feci fanciullo rifarei uomo.
Sta poi a sentire come quanto sono lo debba a me solo.
Ero ricco e avrei potuto vivere senza far nulla.
Ma no.
Mi ricordo ancora le idee che si svolgevano allora nella mente del fanciullo malaticcio.
Erano tutte giuste, precise, ora le saprei formulare meglio ma non con piú tenacia porle ad esecuzione.
In quella volta decisi di dedicarmi agli studi; la vera felicità della vita; in quella volta decisi di dedicarmi allo studio della scienza naturale, l'unico vero studio.
Tutte scelte fatte che in modo piú giudizioso ora non saprei.
LORENZO E l'istinto del ragazzo passò all'uomo?
ALBERTO Piú raffinato e piú cauto.
LORENZO E...
scusa (ridendo.) la presunzione l'hai ereditata anche quella dal ragazzo?
ALBERTO Ne ho io di presunzione? Io ti cito i fatti e le conseguenze che io ne traggo puoi trarle nel modo medesimo anche tu.
Io non ti parlerò che di Anna.
Era già prima felice, oh! tanto! tanto! ne avevo coscienza chiara ragionata.
Ma nel medesimo tempo aveva anche coscienza che qualche cosa ancora mi mancava e che era precisamente tempo di aggiungere questo qualche cosa.
Per strada persino io guardava fisso tutte le donne che incontrava.
È quella che mi completerà? Uno sguardo era sufficiente a disilludermi.
Avevo tanta fiducia nel mio sguardo che mi giurava che il giorno in cui l'avessi incontrata avrei saputo di averla incontrata e tanta fiducia nel mio buon destino che era certo che se io non fossi andato a lei, ella sarebbe venuta a me.
Fu fortuna il primo incontro con Anna ma tutto il resto lo debbo a me stesso.
Un mattino dovevo andare ad attendere un mio amico alla stazione.
Sto per entrarvi quando mi ferma la vista di una figurina di donna appoggiata al pilastro della porta e che guardava verso il mare.
Pareva che il caso le avesse imposta quella posizione onde la vedessi.
Quello che a bella prima mi colpi fu un occhio splendido azzurro in cui brillava una gioja tranquilla, ma piú gioja che tranquillità come dai bimbi quello stupore allegro che manifestano dinanzi al creato.
Il volto era perfettamente ovale e c'erano le due fossette sulle guancie.
Il corpo era ben cresciuto da adulta quantunque mi fece ridere l'idea venutami non so su quali dati, e giusta, che dovevano essergli stati da poco levati gli abiti da ragazzina.
La mano senza guanto era piccola e paffutella e attaccata ad un polso roseo e rotondo proprio da persona buona.
LORENZO Piú da persona bella.
ALBERTO Hai ragione buona e bella.
L'istinto aveva parlato, sta ora a vedere cosa dirà la scienza pensai.
Se fossi stato ancora dodicenne le sarei già allora saltato al collo; da vero uomo invece continuai ad osservare.
Quasi a far strada al mio occhio la brezza denudò la fronte dai capelli, quella fronte che tu conosci magnifica con una leggerissima prominenza al di sopra del naso che lo rende concavo, cosa che osservai molto raramente in donne.
Una vera corona.
Era pettinata da scolara come per mio desiderio lo è ancora e le treccie legate intorno alla testa lasciavano vedere l'estremità della nuca ed indovinare i contorni di tutto il teschio.
Vedi, Lorenzo, un altro al mio posto vedendo una ragazza sola avrebbe potuto malignare.
Io invece indovinai subito che con quell'angolo facciale non si fa del male.
Poco dopo che io l'aveva scorta sortisti tu dall'atrio.
Io ti riconobbi ma non mi avvicinai temendo di seccarti.
Ella si appoggiò al tuo braccio e vi avviaste.
Io vi seguii calmo ma ancora cercando un piano onde potermi avvicinare.
Oh! tu non sai il male che mi faceste decidendo tutto ad un tratto di salire in una carrozza di piazza.
Di altre carrozze non ce n'erano lí attorno ed io poco abituato a correre diffidava delle mie forze.
Pure, preso il cappello in mano onde non perderlo, mi vi ci misi ed ebbi fortuna perché il vostro ronzino quantunque per tale specie di cavalli avesse un passo assolutamente rapido, aveva la strana abitudine di esitare un momento prima di voltare strada, abitudine che io non ho.
Per mia sfortuna vidi in quell'istante una carrozza.
Vi saltai dentro ordinando di seguire quell'altra.
Quell'asino di cocchiere mi lasciò un istante fare.
Non aveva udito le mie parole e pensava: poi scese lentamente, aprí la porta con qualche stento e chiese: Dove ho da andare? Ti racconto tutto ciò per dimostrarti con quale rapidità io riconosca l'importanza delle cose e che non fu mia colpa se non mi presentai subito.
Alla sera appresi che tu eri partito.
Non mi scoraggiai.
Andai da Guglielmo al quale chiesi con arte, chi poteva essere una giovinetta che vidi con te; mi disse essere tua pupilla e che certo Chieti la conosceva.
Mi feci prima presentare a questo Chieti e lo costrinsi quasi a condurmi qui.
Doveva fare una triste figura agli occhi di tutta questa gente, ma che m'importava? Io correva dietro alla mia felicità!
LORENZO (ridendo).
Che matto!
ALBERTO Matto! matto! ma un matto che calcola, calcola, calcola, e di piú calcola bene.
LORENZO Ma una volta sbagliasti!
ALBERTO Quasi! Alludi alla contessina Armeni! Anzitutto io con essa non era giunto al punto a cui sono con Anna.
Poi è stato una scoperta che naturalmente ha fatto cessare tutto.
Mi affido alla tua discrezione.
Figurati che ho scoperto nient'altro che la contessa Armeni era una poco di buono.
LORENZO Ah! e per questo?
ALBERTO Ti meraviglia?
LORENZO Io ti credeva piú spregiudicato! Hai timore delle dicerie del mondo! (Imbarazzato.)
ALBERTO Che mondo! Pregiudizi non ho e del parere degli altri non mi curo.
Ma uso nella vita della scienza e questa mi dà la legge dell'eredità; il metodo piú sicuro per conoscere il carattere di un individuo è di raccogliere i dati che posso avere intorno al carattere dei genitori.
(Simulando un brivido.) Brrr.
Prima il brutto carattere trasfuso nel sangue, della madre stessa, poi l'aggiunta del carattere di non so chi...
LORENZO E tu conosci i genitori di Anna?
ALBERTO Se li conosco? So intanto che non hanno fatto nulla di male.
LORENZO E come lo sai?
ALBERTO Uuh! la fama me lo avrebbe riportato.
LORENZO Naturalmente nel tuo gabinetto di chimica si sa tutto ciò che accade.
ALBERTO Insomma tu sai qualche cosa di male? Io spero dalla tua franchezza che non mi nasconderesti nulla.
Io debbo dirtelo: Se dopo legatomi apprendessi per esempio che la madre di Anna ha mancato ai suoi doveri, io non dormirei piú le mie notti tranquille.
Al dover supporre in essa qualche difetto che ancora non avesse avuto agio a manifestarsi ma che per natura, per destino, dovrebbe comparire in essa o nei miei figliuoli a guastarmi la gioja della vita, io sarei infelicissimo.
LORENZO Cosí che se io ti raccontassi di qualche colpa dei suoi genitori tu l'abbandoneresti?
ALBERTO Oh! ma tu non lo puoi! Anna proviene da un tronco sano! Non può essere altrimenti.
LORENZO Ma tu la abbandoneresti?
ALBERTO Non ho precisamente per questo abbandonato la contessina Armeni?
LORENZO Allora esci da questa casa!
ALBERTO (spaventato).
Lorenzo!
LORENZO Povera la mia Anna! Oh! perché sono partito? Perché sono partito? Io subito te lo avrei raccontato ed avrei evitato questa onta! Ma a che cosa ti serve dunque la tua scienza tanto vantata se altri deve a forza aprirti gli occhi?
ALBERTO Sarebbe ora che tu parlassi sai.
Cosa mi dicono tutte queste esclamazioni? La signora Termigli dunque...
LORENZO (con violenza).
No, la signora Termigli non c'entra.
Ma credi che io vorrò gettare l'onta su una famiglia confidando i suoi segreti a te, ora null'altro che un estraneo per essa?
ALBERTO No, un estraneo non sono.
Questi segreti che hanno da separare Anna da me mi appartengono, io li debbo conoscere.
LORENZO Oh! Mai piú!
ALBERTO Ma che ne sai tu se sono tali da indurmi ad abbandonarla?
LORENZO (dopo un istante di esitazione).
Il padre di Anna si suicidò in carcere.
ALBERTO E per quale delitto vi fu posto?
LORENZO Era commerciante e...
fallí.
ALBERTO Dolosamente?
LORENZO Non aveva i suoi libri in regola.
ALBERTO Oh! ma in allora! È una disgrazia e sarebbe meglio che non fosse avvenuta ma (ridendo) vedi che hai fatto bene a raccontarmela perché non varrà certamente a nuocere ai miei rapporti con Anna.
Sono poveri, nevvero?
LORENZO Non posseggono nulla!
ALBERTO (stropicciandosi le mani).
Fallire e rimanere povero e per di piú suicidarsi dimostra carattere puro, anzi.
Mi avevi però fatto prendere una bella paura.
LORENZO Ma il padre di Anna si rovinò col giuoco!
ALBERTO Non è passione ereditaria e se mia moglie l'avrà (ridendo) giuocheremo la cricca chioggiotta.
SCENA SETTIMA
ELVIRA e DETTI
ELVIRA Non ha da venire a pranzo il dottor Redella?
ALBERTO Oh! brava! Quasi me ne dimenticava! Gli ho promesso di andarlo a prendere al caffè! (Guardando l'oriuolo.) Diavolo! sono in ritardo! Dove è Anna?
ELVIRA Ho da chiamarla, Anna?
ANNA (dal di fuori).
Vengo subito!
ALBERTO (a Lorenzo).
Senti che voce! Pare uno stradivario.
(Ad Elvira.) Già ritorno subito e non occorre che la saluti.
A rivederci.
(Via.)
ELVIRA Te l'ha chiesta in sposa?
LORENZO Sí, ma è un matrimonio impossibile.
ELVIRA Lo sapeva bene io!
LORENZO Sai di chi è la causa?
ELVIRA Di chi?
LORENZO Tua!
ELVIRA Mia?
LORENZO Egli non sposerà mai piú la figlia di una donna che...
ha avuto degli amanti.
ELVIRA E tu glielo hai raccontato?
LORENZO No, ma ad ogni costo bisognerà rompere questo progetto di matrimonio.
ELVIRA Ma io ne sono contentissima!
LORENZO A te non importa nemmeno della felicità di tua figlia!
ELVIRA Come puoi dire questo? Io sono contenta che si rompa questo matrimonio perché non mi pare un buon marito per Anna.
LORENZO Eh! tu te ne intendi!
SCENA OTTAVA
ANNA e DETTI
LORENZO Senti Anna! Ho da parlarti!
ELVIRA Verranno a pranzo?
LORENZO Vedremo se potremo farne a meno!
ELVIRA Va bene.
(Via.)
ANNA Cosa dice mamma?
LORENZO Senti Anna mia! Tu ami davvero il conte Alberto? In un mese quale amore può essersi formato nel tuo coricino?
ANNA Oh! non è coricino!
LORENZO In proporzione all'età non può essere grande di molto.
ANNA Allora Lorenzo, credo sia sproporzionato all'età!
LORENZO Davvero? E come lo sai?
ANNA Misurato non lo ho.
Ma credimi deve essere grande.
LORENZO Allora suppongo abbia forza bastante da sopportare qualunque dolore.
ANNA Quale dolore ho da sopportare?
LORENZO Bisognerà rinunziare a veder piú il conte Alberto.
ANNA Tu scherzi?
LORENZO Bada Anna che io non scherzo.
Bisognerà rinunciare a vederlo.
O lui o noi partiremo e cosí il nostro scopo sarà raggiunto.
Il nostro scopo è di non vederlo piú.
(Secco per nascondere la propria commozione.)
ANNA Ma perché, perché?
LORENZO Sarebbe semplificata la cosa se tu non mi chiedessi altro.
A che cosa possono servire spiegazioni? In parte non le comprenderesti, in parte sono inutili.
Il fatto è questo: Questo matrimonio è impossibile.
ANNA Dimmi almeno questo.
È lui che non mi vuole sposare o sei tu che non vuoi ch'io lo sposi?
LORENZO È lui che non vuole.
ANNA Cosí, da un istante all'altro? Ah! impossibile!
LORENZO Io ti ho già detto che non scherzo!
ANNA Ma io ti dico che è impossibile.
Impossibile! Tanto impossibile quanto, come dice lui, che all'emisfero crescano le gambe.
LORENZO Grazie! Credi dunque che io mi ci metta a procurarti dolori.
ANNA Ma è impossibile, ecco! Ma è impossibile! (Singhiozza, pausa.)
LORENZO Ti dispiace molto?
ANNA Perché? Dimmi perché Alberto rifiuta categoricamente di vedermi! Dopo tanto tempo!
LORENZO Non rifiutò categoricamente.
ANNA Come rifiutò allora?
LORENZO Non rifiutò ma...
ANNA Come, non rifiutò?
LORENZO Sai che Alberto era fidanzato o quasi alla contessina Armeni?
ANNA Non fidanzato e non quasi.
A me lo raccontò subito.
Le faceva un poco, un poco la corte.
Ma non era donna per lui.
LORENZO Chi te lo ha detto?
ANNA Lui stesso e poi io la conosco.
Era nel mio collegio.
LORENZO Sai perché quella donna non era per lui?
ANNA Vieni al fatto te ne prego.
LORENZO La madre della contessina aveva avuto degli amanti.
ANNA La mia forse ne ha avuti?
LORENZO No, ma noi abbiamo avuto in famiglia un altro triste caso.
ANNA Quale?
LORENZO Il suicidio di tuo padre!
ANNA Cosa c'entra quello?
LORENZO C'entra quanto c'entrava l'adulterio della madre della contessina.
ANNA Scusa ma non è vero.
Tu certamente hai male capito quello che lui diceva.
Devi sapere che gli scienziati pretendono che quando fanno del male i genitori lo fanno anche i figli.
Ma io come potrei fare cambiali false quando non so farne nemmeno delle vere? Quando non ne ho ancora mai viste.
LORENZO Ma Alberto dice che quando c'è un membro della famiglia che fa del male non occorre mica che l'altro faccia perfettamente la stessa cattiva azione.
C'è tendenza al male...
Sono teorie false, buone per dar da fare a uomini disoccupati quali sono gli scienziati.
Ma loro ci credono.
Ingannarli non si deve, perché la bugia ha le gambe corte e se lui, me lo disse or ora, apprendesse dopo sposato qualche cosa di male dei genitori della moglie non dormirebbe piú sonni tranquilli.
ANNA Se tutti pensassero cosí quante donne che resterebbero nubili.
Emma Morsano per esempio: Sai che ella ha avuto un caso simile e con tutto ciò fra giorni si sposa.
LORENZO Brava! Per sentire la sua opinione gli citai il caso della Morsano chiedendogli se egli la sposerebbe.
Mai piú mi rispose.
(Pausa.) Anna io adesso manderò ad avvisare il conte che non venga mai piú, nemmeno oggi.
ANNA (abbracciandolo pregando).
Oh! non farlo! non farlo!
LORENZO Ma credi che sarebbe onestà ingannarlo?
ANNA Ingannarlo?
LORENZO Eh! sí, ingannarlo! Non ti pare che si chiami ingannare un uomo il celargli qualche circostanza per farsi sposare?
ANNA Allora fa come vuoi!
LORENZO (dopo un istante di esitazione)..
Vorrei vederti piú convinta e piú tranquilla.
ANNA Io vorrei parlare con Alberto.
LORENZO Impossibile!
ANNA Lasciami parlare con Alberto perché è certo che io lo convincerci che ha torto! Come può un uomo per una causa simile fare tanto del male? È ridicolo! Ridicolo!
LORENZO Vorresti pregarlo di sposarti?
ANNA Non credere che questo mi sia difficile.
Io con Alberto parlo franca.
È una franchezza che lui mi ha insegnata.
Andrei da lui e gli direi: Senti, Alberto, tu non mi vuoi sposare perché pensi che io abbia qualche cattivo istinto? Ti inganni, gli direi, io di cattivi istinti non ne ho.
Io ne saprei qualche cosa.
Vedresti se non mi crederebbe; dice sempre che quando io apro la bocca è per lasciar passare il suono della verità.
LORENZO Ti sposerebbe; ma dopo? I dubbi, i sospetti?
ANNA È perciò che io non voglio che tu gli dica nulla.
A che cosa servirebbe? A rendere infelice me e scommetto anche lui.
Via, Lorenzo! Non ti pare che sposando me sarebbe felice? Non è ingannare rendere qualcuno felice.
LORENZO L'onestà non s'intende cosí.
ANNA Allora tu fa ciò che vuoi ma dopo, se lui mi abbandona, io, sai...
(Piange.)
LORENZO A questo punto siamo?
ANNA E ne dubiti? Io lo amo.
Oh! te lo dico cosí, senza arrossire; mi ama pur lui tanto.
Il dottore che verrà oggi a pranzo è professore a Padova.
Sai perché è venuto? Soffrivo da una settimana dolori atroci alla spalla.
Il dottore di casa diceva che proveniva da un'infreddatura.
Una sera aumentò.
Alberto se ne andò come al solito e ritornò il giorno dopo con questo dottore suo amico.
Quando appresi che per quella sciocchezza lo aveva chiamato telegraficamente io mi misi a piangere dalla gratitudine.
Nemmeno tu che pure mi vuoi bene avresti tanta cura della mia salute.
Ora se tu ci dividi per chi ho da vivere? Credi sul serio che si trovi un altro uomo che mi possa amare tanto? Io che in principio non voleva nemmeno credere che un uomo scienziato che ha tutto quanto si può avere a questo mondo possa innamorarsi di me, povera poco spiritosa e nemmeno bella!
LORENZO Via! via! un po' meno di modestia!
SCENA NONA
ELVIRA e DETTI
ELVIRA Li ho veduti venire a questa volta! Cosa avete deciso?
ANNA Lorenzo!
LORENZO Se tu assolutamente non vuoi che io parli, per il momento tacerò.
Ma pensaci, Anna.
ANNA Cosa ho da pensare?
LORENZO Pensa intanto che è per te che io per la prima volta in mia vita debbo ingannare qualcuno e che mi costa molto.
Pensa d'altra parte che con questi precedenti sarà difficile ottenere una felicità coniugale.
Tu sei troppo giovine per pensare tanto in là, ma dovresti avere almeno tanta ragionevolezza da abbandonarti al consiglio dei piú vecchi.
ANNA Io invece capisco che tu queste cose non le comprendi piú.
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
ALBERTO, ELVIRA ed il dottor REDELLA
REDELLA (cortesemente).
Prima di partire desidero salutare la signorina ed il signor Lorenzo.
Se me lo permette ritornerò fra un'oretta.
ELVIRA Ci farà un piacere.
(Redella s'inchina, stringe la mano ad Alberto e via.)
SCENA SECONDA
ALBERTO ed ELVIRA
ALBERTO Senta, signora; io desiderava da molto tempo trovarmi solo con lei.
ELVIRA Cosa abbiamo noi due da fare insieme?
ALBERTO (ridendo).
Nulla di male.
Ecco, vede, lei sa, che io amo Anna?
ELVIRA Ah! si tratta di ciò! Lo so perché l'ho indovinato ma non me ne hanno dato annunzio ufficiale.
ALBERTO Allora signora mi vedo costretto a dirglielo io stesso.
Era veramente dovere di Lorenzo perché a lui ne parlai già ieri e non capisco perché non l'abbia fatto.
ELVIRA Eppure è cosa tanto facile il capirlo! Io vengo qui considerata quale l'ultima ruota del carro.
ALBERTO Oh! questo poi no! Sarà stata una dimenticanza di Lorenzo o fors'anch'io sono un po' focoso e avrei dovuto attendere prima di parlargliene io, che lui lo faccia.
ELVIRA Avrebbe dovuto attendere a lungo molto a lungo mi creda! Io vengo qui considerata quale l'ultima ruota del carro.
ALBERTO L'ultima ruota del carro ha il medesimo ufficio della prima.
ELVIRA Però è l'ultima.
ALBERTO Io credo che lei s'inganni signora.
Io almeno le posso garantire che non dimentico il rispetto che le devo; sarebbe del resto strano il trattare con poco rispetto la madre della propria sposa.
ELVIRA Lei è piú buono di quanto appare.
ALBERTO Ho l'aspetto da cattivo?
ELVIRA Non da cattivo ma cosí, da poco rispettoso.
ALBERTO Io poco rispettoso?
ELVIRA Sí.
Mi perdona nevvero se le parlo cosí franca? Già è per suo bene.
ALBERTO S'accomodi!
ELVIRA Lei è poco rispettoso e ciò che mi sorprende si è di vedere che lei crede di non esserlo.
Che diavolo! Con le donne non si tratta mica come fa lei!
ALBERTO E come faccio?
ELVIRA Si capisce che lei con donne, dico donne come che va, ha avuto poco da fare.
Ecco! L'aveva qua (mostra la gola) ed a qualunque costo doveva dirglielo.
ALBERTO (imbarazzato).
Io accetto la lezione ma...
scusi, davvero che è curioso! Io signora come sa sono professore quantunque non eserciti di storia naturale.
Ebbene, a noi professori viene insegnato di insegnare e ci apprendono prima di tutto che il vero non è soltanto la negazione del falso ma è anche il vero positivo.
ELVIRA Cioè?
ALBERTO Ci apprendono che per insegnare non basta dimostrare che una cosa non è vera ma anche quale sia la vera.
ELVIRA E lei proprio non sa come si tratti con signore?
ALBERTO Ma io fino ad oggi credeva che lo sapessi; adesso che lei asserisce che non lo so, non so altrimenti.
ELVIRA Invece io scommetterei che lei fa cosí per superbia.
ALBERTO (stizzito).
Oh! io non la capisco piú!
ELVIRA Ecco; per esempio quando questa frase è rivolta a una signora bisogna formarla cosí; giacché vuole che glielo insegni io lo faccio volentieri: (inchinandosi) Io, signora, gliene chiedo perdono ma debbo confessarle a mia vergogna che non ho capito.
Sono un po' tardo lo capisco e mi serva di scusa.
(Altro inchino.)
ALBERTO Ma lei parla sul serio?
ELVIRA E ancora crede che scherzo? Io era bimba cosí che mi insegnavano il modo di comportarmi e ancora me lo rammento; lei è piú giovane di me ed è male abbastanza che lo abbia dimenticato.
(Con ira.) Scherzare!
ALBERTO (scherzando).
Allora mi pongo interamente a sua disposizione; mi insegni e si accorgerà che scolaro piú docile ed anche piú intelligente non potrebbe avere.
ELVIRA (irosa).
Io insegnarle? Non ci mancherebbe altro.
Io insegnarle? Io insegnarle come lei debba trattarmi?
ALBERTO Non si adiri, la prego.
Non si adiri.
ELVIRA Io non mi adiro.
ALBERTO Le assicuro che se anche sono sorpresissimo di quanto lei mi dice sono anche di piú addolorato.
Spero bene che ciò non potrà nuocere ai nostri buoni rapporti?
ELVIRA La prego prima di voler dirmi quando i nostri rapporti furono buoni; quando lei si è occupato a renderli tali! Se non mi ha mai guardata quasi non esistessi! Provo dolore perché tutto ad un tratto è sorto questo vezzo di trattare cosí alla buona le signore! Una volta era tutt'altro! Bastava dar loro un'occhiata per farsi comprendere, per farsi ubbidire.
Noi eravamo allora regine, dico regine perché di piú sulla terra non c'è.
Ci comparivano dinanzi sulle ginocchia, ci indirizzavano delle poesie che a quanto pare oggi giorno loro non sanno piú fare.
Pare addirittura che non esistano piú uomini.
SCENA TERZA
LORENZO, ANNA e DETTI
ALBERTO Oh! finalmente! (Volta le spalle ad EIvira, senza ostentazione.)
ANNA (correndo subito oltre la scena).
Ritorno immediatamente.
Vado a deporre il cappello.
(Via.)
ELVIRA (a Lorenzo).
Vi siete divertiti?
LORENZO Annoiati straordinariamente.
C'è in quella casa un'etichetta che stucca.
ELVIRA L'etichetta non stucca.
Sarebbe bene introdurne un poco anche in casa nostra.
(Via.)
LORENZO Cosa ha? Sembra adirata.
ALBERTO Io non capisco nulla.
Senti Lorenzo.
Or ora la signora Elvira mi ha tenuto una parlata che mi ha oltremodo sorpreso.
Davvero che manifestò un carattere, un carattere incosciente, a dire il vero non troppo bello.
LORENZO Cosa ti disse?
ALBERTO Io non capisco come una donna che abbia vissuto tranquilla, nel circolo della sua famiglia possa parlare a quel modo.
Mi disse che io la trattava male e che ella non era abituata a venir trattata cosí, che anzi gli uomini di una volta le indirizzavano poesie, la trattavano da regina, le comparivano dinanzi sulle ginocchia ed altre simili cose.
Dopo la tua assicurazione non avrei diritto di emettere un dubbio ma involontariamente lo ho, te lo confesso.
LORENZO La tua confessione è però un'offesa e non avresti dovuto farmela.
ALBERTO Offesa non è.
Dubitare non equivale ad essere certo.
In questo mese io ebbi appena tempo di conoscere Anna; è la prima volta che avvicino un poco la signora Elvira.
Ella mi parla in maniera da farmi pensare male sul suo conto.
Se non ci fosse la tua testimonianza io già penserei male.
Ma c'è quella e la mia credenza si trasforma in dubbio e ti comunica questo mio dubbio.
Ti offende la mia franchezza?
LORENZO No, ma se è vero che ami Anna come puoi pensar male della madre?
ALBERTO Piú facilmente di quanto puoi immaginare.
Se la scienza mi dicesse: Prendi ed esamina il rampollo di una razza e troverai tutti i caratteri di tutta la razza allora io questo dubbio non lo avrei.
Penserei dopo studiata Anna che la madre deve essere la donna perfetta.
Ma cosí non è.
Un rampollo non prova nulla mentre trasmette ai discendenti il carattere dei precedenti.
LORENZO Quale stranezza! quale stranezza!
ALBERTO Stranezza? È scienza!
LORENZO (iroso).
Tranquillizzati! Tranquillizzati dunque perché ti assicuro che la signora Elvira è stata sempre onesta, tanto che se lo desideri io la sposo subito domani.
ALBERTO Tanto non occorre perché ti credo.
Un uomo tanto onesto quanto sei tu non mentirebbe con tanta facilità.
Ma come spieghi i suoi strani discorsi?
LORENZO (con gesto espressivo).
È un poco debole di cervello!
ALBERTO Ma questo è anche male, è molto male.
LORENZO È divenuta cosí per i dispiaceri avuti negli ultimi anni.
SCENA QUARTA
Il dottor REDELLA e DETTI, poi ANNA
REDELLA Vengo a salutarli signori.
Alle sei parte il treno.
LORENZO E non potrebbe rimanere ancora un giorno?
REDELLA Impossibile! Sa che sono qui da quindici giorni? Devo tornare al mio posto e mi dispiace perché la città è molto bella.
LORENZO (contento).
Ah! le piace?
REDELLA Sí, c'è un museo molto ricco.
ANNA Mi perdonino se li ho fatti attendere.
Buon giorno! (A Redella.) Lei è di partenza? Le manifesto tutta la mia gratitudine per la pronta guarigione che mi ha procurata.
REDELLA Non sente piú dolori?
ANNA Affatto.
ALBERTO Bada che non ritornino o che io ti chiamo nuovamente.
LORENZO (con subita ispirazione).
Signor dottore lei che è un uomo di scienza che cosa pensa intorno alle teorie dell'eredità?
REDELLA Che cosa ho da pensare?
ALBERTO (ridendo).
Lorenzo spererebbe di trovare in te un avversario a queste teorie.
LORENZO C'è Alberto che mi disturba parlandomi continuamente di queste sciocchezze.
REDELLA Sciocchezze la teoria dell'eredità? (Adirato.) Scusi signor Lorenzo ma mi sembra che non pensi a quanto lei dice.
LORENZO (spaventato).
Perdoni, perdoni non voleva offenderla!
REDELLA (un poco sorridente).
Io non mi offendo ed anzi le chiedo scusa del mio ardore.
Ma è naturale.
Sono teorie che amo molto e che certamente non meritano di esser dette sciocchezze.
LORENZO Saranno ingegnose lo ammetto.
REDELLA (di nuovo con calore).
Non ingegnose, non ingegnose.
Sono giuste o signore.
È questo il termine appropriato.
LORENZO Oh! la giustezza certo?
REDELLA (caloroso).
Convincerla in pochi istanti non posso; meglio che non ne parliamo.
(Lorenzo è sorpreso.)
ALBERTO (ridendo).
Devi badare come parli quando sei con uomini di scienza.
REDELLA Oh! non sono offeso! non sono offeso!
LORENZO Sarebbe anche molto strano!
ALBERTO Ma non nuovo! Redella un giorno gettò un calamaio sulla testa ad un suo amico che derideva le scoperte geologiche degli ultimi anni e pretendeva essere l'uomo uscito perfetto dalle mani del Creatore.
LORENZO Non parliamo di scienza!
REDELLA Era molto piú giovine allora; adesso so discutere piú calmo di molto.
LORENZO È certo però che io non potrei sostenere una discussione con lei.
È dunque inutile discutere.
REDELLA Prego, la discussione è sempre utile.
LORENZO Ma lei da queste teorie prenderebbe norma per la vita?
REDELLA In certi casi sicuramente.
Se avessi da comperare un cavallo per esempio o se avessi da prender moglie vorrei avere per sicurezza la storia di due loro generazioni precedenti.
ANNA (agitata).
E tu pensi nel medesimo modo?
ALBERTO Ma certamente!
ANNA (quasi piangendo, chiama in disparte Lorenzo).
Lorenzo! Senti...
(Piano.) Io condurrò da mamma il dottore e tu raccontagli tutto.
LORENZO Cosa tutto?
ANNA Di mio padre! E dopo faccia ciò che vuole! Io non voglio ingannare!
LORENZO Oh! brava Anna! brava!
ANNA Vuole venir a salutare mamma?
REDELLA Anzi! (Alzandosi va verso la porta dopo Anna e quindi si ferma.) Non viene anche Alberto?
ANNA (sempre piú commossa, ad Alberto).
No, lei rimanga, la prego.
Lorenzo deve dirle qualche cosa!
SCENA QUINTA
ALBERTO e LORENZO
ALBERTO Cosa hai da dirmi?
LORENZO Oh! Poche parole! tante che bastino a spiegarci.
Ma anzitutto voglio scusarmi di averti ingannato, perché io ti ho ingannato!
ALBERTO Tu mi hai ingannato?
LORENZO Sí, asserii cosa che non era vera per indurti a sposare Anna.
ALBERTO Dunque la madre di Anna?
LORENZO Capisco che hai capito.
Adesso è inutile ogni altra spiegazione.
Puoi andartene o rimanere a tua scelta.
ALBERTO Ma fammi il piacere di non correre tanto.
La fretta non può che nuocere.
Prima di continuare non voglio risparmiarti un serio rimprovero che meriti.
Tu sai di avermi ingannato ma forse non rammenti la confidenza che io ti dimostrava; ingannare un uomo in quello stato è doppio inganno.
LORENZO Vuoi una riparazione? Per quanto vecchio io sia sono pronto a dartela.
ALBERTO Non facciamo fanciullaggini, rodomontate, che questa non ne è l'ora.
Io ti ho fatto questo rimprovero perché tu lo meriti; l'unica soddisfazione che esigo è che tu sii in chiaro di avertelo meritato; e tu lo sei mi pare.
LORENZO Meno di quanto pensi.
Io vedeva da una parte una ragazza alla quale si rapiva la felicità e che soffriva, dall'altra un uomo che aveva tanta scienza da averne perduto il buon senso; naturalmente non esitai un istante ad ingannarti.
ALBERTO Anna dunque stessa sapeva che sua madre non valeva meglio della contessa Armeni.
LORENZO Di ciò ella non sapeva nulla.
Quando tu mi spiegasti quella tua scienza positiva immediatamente mi rivolsi ad Anna.
Io credeva che nulla era piú facile che rompere il progetto di matrimonio; le diedi ad intendere che tu non l'avresti sposata se avessi saputo che suo padre era morto in prigione e le chiesi il permesso di raccontartelo.
Per una causa o per l'altra avrei ottenuto ciò che voleva.
Invece Anna mi negò questo permesso e pianse finché cedetti e t'ingannai.
Davvero con una certa voluttà o almeno con quella indifferenza con cui si addolcisce ai bimbi l'orlo del bicchiere dal quale hanno da bere una medicina che ha da guarirli.
Se avessi avuto qualche rimorso, la vista della felicità di Anna me lo avrebbe fatto passare; perché io amo molto Anna; forse ciò mi varrà di scusa anche ai tuoi occhi.
Fu essa, angelo di bambina, che volle che ora ti parli.
La offendesti poco fa con la tua scienza.
Mi disse di raccontarti del padre, cosí che non avremo in nessun caso bisogno di farla arrossire della madre.
ALBERTO Adesso io posso sperare da te franchezza? Perché avrei ancora qualche domanda a farti.
LORENZO Mi posso figurare quale.
Io sono stato l'amante della signora Termigli e me ne vanto.
Ciò mi produsse l'unica vera felicità della mia vita perché io sono il padre di Anna.
ALBERTO (con stupore).
Ah! Tu sei suo padre?
LORENZO (esitante).
Oh! ne sono sicuro, e se anche avessi qualche dubbio ciò non mi rovinerebbe la mia felicità.
Io ho poca scienza ma anche pochi pregiudizi.
Intanto mi faccio amare da essa quale tutore, e mi adora sai.
Io non domando di piú.
Posso amare un oggetto degno di amore come confessasti tu stesso e non indago; mi ama ed io l'amo.
L'amo tanto te lo ripeto che se tu lo volessi le darei il mio nome onorato, sposandone la madre.
ALBERTO Ebbe te solo per amante la madre nevvero?
LORENZO (lo fissa un istante con stupore).
Davvero che mi fai compassione.
Io scommetto che tu deplori non di essere stato ingannato ma di essere stato disingannato.
ALBERTO (semplice).
È vero! Ma è perché sono un uomo disgraziato.
LORENZO Non disgraziato.
Se non fossi cosí sciocco da prendere per realtà i sogni di questa specie di nuovi profeti che alligna sotto il nome di scienziati.
A me intanto non incombe altro obbligo che di dirti la verità, tutta la verità.
La madre di Anna ebbe molti amanti.
ALBERTO Ma solo dopo morto il marito?
LORENZO E di nuovo.
No, no, Alberto, da quella parte non ti salvi.
Basterebbe uno sguardo di Anna per convincerti che ella è degna di essere adorata.
Ma bisogna confessare che è meraviglia che sia sortita da tale madre.
La signora Termigli fu disonesta e rovinò col suo lusso sfrenato il marito.
Voglio dopo questa spiegazione non aver piú nulla a rimproverarmi.
Adesso cosa farai? (Anna appare sulla porta.)
ALBERTO Lasciami tempo a decidere.
LORENZO (che ha visto Anna).
Però cosa ho da dire ad Anna?
SCENA SESTA
ANNA e DETTI
ANNA Ad Anna nulla.
Non occorre nulla dirle.
Se ha da dirmi qualche cosa io sono qui.
ALBERTO Oh! Anna!
ANNA Prego, mi parli senza riguardi; ha inteso che sono io che ho voluto che Lorenzo le racconti tutto.
(Molto commossa.) Io credeva che lei fosse andato già via, e per questo sono venuta di qua, altrimenti non veniva.
ALBERTO Ecco! io ti credeva diversa.
Adesso già assumi un tono da donna offesa come se io volessi offenderti.
Tu sai che io ti amo, che se avessi ad abbandonarti io ne soffrirei piú di te.
ANNA Se avessi ad abbandonarti?
ALBERTO Io non dissi ancora nulla.
Non decisi ancora nulla.
ANNA Ma io ho deciso.
Oh! non mica perché sono convinta della serietà delle ragioni che la inducono a lasciarmi.
Ma io aveva sognato qualche cosa diverso di molto.
Io non voglio venir sposata con esitazioni, con scrupoli.
Anche Lorenzo mi disse che cosí la felicità non verrebbe in casa nostra.
(Piange.)
LORENZO Sí, è meglio che vi lasciate finché siamo in tempo è meglio di evitare un matrimonio disgraziato.
ANNA (piangendo).
Sí, è meglio, è meglio.
ALBERTO Adesso quando si trattava precisamente di ragionare, di riflettere con serietà, queste ire sono fuori di proposito.
Io non commetto tanto facilmente errori; dunque se sposerò Anna sarà segno evidente che io sarò convinto di farlo per la mia felicità.
SCENA SETTIMA
Dottor REDELLA e DETTI
REDELLA Io me ne vado, signori.
ANNA Buon viaggio, signor dottore.
Ma mi dica prima di partire, non ci sarebbe una medicina con la quale si potesse levarsi i cattivi istinti?
REDELLA Perché?
ANNA Se ve ne è me la indichi perché c'è una persona che ne avrebbe bisogno.
Non mi dia bada perché parlo per ischerzo.
Stia bene signor dottore.
Ti attendo in stanza di mamma Lorenzo.
(Via.)
LORENZO Ho il piacere di aver fatto la sua conoscenza e spero di poter rivederla.
Se lei passa, in un'occasione od altra per la nostra città, verrà senza dubbio a trovarci?
REDELLA Mi procurerò questo piacere non v'ha dubbio.
(Lorenzo via.)
ALBERTO (come smemorato va verso la stanza di Anna.)
REDELLA E tu non vieni ad accompagnarmi? O almeno non mi saluti?
ALBERTO Oh! perdona! Senti Redella.
Sai che anch'io penso che noi abbiamo torto di credere alla teoria dell'eredità e dell'atavismo?
REDELLA Perché? Hai letto qualche libro confutativo?
ALBERTO No, ma ho avuto campo di fare delle osservazioni che la negano.
REDELLA Sí! Davvero! Abbiamo torto.
Dimmele queste tue osservazioni; sai bene che io sono sempre pronto a lasciarmi convincere.
ALBERTO Sono piú riflessioni che osservazioni.
Io dico che vi sono senza dubbio delle eredità organiche ma che l'educazione e l'esempio valgono a lottare con qualunque difetto ereditato.
REDELLA E queste dici tu riflessioni tue proprie? È un plagio perché cosí si pensava duecento anni or sono.
Dove hai pescato queste sciocchezze?
ALBERTO Se anche le giudichi sciocchezze ciò non toglie che sono proprio da me pensate; da me che pure al pari di te conosco tutti i progressi della scienza.
Di mio aggiungo un'altra riflessione.
Voi vi compiacete tanto, io oggi dico, nell'idea dell'assoluto che onde non perderla, neghereste la verità riconosciuta che si sottraesse alle vostre regole.
REDELLA (adirandosi).
Io non ho mai negato una verità riconosciuta; forse lanci quest'accusa onde far tacere la tua coscienza che indubbiamente te ne fa una eguale.
Un antico greco del quale non ci venne trasmesso il nome aveva studiato tutta la sua vita ed aveva fama di scienziato.
Un bel dí gli cadde una tegola sul capo e pfusc! addio scienza; per un effetto meccanico aveva perduto la memoria.
Che fosse anche a te caduta qualche tegola sul capo?
ALBERTO Ah! non scherzare!
REDELLA E cosa ho da pensare se non solamente dimostri di aver dimenticati tutti i risultati datici dalla psichiatria ma che anzi ti poni in diretta contraddizione con essi? Spiegare a te di nuovo tutta la teoria, quando ieri ancora dimostravi di conoscerla, sarebbe ridicolo.
Io penso che tu scherzi.
ALBERTO E tu pensa ciò che vuoi.
Io so intanto che le leggi dell'eredità vennero scoperte sulle bestie.
Pochi matti si sono azzardati applicarle all'uomo.
Senza fare eccezioni si ammisero per i cavalli e si capisce, perché là la potenza che possiamo esercitare mediante l'educazione è minima; ma per l'uomo nel quale esiste il volere, la potenza modificatrice per eccellenza, la legge patisce tante eccezioni che diventa eccezione essa stessa.
REDELLA Ah! bah! tu sragioni! tu cadi nell'errore fondamentale antropocentrico.
ALBERTO Tu sragioni! Presuppone la mia osservazione che l'uomo sia il centro della creazione? No, ma senza dubbio l'uomo oggidí è diverso dalle bestie; ha facoltà di cui in alcune di esse v'è tutt'al piú rudimenti.
Ogni cosa diversa merita trattamento diverso o che con questo metodo finiremo con l'adoperare 300 gradi di calore per sciogliere il burro perché cosí facciamo per liquefare metalli.
REDELLA L'esempio non calza.
Vi sono leggi applicabili a tutte le cose, vi sono leggi applicabili agli esseri organici, altre ve ne sono per gli esseri viventi ed infine alcune per gli uomini soltanto.
Questa mania di accomunare le cose non l'ha certamente la scienza.
Non divagare! La scienza ti dice: Questa è una legge generale applicabile a tutti gli esseri viventi e tu, se lo puoi, attaccala; ma non attaccarne una che essa non ha posta; perché essa non asserí giammai che si debba sciogliere il burro a 300 gradi.
ALBERTO Era dato a guisa di esempio.
Io non aveva altro a dirti all'infuori che io non credo alle vostre leggi, alle vostre osservazioni, alle vostre statistiche.
Le leggi le ponete ben grosse, importanti, e piú diversificano dal comune modo di pensare piú vi piacciono.
Le vostre osservazioni le fate attraverso alle lenti dei vostri pregiudizi facendo precedere la sintesi all'analisi.
Le vostre statistiche mi fanno ridere.
REDELLA E perché signor mio?
ALBERTO Perché voi studiate gli atti degli uomini e non gli uomini.
A te sembra la medesima cosa l'atto che commette l'uomo e l'uomo stesso?
REDELLA Non ho mai detto questo.
L'uomo è l'antecedente! Il fatto è la conseguenza del fattore.
ALBERTO Sei troppo esplicito carissimo.
Non è vero, l'idea della palla per te va intimamente congiunta a quella del rotolare?
REDELLA Senza dubbio!
ALBERTO E quella del corpo a base piana a quella della fissità?
REDELLA Senza dubbio!
ALBERTO Ebbene, prendi un corpo piano e ponilo su di un'erta tale che perda l'equilibrio e rotolerà.
Prendi la palla, ponila su un piano orizzontale e starà ferma.
Dunque il fatto casualmente può essere del tutto diverso da quello che si prevedeva dopo studiate le qualità di un corpo.
REDELLA Ciò è molto sottile, tanto sottile che credo non basti condurti a conclusioni maggiori.
ALBERTO No, perché la conclusione massima è già fatta.
Io dico che l'uomo può essere un corpo rotondo ad una base piana.
Tende a rotolare, a fare del male supponiamo, o tende a star inerte sulla via prescrittagli dalla legge; invece, se tende a stare inerte capita in posizione verticale e precipita, se tende a rotolare il piano orizzontale glielo impedisce.
REDELLA Ah! Ah! quali sciocchezze!
ALBERTO Non ridere perché il tuo riso non mi convince.
Del resto non mi convincerebbero nemmeno i tuoi argomenti.
È dunque inutile che discutiamo; io mi tengo la mia convinzione, tu tienti la tua.
REDELLA Ma la tua è una convinzione sciocca; tu, lasciatelo dire, sei moralmente decaduto.
Che l'amore ti avesse posto in questo stato?
ALBERTO (con violenza).
Che c'entra qui l'amore? Oh! l'amore all'umanità sí! Dacché mi si aprí la mente a riconoscere la verità, davvero che mi sento migliore, e piú libero.
REDELLA Migliore può essere! Hai riacquistato la bontà dell'ignorante! Ti sarà riservato un posto nel regno dei cieli.
(Poi.) Davvero che provo un reale dolore al vederti in questo stato.
Io ti voglio bene! È impossibile lasciarti nei paradossi in cui ora navighi a gonfie vele.
ALBERTO Non curarti di me! Io ora sono felice!
REDELLA Ma anche per amore della scienza io non posso lasciar vituperare la statistica in questo modo.
ALBERTO Basta! Basta!
REDELLA Mi lascerai finire? Io ho il dovere di parlare.
Sappi che la statistica non viene mica condotta tanto superficialmente quanto tu credi.
Se un uomo commette un delitto, la statistica raccoglie tutti i dati che può ottenere intorno a quest'uomo e distingue l'uomo che ruba il pezzo di pane quando ha fame da colui che lo ruba per rubarlo.
ALBERTO Insomma io non vi credo.
REDELLA Ma sei impazzito? (Dopo una piccola pausa.) Eppoi anche chi ruba per bisogno modifica in tale modo l'organismo che alla seconda generazione anche non essendovi il bisogno potrà comparire il delitto.
È precisamente il corpo a base piana che rotolando si arrotonda.
ALBERTO Sogni sono questi!
REDELLA (adirato).
Carissimo mio capisco che con te è fiato sprecato.
Per tuo bene però ti consiglio di studiare il carattere dei nonni quando comperi cavalli e pel bene dei tuoi figliuoli dei genitori quando prendi moglie.
ALBERTO (agitatissimo).
Tu mi consigli questo? Bada Redella che io principio a credere che tu voglia offendermi.
REDELLA Io offenderti?
ALBERTO Certe allusioni non le so sopportare.
REDELLA Allusioni? (Dopo un istante di esitazione rimane confuso.) Principio a comprendere.
(Pausa.)
ALBERTO (accorgendosi che Redella ha capito).
Hai veduto quale angolo facciale, quale occhio diritto, quale voce incorrotta e tono eguale?
REDELLA Certamente! Hai ragione! Io sono stato un po' ingiusto! Sai come è nelle discussioni che si vuole mantenere il proprio punto.
La teoria dell'eredità ammette ogni dubbio! Altro che ne ammette!
ALBERTO Vedi che ti ho convinto?
REDELLA (un istante ripugnante).
Convinto? Eh! certamente! Sono convinto, convinto, convinto.
Addio Alberto e sii felice!
ALBERTO Felice? Lo sarò certamente! Dovrai fra qualche settimana rifare la tua strada per venire ad assistere al mio matrimonio.
REDELLA Con tutto il cuore se avrà tempo.
ALBERTO Dunque accetti il mio sistema? Rinneghi almeno in gran parte l'atavismo?
REDELLA Cosa c'entra qui l'atavismo? Senti, Alberto, una mia idea.
Dalla creazione del mondo in poi vi sono stati tanti malfattori che sarebbe impossibile trovare per sposa una donna di cui qualche antenato non lo sia stato.
ALBERTO Io non abbisogno di questa osservazione; dopo studiato l'oggetto stesso non m'interessa piú la sua derivazione.
Questa è la mia teoria.
REDELLA Mi comunicherai esattamente il giorno in cui avverrà il tuo matrimonio?
ALBERTO Certamente!
REDELLA Addio Alberto mio! (Si abbracciano.)
ALBERTO Addio! (Redella via.) Anna! Anna!
Viene Anna e rimane esitante sulla soglia.
ALBERTO (le prende una mano e si inginocchia).
Perdonami! perdonami!
ANNA Se ti perdono? Ma sei convinto, sei sicuro che formi con me la tua felicità? Hai intera fiducia in me?
ALBERTO Oh! intera! intera!
ANNA (dubitando).
Bada, Alberto, siamo ancora in tempo!
ALBERTO Per far che? Per far che? Io non ti avrei abbandonata mai piú! nemmeno se avessi ancora continuato ad avere quelle convinzioni esagerate! Guarda! raramente per la mia felicità ho da ringraziare qualcuno all'infuori di me stesso! Quando ciò mi accade, dal mio cuore esce come un inno di ringraziamento alla natura.
Ecco! Deploro che tu non possa udire quell'inno di gioia che ora vi sorte per averti incontrata la prima volta per caso.
Ti rammenti? Alla stazione.
CALA LA TELA
Il ladro in casa
Scene della vita borghese
PERSONAGGI
CARLO
FORTUNATA, moglie di Carlo
OTTAVIO (decenne) loro figlio
ELENA
CARLA
IGNAZIO
MARCO, zio di Ignazio
EMILIO
EMILIA, serva di Carla
CATINA, serva di Carlo
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ELENA, CARLA e OTTAVIO
CARLA (che sta abbigliando Ottavio).
Cosí oggi farai delle conquiste...
OTTAVIO (durante una lunga pausa si guarda i pantaloni).
Delle conquiste...
giusto...
giusto...
non me ne importa...
ELENA La risposta si è fatta attendere...
OTTAVIO (a Carla).
Guarda, se ho fuori la camicia di dietro...
CARLA Bello! Bello! Io direi di prenderti una cameriera.
(Lo aiuta.)
ELENA Io, per esempio non gli avrei mai permesso di prendersi tanta libertà da darmi degli ordini...
OTTAVIO Lei...
taccia, lei!
ELENA E perché ho da tacere, mio bel bimbo?
OTTAVIO ...
perché lei non c'entra...
ELENA (alza le spalle; poi a Carla).
E tu non sei ancora abbigliata? Davvero, non sembrerebbe che oggi tu abbia a ricevere per la prima volta lo sposo.
CARLA E dove ho da trovare il tempo per vestirmi? Mi son levata alle nove, un po' per servire Fortunata...
un po' per vestire questo "mulo"...
OTTAVIO Chi è "mulo"?
CARLA Non parlavo con te.
ELENA E adesso non sei capace di ribellarti? Fra pochi giorni non avrai piú bisogno di loro...
CARLA Appunto perciò non merita fare baruffa...
ELENA Intanto una persona che ha un po' di sangue nelle vene, si vendica.
CARLA (ad Ottavio).
Cosí...
Adesso puoi andartene!
OTTAVIO No, resterò ancora un poco qui.
CARLA Non parlare davanti a lui che riporta tutto alla sua mamma...
ELENA Principierai, per esempio, prima di abbandonare la casa col dare una buona lezione a questo malcreato.
OTTAVIO Cosa farebbe lei?
ELENA Nulla! (Con gesto espressivo.) Un movimento di mano su e giú Piff! Paff!
OTTAVIO Io le permetto di provare, se vuole!
ELENA Ah, vuoi lottare con me? Vediamo! (Gli prende le braccia e gliele tiene ferme.)
OTTAVIO Io...
(Lottando e sbuffando.) Io le rompo il muso!...
ELENA Ah, mi rompi il muso, manigoldo! (Lascia andare il braccio e gli dà uno schiaffo, poi lo riprende.)
OTTAVIO (c.s.) Stia attenta!
ELENA (ripete diverse volte il giuoco, c.s.).
A che cosa devo stare attenta?
OTTAVIO (piangendo e gridando).
Mi lasci! Mi lasci! Ma mi lasci! (Si svincola piangendo.) Villanaccia!
CARLA Ah, perché bastonarlo?
ELENA Digli che stia zitto o che ripeta il giuoco.
Ma faccio processo corto! Vieni un po' giú, vieni! che almeno ci lascieranno quiete!
CARLA Ma ho da vestirmi!
ELENA Ti vestirai dopo.
Anche cosí egli non ti troverà brutta.
(Via con Carla.)
SCENA SECONDA
FORTUNATA ed OTTAVIO
OTTAVIO (piange.
Quando vede Fortunata, si mette a piangere piú forte.)
FORTUNATA (spaventata).
Che hai, Ottavio? Sei caduto? (Chiamando.) Carla! Carla! Dove ti sei fatto male? (Scotendolo.) Ottavio! Ottavio!
OTTAVIO Non sono caduto...
Mi hanno bastonato! (Piangendo forte.)
FORTUNATA Chi ti ha bastonato? Su, dimmi, chi? Carla, forse?
OTTAVIO No, non Carla.
FORTUNATA Papà?
OTTAVIO No, la signora Elena.
FORTUNATA La signora Elena?!
OTTAVIO Sí, mi ha schiaffeggiato.
FORTUNATA Ma perché, perché?...
OTTAVIO Per nulla.
FORTUNATA Tu le avrai detto qualche insolenza...
OTTAVIO No, loro me ne hanno dette a me.
FORTUNATA Chi, loro?
OTTAVIO Carla mi ha detto...
"mulo".
SCENA TERZA
CARLO e DETTI
CARLO Mulo, perché?
FORTUNATA Non è una cattiveria? L'ultimo giorno che appartiene ancora alla nostra famiglia!
CARLO Ma tu per primo le avrai detto qualche insolenza.
OTTAVIO No, io, nulla.
La signora Elena diceva che prima di uscire da questa casa si sarebbe vendicata...
FORTUNATA Vendicata di che cosa?
OTTAVIO Di te, mamma, di me...
FORTUNATA Che cosa abbiamo fatto noi alla signora Elena?
OTTAVIO (impazientito).
No, non la signora Elena! Diceva che se lei fosse stata Carla si sarebbe vendicata.
CARLO Dov'è Carla?
OTTAVIO È andata al primo piano.
FORTUNATA Guarda, ha marcato sul viso tutte le cinque dita!
CARLO (chiamando).
Catina!
FORTUNATA Che cosa vuoi da Catina?
CARLO Che vada a chiamare Carla.
FORTUNATA Catina si sta vestendo.
E poi che cosa vuoi dire a Carla?
SCENA QUARTA
CARLA e DETTI
CARLA Ho inteso fino in primo piano le grida di Ottavio.
Che cosa è accaduto?
FORTUNATA Fa lo gnorri, carina, che ti sta tanto bene! Eri presente e non hai saputo impedire che la signora Elena lo bastonasse.
CARLA Eh, bastonasse! L'ha appena toccato! Sapete ch'è smorfioso.
OTTAVIO Eh, già smorfioso! Vorrei che le avessi pigliate tu! (Piange.)
CARLA Ma io non l'ho bastonato! Che c'entro io! Rivolgetevi ad Elena.
CARLO (mite).
Potevi però impedire ch'Elena lo bastonasse...
CARLA Credevo che scherzassero da principio.
Lottavano ed egli non piangeva.
OTTAVIO (singhiozzando).
Causa tua! Hai detto che dinanzi a me non si può parlare di nulla, perché lo riporto alla mammina...
CARLA (arrossendo).
L'ho detto cosí...
non mica perché mi sarebbe dispiaciuto che riportasse qualche cosa!...
Sapete che tra amiche si hanno tante cose da raccontarsi!
FORTUNATA Immagino quello che queste amiche si raccontano!
CARLA Non puoi immaginarlo.
FORTUNATA Non credevo di doverti rimproverare ancora oggi la tua ingratitudine.
Vieni, Ottavio! (Lo trascina via.)
CARLA Tu, poi, quando tua moglie ha parlato, non c'è piú verso di convincerti...
CARLO Tu sei cattiva! È inutile che perdiamo parole su questo argomento! Va ad aiutare Fortunata a finir di preparare la stanzetta qui accanto.
Qui firmeremo il contratto.
(Carlo via.)
SCENA QUINTA
EMILIO e DETTO
EMILIO (entrando).
Buon giorno.
Ha veduto mia moglie?
CARLO (ridendo).
Era qui poco fa, ma credo che adesso sia discesa.
EMILIO Perché ride?
CARLO Perché la signora ha lasciato tracce del suo passaggio.
EMILIO Quali tracce?
CARLO Ha bastonato il mio figliuolo.
EMILIO Ah! E cosa dirà la signora Fortunata?
CARLO Ha già detto, e speriamo che non dirà piú nulla.
EMILIO Io le chiedo scusa.
CARLO Oh, non ne vale la pena! Obbligherò io Ottavio a chiedere scusa alla signora Elena.
EMILIO Questo poi no.
Senza nulla sapere della questione fra suo figlio e mia moglie, penso che mia moglie abbia avuto torto.
CARLO Badi che riporterò questo suo giudizio alla signora Elena!
EMILIO (indifferente).
Faccia pure.
(Guarda l'orologio.) A che ora firmano il contratto?
CARLO Appena dopopranzo, sa.
Questa mane voglio trattare io con lo zio dello sposo avendo da porre alcune condizioni.
EMILIO Allora per questa mane non ha bisogno di me?
CARLO Bisogno no.
Ma avrei piacere che rimanesse a farmi un po' di compagnia.
EMILIO Mi dispiace, ma non posso! Questa mattina andrò a lavorare e dopopranzo verrò qui.
CARLO So già quale sacrificio lei fa dedicandoci un po' del suo tempo prezioso!
EMILIO Oh, col sommo piacere! La saluto!
SCENA SESTA
ELENA e DETTI
ELENA Dove vai, adesso?
EMILIO Giú nel mio stanzino.
ELENA Va pure.
EMILIO (piano ad Elena, imperativo).
Dopo vieni nel mio studio.
Ho da parlarti.
ELENA (fingendo indifferenza).
Va bene.
EMILIO A rivederci.
(Via.)
ELENA (a Carlo).
La prego, senta.
Prima il suo figliuolo mi ha detto qualche insolenza e mi sono lasciata trascinare.
Mi scusi, la prego, e dica a sua moglie ch'è stato un momento di dimenticanza che non avrei dovuto avere.
Lo ha raccontato a mio marito?
SCENA SETTIMA
FORTUNATA e DETTI
ELENA Buon giorno, signora.
FORTUNATA Signora, perdoni la libertà, ma non permetto che altri tocchino i miei figliuoli...
ELENA Ne parlavo appunto al signor Carlo.
FORTUNATA Se io voglio castigarlo son padrona; lei sa che non ha questo diritto e non so come spiegarmi il fatto che lo abbia dimenticato...
ELENA Le chiedo scusa.
Mi sono lasciata trascinare e le chiedo scusa.
Se vuole vendicarsi, bastoni me!...
FORTUNATA (rabbonita).
Sa, signora, Ottavio è un ragazzo cosí debole che fino a un anno fa lo credevamo malaticcio.
Ora è un po' rimesso, ma gli usiamo ogni cura.
È per questo...
(Si stringono la mano.)
CARLO Non credevo che finisse tanto presto.
(Si sente il campanello.
A Fortunata.) Va a chiamare Carla!
ELENA Permetta che vada io! È nella sua stanza, nevvero?
FORTUNATA Sissignora.
Chissà se sono loro! (Elena via.
Fortunata e Carlo vanno alla porta.)
SCENA OTTAVA
MARCO, IGNAZIO LONELLI e DETTI
CARLO Si accomodino, signori!
IGNAZIO (ridendo).
Hi, hi! Piuttosto, non si scomodino loro! La signora, poi!...
(Entrano.
Carlo porge delle sedie; Ignazio guarda attorno.)
CARLO Carla verrà subito.
(Presentando.) Mia moglie Fortunata, il signor Marco Lonelli, il signor Ignazio lo conosci già...
(Tutti s'inchinano.)
MARCO (non avendo inteso, in atto di domanda).
La signora?
IGNAZIO (gridando).
La signora Fortunata.
Mio zio è un po' duro.
(Mostrando l'orecchio.)
MARCO Avevo inteso, però, un nome piú lungo...
IGNAZIO Hi, hi...
Erano i nostri nomi...
Il signore ci presentava...
CARLO Una bella giornata, oggi.
IGNAZIO Sí, però un po' caldo...
FORTUNATA Strano! Invece io ho un po' freddo...
IGNAZIO Ognuno sente diversamente.
(Gridando.) Mio zio poi ha sempre freddo.
MARCO Ohibò! Anzi, ho sempre caldo.
Qui per esempio fa molto caldo.
Questa stanza è posta a mezzodí?
CARLO No, signore.
(Poi piú forte.) No, signore.
SCENA NONA
CARLA, ELENA e DETTI
CARLO (andando loro incontro).
Oh, finalmente! (Presentando.) Mia sorella Carla, la signora Elena Morfi.
Il signor Marco Lonelli (Complimenti.)
CARLA (a Ignazio) Perché grida tanto Carlo?
IGNAZIO Lo zio è un poco sordo.
CARLA Poveretto!
MARCO (andando da Ignazio).
Quale delle due è la tua sposa?
IGNAZIO Hi, hi! (Fa un piccolo segno verso Carla.)
MARCO Signorina, finora io ho fatto da padre ad Ignazio.
Spero che d'ora innanzi, anziché uno avrò due figliuoli.
CARLA (imbarazzata).
Grazie! (Lunga pausa.)
ELENA (tossendo).
Una bella giornata quest'oggi.
IGNAZIO Hi, hi, hi! Tanto è vero che anche il signor Carlo lo aveva osservato.
CARLO Oggi, signori, mi favoriranno a pranzo e dopo firmeremo il contratto.
IGNAZIO Senza chiedere il permesso a mio zio, accetto per me e per lui.
Hi, hi, hi! Zio, il signor Carlo c'invita a pranzo...
MARCO (inchinandosi).
La ringrazio, molto.
Ma ho già un precedente impegno.
IGNAZIO Ma è che appena dopopranzo firmeremo il contratto.
MARCO Lo so.
Allora ritorneremo dopopranzo.
CARLO Mi dispiace di non averli avvertiti prima.
Lei, almeno, rimarrà.
IGNAZIO (accettando).
Mille grazie.
ELENA (ridendo).
Badi che qui al venerdí si mangia di magro.
IGNAZIO Hi, hi, hi! Cosa fa? Mangerò di magro.
(Guardando Carla.) Già mi è indifferente, perché ho paura che non mangerò nulla.
CARLO Non è mica causa mia che mangiamo di magro il venerdí.
È un'abitudine importata in famiglia da mia moglie.
Io non credo affatto.
FORTUNATA Come, causa mia? A me non importerebbe affatto.
Son tutte fiabe.
IGNAZIO Allora causa sua, signorina.
CARLA (ridendo).
Ha!
IGNAZIO Ma di chi allora? Hi, hi, hi!
CARLO È l'abitudine.
Mio padre, poveretto, mangiava di magro il venerdí.
Io mi sono abituato da bambino.
Dopo, quasi per pregiudizio, ho mantenuto l'uso.
IGNAZIO Dunque, lei crede.
CARLO Ah, niente affatto.
IGNAZIO Allora lei non crede, ma mangia di magro, il venerdí.
In casa di mio zio si mangia di magro, perché cosí vuole la cuoca.
TUTTI La cuoca?!
MARCO La cuoca?
IGNAZIO Dicevo che lei, zio, ha un magnifico cavallo.
MARCO Ah, sí.
Bellissimo! Mi è costato un occhio della testa.
CARLO Ma perché il signor zio non usa una tromba?
IGNAZIO (gridando).
Il signor Carlo domanda, perché lei non usa una tromba.
MARCO (violento).
Neanche per idea! Sarebbe bello veder penzolare dall'orecchio quel coso lungo!
IGNAZIO Nemmeno la sua cuoca ha potuto ancora convincerlo di portarla.
Hi, hi, hi! (Nessuno ride.
Imbarazzo generale per alcuni secondi.
Egli se ne accorge.) Mica che ci sia da pensar male! Solamente scommetto che da qui ad un mese mio zio porterà la tromba.
Hi, hi!
CARLO (traendo in disparte Ignazio).
Potremmo noi parlare un poco seriamente a quattr'occhi? Vuole?
IGNAZIO Ha da dirmi qualcosa, signor cognato...
futuro?
CARLO Sí, con mio dispiacere.
IGNAZIO Del matrimonio?
CARLO Mah!...
Circa.
IGNAZIO Allora, parli con mio zio.
CARLO Credendo di poterlo fare, finora non mi rivolsi a lei.
Ma ora mi pare che sia difficile...
(Imbarazzato guarda Marco.)
MARCO Comandi?
FORTUNATA (gridando).
Vuol vedere la nostra casa?
MARCO (alzandosi).
Sí, signora.
CARLO Dopo puoi rimanere coi signori qui, nella stanzetta qui accanto.
FORTUNATA Io la precedo.
(Via con Marco.)
ELENA E loro, signori, non vengono?
CARLO Verremo subito.
IGNAZIO (piano a Carla conducendola alla porta).
Procurerò di sbrigarmi al piú presto da questa seccatura.
Seccatura...
non mica, perché ho da stare con suo fratello, ma perché starei piú volentieri con lei.
(Carla via.)
ELENA (a Carlo).
È stato sprecato poco spirito in questo primo incontro.
Non ha ragione di offendersi, per questa osservazione, perché c'ero anch'io.
CARLO Da questa riunione attendevamo non spirito, ma felicità.
ELENA Ben venga la felicità, ma che non sia una felicità troppo noiosa.
(Via.)
CARLO Pettegola!
SCENA DECIMA
IGNAZIO e CARLO
IGNAZIO Gridando un poco si poteva però parlare anche con lo zio.
CARLO Vado soggetto a mali di gola.
IGNAZIO Peccato che siano morti tutti gli altri miei zii.
Ne avevo tre da parte materna.
Adesso, carissimo cognato, ché credo poterti già chiamare cosí, ti faccio una proposta: Diamoci del tu.
Si può parlare meglio ed è piú affettuoso.
(Gli offre la mano.)
CARLO (stringendogliela).
Grazie, era anche mio desiderio.
IGNAZIO E veniamo al fatto che di là ci aspettano.
CARLO Si tratta di una piccola questioncella d'interesse.
IGNAZIO (con una smorfia).
S'è piccola, non fa nulla.
CARLO Oh, piccolissima! Almeno credo.
Come forse saprai ho da dare in dote a mia sorella ventimila franchi.
IGNAZIO (s'inchina).
CARLO Di questi ventimila franchi, diecimila ci devono venir pagati sopra una polizza di assicurazione fatta dal nostro povero padre.
Gli altri diecimila li ho io, e, finora, come ne ho diritto, fino al dí dopo il matrimonio di Carla, li ho adoperati nel mio commercio di legnami.
Dei miei affari non mi ho da lagnare; mantengo benino la mia famiglia, non le faccio mancar nulla e posso portar alta la testa, perché non feci giammai cattiva figura.
IGNAZIO Lo so.
Ognuno lo sa.
CARLO Io posso pagare i diecimila franchi.
Quando vuoi, magari subito.
Ma vediamo un poco.
A che cosa ti servirebbero? Tu hai la bottega ben avviata, a quanto mi hai detto tu stesso, e capitali sufficienti.
Hai anche un ramo in cui piú del necessario non occorre, poiché non hai da fare contratti come me, che talvolta ascendono a somme che eguagliano tutto il mio avere, né da fidare.
Ho da farti una proposta.
Lasciali a me quei fondi, e io ti pagherò un interesse del sei per cento all'anno.
Dimmi un chiaro sí o no, senza titubanze.
Mi pare che nemmeno tu non ne ricaveresti tanto.
Vuoi? A me non importa tanto, perché capirai che per diecimila franchi non mi rovino.
Faccio la proposta per vostro bene, perché cosí investite un capitale in modo sicuro e conveniente.
IGNAZIO Se non te ne importa tanto, non ho allora nessun ritegno di confessartelo.
Anche a me quei diecimila franchi starebbero bene.
CARLO E perché farne?
IGNAZIO Eh, lo sai tu pure che ti è toccato metter su casa tua propria.
Sono cose che costano.
CARLO Ma i diecimila franchi...
IGNAZIO (con segno di sprezzo).
Pf!...
CARLO (turbato).
Ne aggiungerò quattromila.
IGNAZIO No, perché? Dammeli tutti.
CARLO (piú sostenuto).
Bene, come vuole.
Ho solamente da aggiungere una cosa.
Il matrimonio non si farà che da qui a sei mesi.
IGNAZIO Non avevamo già stabilito che doveva aver luogo fra un mese?
CARLO Ora lo dilazioniamo.
IGNAZIO Ma io desidererei di sposarmi fra un mese, e anche Carla.
CARLO Lei sa che sono il tutore di Carla.
Ho almeno il diritto di fissare l'epoca del matrimonio.
IGNAZIO Ma perché, perché?
CARLO Carla è giovanissima e può attendere.
IGNAZIO Sei mesi non contano mica tanto nella vita di una ragazza.
CARLO Allora le dirò semplicemente e francamente il perché di questo mio desiderio.
Io le ho detto che il mio negozio va bene, ed è vero, ma prima di sei mesi io non posso pagare i diecimila franchi.
IGNAZIO E non può farseli prestare? Un uomo come lei troverà sempre credito per diecimila franchi.
CARLO Non è facile come a lei sembra, e poi...
non so perché lei avrebbe ad essere tanto dispiacente per una dilazione di sei mesi.
IGNAZIO Oh, è noioso.
Molto piú noioso di quello che crede.
Mi permette di parlare un momento con Carla?
CARLO Sí.
Però a Carla
...
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