COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 6
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(Secco per nascondere la propria commozione.)
ANNA Ma perché, perché?
LORENZO Sarebbe semplificata la cosa se tu non mi chiedessi altro.
A che cosa possono servire spiegazioni? In parte non le comprenderesti, in parte sono inutili.
Il fatto è questo: Questo matrimonio è impossibile.
ANNA Dimmi almeno questo.
È lui che non mi vuole sposare o sei tu che non vuoi ch'io lo sposi?
LORENZO È lui che non vuole.
ANNA Cosí, da un istante all'altro? Ah! impossibile!
LORENZO Io ti ho già detto che non scherzo!
ANNA Ma io ti dico che è impossibile.
Impossibile! Tanto impossibile quanto, come dice lui, che all'emisfero crescano le gambe.
LORENZO Grazie! Credi dunque che io mi ci metta a procurarti dolori.
ANNA Ma è impossibile, ecco! Ma è impossibile! (Singhiozza, pausa.)
LORENZO Ti dispiace molto?
ANNA Perché? Dimmi perché Alberto rifiuta categoricamente di vedermi! Dopo tanto tempo!
LORENZO Non rifiutò categoricamente.
ANNA Come rifiutò allora?
LORENZO Non rifiutò ma...
ANNA Come, non rifiutò?
LORENZO Sai che Alberto era fidanzato o quasi alla contessina Armeni?
ANNA Non fidanzato e non quasi.
A me lo raccontò subito.
Le faceva un poco, un poco la corte.
Ma non era donna per lui.
LORENZO Chi te lo ha detto?
ANNA Lui stesso e poi io la conosco.
Era nel mio collegio.
LORENZO Sai perché quella donna non era per lui?
ANNA Vieni al fatto te ne prego.
LORENZO La madre della contessina aveva avuto degli amanti.
ANNA La mia forse ne ha avuti?
LORENZO No, ma noi abbiamo avuto in famiglia un altro triste caso.
ANNA Quale?
LORENZO Il suicidio di tuo padre!
ANNA Cosa c'entra quello?
LORENZO C'entra quanto c'entrava l'adulterio della madre della contessina.
ANNA Scusa ma non è vero.
Tu certamente hai male capito quello che lui diceva.
Devi sapere che gli scienziati pretendono che quando fanno del male i genitori lo fanno anche i figli.
Ma io come potrei fare cambiali false quando non so farne nemmeno delle vere? Quando non ne ho ancora mai viste.
LORENZO Ma Alberto dice che quando c'è un membro della famiglia che fa del male non occorre mica che l'altro faccia perfettamente la stessa cattiva azione.
C'è tendenza al male...
Sono teorie false, buone per dar da fare a uomini disoccupati quali sono gli scienziati.
Ma loro ci credono.
Ingannarli non si deve, perché la bugia ha le gambe corte e se lui, me lo disse or ora, apprendesse dopo sposato qualche cosa di male dei genitori della moglie non dormirebbe piú sonni tranquilli.
ANNA Se tutti pensassero cosí quante donne che resterebbero nubili.
Emma Morsano per esempio: Sai che ella ha avuto un caso simile e con tutto ciò fra giorni si sposa.
LORENZO Brava! Per sentire la sua opinione gli citai il caso della Morsano chiedendogli se egli la sposerebbe.
Mai piú mi rispose.
(Pausa.) Anna io adesso manderò ad avvisare il conte che non venga mai piú, nemmeno oggi.
ANNA (abbracciandolo pregando).
Oh! non farlo! non farlo!
LORENZO Ma credi che sarebbe onestà ingannarlo?
ANNA Ingannarlo?
LORENZO Eh! sí, ingannarlo! Non ti pare che si chiami ingannare un uomo il celargli qualche circostanza per farsi sposare?
ANNA Allora fa come vuoi!
LORENZO (dopo un istante di esitazione)..
Vorrei vederti piú convinta e piú tranquilla.
ANNA Io vorrei parlare con Alberto.
LORENZO Impossibile!
ANNA Lasciami parlare con Alberto perché è certo che io lo convincerci che ha torto! Come può un uomo per una causa simile fare tanto del male? È ridicolo! Ridicolo!
LORENZO Vorresti pregarlo di sposarti?
ANNA Non credere che questo mi sia difficile.
Io con Alberto parlo franca.
È una franchezza che lui mi ha insegnata.
Andrei da lui e gli direi: Senti, Alberto, tu non mi vuoi sposare perché pensi che io abbia qualche cattivo istinto? Ti inganni, gli direi, io di cattivi istinti non ne ho.
Io ne saprei qualche cosa.
Vedresti se non mi crederebbe; dice sempre che quando io apro la bocca è per lasciar passare il suono della verità.
LORENZO Ti sposerebbe; ma dopo? I dubbi, i sospetti?
ANNA È perciò che io non voglio che tu gli dica nulla.
A che cosa servirebbe? A rendere infelice me e scommetto anche lui.
Via, Lorenzo! Non ti pare che sposando me sarebbe felice? Non è ingannare rendere qualcuno felice.
LORENZO L'onestà non s'intende cosí.
ANNA Allora tu fa ciò che vuoi ma dopo, se lui mi abbandona, io, sai...
(Piange.)
LORENZO A questo punto siamo?
ANNA E ne dubiti? Io lo amo.
Oh! te lo dico cosí, senza arrossire; mi ama pur lui tanto.
Il dottore che verrà oggi a pranzo è professore a Padova.
Sai perché è venuto? Soffrivo da una settimana dolori atroci alla spalla.
Il dottore di casa diceva che proveniva da un'infreddatura.
Una sera aumentò.
Alberto se ne andò come al solito e ritornò il giorno dopo con questo dottore suo amico.
Quando appresi che per quella sciocchezza lo aveva chiamato telegraficamente io mi misi a piangere dalla gratitudine.
Nemmeno tu che pure mi vuoi bene avresti tanta cura della mia salute.
Ora se tu ci dividi per chi ho da vivere? Credi sul serio che si trovi un altro uomo che mi possa amare tanto? Io che in principio non voleva nemmeno credere che un uomo scienziato che ha tutto quanto si può avere a questo mondo possa innamorarsi di me, povera poco spiritosa e nemmeno bella!
LORENZO Via! via! un po' meno di modestia!
SCENA NONA
ELVIRA e DETTI
ELVIRA Li ho veduti venire a questa volta! Cosa avete deciso?
ANNA Lorenzo!
LORENZO Se tu assolutamente non vuoi che io parli, per il momento tacerò.
Ma pensaci, Anna.
ANNA Cosa ho da pensare?
LORENZO Pensa intanto che è per te che io per la prima volta in mia vita debbo ingannare qualcuno e che mi costa molto.
Pensa d'altra parte che con questi precedenti sarà difficile ottenere una felicità coniugale.
Tu sei troppo giovine per pensare tanto in là, ma dovresti avere almeno tanta ragionevolezza da abbandonarti al consiglio dei piú vecchi.
ANNA Io invece capisco che tu queste cose non le comprendi piú.
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
ALBERTO, ELVIRA ed il dottor REDELLA
REDELLA (cortesemente).
Prima di partire desidero salutare la signorina ed il signor Lorenzo.
Se me lo permette ritornerò fra un'oretta.
ELVIRA Ci farà un piacere.
(Redella s'inchina, stringe la mano ad Alberto e via.)
SCENA SECONDA
ALBERTO ed ELVIRA
ALBERTO Senta, signora; io desiderava da molto tempo trovarmi solo con lei.
ELVIRA Cosa abbiamo noi due da fare insieme?
ALBERTO (ridendo).
Nulla di male.
Ecco, vede, lei sa, che io amo Anna?
ELVIRA Ah! si tratta di ciò! Lo so perché l'ho indovinato ma non me ne hanno dato annunzio ufficiale.
ALBERTO Allora signora mi vedo costretto a dirglielo io stesso.
Era veramente dovere di Lorenzo perché a lui ne parlai già ieri e non capisco perché non l'abbia fatto.
ELVIRA Eppure è cosa tanto facile il capirlo! Io vengo qui considerata quale l'ultima ruota del carro.
ALBERTO Oh! questo poi no! Sarà stata una dimenticanza di Lorenzo o fors'anch'io sono un po' focoso e avrei dovuto attendere prima di parlargliene io, che lui lo faccia.
ELVIRA Avrebbe dovuto attendere a lungo molto a lungo mi creda! Io vengo qui considerata quale l'ultima ruota del carro.
ALBERTO L'ultima ruota del carro ha il medesimo ufficio della prima.
ELVIRA Però è l'ultima.
ALBERTO Io credo che lei s'inganni signora.
Io almeno le posso garantire che non dimentico il rispetto che le devo; sarebbe del resto strano il trattare con poco rispetto la madre della propria sposa.
ELVIRA Lei è piú buono di quanto appare.
ALBERTO Ho l'aspetto da cattivo?
ELVIRA Non da cattivo ma cosí, da poco rispettoso.
ALBERTO Io poco rispettoso?
ELVIRA Sí.
Mi perdona nevvero se le parlo cosí franca? Già è per suo bene.
ALBERTO S'accomodi!
ELVIRA Lei è poco rispettoso e ciò che mi sorprende si è di vedere che lei crede di non esserlo.
Che diavolo! Con le donne non si tratta mica come fa lei!
ALBERTO E come faccio?
ELVIRA Si capisce che lei con donne, dico donne come che va, ha avuto poco da fare.
Ecco! L'aveva qua (mostra la gola) ed a qualunque costo doveva dirglielo.
ALBERTO (imbarazzato).
Io accetto la lezione ma...
scusi, davvero che è curioso! Io signora come sa sono professore quantunque non eserciti di storia naturale.
Ebbene, a noi professori viene insegnato di insegnare e ci apprendono prima di tutto che il vero non è soltanto la negazione del falso ma è anche il vero positivo.
ELVIRA Cioè?
ALBERTO Ci apprendono che per insegnare non basta dimostrare che una cosa non è vera ma anche quale sia la vera.
ELVIRA E lei proprio non sa come si tratti con signore?
ALBERTO Ma io fino ad oggi credeva che lo sapessi; adesso che lei asserisce che non lo so, non so altrimenti.
ELVIRA Invece io scommetterei che lei fa cosí per superbia.
ALBERTO (stizzito).
Oh! io non la capisco piú!
ELVIRA Ecco; per esempio quando questa frase è rivolta a una signora bisogna formarla cosí; giacché vuole che glielo insegni io lo faccio volentieri: (inchinandosi) Io, signora, gliene chiedo perdono ma debbo confessarle a mia vergogna che non ho capito.
Sono un po' tardo lo capisco e mi serva di scusa.
(Altro inchino.)
ALBERTO Ma lei parla sul serio?
ELVIRA E ancora crede che scherzo? Io era bimba cosí che mi insegnavano il modo di comportarmi e ancora me lo rammento; lei è piú giovane di me ed è male abbastanza che lo abbia dimenticato.
(Con ira.) Scherzare!
ALBERTO (scherzando).
Allora mi pongo interamente a sua disposizione; mi insegni e si accorgerà che scolaro piú docile ed anche piú intelligente non potrebbe avere.
ELVIRA (irosa).
Io insegnarle? Non ci mancherebbe altro.
Io insegnarle? Io insegnarle come lei debba trattarmi?
ALBERTO Non si adiri, la prego.
Non si adiri.
ELVIRA Io non mi adiro.
ALBERTO Le assicuro che se anche sono sorpresissimo di quanto lei mi dice sono anche di piú addolorato.
Spero bene che ciò non potrà nuocere ai nostri buoni rapporti?
ELVIRA La prego prima di voler dirmi quando i nostri rapporti furono buoni; quando lei si è occupato a renderli tali! Se non mi ha mai guardata quasi non esistessi! Provo dolore perché tutto ad un tratto è sorto questo vezzo di trattare cosí alla buona le signore! Una volta era tutt'altro! Bastava dar loro un'occhiata per farsi comprendere, per farsi ubbidire.
Noi eravamo allora regine, dico regine perché di piú sulla terra non c'è.
Ci comparivano dinanzi sulle ginocchia, ci indirizzavano delle poesie che a quanto pare oggi giorno loro non sanno piú fare.
Pare addirittura che non esistano piú uomini.
SCENA TERZA
LORENZO, ANNA e DETTI
ALBERTO Oh! finalmente! (Volta le spalle ad EIvira, senza ostentazione.)
ANNA (correndo subito oltre la scena).
Ritorno immediatamente.
Vado a deporre il cappello.
(Via.)
ELVIRA (a Lorenzo).
Vi siete divertiti?
LORENZO Annoiati straordinariamente.
C'è in quella casa un'etichetta che stucca.
ELVIRA L'etichetta non stucca.
Sarebbe bene introdurne un poco anche in casa nostra.
(Via.)
LORENZO Cosa ha? Sembra adirata.
ALBERTO Io non capisco nulla.
Senti Lorenzo.
Or ora la signora Elvira mi ha tenuto una parlata che mi ha oltremodo sorpreso.
Davvero che manifestò un carattere, un carattere incosciente, a dire il vero non troppo bello.
LORENZO Cosa ti disse?
ALBERTO Io non capisco come una donna che abbia vissuto tranquilla, nel circolo della sua famiglia possa parlare a quel modo.
Mi disse che io la trattava male e che ella non era abituata a venir trattata cosí, che anzi gli uomini di una volta le indirizzavano poesie, la trattavano da regina, le comparivano dinanzi sulle ginocchia ed altre simili cose.
Dopo la tua assicurazione non avrei diritto di emettere un dubbio ma involontariamente lo ho, te lo confesso.
LORENZO La tua confessione è però un'offesa e non avresti dovuto farmela.
ALBERTO Offesa non è.
Dubitare non equivale ad essere certo.
In questo mese io ebbi appena tempo di conoscere Anna; è la prima volta che avvicino un poco la signora Elvira.
Ella mi parla in maniera da farmi pensare male sul suo conto.
Se non ci fosse la tua testimonianza io già penserei male.
Ma c'è quella e la mia credenza si trasforma in dubbio e ti comunica questo mio dubbio.
Ti offende la mia franchezza?
LORENZO No, ma se è vero che ami Anna come puoi pensar male della madre?
ALBERTO Piú facilmente di quanto puoi immaginare.
Se la scienza mi dicesse: Prendi ed esamina il rampollo di una razza e troverai tutti i caratteri di tutta la razza allora io questo dubbio non lo avrei.
Penserei dopo studiata Anna che la madre deve essere la donna perfetta.
Ma cosí non è.
Un rampollo non prova nulla mentre trasmette ai discendenti il carattere dei precedenti.
LORENZO Quale stranezza! quale stranezza!
ALBERTO Stranezza? È scienza!
LORENZO (iroso).
Tranquillizzati! Tranquillizzati dunque perché ti assicuro che la signora Elvira è stata sempre onesta, tanto che se lo desideri io la sposo subito domani.
ALBERTO Tanto non occorre perché ti credo.
Un uomo tanto onesto quanto sei tu non mentirebbe con tanta facilità.
Ma come spieghi i suoi strani discorsi?
LORENZO (con gesto espressivo).
È un poco debole di cervello!
ALBERTO Ma questo è anche male, è molto male.
LORENZO È divenuta cosí per i dispiaceri avuti negli ultimi anni.
SCENA QUARTA
Il dottor REDELLA e DETTI, poi ANNA
REDELLA Vengo a salutarli signori.
Alle sei parte il treno.
LORENZO E non potrebbe rimanere ancora un giorno?
REDELLA Impossibile! Sa che sono qui da quindici giorni? Devo tornare al mio posto e mi dispiace perché la città è molto bella.
LORENZO (contento).
Ah! le piace?
REDELLA Sí, c'è un museo molto ricco.
ANNA Mi perdonino se li ho fatti attendere.
Buon giorno! (A Redella.) Lei è di partenza? Le manifesto tutta la mia gratitudine per la pronta guarigione che mi ha procurata.
REDELLA Non sente piú dolori?
ANNA Affatto.
ALBERTO Bada che non ritornino o che io ti chiamo nuovamente.
LORENZO (con subita ispirazione).
Signor dottore lei che è un uomo di scienza che cosa pensa intorno alle teorie dell'eredità?
REDELLA Che cosa ho da pensare?
ALBERTO (ridendo).
Lorenzo spererebbe di trovare in te un avversario a queste teorie.
LORENZO C'è Alberto che mi disturba parlandomi continuamente di queste sciocchezze.
REDELLA Sciocchezze la teoria dell'eredità? (Adirato.) Scusi signor Lorenzo ma mi sembra che non pensi a quanto lei dice.
LORENZO (spaventato).
Perdoni, perdoni non voleva offenderla!
REDELLA (un poco sorridente).
Io non mi offendo ed anzi le chiedo scusa del mio ardore.
Ma è naturale.
Sono teorie che amo molto e che certamente non meritano di esser dette sciocchezze.
LORENZO Saranno ingegnose lo ammetto.
REDELLA (di nuovo con calore).
Non ingegnose, non ingegnose.
Sono giuste o signore.
È questo il termine appropriato.
LORENZO Oh! la giustezza certo?
REDELLA (caloroso).
Convincerla in pochi istanti non posso; meglio che non ne parliamo.
(Lorenzo è sorpreso.)
ALBERTO (ridendo).
Devi badare come parli quando sei con uomini di scienza.
REDELLA Oh! non sono offeso! non sono offeso!
LORENZO Sarebbe anche molto strano!
ALBERTO Ma non nuovo! Redella un giorno gettò un calamaio sulla testa ad un suo amico che derideva le scoperte geologiche degli ultimi anni e pretendeva essere l'uomo uscito perfetto dalle mani del Creatore.
LORENZO Non parliamo di scienza!
REDELLA Era molto piú giovine allora; adesso so discutere piú calmo di molto.
LORENZO È certo però che io non potrei sostenere una discussione con lei.
È dunque inutile discutere.
REDELLA Prego, la discussione è sempre utile.
LORENZO Ma lei da queste teorie prenderebbe norma per la vita?
REDELLA In certi casi sicuramente.
Se avessi da comperare un cavallo per esempio o se avessi da prender moglie vorrei avere per sicurezza la storia di due loro generazioni precedenti.
ANNA (agitata).
E tu pensi nel medesimo modo?
ALBERTO Ma certamente!
ANNA (quasi piangendo, chiama in disparte Lorenzo).
Lorenzo! Senti...
(Piano.) Io condurrò da mamma il dottore e tu raccontagli tutto.
LORENZO Cosa tutto?
ANNA Di mio padre! E dopo faccia ciò che vuole! Io non voglio ingannare!
LORENZO Oh! brava Anna! brava!
ANNA Vuole venir a salutare mamma?
REDELLA Anzi! (Alzandosi va verso la porta dopo Anna e quindi si ferma.) Non viene anche Alberto?
ANNA (sempre piú commossa, ad Alberto).
No, lei rimanga, la prego.
Lorenzo deve dirle qualche cosa!
SCENA QUINTA
ALBERTO e LORENZO
ALBERTO Cosa hai da dirmi?
LORENZO Oh! Poche parole! tante che bastino a spiegarci.
Ma anzitutto voglio scusarmi di averti ingannato, perché io ti ho ingannato!
ALBERTO Tu mi hai ingannato?
LORENZO Sí, asserii cosa che non era vera per indurti a sposare Anna.
ALBERTO Dunque la madre di Anna?
LORENZO Capisco che hai capito.
Adesso è inutile ogni altra spiegazione.
Puoi andartene o rimanere a tua scelta.
ALBERTO Ma fammi il piacere di non correre tanto.
La fretta non può che nuocere.
Prima di continuare non voglio risparmiarti un serio rimprovero che meriti.
Tu sai di avermi ingannato ma forse non rammenti la confidenza che io ti dimostrava; ingannare un uomo in quello stato è doppio inganno.
LORENZO Vuoi una riparazione? Per quanto vecchio io sia sono pronto a dartela.
ALBERTO Non facciamo fanciullaggini, rodomontate, che questa non ne è l'ora.
Io ti ho fatto questo rimprovero perché tu lo meriti; l'unica soddisfazione che esigo è che tu sii in chiaro di avertelo meritato; e tu lo sei mi pare.
LORENZO Meno di quanto pensi.
Io vedeva da una parte una ragazza alla quale si rapiva la felicità e che soffriva, dall'altra un uomo che aveva tanta scienza da averne perduto il buon senso; naturalmente non esitai un istante ad ingannarti.
ALBERTO Anna dunque stessa sapeva che sua madre non valeva meglio della contessa Armeni.
LORENZO Di ciò ella non sapeva nulla.
Quando tu mi spiegasti quella tua scienza positiva immediatamente mi rivolsi ad Anna.
Io credeva che nulla era piú facile che rompere il progetto di matrimonio; le diedi ad intendere che tu non l'avresti sposata se avessi saputo che suo padre era morto in prigione e le chiesi il permesso di raccontartelo.
Per una causa o per l'altra avrei ottenuto ciò che voleva.
Invece Anna mi negò questo permesso e pianse finché cedetti e t'ingannai.
Davvero con una certa voluttà o almeno con quella indifferenza con cui si addolcisce ai bimbi l'orlo del bicchiere dal quale hanno da bere una medicina che ha da guarirli.
Se avessi avuto qualche rimorso, la vista della felicità di Anna me lo avrebbe fatto passare; perché io amo molto Anna; forse ciò mi varrà di scusa anche ai tuoi occhi.
Fu essa, angelo di bambina, che volle che ora ti parli.
La offendesti poco fa con la tua scienza.
Mi disse di raccontarti del padre, cosí che non avremo in nessun caso bisogno di farla arrossire della madre.
ALBERTO Adesso io posso sperare da te franchezza? Perché avrei ancora qualche domanda a farti.
LORENZO Mi posso figurare quale.
Io sono stato l'amante della signora Termigli e me ne vanto.
Ciò mi produsse l'unica vera felicità della mia vita perché io sono il padre di Anna.
ALBERTO (con stupore).
Ah! Tu sei suo padre?
LORENZO (esitante).
Oh! ne sono sicuro, e se anche avessi qualche dubbio ciò non mi rovinerebbe la mia felicità.
Io ho poca scienza ma anche pochi pregiudizi.
Intanto mi faccio amare da essa quale tutore, e mi adora sai.
Io non domando di piú.
Posso amare un oggetto degno di amore come confessasti tu stesso e non indago; mi ama ed io l'amo.
L'amo tanto te lo ripeto che se tu lo volessi le darei il mio nome onorato, sposandone la madre.
ALBERTO Ebbe te solo per amante la madre nevvero?
LORENZO (lo fissa un istante con stupore).
Davvero che mi fai compassione.
Io scommetto che tu deplori non di essere stato ingannato ma di essere stato disingannato.
ALBERTO (semplice).
È vero! Ma è perché sono un uomo disgraziato.
LORENZO Non disgraziato.
Se non fossi cosí sciocco da prendere per realtà i sogni di questa specie di nuovi profeti che alligna sotto il nome di scienziati.
A me intanto non incombe altro obbligo che di dirti la verità, tutta la verità.
La madre di Anna ebbe molti amanti.
ALBERTO Ma solo dopo morto il marito?
LORENZO E di nuovo.
No, no, Alberto, da quella parte non ti salvi.
Basterebbe uno sguardo di Anna per convincerti che ella è degna di essere adorata.
Ma bisogna confessare che è meraviglia che sia sortita da tale madre.
La signora Termigli fu disonesta e rovinò col suo lusso sfrenato il marito.
Voglio dopo questa spiegazione non aver piú nulla a rimproverarmi.
Adesso cosa farai? (Anna appare sulla porta.)
ALBERTO Lasciami tempo a decidere.
LORENZO (che ha visto Anna).
Però cosa ho da dire ad Anna?
SCENA SESTA
ANNA e DETTI
ANNA Ad Anna nulla.
Non occorre nulla dirle.
Se ha da dirmi qualche cosa io sono qui.
ALBERTO Oh! Anna!
ANNA Prego, mi parli senza riguardi; ha inteso che sono io che ho voluto che Lorenzo le racconti tutto.
(Molto commossa.) Io credeva che lei fosse andato già via, e per questo sono venuta di qua, altrimenti non veniva.
ALBERTO Ecco! io ti credeva diversa.
Adesso già assumi un tono da donna offesa come se io volessi offenderti.
Tu sai che io ti amo, che se avessi ad abbandonarti io ne soffrirei piú di te.
ANNA Se avessi ad abbandonarti?
ALBERTO Io non dissi ancora nulla.
Non decisi ancora nulla.
ANNA Ma io ho deciso.
Oh! non mica perché sono convinta della serietà delle ragioni che la inducono a lasciarmi.
Ma io aveva sognato qualche cosa diverso di molto.
Io non voglio venir sposata con esitazioni, con scrupoli.
Anche Lorenzo mi disse che cosí la felicità non verrebbe in casa nostra.
(Piange.)
LORENZO Sí, è meglio che vi lasciate finché siamo in tempo è meglio di evitare un matrimonio disgraziato.
ANNA (piangendo).
Sí, è meglio, è meglio.
ALBERTO Adesso quando si trattava precisamente di ragionare, di riflettere con serietà, queste ire sono fuori di proposito.
Io non commetto tanto facilmente errori; dunque se sposerò Anna sarà segno evidente che io sarò convinto di farlo per la mia felicità.
SCENA SETTIMA
Dottor REDELLA e DETTI
REDELLA Io me ne vado, signori.
ANNA Buon viaggio, signor dottore.
Ma mi dica prima di partire, non ci sarebbe una medicina con la quale si potesse levarsi i cattivi istinti?
REDELLA Perché?
ANNA Se ve ne è me la indichi perché c'è una persona che ne avrebbe bisogno.
Non mi dia bada perché parlo per ischerzo.
Stia bene signor dottore.
Ti attendo in stanza di mamma Lorenzo.
(Via.)
LORENZO Ho il piacere di aver fatto la sua conoscenza e spero di poter rivederla.
Se lei passa, in un'occasione od altra per la nostra città, verrà senza dubbio a trovarci?
REDELLA Mi procurerò questo piacere non v'ha dubbio.
(Lorenzo via.)
ALBERTO (come smemorato va verso la stanza di Anna.)
REDELLA E tu non vieni ad accompagnarmi? O almeno non mi saluti?
ALBERTO Oh! perdona! Senti Redella.
Sai che anch'io penso che noi abbiamo torto di credere alla teoria dell'eredità e dell'atavismo?
REDELLA Perché? Hai letto qualche libro confutativo?
ALBERTO No, ma ho avuto campo di fare delle osservazioni che la negano.
REDELLA Sí! Davvero! Abbiamo torto.
Dimmele queste tue osservazioni; sai bene che io sono sempre pronto a lasciarmi convincere.
ALBERTO Sono piú riflessioni che osservazioni.
Io dico che vi sono senza dubbio delle eredità organiche ma che l'educazione e l'esempio valgono a lottare con qualunque difetto ereditato.
REDELLA E queste dici tu riflessioni tue proprie? È un plagio perché cosí si pensava duecento anni or sono.
Dove hai pescato queste sciocchezze?
ALBERTO Se anche le giudichi sciocchezze ciò non toglie che sono proprio da me pensate; da me che pure al pari di te conosco tutti i progressi della scienza.
Di mio aggiungo un'altra riflessione.
Voi vi compiacete tanto, io oggi dico, nell'idea dell'assoluto che onde non perderla, neghereste la verità riconosciuta che si sottraesse alle vostre regole.
REDELLA (adirandosi).
Io non ho mai negato una verità riconosciuta; forse lanci quest'accusa onde far tacere la tua coscienza che indubbiamente te ne fa una eguale.
Un antico greco del quale non ci venne trasmesso il nome aveva studiato tutta la sua vita ed aveva fama di scienziato.
Un bel dí gli cadde una tegola sul capo e pfusc! addio scienza; per un effetto meccanico aveva perduto la memoria.
Che fosse anche a te caduta qualche tegola sul capo?
ALBERTO Ah! non scherzare!
REDELLA E cosa ho da pensare se non solamente dimostri di aver dimenticati tutti i risultati datici dalla psichiatria ma che anzi ti poni in diretta contraddizione con essi? Spiegare a te di nuovo tutta la teoria, quando ieri ancora dimostravi di conoscerla, sarebbe ridicolo.
Io penso che tu scherzi.
ALBERTO E tu pensa ciò che vuoi.
Io so intanto che le leggi dell'eredità vennero scoperte sulle bestie.
Pochi matti si sono azzardati applicarle all'uomo.
Senza fare eccezioni si ammisero per i cavalli e si capisce, perché là la potenza che possiamo esercitare mediante l'educazione è minima; ma per l'uomo nel quale esiste il volere, la potenza modificatrice per eccellenza, la legge patisce tante eccezioni che diventa eccezione essa stessa.
REDELLA Ah! bah! tu sragioni! tu cadi nell'errore fondamentale antropocentrico.
ALBERTO Tu sragioni! Presuppone la mia osservazione che l'uomo sia il centro della creazione? No, ma senza dubbio l'uomo oggidí è diverso dalle bestie; ha facoltà di cui in alcune di esse v'è tutt'al piú rudimenti.
Ogni cosa diversa merita trattamento diverso o che con questo metodo finiremo con l'adoperare 300 gradi di calore per sciogliere il burro perché cosí facciamo per liquefare metalli.
REDELLA L'esempio non calza.
Vi sono leggi applicabili a tutte le cose, vi sono leggi applicabili agli esseri organici, altre ve ne sono per gli esseri viventi ed infine alcune per gli uomini soltanto.
Questa mania di accomunare le cose non l'ha certamente la scienza.
Non divagare! La scienza ti dice: Questa è una legge generale applicabile a tutti gli esseri viventi e tu, se lo puoi, attaccala; ma non attaccarne una che essa non ha posta; perché essa non asserí giammai che si debba sciogliere il burro a 300 gradi.
ALBERTO Era dato a guisa di esempio.
Io non aveva altro a dirti all'infuori che io non credo alle vostre leggi, alle vostre osservazioni, alle vostre statistiche.
Le leggi le ponete ben grosse, importanti, e piú diversificano dal comune modo di pensare piú vi piacciono.
Le vostre osservazioni le fate attraverso alle lenti dei vostri pregiudizi facendo precedere la sintesi all'analisi.
Le vostre statistiche mi fanno ridere.
REDELLA E perché signor mio?
ALBERTO Perché voi studiate gli atti degli uomini e non gli uomini.
A te sembra la medesima cosa l'atto che commette l'uomo e l'uomo stesso?
REDELLA Non ho mai detto questo.
L'uomo è l'antecedente! Il fatto è la conseguenza del fattore.
ALBERTO Sei troppo esplicito carissimo.
Non è vero, l'idea della palla per te va intimamente congiunta a quella del rotolare?
REDELLA Senza dubbio!
ALBERTO E quella del corpo a base piana a quella della fissità?
REDELLA Senza dubbio!
ALBERTO Ebbene, prendi un corpo piano e ponilo su di un'erta tale che perda l'equilibrio e rotolerà.
Prendi la palla, ponila su un piano orizzontale e starà ferma.
Dunque il fatto casualmente può essere del tutto diverso da quello che si prevedeva dopo studiate le qualità di un corpo.
REDELLA Ciò è molto sottile, tanto sottile che credo non basti condurti a conclusioni maggiori.
ALBERTO No, perché la conclusione massima è già fatta.
Io dico che l'uomo può essere un corpo rotondo ad una base piana.
Tende a rotolare, a fare del male supponiamo, o tende a star inerte sulla via prescrittagli dalla legge; invece, se tende a stare inerte capita in posizione verticale e precipita, se tende a rotolare il piano orizzontale glielo impedisce.
REDELLA Ah! Ah! quali sciocchezze!
ALBERTO Non ridere perché il tuo riso non mi convince.
Del resto non mi convincerebbero nemmeno i tuoi argomenti.
È dunque inutile che discutiamo; io mi tengo la mia convinzione, tu tienti la tua.
REDELLA Ma la tua è una convinzione sciocca; tu, lasciatelo dire, sei moralmente decaduto.
Che l'amore ti avesse posto in questo stato?
ALBERTO (con violenza).
Che c'entra qui l'amore? Oh! l'amore all'umanità sí! Dacché mi si aprí la mente a riconoscere la verità, davvero che mi sento migliore, e piú libero.
REDELLA Migliore può essere! Hai riacquistato la bontà dell'ignorante! Ti sarà riservato un posto nel regno dei cieli.
(Poi.) Davvero che provo un reale dolore al vederti in questo stato.
Io ti voglio bene! È impossibile lasciarti nei paradossi in cui ora navighi a gonfie vele.
ALBERTO Non curarti di me! Io ora sono felice!
REDELLA Ma anche per amore della scienza io non posso lasciar vituperare la statistica in questo modo.
ALBERTO Basta! Basta!
REDELLA Mi lascerai finire? Io ho il dovere di parlare.
Sappi che la statistica non viene mica condotta tanto superficialmente quanto tu credi.
Se un uomo commette un delitto, la statistica raccoglie tutti i dati che può ottenere intorno a quest'uomo e distingue l'uomo che ruba il pezzo di pane quando ha fame da colui che lo ruba per rubarlo.
ALBERTO Insomma io non vi credo.
REDELLA Ma sei impazzito? (Dopo una piccola pausa.) Eppoi anche chi ruba per bisogno modifica in tale modo l'organismo che alla seconda generazione anche non essendovi il bisogno potrà comparire il delitto.
È precisamente il corpo a base piana che rotolando si arrotonda.
ALBERTO Sogni sono questi!
REDELLA (adirato).
Carissimo mio capisco che con te è fiato sprecato.
Per tuo bene però ti consiglio di studiare il carattere dei nonni quando comperi cavalli e pel bene dei tuoi figliuoli dei genitori quando prendi moglie.
ALBERTO (agitatissimo).
Tu mi consigli questo? Bada Redella che io principio a credere che tu voglia offendermi.
REDELLA Io offenderti?
ALBERTO Certe allusioni non le so sopportare.
REDELLA Allusioni? (Dopo un istante di esitazione rimane confuso.) Principio a comprendere.
(Pausa.)
ALBERTO (accorgendosi che Redella ha capito).
Hai veduto quale angolo facciale, quale occhio diritto, quale voce incorrotta e tono eguale?
REDELLA Certamente! Hai ragione! Io sono stato un po' ingiusto! Sai come è nelle discussioni che si vuole mantenere il proprio punto.
La teoria dell'eredità ammette ogni dubbio! Altro che ne ammette!
ALBERTO Vedi che ti ho convinto?
REDELLA (un istante ripugnante).
Convinto? Eh! certamente! Sono convinto, convinto, convinto.
Addio Alberto e sii felice!
ALBERTO Felice? Lo sarò certamente! Dovrai fra qualche settimana rifare la tua strada per venire ad assistere al mio matrimonio.
REDELLA Con tutto il cuore se avrà tempo.
ALBERTO Dunque accetti il mio sistema? Rinneghi almeno in gran parte l'atavismo?
REDELLA Cosa c'entra qui l'atavismo? Senti, Alberto, una mia idea.
Dalla creazione del mondo in poi vi sono stati tanti malfattori che sarebbe impossibile trovare per sposa una donna di cui qualche antenato non lo sia stato.
ALBERTO Io non abbisogno di questa osservazione; dopo studiato l'oggetto stesso non m'interessa piú la sua derivazione.
Questa è la mia teoria.
REDELLA Mi comunicherai esattamente il giorno in cui avverrà il tuo matrimonio?
ALBERTO Certamente!
REDELLA Addio Alberto mio! (Si abbracciano.)
ALBERTO Addio! (Redella via.) Anna! Anna!
Viene Anna e rimane esitante sulla soglia.
ALBERTO (le prende una mano e si inginocchia).
Perdonami! perdonami!
ANNA Se ti perdono? Ma sei convinto, sei sicuro che formi con me la tua felicità? Hai intera fiducia in me?
ALBERTO Oh! intera! intera!
ANNA (dubitando).
Bada, Alberto, siamo ancora in tempo!
ALBERTO Per far che? Per far che? Io non ti avrei abbandonata mai piú! nemmeno se avessi ancora continuato ad avere quelle convinzioni esagerate! Guarda! raramente per la mia felicità ho da ringraziare qualcuno all'infuori di me stesso! Quando ciò mi accade, dal mio cuore esce come un inno di ringraziamento alla natura.
Ecco! Deploro che tu non possa udire quell'inno di gioia che ora vi sorte per averti incontrata la prima volta per caso.
Ti rammenti? Alla stazione.
CALA LA TELA
Il ladro in casa
Scene della vita borghese
PERSONAGGI
CARLO
FORTUNATA, moglie di Carlo
OTTAVIO (decenne) loro figlio
ELENA
CARLA
IGNAZIO
MARCO, zio di Ignazio
EMILIO
EMILIA, serva di Carla
CATINA, serva di Carlo
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ELENA, CARLA e OTTAVIO
CARLA (che sta abbigliando Ottavio).
Cosí oggi farai delle conquiste...
OTTAVIO (durante una lunga pausa si guarda i pantaloni).
Delle conquiste...
giusto...
giusto...
non me ne importa...
ELENA La risposta si è fatta attendere...
OTTAVIO (a Carla).
Guarda, se ho fuori la camicia di dietro...
CARLA Bello! Bello! Io direi di prenderti una cameriera.
(Lo aiuta.)
ELENA Io, per esempio non gli avrei mai permesso di prendersi tanta libertà da darmi degli ordini...
OTTAVIO Lei...
taccia, lei!
ELENA E perché ho da tacere, mio bel bimbo?
OTTAVIO ...
perché lei non c'entra...
ELENA (alza le spalle; poi a Carla).
E tu non sei ancora abbigliata? Davvero, non sembrerebbe che oggi tu abbia a ricevere per la prima volta lo sposo.
CARLA E dove ho da trovare il tempo per vestirmi? Mi son levata alle nove, un po' per servire Fortunata...
un po' per vestire questo "mulo"...
OTTAVIO Chi è "mulo"?
CARLA Non parlavo con te.
ELENA E adesso non sei capace di ribellarti? Fra pochi giorni non avrai piú bisogno di loro...
CARLA Appunto perciò non merita fare baruffa...
ELENA Intanto una persona che ha un po' di sangue nelle vene, si vendica.
CARLA (ad Ottavio).
Cosí...
Adesso puoi andartene!
OTTAVIO No, resterò ancora un poco qui.
CARLA Non parlare davanti a lui che riporta tutto alla sua mamma...
ELENA Principierai, per esempio, prima di abbandonare la casa col dare una buona lezione a questo malcreato.
OTTAVIO Cosa farebbe lei?
ELENA Nulla! (Con gesto espressivo.) Un movimento di mano su e giú Piff! Paff!
OTTAVIO Io le permetto di provare, se vuole!
ELENA Ah, vuoi lottare con me? Vediamo! (Gli prende le braccia e gliele tiene ferme.)
OTTAVIO Io...
(Lottando e sbuffando.) Io le rompo il muso!...
ELENA Ah, mi rompi il muso, manigoldo! (Lascia andare il braccio e gli dà uno schiaffo, poi lo riprende.)
OTTAVIO (c.s.) Stia attenta!
ELENA (ripete diverse volte il giuoco, c.s.).
A che cosa devo stare attenta?
OTTAVIO (piangendo e gridando).
Mi lasci! Mi lasci! Ma mi lasci! (Si svincola piangendo.) Villanaccia!
CARLA Ah, perché bastonarlo?
ELENA Digli che stia zitto o che ripeta il giuoco.
Ma faccio processo corto! Vieni un po' giú, vieni! che almeno ci lascieranno quiete!
CARLA Ma ho da vestirmi!
ELENA Ti vestirai dopo.
Anche cosí egli non ti troverà brutta.
(Via con Carla.)
SCENA SECONDA
FORTUNATA ed OTTAVIO
OTTAVIO (piange.
Quando vede Fortunata, si mette a piangere piú forte.)
FORTUNATA (spaventata).
Che hai, Ottavio? Sei caduto? (Chiamando.) Carla! Carla! Dove ti sei fatto male? (Scotendolo.) Ottavio! Ottavio!
OTTAVIO Non sono caduto...
Mi hanno bastonato! (Piangendo forte.)
FORTUNATA Chi ti ha bastonato? Su, dimmi, chi? Carla, forse?
OTTAVIO No, non Carla.
FORTUNATA Papà?
OTTAVIO No, la signora Elena.
FORTUNATA La signora Elena?!
OTTAVIO Sí, mi ha schiaffeggiato.
FORTUNATA Ma perché, perché?...
OTTAVIO Per nulla.
FORTUNATA Tu le avrai detto qualche insolenza...
OTTAVIO No, loro me ne hanno dette a me.
FORTUNATA Chi, loro?
OTTAVIO Carla mi ha detto...
"mulo".
SCENA TERZA
CARLO e DETTI
CARLO Mulo, perché?
FORTUNATA Non è una cattiveria? L'ultimo giorno che appartiene ancora alla nostra famiglia!
CARLO Ma tu per primo le avrai detto qualche insolenza.
OTTAVIO No, io, nulla.
La signora Elena diceva che prima di uscire da questa casa si sarebbe vendicata...
FORTUNATA Vendicata di che cosa?
OTTAVIO Di te, mamma, di me...
FORTUNATA Che cosa abbiamo fatto noi alla signora Elena?
OTTAVIO (impazientito).
No, non la signora Elena! Diceva che se lei fosse stata Carla si sarebbe vendicata.
CARLO Dov'è Carla?
OTTAVIO È andata al primo piano.
FORTUNATA Guarda, ha marcato sul viso tutte le cinque dita!
CARLO (chiamando).
Catina!
FORTUNATA Che cosa vuoi da Catina?
CARLO Che vada a chiamare Carla.
FORTUNATA Catina si sta vestendo.
E poi che cosa vuoi dire a Carla?
SCENA QUARTA
CARLA e DETTI
CARLA Ho inteso fino in primo piano le grida di Ottavio.
Che cosa è accaduto?
FORTUNATA Fa lo gnorri, carina, che ti sta tanto bene! Eri presente e non hai saputo impedire che la signora Elena lo bastonasse.
CARLA Eh, bastonasse! L'ha appena toccato! Sapete ch'è smorfioso.
OTTAVIO Eh, già smorfioso! Vorrei che le avessi pigliate tu! (Piange.)
CARLA Ma io non l'ho bastonato! Che c'entro io! Rivolgetevi ad Elena.
CARLO (mite).
Potevi però impedire ch'Elena lo bastonasse...
CARLA Credevo che scherzassero da principio.
Lottavano ed egli non piangeva.
OTTAVIO (singhiozzando).
Causa tua! Hai detto che dinanzi a me non si può parlare di nulla, perché lo riporto alla mammina...
CARLA (arrossendo).
L'ho detto cosí...
non mica perché mi sarebbe dispiaciuto che riportasse qualche cosa!...
Sapete che tra amiche si hanno tante cose da raccontarsi!
FORTUNATA Immagino quello che queste amiche si raccontano!
CARLA Non puoi immaginarlo.
FORTUNATA Non credevo di doverti rimproverare ancora oggi la tua ingratitudine.
Vieni, Ottavio! (Lo trascina via.)
CARLA Tu, poi, quando tua moglie ha parlato, non c'è piú verso di convincerti...
CARLO Tu sei cattiva! È inutile che perdiamo parole su questo argomento! Va ad aiutare Fortunata a finir di preparare la stanzetta qui accanto.
Qui firmeremo il contratto.
(Carlo via.)
SCENA QUINTA
EMILIO e DETTO
EMILIO (entrando).
Buon giorno.
Ha veduto mia moglie?
CARLO (ridendo).
Era qui poco fa, ma credo che adesso sia discesa.
EMILIO Perché ride?
CARLO Perché la signora ha lasciato tracce del suo passaggio.
EMILIO Quali tracce?
CARLO Ha bastonato il mio figliuolo.
EMILIO Ah! E cosa dirà la signora Fortunata?
CARLO Ha già detto, e speriamo che non dirà piú nulla.
EMILIO Io le chiedo scusa.
CARLO Oh, non ne vale la pena! Obbligherò io Ottavio a chiedere scusa alla signora Elena.
EMILIO Questo poi no.
Senza nulla sapere della questione fra suo figlio e mia moglie, penso che mia moglie abbia avuto torto.
CARLO Badi che riporterò questo suo giudizio alla signora Elena!
EMILIO (indifferente).
Faccia pure.
(Guarda l'orologio.) A che ora firmano il contratto?
CARLO Appena dopopranzo, sa.
Questa mane voglio trattare io con lo zio dello sposo avendo da porre alcune condizioni.
EMILIO Allora per questa mane non ha bisogno di me?
CARLO Bisogno no.
Ma avrei piacere che rimanesse a farmi un po' di compagnia.
EMILIO Mi dispiace, ma non posso! Questa mattina andrò a lavorare e dopopranzo verrò qui.
CARLO So già quale sacrificio lei fa dedicandoci un po' del suo tempo prezioso!
EMILIO Oh, col sommo piacere! La saluto!
SCENA SESTA
ELENA e DETTI
ELENA Dove vai, adesso?
EMILIO Giú nel mio stanzino.
ELENA Va pure.
EMILIO (piano ad Elena, imperativo).
Dopo vieni nel mio studio.
Ho da parlarti.
ELENA (fingendo indifferenza).
Va bene.
EMILIO A rivederci.
(Via.)
ELENA (a Carlo).
La prego, senta.
Prima il suo figliuolo mi ha detto qualche insolenza e mi sono lasciata trascinare.
Mi scusi, la prego, e dica a sua moglie ch'è stato un momento di dimenticanza che non avrei dovuto avere.
Lo ha raccontato a mio marito?
SCENA SETTIMA
FORTUNATA e DETTI
ELENA Buon giorno, signora.
FORTUNATA Signora, perdoni la libertà, ma non permetto che altri tocchino i miei figliuoli...
ELENA Ne parlavo appunto al signor Carlo.
FORTUNATA Se io voglio castigarlo son padrona; lei sa che non ha questo diritto e non so come spiegarmi il fatto che lo abbia dimenticato...
ELENA Le chiedo scusa.
Mi sono lasciata trascinare e le chiedo scusa.
Se vuole vendicarsi, bastoni me!...
FORTUNATA (rabbonita).
Sa, signora, Ottavio è un ragazzo cosí debole che fino a un anno fa lo credevamo malaticcio.
Ora è un po' rimesso, ma gli usiamo ogni cura.
È per questo...
(Si stringono la mano.)
CARLO Non credevo che finisse tanto presto.
(Si sente il campanello.
A Fortunata.) Va a chiamare Carla!
ELENA Permetta che vada io! È nella sua stanza, nevvero?
FORTUNATA Sissignora.
Chissà se sono loro! (Elena via.
Fortunata e Carlo vanno alla porta.)
SCENA OTTAVA
MARCO, IGNAZIO LONELLI e DETTI
CARLO Si accomodino, signori!
IGNAZIO (ridendo).
Hi, hi! Piuttosto, non si scomodino loro! La signora, poi!...
(Entrano.
Carlo porge delle sedie; Ignazio guarda attorno.)
CARLO Carla verrà subito.
(Presentando.) Mia moglie Fortunata, il signor Marco Lonelli, il signor Ignazio lo conosci già...
(Tutti s'inchinano.)
MARCO (non avendo inteso, in atto di domanda).
La signora?
IGNAZIO (gridando).
La signora Fortunata.
Mio zio è un po' duro.
(Mostrando l'orecchio.)
MARCO Avevo inteso, però, un nome piú lungo...
IGNAZIO Hi, hi...
Erano i nostri nomi...
Il signore ci presentava...
CARLO Una bella giornata, oggi.
IGNAZIO Sí, però un po' caldo...
FORTUNATA Strano! Invece io ho un po' freddo...
IGNAZIO Ognuno sente diversamente.
(Gridando.) Mio zio poi ha sempre freddo.
MARCO Ohibò! Anzi, ho sempre caldo.
Qui per esempio fa molto caldo.
Questa stanza è posta a mezzodí?
CARLO No, signore.
(Poi piú forte.) No, signore.
SCENA NONA
CARLA, ELENA e DETTI
CARLO (andando loro incontro).
Oh, finalmente! (Presentando.) Mia sorella Carla, la signora Elena Morfi.
Il signor Marco Lonelli (Complimenti.)
CARLA (a Ignazio) Perché grida tanto Carlo?
IGNAZIO Lo zio è un poco sordo.
CARLA Poveretto!
MARCO (andando da Ignazio).
Quale delle due è la tua sposa?
IGNAZIO Hi, hi! (Fa un piccolo segno verso Carla.)
MARCO Signorina, finora io ho fatto da padre ad Ignazio.
Spero che d'ora innanzi, anziché uno avrò due figliuoli.
CARLA (imbarazzata).
Grazie! (Lunga pausa.)
ELENA (tossendo).
Una bella giornata quest'oggi.
IGNAZIO Hi, hi, hi! Tanto è vero che anche il signor Carlo lo aveva osservato.
CARLO Oggi, signori, mi favoriranno a pranzo e dopo firmeremo il contratto.
IGNAZIO Senza chiedere il permesso a mio zio, accetto per me e per lui.
Hi, hi, hi! Zio, il signor Carlo c'invita a pranzo...
MARCO (inchinandosi).
La ringrazio, molto.
Ma ho già un precedente impegno.
IGNAZIO Ma è che appena dopopranzo firmeremo il contratto.
MARCO Lo so.
Allora ritorneremo dopopranzo.
CARLO Mi dispiace di non averli avvertiti prima.
Lei, almeno, rimarrà.
IGNAZIO (accettando).
Mille grazie.
ELENA (ridendo).
Badi che qui al venerdí si mangia di magro.
IGNAZIO Hi, hi, hi! Cosa fa? Mangerò di magro.
(Guardando Carla.) Già mi è indifferente, perché ho paura che non mangerò nulla.
CARLO Non è mica causa mia che mangiamo di magro il venerdí.
È un'abitudine importata in famiglia da mia moglie.
Io non credo affatto.
FORTUNATA Come, causa mia? A me non importerebbe affatto.
Son tutte fiabe.
IGNAZIO Allora causa sua, signorina.
CARLA (ridendo).
Ha!
IGNAZIO Ma di chi allora? Hi, hi, hi!
CARLO È l'abitudine.
Mio padre, poveretto, mangiava di magro il venerdí.
Io mi sono abituato da bambino.
Dopo, quasi per pregiudizio, ho mantenuto l'uso.
IGNAZIO Dunque, lei crede.
CARLO Ah, niente affatto.
IGNAZIO Allora lei non crede, ma mangia di magro, il venerdí.
In casa di mio zio si mangia di magro, perché cosí vuole la cuoca.
TUTTI La cuoca?!
MARCO La cuoca?
IGNAZIO Dicevo che lei, zio, ha un magnifico cavallo.
MARCO Ah, sí.
Bellissimo! Mi è costato un occhio della testa.
CARLO Ma perché il signor zio non usa una tromba?
IGNAZIO (gridando).
Il signor Carlo domanda, perché lei non usa una tromba.
MARCO (violento).
Neanche per idea! Sarebbe bello veder penzolare dall'orecchio quel coso lungo!
IGNAZIO Nemmeno la sua cuoca ha potuto ancora convincerlo di portarla.
Hi, hi, hi! (Nessuno ride.
Imbarazzo generale per alcuni secondi.
Egli se ne accorge.) Mica che ci sia da pensar male! Solamente scommetto che da qui ad un mese mio zio porterà la tromba.
Hi, hi!
CARLO (traendo in disparte Ignazio).
Potremmo noi parlare un poco seriamente a quattr'occhi? Vuole?
IGNAZIO Ha da dirmi qualcosa, signor cognato...
futuro?
CARLO Sí, con mio dispiacere.
IGNAZIO Del matrimonio?
CARLO Mah!...
Circa.
IGNAZIO Allora, parli con mio zio.
CARLO Credendo di poterlo fare, finora non mi rivolsi a lei.
Ma ora mi pare che sia difficile...
(Imbarazzato guarda Marco.)
MARCO Comandi?
FORTUNATA (gridando).
Vuol vedere la nostra casa?
MARCO (alzandosi).
Sí, signora.
CARLO Dopo puoi rimanere coi signori qui, nella stanzetta qui accanto.
FORTUNATA Io la precedo.
(Via con Marco.)
ELENA E loro, signori, non vengono?
CARLO Verremo subito.
IGNAZIO (piano a Carla conducendola alla porta).
Procurerò di sbrigarmi al piú presto da questa seccatura.
Seccatura...
non mica, perché ho da stare con suo fratello, ma perché starei piú volentieri con lei.
(Carla via.)
ELENA (a Carlo).
È stato sprecato poco spirito in questo primo incontro.
Non ha ragione di offendersi, per questa osservazione, perché c'ero anch'io.
CARLO Da questa riunione attendevamo non spirito, ma felicità.
ELENA Ben venga la felicità, ma che non sia una felicità troppo noiosa.
(Via.)
CARLO Pettegola!
SCENA DECIMA
IGNAZIO e CARLO
IGNAZIO Gridando un poco si poteva però parlare anche con lo zio.
CARLO Vado soggetto a mali di gola.
IGNAZIO Peccato che siano morti tutti gli altri miei zii.
Ne avevo tre da parte materna.
Adesso, carissimo cognato, ché credo poterti già chiamare cosí, ti faccio una proposta: Diamoci del tu.
Si può parlare meglio ed è piú affettuoso.
(Gli offre la mano.)
CARLO (stringendogliela).
Grazie, era anche mio desiderio.
IGNAZIO E veniamo al fatto che di là ci aspettano.
CARLO Si tratta di una piccola questioncella d'interesse.
IGNAZIO (con una smorfia).
S'è piccola, non fa nulla.
CARLO Oh, piccolissima! Almeno credo.
Come forse saprai ho da dare in dote a mia sorella ventimila franchi.
IGNAZIO (s'inchina).
CARLO Di questi ventimila franchi, diecimila ci devono venir pagati sopra una polizza di assicurazione fatta dal nostro povero padre.
Gli altri diecimila li ho io, e, finora, come ne ho diritto, fino al dí dopo il matrimonio di Carla, li ho adoperati nel mio commercio di legnami.
Dei miei affari non mi ho da lagnare; mantengo benino la mia famiglia, non le faccio mancar nulla e posso portar alta la testa, perché non feci giammai cattiva figura.
IGNAZIO Lo so.
Ognuno lo sa.
CARLO Io posso pagare i diecimila franchi.
Quando vuoi, magari subito.
Ma vediamo un poco.
A che cosa ti servirebbero? Tu hai la bottega ben avviata, a quanto mi hai detto tu stesso, e capitali sufficienti.
Hai anche un ramo in cui piú del necessario non occorre, poiché non hai da fare contratti come me, che talvolta ascendono a somme che eguagliano tutto il mio avere, né da fidare.
Ho da farti una proposta.
Lasciali a me quei fondi, e io ti pagherò un interesse del sei per cento all'anno.
Dimmi un chiaro sí o no, senza titubanze.
Mi pare che nemmeno tu non ne ricaveresti tanto.
Vuoi? A me non importa tanto, perché capirai che per diecimila franchi non mi rovino.
Faccio la proposta per vostro bene, perché cosí investite un capitale in modo sicuro e conveniente.
IGNAZIO Se non te ne importa tanto, non ho allora nessun ritegno di confessartelo.
Anche a me quei diecimila franchi starebbero bene.
CARLO E perché farne?
IGNAZIO Eh, lo sai tu pure che ti è toccato metter su casa tua propria.
Sono cose che costano.
CARLO Ma i diecimila franchi...
IGNAZIO (con segno di sprezzo).
Pf!...
CARLO (turbato).
Ne aggiungerò quattromila.
IGNAZIO No, perché? Dammeli tutti.
CARLO (piú sostenuto).
Bene, come vuole.
Ho solamente da aggiungere una cosa.
Il matrimonio non si farà che da qui a sei mesi.
IGNAZIO Non avevamo già stabilito che doveva aver luogo fra un mese?
CARLO Ora lo dilazioniamo.
IGNAZIO Ma io desidererei di sposarmi fra un mese, e anche Carla.
CARLO Lei sa che sono il tutore di Carla.
Ho almeno il diritto di fissare l'epoca del matrimonio.
IGNAZIO Ma perché, perché?
CARLO Carla è giovanissima e può attendere.
IGNAZIO Sei mesi non contano mica tanto nella vita di una ragazza.
CARLO Allora le dirò semplicemente e francamente il perché di questo mio desiderio.
Io le ho detto che il mio negozio va bene, ed è vero, ma prima di sei mesi io non posso pagare i diecimila franchi.
IGNAZIO E non può farseli prestare? Un uomo come lei troverà sempre credito per diecimila franchi.
CARLO Non è facile come a lei sembra, e poi...
non so perché lei avrebbe ad essere tanto dispiacente per una dilazione di sei mesi.
IGNAZIO Oh, è noioso.
Molto piú noioso di quello che crede.
Mi permette di parlare un momento con Carla?
CARLO Sí.
Però a Carla devo dire prima io qualche cosa.
Oh, appena un minuto! (Via con Ignazio.
Dopo un istante ritorna con Carla.)
SCENA UNDICESIMA
CARLA e CARLO
CARLA Siete d'accordo?
CARLO Ah, che d'accordo! Senti, credi, nevvero, che il signor Ignazio ti voglia sposare per amore? Ebbene, t'inganni.
È per interesse.
CARLA Perché mi dici questo?
CARLO Tu sapessi con quale impudenza...
come parlava francamente quasi si trattasse di un semplice affare! Se tu fossi stata dietro quella porta, non lo sposeresti piú.
CARLA Ma cosa ha detto?
CARLO (abbracciandola).
Tu mi vuoi bene, nevvero? Devi ora salvarmi la vita.
Tu sai che non sono ricco.
Mi vedi talvolta addirittura affranto dai pensieri e mi hai udito raccontare a Fortunata quanto mi costi mantenere con decoro la mia famiglia e far fronte a tutti i miei impegni.
Ho ventimila franchi tuoi, ma almeno pel momento non li posso dare tutti.
CARLA E come farai?
CARLO Io ho fatto tanto per te che ti domando questo favore senza timore che me lo neghi, perché alla fin dei conti è tuo dovere il farlo.
Carla, tu sei giovane.
Quei piccoli litigi che hai avuto con noi perché sono recenti, ti fanno piú impressione dei benefici che hai da noi ricevuto.
Quand'eri ancora ragazzina, orfana ti presi con me e ti fui padre.
Io non fui mai giovanotto causa tua, perché a diciotto anni io dovevo già pensare ad una famiglia.
Eri tu.
Poi, naturalmente, ebbi anch'io un'altra famiglia, ma non per questo diminuí l'affetto che sempre ti portai.
Ti vidi talvolta vendicativa, astiosa.
Dal primo momento in cui Fortunata entrò in questa casa, tu non avesti per essa un segno di affetto.
Pensai, naturalmente, che tu non mi volessi piú bene...
CARLA Oh, a te ho sempre voluto bene.
CARLO Ma non me lo hai dimostrato.
Un giorno ti trovai là sulle scale con Lonelli.
Invece di dirgli come una ragazza per bene: Va, rivolgiti al mio tutore, tu facevi all'amore come usa la gente bassa.
Era come un segno di diffidenza verso di me; era come se tu avessi detto: La felicità mia devo cercarla io.
CARLA Oh!
CARLO Non protestare! Un giorno me lo dicesti che io non avevo tempo di pensare a te.
CARLA Non mi rivolgevi da un mese la parola.
CARLO Perché avevi litigato con Fortunata.
Ma vedi come ti eri ingannata sul mio conto.
Io chiesi informazioni su questo giovane e non l'ebbi cattive.
Dicevano ch'era di famiglia onesta, che lavorava tutto il giorno e che solo alla sera faceva un po' il discolo.
Ma tutti a quell'età lo fanno, meno io per tuo riguardo.
Lo invitai in casa.
Invitai poi anche lo zio per giungere presto alla conclusione.
Ebbene, a mio credere questa conclusione è impossibile.
CARLA Ma perché?
CARLO Io ho sposato Fortunata povera senza ricevere un centesimo dai suoi parenti.
Il signor Lonelli non vuole soltanto la dote, ma la vuole subito.
CARLA Ah!
CARLO In buona fede gli proposi di lasciare da me il capitale, e gli avrei pagato un grosso interesse.
Non volle.
CARLA Ma ti disse la ragione?
CARLO No, semplicemente non vuole.
A te, Carla, non mancheranno buoni partiti, migliori di questo.
In nome dei nostri genitori lascia ch'io rompa questa relazione.
Non può apportarti che del male.
Io potrei comandare in nome dei nostri genitori, ma voglio lasciarti libera la volontà.
Guarda, è presto fatto.
Tu ti ritiri ed io vado a congedare quei signori.
(Si avvia e si ferma presso la porta.) Sí?
CARLA No no, te ne prego! Cosa disse, quando gli proponesti di trattenere il denaro per qualche mese?
CARLO ...
che non può.
CARLA E null'altro?
CARLO (asciugandosi la fronte).
È difficile convincere una ragazza incapricciata! Te, poi, che sei stata sempre tanto ostinata, impossibile! (Voltandosi in fondo, freddamente.) Fa quello che vuoi.
CARLA Invece di arrabbiarsi pensiamo assieme come si potrebbe fare...
CARLO Cosa fare?
CARLA Ho un'idea.
Lascia ch'io parli con Lonelli.
CARLO (irritato).
Cosí sei fermamente decisa di sposare quest'individuo!...
CARLA Lascia ch'io parli con Ignazio! Vedrai ch'io farò in modo che sarai contento.
CARLO Io sarei contento, se tu non parlassi piú affatto col signor Lonelli.
CARLA A questo non pensare...
CARLO Eh, tu lo sai, che fra pochi mesi, diventando maggiorenne, ti potrai togliere a questa mia insopportabile tirannia...
CARLA Vedrai che Ignazio non è cattivo quanto a te sembra.
CARLO Vedremo.
E tu vuoi indurlo a rinunciare a parte della dote per sei mesi?
CARLA Sí, e credo basti una mia sola parola.
CARLO Allora, vedremo.
(Via.
Poco dopo entra Ignazio.)
SCENA DODICESIMA
IGNAZIO e DETTA
IGNAZIO Sai, che per quanto non sembri, tuo fratello è un buon diavolo? Mi manda di qua.
Io vengo a malincuore credendo di trovare il notaio, ed invece trovo il mio bocconcino.
(Le prende le mani e la fa sedere.)
CARLA Mio fratello è molto adirato con te.
IGNAZIO Oh, via! Non parliamo noi due di affari d'interesse! Non ci mancherebbe altro! È già molto che lo sposo vi sia costretto.
CARLA Tu non mi vuoi tanto bene quanto dici.
(Egli la bacia.) No, perché se me ne volessi tanto lascieresti correre e non ti ostineresti tanto su di una questione d'interesse.
IGNAZIO Ah, carissima la mia sposina! Grandiosi possono essere quelli che hanno il padre che li costringa, poveretti, a tutelare il loro interesse.
Ma io, anzi noi due, perché non è solo per me che parlo, dobbiamo vederci dentro da noi.
Non possiamo assumere l'aria di eroi da romanzo, che a voi ragazze piace tanto.
Non vi è nessuno che pensi per noi al futuro.
Mio zio per non essere seccato non vede l'ora di firmare il contratto.
CARLA Ma a me non importa nulla!
IGNAZIO Vedi, dunque, che sono il solo che ancora si occupi di queste bazzecole.
Adesso non te ne importa; ma vorrei vedere il tuo viso nel giorno in cui a casa non ci fosse da mangiare!
CARLA (offesa).
Oh, ma come parli! Io non ti riconosco piú.
Qui non c'è nessuno che ti voglia derubare! Mio fratello per pagare la dote vuole una dilazione di sei mesi.
Mi pare che gliela puoi accordare.
IGNAZIO Se avessi a rimanere celibe, per far piacere ad un cognato, gli abbandonerei, non diecimila, ma il doppio, per sempre...
Ma adesso si tratta di te, si tratta di una famiglia a cui ho da pensare.
CARLA Temi che Carlo non te li restituisca?
IGNAZIO Questo precisamente no.
Ma bisogna che tu consideri che, se tuo fratello, una delle prime ditte della città, si trova in difficoltà per sborsare diecimila franchi, a me, piccolo mercantuzzo è impossibile sborsare quella somma.
CARLA E come facevi prima?
IGNAZIO M'ingegnavo come potevo, ma avevo sempre sul capo la spada di Damocle.
Allora potevo arrischiarmi di starci sotto, ma ora una disgrazia sarebbe la morte, perché prima di veder te in miseria mi ucciderei.
CARLA Ti uccideresti per me?
IGNAZIO (abbracciandola).
Che domanda!
SCENA TREDICESIMA
CARLO e DETTI
CARLO Di là sono meravigliati della vostra lunga assenza.
Avete finito?
IGNAZIO Mi pare di sí.
Io vado intanto a tranquillizzare le signore.
(Via.)
CARLA Pare che gli occorra, proprio, quella somma.
Mi disse che non può farne a meno.
CARLO Cosí tu trovi ch'egli ha ragione, ed io torto.
Capisco.
CARLA Dice che ad una delle prime ditte della città sarebbe facile trovare un tale importo.
CARLO Vi sposerete il giorno preciso in cui tu sarai maggiorenne.
Giacché debbo sborsarli, questi denari, non preoccuparti, se mi riuscirà facile o difficile di trovarli.
A te importa di avere la tua dote in tempo utile.
Ora guarda di là se il pranzo è pronto e finiamola.
(Carlo via.)
SCENA QUATTORDICESIMA
ELENA e DETTO.
Poi FORTUNATA
ELENA Dov'è Carla, per piacere?
CARLO In cucina, credo.
ELENA La saluti per me.
Devo andare giú, perché è tardi.
Come le piace lo sposo? Che fortuna per Carla! Le mie sincere congratulazioni! (A Fortunata che entra.) Buon giorno, signora! (Via.)
FORTUNATA Hai parlato per quell'affare, nevvero?
CARLO Sí, e inutilmente.
Da qui a due mesi dovrò pagare tutto l'importo.
FORTUNATA E non hai il diritto di pagarla quando vuoi?
CARLO Te ne prego, non dire sciocchezze, ché non sono in grado di stare a sentirle.
FORTUNATA Che so io! Tu di solito tanto agitato anche per pagamenti minori, eri cosí tranquillo!
CARLO Non pensavo di trovare opposizione al mio piano.
Ma se avessi avuto diritto di non pagare non avrei chiesto, certamente, permesso a loro.
SCENA QUINDICESIMA
IGNAZIO, CARLA, MARCO, OTTAVIO e CATINA
CARLA Il signore vuole andarsene.
FORTUNATA Catina, il cappello del signore.
CATINA Non è di là.
FORTUNATA Dove ha messo il cappello? (Gridando rozzamente.) La prego di dirmi dove ha messo il suo cappello!...
MARCO Qui, qui, scusi.
Io li saluto, signori.
IGNAZIO Non dimentichi di venire alle tre.
(Marco s'inchina.) Hi, hi! Non avrà udito.
CARLO (sforzandosi di apparire allegro).
E andiamo a pranzo...
(Con sommo sforzo)...
straordinario.
IGNAZIO Oh, bravo! Quantunque di magro, procurerò di far onore alla cucina ch'è certo buona.
(Offrendo il braccio a Fortunata.) Signora!
FORTUNATA Mi scusi! Ho da dare prima alcune disposizioni.
IGNAZIO Mio bocc...
Signorina! (Carla ed Ignazio via.
Carlo si mette a sedere col volto fra le mani.)
FORTUNATA (dolcemente).
Carlo che hai?
CARLO Penso quanti dolori mi causerà questo esborso di danaro! Quanti anni di lavoro, quante notti insonni! (Rassegnato.) Dio mi aiuterà!
OTTAVIO Qual Dio? Tu credi in Dio? (Ridendo.) Mostramelo!
CARLO Se ancora una volta ti sento parlare cosí ti do uno schiaffo! (Glielo dà.
Ottavio rimane dapprima stupito, poi si mette a piangere.) Un ragazzo di dieci anni! Non farti piú sentire a dir queste eresie o vedrai cosa ti tocca! (Vuol di nuovo colpirlo, ma Fortunata si frammette.)
FORTUNATA Ma via! Basta! Le ha sentite tante volte da te queste eresie!
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
CARLA (vestita per uscire) ed EMILIA
CARLA (gridando fuori della porta).
Emilia! Emilia!...
Emilia...
EMILIA La mi chiama lei, signora?
CARLA Mi pare! Già da mezz'ora! Cosa faceva di là?
EMILIA Nulla! Se non c'era nulla da fare!
CARLA Ragione di piú per venire subito alla mia prima chiamata!
EMILIA Mi ero un po' addormentata.
CARLA E per le sette e mezzo dev'esser pronta la cena! Qui non vedo pronto nulla!
EMILIA Non mi aveva ordinato nulla però.
CARLA Ma non ceniamo ogni sera a quest'ora!
EMILIA Non c'era nessuno a casa ed io pensavo che avessero a cenare fuori.
CARLA Ah, sciocca! Quando non dico nulla, vuol dire che facciamo come ogni sera! (Si leva con impeto mantello e cappello.) Ora, invece di star qui a guardarmi imbecillita, si affretti!
EMILIA (con flemma).
Eh, non c'è tanta furia!
CARLA Allora preparerò io questa tavola.
Mi dia la tovaglia!
EMILIA Se vuole l'aiuto...
(Sempre calma.)
CARLA Ah, vuole aiutarmi! Sgualdrina! Crede che tenga la serva in casa per servirla io! (Arrabbiata.) Prepari subito la tavola o la licenzio immediatamente! Badi che gliel'ho già detto otto giorni fa.
EMILIA Io non sono una sgualdrina e Lei non ha il diritto d'insultarmi! Io non L'ho pregata di tenermi! È stata Lei che mi ha pregata di restare!
CARLA Io l'ho pregata di rimanere?! Io? Io!
EMILIA Precisamente.
Là in cucina.
Io stavo facendo il fuoco di mattina alle sei...
Lei si è alzata e non ancora vestita è venuta a dirmi: Vuol rimanere, Emilia? Si ricorda?
CARLA (affettando per un poco la calma).
Sí, me ne ricordo.
E adesso Le dico di ricordarselo anche lei per bene! Fra quindici giorni è libera.
Si cerchi un'altra casa, perché questa non fa per lei finché ci sono io!...
EMILIA Va bene.
CARLA (scoppiando).
Oh, andrà via! La vedremo se questa volta verrò io a pregarla di rimanere!...
EMILIA (sorridendo).
La vedremo!
CARLA (gridando e piangendo).
S'è impertinente la scaccio all'istante! (Si sente suonare il campanello e Carla cerca di ricomporsi.) Vada ad aprire la porta, adesso! (Emilia via.)
SCENA SECONDA
EMILIA, CARLA, ELENA
ELENA Cosa ti è accaduto che ti si sente gridar fin sulle scale?
CARLA (si asciuga le lagrime).
Nulla, nulla.
Accomodati! (Emilia accenna ad Elena che Carla è pazza, Carla se ne accorge.) Ah, pazza io?! Fuori subito da questa casa! Questa sera ancora! Metti insieme i tuoi quattro cenci e vattene! (Gridando ancor piú.) Che non ti veda piú! Capito?
EMILIA Oh, questa la vedremo! (Via.)
Carla cade singhiozzando sul divano nascondendosi gli occhi col fazzoletto.
ELENA Carla! Carla! Ma via, Carla, non ti riconosco piú! Per una disputa con la domestica agitarsi tanto!
CARLA (singhiozzando) Ah, tu non sai! Non sai!
ELENA Cosa non so?
CARLA (rimettendosi).
È passata.
Mettiti in libertà.
(Reprimendo un singhiozzo.) Qual buon vento?
ELENA Niente di nuovo.
Sono passata per di qua per andare a casa.
Ero dalla mamma e dovrò andarmene subito, perché Emilio mi attende a cena.
Dimmi veramente cosa ti faceva pianger cosí! Era proprio l'Emilia?
CARLA (singhiozza).
ELENA (ridendo schiettamente).
Ha, ha! Davvero che mi fai ridere!
CARLA Non sai perché è tanto impertinente?
ELENA Perché?
CARLA Perché...
lui...
ELENA Basta! Ho capito! (Dopo una pausa.) Questi mariti!
CARLA Due o tre volte l'ho veduto scherzare con lei.
Io non ci davo molta importanza, ma otto giorni fa volevo licenziarla ed egli si è opposto.
ELENA Cosa ti ha detto?
CARLA Che sono una sciocca! Che a cambiare non si può che perdere...
E tante altre cose di cui nessuna era la vera ragione per la quale egli voleva che rimanesse...
ELENA E come sai tu che ciò che diceva non era la vera ragione...
ecc...
CARLA Lo so, benissimo.
Di solito quando egli dice una cosa per me è vangelo e non ribatto.
Lunedí non so perché ebbi con Emilia un'altra disputa e finii coi licenziarla.
Martedí Carlo tanto fece finché dovetti io pregarla di rimanere.
Capirai che gli uomini in queste cose non usano immischiarsi e se lo fanno, vuol dire che ne hanno il motivo.
ELENA Eh, capisco! Fai bene, benissimo a mandarla via, ma fai malissimo ad agitarti che proprio non ne vale la pena.
CARLA Non ne vale la pena! Per te che non ami tuo marito è tutt'altra cosa!
ELENA Tu fai bene ad amarlo, quantunque...
Via, questo non c'entra! Dico soltanto che fai male ad adirarti, perché basta mandarla via e la faccenda è terminata.
CARLA (agitandosi daccapo).
E sarà presto terminata! Te l'assicuro! Se si opponesse non so cosa farei! Fuori di casa lei o fuori io!
ELENA Vedrai che Carlo non si opporrà.
Tuo marito non è ostinato.
Può avere tutte le cattive qualità, ma ostinato non è.
Il mio, vedi, se si mette qualche cosa in testa non si lascia piú convincere!
CARLA Non occorre che tu lo convinca.
È sempre ragionevole, lui! Non vuole che il tuo bene, la pace in famiglia...
ELENA E non la voglio forse anch'io questa pace?
CARLA Sí, ma diversa da quella ch'egli desidera.
Egli ama la quiete.
Fosse anche questo il desiderio di Carlo!
ELENA Non augurartelo che commetti un peccato! Sapessi quanto ho sofferto da che mi sono sposata! Quell'uomo lí ha commesso un delitto sposandosi! Non ama che i suoi libri! Ed ha legato l'esistenza ad una giovinetta! Avrebbe dovuto sposare una vecchia che avesse i miei centomila franchi di dote e gli tenesse in ordine la casa!
CARLA Ma Elena!
ELENA Oh, lo so da molto tempo che non mi ha sposata che per la dote!
CARLA Conosco tanto bene Emilio da poterlo giudicare in modo molto diverso.
ELENA Ah, già tu lo conosci! Tutti lo conoscono! Uno scienziato che si degnò di sposare una ignorante...
Scrive libroni grossi cosí...
che nessuno legge, perché nessuno legge i suoi libri, o almeno chi li legge non li paga.
Si lagna tante volte che dopo tanti studi non ha in premio che lodi.
Tutti lodano e nessuno legge.
Quando lo sposai, te lo confido, era in cattivissime condizioni finanziarie...
CARLA Ma perché lo sposasti? Non lo ami?
ELENA Era un bell'uomo quella volta.
Aveva ancora tutti i suoi capelli, un occhio meno smorto e talvolta pareva spiritoso.
Tutti intorno a me lo colmavano di elogi ed io perdetti la testa.
Ma adesso sapessi! No.
Prima promettimi che non ne farai parola ad alcuno!
CARLA Di che?
ELENA Ora non ero mica da mia madre.
Ero da un avvocato!
CARLA Perché?
ELENA Io non vivo piú con quell'uomo! Assolutamente!
SCENA TERZA
EMILIA e DETTE, Poi MARCO
EMILIA C'è il signor Marco.
(Marco entra subito.
Ha una tromba all'orecchio e gli occhiali.)
MARCO Buona sera.
Ignazio non è ancora venuto?
CARLA No, zio, non ancora.
ELENA (alzandosi).
Con permesso.
MARCO Sono io che la faccio scappare?
ELENA Diceva appunto a Carla che debbo andarmene.
Vede che non ho nemmeno tolto il cappello.
Buona sera.
(Gli dà la mano.) Addio, Carla! Vedrai che sarai contenta domani.
SCENA QUARTA
IGNAZIO e DETTI
IGNAZIO (s'imbatte in Elena, le stringe la mano e gliela tiene durante tutta la scena).
Ah, la signora Elena! In partenza?
ELENA Sí, e ne sono dispiacentissima.
IGNAZIO Non glielo credo, se non rimane ancora un poco a farci compagnia.
Hi, hi, hi!
ELENA È troppo tardi.
E se anche volessi...
IGNAZIO E se anche volessi vuol dire precisamente: non voglio.
Hi, hi, hi! Sono appena le sette e mezzo.
Rimanga a cena! Ci sarà poco, probabilmente, ma di buon cuore, gliel'assicuro.
Non è vero, Carla?
CARLA (forzatamente).
Oh, certamente.
L'avrei invitata di già, se non mi avesse detto subito che deve andarsene assolutamente.
ELENA Ha inteso? Assolutamente debbo andarmene!
IGNAZIO In ogni caso non permetterò che lei vada sola per la strada a quest'ora.
Mi permetterò di accompagnarla.
ELENA Ma non si disturbi! È tanto vicino!
IGNAZIO Mi offendo, se rifiuta.
(Le offre il braccio.)
ELENA (prima di accettare).
Carla, permetti?
CARLA Oh, fate pure!
IGNAZIO Ritorno immediatamente, zio!
ELENA Buona sera.
(Via.
Un momento di pausa.
Carla e Marco riflettono, sorpresi.)
MARCO E mi manda a chiamare! Sai tu cosa voleva dirmi?
CARLA Io no.
MARCO Guarda! (Le mostra un biglietto.) «La prego, signor zio di favorirmi alle sette e mezzo in casa mia.
Voglia essere esatto, perché ho da parlarle di cosa della massima importanza.» Che il diavolo se lo porti! Io sono puntuale, mentr'egli viene, mi vede e se ne va a fare il cascamorto a quella...
CARLA Crede sul serio che le faccia il cascamorto?
MARCO Io non so nulla, ma tanto peggio per lui, se non ha nemmeno quella scusa per lasciarmi qua in asso.
CARLA (va alla finestra).
Eccoli! (In collera, tornando indietro.) Sono là, fermi sul portone di Elena.
MARCO (guardandola curiosamente).
Sei gelosa, Carla?
CARLA Io gelosa? (Dopo una piccola pausa.) Sarebbe ridicolo da parte mia di essere gelosa della mia migliore amica! È dessa che ha fatto il mio matrimonio.
Invitava lui e me in pari tempo in casa sua.
E spesso usciva con qualche pretesto e ci lasciava soli.
È stata proprio lei che l'ha voluto, dunque...
(Ritorna alla finestra.)
MARCO Dunque vuol dire che adesso parleranno di te.
Non c'è nulla di male!
CARLA Ah, la prego, se vuol scherzare, lo faccia almeno con un po' piú di decenza!
MARCO Ma dovendo andar via a me preme soltanto che ritorni Ignazio.
CARLA (sempre alla finestra).
Adesso ritorna con passo frettoloso.
(Dopo un po' si ritira dalla finestra.) Eccolo! (Lunga pausa.)
SCENA QUINTA
Entra IGNAZIO
CARLA (a bruciapelo, ma calma).
Ignazio, sai, ho licenziato Emilia.
IGNAZIO (sorpreso il primo momento).
Ebbene...
che c'entro io?
CARLA Volevo avvisartene, ecco.
Credevo...
IGNAZIO Che cosa?
CARLA Oh, nulla, nulla.
Cosí...
la posso mandar via subito?
IGNAZIO (abbracciandola).
Che tipo ah, zio, la mogliettina mia! Tu sei signora e regina qui.
CARLA (commossa).
Allora, scusami Ignazio.
IGNAZIO (accarezzandola).
Di che?
CARLA Non te lo dico per non farti entrare la malizia in corpo...
MARCO Guarda! Pare quasi non sia stato scritto da lui! O non rammenti di avermi mandato a chiamare per un affare importante?
IGNAZIO Ah, bravo! Sul serio che me n'era quasi dimenticato.
MARCO Ed io ad attenderti qui!
CARLA Volete che vi lasci soli?
IGNAZIO Ohibò! Sono, anzi, cose che interessano anche te.
MARCO E adesso spicciati chi io devo andarmene.
IGNAZIO È presto detto.
Zio mio, è la prima volta che la disturbo.
Ma a me occorrono assolutamente per domani diecimila franchi.
(Marco si leva la tromba e Carla dà in un'esclamazione di sorpresa.) Perché non risponde? (Si accorge che Marco si è levata la tromba e dà in uno scoppio di risa.) Questa trovata è bellissima.
Guarda, guarda, Carla.
(Carla ride forzatamente.) Via, zio, l'aiuterò a rimettere a posto la tromba...
(Lo forza gentilmente a mettersi a posto la tromba.) Come le dicevo a me occorrono diecimila franchi.
MARCO Spero che tu scherzi, eh?
IGNAZIO Purtroppo no! domani una mia accettazione viene protestata.
CARLA E se viene protestata cosa accade?
IGNAZIO Vengo dichiarato fallito.
CARLA Dio mio! Dio mio! Me lo immaginava che cosí non avremmo potuto andare avanti!
MARCO Come cosí? Cosa avete fatto?
IGNAZIO Cosa possiamo aver fatto? Sciocca, non sai quello che dici, tu!
MARCO Se non avete fatto niente voi, ancor meno io.
Non so perché dovrei io venir multato.
Non hai parenti piú stretti a cui rivolgerti?
IGNAZIO Dunque lei questi diecimila franchi non me li vuol dare?
MARCO Non voglio! Non voglio! Non posso.
Dove avrei a pescare per domani diecimila franchi?
IGNAZIO Se sono sicuro di averli posso attendere fino a dopodomani.
MARCO Non attender, perché sarebbe inutile.
IGNAZIO Dunque allora dovrò fallire?
MARCO Se non trovi altro rimedio bisognerà fallire.
Come sei capitato in questo imbroglio? Un mese fa ti vantavi che le tue condizioni non erano mai state tanto floride.
Io l'ho sempre detto che era mal fatto consegnare a te l'eredità di tuo padre.
IGNAZIO Aveva torto, zio.
Io promisi di averne cura.
MARCO Ora si vede quanta cura ne hai avuta!
IGNAZIO Oh, via! Sono stato sfortunato! Sono cose che possono capitare a chiunque.
Anche a lei.
MARCO A me no, assolutamente.
Se avessero lasciato i danari a me, io li avrei amministrati in modo che a quest'ora sarebbero ancora tuoi.
IGNAZIO E finora di che cosa avrei vissuto?
MARCO Del tuo lavoro.
IGNAZIO Manuale? non so cosa avrei potuto fare senza capitali...
MARCO Allora eri celibe.
Io non ero d'accordo che ti sposassi.
(A Carla.) Non dico mica per te.
In massima egli non aveva carattere di prender moglie.
IGNAZIO Tutto questo non entra per nulla in quanto abbiamo a trattare.
Zio, a me occorrono diecimila franchi.
Me li può dare?
MARCO (fissandolo ironico).
E quando me lo potrai restituire questo denaro?
IGNAZIO Le darò accettazioni ad un anno data.
MARCO E queste accettazioni quando le pagherai?
IGNAZIO Oh, bella! In scadenza, a meno che non sia giorno festivo.
MARCO Davvero? E con quali danari?
IGNAZIO Fino a quel tempo le mie condizioni saranno mutate.
Ho degli affari per le mani e se mi fruttano...
MARCO (ironico).
Hai tentato un terno al lotto?
IGNAZIO Ma zio!
MARCO Zio finché vuoi, ma bisognerà che cerchi questi danari altrove, perché non te li do.
IGNAZIO A meno che non volesse regalarmeli non posso darle torto.
MARCO Oh, bravo!
IGNAZIO E non me li regala?
MARCO Ah!
IGNAZIO Ma non sarò io il suo erede universale?
MARCO Chissà!
IGNAZIO (ridendo a Carla).
Pare che invece dei diecimila franchi voglia regalarmi un cugino.
MARCO Dunque hai deciso di fallire?
IGNAZIO Farò di necessità virtú! Hi, hi!
CARLA Oh, come puoi ridere, come puoi ridere parlando di fallire?
IGNAZIO Penso al muso che farà quell'usuraio di Nerini quando gli dirò che legalmente non pagherò né capitale né interessi.
CARLA Dio! Dio mio che vergogna!
MARCO E hai fatto le cose in ordine?
IGNAZIO Non troppo.
Avrei potuto portare anche la bottega a nome di Carla.
MARCO Vi è molto valore?
IGNAZIO Cinquemila franchi, circa; metà in oggetti di valore, metà in biglietti del monte di pietà.
MARCO Era un bel tradimento il tuo! Chiedermi diecimila franchi! Sarebbe stato come gettare una goccia ove occorreva un mare.
CARLA Ma non mettono in prigione per fallimento?
IGNAZIO Ah, che!...
Zio, vuol rimanere a cena con noi?
MARCO No, grazie.
C'è Lena che mi aspetta.
Addio.
(Gli stringe la mano.)
IGNAZIO Emilia! Un lume! Gli faccia chiaro! Buona notte!...
Zio, ancora una parola! Dopo il fallimento...
mi raccomando!
MARCO Cercherò di procurarti un impiego.
IGNAZIO Non è per me che parlo.
Per Carla.
CARLA A me non occorre nulla.
MARCO La senti? Buona notte! (Poi ritorna.
Emilia rimane fuori della porta.) E non ci sarebbe nessuno che potrebbe prestarteli questi denari?
IGNAZIO Se mi sono rivolto a lei (ridendo) vuol dire che non c'era proprio piú nessun
...
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