COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 2
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LUCIA (freddamente).
Insomma, caro Emilio, io non avevo il dovere di pensare a tutti, io pensai a me; trovai che quella vita non potevo continuare a farla, pensai che con le mie cognizioni avrei potuto vivere indipendentemente e mi risolsi.
Scrissi già persino per riavere il mio posto.
EMILIO Se è cosí, se di me, di tua sorella, di tua madre non t'importa nulla, allora hai fatto bene, hai fatto benone.
GIOVANNA Insomma, Lucia farà quello che il suo cuore le detterà.
Non sono questi gli argomenti che voglio veder adoperati per convincerla.
SCENA QUINTA
MARIA, poi GIULIANO e DETTI
MARIA C'è il signor Giuliano che domanda se può entrare! (S'indugia alquanto, poi parte.)
LUCIA Già qui! Io non assisterò a questa scena!
GIULIANO Anzi! anzi! la pregherò di rimanere qui! (Contenuto.
Lucia si avvia verso la porta a destra; Giuliano le impedisce il passo; ella lo guarda un istante in volto, poi siede, affettando calma.) Signora Giovanna; lei sa il rispetto che porto, che ho sempre portato a lei; comprenderà che deve essere una cosa molto grave che mi trascina qui, a quest'ora, in tale modo.
La prego di leggere questa lettera che la sua signora figlia mi ha indirizzato quest'oggi e dirmi il suo parere.
(Fruga nelle tasche e non trova subito.) Maledizione! (Poi la trova e gliela porge.)
GIOVANNA (freddamente).
Se volete sedere! (Emilio premuroso porta una sedia, Giuliano vi si appoggia.) «Signore! Lei comprenderà che dopo gli avvenimenti di iersera...»
GIULIANO Dopo le dirò quali sieno stati questi terribili avvenimenti!
GIOVANNA Li conosco.
«...
dopo gli avvenimenti di iersera è impossibile ch'io rimanga ancora in casa sua.
Mi rifugio...»
GIULIANO Precisamente «rifugio».
Le venne già raccontato tutto? Tanto meglio!
GIOVANNA «Mi rifugio presso mia madre.
Suppongo che Lei troverà giustificatissimo il mio procedere.
Le comunico contemporaneamente che scrissi già al signor Chelmi per riavere il posto ch'ebbi il torto d'abbandonare.
Lucia.»
GIULIANO Ebbene? Che gliene sembra?
GIOVANNA È forte! Ma ritorniamo agli avvenimenti, come li chiamate, di iersera.
Per trascinare un uomo come voi ad atti da persona poco pulita...
GIULIANO (con esaltazione).
Ma signora! Se lei crede a tutto quello che sua figlia le racconta, darà naturalmente torto a me.
Le ha raccontato ch'io l'ho bastonata?
GIOVANNA No! Lucia fu esatta! Lei la prese per le spalle e la costrinse a sedere.
GIULIANO Costrinse! costrinse! La feci sedere! La presi per le spalle? Le appoggiai le mani sulle spalle! Per farla sedere era necessario cosí.
GIOVANNA Ma perché? perché...?
GIULIANO (un breve istante imbarazzato, poi scaldandosi).
Perché? Ecco! Quando un uomo viene a casa...
viene a casa...
dopo ore, ore, ore di un lavoro uggioso...
ecco! egli non ha voglia di parlare.
Che cosa avrebbe da dire? Uggiarla e uggiarsi ancora parlando dei suoi lavori? E poi si ha un gruppo qui (indicandosi la gola) un gruppo formato dalla fatica, dalla noia, dall'ira.
(Riposandosi.) Si viene dunque a casa.
Il desiderio, naturalmente, sarebbe di sedersi là e rimanere quieto, senza pensieri, senza movimento.
Si vorrebbe poi vedere attorno a sé tutt'altra cosa di quella che si vide durante la giornata.
Dunque, non musoni.
Si vorrebbe non sentirsi rimproverato il proprio malumore, la taciturnità, tutto ciò ch'è tanto naturale in certi uomini.
Si vorrebbe...
LUCIA Aveva detto io qualche cosa?
GIULIANO (senza abbadarle, rivolto a Giovanna).
Occorre parlare per offendere? Vi sono silenzi che offendono piú che una parola od un atto offensivo.
La signora..., vedendomi di malumore, per punirmi...
LUCIA Per punirvi? (Sorpresa.)
GIULIANO Sí! Io le dissi: Rimani qui.
Ma no, ella volle allontanarsi!
LUCIA Chi poteva pensare che la mia presenza vi premesse tanto? Mi diceste con tanta indifferenza: Rimani qui.
Io aveva da fare e mi sedetti al telaio.
GIULIANO (sempre parlando a Giovanna).
Le assicuro, signora, ch'io la osservai attentamente.
Al telaio ella non aveva nulla da fare, o almeno non fece nulla.
LUCIA Osservaste male.
GIULIANO Tutto questo mi sembra adesso, del resto, molto secondario in confronto a quella lettera.
GIOVANNA Vi scusate tanto bene voi che potrete anche trovare delle ragioni per iscusare mia figlia, che, lo confesso, fece un atto poco pensato.
LUCIA Io non ho bisogno di venir scusata; io potrei forse scusare.
EMILIO Ma Lucia, vedi pure che lui è pronto a far pace?
GIULIANO Far pace? Io? Con mia moglie? Io sono venuto qui per tutt'altra cosa.
Io venni per domandare semplicemente a mia moglie: (si rivolge a Lucia e gridando) Vuoi ritornare in casa mia senz'altre moine, senz'altre discussioni?
LUCIA (fredda).
No!
GIULIANO No? No? Veramente, no? Allora non c'è piú nulla da aggiungere.
Io posso andarmene.
(Si volge verso la porta, poi ritorna.) Rammentati però di aver pronunciato questo no e come lo hai pronunciato; rammentatelo acciocché non ti desti meraviglia tutto quello che ne seguirà.
GIOVANNA Ve ne prego, Giuliano, calmatevi.
Si trattava realmente di far la pace, dopo una disputa provocata per torti d'ambidue.
D'ambidue, lo ammetto, e non era quello il modo di proporla questa pace.
GIULIANO Eh! via! finiamola con questa pace che mi rammenta la prima fanciullezza.
Non siamo ragazzi qui.
Qui vi sono delle persone che hanno diritti e persone che hanno doveri.
Ognuno rimanga dalla sua parte.
Chi ha diritti, li esiga, chi ha doveri li compia.
Ma il mio diritto io non l'intendo come voi forse ritenete.
Io non moverò un capello per costringere la signora a ritornare in casa sua.
Giacché vuole rimanere, rimanga, giacché volete trattenerla e abbiatela dunque, godetevela; di lei io ne ho fin qua (indica la gola).
LUCIA (con le lagrime agli occhi).
Potevate dirmelo prima.
Adesso capisco perché mi maltrattavate.
GIULIANO Ho piacere che lo sappiate.
Buon giorno.
(Via, Matilde lo segue.)
EMILIO Ora siamo conciati per le feste.
GIOVANNA È orribile! Io non lo vidi mai in tale stato.
LUCIA E adesso, dovessi morire, in quella casa non rimetto piú piede.
GIULIANO (rientra con Matilde che gli parla sottovoce, in atto supplichevole).
Ah! Ah! Ah! Questa è buona! Ma io non posso, cara signora! proprio non posso.
Dica al suo signor marito che paghi oggi.
Del resto ha tempo fino a dopopranzo alle quattro! Io non posso che dargli buoni consigli! Anche per la cambialetta che scade dopodomani, provveda! Io non posso conceder dilazioni.
Volentieri, ma non posso, cara signora! Ah! Ah! Ah! (Via, dopo aver dato un'occhiata a Lucia.)
MATILDE (piange).
Vedi, Lucia, siam gente rovinata.
LUCIA (piangendo ella pure).
Darei la vita per salvarvi.
Ma hai pur veduto tu stessa! È un uomo col quale si possa vivere?
GIOVANNA Che cosa gli hai chiesto?
MATILDE Arturo sarà dispiacente che l'abbiate appreso.
È stato Giuliano che è rientrato per raccontarvi tutto.
Arturo gli deve del denaro.
Oggi scade una sua cambiale di trecento fiorini e mi pregò di chiedere a Giuliano una dilazione, perché credo che non li abbia.
EMILIO Io lo sapevo già.
MATILDE (mesta).
Adesso ricomincia per me la bella esistenza! Mio marito riavrà le angosce di una volta nel dover far nuovi debiti per pagare i vecchi, nel dover pregare e scongiurare a destra e a sinistra.
Addio buon umore in famiglia!
GIOVANNA Per questi trecento fiorini?
MATILDE Non sono soltanto questi.
Questo mese scadono ancor due altre cambiali simili.
GIOVANNA (pensierosa).
Questo è male, è molto male!
EMILIO E voi, finora, non vedete che una piccola parte dei mali che ci toccheranno dall'ira di Giuliano.
Non sapete tutto il male che ci può fare.
LUCIA (appassionatamente).
Oh! vorrei che tutto questo male avesse da toccare a me; non cederei, come del resto non cederò, in nessun caso.
È dunque inutile che mi piangiate d'attorno.
MATILDE (con disprezzo).
Adesso sarebbe inutile tornare indietro.
Giuliano non è un ragazzo che lasci giuocare con sé.
Adesso il male è fatto.
(S'avvia.)
SCENA SESTA
MARIA e DETTI
MARIA Hanno portato una lettera per la signora Lucia.
MATILDE (fermandosi).
Forse di tuo marito.
Oh! che fosse di lui.
LUCIA Ah! non può essere! (L'apre.) È del signor direttore Chelmi! (Legge.) «Pregiatissima signora ed amica! Debbo comunicarle con la presente che appena ebbi ricevuto questa mane la sua lettera con la quale chiedeva d'essere riammessa al posto da lei volontariamente abbandonato due anni or sono, mi fu annunciata la visita del suo signor marito.
Il signor Giuliano mi sembrò molto agitato.
Mi chiese se avessi ricevuto la sunnominata sua lettera e parve ne conoscesse esattamente il contenuto.
Io, naturalmente, non credetti di celargli alcuna cosa, o meglio negargliene.
Allora lui mi fece capire, con segni e parole di non dubbio senso, ch'egli non desiderava che lei signora riavesse il posto già occupato.
Fu solo per mia prudenza che il nostro colloquio non degenerò in iscandalo, perché, lo ripeto, il signor Giuliano mi sembrò molto agitato.
Ora, pregiatissima signora e cara amica, debbo confessarle ch'io non capisco molto chiaramente come stanno le cose, ma nel tempo stesso debbo dirle che è poco probabile che il consiglio scolastico rifletta sulla sua offerta perché sarò obbligato di comunicare al suddetto onorevole consiglio che il signor Giuliano suo marito non soltanto non appoggia la domanda, ma vi si oppone formalmente.
Le consiglio perciò, per evitare una discussione pubblica ed un risultato come sopra descritto, di ritirare lei stessa la sua domanda.
Io non parlerei in allora, né in consiglio, né altrove di essa, e neppure della visita fattami dal suo signor marito.
Mi segno con perfetta stima, pregiatissima signora e cara amica - Anselmo Dr.
Chelmi.» (Avvilita.) Oh! il villano.
MATILDE Cosí adesso tocca piangere a te!
EMILIO (ridendo ironicamente).
A questo insomma ti hanno condotto le tue profonde riflessioni durate una notte intera!
LUCIA Non m'importa, e sta certo, Emilio, che non dovrò ricorrere a te per vivere.
(Dapprima calma, poi agitata.) Ho ancora qualche piccolo risparmio.
È mio, proprio mio! non l'ho fatto in casa di Giuliano.
Ho anche qualche gioiello.
Oh! piccola cosa! ma intanto servirà per i primi tempi.
Ad ogni modo morrò piuttosto di fame, ma non ritornerò in casa sua, mai piú!
MATILDE La fermezza è pure la gran bella cosa! Ne riparleremo di qui a qualche giorno.
Vedrai quanto sia divenuta difficile la vita! Addio, mamma! (Via.)
GIOVANNA Sai, Lucia; le parole dette testé da Emilio non vanno prese mica troppo sul serio.
Egli parlò cosí per indurti a fare una cosa ch'egli riteneva dovresti fare per il tuo meglio.
EMILIO Sí, sí, insomma, non sarò io che la caccerò di qui.
Vi rimanga! Ma, acciocché siamo perfettamente in chiaro, vi ripeto ancora una volta ch'io non sono affatto d'accordo su tutta questa storia.
SCENA SETTIMA
FILIPPO e DETTI
FILIPPO (è vestito pretenziosamente, calzoni larghissimi, giubba piccola, al collo una grande cravatta rossa; ha guanti, ed in testa un cilindro alto).
Oh! buono che vi trovo qui! (Balbetta leggermente.) Lucia! ti avviso che farò andare tuo marito in prigione!
EMILIO Perché?
FILIPPO Mi ha dato uno schiaffo, mi ha dato! (Rimasto da principio serio, scoppia da ultimo in pianto.)
EMILIO Perché?
FILIPPO (tenta a piú riprese di parlare, ma non gli riesce, poi).
Gli ho detto che è un imbecille, gli ho detto che è un asino!
GIOVANNA In allora ha avuto ragione lui!
FILIPPO (sempre piangendo).
Ma lui mi ha dato prima lo schiaffo!
EMILIO Allora prima e dopo?
FILIPPO Sí.
(Piange sempre.)
LUCIA Aspetta! (Gli versa un bicchiere d'acqua, poi) Adesso racconta!
FILIPPO Non è con Lei che io parlo, anzi non voglio parlare piú affatto con Lei.
(Le volta le spalle piangendo.) Darmi uno schiaffo!
EMILIO Cioè due schiaffi!
LUCIA Ma non sono stata mica io a darteli!
FILIPPO Ma li ho ricevuti causa tua!
LUCIA Causa mia?
FILIPPO Sí, sí! proprio causa tua.
Sei stata tu che hai raccontato tutto a tuo marito!
LUCIA Via, spieghiamoci! Che cosa tutto?
FILIPPO (piangendo, a Giovanna).
Sí, zia! Io portava molte volte dei fiori a Lucia; io le dicevo ch'era bella! Occorreva dirlo a suo marito? Giuro che del resto siamo innocenti!
LUCIA Grazie tante!
FILIPPO Non è vero forse? Bugiarda!
LUCIA (ridendo).
Ma io non ho mai detto il contrario!
FILIPPO Sí che lo hai detto! Lo hai detto a tuo marito!
LUCIA Chi ti dice questo?
FILIPPO Giuliano.
Egli mi gridò: Lucia ha confessato tutto! Io risposi subito: Lucia è una bugiarda, perché non è vero niente.
Lui allora mi ha dato uno schiaffo!...
(Piange.)
LUCIA Vedi, mamma! In una sola giornata hai cosí imparato a conoscere tutte le virtú di Giuliano.
FILIPPO In istrada uno schiaffo! Passava in quel punto il padrone di casa.
Non so se abbia visto perché io lo salutai sorridendo, come se mi avessero dato un bacio, acciocché lui non s'accorgesse.
Ma a Giuliano non bastava questo: gridava per istrada, cosí che tutti si voltavano! Ih! Ih! Ih! è un maleducato!
EMILIO Povero diavolo!
FILIPPO Povero diavolo, io? Povero diavolo lui! Io non vorrei essere nei suoi panni! Ih! Ih! Ih! Lo farò mettere in prigione!
LUCIA Cosa gridava in istrada?
FILIPPO Io non ho capito tutto.
Ho inteso soltanto una parte.
Diceva che io vado per le case a portare il disonore.
«All'altra ci penserò» disse poi.
(Come ricordandosi a poco a poco.) Ed anche: «In una bella famigliaccia sono entrato!»
GIOVANNA Ha detto anche questo? Oh! l'infame!
FILIPPO Ve lo giuro, zia!
SCENA OTTAVA
ROMOLO e DETTI
GIOVANNA A quest'ora Momi a casa?
ROMOLO Mamma, voglio andare a letto.
GIOVANNA Sei ammalato?
ROMOLO (Esitante, molto commosso).
Sí, sto male.
GIOVANNA Su, di', che cos'hai? (Romolo non risponde.) Male di gola? Ma parla! (Romolo si mette a piangere.)
LUCIA Ho capito! Anche lui!
GIOVANNA Giuliano ti ha fatto del male?
ROMOLO Come lo sapete?
GIOVANNA Dunque ti ha fatto del male?
ROMOLO Male, male proprio no, ma voleva farmene.
Io sono scappato.
GIOVANNA Oh! adesso poi ne ho abbastanza! Vedremo se bastonerà anche me! Maria! Maria!
LUCIA Vuoi andare da lui? No, mamma, che non offenda anche te!
GIOVANNA Questa la vedremo! Maria!
MARIA Comandi!
GIOVANNA Dammi lo scialle ed il cappello.
(Maria eseguisce.)
LUCIA Non adesso, mamma.
Non è meglio attendere qualche giorno? Dopo potrai dirgli quello che vuoi, lui a te non perde il rispetto.
Adesso potresti davvero udire delle brutte cose.
GIOVANNA Intanto lui ne udrà delle belle da me.
(A Romolo.) E adesso, tu spicciati; raccontami ma con esattezza quello che a te fece.
ROMOLO Mi prese per un'orecchia, me la tirò un poco, ma poco, mi portò fuori della porta e mi disse: Tu non rimetter mai piú piede qui.
GIOVANNA (avviandosi).
Ah! la vedremo.
LUCIA Ma perché?
GIOVANNA (fermandosi).
Perché? Mi pare che lo sappiamo meglio noi che lui.
LUCIA Non ti disse nulla prima di farti quest'affronto?
ROMOLO Prima di tirarmi l'orecchio? Mi sgridò perché avevo fatto un grosso errore in un conteggio.
GIOVANNA Molto grosso?
ROMOLO Quali ne feci ogni giorno, e non so perché oggi si sia adirato piú del consueto.
GIOVANNA Lo so ben io.
Me ne posso dunque andare.
Non c'è altra ragione? Ricordati che se ce n'è un'altra io vo' a fare una pessima figura.
ROMOLO No, mamma! proprio non c'è altro.
GIOVANNA Proprio?
ROMOLO Ti do la mia parola d'onore, mamma!
GIOVANNA Allora a noi due! (Via.)
FILIPPO Ah! ora capisco! L'ha dunque con voi tutti, non con me solo! Dunque è cosa che non mi riguarda! È affare interno della vostra famiglia!
LUCIA Fatemi il piacere, Filippo, andatevene!
FILIPPO Perché? Che cosa vi feci?
LUCIA Nulla! Vi avverto soltanto che potreste compromettervi!
FILIPPO Eh, via! Un uomo!
LUCIA Ma sapete molto bene cosa succede quando vi compromettete.
(Fa segno di ricever legnate.)
FILIPPO (mostrando dubbio e allegramente).
Chi sa che cosa aveva quest'oggi Giuliano per il capo! Si sfogava con me, ecco tutto! Voi dovete avergliene fatte di belle per averlo ridotto in quello stato.
SCENA NONA
GIULIANO e DETTI
GIULIANO (si presenta improvvisamente alla porta di fondo e vi rimane; Filippo e Romolo danno un grido di spavento).
Ebbene! (È serio, compassato, si capisce però che si frena a stento.) Romolo! tu ritornerai al mio scrittoio.
Sono venuto qui per te! A te io non voleva fare del male.
Te ne ho fatto forse?
ROMOLO No! no! un poco soltanto all'orecchio.
GIULIANO (con pena).
Ebbene! scusami!
ROMOLO Oh! te ne prego! Scusarti io, ma anzi!
GIULIANO (va a lui e gli dà un bacio).
A te ho sempre voluto bene.
Ci voleva molto sangue alla testa per portarmi a farti del male.
FILIPPO Ebbene! cugino! Siamo rinsaviti? Neppure a me avete fatto molto male.
Un'altra volta però non fatelo in istrada!
GIULIANO Badate, scimunito, di non venirmi piú tra' piedi! Potrei accogliervi a calci!
FILIPPO (stupefatto un istante, poi).
Ah! la è cosí! Io veniva tutto buono a fare la pace e voi m'accogliete in tal modo? Aspettate! Ve la farò vedere io...
(Uno sguardo di Giuliano lo fa restar perplesso, poi) Sentirete a parlare di me! (Via.)
GIULIANO Vieni, Romolo!
ROMOLO Vorrei attendere prima la mamma.
Anzi forse la troviamo da te.
Andiamo.
GIULIANO È venuta da me? A che farci?
ROMOLO (sorridendo).
Credo che voleva sgridarti per quella tirata d'orecchi che mi hai dato.
GIULIANO Allora lascia che vada solo.
(p.p.)
LUCIA Giuliano!
GIULIANO Che vuole?
LUCIA Se mamma voleva farvi dei rimproveri ella ne aveva il diritto.
Non era ben fatto di sfogarsi con un povero ragazzo che non vi aveva fatto nulla!
GIULIANO Oh! fatto nulla! Gli aveva dato da fare un conteggio e me lo diede pieno zeppo di errori.
LUCIA Ve ne prego, dunque, Giuliano, non fateci piú del male.
Lasciate questo ragazzo qui, non occorre lo tratteniate piú, ma non cercate di trovare mamma per dirle insolenze, non perseguitate il cognato che vi deve denari; egli non ha nulla di comune con me.
Non colpite me facendo del male a lui.
GIULIANO Ma foste voi che mi pregaste di favorirlo; ora non ci siete piú voi ed io non intendo di gettar piú il mio danaro a persone le quali per nessun titolo vi hanno diritto.
LUCIA Voi siete un uomo pessimo ed io non saprò mai pentirmi abbastanza di avervi amato.
GIULIANO (frenandosi).
Ditelo pure, io non m'adiro piú.
L'ho deciso, proprio deciso.
Ma vorrei sapere quali persone voi diciate essere cattive e quali buone.
Se la bontà equivale per voi ad imbecillità, allora io non sono buono.
(Interrompendosi.) E poi sentite! Se voi credete che esser buoni significhi saper tollerare, perdonare, allora non siete buona neppur voi.
Ogni altra donna mi avrebbe perdonato, mi avrebbe sopportato, perché io era un buon marito nel resto.
Lasciai che vi mancasse mai nulla? Non feci il possibile per sollevare dalla miseria, dalla miseria - credetemelo -, anche i vostri parenti? E dopo tanti benefici da me avuti credete di aver il diritto di adontarvi per una parola mal detta, per un atto un po' brusco? (Fuori di sé.) Non lo avevate questo diritto! ve lo dico io! Il vostro dovere sarebbe stato di baciare la polvere mossa dai miei piedi.
LUCIA (molto commossa).
Naturalmente che con queste vostre idee sui miei doveri coniugali non poteva risultare dalla nostra unione una certa felicità.
GIULIANO (sempre piú adirato).
Erano le mie, le mie idee che impedivano la felicità della nostra unione? O quando si manifestavano queste mie idee? Quando vi rimproverai i miei benefici?
LUCIA In questo stesso istante.
GIULIANO Perché li vedeva negati, ma prima, quando ve li rammentai? Ve ne parlai tanto poco che non li conoscevate tutti perché voi non sapevate che io dava dei danari a vostro cognato e per i vostri begli occhi.
Non parlatemi per qualche istante, Lucia; mi era proposto di rimaner calmo e non mi riesce...
del tutto.
(Siede al tavolo e stringe sussultando la testa fra le mani.)
LUCIA Non so vedervi in questo stato.
GIULIANO (serio, non calmo).
Lo so; vi faccio spavento.
Eppure io non feci mai molto male a nessuno.
Ho avuto torto di sposarvi.
C'era mia madre che aveva il medesimo mio carattere; perciò quando si disputava, l'ira tra noi durava delle settimane.
Pensai vedendovi cosí bionda, coi vostri miti occhi azzurri che con voi un malumore non potrebbe durare piú di un giorno.
Dopo le settimane d'ira con mia madre, ci si gettava fra le braccia piangendo, chiedendoci vicendevolmente scusa.
Con voi l'ira dura meno; ma non si è mai interamente rappatumati; voi non sapete perdonare.
(Ironico.) Anche voi avete avuto torto di sposare un macellaio, quantunque avesse dei danari.
LUCIA Giuliano!
GIULIANO Non voleva mica dirvi che mi avete sposato per i miei danari; voleva constatare un vostro torto e provarvi una volta di piú che ne avete.
LUCIA (agitata).
Abbiamo dunque avuto torto di sposarci ambedue; l'avete detto voi stesso.
Dividiamoci dunque; ripariamo almeno in parte al mal fatto.
GIULIANO (sospettoso e ironico).
Nel contratto di nozze vi ho assicurato una contraddote, se non m'inganno.
LUCIA (con forza).
Ed io vi rinuncio!
GIULIANO (passeggia agitato).
Pensate dunque seriamente a questa divisione?
LUCIA Lo vedete pure che bisogna!
GIULIANO (abbracciandola appassionatamente).
Non bisogna, non bisogna, Lucia! Senti Lucia! Guardami in volto.
Non vedi che ho ancor sempre qui e qui (toccandosi la fronte ed il cuore) un turbine e che pure riesco a padroneggiarmi? Non sono calmo? Ti tengo fra le braccia e piú che di baciarti proverei il desiderio di strozzarti e non lo faccio.
(La bacia.) Perché vuoi fuggirmi quando per te sono tutt'altro che pericoloso, quando tutti i tuoi interessi e quelli della tua famiglia ti comandano di amarmi?
LUCIA (cercando di svincolarsi).
Oh! Giuliano!
GIULIANO Ma non parlo d'interessi, parlo di amore.
Non m'ami dunque affatto, che mi abbandoni quando maggiormente avrei bisogno di te? In quella orribile macelleria mi lasci solo a migliorarmi il carattere? Eppure se c'era qualcheduno che poteva migliorarmelo, guarirmi, eri tu.
Non vedi che oggi, nella mia ira ancora, ti prego, ti scongiuro di rimanere con me?
LUCIA Sí, ma...
GIULIANO Non ma, non dire alcun ma, perché io corro il rischio di perdere nuovamente la testa.
No, vieni subito.(La trascina verso la porta.)
LUCIA (ridendo).
Ma...
GIULIANO (irritatissimo).
Ancora ma?
LUCIA (c.s.) Cosí? Senza cappello?
GIULIANO (saltandole al collo).
Oh! grazie! grazie!
LUCIA (pregando).
Ma sii buono!
GIULIANO Non te lo promisi?
LUCIA E non attenderemo mamma?
GIULIANO (offuscandosi).
No, no, andiamocene, ché non mi tocchi udire altri rimproveri.
(Dopo un istante di riflessione.) Faremo cosí.
(Chiama.) Maria!
MARIA Comandi?
GIULIANO Dia il cappello a Lucia e dica alla signora Giovanna...
(esitando un istante) le dica che sono venuto a prender mia moglie...
e il mio impiegato (Verso Romolo.)
MARIA (allegramente).
Va bene! So che darò una buona notizia alla signora! (Dà il cappello a Lucia che se lo mette.)
GIULIANO (fosco).
Anche la serva ne sapeva?
LUCIA Che te ne importa?
GIULIANO (si passa una mano sulla fronte, poi sorridente e calmo offre il braccio a Lucia).
E andiamocene! (Via con Lucia.)
ROMOLO (si è messo il cappello, a Maria).
Dica a mamma che non occorre fare altri rimproveri a Giuliano.
Mi ha chiesto scusa e io gli ho perdonato.
È dunque affare finito.
GIULIANO (rientra e con voce irritatissima).
Vuoi dunque venire, imbecille, che ti attendiamo da mezz'ora?
ROMOLO Vengo! vengo! (Corre)
CALA LA TELA
Le teorie del conte Alberto
Scherzo drammatico in due atti
PERSONAGGI
ALBERTO, conte di Wolfenbüttel
LORENZO MIGLIORI
ANTONIO DR.
REDELLA, professore di scienze naturali e medico
ELVIRA TERMIGLI
ANNA, sua figlia
L'azione si svolge in una stanza decorosamente ammobiliata con porta di fondo ed altra a sinistra dello spettatore.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ANNA e LORENZO MIGLIORI
LORENZO E come sta la mamma?
ANNA È di là con la sarta.
Mamma! mamma! è giunto Lorenzo.
SCENA SECONDA
ELVIRA TERMIGLI e DETTI
ELVIRA Vuoi dire il Signor Lorenzo?
LORENZO Signora, come sta? (Le bacia la mano.)
ELVIRA Si potrebbe star meglio di molto...
LORENZO In quanto a salute mi pare che stia benissimo.
La vedo rossa e bianca come un fiore.
ELVIRA Piú bianca però che rossa nevvero? E lei signor Migliori?
LORENZO Io sto benone.
ELVIRA Beato lei!
LORENZO Cosa le manca da farla sospirare a
...
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